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Decolonizzare la Follia di Fanon, Sintesi del corso di Antropologia

Riassunto del Libro Decolonizzare la Folliadi Frantz Fanon

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020
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Il corpo razziale
Tra l 1951 e l 1961 Fanon prepara la sua tesi di laurea, partecipa a dei convegni di psicologia,
scrive libri e articoli in previsione della sua morte.
Per Fanon le parole devono dire essenziale e devono colpire, mentre, parlare è esistere per
l’altro, tranne che per il nero a cui questa dimensione dialogica è preclusa, la parola nella
situazione coloniale è oppressa, violata. Il nero parla in maniera differente quando sta con il bianco
e quando sta con il suo simile. La parola, quindi, non circola liberamente, è sbarrata.
Negli stessi anni Albert Memmi scrive che il colonizzato vive una catastrofe interna, è vittima di
una mutilazione sociale e storica. Sospinto dalla storia e dalla città, il colonizzato sembra
condannato a perdere progressivamente la propria memoria, e la sua amnesia diventa un vero e
proprio dramma linguistico perché deve fare i conti con un bilinguismo che gli è stato imposto.
Per Fanon l’atto di parola rimane l’atto di soggettività per eccellenza, di ancoraggio alla storia
Parlare è essere capace di utilizzare una certa sintassi, possedere la morfologia della
lingua, ma è soprattutto assumere una cultura, sopportare il peso di una civiltà. Fanon
sembra cercare un equilibrio tra 4 verbi: utilizzare, possedere, assumere e sopportare, i ultimi due
sono sospesi però fra una dimensione attiva del fare, e una passiva dell’ accettare. Tutto ciò però
non distoglie lo sguardo dalla materia viva del conflitto e del dolore: il corpo.
I richiami nei suoi scritti “all’epidermizzazione dell’inferiorità”, alla “tensione” o ai “sogni muscolari”
alla “collera sulle labbra”, vogliono ricordare una sofferenza che tanti preferirebbero ignorare, la
sua è una Fenomenologia politica del corpo. Quei corpi umiliati, piegati dal lavoro e dalla
miseria, riprendendo però a poco a poco la vita e la voce che si voleva loro sottrarre.
Du Bois aveva già posto nel 1903, al centro della sua riflessione, l’esperienza di chi, in quanto
Nero, vive in un mondo scisso, percependosi come un problema. È presente una doppia coscienza
in cui si guarda sempre attraverso gli occhi degli altri, misurando la propria anima con il metro di un
mondo che ti guarda con disprezzo o con commiserazione.
Fanon scruta le nevrosi e le ambivalenze alimentare a partire dall’esperienza del colonizzato: un
corpo perennemente incerto, nervoso, percorso da fremiti di desiderio e rivolta, segnato da
invisibili scontri.
Gli anni in cui Fanon scrive sono impregnati del rumore dei conflitti razziali, e fanno com da spona,
nelle colonie, a quanto accade negli Stati Uniti. D’altronde, tra gli anni 50 e 60 le colonie sono
all’apogeo della crisi e del conflitto. La repressione Francese, dopo la sconfitta in Indocina, si fa
durissima in Algeria. Alla violenza, alla coercizione, alla minaccia, si accompagnano l’occupazione
dei luoghi e dei simboli, l’umiliazione della cultura e della storia ma l’occupazione è in prio luogo
dei corpi, i loro ritmi vitali, del respiro.
“Non è la terra ad essere occupata. Non lo sono i porti e gli aeroporti. Il colonialismo
francese si è incistato dell’individuo algerino e ha cominciato un lavoro profondo di
rastrellamento, di distruzione dell’identità, di mutilazione razionalmente perseguita. Non
esiste un’occupazione della terra con un’indipendenza delle persone. Sono l’intero paese,
la sua storia, la sua pulsazione quotidiana a essere contestati, sfigurati nella speranza di un
definitivo annientamento. In queste condizioni, la stessa respirazione dell’individuo è
osservata e occupata. È una respirazione di lotta. (Scritti politici di Fanon). Queste parole
suonano come una profezia feroce e riuscita del persistente razzismo del presente.
La sua riflessione ha, fra i molti meriti, quello di scrutare da vicino dove si esercita il dominio e la
colonizzazione dell’inconscio, gli interstizi nei quali si celano e si riproducono i suoi meccanismi
profondi: egli sa, da clinico, che dimenticare il ruolo di queste esperienze offrirebbe solo un’analisi
incompleta. Si tratta piuttosto di analizzare le deviazioni determinate dal razzismo. M l’analisi del
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Il corpo razziale

Tra l 1951 e l 1961 Fanon prepara la sua tesi di laurea, partecipa a dei convegni di psicologia, scrive libri e articoli in previsione della sua morte. Per Fanon le parole devono dire essenziale e devono colpire, mentre, parlare è esistere per l’altro , tranne che per il nero a cui questa dimensione dialogica è preclusa, la parola nella situazione coloniale è oppressa, violata. Il nero parla in maniera differente quando sta con il bianco e quando sta con il suo simile. La parola, quindi, non circola liberamente, è sbarrata. Negli stessi anni Albert Memmi scrive che il colonizzato vive una catastrofe interna , è vittima di una mutilazione sociale e storica. Sospinto dalla storia e dalla città, il colonizzato sembra condannato a perdere progressivamente la propria memoria, e la sua amnesia diventa un vero e proprio dramma linguistico perché deve fare i conti con un bilinguismo che gli è stato imposto. Per Fanon l’atto di parola rimane l’atto di soggettività per eccellenza, di ancoraggio alla storia “ Parlare è essere capace di utilizzare una certa sintassi, possedere la morfologia della lingua, ma è soprattutto assumere una cultura, sopportare il peso di una civiltà”. Fanon sembra cercare un equilibrio tra 4 verbi: utilizzare, possedere, assumere e sopportare, i ultimi due sono sospesi però fra una dimensione attiva del fare, e una passiva dell’ accettare. Tutto ciò però non distoglie lo sguardo dalla materia viva del conflitto e del dolore: il corpo. I richiami nei suoi scritti “all’epidermizzazione dell’inferiorità”, alla “tensione” o ai “sogni muscolari” alla “collera sulle labbra”, vogliono ricordare una sofferenza che tanti preferirebbero ignorare, la sua è una Fenomenologia politica del corpo. Quei corpi umiliati, piegati dal lavoro e dalla miseria, riprendendo però a poco a poco la vita e la voce che si voleva loro sottrarre. Du Bois aveva già posto nel 1903, al centro della sua riflessione, l’esperienza di chi, in quanto Nero, vive in un mondo scisso, percependosi come un problema. È presente una doppia coscienza in cui si guarda sempre attraverso gli occhi degli altri, misurando la propria anima con il metro di un mondo che ti guarda con disprezzo o con commiserazione. Fanon scruta le nevrosi e le ambivalenze alimentare a partire dall’esperienza del colonizzato: un corpo perennemente incerto, nervoso, percorso da fremiti di desiderio e rivolta, segnato da invisibili scontri. Gli anni in cui Fanon scrive sono impregnati del rumore dei conflitti razziali, e fanno com da spona, nelle colonie, a quanto accade negli Stati Uniti. D’altronde, tra gli anni 50 e 60 le colonie sono all’apogeo della crisi e del conflitto. La repressione Francese, dopo la sconfitta in Indocina, si fa durissima in Algeria. Alla violenza, alla coercizione, alla minaccia, si accompagnano l’occupazione dei luoghi e dei simboli, l’umiliazione della cultura e della storia ma l’occupazione è in prio luogo dei corpi, i loro ritmi vitali, del respiro. “Non è la terra ad essere occupata. Non lo sono i porti e gli aeroporti. Il colonialismo francese si è incistato dell’individuo algerino e ha cominciato un lavoro profondo di rastrellamento, di distruzione dell’identità, di mutilazione razionalmente perseguita. Non esiste un’occupazione della terra con un’indipendenza delle persone. Sono l’intero paese, la sua storia, la sua pulsazione quotidiana a essere contestati, sfigurati nella speranza di un definitivo annientamento. In queste condizioni, la stessa respirazione dell’individuo è osservata e occupata. È una respirazione di lotta. (Scritti politici di Fanon). Queste parole suonano come una profezia feroce e riuscita del persistente razzismo del presente. La sua riflessione ha, fra i molti meriti, quello di scrutare da vicino dove si esercita il dominio e la colonizzazione dell’inconscio, gli interstizi nei quali si celano e si riproducono i suoi meccanismi profondi: egli sa, da clinico, che dimenticare il ruolo di queste esperienze offrirebbe solo un’analisi incompleta. Si tratta piuttosto di analizzare le deviazioni determinate dal razzismo. M l’analisi del

razzismo di stato, del potere di addomesticamento, delle strategie di seduzione e di morte, non dimentica tuttavia i luoghi in cui il colonizzato si rivela indocile, resistendo alla repressione, o alla violenza delle categorie diagnostiche, dei giudizi razziali e delle parole di disprezzo con le quali si stigmatizzano le sue credenze, i suoi costumi, i suoi valori. La questione del velo ne è un esempio. Gli studi etnografici descrivono la donna algerina come assoggettata, confinata nello spazio domestico, ed era diventata l’oggetto di uno specifico attacco da parte degli occupanti. Toglierle il velo significava indebolire la società, afferrare i superiori valori della società occidentale, dell’uguaglianza fra i generi, della libertà della donna. Ma se il velo inizialmente è tradizione, separazione dei sessi, in un secondo tempo, in occasione della rivoluzione, ha un uso strumentale per aggirare i controlli, permettendo alle donne di trasportare armi o documenti, o per distrarre e sedurre militari una volta tolto. Nella società algerina sono le esigenze della lotta a suscitare nuovi atteggiamenti, nuovi comportamenti, nuovi modi di apparire. Fanon conosce in prima persona la mortificazione, l’oppressione di una società razzista, l’esperienza di un corpo “occupato”, e per questo chiederà a Tosquelles di frequentare come interno la clinica di Saint-Alba, inducendolo ad analizzare ciò che si cela dietro al razzismo, le proiezioni persecutorie di chi disprezza e domina, la sessualizzazione dl corpo nero. Inoltre o indurrà a on perdere mai di vista che il colonialismo ha giocato buona parte del suo potere proprio intorno al corpo, espropriandolo e spossessandolo, e facendo conoscere al colonizzato il livello più triste di violenza e subordinazione, l’espressione più oscura dell’intreccio fra coercizione e soggettivazione. Il colonizzato è però anche un “corpo sospetto”, come scriverà Bennani, al quale vengono attribuiti presunti tratti comportamentali o caratteristiche psichiche a partire da una rozza clinica della differenza culturale. Fanon in un saggio “ la sindrome nordafricana ” scrive delle ridicole pretese diagnostiche di una clinica che, anche quando non comprende o non riesce ad ascoltare l’altro e la sua sofferenza, non arretra né si mette in discussone, riaffermando testardamente la violenza della diagnosi e del potere di classificare. Si tratta di una vicenda esemplare e al tempo stesso esemplare: in cui un paziente che lamenta un dolore al ventre, ma per il quale gli esami non rivelano nulla, viene dimesso con la diagnosi di sindrome nordafricana. Sindrome che identificava i neri come fannulloni, pigri, impulsivi, infantili, malati immaginari in cerca di un posto letto gratuito. Fanon cerca di portare alla luce i pregiudizi nei confronti del nordafricano, attraverso una diagnosi situazionale, nella quali trovino finalmente posto, tra i fattori eziologici, il disprezzo, lo sguardo diffidente che li segue, il commento feroce che indebolisce giorno dopo giorno il loro senso d‘identità. Purtroppo la diagnosi i quei medici ignora questa “morte quotidiana”, questo “corpo a corpo con la morte”. L’analisi di Fanon individua ciò che si incontra ancora oggi nella clinica della migrazione: da un lato il dubbio che gli operatori esprimono nei confronti degli immigrati, da cui si sentono spesso ingannati, manipolati, dall’altro l’incertezza e la paura sperimentate da uomini e donne di cui può esser fatto e detto di tutto. Sono persone che sperimentano “una morte al di qua della morte, una morte nella vita” e che cosa c’è di più patetico, continua Fanon, di quest’uomo dal corpo robusto che, con voce rotta, dice: “Dottore sto per morire”.

L’etnopsichiatria malintesa

La tesi di laurea di Fanon prende in esame il complesso rapporto tra neurologia e psichiatria, fra organogenesi e psicogenesi. Una malattia, una sintomatologia diventano cosi il teatro dove esplorare altre domande, affrontando modelli diversi dell’uomo, etiche della sofferenza e della libertà, ideologie del tempo. Il modello che ispira tutti i suoi lavori sarà quello a sociogenesi dei disturbi mentali. Qui troverà un allievo in Lacan e nella sua tesi di dottorato sui rapporti fra paranoia e personalità. A interessare Fanon è soprattutto l’attenzione he Lacan rivolge alla storia, alla biografia del malato all’ambiente sociale nel quale vive e dentro cui è possibile riconoscere il vero profilo della sua personalità.

Introdotto negli Stati Uniti nel 1938 ben presto sarebbe approdato in Africa il “ Thematic Appereption Test “(TAT) dove si sentiva da parte di molti ricercatori occidentali l’esigenza di affiancare alle osservazioni cliniche metodi più rigorosi di indagine psicologica. Il TAT non era il solo test utilizzato: anche il QI sembrava promettere risposte oggettive, statisticamente attendibili, e avrebbe trovato, con scarsa preoccupazione per i limiti metodologici derivanti dalla sua applicazione in un diverso ambiente culturale, ampia utilizzazione nel contesto africano. “La capacità di fissazione e attenzione è più tardiva e inferiore dell’uomo di colore che nel bianco. Anche la capacità di classificazione è inferiore nel moro. La capacità sensoriale è uguale, talvolta persino superiore, in particolare con quanto concerne vista e udito. Il negro mostra un’inferiorità rispetto al bianco”. Fanon, pur utilizzando nella sua pratica clinica test psico-diagnostici, è consapevole dei limiti che ne caratterizzano l’uso con pazienti provenienti da contesti culturali diversi da quelli nei quali i test erano stati concepiti ed elaborati. “In effetti, chiedendo loro di descrivere, di vivere una scena elaborata da occidentali per occidentali, li si immerge in un mondo diverso, straniero, eterogeneo, di cui non possono appropriarsi. Le prime reazioni sono di stupore, perplessità di fronte all’ignoto. È l’assenza di correlazione tra gli stimoli percettivi offerti dall’investigazione dei nostri soggetti, alla loro personalità, e l’attesa di un mondo culturale preciso, esigente, in un certo senso contratto, che rende conto di questi errori”. Tuttavia questi tipi di test continuavano a mostrare la natura del contributo che le scienze psicologico-psichiatriche offrono al progetto coloniale. La riflessione di Fanon è finalizzata decolonizzare i saperi della cultura, le pratiche e i discorsi della psichiatria.

Un “Labirinto Infernale”.

In Algeria, il conflitto assume un carattere sempre più cruento e i massacri, le torture, le violenze, a partire alla seconda metà degli anni 50, si moltiplicano. Fanon medio e psichiatra, vede crescere intorno a sé un’altra alienazione generata da un sistema eretto sulla negazione quotidiana dell'Altro, sullo smembramento dei suoi legami e dei suoi simboli, su una violenza strutturale. L'assoggettamento coloniale genera alienazione. I corpi ridotte a cose, le donne stuprate alla presenza del marito, le complicità di medici e psichiatri nel corso delle torture la vita quotidiana degli algerini è immersa n una atmosfera apocalittica che Fanon squarcia con ostinazione per illuminare la situazione coloniale e l’esperienza dl colonizzato, per analizzare e trasformazioni psichiche prodotte da questo stato mentale di guerra. Ciò che il colonizzato sperimenta ogni giorno è un'atmosfera di sottomissione e inibizione, dentro cui si contrappongono due mondi, due città: quella del colono (una città pasciuta, pigra) e quella del colonizzato (malfamato). Qui si nasce e si muore in qualunque posto e in qualunque modo. Quest'atmosfera “da fine del mondo” nutre nel colonizzato sogno di possesso (sedersi alla tavola del colono, dormire nel suo letto possibilmente con la moglie): il colonizzato è invidioso. Se il desiderio è completamente dominato dall'Altro, se l'immaginario ne è come saturato, se è esclusa la possibilità di un pensiero, di "un soggetto autonomo", non c'è più spazio per il simbolico: la relazione che si instaura è destinata ad esplodere. Dopo il servizio psichiatrico aperto inaugurato a Tunisi da Porot, agli inizi degli anni 20 erano finalmente cominciati i lavori di costruzione dell’ospedale di Blida-Joinville, quello dove sarebbe giunto più tardi Fanon. Nell'ambito della salute mentale non mancarono coloro che intesero promuovere un’analoga strategia: le psicotecniche e la "biocrazia" di Edouard Toulouse, per il quale ogni disturbo comportamentale doveva essere trattato dalla psichiatra. In Algeria però era presente una contraddizione: quella fra politiche assimilazioniste che intendevano estendere agli algerini i diritti e le opportunità della civiltà occidentale, e chi sottolineava la necessità di distinguere e separare, mantenere le barriere tra coloni e colonizzati e accentuandone le

differenze. Questo riferimento permette di comprendere il carattere contraddittorio delle bio-politiche coloniali. Nella situazione coloniale esistono "serie difficoltà per guarire correttamente un colonizzato", perché è l'oppressione coloniale stessa che produce la patologia mentale. Utilizzare la diagnosi della psicosi reattiva suggerisce che si privilegia "l'evento che ha scatenato la malattia" dimenticando però che "l'evento determinante è soprattutto l'atmosfera sanguinosa e spietata".

Le economie morali della menzogna e i nuovi dannati della terra.

Molte delle pagine di Fanon hanno come tema centrale l'analisi della soggettività tanto del colono quanto del colonizzato, tanto del bianco quanto del nero: il cui narcisismo e la sua alienazione egli vuole curare. In una breve comunicazione presentata al congresso di psichiatria e neurologia Fanon e Lacaton ripropongono la critica dello stereotipo dell’arabo bugiardo, luogo comune corroborato dalla tesi di psichiatri, sociologi e giuristi. Essi continuano dicendo che “Affermare che la razza soffre di una propensione a mentire, a celare volontariamente la verità, o che esso è incapace di distinguere il vero dal falso. Per il criminale, riconoscere il proprio gesto di fronte al giudice, significa disapprovarlo, significa legittimare irruzione del pubblico nella sfera privata. Il nordafricano, negando, non rifiuta forse tutto ciò?”. Le conclusioni di Fanon e Lacaton sono particolarmente suggestive quando lasciano intendere, che nel rifiuto di confessare, nel negare una verità oggettiva, c’è dell’altro: “questo rifiuto dell’imputato musulmano di autenticare, attraverso la confessione del suo gesto, il suo contratto sociale che gli si propone, significa che la sua sottomissione, spesso profonda, osservata nei confronti del potere non può essere confusa affatto con l’accettazione di tale potere”. Negare l’evidenza del reato, rifiutare di ammettere la propria colpa, è dunque manifestare un’indocilità inattesa e dire una menzogna è già una forma di resistenza. Questa riflessione è preziosa per interpretare il senso nascosto di menzogne, dissimulazioni, mezze verità, devono spesso negoziare intorno ad una verità che è politica e morale prima che giuridica, la possibilità stessa della loro esistenza.

Disturbo menale e disturbo neurologico.

È un estratto della tesi dottorale di Fanon (1951), che permette di osservare come l'autore pone il problema delle relazioni tra neurologia e psichiatria. Questo confronto ci permette di comprendere come non voglia isolare il biologico e il sociologico dalla psicogenesi della malattia mentale. Illustra, infine, la sua prospettiva di una psichiatria fondata su una "medicina della persona", orientata al sollievo della sofferenza in una visione globale sicuramente un po' utopica, ma necessaria per difendere la sua specificità nel campo della medicina. Le domande che Fanon si pone riguardano: ✓ Quali sono i limiti della Neurologia e della Psichiatria? ✓ Esiste scientificamente un campo neurologico e uno psichiatrico? ✓ Cosa diventa, in questo caso, il neuropsichiatra? Si vedranno qui le posizioni teoriche oggi più rappresentative in Francia, quelle di Henri Ey, e Jacques Lacan, mentre all’estero quelle di Kurt Goldstein.

della psichiatria, Ey tenta di chiarirne i limiti superiori. E si pone l’enorme problema della casualità psichica. Una malattia mentale, una psicosi o una nevrosi, è di origine psichica o amette necessariamente un condizionamento organico? Non vi è causalità psichica dei disturbi mentali. Questa è la prima affermazione dottrinale di Ey, anticipano i suoi avversari. Scartata la teoria che considera l'emozione la base della patologia, Ey considera in un secondo tempo le tre scuole psicogenetiste, i cui maestri sono Kretschmer, Freud, Babinski.

  1. concepisce il delirio come le reazioni di una coscienza "sensibilizzata" alle situazioni vitali in cui è immersa (Kretschmer).
  2. la prospettiva freudiana concorda con la precedente superandola. Kretschmer, psichiatra, considera importanti le predisposizioni determinate dalla costituzione, Freud invece le scotomizza (eliminare inconsciamente dalla percezione, dalla memoria). Più tardi Freud riconoscerà il ruolo dell'eredità e delle predisposizioni. Nasce così il concetto di "terreno" (favorevole, di predisposizione).
  3. Babinski: il piano dell'idea caratterizza la malattia mentale, ovvero in definitiva il Pitiatismo (disturbi funzionali senza causa organica). Tutto quanto non sia riconducibile al Pitiatismo, è il risultato di un processo neurologico localizzabile. Quindi abbiamo da un lato la tesi psicogenetista che fa della malattia mentale una creazione esclusivamente psichica e dall'altro la teoria meccanicista che situa la malattia mentale in una regione localizzata del cervello. In questo caso il delirio sarebbe il prodotto di cellule nervose eccitate. Ey rifiuta di scegliere tra fisico e psichico, tra spirito e corpo, secondo lui “la vita psichica è radicata nella vita organica, se ne nutre, l'utilizza, la integra, e di conseguenza la supera”. Nello psichismo dovremo distinguere ciò che è dato e ciò che è preso, il passivo e l'attivo. Dovranno inoltre essere ricordati il carattere e l'affettività, in stretto rapporto con le funzioni "strumentali" (qualità sensoriali, mnesiche, verbali, proprie di ciascun individuo). Ey definisce questa parte la traiettoria psichica, la quale ha bisogno di un campo da percorrere, e questo sarà il campo psichico che rinvia naturalmente alla vita psichica, che non è affatto caratterizzata dall'immutabilità. Essa "oscilla dal disinteresse per il mondo esterno e il presente a uno straordinario adattamento al presente e al reale, nella sua forma più attenta ed efficace". Una domanda in conclusione che ci poniamo è: “Che differenza c'è tra la schizofrenia e la paralisi generale?” Una malattia, dice Ey, se è sempre organica nella sua eziologia, è sempre psichica nella sua patogenesi: "si tratta di una alterazione mentale di natura organica".

La posizione di Goldstein

Vi è una differenza tra la scuola della hormè e quella della Gestalt, ovvero che l'atto riflesso, ritenuto da Monakow e Mourgue reazione matematica, diviene con Goldstein reazione totale dell’organismo perché è inammissibile che una parte sia capace di una reazione senza lasciarvi partecipare altre parti. Non esistono da una parte delle funzioni primitive e dalle altre funzioni superiori. Ogni gesto, ogni funzione presuppone la collaborazione dell’intero individuo. Il malato Sch.., affetto da una lesione occipitale, aveva le due scissure calcarine distrutte. Goldstein in seguito a minuziose osservazioni, mostrò che non si trattava di afasia, bensì di un'incapacità a porsi in un determinato atteggiamento. Ricondusse questo disturbo a un fallimento del simbolismo categoriale Goldstein (Gestalt) prende il lavoro di Monakow e Mourgue e tenta di conferirvi un valore scientifico. Il successo della teoria della Gestalt nel mondo indica che non ha fallito. Monakow stima che, laddove si adotti un ragionamento scientifico, non si possa ammettere una localizzazione cerebrale. Pone l'evoluzione biologica e psicologica dell'uomo nella curva del

tempo. L' anima non ha sede, l'estensione non si oppone al pensiero e l'anima non si oppone al corpo. Al contrario, ogni alterazione focale può determinare dei disturbi in regioni molto distanti (diaschisi). Inoltre il corpo non è abbandonato a se stesso, ma è ripreso e valorizzato attraverso un principio originario: la hormè. La hormè monakowiana può sotto certi aspetti essere ricondotta alla nozione di "slancio vitale" bergsoniano. Secondo Monakow, l'uomo è in una condizione di fusione con la natura nella misura in cui la hormè predomina. Una cosa ci lega alla teoria di Monakow: l'uomo è uomo nella misura in cui è interamente rivolto all'avvenire. La biologia di Monakow è genetica e cronogenica. Il mondo degli istinti ha la priorità su quello dell'orientamento: gli istinti sono al servizio della hormè. La patologia proviene dall' inversione di questo rapporto. In caso di conflitto, entra in gioco la synèidèsis (coscienza) che tenta di riportare la calma. Secondo Monakow vi sono diverse anime. Ogni cellula è dotata di una coscienza, di un differenziale di coscienza. Ogni fenomeno vitale è considerato come dotato di un'anima: l'opposizione tra anima e corpo è superata. L'anima e la vita sono identiche. Con Goldstein i concetti di Evoluzione e Dissoluzione, Integrazione e Disintegrazione di Jackson, synèidèsis e compensazione di Monakow vengono abbandonati. Secondo Goldstein non esiste un sintomo localizzabile in assoluto. Ogni manifestazione organica è affetta da una speciale tonalità, frutto di meccanismi globali. L'organismo agisce come un tutto. Un afasico non è un uomo con un linguaggio alterato; è un uomo nuovo. L'afasia è il processo dominante, ma è necessario tener conto del processo che sta sullo sfondo dell'uomo afasico. Questi argomenti sono stati sviluppati in Francia da Ajuriaguerra e Hécaen nello studio critico della prospettiva teorica di Henri Ey. Ey attribuisce troppa importanza al sintomo, distorcendo il problema. Il sintomo va liberato da ogni fissità. Inoltre per Goldstein l’energia nervosa è costante, non appena una funzione è colpita, le altre occorrono in suo aiuto. Ajuriaguerra e Hécaen contestano la realtà di funzioni elementari e funzioni di sintesi. Ricordando che non bisogna confondere lesione e funzione: “Se discutiamo sul piano delle lesioni, vi saranno solo differenze quantitative tra i disturbi detti elementari e i disturbi delle funzioni energetiche … perché dovremmo attribuire valori differenti a questi processi che si distinguono solo per una maggiore estensione della lesione?” Non vi è opposizione tra fenomeno elementare e apparato di sintesi: “È l’organismo nella sua organizzazione a dar loro un valore più o meno importante” Per Ey, il focale è il neurologico, il globale lo psichiatrico. Ajuriaguerra e Hècaen si accaniscono al contrario a mostrare che il disturbo neurologico è un disturbo globale. Per quanto riguarda il problema della psicogenesi delle psiconevrosi, per i teorici della Gestalt, lo stato mentale è in grado di rivelare da solo o creare delle parestesie. Senza sostenere che una nevralgia del trigemino possa essere puramente psicogena, Wexberg ammette che uno stato psichico speciale possa con la sua presenza completare la serie di condizioni necessarie al manifestarsi di questa algia facciale e ciò attraverso l’intermediazione del sistema neurovegetativo. Il dolore, per Ajuriaguerra e Hècaen, è un fatto psichico. È una totalità e ha significato solo in funzione dell'individuo che lo subisce. Per gli esponenti della Gestalt, il neurologico e lo psichiatrico procedono parallelamente. Disturbo neurologico e disturbo psichiatrico sono intrecciati. In conclusione, Ajuriaguerra e Hècaen, partendo da ricerche fenomenologiche, hanno voluto fare della clinica. Nella misura in cui A. e H. Basano la loro dottrina sullo schema corporeo e le sue alterazioni, lasciano in disparte il versante propriamente psicogenetico della questione.

A) Il delirio che si manifesta come sviluppo di una personalità B) Il delirio che si presenta come un processo psichico che irrompe all’improvviso sconvolgendo e ridefinendo la personalità. Lacan considera la follia in una prospettiva inter-soggettivista: è vissuta nel registro del senso, e la sua portata metafisica si rivela in quanto il fenomeno della follia non è separabile dal problema della significazione per l'essere in generale, cioè del linguaggio per l'uomo. L'intero fenomeno del delirio è un fenomeno espresso, parlato, e il miglior modo per analizzare un delirio o un processo psichico anormale è quello di porsi di fronte alla spiegazione di questo delirio. La follia, secondo Lacan, non è né più né meno che una stasi dell’essere. Il folle di fronte al disordine del mondo (disordine della propria coscienza) vuole imporre la legge del suo cuore (legge del cuore = prezzo della libertà). Allora gli rimangono 2 soluzioni: egli rompe il cerchio per mezzo di una qualche violenza verso l’esterno oppure è lui stesso a colpirsi per l’effetto del contraccolpo sociale. Il folle non è più l’uomo alienato ma è colui che ha accettato di far inventario di tutti i baratri che la libertà propone. Per quanto riguarda la psicogenesi, Lacan supera il concetto dell'immagine, facendo del fenomeno proiettivo la pietra militare del suo sistema. Mentre in Jung l'immagine era la proiezione nell'oggetto di uno stato conflittuale soggettivo, o secondo versante di un ideale, l'immagine in Lacan diviene il simile nella sua generalità umana per l'adulto e nella sua ingenuità inebriata nei bambini. Si incontrano due istanze: l'lo primordiale (ontologicamente instabile), e il complesso esistenziale impegnato in una lotta all'interno della quale Freud aveva distinto l'Istinto di Morte. Una nuova tendenza delle scienze dell’uomo è la: Medicina Psicosomatica. Scienza convinta che il sistema parasimpatico rappresenti in effetti la linea di azione effettiva dell’organico e del funzionale, propone di separare l’opposizione tra disturbi da lesione e disturbi funzionali a vantaggio di una prospettiva unitaria dell’uomo malato. Si basano su dati anatomo-fisiologici e anatomo-patologici. “ L’attacco funzionale è in disturbo transitorio, una modificazione anatomica temporanea, rilevabile con tecniche istochimiche, reversibile ma capace attraverso la sua ripetizione di condurre a lesioni. La lesione organica è l’alterazione definitiva, in continua evoluzione, spesso irreversibile, essa stessa riproducendosi in una sorta di circolo vizioso. La perturbazione funzionale è suscettibile di condurre alla lesione; non si tratta della malattia di un organo, ma di tutto l’organismo, è l’unità morbosa nell’unità somatica.” Da questi elementi primari giungono le seguenti constatazioni: “Le malattie viscerali più localizzate possono avere ripercussioni psichiche. Le malattie mentali possono avere ripercussioni e manifestazioni viscerali somatiche. Infine, delle cause psichiche possono autonomamente scatenare e far perdurare le malattie mentali più autentiche.

La sindrome nordafricana

Sembrerebbe che tutti i problemi che l’uomo pone su sé stesso sono riconducibili ad un’unica domanda: “Non ho contribuito, attraverso i miei atti o le mie omissioni, ad una svalorizzazione della realtà umana?”. Domanda che potrebbe essere cosi riformulata: “Ho reclamato, ho preteso, in ogni circostanza, l’uomo che è in me? Caso del nordafricano emigrato in Francia. La domanda he più spesso ci si pone è: “chi sono queste creature affamate di umanità che si aggrappano alle frontiere impalpabili di un riconoscimento integrale? Chi sono queste creature che si nascondono, chi sono nascoste dalla verità sociale sotto la qualifica di caproni, negretti, arabi?”.

TESI 1 : che il comportamento del nordafricano provoca spesso nel personale medico un atteggiamento di diffidenza verso la realtà della sua malattia. Ad eccezione dei casi di urgenza, il nordafricano si presenta immerso nella vaghezza. Ha male al ventre, alla testa, alla schiena, ovunque. Soffre atrocemente, il suo volto è eloquente, è una sofferenza che si fa sentire. Il medico non può pretendere alcuna precisione dal nordafricano, e non si tratta di incomprensioni perché è presente un interprete. Sembra invece che all’africano costi tornare laddove non è più. Spera solo di non dover più soffrire, di non doversi più trovare di fronte a quel passato. Non riesce a comprendere perché gli si voglia imporre, anche attraverso il ricordo, quello che ormai non è più. Non capisce perché il dottore gli faccia così tante domande. L’africano va via con una diagnosi probabile ed una terapia approssimativa (“segui il trattamento per un mese, se non migliora torna a farti vedere”). Esistono due soluzioni a questo punto:

  1. Il paziente non è immediatamente soddisfatto e torna al consulto 3-4 giorni dopo. Questo modo di fare irrita il medico in quanto c’è un tempo di latenza perché la medicina abbia i suoi effetti sulla lesione. Gli viene spiegato, o meglio, gli viene detto. Il paziente non ha sentito, egli è il suo dolore. Giunge alla conclusione che “è perché sono arabo che non mi curano come gli altri”.
  2. Il paziente non è immediatamente soddisfatto, ma non torna nello stesso ambulatorio, né dallo stesso medico. Va altrove, parte dal principio che prima di essere soddisfatto, deve bussare a tutte le porte. E bussa. Gli viene aperto, racconta il suo dolore collocandolo nello spazio, lo prende, lo tocca con le sue dita, lo sviluppa, lo espone, lo raccoglie su tutta la superficie del suo corpo e dopo un quarto d’ora di spiegazione a gesti l’interprete conclude “dice di avere male al ventre”. Il dramma ricomincia, gli viene formulata una diagnosi e terapia approssimativa. Un giorno gli fanno una radiografia, che mostrerà un’ulcera, una gastrite oppure niente. Il dolore del nordafricano, è giudicato irreale, perciò diventa colui he non ama il lavoro. Tutte le sue azioni saranno giudicate a partire da questo a priori. TESI 2 : che l’atteggiamento del personale medico è spesso aprioristico. Il nordafricano non si presenta con un contenuto comune alla propria razza, ma su un contenuto costruito dall’europeo. In altri termini, il nordafricano, sin dalla prima comparsa, entra spontaneamente in un quadro preesistente. Da qualche anno c'è un orientamento medico che si potrebbe definire neo-ippocratismo. Di fronte al paziente, il medico non si cura tanto di formulare una diagnosi d'organo quanto piuttosto di darne una funzionale. C'è un vizio di costruzione nel pensiero del medico. Un vizio molto pericoloso. Il pensiero medico deve andare di solito dal sintomo alla lesione, ma sono importanti anche i fattori psicosomatici, e nonostante ciò si continua ad insegnare ai medici che ogni sintomo esige la propria lesione. E poiché ogni pensiero è pensiero di qualcosa, vedrà in difetto il paziente, come indocile, indisciplinato, un paziente che ignora le regole del gioco. Il personale medico scopre l’esistenza di una sindrome nordafricana, non sperimentalmente ma secondo una tradizione orale. Il nordafricano si colloca in questa sindrome asintomatica e si situa automaticamente su un piano di indisciplina, incoerenza (rispetto alla legge: ogni sintomo presuppone una lesione), di insincerità (sostiene di soffrire, mentre sappiamo bene che mancano le ragioni del soffrire). Il nordafricano che si presenta a una visita deve sopportare il peso morto di tutti i suoi compatrioti. TESI 3 : che le volontà migliori, le intenzioni più pure, devono essere chiarite. Della necessità di effettuare una diagnosi situazionale. Il dottor STERN scrive: “non si deve trovare soltanto quale sia l’organo colpito, non basta conoscere una costituzione somatica del malato, ma bisogna cercare di conoscere ciò che Meng chiama la sua situazione, cioè le relazioni con ambiente, le sue occupazioni e preoccupazioni, la sua sessualità, la sua tensione interna, il sentimento di sicurezza o insicurezza, i pericoli che lo minacciano, la sua evoluzione, la storia della sua vita, una diagnosi situazionale ”.

L'errore è stato credere di poter adattare a una società musulmana le strutture e i ruoli di una società occidentale. Com'era possibile un'analisi strutturale se venivano messi tra parentesi il contesto geografico, storico, culturale e sociale? Una terapia sociale poteva essere possibile solo nella misura in cui si sarebbe tenuto conto della morfologia sociale nel suo insieme e delle peculiari forme di socialità. Ma quali erano i valori biologici, morali, estetici, cognitivi e religiosi della società musulmana? La società musulmana tradizionale è una società dallo spirito teocratico. La religione regola la vita dell'individuo e del gruppo. Il diritto, la morale, la scienza, la filosofia, si mescolano ad essa. È inoltre una società gerontocratica. È il padre a dirigere la vita familiare. È importante anche tener conto della complessità etnica della regione, poiché i cabili formano una minoranza importante rispetto al resto della popolazione araba. C'è una netta separazione linguistica, di tradizione e culturale tra i due gruppi, di cui bisogna tener conto. Inizialmente si era ricorso a due interpreti (un cabilo e un arabo). Una volta stabilita una relazione di fiducia con il malato, questi s' infiamma nel suo discorso, spesso dimenticando la presenza dell'interprete perché sente che l'altro non può dire con lo stesso "calore" quello che vuole esprimere. Inoltre il medico e lo psichiatra fanno la loro diagnosi attraverso il linguaggio, ma con la presenza dell'interprete le componenti gestuali e verbali del linguaggio non sono percepite in maniera sincronica. La mimica è espressiva, ma è necessario attendere la fine del discorso per coglierne il senso. Spesso l'interprete "interpreta" a modo suo il pensiero del malato, privandolo di tutta la sua ricchezza. Per quanto riguarda le feste, questo concetto è piuttosto astratto per un musulmano se è al di fuori di un avvenimento religioso o familiare. Inoltre era difficile costituire una corale perché il musulmano prova ripugnanza verso il cantare in gruppo. Il teatro invece, come noi lo intendiamo, non esiste presso i musulmani, inoltre non si recita di fronte ad altri. Per quanto riguarda il giornale, molti erano analfabeti: l'insegnamento in queste culture è nella maggior parte dei casi orale.

Condotte di confessione in Nord-Africa.

Il medico incaricato di compiere una perizia psichiatrica deve ripercorrere con l'accusato le idee, i valori, gli atteggiamenti mentali a partire dai quali un tale atto fu deciso e realizzato. Il perito deve quindi cercare di scoprire la verità dell'atto, che costituirà il fondamento della verità del suo autore. Per l'autore, negare il proprio atto può essere vissuto come una fondamentale alienazione del suo essere. Rivendicare il proprio atto, al contrario, significa sfuggire all'assurdo e dare un senso alla propria vita. Una volta stabilita la coerenza interna dell'atto criminale, la colpa determina nella coscienza un'auto-condanna il cui esito è una vera e propria segregazione: la confessione diventa il prezzo da pagare per il reinserimento nel gruppo. Nel caso di delitti commessi da cabili e in stretto rapporto con il diritto consuetudinario berbero (rigore delle regole rituali ancora molto saldi), la proporzione dei dinieghi è molto elevata (fino a 16 su 20). Solitamente il diniego si manifesta subito, ma il più delle volte una confessione integrale è stata ottenuta dai primi inquirenti, così come il movente, l'esecuzione dell'atto, la ricostruzione dei fatti. Poi, da un certo momento, l'imputato ritratta le sue dichiarazioni, negandole, tuttavia non cercano di provare attivamente la sua innocenza. Si dichiara innocente. È nelle mani della giustizia; se questa lo vorrà, che venga punito. La verità del criminale non può essere ritrovata dal perito. Per il criminale, riconoscere il proprio gesto di fronte al giudice, significa disapprovarlo, significa legittimare l'irruzione del pubblico nella sfera privata.

Aspetti attuali dell’assistenza psichiatrica in Algeria.

Il problema dell’assistenza psichiatrica nelle colonie era già stato posto in tutta la sua complessità dal rapporto di Reboul e Regis al 22 esimo congresso dei medici alienisti e neurologi nel 1912. in particolar modo sono state precisate le condizioni di realizzazione di un’assistenza di qualità. Tuttavia solo nel 1932 ci si inizia ad occupare attivamente della messa in pratica dell'assistenza psichiatrica. La psichiatria in Algeria si basa su questo principio à per ogni dipartimento c'è un servizio di primo livello e un servizio di secondo livello.

1. I ricoveri.

Mentre in Francia i malati che si presentano in ospedale muniti di un certificato di ricovero di una richiesta di ammissione vengono accolti subito, in Algeria è diverso, perché qui l’ammissione ha luogo solo nei limiti dei posti letto vacanti (ovvero in funzione delle dimissioni o dei decessi). Le pratiche provengono dai tre dipartimenti algerini, molte di esse sono state aperte da diversi mesi, talvolta da oltre un anno (avviene addirittura che o malato sia già guarito al momento di essere ammesso in ospedale). Questi prolungati ritardi sono causa di diverse tipologie di incidenti:

  • reazioni aggressive da parte di soggetti ricoverati in ritardo
  • Risposta aggressiva della famiglia nei confronti di un malato di cui non si possono prevedere le reazioni
  • Aggravamento della condizione a causa del ritardo nelle cure
  • Scandali di minore entità Il prefetto ha ingiunto di accogliere in maniera prioritaria i pazienti “medico- legali” entro un termine massimo di un mese. Una difficoltà si genera al momento del ricovero a causa dell’assenza di una precisa identità per un certo numero di malati (per lo più provenienti dal Marocco e dei territori del Sud). Vengono classificati con X o S.N.P (senza nome patronimico) à sono riconosciuti grazie un numero di matricola e una fotografia.

2. La degenza.

Siccome è impossibile ampliare i padiglioni, si è costretti ad utilizzare ogni minimo spazio. Perciò il sovraffollamento dei servizi è divenuto tale che la capacità prevista dal regolamento è praticamente raddoppiata. Da circa 14 anni, i medici chiedono all’amministrazione di costruire ei laboratori, degli spazi ricercativi. Numerosi malati non hanno scelta e vengono scaricati nei cortili dopo la colazione non essendovi uno spazio ricreativo. È stato necessario aumentare il numero del personale ei servizi economici (elettricisti, cucina, biancheria). Contrariamente a questo sviluppo, le istallazioni dei servizi generali non hanno conosciuto una crescita parallela. Il personale medico invece è relativamente adeguato. 1 medico ogni 15 malati nei padiglioni calmi, 1 ogni 10 in quelli d'ammissione o in quelli per gli agitati. Infine, da quest'anno, esiste una scuola per infermieri. Sono 120 gli agenti sanitar che seguono il corso. Tuttavia molti sono analfabeti, ma poco alla volta anche i più svantaggiati dal punto di vista intellettuale possono costituire un prezioso sostegno in un servizio in cui è molto il lavoro richiesto. E stato introdotto una rivista settimanale, le feste vengono sostenute nei padiglioni, in occasione di grandi festività musulmane sono serviti piatti tradizionali ed è stato inaugurato il caffè Moro.

3. Le dimissioni.

Il problema delle dimissioni è particolarmente grave, soprattutto per quel che riguarda i malati musulmani. Questo problema diventa di una complessità insormontabile in un contesto in cui è assente qualsiasi politica di igiene mentale e assistenza psichiatrica. Di anno in anno, per una

  • al momento del congedo annuale del direttore à il servizio amministrativo è assegnato ad un economo
  • un dirigente medico di servizio è membro della commissione di sorveglianza L'esperienza ha dimostrato che queste anomalie sono piene di inconvenienti.

Considerazioni etnopsichiatriche.

Il Professor Porot (Algeri, 1918) traccia il primo tentativo di approccio psichiatrico del musulmano. Nelle sue note di psichiatria musulmana ricordava le principali caratteristiche dell'indigeno nordafricano:

  • assenza o quasi di emotività
  • suggestionabile all'estremo
  • testardaggine ostinata
  • infantilismo mentale; spirito meno curioso di quello del bambino occidentale
  • facilità di incidenti e di reazioni pititiasiche (isteriche). Nel suo lavoro con Arii, nel 1932, sull'impulsività criminale dell'indigeno nordafricano, Porot ha sostenuto che l’indigeno, grande debole mentale le cui attività superiori e corticali sono poco evolute; è un essere primitivo la cui vita, essenzialmente vegetativa e istintiva, è principalmente regolata dal suo diencefalo. Studiando i tracciati dell'elettrocefalogramma presso i Neri, gli autori concludono per l'esistenza di un'immaturità neuronale con tendenza a manifestarsi parossistiche, che prova, d'altra parte, la predominanza dei nuclei della base.

Il TAT con donne musulmane.

TAT = test proiettivo che consiste nel sottoporre a un soggetto una serie dimsituazioni con significati ambigui. Il TAT è stato sottoposto a un numero elevato di donne musulmane ricoverate presso il reparto aperto dell'Ospedale psichiatrico di Blida. Sono state registrate una dozzina di osservazioni. Si tratta di donne affette da lieve ipocondria sfumatura ansiosa, pazienti caratteriali evolutive che vivono nella propria famiglia senza gravi disturbi del comportamento, e un caso di una mania insorta in età giovanile, guarita senza postumi. Si ha l'impressione che i malati si accaniscano a ritrovare nella tavola il maggior numero di cose conosciute. La narrazione è inesistente; non vi è scena, né dramma. Vengono consegnati in ordine sparso elementi diversi raccolti a caso sulla scena. Non c'è "organizzazione percettiva". A dispetto delle consegne precise, le donne musulmane non dicono quello che succede, ma quello che c'è. In effetti, chiedendo loro di descrivere una scena elaborata da occidentali per degli occidentali, li si immerge in un mondo diverso, straniero, di cui non possono appropriarsi. L'immaginazione, l'immaginario, sono possibili solo nella misura in cui il reale ci appartiene.

L’atteggiamento del musulmano magrebino di fronte alla follia

L'occidentale crede che la follia alieni l'uomo e che non si potrebbe comprendere il comportamento del malato senza tener conto della malattia. Questa convinzione non comporta però sempre nella pratica un atteggiamento coerente e spesso tutto avviene come se lo occidentale si dimenticasse della malattia: all'uomo occidentale alienato sembra mostrare un certo compiacimento nei confronti della sua condizione patologica e tendere più o meno ad approfittarne per abusare di chi gli sta intorno. Il malato è abbastanza responsabile delle sue parole dei suoi atti, la sua volontà vi è

coinvolta. Se egli è aggressivo, non bisogna credere che tale aggressività appartenga interamente al dominio del patologico, essa in parte ambigua, vi si mescola un’intenzione cosciente di nuocere, i colpi che sferra contengono ed esprimono delle risposte che non mirano solo a dominare ma anche a punire gli altri. Un tale malato giace sempre immobile, paralizzato in un angolo, e si rianima solo per consumare i pasti o raggiungere il suo letto. Per il magrebino, il malato mentale è alienato, non è responsabile dei suoi disturbi (a differenza degli occidentali). Il malato è una vittima innocente del o dei geni che lo possiedono. La malattia- genio incide solo sull’apparenza, non sull’Io sottostante. Se sopraggiunge la guarigione, il soggetto può riprendere il suo posto nella società senza dover temere alcuna diffidenza né alcuna ambivalenza da parte del gruppo. Assistiamo nel Magreb a delle credenze che permettono la messa in funzione di un’assistenza psichica seppur rudimentale à trattamento olistico che conserva intatta l’immagine dell’uomo normale malgrado l’esistenza della malattia. Non è la follia a suscitare rispetto, è l’uomo colpito dalla follia, dai geni: è l’uomo in quanto tale.

Limiti e valore del ay-hospital in psichiatria (centro neuropsichiatrico diurno di

Tunisi).

Day-hospital → ricovero giornaliero I principi del Day-hospital sono: ① Innanzitutto, il malato non rompe i legami col proprio ambiente familiare, e talvolta nemmeno con quello professionale. ② la sintomatologia psichiatrica presentata dal malato non scompare a causa del ricovero, perché gli elementi del conflitto rimangono presenti nel contesto familiare, sociale, professionale. Non si assiste alla scomparsa della tensione (tipico nel caso dell'internamento), e si ha la possibilità di studiare costantemente le reazioni del malato nel contesto naturale della sua esistenza. Negli ospedali psichiatrici di vecchia concezione, il malato era sottratto al suo ambiente conflittuale e molto spesso si aveva l’impressione di una improvvista scomparsa dei sintomi nevrotici. In questo senso si poteva affermare che l’ospedalizzazione provocava un allentamento della tensione. Ma gli atteggiamenti nevrotici rimanevano presenti e si assisteva alla loro ricomparsa alla minima rievocazione delle difficoltà del passato. L’ospedale psichiatrico stendeva un velo di protezione sul malato, che si rivelava essere però una falsa protezione. Il tentativo compiuto dai medici per creare all'interno dell'ospedale una neo-società mirava a imporre al malato situazioni simili al mondo esterno, al cui interno il malato potesse rivivere atteggiamenti nevrotici simili a quelli che si erano verificati in precedenza. Il day- hospital, quindi, risponde a due bisogni:

  1. Alla diagnosi e al trattamento precoce dei disturbi del comportamento.
  2. Al mantenimento del massimo dei contatti del malato con il mondo esterno, di modo che nessun atteggiamento nevrotico scompaia come per magia. Si tratta di realizzare una terapia nel contesto della vita sociale.