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declino delle certezze, Collegamenti Interdisciplinari di Latino

collegamenti interdisciplinari al nodo concettuale "declino delle certezze", anno scolastico 2024/2025.

Tipologia: Collegamenti Interdisciplinari

2024/2025

In vendita dal 12/11/2025

giadidelli
giadidelli 🇮🇹

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Declino delle certezze
Latino: Seneca de tranquillitate animi
Il trattato riflette profondamente sullo smarrimento interiore dell’individuo di fronte
a un mondo instabile, imprevedibile, privo di fondamenti stabili. La tranquillitas
animi (la serenità dell’animo) diventa una risposta filosofica alla crisi di certezze
esistenziali e morali che caratterizza l’età imperiale (I sec. d.C.), periodo in cui:
La politica è corrotta e pericolosa (come Seneca ben sa dalla sua esperienza
a corte con Nerone).
Le istituzioni tradizionali vacillano, la partecipazione pubblica si riduce.
I valori del mos maiorum (onore, virtù, gloria) si indeboliscono.
La ricerca della tranquillità interiore è dunque una strategia per reagire alla perdita
di punti di riferimento esterni. Seneca propone un rifugio nella razionalità e
nell’autosufficienza stoica, fondandosi sulla filosofia come guida morale e
terapeutica.
E uno dei Dialogi filosofici di Seneca risale al periodo in cui il filosofo era
collaboratore di Nerone. L'interlocutore a cui Seneca si rivolge è Anneo Sereno, un
suo intimo amico molto più giovane di Seneca, apparteneva all'ordine equestre e
aveva fatto una discreta carriera politica sotto Nerone, era comandante dei vigili del
fuoco e della polizia notturna. Aveva abbracciato lo stoicismo ed era morto per
avvelenamento da funghi. Nell'opera Seneca immagina che sereno, trovandosi in
una situazione di inquietudine, si rivolga a lui come ad un medico per esporgli il suo
stato e chiedendogli aiuto e consiglio. E possibile che questo stato di inquietudine
rispecchi il disagio diffuso nelle classi agiate dei suoi tempi. Infatti nel I sec. D.C. la
classe politica e gli intellettuali, delusi ed emarginati nonché spesso costretti al
silenzio di un potere imperiale che mostrava il suo volto dispotico, da una parte una
parte di sentivano privi di saldi punti di riferimento e dall’altra ricercavano la
tranquillitas animi, cioè una rotta morale su cui dirigere la propria vita trovando un
personale equilibrio. Non è da escludere che Seneca proietti nell’ amico la sua
personale inquietudine. I due interlocutori si trovano in uno spazio vuoto da cui
emergono con intensità le loro voci. Sereno si rivolge a Seneca come a un medico
dell’anima: si sente insoddisfatto, incapace di fare scelte, ha un rapporto
contraddittorio con le cose e con la società. Chiede quindi aiuto per poter godere
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Declino delle certezze

Latino: Seneca de tranquillitate animi Il trattato riflette profondamente sullo smarrimento interiore dell’individuo di fronte a un mondo instabile, imprevedibile, privo di fondamenti stabili. La tranquillitas animi (la serenità dell’animo) diventa una risposta filosofica alla crisi di certezze esistenziali e morali che caratterizza l’età imperiale (I sec. d.C.), periodo in cui:

La politica è corrotta e pericolosa (come Seneca ben sa dalla sua esperienza a corte con Nerone). ● Le istituzioni tradizionali vacillano , la partecipazione pubblica si riduce. ● I valori del mos maiorum (onore, virtù, gloria) si indeboliscono.

La ricerca della tranquillità interiore è dunque una strategia per reagire alla perdita di punti di riferimento esterni. Seneca propone un rifugio nella razionalità e nell’autosufficienza stoica , fondandosi sulla filosofia come guida morale e terapeutica.

E uno dei Dialogi filosofici di Seneca risale al periodo in cui il filosofo era collaboratore di Nerone. L'interlocutore a cui Seneca si rivolge è Anneo Sereno, un suo intimo amico molto più giovane di Seneca, apparteneva all'ordine equestre e aveva fatto una discreta carriera politica sotto Nerone, era comandante dei vigili del fuoco e della polizia notturna. Aveva abbracciato lo stoicismo ed era morto per avvelenamento da funghi. Nell'opera Seneca immagina che sereno, trovandosi in una situazione di inquietudine, si rivolga a lui come ad un medico per esporgli il suo stato e chiedendogli aiuto e consiglio. E possibile che questo stato di inquietudine rispecchi il disagio diffuso nelle classi agiate dei suoi tempi. Infatti nel I sec. D.C. la classe politica e gli intellettuali, delusi ed emarginati nonché spesso costretti al silenzio di un potere imperiale che mostrava il suo volto dispotico, da una parte una parte di sentivano privi di saldi punti di riferimento e dall’altra ricercavano la tranquillitas animi, cioè una rotta morale su cui dirigere la propria vita trovando un personale equilibrio. Non è da escludere che Seneca proietti nell’ amico la sua personale inquietudine. I due interlocutori si trovano in uno spazio vuoto da cui emergono con intensità le loro voci. Sereno si rivolge a Seneca come a un medico dell’anima: si sente insoddisfatto, incapace di fare scelte, ha un rapporto contraddittorio con le cose e con la società. Chiede quindi aiuto per poter godere

una tranquillitas stabile. Sereno dichiara di sentirsi sospeso come se stesse per cadere. Formula la sua richiesta di aiuto con una metafora: descrive il suo male come una fluctuatio (fluttuare), attingendo al campo della navigazione, rappresentando se stesso come un naufrago che ancora tribola in vista della terraferma. Seneca paragona l’amico allo stato dei convalescenti che, seppur guariti, hanno paura dell’ insorgenza di una nuova grave malattia. Assimila l’inquietudine di sereno alle increspature delle onde che permangono sul mare calmo anche dopo la tempesta. Per raggiungere quindi l’equilibrio terrore sereno dovrà avere piena fiducia in sé ed essere convinto di trovarsi sulla strada giusta. Come veniva definita da democrito “euthymia” cioè la buona condizione in cui l’anima vive in un stato di calma ed equilibrio, non turbata da paura o da superstizione o da alcun’altra passione. Nell’ 4 libro invece Seneca confuta la tesi dello stoico Atenodoro secondo il quale partecipare alla vita pubblica è un bene, ma dal momento che domina la corruzione e l’ambizione, non resta che il ritiro a vita privata. Seneca propone una soluzione diversa che supera la contrapposizione tra otium, cioè vita contemplativa, e negotium, partecipazione a vita pubblica: occorre ritirarsi dalla vita pubblica se si è costretti ma senza essere precipitosi nella fuga. Non bisogna dedicarsi interamente alla vita contemplativa, è un altro modo per essere utili: la virtù dispensa la sua utilità anche da lontano e di nascosto ( ex longinquo e latens). Gli incarichi del cittadino sono dunque recuperati e ampliati da quelli dell’uomo, che si sente cittadino del mondo e lo proclama orgogliosamente.