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Devianza e ordine sociale, Sintesi del corso di Sociologia della Devianza e della Criminalità

Manuale di sociologia della devianza

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

Caricato il 06/11/2018

Fedesassoli7
Fedesassoli7 🇮🇹

4.4

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SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA E DELLA CRIMINALITA’
DEVIANZA E ORDINE SOCIALE
1 COESIONE SOCIALE E VIOLAZIONE DELLE NORME
La categoria ordine sociale deve essere collocata in una prospettiva evolutiva che la sottoponga alle tensioni delle
trasformazioni sociali in quanto il costrutto di ordine sociale e le argomentazioni che si sviluppano riguardo ad esso
devono sopportare il vaglio critico della storia, una storia caratterizzata da processi (conflitti, violenza ecc.) che sono
andati a definire le trasformazioni sociali. Un ordine sociale sempre ridefinibile e comunque un ordine che non può
evitare (eludere) le trame della coesione sociale. Gli assetti normativi su cui intendiamo concentrarci sono prodotti
dalla dialettica dei rapporti sociali che ne influenzano al contempo lo svolgimento.
Definiamo quindi l’ordine sociale come effetto socialmente e storicamente collocato, come assetto normativo che ci
consente di gestire le nostre interazioni appoggiandoci a sostegni tanto fondamentali quanto instabili. All’interno delle
relazioni sociali esistono dei fattori regolativi che ci sentiamo di ricondurre alla categoria di prevedibilità (nel senso
che “sappiamo” quello che l’altro fa, il perché lo fa in quel preciso momento, le ragioni del perché lo fa.) .
Il tema è quindi quello della CORRISPONDENZA dei comportamenti alle aspettative socialmente condivise, una
corrispondenza che si realizza piu difficilmente ai comportamenti dei soggetti che importano diversità nei nostri
schemi interpretativi. Non saremmo in grado di gestire i nostri scambi comunicativi in assenza di codici e schemi
interpretativi che ci consentano di prevedere la reazione dei nostri interlocutori. Le norme sociali definiscono la nostra
possibilità di agire socialmente senza essere continuamente esposti all’incertezza. Ci permettono di interagire
limitando la percezione dell’altro come minaccia. Anche se nulla ci garantisce che i nostri referenti reagiscano
adeguandosi alle regole, e che i loro comportamenti si adeguino al copione delle aspettative condivise. Imprevisti e
deviazioni sono all’ordine del giorno. Appare evidente quindi che la sicurezza di un soggetto dipenda dalla sua
possibilità di affidarsi a un meccanismo di previsione che gli consenta di organizzare la propria routine contendendo
rischi e pericoli. Comunque la maggior parte delle nostre interazioni quotidiane si realizza all’interno di una cornice
nella quale le nostre aspettative sociali e le nostre previsioni risultano confermate. Altrimenti non ci sarebbe
quotidianità.
Le norme informali e le leggi scritte che delineano i confini dell’ordine sociale, in ogni caso, possono subire e
subiscono sistematicamente alcune violazioni. La sociologia della devianza si concentra proprio su questo, ovvero sul
rapporto tra ordine sociale e devianza, intesa come violazione che incide sugli assetti normativi che caratterizzano i
rapporti sociali. Per quanto riguarda la lettura del fenomeno, Goffman ci esorta a privilegiare il linguaggio dei
rapporti piuttosto che quello degli attributi, quando analizziamo le pratiche devianti. Non esiste la possibilità di
concepire la devianza al di fuori di un quadro relazionale. L’approccio di Goffman risulta radicalmente interazionista
e costruzionista. In questa prospettiva teorica, soggetti e comportamenti non possono essere definiti devianti fino a che
non siano stati etichettati come tali, ovvero fino a che non vengono fatti oggetto di stigmatizzazione almeno
parzialmente pubblica. I processi di stigmatizzazione che di fatto cristallizzano l’atto deviante devono essere preceduti
da una specifica costruzione sociale, cioè dalla formulazione e dalla definizione di cosa è (e non è) deviante. Un
processo di definizione che investe la dimensione delle norme informali (girare il banco, dando le spalle al professore)
e delle regole piu formalizzate, come per esempio le fattispecie di reato che compongono il codice penale (piantargli
una penna nella mano: lesione volontaria).
Tali meccanismi di definizione risentono dell’influenza del tempo e dello spazio. Comportamenti sanzionabili nel
passato, possono risultare legittimi nel presente. (I delitti d’onore per esempio hanno rappresentato una forma
legittima e socialmente riconosciuta di sanzione informale di un comportamento deviante come l’infedeltà coniugale.
Le trasformazioni socio culturali hanno poi intaccato questo meccanismo e tali comportamenti sono ora oggetti di
disapprovazione). Quindi una prospettiva storica – evolutiva e costruzionista ci induce a considerare gli elementi di
profondo relativismo che accompagnano la definizione di ciò che è deviante e influenzano naturalmente i meccanismi
di reazione sociale e sanzione istituzionale. Queste pratiche di definizione sono connesse agli assetti del potere che
caratterizzano ciascuna specifica organizzazione sociale. Potremmo considerare che le prassi di definizione e
repressione rispondano (in una prospettiva conflittuale: sociologia conflittuale) a interessi e strategie di dominio
attribuibili alle forze egemoni in una determinato contesto sociale e produttivo.
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SOCIOLOGIA DELLA DEVIANZA E DELLA CRIMINALITA’

DEVIANZA E ORDINE SOCIALE

1 COESIONE SOCIALE E VIOLAZIONE DELLE NORME

La categoria ordine sociale deve essere collocata in una prospettiva evolutiva che la sottoponga alle tensioni delle trasformazioni sociali in quanto il costrutto di ordine sociale e le argomentazioni che si sviluppano riguardo ad esso devono sopportare il vaglio critico della storia, una storia caratterizzata da processi (conflitti, violenza ecc.) che sono andati a definire le trasformazioni sociali. Un ordine sociale sempre ridefinibile e comunque un ordine che non può evitare (eludere) le trame della coesione sociale. Gli assetti normativi su cui intendiamo concentrarci sono prodotti dalla dialettica dei rapporti sociali che ne influenzano al contempo lo svolgimento.

Definiamo quindi l’ordine sociale come effetto socialmente e storicamente collocato, come assetto normativo che ci consente di gestire le nostre interazioni appoggiandoci a sostegni tanto fondamentali quanto instabili. All’interno delle relazioni sociali esistono dei fattori regolativi che ci sentiamo di ricondurre alla categoria di prevedibilità (nel senso che “sappiamo” quello che l’altro fa, il perché lo fa in quel preciso momento, le ragioni del perché lo fa.).

Il tema è quindi quello della CORRISPONDENZA dei comportamenti alle aspettative socialmente condivise, una corrispondenza che si realizza piu difficilmente ai comportamenti dei soggetti che importano diversità nei nostri schemi interpretativi. Non saremmo in grado di gestire i nostri scambi comunicativi in assenza di codici e schemi interpretativi che ci consentano di prevedere la reazione dei nostri interlocutori. Le norme sociali definiscono la nostra possibilità di agire socialmente senza essere continuamente esposti all’incertezza. Ci permettono di interagire limitando la percezione dell’altro come minaccia. Anche se nulla ci garantisce che i nostri referenti reagiscano adeguandosi alle regole, e che i loro comportamenti si adeguino al copione delle aspettative condivise. Imprevisti e deviazioni sono all’ordine del giorno. Appare evidente quindi che la sicurezza di un soggetto dipenda dalla sua possibilità di affidarsi a un meccanismo di previsione che gli consenta di organizzare la propria routine contendendo rischi e pericoli. Comunque la maggior parte delle nostre interazioni quotidiane si realizza all’interno di una cornice nella quale le nostre aspettative sociali e le nostre previsioni risultano confermate. Altrimenti non ci sarebbe quotidianità.

Le norme informali e le leggi scritte che delineano i confini dell’ordine sociale, in ogni caso, possono subire e subiscono sistematicamente alcune violazioni. La sociologia della devianza si concentra proprio su questo, ovvero sul rapporto tra ordine sociale e devianza, intesa come violazione che incide sugli assetti normativi che caratterizzano i rapporti sociali. Per quanto riguarda la lettura del fenomeno, Goffman ci esorta a privilegiare il linguaggio dei rapporti piuttosto che quello degli attributi, quando analizziamo le pratiche devianti. Non esiste la possibilità di concepire la devianza al di fuori di un quadro relazionale. L’approccio di Goffman risulta radicalmente interazionista e costruzionista. In questa prospettiva teorica, soggetti e comportamenti non possono essere definiti devianti fino a che non siano stati etichettati come tali, ovvero fino a che non vengono fatti oggetto di stigmatizzazione almeno parzialmente pubblica. I processi di stigmatizzazione che di fatto cristallizzano l’atto deviante devono essere preceduti da una specifica costruzione sociale, cioè dalla formulazione e dalla definizione di cosa è (e non è) deviante. Un processo di definizione che investe la dimensione delle norme informali (girare il banco, dando le spalle al professore) e delle regole piu formalizzate, come per esempio le fattispecie di reato che compongono il codice penale (piantargli una penna nella mano: lesione volontaria).

Tali meccanismi di definizione risentono dell’influenza del tempo e dello spazio. Comportamenti sanzionabili nel passato, possono risultare legittimi nel presente. (I delitti d’onore per esempio hanno rappresentato una forma legittima e socialmente riconosciuta di sanzione informale di un comportamento deviante come l’infedeltà coniugale. Le trasformazioni socio culturali hanno poi intaccato questo meccanismo e tali comportamenti sono ora oggetti di disapprovazione). Quindi una prospettiva storica – evolutiva e costruzionista ci induce a considerare gli elementi di profondo relativismo che accompagnano la definizione di ciò che è deviante e influenzano naturalmente i meccanismi di reazione sociale e sanzione istituzionale. Queste pratiche di definizione sono connesse agli assetti del potere che caratterizzano ciascuna specifica organizzazione sociale. Potremmo considerare che le prassi di definizione e repressione rispondano (in una prospettiva conflittuale: sociologia conflittuale) a interessi e strategie di dominio attribuibili alle forze egemoni in una determinato contesto sociale e produttivo.

Al centro del dibattito disciplinare vi è un fondamentale interrogativo: se la devianza si configura come violazione riconosciuta delle norme sociali e assume il rango di criminalità quando trasgredisce le leggi penali, essa intacca l’ordine sociale oppure contribuisce, a seguito della reazione che ingenera, a riprodurlo e perfino a renderlo piu saldo?

PRIMA AMBIVALENZA: Le condotte devianti (le cui pratiche di etichettamento hanno un carattere selettivo influenzato dalla strutturazione del potere) possono essere indispensabili nella loro funzione indicativa e distintiva: hanno cioè la capacità di delineare i confini dell’appartenenza a un contesto sociale e di rinforzarli attraverso l’indicazione di gruppi e soggetti pericolosi che attentano all’ordine costituito. Il legame sociale tra gli inclusi ne uscirebbe fortificato, la paura dell’altro si tradurrebbe in un incentivo coesivo. Per un altro verso l’aggressione degli assetti normativi può essere piu banalmente intesa come un fattore di disequilibrio, come un tratto prettamente disfunzionale. Un eccesso di devianza sarebbe indicatore di una conflittualità troppo pronunciata.

SECONDA AMBIVALENZA: la seconda ambivalenza si riscontra nella relazione tra ordine sociale e mutamento sociale. Innovazione e mutamento sono intimamente connessi a espressioni di devianza. La definizione di un nuovo ordine sociale e per certi versi anche gli adattamenti progressivi che consentono a una struttura sociale di riprodursi, dipendono in sintesi dai contenuti di devianza che una società produce e dai meccanismi di reazione che gli stessi inducono. (Pensiamo a Socrate per esempio).

2 ANOMIA E ANOMIE: IL CONFLITTO DENTRO IL PARADIGMA CONSENSUALE

Ci concentriamo prevalentemente sugli autori che possiamo ricondurre al campo della sociologia critica e conflittuale.

2.1 DIFFERENZIAZIONE SOCIALE E TONO MORALE

Ad Emile Durkheim si riconosce la prima fondamentale riflessione sulla relazione tra anomia e devianza inserita nel paradigma sociale. Egli compie un tentativo delle analisi delle derive anomiche che superi lo schema incentrato sull’individuazione delle cause (patologiche) che inducono gli individui a discostarsi dai tracciati normativi e a delinquere. La sua concettualizzazione di anomia sposta l’attenzione sui processi che ridefiniscono gli assetti valoriali e normativi della società e incidono sui meccanismi attraverso i quali i soggetti pensano e agiscono. Nella sua definizione l’anomia è la mancanza o meglio l’inadeguatezza, delle norme morali rispetto al livello raggiunto dallo sviluppo della divisione del lavoro. L’assunto centrale di durkheim è che le società moderne presentino un deficit di tono morale o meglio una densità morale piu bassa a fronte di una densità materiale e demografica più alta. Questo deficit deriva da quel passaggio storico da una socialità più uniforme caratterizzata da un numero limitato di norme sociali ed estremamente vincolanti e da un legame sociale basato sulla solidarietà meccanica, a un’organizzazione sociale via via piu complessa e plurale che impone un processo di espansione delle strutture normative e una coesione piu problematica definita da forme di solidarietà organica. Il mantenimento e la riproduzione dei legami sociali nel nuovo assetto societario risultano piu difficoltosi, perché la differenziazione sociale implica una proliferazione degli interessi soggettivi e una moltiplicazione dei riferimenti valoriali. La modernità cioè si definisce per la sua tendenza ad incrementare la conflittualità sociale e ad intaccare il tessuto della coesione sociale. La crisi del tono morale è diagnosticata da durkheim con riferimento alla rarefazione delle rappresentazioni condivise e prende corpo appunto in un processo di espansione anomica. Queste ultime devono subire un processo di evoluzione e ridefinizione e sono gli assi portanti sui quali si sviluppa quell’insieme di credenze e sentimenti che danno vita alla coscienza collettiva (unità psichica non individuale), (ripristino del nucleo di rappresentazioni condivise: riproduzione sociale).

Tratto ambivalente dell’anomia: il conflitto normativo gioca un ruolo fondamentale nell’evoluzione della società da un lato e nel mantenimento dei suoi equilibri dall’altro. L’anomia risulta inevitabile e preoccupante, ma al tempo stesso indispensabile per garantire il mutamento, in senso evolutivo, dell’ordine sociale. Durkheim comunque rimane astratto: anomia è crisi valoriale connessa alla rarefazione delle rappresentazioni condivise avvero al prevalere delle coscienze individuali su quella collettiva; da un secondo punto di vita alla disgregazione delle relazioni scoiali; da un terzo alla dimensione soggettiva con un individuo che fatica a trovare dei riferimenti valoriali e religiosi, con l’estrema conseguenza del suicido anomico.

Devianza a e crimine come espressioni anomiche e di conflitto normativo sono necessarie perché rappresentano spesso “un ‘anticipazione della morale dell’avvenire”. Un indicatore che la società è abbastanza flessibile da manifestare una tendenza all’innovazione. Ma il deviante è anche in chiave conservativa : la reazione che provoca nel corpo sociale rinsalda la coesione in senso oppositivo, rinforza il tono morale indebolito dal processo di

Teorie dell’apprendimento, teoria dell’associazione differenziale (Cressey e Sutherland). Secondo queste due teorie il soggetto che si avventura a frequentare gruppi che si caratterizzano per un’attitudine deviante, rischierebbe di assorbirne i riferimenti culturali e di adeguare il suo comportamento a quello degli esponenti del gruppo che vi sono entrati in precedenza. In sintesi possiamo dire che il gruppo può diventare promotore e riproduttore di adattamenti devianti. Merton sostiene che i gruppi di riferimento sono basati sulla stabilita delle relazioni tra i soggetti che vi aderiscono, ma possono risultare molteplici anche nell’esistenza di un singolo individuo: un ragazzo può appartenere contemporaneamente a un gruppo dedito al consumo di stupefacenti e a un gruppo di scout. I conflitti tra le strutture normative e culturali dei diversi gruppi di appartenenza si riversano nella soggettività, che può perfino orientarsi ad assumere come propri gli orientamenti valoriali e i riferimenti regolativi degli outgroups, ossia quei gruppi dei quali l’individuo non fa materialmente parte, ma che possono comunque offrirgli risorse identitarie. Definendo la conformità in relazione ai riferimenti normativi e valoriali del proprio gruppo di appartenenza e, di conseguenza, la non conformità in relazione a norme e valori del o degli out groups Merton sostiene che sia indebito ogni tentativo di stabilire una linea di demarcazione tra le due categorie soprattutto quando ci si trovi in presenza di una pluralità di combinazioni delle influenze accessibili : “il gruppo verso cui ci sentiamo fedeli e ai cui modelli cerchiamo di conformaci è determinato dalla nostra affinità selettiva, che compie la sua scelta fra tutte le influenze personali a noi accessibili; e se la nostra avviene indipendentemente dai nostri compagni reali ed essi non vengono presi in considerazione, noi assumiamo le apparenze della non conformità”.

Sutherland e Cressey sviluppano la loro teoria dell’associazione differenziale a partire da una definizione della società come organizzazione sociale differenziale: i principi della ss. Differenziale rendono conto dell’adattamento soggettivo a prassi devianti e criminali sulla base di influenze ambientali, ovvero delle aggregazioni gruppali presenti nell’ambiente. L’apprendimento deviante si realizza prevalentemente attraverso le relazioni che si sviluppano all’interno di un gruppo che comprende l’acquisizione di tecniche operative e dello specifico indirizzo dei moventi, delle iniziative, delle razionalizzazioni e degli atteggiamenti. Proprio sul terreno delle razionalizzazioni, le definizioni favorevoli alla violazione delle leggi possono prevalere su quelle ad essa contrarie, giocando un ruolo decisivo nel processo di affiliazione che induce un soggetto ad assumere atteggiamenti coerenti con quelli praticati dal gruppo di riferimento. Gli orientamenti volti alla devianza e al crimine, vanno rintracciati nella storia personale dei soggetti che delinquono poiché essa è in grado di condensare la dialettica di influenze, o meglio tra i gruppi influenti, che conducono al risultato di una prevalenza di definizioni favorevoli alla violazione delle norme. La prospettiva di cressey e Sutherland è quindi evoluzionistica, ovvero non situazionale e si può cogliere solo approfondendo il rapporto tra i meccanismi dell’associazione differenziale e le caratteristiche di un’organizzazione sociale differenziale. Gli adattamenti soggettivi infatti, si sviluppano all’interno di una società concorrenziale, composta da gruppi che si contendono l’adesione dei soggetti producendo e riproducendo orizzonti valoriali e normativi, potenzialmente configgenti, che siano i grado di sostenerne le prassi.

Conflitto primario, si verifica quando uno stesso comportamento può essere rilevante per due culture diverse (ad esempio in seguito alla migrazione da un area all’altra) L’altra è il conflitto secondario, Selling si riferiva alle Subculture. Le persone che abitano in un area tendono a creare un proprio nucleo di valori e si distaccano anche se parzialmente dalla cultura di appartenenza. (Vedi pagina 26 riga 17) Inoltre come Merton anche Cloward e Ohlin affermano che ogni subcultura delinquenziale richiede ai propri membri la violazione di alcune norme come supporto indispensabile per la riproduzione della subcultura stessa. Essi definiscono 3 importanti sotto categorie: conflittuale, criminale, e del ritiro.

La subcultura criminale prescrive forme disciplinate e utilitaristiche di reato; la subcultura conflittuale un uso strumentale della violenza; quella del ritiro impone di partecipare al consumo di sostanze illecite.

4 DISORDINE URBANO E ORDINE SOCIALE

Simmel e Park e i loro allievi (scuola di Chicago) hanno considerato la citta come terreno privilegiato della ricerca sociologica e come ambiente nel quale sia possibile descrivere ed interpretare il rapporto tra forme di devianza e ordine sociale. La vita urbana condensa i conflitti sociali (che derivano da differenziazione sociale e individualizzazione) in un ambiente relativamente ristretto e altamente disomogeneo: terreno ideale per osservare sociologicamente le interazioni differenziate e le nuove forme di reciprocità (l’effetto di reciprocità si riferisce al termine corrispondenza per indicare quel legame che accomuna i fenomeni sociali). Il focus principale dei ricercatori della scuola di Chicago risiede nel rapporto tra concentrazione urbana, sviluppo metropolitano e forme di devianza. La scuola di Chicago elabora la cosiddetta teoria ecologica che riconduce i comportamenti prevalenti di un determinato gruppo sociale all’ambiente socio- culturale nel quale esso è fisicamente collocato. In particolare l’attenzione di questi

studiosi si concentra sulla rarefazione dei legami sociali e dei meccanismi di controllo informale che avrebbe colpito le famiglie migranti che andavano a sostanziare l’espansione rapidissima di Chicago, in pochi decenni trasformata da centro di dimensioni medio-piccole a una delle piu estese metropoli statunitensi. (Un passaggio che sembra riprendere il tema della transizione tra forme di solidarietà meccanica e organica in durkheim). I gruppi di migranti poveri si sarebbero trovati in una condizione di precarietà estrema, senza poter contare sui legami comunitari che regolavano la loro precedente vita sociale e nemmeno sugli schemi cognitivi e interpretativi utilizzati in precedenza. Non solo il modello culturale ma anche l’intero schema interpretativo scontato e coerente nel suo gruppo, risultano invalidati: non può essere utilizzato come riferimento orientativo nel nuovo contesto sociale. Precipitati in un ambiente destrutturato dal punto di vista normativo e impossibilitati a ricorrere alle forme di supporto garantite da famiglie allargate e comunità coese, questi soggetti allo sbando sarebbero stati in parte indotti a ripiegare su adattamenti devianti o a cadere in una sorta di reazione anomica, nelle trappole dei vizi. La correlazione che ha interessato la scuola di Chicago è stata quella tra zone urbane investite da flussi migratori e tassi piu elevati devianza e delinquenza. Il loro approccio si concentra sulla patologia sociale attraverso l’individuazione del rapporto causale che legherebbe devianza e disorganizzazione sociale. Quest’ultimo è un costrutto ambiguo (le attività illegali possono essere definite come organizzate, ma sono al tempo stesso disorganizzate le zone ad alta intensità delinquenziale in quanto i valori in esse trasmessi sono criminali e non convenzionali).

Contagio sociale: “il crollo dell’ordine sociale inizia con l’impatto dell’invasione di una popolazione straniera e prosegue con il contatto fra popolazione nativa e quella straniera”.

5 INTERAZIONE CONTROLLO E ORDINE CONTINGENTE

I sociologi che possiamo ricondurre alla corrente teorica dell’interazionismo simbolico sono definiti anche come “neochicagoans” in riferimento agli elementi di continuità che li legano ai pionieri della scuola di Chicago. Gli interazionisti condividono con i pionieri l’impostazione simmeliana, ovvero l’orientamento a cogliere nelle trame delle azioni tra soggetti quei meccanismi di influenza reciproca che costituiscono il tessuto fondamentale della società. Il contributo dell’interazionismo simbolico si sviluppa negli USA a partire dagli anni 60.gli interazionisti si concentrando soprattutto su un’analisi microsociologia, prediligendo le dinamiche relazioni, osservate da vicino nei loro sviluppi. Anche questi studiosi son interessati al tema dell’ordine sociale, cercando di coglierne le articolazioni concrete nei rapporti sociali e individuando come si sostanzia l’ordine dell’interazione nei diversi contesti analizzati. Questo è un vero e proprio cambio paradigmatico. Gli studiosi della scuola di Chicago avevano colto la natura problematica dei meccanismi di controllo sociale che avrebbero dovuto operare nella logica assimilazionista per favorire l’integrazione urbana e sociale dei gruppi marginali, MA avevano sottovalutato le caratteristiche SITUATE delle forme del controllo. Con gli interazionisti vi è una maggiore attenzione all’impianto selettivo delle agenzie di controllo istituzionale e nei processi di attribuzione dello stigma deviante. Le sanzioni NON DEVONO essere semplicemente conseguenze delle violazioni che si verificano. Al contrario. La criminalizzazione e la stigmatizzazione vanno intese come processi interattivi nei quali la devianza viene prodotta. Gli interazioni verranno definiti anche come teorici dell’etichettamento, con riferimento alla labelling theory. Gli interazionisti evidenziano la centralità delle pratiche di controllo informale e istituzionale nei processi di stigmatizzazione e criminalizzazione. In particolare si pone al centro dell’analisi i meccanismi di attribuzione dell’etichetta di devianza e ciò significa quindi considerare quest’ultima all’interno di una quadro teorico decisamente relativista. (Goffman). In “STIGMA” Goffman riflette sul tema della segretezza e del controllo delle informazioni. Secondo lui ciascuno di noi ha delle propensioni o mette in atto comportamenti potenzialmente stigmatizzabili (se consumiamo cocaina insieme al nostro collega di lavoro, avremo in comune l’interesse che la nostra condotta non venga scoperta). Quando informazioni delicate escono dalla cerchia di interazioni che controlliamo, il terreno è pronto affinché abbiano luogo i processi di stigmatizzazione, ovvero affinché la devianza sia prodotta. Questi legami fiduciari ci consentono di mantenere un retroscena protetto, e se dovessero saltare ci troveremmo in grande difficoltà dal punto di vista personale e sarebbero le relazioni sociali nel loro complesso a risultare ingovernabili. La riproduzione situata di queste legami e delle pratiche comunicative che li sostengono è oggetto specifico degli etnometodologi. La violazione di questi assetti normativi, aveva per Garfinkel un potenziale fondamentale di disvelamento dell’ordine sociale contingente (ricordiamo come egli induceva i propri studenti a adottare condotte anomale in famiglia al fine di verificare empiricamente come tali devianze incidessero sull’interazione quotidiana, per mettere in evidenza le contraddizioni di queste strutture normative basilari). Possiamo considerare l’etnometodologia come una approccio complementare a quello dell’interazionismo simbolico. L’interazionista si interessa alle modalità attraverso le quali l’individuo costruisce il suo se nell’interazione, l’etnometodologo osserva i presupposti cognitivi e le prassi attraverso cui l’interazione può aver luogo. Per Garfinkel

comportamento previsto dal codice penale, per cui è prevista una sanzione istituzionale, ma non intendiamo negare l’ipotesi che possano esservi comportamenti che producono un danno sociale rilevabile e rilevante pur non essendo di fatto previsti come reati del codice penale.

1.1.CRIMINOLOGIA E SOCIOLOGIA DEL CRIMINE

Il crimine è dunque per certo un concetto legalistico ovvero dipendente da una definizione giuridica; ma quella definizione giuridica è il risultato di un processo di costruzione sociale, la cui origine e la cui evoluzione non possono essere arbitrariamente escluse dal campo dell’investigazione di chi studia sociologicamente la criminalità. È in tal modo che la sociologia si distingue dalla criminologia classica quest’ultima interessata principalmente allo studio dei fattori che causano la criminalità. Mentre la sociologia è piuttosto interessata a quei fattori che conducono alla definizione del crimine in quanto tale. La criminologia come studio scientifico della criminalità nasce a cavallo tra il 18 e il 19 secolo, ad opera della scuola classica e della scuola positiva del diritto penale e si chiedono entrambe le scuole, perché determinati individui commettano atti criminali. Non indagando la definizione del crimine, la criminologia si muove dunque su di un orizzonte artificiale definito da un’altra scienza, la scienza del diritto. La distinzione tra problemi sociali e problemi sociologici quindi può risultare utile a chiarire la distanza tra la prospettiva sociologica che guarda al crimine come un problema sociale, ne ricerca le cause e ne prospetta le modalità piu adeguate di trattamento e quella sociologica che affronta il tema della criminalità come oggetto sociologico; intende investigare accanto ai fattori che possono influenzare l’adozione o la resistenza nei confronti di determinate condotte socialmente percepite come devianti, anche le forme della reazione sociale e istituzionale a quei comportamenti, tra cui i processi che conducono alla definizione del crimine e all’assunzione del comportamento come criminale.

1.2.L’APPROCCIO EZIOLOGICO NELLA SOCIOLOGIA DELLA CRIMINALITA’

L’idea fortemente condivisa che il crimine costituisca un problema per la società spinge anche il sociologo ad impegnarsi principalmente nella ricerca delle cause del comportamento criminale. In questo caso il sociologo si concentra sullo studio del carattere criminogeno dell’ambiente sociale cui appartiene il reo. A seconda delle diverse scuole o degli autori presi in considerazione, il sociologo positivista riconduce al reato a diversi fattori di tipo sociale che considera come cause scatenanti del comportamento criminale.

A partire da durkheim il reato viene eletto come sintomo di un disorientamento circa le regole vigenti causato dal venir meno dei valori tradizionali e dalla accresciuta complessità dei riferimenti di senso.

Grazie all’interpretazione del concetto di anomia di Merton- anomia intesa come discrepanza tra mete socialmente condivise disponibilità di strumenti legittimi per raggiungerle- viene utilizzata per spiegare il comportamento criminale delle fasce piu svantaggiate della popolazione nell’attuale società del consumo o per interpretare il comportamento deviante e criminale della popolazione immigrata.

Più in generale invece, in una prospettiva funzionalista, le cause del comportamento criminale vengono ricercate nelle carenze dei processi di socializzazione: con carenze nella socializzazione primaria, ci si riferisce al peggioramento della scuola, alla qualità delle relazioni tra i parti; con quella secondaria ci si riferisce alla diffusione della criminalità giovanile.

La prospettiva ecologica imputa il diffondersi della criminalità alla disorganizzazione sociale.

Le teorie delle sub- culture e dell’associazione differenziale vengono assunte come spiegazione del comportamento criminale in relazione all’appartenenza a culture che si contrappongono a quella dominante, esempio quella dei rom.

Come ultimo, le teorie del controllo sociale che individuano le cause delle criminalità nella debolezza o nell’assenza di adeguati vincoli sociali. Queste vengono utilizzate per spiegare i cosiddetti crimini “senza senso”, come per esempio il comportamento vandalico dei giovani.

1.3.SOCIOLOGIA DEL DIRITTO E CRITICA DEL DIRITTO PENALE

Lo studio sociologico della criminalità non può esimersi dall’ analizzare i processi che conducono alla definizione di un dato comportamento come penalmente rilevante (processo della criminalizzazione primaria), all’assunzioni di un dato comportamento compiuto da un determinato soggetto come conforme a quella definizione (processo di criminalizzazione secondaria). Sono entrambi processi formativi e applicativi del diritto penale. Per i sociologi valori, norme, e convinzioni che sottendono il diritto divengono essi stessi oggetto di studio, in qualità di variabili che influenzano l’azione umana e strumenti utilizzati dai membri di una società nella costruzione e nella difesa dell’ordine sociale vigente. È un tipo i analisi che può essere ricondotta all’interno di quella disciplina che studia il diritto come modalità di azione sociale. Ovvero se il giurista positivo condivide con il criminologo classico, l’attitudine ad assumere la definizione normativa come un elemento COSTANTE; il sociologo del diritto deve guardare alla norma giuridica come un elemento VARIABILE, da considerare insieme ad altre variabili che influenzano l’azione umana.

  1. CONOSCERE LA CRIMINALITA’

Alla già citata intuizione di durkheim secondo cui “non bisogna die che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune”, affianchiamo l’affermazione di Becker, secondo cui la devianza è “una conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di norme e di sanzioni”.

Durkheim fonda la prospettiva relativista e interattiva sulla devianza, Becker inaugura invece l’approccio costruzionista al diritto penale. Secondo Becker “i gruppi sociali creano la devianza istituendo norme la cui infrazione costituisce la devianza stessa, e applicando quelle norme a persone a attribuendo loro l’etichetta di outsiders”. Il passaggio dalla società primitiva a quella moderna può essere caratterizzato anche dal passaggio dalla reazione sociale informale della società, nei confronti di un comportamento percepito come deviante, alla reazione istituzionalizzata nei confronti di un comportamento criminale, ad opera delle agenzie specializzate del sistema penale. Infatti rispetto alle sanzioni sociali informali proprie appunto delle società non ancora sviluppate, l’intervento del sistema penale si caratterizza per il proprio assetto burocratico formale e impersonale. Tra l’universo dei comportamenti devianti, e ciò a cui socialmente ci riferiamo quando parliamo di criminalità, le società organizzate hanno costruito un insieme di filtri successivi, in un percorso che possiamo immaginare ad imbuto. I filtri sono costituiti dal codice penale che definisce la fattispecie criminosa (criminalizzazione primaria), mentre l’attività di polizia che seleziona i comportamenti, e l’attività dei tribunali che interpreta i comportamenti e ne convalida l’assunzione alla fattispecie prevista dal diritto caratterizza la criminalizzazione secondaria. Il risultato di questo processo ad imbuto è ciò che socialmente definiamo criminalità. Infine la criminalità cosi definita va incontro alla sanzione istituzionale: la pena.

1.4.STATISTICHE SULLA CRIMINALITA’ E NUMERO OSCURO

Le statistiche sulla criminalità non possono rappresentare il fenomeno della criminalità nella sua interezza. Molti atti e comportamenti infatti non giungono mai allo scoperto, o perché non vengono denunciati dalle vittime, o perché non vengono individuati e scoperti dalle forze dell’ordine. Esisterebbe quindi sempre un certo tasso di criminalità nascosto che chiamiamo dark number, ovvero numero oscuro. Quest’ultimo affligge l’affidabilità delle statiche sull’andamento del fenomeno criminale. Questo dark number varia a seconda della tipologia di reato, ma soprattutto la sua variazione di pende dalla disponibilità della vittima alla denuncia, e dei criteri con cui le forze dell’ordine definiscono le proprie priorità di azione. Possiamo dire che quegli atti e quei comportamenti che non vengono rilevati dalle forze dell’ordine, andando a costituire appunto il numero oscuro della criminalità, non son oggetto di quel processo di criminalizzazione secondaria. Infatti nella misura in cui noi adottiamo una prospettiva costruzionista per cui la definizione stessa della criminalità dipende da quel risultato di quel particolare processo di reazione sociale, costituito dall’intervento del diritto e delle sue istituzioni, non può esistere un numero oscuro della criminalità. Infatti, è possibile definire quegli atti e i comportamenti che compongono il numero oscuro come devianti, ma non come criminali.

1.5.ALTRE FONTI PER LA CONOSCENZA DELLA CRIMINALITA’

Al fine di ovviare ai limiti delle statistiche relative al numero oscuro, la scienza sociale ha elaborato alcuni originali strumenti di ricerca, come le indagini di vittimizzazione e gli studi basati sull’auto confessione. Le inchieste di vittimizzazione intendono raccogliere notizie piu complete sui comportamenti percepiti come criminali da parte chi ne è stato vittima o testimone. Ciò consente di avere accesso ad informazioni circa comportamenti che non sono stati denunciati o non sono mai arrivati all’attenzione delle forze dell’ordine e quindi di offrire un’immagine maggiormente aderente alla realtà. Queste rilevazioni poi offrono anche un ‘idea della resistenza alla denuncia da parte delle vittime di questi comportamenti, oltre ad essere utilizzate anche per evidenziare la discrezione dell’attività di polizia nella

povertà. Infatti questa rappresentazione si basa su un campione falsato della criminalità. Anche perché ricordiamo che Sutherland studia anche la criminalità dei colletti bianchi, ovvero critica il fatto che le cause della criminalità siano sempre da ricercare nella povertà in quanto spesso in questo modo si trascura la criminalità dei potenti.

  1. INTERAZIONE SOCIALE E POTERE: TEORIA DELL’ETICHETTAMENTO E DIRITTO PENALE

Prospettiva eziologica= di ricerca delle cause della criminalità

Ci spostiamo ora dalla prospettiva eziologica al funzionamento del controllo sociale. La concezione relativistica della devianza come costruzione sociale incontra necessariamente la dimensione del potere, nel momento in cui si confronta con la produzione giuridica di norme e sanzioni. Chi ha la possibilità di stabilire il confine tra cosa è legale e cosa non lo è? E come e perché alcuni individui vengono maggiormente perseguiti di altri? La distinzione tra comportamento conforme e comportamento deviante, non dipende tanto da un atteggiamento interiore buono o cattivo, piuttosto dalla socializzazione a determinati valori piuttosto che altri. Per questo motivo è necessario spostare l’attenzione sulla relatività della definizione legale che in un determinato momento storico e in una data società considera determinati beni come meritevoli di tutela. I principali interessi di autori come Becker e Lemert da questo punto di vista è rivolto alle implicazioni politico- sociali della tutela penale; ovvero è rivolto alla comprensione del processo di formazione dell’identità deviante, in particolare all’effetto dell’applicazione dell’etichetta di criminale a un dato individuo. Analizzando i processi di stigmatizzazione che consolidano lo stato sociale di deviante e danno vita a vere e proprie carriere criminali. Lemert in particolare sostiene che la reazione sociale ad un primo comportamento deviante (devianza primaria) finisce per influire sull’identità dell’individuo stigmatizzato che tende successivamente a permanere nel ruolo sociale che gli è stato assegnato e ad interiorizzarlo. Queste indicazioni finiscono per negare la concezione rieducativa della pena in quanto l’intervento del sistema penale non fa che consolidare l’identità deviante. Altri autori come Goffman o Berger, e Luckmann sostengono che non è tanto il comportamento in se a far scattare la reazione sociale che distingue tra normale e deviante ma la sua interpretazione attraverso cui quel comportamento viene fornito di significato. Quindi solo la reazione sociale ad un dato comportamento definisce l’atto come criminale. In questo senso assumono centralità i processi appunto di penalizzazione e depenalizzazione di dati comportanti (criminalizzazione primaria) e i successivi processi di applicazione delle regole da parte delle agenzie di controllo (criminalizzazione secondaria) come la polizia e la magistratura. Ovviamente la definizione del comportamento criminale porta alla luce la questione della distribuzione del potere di definizione all’interno di una data società. Cosa significa? La questione del potere è relativa alle condizioni socio-politiche che fanno sì che in una data società determinati gruppi e individui siano forniti del potere di stabilire quali comportamenti e quali persone devono essere perseguiti. Ovviamente l’individuazione dei beni di tutela penale e la conseguente applicazione delle leggi penali non possono che presentarsi come assolutamente selettive e non è vero che la legge si applica in modo uguale a tutti gli autori del medesimo comportamento altrimenti non si spiegherebbero la criminalità dei colletti bianchi, scarsamente perseguita.

  1. DALLE TEORIE DEL CONFLITTO ALLA CRIMINOLOGIA CRITICA

Con le teorie della reazione sociale basate sulla teoria dell’etichettamento, il diritto penale diventa esso stesso oggetto di indagine. La prospettiva rivoluzionaria dei teorici interazionisti dell’etichettamento si salda in una visione fortemente conflittuale della società ovvero si salda la consapevolezza che il potere di criminalizzazione e il suo esercizio, sono estremamente legati alla stratificazione e alla struttura antagonista che caratterizzano la società. I teorici dell’etichettamento importano nella loro prospettiva alcuni aspetti del marxismo, quelli che riguardano in particolare la qualità sovrastrutturale del diritto e il conflitto che caratterizza i rapporti sociali. Questa nuova criminologia critica porta alla luce il peso delle condizioni strutturali sul processo della reazione sociale superando per un certo verso l’interpretazione della criminalità come conseguenza realistica della stigmatizzazione: si parla di una nuova criminologia che cerca di approfondire lo studio dei meccanismi strutturali che influenzano le forme della reazione sociale, e il corrispondente sviluppo del diritto penale. Secondo questa nuova criminologia, i fondamenti dell’atto deviante devono venire ricercati nella basi strutturali economiche sociali che caratterizzano la società in cui l’autore vive. Devianza e criminalità possono essere considerate risposte razionali dell’attore alle contraddizioni che caratterizzano la società in cui vive: alla razionalità di queste risposte, ovvero in contrasto alla loro “convenienza” dal punto di vista dell’attore sociale, si contrappone la reazione della società. Quindi stiamo parlando (in questo paragrafo) della criminologia critica europea degli anni 70 che si caratterizza per la sua tendenza ad emanciparsi dai limiti dell’approccio interazionista, attraverso un progressivo ridimensionamento dell’incidenza dei processi di stigmatizzazione nella dinamiche che originano la devianza a e la delinquenza.

4.1.LA COSTRUZIONE DEL CRIMINE ATTARVERSO IL DIRITTO

Il diritto penale definisce quei comportamenti che all’interno di una data organizzazione sociale costituiscono reato. La rilevanza penale di un atto dipende da una decisione politica, ovvero relativa al modello ideale di comunità e alla sua conseguente organizzazione sociale. In una prospettiva conflittualista, la delimitazione tra ciò che legale e ciò che non lo è, attuata attraverso il diritto penale, è espressione del potere di definizione di alcuni gruppi sociali sugli altri. La criminalità è il prodotto di questo potere e le sue diverse declinazioni sono il risultato provvisorio di processi di conflitto e di contrattazione tra i gruppi sociali. Solo ciò che è qualificato come criminale da chi ha il potere di influenzare la definizione normativa, viene riconosciuto come tale. Alcune ricerche evidenziano come i processi di criminalizzazione primaria si realizzano su due fronti: il primo, nel produrre norme che rendono le persone e i gruppi che sono in una posizione sociale svantaggiata, piu facilmente punibili e arrestabili e condannabili; il secondo nel rendere praticamente invisibile il vasto numero di danni, crimini e violenze posto in essere da chi ricopre posizioni di potere e status privilegiati. Il primo aspetto soffre di una carenza di investigazione empirica perché si dà per scontato che la legge rifletta un consenso sociale generale circa i valori importanti, e quindi, di conseguenza, l’interesse a indagare come e perché particolari normative emergono in un preciso momento ovviamente passa in secondo piano; anche se comunque ci sono state ricerche che hanno indagato sul ruolo dei cosiddetti imprenditori morali circa la loro capacità di influenzare la pubblica convinzione della necessita di emanare specifiche leggi. Per quanto riguarda il secondo aspetto Sutherland si è impegnato nello studio sul with color crime (criminalità dei colletti bianchi) che con questa si fa riferimento alla criminalità commessa da persone di alto status sociale nell’ambito delle proprie occupazioni professionali e si pone in evidenza come individui e gruppi che ricoprono posizioni di grande potere e godono di elevata rispettabilità sociale siano agevolmente in grado di disattivare il controllo delle istituzioni del sistema penale. Il processo di disattivazione del controllo di questi comportamenti può essere determinato dall’influenza diretta che persone e gruppi di elevato status socio-economico riescono ad esercitare sulla legislazione con il risultato di escludere le proprie azioni da quelle definite penalmente rilevanti.

4.2.SELEZIONE ED INTERPRETAZIONE DEL CRIMINE

Le teorie del conflitto interpretano anche all’interno di una prospettiva consensualista, l’operato delle forze di polizia e le attività dei tribunali come funzionali al rafforzamento del potere di gruppi sociali dominanti. Cosa significa, che le forze dell’ordine tendono a difendere e favorire le relazioni sociali vigenti, partecipando alla sostanziale riproduzione dell’ordine sociale costituito. Nella stessa prospettiva anche il ruolo dell’autorità giudiziaria riproduce e legittima attraverso la produzione formale le condanne, le relazione sociali già funzionanti all’interno della società nel suo complesso. Studi che si concentrano sull’operato della polizia e sull’autorità giudiziaria evidenziano come una serie di attività filtrino le proposte di definizione del comportamento criminale, influenzando la decisione di assumere o meno il comportamento segnalato denunciato come corrispondente alla fattispecie giuridica che prevede il reato. Questo procedimento costituisce il processo della criminalizzazione secondaria, un processo complesso e altamente selettivo. Attraverso questo processo selettivo le forze dell’ordine e l’attività giudiziaria individuano dei comportamenti devianti secondo un paradigma predefinito, posto in atto da soggetti concreti, gestendoli secondo questo paradigma predefinito. In particolare l’attività di polizia costituisce una prima fondamentale interpretazione del potenziale reato che influenzerà il procedimento dell’intero processo è a seconda della tipologia di reato che sarà piu o meno probabile la destinazione di risorse investigative. È evidente peraltro che le forze di polizia non possono perseguire tutti i comportamenti devianti. Necessità di immagine e di riconoscimento pubblico tenderanno a concentrare l’azione su quei comportamenti che creano maggior allarme sociale. In particolare la prassi dei corpi di polizia orienterà le indagini verso quei soggetti che maggior mente rispondono allo stereotipo del deviante costruito nel corso del tempo e ormai interiorizzato. Quindi esiste un processo di selezione dei comportamenti degni di attenzione attuato attraverso il filtro dell’attività di polizia, individuato come “modello del filtro”. Il filtro operato dall’attività di polizia non è certo casuale, ma “pesca” i comportamenti devianti sulla base di criteri di opportunità: gettando le reti in alcuni quartieri piuttosto che altri; in alcuni periodi particolari, verso alcune categorie sociali. Quindi in una prospettiva costruzionista l’attività di polizia assume dunque un ruolo fondamentale nella definizione e nella concretizzazione del diritto penale. Per quanto riguarda l’attività dell’autorità giudiziaria, le strategie decise nel corso della fase del processo possono influenzare notevolmente tempi e gli esiti del procedimento per esempio il riconoscimento di colpevolezza, la rinuncia ad alcune garanzie specifiche da parte dell’imputato con la decisione di patteggiare la pena, possono portare ad una distorsione del reato ascritto o ad una diminuzione della pena prevista. Quindi la concezione formale del dell’eguaglianza di fronte alla legge è messa a dura prova e smentita dall’analisi sociologica del reale funzionamento die processi di criminalizzazione. Disuguaglianze sociali, di genere, di classe, di

realizzano le condizioni per la migrazione stessa. Prima dello sviluppo dell’articolazione delle reti di trasporto, la prossimità degli operai alle strutture produttive era un vincolo fondamentale, poiché le caratteristiche del modello fordista imponevano la concentrazione dei lavoratori in un’unità industriali di grandi dimensioni; la distribuzione residenziale sul territorio delle città rifletteva quindi tendenzialmente la suddivisione di classe della società. Categorie quali “quartiere operaio” ci sono diventate familiari poiché indicano delle modalità di divisione sociale che si concretizzano negli spazi che attraversiamo quotidianamente se abitiamo in una grande città. Con il mutamento degli assetti produttivi e l’affermarsi dell’economia terziarizzata, queste linee di demarcazione subiscono significativi processi di ridefinizione. In particolare, il progressivo spostamento dei migranti dalle zone di transito alle aree residenziali a seguito della loro integrazione sociale e lavorativa – vero e proprio cardine del sogno americano e delle prospettiva assimilazionista, della scuola di Chicago- si scontra nella storia recente con alcuni impedimenti strutturali e politici che configurano la prospettiva della stabilizzazione dei dispositivi di segregazione urbana definibili come “l’espressione spaziale dell’ineguaglianza”. Ci riferiamo qui alle forme di contenimento urbano della povertà e della marginalità che si radicano all’interno dei ghetti involontari. Possiamo includere per esempio le cosiddette gated communities, vere e proprie aree residenziali recintate e protette da guardie armate, alle quali è possibili accedere solo in base ad alcune caratteristiche socio- anagrafiche (età, livelli di reddito, posizione giuridica). Queste architetture della protezione dell’alterità sembrano rispecchiare l’immagine delle aree della segregazione del sottoproletariato urbano, segnate nell’immaginario comune da livelli intollerabili di violenza, degrado e criminalità, nonché inondate da fiumi di droga. Il mercato della droga può essere paradossalmente definito come uno dei luoghi nei quali si realizza un numero significativo di relazioni interclassiste e interetniche. In un altro verso, il mercato della droga garantisce scambi protetti e puliti ai consumatori piu facoltosi e socialmente integrati. Infatti si può affermare che la pulizia statunitense trova la droga nelle aree segregate, quelle nere in particolare, perché è lì che la cerca. Il mercato, infatti, è propriamente il luogo dove si realizzano scambi che superano le distinzioni socio economiche. L’acquisto di merci di provenienza illecita configura una situazione nella quale bisogni e dipendenze e segreti possono esser condivisi tra gli integrati e i marginali. Inoltre anche la composizione di precarietà economica e appartenenza ai gruppi di minoranza – per esempio l’appartenenza al gruppo di minoranza viene visto come un tratto tipico delle modalità di sfruttamento nella manodopera nelle società occidentali- trova elementi di riscontro nel mercato del lavoro criminale. Cosi secondo Ruggero l’incidenza di magrebini, caraibici e albanesi in carcere, rispettivamente in Italia e Francia per reati connessi alla distribuzione di droghe non sta ad indicare il loro piu intenso coinvolgimento in questo tipo di attività, piuttosto rivela come queste minoranze occupino le posizioni piu rischiose nell’economia delle droghe. Per quanto riguarda l’approccio post coloniale esso intende ridimensionare la collocazione di classe come variabile decisiva per identificare soggetti esposti a forme di oppressione strutturale, ovvero soggetti che appartengono a minoranze etniche, appartenenti all’underclass. Alcuni autori infatti si orientano a sovvertire il rapporto causa – effetto che legherebbe la subordinazione economica alla segregazione residenziale. Secondo alcuni autori la segregazione raziale è il nesso istituzionale che rende operativa la trasmissione della povertà da persona a persona ed è un fattore strutturale primario per la riproduzione del sottoproletariato urbano. La segregazione è direttamente responsabile della creazione di ambienti residenziali neri dove si sommano gli svantaggi sociali che rendono possibile il fallimento degli individui al di là delle loro caratteristiche socio economiche ed delle loro provenienze familiari. Quindi povertà e riproduzione del crimine devono essere intesi come effetti della segregazione. In questa prospettiva, le variabili chiave per comprendere un processo di criminalizzazione di massa, devono essere definite in una complessa composizione di svantaggi legati al posizionamento nel mercato del lavoro e all’appartenenza a gruppi minoritari. In ambito europeo e nell’Europa mediterranea in particolare, appare cruciale il rapporto tra irregolarità della posizione giuridica (clandestinità), opportunità occupazionali disponibili e derive criminali. Un rapporto caratterizzato dall’ambivalenza poiché da un lato gli immigrati senza documenti sono restii a commettere crimini per paura di essere espulsi dalle forze di polizia; dall’altro sono indotti piu facilmente al crimine per ragioni legate alla sopravvivenza, soprattutto perché sono esclusi dal mercato del lavoro regolare. Quindi per un lungo periodo storico le citta statunitensi sono state interessate dalla criminalizzazione dei membri delle minoranze segregate, e un processo simile di stigmatizzazione e repressione penale sembra aver avuto luogo in Europa però con una minore incidenza della segregazione residenziale. Questo perché la distinzione degli spazi urbani europei sembra comunque realizzarsi intorno alla variabile classe, e dall’altro perché le esigenze della produzione diffusa hanno tendenzialmente favorito una collocazione abitativa dei migranti a macchia di leopardo. Non dobbiamo pertanto ritenerci immuni dalle derive statunitensi. Ruggero afferma come l’iperghetto wacquantiano cioè, quello statunitense, definibile come “un’amalgama di discriminazione razziale, declino dell’assistenza pubblica, riduzione delle opportunità occupazionali sono compensate dall’intensa attività poliziesca e dalla minaccia costante dell’apparato penale”. Questo non è accostabile alla realtà delle periferie europee, dove la presenza sia pur ridimensionata dello stato sociale garantirebbe una maggiore vivibilità complessiva,

riconducibile al modello del ghetto comunitario. L’iperghetto statunitense, osservava Ruggero è definito da Wacquant come luogo nel quale contenere una “plebaglia” irriducibile al lavoro e area funzionale allo sfruttamento della manodopera dequalificata. I giovani cresciuti in questa zona impareranno a ridurre notevolmente le proprie aspettative sociali e umane.

REAZIONE SOCIALE ISTITUZIONALE, CARCERE E IDENTITA’ DEVIANTE

1CRMINALITA’ PUNITA E IL CARCERE

La particolare composizione della popolazione detenuta ci dice molto sulle caratteristiche della società in cui viviamo, sulla sua organizzazione e sulla distribuzione del potere al suo interno. Le reali funzioni svolte dal penitenziario sono da ricercarsi nelle esigenze dell’ordine costituito e quindi ogni società produce forme punitive che corrispondo ai propri imperativi economici e politici. Secondo Hester e Eglin è possibile distinguere tre diversi modelli di spiegazione dello sviluppo del carcere in epoca moderna: modello idealista, modello funzionalista, modello del conflitto strutturale (vedi meglio).

1.1EVOLUZIONE DEL PENITENZIARIO

Il radicamento nella società dell’istituzione carceraria è tale che fatichiamo a renderci conto di quanto essa sia in realtà recente. L’apparizione in Inghilterra del moderno penitenziario è da imputarsi al convergere degli interessi delle classi religiose, professionali, mercantili, industriali che, preoccupate dalla dissoluzione della società strutturata in ranghi e ordini e dalle trasformazioni nel mercato del lavoro indotte dalla rivoluzione industriale, trovarono nella politica della carcerazione una risposta potenzialmente efficace allo sfacelo dell’ordine pubblico. Il mutamento del rapporto tra domanda e offerta aveva causato, un aumento generalizzato della disoccupazione, un maggior ricorso al crimine come forma di sussistenza e un conseguente inasprimento delle pene. Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo il regime della carcerazione era emerso come scuola di operosità, disciplina e sottomissione all’autorità. Il carcere può essere interpretato come una vera e propria fabbrica di lavoratori disciplinati adatti alle esigenze dell’emergente ordine industriale.

Le prigioni si presentano fin dai loro albori, come laboratori di lavoro con finalità morali, governate dall’idea della funzione riabilitante della pena, riassumibile nelle parole chiave “lavoro, scuola, influsso morale e disciplina”. Mathiesen argomenta:” l’ideologia che illustra quel che si fa nel carcere, come se fosse concepito per riportare il detenuto alla funzionalità, è antica come il carcere”. Si tratta di un programma che non è mai venuto meno, neanche con il declino dell’ideale riabilitativo e la conseguente “reinvenzione del carcere” in funzione meramente neutralizzante e contenitiva consumatasi nell’ultimo trentennio, proprio perché profondamente legato alle origini della sua legittimazione. Ma si tratta soprattutto di un programma che resiste tenacemente alle continue evidenze empiriche.

2IDENTITA’ PENITENZIARIA

Perché il carcere non riesce a svolgere la sua funzione riabilitativa?

Secondo Michel Foucault, se i riformatori hanno in mente, attraverso la pena, di riqualificare il soggetto giuridico, di ricostituire l’uomo che agisce il proprio interesse a ritornare nel patto sociale, l’apparato della penalità correttiva funziona invece in tutt’altro modo: concentrandosi sul corpo e sull’anima dell’individuo intende renderlo obbediente e disciplinato, piegarlo alla forma esercitata dal potere. La penalità correttiva richiede l’utilizzo di un potere totale.

È così che fin dalle origini del penitenziario, il potere di punire si esercita attraverso l’addestramento del corpo e dell’anima come principio di comportamento: il progetto del penitenziario è un soggetto disciplinato, strumentalmente obbediente alle regole del carcere, piegato all’autorità che lo circonda. La sfasatura che esiste “tra una concezione di trattamento orientata a una riabilitazione che dovrebbe tradursi in una prospettiva di integrazione sociale all’esterno del carcere e una visione pragmaticamente orientata all’interno” rimane ancora oggi profonda.

2.1IDENTIA’ SOCIALE, DIRITTO, STIGMA

Spostando l’attenzione sugli effetti a livello individuale della reazione istituzionale al comportamento deviante, si indaga la relazione esistente tra reazione istituzionale, stigmatizzazione e processi di costruzione dell’identità.

che hanno messo in atto il comportamento: in questo modo gli attori sociali, interpretano l’azione, le conferiscono la qualifica di comportamento deviante e pongono in atto un processo che connota negativamente l’autore.

La reazione che crea la criminalità invece è di tipo istituzionale: il processo di etichettamento avviene allora da parte delle agenzie deputate al controllo sulla base delle definizioni normative. La creazione della criminalità dipende in questo caso dagli operatori del sistema penale. Infine, l’internamento in uno istituto penale comporta una progressiva decostruzione dell’identità dell’internato e il suo adattamento alle regole dell’ambiente impostogli. Questo processo è noto come processo di prigionizzazione.

I teorici dell’etichettamento sostengono (nel rapporto tra relazione istituzionale e identità deviante), che la stigmatizzazione derivante dall’applicazione dell’etichetta finisca, paradossalmente per rafforzare, invece che contrastare, l’identità criminale del soggetto che la subisce. La reazione istituzionale produce di fatto una fissazione della qualifica di criminale che porta il soggetto a ridefinire la propria identità personale e pubblica in funzione delle aspettative sociali ad essa associate. L’applicazione dell’etichetta condurrebbe di fatto alla cosiddetta devianza secondaria.

L’etichettamento viene cosi interpretato in una prospettiva eziologica: visto come variabile indipendente, esso assurge a vera e propria causa del comportamento criminale. A questo punto il comportamento contrario alle leggi diventa strumento di adattamento nei confronti dei problemi sociali dalla reazione della società alla prima infrazione della norma.

Vita e identità dei soggetti finiscono per organizzarsi attorno alla violazione della norma, alle sue immediate conseguenze, alle sue implicazioni per il futuro. Quindi si può immaginare come la definitiva assunzione del ruolo di criminale come status principale- rispetto agli altri status che definiscono l’identità complessiva di un individuo- sia il risultato di un progressivo adattamento alle aspettative sociali legate a quell’immagine.

Secondo la prospettiva interazionista il “vero” criminale risulta essere il risultato di un processo di costruzione sociale a cui partecipano, congiuntamente, gli operatori del sistema penale, lo stesso autore di reato e il gruppo sociale di riferimento. Le sue normali opportunità di vita vengono meno, il riferimento alla subcultura criminale diventa sempre piu solido. L’opera di ridefinizione dell’identità è un processo attraverso il quale “l’identità pubblica di una attore è trasformata in qualcosa considerato come inferiore nello schema locale dei tipi sociali”. Garfinkel precisamente, si riferisce all’identità “totale” di un individuo, ovvero all’identità che si presume legata ai fondamenti ultimi del suo agire, e non semplicemente alle sue azioni contingenti. La trasformazione dell’identità totale attraverso la cerimonia di degradazione rappresentata dalla pubblica denuncia comporta la distruzione del soggetto sociale preesistente e la costituzione di un soggetto diverso.

2.4VITA CARCERARIA E IDENTITA’ SOCIALE

La maggiore conferma alle teorie sopra riportate giunge dall’analisi dei effetti dell’intervento del sistema penale e dell’internamento nelle istituzioni totali sull’identità sociale di un individuo. Se la stigmatizzazione costituisce già di per se un vero e proprio attacco nei confronti dell’identità di chi ne viene investito, l’istituzionalizzazione, isolando di fatto l’individuo dal mondo “normale”, promuove la sua progressiva desocializzazione al mondo esterno e l’interiorizzazione di consuetudini, norme e modelli di relazione.

Al momento dell’ingresso nell’istituzione penale, ogni individuo al suo arrivo proviene da un insieme di esperienze pregresse che gli ha permesso di costruire un concetto di sé tollerabile. L’ingresso nell’istituzione comporta l’immediata perdita di quei riferimenti. Vi è un cambiamento radicale nella sua carriera morale, “carriera determinata dal progressivo mutare del tipo di credenze che l’individuo ha su di se”. Le stesse procedure di ammissione comportano la sostanziale perdita di tutto ciò che di personale l’individuo possiede e la sua sostituzione con oggetti standardizzati e uniformi di proprietà dell’istituzione. Il successivo adattamento alla vita carceraria comporta una progressiva spoliazione dei ruoli abituali. Per questo, nel caso di una permanenza protratta del soggetto nell’istituzione è possibile assistere a “ciò che viene definito come un processo di disculturazione, vale a dire ad una mancanza di allenamento che lo rende incapace di maneggiate alcune situazioni tipiche della vita quotidiana del mondo esterno”. Ad essere minata nel nuovo ambiente è soprattutto l’autonomia dell’azione: chiedere il permesso.

Altri studi si concentrano sulle relazioni scoiali che possono instaurarsi tra i nuovi arrivati e il gruppo che li accoglie. Competizione, conflitto, accomodamento appaiono come forme progressive di gestione e risoluzione dei conflitti nelle

quali operano le istanze regolatrici dei gruppi; se queste istanze funzionano (istanze=esigenze) esse sfociano infine in un processo di assimilazione, definibile come “il processo di fusione attraverso cui persone e gruppi acquisiscono memorie, sentimenti e attitudini di altre persone e gruppi, e vengono incorporati in una vita culturale comune”.

Il processo di prigionizzazione può essere definito a tutti gli effetti come un processo di assimilazione che porta l’individuo a identificarsi con al subcultura carceraria. Come ogni processo di assimilazione, esso implica una progressiva acculturazione in un gruppo precedentemente estraneo, che porta il nuovo arrivato a condividerne sentimenti, ricordi e tradizioni. Clemmer evidenzia come tutti i detenuti siano soggetti, sebbene in misura diversa, a d alcuni “fattori universali di prigionizzazione”: tra i principali ritroviamo l’accettazione di un’inferiorità di ruolo, l’acquisizione di elementi per comprendere l’organizzazione interna all’istituzione, l’adozione di un codice comportamentale comune. In questa prospettiva il codice del detenuto che è, secondo l’autore, la forma fondamentale di regolazione interna alla popolazione dei detenuti. La carcerazione si rivela essere la socializzazione a tale codice. Le conseguenze della cancerizzazione si ripercuotono anche sulle loro famiglie.

3ALTERNATIVE ALLA GIUSTIZIA PENALE E DESTIGMATIZZAZIONE

Ricerche di stampo interazionista mettono in evidenza come il sistema penale sia profondamente inadeguato al trattamento dei conflitti, non solo dal punto di vista dell’autore di reato, ma anche quello della vittima. Lo spostamento dell’attenzione dal soggetto deviante al conflitto che esso interpreta restituisce voce anche alla vittima, la grande esclusa dal processo penale. È in questa prospettiva che nascono e si sviluppano programmi di mediazione tra autore e vittima di reato. La mediazione come alternativa alla giustizia penale ha come originario obiettivo quello di recuperare la relazione tra le parti attraverso il risarcimento materiale o simbolico del danno causato dal reato. La mediazione sostiene una regolazione dei conflitti da attuarsi in modo specifico, svelando come, dietro una giustizia uguale per tutti, si celi il fatto che il medesimo comportamento non ha in realtà lo stesso significato, e il senso dell’azione umana si costruisca necessariamente nel suo rapporto con il tempo, con il contesto, con le specificità di cui ogni essere umano è portatore.

Il procedimento giuridico è il risultato di un processo di astrazione e semplificazione di un conflitto che è in realtà il prodotto di un contesto sociale e temporale ben preciso.