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Demografia internazionale, Sintesi del corso di Demografia

Riassunto di "popolazione e sviluppo nelle regioni del mondo"

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 05/02/2016

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alana_do_nascimento 🇮🇹

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Demografia internazionale
Popolazione e sviluppo nelle regioni del mondo
CAP I- VERSO UNA CONVERGENZA DEI COMPORTAMENTI DEMOGRAFICI? PARADIGMI
TEORICI E RISCONTRI EMPIRICI NEL MONDO OCCIDENTALE E NEI PAESI IN VIA DI
SVILUPPO
A partire dal XVIII e XIX secolo si è diffusa l’idea che esistesse una tendenza al raggiungimento di
stati socio-demografici simili anche da parte di società economicamente e culturalmente diverse.
Da un punto di vista sociologico, questa tendenza è nota (a partire dagli anni 60 del secolo scorso)
con il termine “teoria di convergenza”, la quale presuppone che, quando diversi paesi raggiungono
livelli simili di sviluppo economico diventino sempre più simili anche nei diversi elementi di sistema
demografico e delle funzioni della vita sociale. Negli anni 50 e 60, le previsioni di convergenza
sono state associate soprattutto alle teorie di modernizzazione, che hanno ipotizzato che i Pvs
avrebbero seguito un percorso di sviluppo economico simile a quello delle società occidentali.
Presupposti che coincidono con le ipotesi alla base della teoria della transizione.
I meccanismi di formazione della famiglia e della discendenza hanno rivelato, nella maggior parte
dei casi, un’evoluzione verso un modello comune, mentre altri aspetti sembrano presentare
un’immagine più complessa che cambia da cultura a cultura.
La transizione demografica
La transizione demografica si riferisce al processo attraverso il quale le popolazioni passano da
una situazione di equilibrio caratterizzato da alti livelli di mortalità e fecondità a un equilibrio di
lungo periodo con bassa mortalità e fecondità. Essa deduce che questa diminuzione si realizzi in
modo prevedibile ed uniforme nei diversi paesi e rileva come questi cambiamenti siano collegati ai
vasti modelli inerenti allo sviluppo.
Le fasi del processo di transizione in base alla storia demografica:
1) fase pre-transizionale: mortalità e fecondità sono elevate, la popolazione cresce lentamente e
si parla perciò di popolazioni stazionarie (ferme e costanti), caratterizzate da una struttura per
età molto giovane;
2) prima fase della transizione: la mortalità diminuisce grazie ai miglioramenti negli stili di vita ed i
livlli di fecondità rimangono alti. La popolazione cresce in modo costane e uniforme;
3) seconda fase: comincia a diminuire anche la fecondità e la popolazione cresce meno
velocemente;
4) fase finale: c’è di nuovo stazionarietà, si hanno le “popolazioni mature stazionarie”
caratterizzate da un basso flusso di ricambio generazionale e da una struttura per età
invecchiata.
Tali mutamenti sono stati sperimentati dalle popolazioni europee dal 1870 al 1930 (eccetto la
Francia). Questo modello demografico evolutivo si è sviluppato in genere con il processo
economico-sociale di modernizzazione.
A partire dalla metà del XX secolo si assiste ad un’ulteriore fase, caratterizzata da un declino della
fecondità ancora più drastico, con tassi di riproduttività ben al di sotto del livello di rimpiazzo
generazionale. Definita da molti studiosi come “seconda transizione demografica”.
La teoria della transizione demografica pone il cambiamento storico in un modello di equilibrio.
Nella situazione di equilibrio iniziale e finale l’incremento demografico è vicino allo zero. Il
passaggio da un regime di alta fecondità e mortalità ad un regime caratterizzato da bassi tassi di
rinnovo può essere quindi visto come convergenza ed è coerente con un mondo che si sta
dirigendo verso un nuovo equilibrio demografico. Tuttavia, lo stesso non accade laddove la
fecondità è scesa al di sotto del livello di sostituzione (ad es in Italia, Spagna, Germania o
Giappone). In questo caso non si crea un nuovo equilibrio ma una situazione potenziale di caos.
Nell’accezione classica della teoria, la transizione è vista in funzione dei cambiamenti economici e
sociali e in questo senso può essere inserita nel concetto stesso di convergenza.
Integrazioni alla teoria classica
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Demografia internazionale

Popolazione e sviluppo nelle regioni del mondo

CAP I- VERSO UNA CONVERGENZA DEI COMPORTAMENTI DEMOGRAFICI? PARADIGMI

TEORICI E RISCONTRI EMPIRICI NEL MONDO OCCIDENTALE E NEI PAESI IN VIA DI

SVILUPPO

A partire dal XVIII e XIX secolo si è diffusa l’idea che esistesse una tendenza al raggiungimento di stati socio-demografici simili anche da parte di società economicamente e culturalmente diverse. Da un punto di vista sociologico, questa tendenza è nota (a partire dagli anni 60 del secolo scorso) con il termine “teoria di convergenza”, la quale presuppone che, quando diversi paesi raggiungono livelli simili di sviluppo economico diventino sempre più simili anche nei diversi elementi di sistema demografico e delle funzioni della vita sociale. Negli anni 50 e 60, le previsioni di convergenza sono state associate soprattutto alle teorie di modernizzazione, che hanno ipotizzato che i Pvs avrebbero seguito un percorso di sviluppo economico simile a quello delle società occidentali. Presupposti che coincidono con le ipotesi alla base della teoria della transizione. I meccanismi di formazione della famiglia e della discendenza hanno rivelato, nella maggior parte dei casi, un’evoluzione verso un modello comune, mentre altri aspetti sembrano presentare un’immagine più complessa che cambia da cultura a cultura. La transizione demografica La transizione demografica si riferisce al processo attraverso il quale le popolazioni passano da una situazione di equilibrio caratterizzato da alti livelli di mortalità e fecondità a un equilibrio di lungo periodo con bassa mortalità e fecondità. Essa deduce che questa diminuzione si realizzi in modo prevedibile ed uniforme nei diversi paesi e rileva come questi cambiamenti siano collegati ai vasti modelli inerenti allo sviluppo. Le fasi del processo di transizione in base alla storia demografica:

  1. fase pre-transizionale: mortalità e fecondità sono elevate, la popolazione cresce lentamente e si parla perciò di popolazioni stazionarie (ferme e costanti), caratterizzate da una struttura per età molto giovane;
  2. prima fase della transizione: la mortalità diminuisce grazie ai miglioramenti negli stili di vita ed i livlli di fecondità rimangono alti. La popolazione cresce in modo costane e uniforme;
  3. seconda fase: comincia a diminuire anche la fecondità e la popolazione cresce meno velocemente;
  4. fase finale: c’è di nuovo stazionarietà, si hanno le “popolazioni mature stazionarie” caratterizzate da un basso flusso di ricambio generazionale e da una struttura per età invecchiata. Tali mutamenti sono stati sperimentati dalle popolazioni europee dal 1870 al 1930 (eccetto la Francia). Questo modello demografico evolutivo si è sviluppato in genere con il processo economico-sociale di modernizzazione. A partire dalla metà del XX secolo si assiste ad un’ulteriore fase, caratterizzata da un declino della fecondità ancora più drastico, con tassi di riproduttività ben al di sotto del livello di rimpiazzo generazionale. Definita da molti studiosi come “seconda transizione demografica”. La teoria della transizione demografica pone il cambiamento storico in un modello di equilibrio. Nella situazione di equilibrio iniziale e finale l’incremento demografico è vicino allo zero. Il passaggio da un regime di alta fecondità e mortalità ad un regime caratterizzato da bassi tassi di rinnovo può essere quindi visto come convergenza ed è coerente con un mondo che si sta dirigendo verso un nuovo equilibrio demografico. Tuttavia, lo stesso non accade laddove la fecondità è scesa al di sotto del livello di sostituzione (ad es in Italia, Spagna, Germania o Giappone). In questo caso non si crea un nuovo equilibrio ma una situazione potenziale di caos. Nell’accezione classica della teoria, la transizione è vista in funzione dei cambiamenti economici e sociali e in questo senso può essere inserita nel concetto stesso di convergenza. Integrazioni alla teoria classica

Cercando di integrare lo schema esplicativo basato sulle sole caratteristiche economico-sociali, studiosi, hanno dato vita a nuovi schemi esplicatevi che si concentrassero di più su fattori culturali differenziandoli a seconda dei contesti storici e territoriali. Diverse sono le critiche all’imposizione classica: c’è chi ribadisce che in certi paesi il declino della fecondità è iniziato prima dei mutamenti legati al processo di modernizzazione; chi critica l’assoluto determinismo dello schema esplicativo che non tiene conto dei tassi di fecondità dei sottogruppi nei diversi paesi; infine chi sostiene che il modello trascuri i movimenti migratori come sostitutivi del controllo della fecondità. Una corrente di pensiero mette in relazione tra loro norme sociali e rapporti all’interno della famiglia con i comportamenti riproduttivi. L’approccio micro-economico della scuola di Chicago o “teoria della domanda” ha introdotto più rigore teorico senza cambiare il nucleo della spiegazione. Il declino della fecondità è causato dalla diminuzione del desiderio di avere figli (si spiega anche grazie alla rivalutazione del ruolo della donna). Il modello di Easterlin riunisce la teoria economica del valore e del costo dei figli con l’approccio delle variabili intermedie della fecondità. Vale a dire che sono le considerazioni economiche dei costi e dei benefici dei figli a guidare le società sulla strada del declino della fecondità, agendo sulle determinanti intermedie. Il suo modello risulta essere esplicativo della trasformazione demografica dei Pvs. Con il passare del tempo si diffonde l’idea di “transizioni” anziché di “transizione”, a significare che i paesi possono vivere percorsi diversi per raggiungere la stessa meta: un basso livello di fecondità e un’alta sopravvivenza. La seconda transizione demografica Dagli anni 60 in poi, in Europa, si verificano cambiamenti sostanziali tali da dividere il processo di trasformazione demografica in due fasi. Accanto al declino della fecondità numerosi paesi hanno vissuto fenomeni di cambiamento della struttura demografica. Tra il 1970 e il1985 si diffondono divorzi e convivenze pre-nuziali. Allo stesso tempo si nota un aumento della fecondità dopo i 30 anni. Nonostante l’esistenza di fenomeni simili, non esiste concordanza assoluta circa i mutamenti evolutivi della fecondità europea. Esistono invece attributi culturali e sociali che hanno caratterizzato i due declini di fecondità, vale a dire l’atteggiamento nei confronti della sessualità e della contraccezione, i rapporti all’interno della famiglia e verso le istituzioni. Si identificano due rivoluzioni sessuali, la prima caratterizzata dalla modifica delle determinanti della scelta del partner (un fatto sempre più personale); la seconda ha dato all’erotismo un posto più rilevante nelle relazioni umane. Secondo gli economisti: la scuola neoclassica, mette la sostituzione qualità-quantità nella scelta del numero dei figli al centro della prima transizione demografica, la seconda fase invece corrisponde alla maggiore autonomia femminile con conseguente posposizione dei matrimoni e della fecondità. Secondo Easterlin il declino della fecondità dopo il baby-boom appare come risultato del conflitto tra aspirazioni di reddito e risorse a disposizione delle generazioni che hanno maggiori difficoltà a trovare un posto nel mercato del lavoro. Da un punto di vista politico-sociale, fino al 1950 i mutamenti sono caratterizzati dal crescente controllo istituzionale da parte dello Stato. Con la prima transizione della fecondità cresce l’autonomia individuale, con la seconda invece aumenta la manifestazione pubblica di questa autonomia. Teoria della transizione per la spiegazione dell’evoluzione demografica dei Pvs Il modello non è universalmente applicabile, se non adattandolo a seconda del contesto. Il processo di transizione è un fenomeno multidimensionale ed è importante accompagnare lo studio dell’evoluzione della fecondità ad un esame delle sue determinanti e dell’intero sistema demografico. Anche per i Pvs il processo di transizione demografica non coincide con la transizione della fecondità e nemmeno con quella di ogni altro fenomeno demo-sociale preso singolarmente. Alcuni Pvs hanno già raggiunto livelli di fecondità simili a quelli dei paesi industrializzati (Brasile e Cina), altri presentano una fase di stasi del declino della fecondità ancora tutta da spiegare e

  1. Il secondo approccio considera l’aumento della popolazione un fattore positivo per lo sviluppo economico, ipotizzando che innovazioni tecnologiche e scoperte scientifiche siano stimolate dalla necessità di soddisfare i bisogni crescenti della popolazione. Questa teoria sembra confermarsi nel lungo periodo (es Cina o India). Per affrontare le relazioni tra variazioni della popolazione e sviluppo economico è meglio specificare il concetto di sviluppo che può assumere tre diversi significati:
  1. crescita:
  • è necessario considerare il prodotto pro capite delle popolazioni a confronto;
  • occorre convertire il prodotto in una valuta in un’unica unità monetaria (di solito il dollaro), e per evitare che alcuni paesi risultino più poveri di quanto non siano si calcola il cosiddetto “prodotto a parità di potere d’acquisto”;
  • lo sviluppo è misurato dalla crescita del prodotto nel tempo;
  • la definizione è valida solo per analisi di breve periodo (si presuppone che le caratteristiche del paese rimangano costanti).
  1. Trasformazione strutturale: per cambiamento strutturale s’intende il passaggio da un situazione economica tradizionale ad una caratterizzata da un’economia moderna. In questo caso il concetto di sviluppo coincide con quello di modernizzazione. L’esempio più significativo è quello della teoria degli studi dello sviluppo economico di Rostow secondo cui il processo di sviluppo segue 5 fasi: nella prima l’economia è prevalentemente agricola e si produce quanto necessario, nella seconda nascono le prime attività commerciali, nella terza si assiste ad un notevole progresso tecnologico, la quarta è ormai matura in termini di struttura produttiva sociale ed istituzionale, infine, nella quinta si giunge ad un’economia di produzione e di consumo di massa. In questa fase ogni paese sceglie tra redistribuzione della crescita e del reddito ed investimento a fini di potenza nazionale.
  2. Miglioramento del benessere collettivo o della qualità di vita: l’accrescimento del credito diventa mezzo per raggiungere altri fini. A tale approccio si presta la teoria dei beni essenziali, secondo la quale la crescita deve garantire a tutti le minime quantità di cibo, vestiario, alloggio, acqua, sanità ed istruzione. Secondo Amartya Sen, la questione di fondo riguarda ciò che le persone possono o non possono fare, essere o non essere e ciò non dipende solo dai beni posseduti ma dalla capacità di convertirli in attività funzionali al raggiungimento dei propri fini. L’approccio delle capacità è alla base del concetto di sviluppo umano ( che si basa su quattro pilastri: eguaglianza, sostenibilità, partecipazione, produttività) del programma di sviluppo delle NU (che classifica i paesi membri in base all’indice di sviluppo umano) che prevede un ampliamento delle possibilità umane. Relazioni fra incremento demografico e crescita economica Solitamente, ai paesi con un alto livello di incremento demografico si associa un contesto sociale caratterizzato da elevati livelli di mortalità infantile, bassi livelli di scolarizzazione e basso status femminile. Se si mettono in relazione i tassi di incremento demografico dei vari paesi con il PIL si ottengono risultati incerti e pare difficile fare una previsione. L’incremento demografico sembra agire da freno allo sviluppo economico misurato dall’incremento del PIL (anni 80). La relazione tra tasso di accrescimento della popolazione e una cattiva performance economica è maggiore tra le nazioni povere. Nonostante la tesi che l’aumento del PIL pro capite sembri ostacolato dagli alti rapporti di dipendenza delle masse di popolazione giovane rispetto a quella in età attiva; i segni degli effetti negativi sul PIL dell’incremento demografico non emergono nell’esame delle associazioni fra popolazione e sviluppo economico (negli anni 60 e 70), tranne che per i paesi più poveri dei Pvs. Le teorie esplicative delle relazioni fra crescita demografica e sviluppo Gli economisti del XVII e XVIII secolo spaventati dalle conseguenze economiche negative legate allo spopolamento di alcuni paesi, erano favorevoli alla crescita demografica. Una popolazione numerosa e crescente rappresentava la prima causa della ricchezza di un paese. Dalla fine del XVIII secolo si diffonde l’idea opposta. Malthus (la legge fondamentale è quella dei rendimenti decrescenti della terra per ogni unità aggiuntiva di input di lavoro) fu il pioniere di questo approccio teorico e dopo di lui molti studiosi iniziano a sostenere che i paesi poveri

avrebbero dovuto controllare in modo preventivo la crescita demografica delle proprie popolazioni per poter aumentare i redditi pro capite al di sopra della soglia di sussistenza. Gli economisti moderni, parlano rispetto alle idee di Smith di “trappola della popolazione Malthusiana”. Le sue considerazioni, se potevano riscontrare una certa veridicità per le popolazioni europee del tempo, non potevano fare lo stesso per tutte le popolazioni e nel lungo periodo: i rendimenti decrescenti nell’impiego del fattore terra sono controbilanciati dai progressi tecnologici. Coale e Hoover sono concordi nel definire in modo negativo gli effetti degli alti tassi di crescita della popolazione sullo sviluppo economico di lungo periodo. Questo, analizzando i dati relativi dell’economia indiana, nella quale osservano che l’elevata crescita della popolazione ha un impatto negativo sui tassi di risparmio e su quelli dell’allocazione delle risorse. Studi statistici non confermano la relazione positiva tra: aumenti dei tassi di incremento demografico e livelli di reddito nazionale procapite. Ad incidere sulla crescita della popolazione non è tanto il livello aggregato del reddito pro capite quanto il modo in cui il reddito viene distribuito. Il ruolo del capitale umano e del progresso tecnologico Il modello base di Solow suppone che gli investimenti dipendano dall’ammontare di risparmi disponibili. La sua ipotesi è che il comportamento della popolazione sia un fattore esogeno, non correlato con i fattori di produzione. Da ciò si deduce che, poiché l’aumento del reddito non ha effetti sulla crescita della popolazione, il progresso tecnologico e i risparmi possono accrescere il livello di reddito nel lungo periodo. Il punto non è più la dimensione della popolazione ma il suo tasso di crescita. Le nuove teorie della crescita introducono nuovi fattori come quello del capitale umano, che si forma attraverso l’istruzione, l’ammissione dei rendimenti di scala crescenti, l’abbandono dell’ipotesi di concorrenza perfetta e l’inserimento del progresso tecnico nel modello come variabile endogena. In questo approccio è più importante l’accumulazione di capitale piuttosto che lo stock. Simon invece ritiene la tecnologia il motore della crescita economica. Aumenti dei rendimenti di scala e dello stock di conoscenza scientifica sono i due meccanismi attraverso cui gli aumenti della dimensione demografica possono avere effetti postivi sulla crescita del reddito. Analisi empiriche ed elementi di politica economica Con il tempo si rafforza l’interesse nei confronti delle istituzioni nel consentire la crescita economica. I neomalthusiani credevano necessario l’intervento delle istituzioni per ridurre i tassi di crescita demografica nei paesi poveri. Alcuni revisionisti, tra cui il National Research Council sostenevano che un controllo della crescita demografica da parte delle istituzioni potesse contenere gli effetti negativi che una rapida crescita demografica avrebbe apportato all’economia. Altri economisti (tra cui Schmidt) sottolineano l’importanza di analizzare singolarmente gli effetti di natalità e mortalità sulla crescita economica. Dati recenti forniti dalla Banca Mondiale mostrano una correlazione positiva tra speranza di vita alla nascita e il logaritmo del PIL pro capite, poiché una maggiore longevità influenza lo sviluppo economico attraverso le decisioni individuali di risparmio che si trasformeranno poi in nuove forme di investimento. Livelli più alti di capitale umano permettono ai lavoratori più istruiti di guadagnare di più, di conseguenza l’economia nel suo complesso investe più risorse nella salute pubblica e si riduce il tasso di mortalità, tale riduzione contribuisce ad aumentare il rendimento dell’istruzione e ad accumulare capitale umano. Le variabili demografiche quindi, giocano un ruolo centrale nella creazione della struttura di incentivi per uno sviluppo sostenibile nel lungo periodo. Smith e Todaro raggruppano le possibili conseguenze negative della crescita demografica: l’impatto sulla crescita economica, sulla povertà e le diseguaglianze, sulla diffusione dell’istruzione, sulla salute, sulle disponibilità di cibo, sull’ambiente e sulle migrazioni internazionali. Lo studio delle istituzioni nell’organizzazione delle moderne società è molto importante per descrivere i legami tra popolazione e sviluppo economico, per es ci aiuta a capire perché alcuni Pvs riescono ad orientare la crescita in modo da non farla diventare un ostacolo e altri no. La povertà: definizioni, misure e diseguaglianze territoriali La tecnica maggiormente diffusa è quella della costruzione della linea di povertà. Per la Banca Mondiale questa linea è tracciata a 1$ o 2$ al giorno, ma se si considera che il PIL pro capite tende a cogliere solo un aspetto della condizione umana, prendere in considerazione lo sviluppo

Storia europea del XX secolo L’Europa nell’arco della sua storia è stata caratterizzata da continui spostamenti territoriali: durante il XIX secolo la Germania attrae flussi di immigrati. Dopo la prima guerra mondiale è la Francia ad attrarre il maggior flusso di immigrati. Durante e dopo la seconda guerra mondiale sono gli europei ad emigrare. Con il processo di decolonizzazione si verificano flussi di migrazione di ritorno. Oggi la popolazione europea è caratterizzata da un’elevata proporzione di popolazione anziana con un tasso di mortalità sostenuto che contribuisce al saldo naturale negativo. Il peso della popolazione europea sul totale di quella mondiale è attualmente in declino, é passata dal 25% (agli inizi del XX secolo) all’11%. Un declino destinato a continuare. Dei circa 1,8 miliardi di giovani al mondo, solo 115 milioni sono europei, mentre sono europei il 24,3% degli anziani del mondo. Confronti regionali L’Europa attuale è un mosaico di 47 paesi. Di solito gli andamenti demografici sono stati analizzati in termini di direttrici Nord-Sud ed Est- Ovest, oggi si considerano i paesi europei ascrivibili a due zone: una occidentale in cui domina la presenza dell’UE e una orientale dove il paese più importante è la Russia. La transizione demografica si è realizzata tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e non in maniera simultanea in tutti i paesi, i paesi dell’Europa dell’Ovest e del Nord ne sono stati i precursori. Queste differenze hanno portato ad una frattura tra due Europe, una Nord-Occidentale caratterizzata da fecondità e mortalità basse rispetto all’Europa del Sud e del Centro. Dopo la seconda guerra mondiale questa frattura si è via via attenuata. L’italia La popolazione italiana presenta, in linea generale queste peculiarità: bassa fecondità (è passato da paese di emigrazione a paese di immigrazione); ritardo della transizione allo stato adulto (un paese che invecchia). Tali caratteristiche non si presentano in modo uniforme nel territorio. Due sono i fattori esplicativi dell’evoluzione recente della fecondità: l’affermarsi di nuovi modelli di vita familiare e l’aumento delle famiglie straniere. Convergenze e divergenze nel secondo dopoguerra Nella prima parte del XX secolo il declino della mortalità è stato indotto dalla diminuzione dei rischi di mortalità infantile, negli ultimi decenni invece, la mortalità è diminuita nelle età anziane. Il passaggio da un periodo di convergenza generale che ha termine a metà degli anni 60 a una fase di divergenza Est-Ovest ha portato, alla fine del XX secolo, ad una carta della mortalità europea estremamente eterogenea con divari particolarmente accentuati per gli uomini. Per le donne invece l’andamento di lungo periodo è lo stesso. Nel dualismo Est-Ovest si possono ritenere omogenei i seguenti gruppi, soprattutto per la mortalità maschile.

  1. paesi dell’Europa mediterranea ed alpina;
  2. paesi nordici;
  3. paesi dell’Europa centrale;
  4. paesi dell’ex URSS. Fecondità e famiglia Dopo la seconda guerra mondiale i paesi europei hanno sperimentato profondi cambiamenti sociali. I primi mutamenti sostanziali nella percezione della famiglia hanno inizio nei primi anni 80. Già a metà degli anni 80 si possono riconoscere in Europa due modelli di formazione della famiglia e della discendenza, demarcati dall’appartenenza politica. Italia e Spagna nei primi anni 90 raggiungono per prime livelli particolarmente bassi di fecondità. Le nascite fuori dal matrimonio Quattro sono le tappe che hanno portato ad una nuova definizione del ruolo matrimoniale: la separazione della sessualità dal matrimonio; la separazione della coabitazione coniugale dal matrimonio; la separazione del matrimonio dalla procreazione; la perdita del carattere obbligatorio della procreazione.

L’aumento della quota delle nascite al di fuori del matrimonio, nell’Europa orientale, più che in quella occidentale, è uno dei tratti caratteristici della trasformazione della fecondità. L’aumento delle migrazioni continentali negli anni recenti Nel XX secolo sono notevolmente aumentate le migrazioni internazionali con un aumento dei richiedenti asilo. Alle migrazioni internazionali vanno aggiunte quelle tra i paesi del continente, così riassumibili:

- la migrazione temporanea per cercare lavoro verso i paesi occidentali

- i flussi di lavoratori di Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia

- le migrazioni di ritorno (verso Polonia, Bulgaria e Romania) e le migrazioni etniche.

pertanto si individuano tre sistemi migratori: uno proprio dell’Europa occidentale, uno della Comunità degli stati indipendenti e uno tra le due aree. Si può altresì individuare una quarta forma, ossia quella della migrazione incompleta, vale a dire le frequenti esperienze di lavoro in paesi diversi da quello di residenza. Conclusioni I paesi europei presentano diversi stadi di sviluppo demografico. Durante gli ultimi decenni le differenze sono diventate sempre meno evidenti ma gli andamenti dell’ultimo decennio del XX secolo non consentono di individuare un trend comune. Se si analizzano i dati relativi ai livelli di fecondità tra Europa occidentale e orientale non si notano grandi differenze ma se si prendono in considerazione i singoli stati la situazione appare tutt’altro che omogenea. Molti paesi dell’Europa occidentale stanno realizzando un recupero della fecondità e tornando a livelli di sostituzione generazionale, lo stesso non accade per quelli orientali. Analizzando la migrazione come fattore dell’evoluzione demografica si possono riconoscere andamenti comuni a gruppi di paesi europei:

- diminuzione della popolazione dovuta al saldo naturale negativo e all’emigrazione (Estonia,

Lettonia, Lituania)

- diminuzione della popolazione dovuta al saldo naturale negativo non compensato

dall’emigrazione (Russia, Ungheria);

- diminuzione della popolazione dovuta più all’emigrazione che al saldo naturale (Georgia e

Polonia);

- aumento della popolazione dovuto al saldo naturale, più elevato delle perdite dovuto

all’emigrazione (Francia, Belgio, Spagna);

- aumento della popolazione dovuto all’emigrazione, che compensa il saldo naturale negativo

(Italia, Germania, Grecia). CAP IV- TENDENZE DEMOGRAFICHE E SOCIALI NELL’UNIONE EUROPEA A CINQUANT’ANNI DAL TRATTATO DI ROMA Un breve excursus 1951: si realizza la CECA (comunità europea del carbone e dell’acciaio). 1957: i sei paesi fondatori firmando il trattato di Roma fondando la CEE (comunità economica europea), all’interno della quale si stabilisce che la circolazione di merci, persone, servizi e capitali sia libera. 1967: avviene la fusione delle istituzioni delle tre comunità europee. 1979: entra in vigore lo SME (sistema monetario europeo). 1992: trattato di Maastricht, la CEE si trasforma progressivamente in UE. 1999: si costituisce l’unione economica e monetaria ed entra in vigore l’euro. Andamenti demografici L’UE con i suoi 490 milioni di abitanti rappresenterebbe, se fosse uno stato, il terzo paese per dimensioni demografiche. La popolazione dei paesi dell’ Europa dei 25 ha contribuito all’incremento demografico a livello mondiale del 2%. L’adesione dei nuovi 10 paesi nel 2004 ha lievemente ringiovanito la popolazione dell’Unione, ma ha comportato anche un lieve rallentamento della crescita demografica totale.

Le divergenze con il mondo europeo Lo sviluppo della famiglia presenta una crescente convergenza con i modelli europei e nordamericani anche se mantiene alcune particolarità: un modello di matrimonio tradizionale, una fecondità precoce e il mantenimento dell’aborto come strumento principale di pianificazione familiare. I cambiamenti nei modelli di formazione e scioglimento della famiglia (è aumentato il numero di divorzi e di coabitazione) hanno portato ad un aumento del numero di nascite fuori dal matrimonio. Fenomeno che è cresciuto negli anni 80 e ha dato inizio al declino della fecondità che è scesa sotto il livello di rimpiazzo. Alcune scelte in ambito politico possono aver contribuito a questo risultato, l’abolizione delle leggi a protezione della maternità possono essere un esempio. Il comportamento della Russia è tutto sommato in linea con quello della maggioranza dei paesi sviluppati ma l’andamento della sua mortalità è fortemente differenziato. La speranza di vita alla nascita degli uomini tende a diminuire già a partire dagli anni 60. Questo declino è legato all’aumento della mortalità nelle età lavorative. In complesso i problemi cardiovascolari, i traumatismi e le morti violente spiegano il 65% del declino, le malattie infettive il 5%, le malattie croniche il 2% e le cause legate al consumo di alcool il 9%. Gli andamenti più preoccupanti riguardano la mortalità maschile in età lavorativa. Per tentare di spiegare questo andamento si sono prese in considerazione le relazioni tra evoluzione della mortalità ed eventi politici ed economici:

- un’efficace campagna contro l’abuso di alcool voluta da Gorbachev viene associata all’aumento

superiore a tre anni della speranza di vita alla nascita per gli uomini;

- il nuovo aumento della mortalità maschile verificatosi agli inizi degli anni 90 viene collegato

all’abbandono della campagna contro il consumo di alcool;

- la dissoluzione dell’Unione Sovietica viene messa in relazione con il rapido declino della

speranza di vita alla nascita maschile

- il decremento dei decessi dovuti a problemi cardiocircolatori porta ad un aumento della

speranza di vita tra il 1994 e il 1996

- la nuova crisi economica del 1998 ha portato ad un impoverimento di massa ed un rapido

declino della speranza di vita. Oltre ai fattori sopraelencati è importante considerare la situazione del sistema sanitario, smantellato dopo la disgregazione dell’URSS e mai più sostituito. Conclusioni La popolazione russa sta vivendo un periodo di sofferenza nella dinamica demografica e nella condizione socioeconomica, con tassi di decremento demografico crescenti ed elevati livelli di mortalità infantile. Rispetto ai paesi sviluppati si notano differenze nell’organizzazione familiare e del modello di sopravvivenza e dall’aumento del tasso di mortalità soprattuto tra gli uomini adulti. Nonostante si siano verificati flussi migratori delle principali etnie russe, la decadenza delle infrastrutture, i problemi economici rendono la Russia impreparata ad accogliere immigrati. L’andamento attuale è quello della perdita di milioni di persone che ha comportato ad accrescere il fenomeno dello spopolamento di alcune aree della Russia. Le prospettive per il futuro non accennano a migliorare. Le condizioni di salute sono in peggioramento e contribuiscono ad aumentare la debolezza attuale del paese. Molti interpretano la situazione come risultante di decenni di errori di politica economica. CAP VI- LA DEMOGRAFIA DEI PAESI DEL MEDITERRANEO: URBANIZZAZIONE ED ISTRUZIONE NEL PROCESSO DI CONVERGENZA Riva Nord e Riva Sud-Est: tendenze demografiche a confronto Nei prossimi anni si verificherà un notevole aumento della popolazione dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, in particolare quella dei paesi della Riva Sud-Est. Nonostante la popolazione sia aumentata velocemente a partire dagli anni 80, negli anni successivi il tasso di accrescimento si è notevolmente abbassato. I paesi della Riva Nord rischiano il regresso demografico mentre quelli della Riva Sud-Est vedranno i loro tassi di incremento diminuire a causa del previsto declino della fecondità. I fattori politici giocano un ruolo importante in queste dinamiche, così come si osserva in Palestina, dove la demografia rappresenta un’ “arma” nella lotta contro Israele. In linea generale la distribuzione per

età della popolazione mediterranea invecchierà sensibilmente in futuro. Nella Riva Sud-Est aumenterà progressivamente la popolazione anziana quasi del 4% ogni anno. I fattori dell’evoluzione demografica: convergenza? I paesi a maggioranza mussulmani come quelli della Riva Sud-Est sono tra quelli che hanno sperimentato il declino della fecondità in maniera più tardiva. Al conservatorismo familiare si sta sostituendo piano piano una maggiore sensibilizzazione della condizione della donna. Nelle regioni più urbanizzate le donne istruite hanno contribuito a diffondere un calo della fecondità. I paesi di quest’area possono collocarsi a diversi stadi di transizione:

- il modello tradizionale caratterizza la Palestina che conta un tasso di natalità del 40%;

- Marocco, Algeria, Libia, Siria e Giordania si possono definire a modello classico con tassi di

natalità intorno al 20%;

- Tunisia, Turchia, Israele e Libano risultano a modello molto avanzato e sono simili ai paesi

demograficamente più modernizzati. La situazione in ambito urbano è più avanzata. Le persone istruite e che vivono in città dimostrano comportamenti demografici simili a quelli dei paesi mediterranei europei. Il cambiamento del comportamento riproduttivo sembra avere correlazioni con i cambiamenti della struttura sociale. Le donne che vivono in ambiente urbano assumono comportamenti simili a quelle delle donne dei paesi della Riva Nord. Possiamo dire che il fenomeno dell’urbanizzazione sia una dimensione del processo di convergenza. Fecondità e nuzialità Nei comportamenti familiari si notano i principali fattori di divergenza tra i paesi del Mediterraneo, nuzialità, contraccezione, allattamento e abortività per citarne alcuni. Urbanizzazione, istruzione e transizione della fecondità Le donne più istruite appartengono ai gruppi precursori ad iniziare il cambiamento nei modelli di nuzialità e fecondità, segue un processo di convergenza quando il cambiamento si estende ai gruppi meno avvantaggiati. La residenza urbana facilita il mutamento di mentalità e il passaggio ad un più rapido controllo delle nascite. Urbanizzazione e transizione, si legano tra loro attraverso il lavoro femminile. Conclusioni L’evoluzione demografica dei paesi mediterranei dipende dai modelli riproduttivi. Un ruolo importante è giocato dalle migrazioni che si presume continuino la loro opera di redistribuzione demografica e di globalizzazione dei comportamenti. Anche l’istruzione gioca un ruolo importante sulle future tendenze demografiche così come influenza il comportamento in termini di salute materno-infantile. La crescita del numero di donne istruite aumenta i livelli di fecondità simili a quelli dei paesi della Riva-Nord. CAPITOLO VII- CINA ED INDIA A CONFRONTO: POPOLAZONE, POLITICHE DEMOGRAFICHE E SVILUPPO SOCIO-ECONOMICO Cina ed India rappresentano insieme il 38% della popolazione mondiale. La Cina si caratterizza per una meglio riuscita performance economica rispetto all’India, complice le diverse politiche adottate in materia di sviluppo, le caratteristiche socio-culturali e l’apertura della “finestra demografica” per la prima e non per la seconda. Diversi sono gli elementi demografici, per esempio la Cina si caratterizza per una distribuzione per età decisamente più invecchiata. Le tendenze dal secondo dopoguerra Nel 1947 l’India diventa indipendente e la Cina ha da poco completato la rivoluzione socialista. Da allora entrambi i paesi hanno provveduto ad attuare programmi per lo sviluppo sociale ed economico, ma la Cina ha raggiunto meglio i suoi obiettivi.

Conclusioni Cina ed India sono tra i paesi che stanno vivendo una rapida ascesa economica ma che presentano forti squilibri e divergenze. La Cina ha vissuto comportamenti demografici verso modelli occidentali ma lo stesso non è avvenuto per l’India dove il livello di fecondità rimane alto e comporta una distribuzione per età molto giovane e quindi alti rapporti di dipendenza. Il grande sviluppo cinese ha portato alla nascita di nuovi problemi connessi al degrado del territorio e all’inquinamento atmosferico in un quadro generale di pesanti diseguaglianze sociali e di genere. L’India non è da meno in quanto a disparità del trattamento delle donne. La sfida per il futuro di entrambi i paesi è la promozione del ruolo femminile. CAP VIII-CRESCITA DEMOGRAFICA E DISUGUAGLIANZA SOCIALE IN AMERICA LATINA Nella seconda metà del XX secolo la popolazione dell’America Latina è più che triplicata. Il 50% della popolazione si concentra in Brasile e Messico. Il declino della fecondità ha comportato un rapido mutamento della struttura per età della popolazione che avrà effetti nel lungo periodo, in maniera differenziata da paese a paese. La tendenza dell’invecchiamento della popolazione latino-americana è ormai consolidata. Il continente, si trova tuttavia a dover affrontare ancora seri problemi di disuguaglianza sociale, soprattutto tra i giovani. Povertà e comportamenti demografici Ancora oggi una grande maggioranza della popolazione vive in condizioni economiche precarie, anche se negli ultimi decenni del XX secolo ha vissuto contemporaneamente un processo di globalizzazione e una seria crisi economica. Ad aggravare questa situazione, il fatto che l’America Latina presenta le maggiori disuguaglianze in termini di distribuzione del reddito al mondo. Anche se permangono le differenze socio-economiche, si sono affermate trasformazioni in ambito demografico e sociale che hanno contribuito ad avvicinare il continente ai modelli occidentali. Ad esempio il miglioramento che ha interessato la vita delle donne ha indotto una perdita del controllo patriarcale, religioso e statale aumentando l’individualismo femminile specialmente in materia di riproduzione. Fenomeni tipici dell’area sono: l’innalzamento all’età al matrimonio, l’abbandono coniugale e l’aumento della fecondità giovanile. I giovani dei settori più disagiati riscontrano molti problemi ad inserirsi nel mercato del mondo del lavoro, nel contrarre salari, all’interno di un quadro di scarse garanzie sociali. Gli sforzi richiesti dal matrimonio fanno aumentare il numero delle unioni consensuali. Le disuguaglianze economiche già presenti nel continente, sono aumentate con la globalizzazione. Due sono i modelli di transizione della fecondità che si sono imposti:

  1. riguarda i settori sociali che più hanno beneficiato dello sviluppo economico, dell’urbanizzazione e dell’aumento della scolarizzazione, più vicini ai modelli della riproduzione moderni, basati sull’aumento al riscorso di contraccettivi.
  2. Riguarda il settore più povero e tradizionale della società che ha tratto poco giovamento dallo sviluppo. Qui la diminuzione della fecondità non è accompagnato da un miglioramento dei livelli di vita. La convergenza della fecondità pertanto risulta lenta e non compiuta ma una maggiore uniformità si è raggiunta nella durata media della vita tra i paesi. Sono presenti andamenti variabili nella mortalità infantile, ad Haiti e in Bolivia i livelli sono ancora alti. Anche le disuguaglianze nella distribuzione del reddito incidono sulla mortalità infantile. La struttura dell’economia, della geografia, della cultura, l’origine etnica rappresentano spiegazioni delle disuguaglianze. Fecondità, lavoro femminile e istruzione agiscono e si sviluppano a livello individuale in connessione con il reddito delle singole famiglie. Per quel che riguarda la fecondità i dati rivelano che le famiglie che si collocano nel 10% più ricco nella distribuzione del reddito hanno meno figli delle famiglie del 30% più povero. Lo stesso vale per la partecipazione femminile al mondo del lavoro. Per quanto riguarda l’istruzione si nota che gli adulti del 10% più ricco hanno un’istruzione di 7 anni più lunga degli adulti del 30% più povero. Struttura per età e potenziale economico

La composizione futura della demografia del continente sarà caratterizzata principalmente dalla componente della composizione per età della popolazione. Una politica di apertura al mercato internazionale potrebbe triplicare l’effetto della finestra demografica. Disuguaglianze fra gruppi etnici I gruppi indigeni rappresentano il 10% della popolazione del continente e i loro livelli di reddito sono notevolmente inferiori rispetto a quelli degli altri gruppi e subiscono le condizioni peggiori del disagio economico. Matrimonio e fecondità precoce L’età dell’unione e la maternità in età adolescenziale è risultata essere in forte relazione con il livello di istruzione. Le madri adolescenti si concentrano tra i segmenti meno istruiti della popolazione sono anche a maggior rischio povertà e di restare povere per tutta la vita e le loro figlie rischiano di più di diventare madri adolescenti. La maternità precoce è un indicatore di trasmissione intergenerazionale della povertà, connessa a sua volta a bassi livelli di istruzione. Brasile Conta un terzo della popolazione del continente. A metà del XX secolo la maggioranza delle persone viveva nelle zone rurali mentre oggi l’84% della popolazione vive nelle aree urbane. E’ un paese caratterizzato da un’ accentuata disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Il 22% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà, il 10% più ricco possiede il 45% della ricchezza e il 10% più povero l’1%. La transizione demografica brasiliana è stata rapida e la riduzione della fecondità si è affermata dimezzandosi negli anni 70 e 80. Il calo della mortalità è iniziato dopo gli anni 30 e ha portato ad un progressivo aumento del tasso di crescita demografica e ad una struttura per età che tende a diventare costante. Le dinamiche demografiche sono favorevoli all’apertura della finestra demografica nei prossimi 10/20 anni anche se nel lungo termine il paese dovrà affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione. Il paese si può dividere in 5 regioni differenti in tutto, economia, clima, popolamento:

  1. regione del Norte (compresa l’Amazzonia), copre il 45 % del territorio ma presenta una scarsa densità demografica;
  2. Centre-Oeste (Mato Grosso), poco popolato ma in forte crescita demografica;
  3. il Sul (comprende il Rio Grande), regione dal tenore di vita elevato, popolato dell’immigrazione europea e che comprende il 45% della popolazione totale del Brasile;
  4. Sudeste (Sao Paulo, Rio de Janeiro, Belo Horizonte), cuore industriale del paese, è la zona più densa e dove sono presenti le maggiori differenze socio-economiche. Ha attirato l’emigrazione di una grossa fetta di popolazione del Nordeste;
  5. Nordeste, culla del Brasile coloniale. Le regioni hanno iniziato il processo di transizione demografica in momenti diversi e a velocità differenti. A livello regionale, i dati sulla fecondità misurano andamenti di convergenza del TFT. Conclusioni L’intero continente è attraversato da pesanti disuguaglianze. Le differenze socio-economiche sono legate a comportamenti demografici in complessi legami causa-effetto. Per es la fecondità precoce ha delle pesanti ricadute sulla formazione del capitale umano delle adolescenti e sulla trasmissione della povertà fra generazioni. Fecondità e mortalità sono ancora in declino ed è ancora possibile beneficiare della finestra demografica con scelte politiche mirate, tenendo in considerazione il rapido invecchiamento cui va incontro la popolazione. CAPITOLO IX GLI EFFETTI DI UNA LENTA TRANSIZIONE E DELLA DIFFUSIONE DELL’AIDS NELL’AFRICA SUB-SAHARIANA Povertà e sovrappopolazione

Anche se negli ultimi anni l’Africa sub-Sahariana sta sperimentando un periodo di miglioramenti la situazione resta complicata. Tra gli obiettivi da raggiungere vi sono sicuramente l’accesso universale ai servizi di salute riproduttiva, la parità di genere e il miglioramento dell’istruzione femminile. Il raggiungimento di tali obiettivi dipende molto dagli aiuti internazionali allo sviluppo. Purtroppo bisogna tener conto della crescente diffusione dell’HIV/AIDS e dei massicci spostamenti umani, dovuti ad eventi bellici e disastri naturali. L’alto tasso di fecondità adolescenziale crea rischi aggiuntivi ed unito ai bassi livelli di istruzione impedisce la valorizzazione del capitale umano dei più giovani. La rapida urbanizzazione che ha caratterizzato l’Africa sub-sahariana è accompagnata da un crescente numero di persone che vivono in condizioni di miseria e disagio. CAO X- LE MIGRAZIONI INTERNAZIONALI La migrazione è un fenomeno che comprende ogni aspetto della vita sociale e coinvolge una molteplicità di discipline:

- geografia, in quanto riguarda i movimenti delle persone nello spazio con ripercussioni ambientali

sia nel luogo di partenza che in quello di arrivo;

- demografia, in quanto modifica la struttura per età della popolazione sia d’origine che di

destinazione;

- economia, in quanto gli spostamenti sono dovuti a disparità economiche tra aree;

- politica, quando gli stati reagiscono in base ai flussi migratori;

- psicologia sociale, quando si studiano le motivazioni che inducono i migranti a partire e i

problemi di adattamento che riscontrano nei paesi di destinazione;

- sociologia, in quanto la struttura sociale viene influenzata dal fenomeno.

Delle componenti del comportamento demografico (fecondità, mortalità e migrazione), la migrazione è quella più dinamica e complessa. Perché si emigra, gli approcci teorici Secondo Edward Ravenstein, le principali cause principali della migrazione sono individuate nelle motivazioni economiche. Tuttavia molti autori sostengono che le determinanti dei processi migratori sia diversa a seconda delle fasi prese in esame, La fase iniziale oppure il consolidamento del processo.

  1. La fase di avvio:

- teoria neoclassica della migrazione (modello macroeconomico): pone l’accento sui differenziali

di remunerazione e di condizione occupazionale tra i paesi e sui costi delle migrazioni. La decisone degli spostamenti viene considerata come fatto personale, per massimizzare la possibilità di guadagno.

- Teoria della scelta individuale (modello microeconomico): pone l’accento sull’attore razionale

individuale che decide di migrare in base ad un calcolo costi-benefici che gli fanno credere in un ritorno netto positivo dovuto dallo spostamento.

- Nuova economia della migrazione: pone l’accento sula famiglia (modello micro) come soggetto

della decisione e la migrazione, una strategia.

- Teoria del doppio mercato del lavoro: sostiene che la migrazione internazionale derivi dalla

domanda permanente di lavoro immigrato.

- Teoria dei sistemi mondiali: vede l’inizio della migrazione nella struttura del mercato mondiale.

La globalizzazione del mercato mondiale e l’economia capitalista creano una popolazione mobile, pronta a migrare all’estero. La migrazione diventa meccanismo che regola domanda e offerta del lavoro a livello mondiale.

  1. Il consolidamento del processo migratorio: Le reti migratorie si fondano sulle interrelazioni di natura demografica, economica, politica e sociale e influenzano le relazioni internazionali, aumentando le probabilità di spostamento grazie all’abbassamento dei costi e dei rischi della migrazione. Contemporaneamente al flusso di migranti si sviluppa un flusso di capitali, beni e servizi che alimentano e modificano il ruolo delle catene migratorie. Il quadro complessivo dei movimento migratori: flussi e stock

Il periodo dei flussi più intensi è riconducibile agli anni tra metà dell’ottocento e prima guerra mondiale, quando il forte incremento demografico non si accompagnava ad un altrettanto veloce sviluppo economico. La grande migrazione verso le Americhe si ferma con lo scoppio della prima guerra mondiale e riprende dopo la seconda. Oggi l’Europa è diventata area di attrazione per i migranti. I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni mostrano che attualmente nessun paese al mondo è completamente estraneo al fenomeno. Tra il 1990 e il 2000, 34 paesi fra i 44 più sviluppati hanno misurato un saldo migratorio positivo realizzando un flusso netto di immigrati di 2,6 milioni all’anno (la maggior parte diretta in America del Nord). I paesi asiatici rappresentano i paesi principali di partenza. Il numero di persone che vive al di fuori del proprio paese è più che raddoppiato negli ultimi 40 anni. Fanno parte degli spostamenti anche i rifugiati che trovano maggiormente asilo nei paesi in via di sviluppo a causa degli spostamenti di breve raggio, anche se è l’Europa ad aver visto crescere di più il numero di richieste. La dissoluzione dell’Unione Sovietica, ha contribuito alla crescita di migranti nel mondo. Attualmente il 60% dei migranti si concentra in 28 paesi. I flussi più consistenti provengono da Asia, Africa, area Caraibica e Medio Oriente. La migrazione, dagli anni 60 in poi ha acquisito sempre di più caratteri globali. L’emergere di nuove destinazioni ha modificato la distribuzione delle nazionalità nei paesi di arrivo. Le direzioni predilette sono: America del Nord, Europa occidentale, zone petrolifere del Medio Oriente. I contingenti di passaggio rappresentano una parte consistente dei flussi migratori. Tra i paesi europei, l’Italia, la Spagna e la Grecia. I paesi del Maghreb sono sia aree di emigrazione sia tappe di transito o di destinazione per i migranti dell’Africa sub-sahariana. Il fenomeno migratorio gioca un ruolo importante anche nella crescita demografica. Conseguenze demografiche ed economiche delle migrazioni per i paesi di origine e di destinazione Occorre considerare che il fenomeno coinvolge tre attori:

  1. il paese d’origine, l’emigrazione fornisce opportunità di lavoro non disponibili nel paese d’origine, favorisce trasferimenti di tecnologia, induce flussi di rimesse degli emigrati (effetti positivi). Tra gli effetti negativi, perdita di lavoratori qualificati con conseguente riduzione della qualità di servizi essenziali e un abbassamento della produttività. Un aspetto importante è costituito dai flussi delle rimesse (dai paesi più sviluppati a quelli meno), parte del pagamento per l’esportazione del lavoro che torna nei paesi d’origine. Nel sistema di riproduzione locale, le rimesse possono compensare gli effetti negativi della perdita di capitale umano dovuto alla partenza del migrante. Il saldo è positivo nelle situazioni in cui nel paese d’origine si è in presenza di un surplus di manodopera e la perdita di risorse umane ha un costo-opportunità nullo. I lavoratori che sono emigrati da poco sono più propensi a rimettere di più parte dei loro guadagni. Allo stesso modo le donne rimettono quote più elevate rispetto agli uomini.
  2. Il paese di destinazione, beneficia sia della circolazione del reddito degli immigrati sia dei flussi delle rimesse. “Migrazione di rimpiazzo”, migrazione internazionale della quale avrebbero bisogno un paese per evitare il declino e l’invecchiamento della popolazione. Nel lungo periodo saranno USA, Germania, Canada, Regno Unito e Australia i maggiori ospitanti.
  3. Il migrante. Conclusioni Le questioni cruciali che riguardano l’immigrazione comprendono anche politiche e programmi di integrazione degli immigrati e dei loro discendenti. Esse possono essere viste oltre che da un’ottica economica anche da una socio-culturale. L’istruzione rappresenta il ruolo chiave per l’inclusione sociale e l’integrazione economica. E’ chiaro che la gestione dei flussi migratori deve essere affrontato a livello internazionale, coinvolgendo anche i paesi di partenza. CAO XI- I CONTRIBUTI ALLA CONVERGENZA: LE CONFERENZE MONDIALI SULLA POPOLAZIONE, GLI OBIETTIVI DEL MILLENNIO E LE STRATEGIE DI PIANIFICAZIONE FAMILIARE

incoraggianti. La tendenza delle iscrizioni scolastiche dal 1990 al 2001 è crescente soprattutto per i paesi con livelli di partenza molto bassi, mentre i paesi che partivano da valori più elevati hanno mantenuto i propri valori piuttosto stabili. Obiettivi del millennio, salute riproduttiva e pianificazione familiare Esperti di sviluppo delle organizzazioni mondiali già a partire dagli anni 90 convengono che le donne abbiano un ruolo principale nella società per ridurre i livelli di povertà. Si è verificato che il riconoscimento dei diritti sessuali femminili può presentare un importante freno alla diffusione dell’HIV/AIDS in Africa ed Asia (anche se tali diritti non sono esplicitati nei MDG). Tra i MDG si prevede invece di ridurre di 3/4 i livelli di mortalità materna. Pianificazione familiare e contraccezione nelle regioni del mondo: gli indicatori La diminuzione della fecondità non determina l’arresto della crescita della popolazione, infatti, la popolazione continuerà a crescere anche dopo che la fecondità si sarà stabilizzata ad un livello di sostituzione (2,1 figli per coppia). Questo fenomeno, definito come inerzia demografica si verifica quando una percentuale elevata della popolazione di un paese è costituita da giovani e rappresenta un potente motore della crescita demografica. I programmi di pianificazione familiare offrono una vasta gamma di metodi anticoncezionali e hanno determinato un vasto uso di contraccettivi nel mondo, che hanno a loro volta, contribuito alla riduzione dei tassi di fecondità dagli anni 60 in poi, determinando effetti positivi sia per i paesi in via di sviluppo che per quelli donatori: benefici sul piano della salute e della qualità della vita (riduzione dei rischi di mortalità infantile e materna), benefici economici (riduzione degli oneri per la scuola), riduzione dei tassi di incremento della popolazione e della pressione sull’ambiente e i servizi pubblici. Contraccezione La capacità di progettare il numero di figli e gli intervalli fra le nascite è stata definita un diritto fondamentale delle coppie. In generale i tassi di fecondità stanno diminuendo e l’uso del contraccettivo sta aumentando, sebbene con grande eterogeneità tra i diversi stati. Stime ci dicono come meno della metà della domanda di pianificazione familiare sia realmente coperta nell’Africa sub-Sahariana. Complessivamente in Africa l’utilizzo della contraccezione non supera il 20%. In Asia circa il 60% della popolazione utilizza contraccettivi, in Cina l’84 %. In America Latina una marcata quota di donne ha fatto ricorso a metodi irreversibili. Si osserva che i paesi che vivono una fase iniziale della transizione della fecondità rilevano la quota più elevata di “bisogno di contraccezione non soddisfatto”. Il processo di convergenza di fecondità dei Pvs verso livelli di sostituzione generazionale dipende fortemente dalla diffusione della contraccezione. Tra il 2000 e il 2025 se si vuole abbassare il numero di figli per donna da 2,8 a 2,3 occorrerà portare i valori contraccettivi dall’attuale 63% al 67%. In questi termini è fondamentale il ruolo dei governi nella diffusione della conoscenza e di aiuti alle famiglie. Conclusioni Nel 2000 i diversi capi di stato hanno riflettuto sul raggiungimento di obiettivi che migliorassero le condizioni di salute, istruzione ed eliminazione delle disuguaglianze tradotti negli 8 obiettivi di sviluppo del millennio. Le sfide e gli obiettivi sembrano difficili da vincere anche se ci sono segnali positivi. Sia la diffusione dell’istruzione che l’abbassamento della mortalità infantile si stanno realizzando seppur lentamente. Gli obietti che hanno bisogno del solo intervento di politica economica sembrano favoriti e più facilmente realizzabili di quelli che necessitano di cambiamenti di mentalità. L’emancipazione femminile tra tutti sembra la più legata a fattori radicati nella tradizione dei vari paesi.