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Dieci anni premio canuto, Appunti di Linguistica Generale

Era l’anno 2009-2010 la prima edizione del concorso per la migliore tesi di laurea discussa in un‘università italiana negli ultimi tre anni accademici, premio intitolato al Prof. Giorgio Canuto, di cui, in quell’ anno, cadeva il Cinquantesimo dalla sua scomparsa. È dedicato un approfondimento più sotto all’illustre rettore esperantista, con temi che riguardano il diritto alla lingua materna, il valore etico e culturale del pluri e multilinguismo e la questione della democrazia linguistica

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 13/07/2021

Samia1998
Samia1998 🇮🇹

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DIECI ANNI DI PREMIO CANUTO
Cade il 29 Ottobre il Cinquantesimo anno dalla scomparsa del professor Giorgio Canuto,
Rettore dell’università di Parma dal 1950 al 1956.
Parte 1
Giorgio Canuto, la città di Parma e l’esperanto (Davide Astori)
Era l’anno 2009-2010 la prima edizione del concorso per la migliore tesi di laurea
discussa in un‘università italiana negli ultimi tre anni accademici, premio intitolato al
Prof. Giorgio Canuto, di cui, in quell’ anno, cadeva il Cinquantesimo dalla sua
scomparsa. È dedicato un approfondimento più sotto all’illustre rettore esperantista, con
temi che riguardano il diritto alla lingua materna, il valore etico e culturale del pluri e
multilinguismo, la questione della democrazia linguistica, quali possano essere le
caratteristiche di una lingua veicolare, ecc. Non è la prima volta che la lingua di
Zamenhof (l’esperanto) di risuonare nell’ateneo cittadino. Ci sono state varie convegni per
ricordare la poliedrica figura del professor Canuto, come quella del 16 Novembre nella
sede centrale dell’università, chiamata “A 50 anni dalla scomparsa di Giorgio Canuto”.
Nella seconda edizione, 27 Ottobre 2011, oltre ai vari premiati, interviene Robert
Phillipson, che il giorno precedenti aveva presentato la traduzione italiana di
L’imperialismo linguistico inglese continua, e si focalizza sulle seguenti tematiche: la
libertà accademica viene progressivamente limitata dai governi a favore di pubblicazioni in
lingua inglese, campus universitari in cui si parla solo lingua inglese, dal processo di
Bologna che costringe l’istruzione superiore in Europa a conformarsi a un singolo modello, e
confonde l’internazionalizzazione con un’istruzione in inglese. La politica imperialistica
inglese e americana si è sempre basata su un’occupazione del mondo non solo fisica,
anche mentale. La presenza dell’inglese è esponenzialmente aumentata in Europa, il che
porta un grande vantaggio economico e politico alla GB e agli USA. La politica dell’EU
spinge per il multilinguismo, ma privilegia l’inglese nel campo della ricerca a discapito di
altre lingue. È quindi necessario che le università elaborino politiche istituzionali che
privilegino il multilinguismo, creando un equilibrio tra lingue nazionali e internazionali.
Ci sono in tutto 10 edizioni di premiazioni (decima e ultima nel 2019) di tesi di laurea di
studenti provenienti da varie università italiane.
Giorgio Canuto, il “Rettore esperantista” (Davide Astori)
Giorgio Canuto, torinese di nascita, laureato in medicina nel 1921 e successivamente in
giurisprudenza, per 10anni aiuto del prof Mario Carrara, nel 1928 consegue la libera
docenza e fu incaricato di medica legale prendendo il posto del maestro che era stato
allontanato dalla cattedra per motivi politici; fu professore di medicina legale a Perugia
dal 1934 al 1937 quando diviene di ruolo, e professore a Parma, dove diviene il
trentesimo Rettore dal 1950 al 1956. Canuto aveva uno stretto rapporto col mondo
esperantista cittadino, fu presidente dal 1950 al 1959 del gruppo esperantista
parmigiano. Fu presidente della Federazione Esperantista Italiana dal 1956 al 1960,
contemporaneamente presidente dell’Associazione esperantista internazionale. La
commemorazione contenuta nella Gazzetta del 30 Ottobre 1960 sottolinea la sua doppia
formazione, non escludendo l’interesse per la linguistica in generale: cresciuto in una
famiglia di medici, aveva acquisito sin da giovane una spiccata disciplina nella ricerca
scientifica, calibrandola sempre con una solida formazione umanistica. Era un uomo
coltissimo. Ammiratore di Zamenhof, è stato uno dei pionieri nel mondo della diffusione
della lingua che abbraccia tutti i popoli della terra. La diffusione dell’esperanto fu per lui
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DIECI ANNI DI PREMIO CANUTO

Cade il 29 Ottobre il Cinquantesimo anno dalla scomparsa del professor Giorgio Canuto, Rettore dell’università di Parma dal 1950 al 1956. Parte 1 Giorgio Canuto, la città di Parma e l’esperanto (Davide Astori)  Era l’anno 2009-2010 la prima edizione del concorso per la migliore tesi di laurea discussa in un‘università italiana negli ultimi tre anni accademici, premio intitolato al Prof. Giorgio Canuto, di cui, in quell’ anno, cadeva il Cinquantesimo dalla sua scomparsa. È dedicato un approfondimento più sotto all’illustre rettore esperantista, con temi che riguardano il diritto alla lingua materna, il valore etico e culturale del pluri e multilinguismo, la questione della democrazia linguistica, quali possano essere le caratteristiche di una lingua veicolare, ecc. Non è la prima volta che la lingua di Zamenhof (l’esperanto) di risuonare nell’ateneo cittadino. Ci sono state varie convegni per ricordare la poliedrica figura del professor Canuto, come quella del 16 Novembre nella sede centrale dell’università, chiamata “A 50 anni dalla scomparsa di Giorgio Canuto”. Nella seconda edizione, 27 Ottobre 2011, oltre ai vari premiati, interviene Robert Phillipson, che il giorno precedenti aveva presentato la traduzione italiana di L’imperialismo linguistico inglese continua, e si focalizza sulle seguenti tematiche: la libertà accademica viene progressivamente limitata dai governi a favore di pubblicazioni in lingua inglese, campus universitari in cui si parla solo lingua inglese, dal processo di Bologna che costringe l’istruzione superiore in Europa a conformarsi a un singolo modello, e confonde l’internazionalizzazione con un’istruzione in inglese. La politica imperialistica inglese e americana si è sempre basata su un’occupazione del mondo non solo fisica, anche mentale. La presenza dell’inglese è esponenzialmente aumentata in Europa, il che porta un grande vantaggio economico e politico alla GB e agli USA. La politica dell’EU spinge per il multilinguismo, ma privilegia l’inglese nel campo della ricerca a discapito di altre lingue. È quindi necessario che le università elaborino politiche istituzionali che privilegino il multilinguismo, creando un equilibrio tra lingue nazionali e internazionali. Ci sono in tutto 10 edizioni di premiazioni (decima e ultima nel 2019) di tesi di laurea di studenti provenienti da varie università italiane. Giorgio Canuto, il “Rettore esperantista” (Davide Astori)  Giorgio Canuto, torinese di nascita, laureato in medicina nel 1921 e successivamente in giurisprudenza, per 10anni aiuto del prof Mario Carrara, nel 1928 consegue la libera docenza e fu incaricato di medica legale prendendo il posto del maestro che era stato allontanato dalla cattedra per motivi politici; fu professore di medicina legale a Perugia dal 1934 al 1937 quando diviene di ruolo, e professore a Parma, dove diviene il trentesimo Rettore dal 1950 al 1956. Canuto aveva uno stretto rapporto col mondo esperantista cittadino, fu presidente dal 1950 al 1959 del gruppo esperantista parmigiano. Fu presidente della Federazione Esperantista Italiana dal 1956 al 1960, contemporaneamente presidente dell’Associazione esperantista internazionale. La commemorazione contenuta nella Gazzetta del 30 Ottobre 1960 sottolinea la sua doppia formazione, non escludendo l’interesse per la linguistica in generale: cresciuto in una famiglia di medici, aveva acquisito sin da giovane una spiccata disciplina nella ricerca scientifica, calibrandola sempre con una solida formazione umanistica. Era un uomo coltissimo. Ammiratore di Zamenhof, è stato uno dei pionieri nel mondo della diffusione della lingua che abbraccia tutti i popoli della terra. La diffusione dell’esperanto fu per lui

una seconda attività a cui si è dedicato per lunghi anni. Fra le testimonianze dirette, riportiamo quelle di Carlo Mannaja: Canuto fu esperto di vari processi famosi, tra cui quello di Ettore Grande, diplomatico italiano in estremo oriente, la cui moglie fu trovata morta e Canuto era un convinto assertore della colpevolezza del marito. Il processo finì con l’assoluzione piena. Aveva una grande stima per tutta la mia famiglia, fu nostro ospite varie volte quando veniva a Roma. Lo vedemmo l’ultima volta al congresso di Cortina nel

1960. Antonio De Salvo lo ricorda con queste parole: ho conosciuto Canuto nel 1958 in occasione del congresso di Palermo, ne ho un ricordo dolcissimo. Lui era un personaggio importante mentre io solo un sedicenne, ma nonostante questo mi trattò con grande semplicità. Vale la pena riproporre la conferenza tenuta in esperanto a Rotterdam 1959in occasione del centenario della nascita di Zamenhof, sul tema “L’uso della lingua internazionale in campo scientifico”: se avrete occasione di entrare nel cortile dell’università di Torino, leggerete in un’epigrafe che Erasmo de Rotterdam si laureò in teologia in questa università, e questo è stato possibile poiché ai tempi tutte le università usavano la stessa lingua, il latino. Questo uso generale del latino venne meno per lasciare il posto alle lingue nazionali. Il primo a rompere la tradizione fu Bombast von Hohenheim, soprannominato Paracelsus, che nelle sue lezioni comincio ad usare il tedesco. Fra i primi ad usare una lingu anazionale fu Galileo Galilei che era convinto che il latino non fosse più adatto ad esprimere idee nuove. Nel corso del medioevo ci si accorse che il latino non fosse più sufficiente nei nuovi campi del sapere, soprattutto in matematica e fisica. C’è da considerare che il latino non fu mai la lingua mondiale per eccellenza come si usava pensare, considerando la millenaria cultura della lingua cinese nell’oriente o dell’arabo nel mediterraneo; il latino era la lingua usata solamente nel territorio limitato in cui si era diffuso il cristianesimo. Se un tempo lingue fondamentali erano in francese, tedesco e inglese, e anche se si conoscono tutte queste lingue, rimane una vasta gamma di testi scritti in lingue slave (russo) o orientali (cinese e turco) ancora difficilmente consultabili. Insomma, la situazione è caotica. Le traduzioni nei congressi sono costose e richiedono tanto tempo, e la soluzione sarebbe scegliere una lingua che possa andare bene a tutti. Finora non si è raggiunto un accordo; anche se si scegliesse la lingua inglese, quanti la sanno parlare effettivamente bene? Troppo pochi. La soluzione non può essere soltanto la decisione di una lingua, bensì la decisione di una lingua abbastanza facile che possa essere appresa da tutti. Ebbene una lingua facilmente comprensibile da tutto il mondo e non in un modo superficiale bensì profondo come la propria madre lingua esiste già: l’esperanto. Una lingua con una struttura semplice e regolare con un sistema di derivazione che rende possibile la formazione di nuove parole da poche radici; sono state fatte sperimentazione su questa lingua da oltre 70 anni presso i più diversi popoli. Già dall’inizio il dott. Zamenhof tradusse testi scientifici e constatò la facilità e precisione di questa lingua. L’esperanto è particolarmente adatto a scopi scientifici ed è pronto per l’introduzione nell’uso comune: contiene 110 lessici tecnici di 44 scienze e specializzazioni. Il filosofo tedesco Nieztsche scrisse che un giorno l’umanità avrà una lingua comune e che un giorno l’uomo viaggerà volando nell’aria. Se la seconda previsione si è già avverata, la seconda sta per avverarsi non grazie a una difficile lingua nazionale, bensì grazie alla semplice e flessibile lingua internazionale. Note per una storia dell’esperantismo a Parma (Davide Astori)  Un primo nucleo di interessati alle lingvo internacia risale alla costituzione del Club esperantista parmense, nel 1913, una delle più antiche formazioni italiane. Nel 1924 si forma il Gruppo esperantista parmigiano con sede in via Farini 86, con presidente Bruno

  1. I ladini saranno parificati agli italiani
  2. Per i funzionari di tutte le amministrazioni delle nuove province sarà richiesta la conoscenza della lingua italiana. Concordia discors La sensibilità linguistica di Peterlongo è sicuramente connessa ai caratteri geolinguistici particolari della regione trentina. I viaggiatori e gli stranieri di passaggio in quella zona hanno più volte osservato il carattere pacifico della convivenza tra etnie e le rispettive lingue sul territorio. Qui in Trentino, il tedesco e il latino erano espressione della aristocrazia tedesca al potere, e l’uso del volgare era sporadico, utilizzato soprattutto da un’esigua borghesia italofona, che aveva rapporti commerciali con la pianura veneta e lombarda. Il latino ha avuto vita lunga in Trentino, era utilizzata come lingua di comunicazione tra tedescofoni e italofoni e prevaleva nell’uso letterario tanto sul tedesco quanto sull’italiano. È stata l’insorgenza di ideologie nazionalistiche italiane che ha sviluppato il conflitto politico sul tema dell’identità linguistica, soprattutto a fine dell’ nel periodo che sta fra l’unità d’Italia e l’annessione del Trentino. La storia linguistica del 700-800 mostra come gli intellettuali trentini vedevano il loro ruolo di mediatori tra la cultura tedesca e quella italiana; pur in assenza di un’Università che fu loro negata, costringendoli a studiare a Vienna o Innsbruck, loro hanno messo il loro bilinguismo a disposizione di riviste e accademie, focalizzandosi sui temi del bilinguismo che diventeranno temi attivi della glottodidattica del ‘900. La situazione linguistica del Trentino: lingue Gli studi linguistici sul Trentino insistono sul carattere complesso e multiforme della regione, in cui sembra impossibile isolare tratti esclusivamente trentini. Si hanno colonizzazioni dalla pianura: le più antiche sono di tipo milanese e le più recenti di tipo lombarde orientali, bresciane. È nell’ alto medio evo, fin dall’VIII secolo, che si ha suddivisione tra l’area baiuvara dell’alto Adige da quella longobarda del Trento. Una vera e propria colonizzazione tedesca avviene sotto i Sassoni nel X sec con la strutturazione feudale del territorio e l’importazione di mano d’opera tedesca per il lavoro agricolo. I dialetti tedeschi dell’Alto Adige corrispondono al tedesco standard scritto. Solo nel pieno rinascimento si comincerà a differenziare il principato trentino dall’Alto Adige tedescofono, mantenendo comunque la particolarità del plurilinguismo. Come altre zone di confine, il Trentino è un’area di contatto linguistico, tra idiomi romanzi e idiomi germanici, e ospita al suo interno minoranze linguistiche a cui è stato concesso lo statuto di lingue di minoranza: minoranza neolatina e minoranze germaniche. È stata la riforma dello Statuto di autonomia provinciale (2001) ad attuare in Trentino la legge nazionale sulle minoranze linguistiche. La normativa etnica trentina dichiara esplicitamente di basarsi su un principio di territorialità, diverso dal criterio su cui si fonda il trilinguismo dell’Alto Adige (tedesco, italiano, ladino). Fin dal primo 800, si è voluto riconoscere nelle parlate ladine dolomitiche un’identità etnica particolare, retoromanza. Già nel Tirolo asburgico, in età romantico-risorgimentale, si sono poste le premesse teoriche per le rivendicazioni nazionali che avrebbero portato a contrapporre un Tirolo tedescofono (sudtirol) a un Tirolo italofono (Trentino), e si distingue una terza presenza etnica che si sarebbe poi chiamata Ladinia. Nei territori ladini si sono create forme anche complesse di plurilinguismo e di triglossia, con la parlata ladina locale nella posizione del dialetto. Nel secondo dopo guerra si ha il riconoscimento istituzionale della ladinità, che ha promosso politiche linguistiche forti del supporto di linguisti svizzeri e austriaci, che sono passati dall’obiettivo della semplice conservazione degli idiomi alla costruzione di una lingua

ladina comune, unificata a partire dall’ortografia, poi alla grammatica e in seguito al lessico. Questa standardizzazione lo rende fruibile come lingua formale, insegnabile nelle suole e utilizzabile nei media. Al ladino si sono aggiunte il mocheno e il cimbro, ed oggi hanno pari diritti e nel 2008 hanno acquisito autonomia nella gestione dell’educazione scolastica, della toponomastica locale e della promozione della loro lingua tradizionale. Bel altra situazione presenta l’alloglossia tedesca in Alto Adige, territorio romanzo tedeschizzato fin dall’Alto Medioevo. L’italianizzazione conseguente allo spostamento del confine italiano al Brennero (1919), deciso dai vincitori della prima guerra mondiale. Questa italianizzazione, condotta prima con intenti rivendicativi da irredentisti italiani e poi, in epoca fascista, con una modalità ancora più invasiva, ebbe per effetto una stato di conflitto ancor oggi latente nella convivenza dei due gruppi etnici dell’Alto Adige, nonostante gli accordi De Gasperi del 46 abbiano garantito la loro parità istituzionale, e la riforma dei 72 che ha concesso diritto prioritario al gruppo tedesco sul suo territorio, dividendo la provincia di Bolzano da quella di Trento (province autonome). Il gruppo tedesco gode della proporzionale etnica, cioè del riconoscimento della sua superiorità numerica rispetto al gruppo italiano e ladino. L’appartenenza etnica è attribuita su base personale e non territoriale, quindi a partire da un’autodichiarazione individuale. Il trattamento giuridico delle minoranze linguistiche nelle due province autonome ha carattere di ordinamento promozionale asimmetrico: la lingua ufficiale è l’italiano nazionale ma si riconosce alle minoranze storiche una tutela della loro diversità che è insieme anche promozione (ne viene incoraggiato l’uso istituzionale nell’amministrazione locale, nei mass media e nella scuola). Non sono riconosciute come minoranze da tutelare le nuove minoranze (migranti, extracomunitari), per il loro carattere sparso. In Alto Adige, invece, l’uso dell’italiano e del tedesco è rigorosamente distinto. I giornali nazionali hanno però recentemente denunciato un maggiore uso della lingua tedesca a dispetto di quella italiana, sostenendo così il monolinguismo e abbassando le competenze nell’italiano. Solo il 20% degli studenti ha una buona conoscenza della lingua italiana e solo il 6% raggiunge il C1 e può dirsi bilingue. Degli italiani solo uno su tre tocca il B1 in tedesco; le due comunità vivono separate “in casa”. Nel 2010, in Alto Adige, si è scatenata la guerra dei cartelli, sulla possibilità di esporre nelle insegne solo toponimi tedeschi; tutt’oggi è in preparazione la riforma che cancellerà il 60% delle denominazioni geografiche in lingua italiana. Sul piano sociale e sociolinguistico si nota un divario ancora troppo accentuato tra la popolazione urbana, multilingue e multiculturale, e la popolazione rurale, quasi esclusivamente tedescofona e attaccata alla terra e alle tradizioni. Gli “italiani di Bolzano” (chiamati altoatesini, mentre i tedeschi sudtirolesi) sono sempre più un problema; sono marginalizzati socialmente e politicamente, rappresentano il 26% della popolazione, e sono sottorappresentati nelle istituzioni locali. Le due province autonome si possono considerare due diversi laboratori del multilinguismo e multiculturalismo: la provincia Trentina è orgogliosa delle proprie tradizioni e le minoranze sono tutelate e promosse. L’Alto Adige invece ha perpetuato il conflitto etnico scoppiato alla fine del 800, ed è per questo che il Trentino sembra aver accolto meglio l’esperanto, lingua della comprensione dei popoli, di quanto l’abbia fatto l’Alto Adige. Le radici culturali dell’Esperanto: la pedagogia di Comenio Komensky (in italiano, Comenio), è un pedagogista educatore la cui opera più famosa è Didactica Magna. Il tema dei suoi scritti è l’educazione linguistica e l’idea di una lingua universale per rendere possibile la comunicazione diretta fra tutti gli uomini grazie all’apprendimento di una lingua comune: la seconda lingua di ogni uomo.

Comenio afferma poi che la lingua universale non va intesa come lingua unica, e che le lingue nazionali continueranno ad esistere. Dalla Via Lucis alla Panglottia  la necessità di una lingua universale si ripresenta in tutte le opere di Comenio. A tal fine dalla Via Lucis alla Panglottia si passa attraverso Methodus linguarum novissima, un’opera di grande mole specifica su questo argomento. Comenio sostiene che è utile imparare le lingue dei paesi confinanti ai nostri; questo può darci una certa soddisfazione e si può superare l’ostacolo della divisione linguistica anche se in minima forma. Bisogna che l’uomo impari a coltivare una lingua fra tutte, affinché quella serva da modello per migliorare tutte le altre. Ci troviamo davanti al problema; quale lingua adottare come vincolo comune dei popoli? Ciascun popolo ha sempre considerato la propria lingua come la sola adatta a trasformarsi in lingua di tutti, alcuni di essi usarono la forza come i Germani e gli Spagnoli, altri la religione come gli Arabi. È la normale condotta dei vincitori contro i vinti. Comenio porta come esempio del re del Perù: essendo il Perù nel XVI sec una terra sovraffollata da molte lingue diverse, come lo è l’Europa oggi per esempio, era necessaria l’uso di una lingua comune per superare l’isolamento a cui sarebbero stati condannati i vari popoli; la molteplicità va ridotta all’unità, l’individualismo deve essere superato in nome dell’universalismo. L’universalismo è il fondamento sempre presente in Comenio, dal quale nasce la stesura della Panglottia, opera incompiuta sì, ma bastevole per fornirci le sue ultime conclusioni su questo argomento che appare come il pensiero dominante della sua vita. Il marchio negativo dell’attuale mondo è la confusione linguistica, l’incomprensione, e il rimedio sta nell’educazione dell’uomo, ogni forma deve cominciare da lui. La prima cosa da imparare è la lingua, quasi a ricordare l’inizio del vangelo di Giovanni, in principio era la parola. La riforma delle istituzioni umane, dall’educazione alla religione e allo stato, incontra il grande ostacolo della confusione delle lingue. La soluzione sarebbe la creazione di una lingua comune mondiale aperta a tutte le persone. Su questo Comenio è realista, l’ideazione di una lingua comune non è difficile, lo è di più la sua idea di lingua perfetta, che è irrealizzabile, poiché né esiste né esiterà mai; in quanto invenzione dell’essere umano essa risentirà sempre e comunque dei limiti propri della natura umana. Ci si avvia così verso la realizzazione della sua opera in cui esplora la lingua universale: la Panglottia (opera ai confini dell’utopia, ma che risulta interessante per il mondo della comunicazione in cui viviamo oggi, e che oggi più che ieri è realizzabile, grazie alla radio ai giornali, alla televisione. Il problema della comunicazione universale  la confusione delle lingue impedisce di adempiere alla missione universale, che tanto stava a cuore a Comenio, annunciare Cristo a tutte le genti. Tre sono le possibilità: coltivare nel modo migliore le proprie lingue; coltivare le più dotte; inventarne una nuova. La terza possibilità sembra quella preferita, ma la domanda è, è possibile inventare una lingua nuova? Se ne abbiamo un’idea esatta, se ne conosciamo i requisiti essenziali, la risposta è sì. La prima possibilità è chiamata Pantoglottia e richiede un lavoro di ripulitura dei singoli elementi di tutte le lingue, dalle sillabe alle loro combinazioni. La possibilità numero due viene chiamata polyglottia, e significa impegnarsi a coltivare quelle lingue considerate più colte, per esempio ebraico greco e latino. Ma, non è forse vero che il mondo è la patria comune di tutti gli uomini? A questo punto, se si decidesse una lingua tra quelle esistenti gli uomini, egoisti e pretenziosi come sono, vorrebbero che fosse la propria. Questa lingua universale per Comenio potrà esistere, ma il risultato dei suoi sforzi è un vicolo cieco. Sotto il profilo linguistico non abbiamo niente che si possa chiamare una nuova lingua, neanche una struttura sulla quale costruire le fondamenta.

Dalla Panglottia alla lingua internazionale  leggiamo nel Vangelo qualcosa che può attenuare il giudizio sulle conclusioni fallimentari di Comenio: succede molto spesso che colui che semina non potrà poi raccogliere i frutti. Comenio fu un grande seminatore; basti ricordare la sua volontà di aprire le scuole ad entrambi i sessi, e la sua idea di scuola d’infanzia che vedrà la realizzazione sono alcuni secoli più tardi. Comenio aveva osato un’impresa che non era più capace di reggere, ossia la creazione di una lingua utile ai rapporti tra gli uomini e contemporaneamente essere una lingua completamente logica: una cosa impossibile. Anche l’inglese aveva fallito in tal proposito. I cambiamenti sono avvenuti nel tempo; l’esperanto potrebbe essere utile e adatta in questo ambito. I progetti per creare una lingua universale si sono moltiplicati dopo Comenio e se ne contano a centinaia. Coloro che si adoperarono in questo intento, lo fecero animati da ideali di fratellanza e di pace; il solo progetto che sopravvisse a tutt’oggi, è quello del dottor Zamenhof, lingua da lui inizialmente (1887) battezzata lingua internazionale, e dai suoi sostenitori più tardi chiamata esperanto. È l’unica lingua utilizzata ai nostri giorni in trasmissioni radiofoniche, in Vaticano come in Cina. Si può riconoscere in essa l’attuazione del sogno comeniano. Mario Pei, professore di filologia romanza a New York, scrisse negli anni Cinquanta, The story of language, in cui afferma che non importa quale lingua si scegli, l’importante è che tutti i popoli siano d’accordo nella scelta, e che la lingua debba presentare una perfetta corrispondenza fra segni e suoni (in esperanto ogni segno corrisponde sempre ad un solo suono), e dev’essere adottata in tutti i paesi nel medesimo tempo, nelle prime classi elementari a fianco della lingua nazionale, in modo che possa essere appresa facilmente e naturalmente dalle nuove generazioni. Il Pei afferma che l’inglese non è affatto una lingua fonetica; la lettura e la scrittura di questa lingua sono due mondi completamente diversi. Riflessioni conclusive  pensare alla lingua universale è come pensare ad un mondo ignoto la cui costruzione non può poggiare sull’esperienza passata e sulla tradizione, poiché la scuola non ce l’ha mai insegnato. Questa lingua esige un cambiamento di prospettiva. I grandi temi della cultura: la pace, la giustizia, la lingua universale, non si comprendono se non inquadrati in una visione globale. La lingua universale richiede consistenti cambiamenti nell’educazione: 1) se tutti i bambini del mondo imparassero la stessa lingua, la lingua comune, la seconda lingua di ciascuno di noi, gradualmente scomparirebbe dalla loro mente la nozione di straniero, il quale sarebbe un enorme avvicinamento alla comprensione e alla fratellanza tra i popoli. 2) l’apprendimento di una lingua comune nelle scuole di tutto il mondo, permetterebbe di mettere in comunicazione diretta fra loro tutti i bambini, e basterebbe impararne solo UNA e non tante altre, affinché ci sia comprensione fra tutti. Se si dovesse cominciare a studiare questa lingua comune nelle scuole i bambini imparerebbero in modo facile e rapido, poiché questa lingua ha una struttura semplificata, si legge come si scrive, c’è una sola coniugazione verbale e un solo articolo. Nessun altro provvedimento sarebbe tanto utile per lanciare socialmente ed economicamente i paesi del terzo mondo, poiché potrebbero avere accesso al patrimonio scientifico-culturale del mondo, e svilupperebbe la crescita di un’identità mondiale. Il genere femminile: grammatica, raccomandazioni e norme istituzionali  Scrivere chiaro e bene, ricorrendo a parole precise e non banali, vuol dire adottare una scrittura rispettosa delle parole stesse, delle idee che convogliano e dei loro destinatari. Scrivere bene ha un’attinenza diretta con la qualità del ragionamento e del pensiero soggiacenti, indica chiarezza di idee da parte di chi scrive. Si tratta di mettere al centro della nostra attenzione l’idea che la lingua sia uno strumento con cui perimetriamo la

  1. La neutralizzazione del genere è espressa da termini neutri, non marcati; tale modalità può designare gli esseri umani indipendentemente dal sesso, così che la donna potrà essere definita un direttore, un critico, un professore… si suggerisce di affiancare il nome proprio prima dei cognomi dei referenti per esplicitare se si tratta di un uomo o di una donna. Negli impieghi più recenti si preferisce l’utilizzo di sostantivi epiceni (comi ambigenere, come dirigente). Altrettanto utili sono le riformulazioni con nomi collettivi (consiglio, direzione). Ma anche strategie di tipo sintattico, quali il ricorso alla forma passiva che permette di non esplicitare l’agente dell’azione ( la domanda di laurea deve essere presentata anziché gli studenti e le studentesse devono presentare) o alla forma impersonale ( si bussa alla porta prima di entrare anziché gli studenti devono bussare prima di entrare). Un primo tentativo di politica linguistica, le raccomandazioni di Alma Sabatini  alla fine degli anni 80 prendono corpo gli interventi contro la misoginia della lingua italiana, contenuti nelle sue raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, che considera la lingua italiana discriminatoria nei confronti delle donne, sia quando si parla di esse sia di come ci si aspetta che esse parlino. Secondo l’autrice la lingua italiana conduce a due manifestazioni esplicite di sessismo: da un lato l’asimmetria grammaticale, per l’inadeguatezza della rappresentazione dei soggetti femminili, quali il valore non marcato del genere maschile adoperato per coprire realtà femminili (fratelli indica fratelli e sorelle), e dall’altro l’asimmetria semantica, che è rappresentata da quegli usi linguistici che trasmettono modelli stereotipati di uomini e donne circa le loro presunte qualità, circa la loro funzione nella società e nel mondo del lavoro, aggettivi sostantivi che assumono connotazioni difformi a seconda che si alluda a un uomo o una donna (un governante, una governante). In particolare, la studiosa consiglia di evitare: il maschile non marcato (i diritti della persona e non i diritti dell’uomo), l’articolo con i cognomi femminili (la Lerner), la precedenza del maschile nelle coppie oppositive uomo/donna, l’accordo al maschile quando si fa riferimento a referenti di sesso maschile e, in maggioranza, femminile (Laura, Giacomo e Martina sono simpatiche e non simpatici). Nel 1990 il Consiglio d’Europa adotta delle raccomandazioni per eliminare il sessismo dalla lingua che si basano sulla volontà di creare unità tra gli stati membri. A seguito delle proposte contenute nelle Raccomandazioni, è aumentata la consapevolezza di come la lingua possa discriminare le persone, e l’uso del femminile si è fatto strada in molte designazioni di professioni, anche se l’estensione generalizzata risulta ancora molto contenuta (molte donne che assumono determinati incarichi rifiutano la voce al femminile), o per l’instabilità morfologica di alcune parole (da difensore è possibile trarre difensora e difenditrice). Il sessismo linguistico e la trasparenza linguistica: un altro tentativo di politica linguistica  un sistema amministrativo funzionale si deve fondare su una comunicazione efficace in cui i messaggi sono chiari, facilmente comprensibili ed applicabili. Per lungo tempo si è guardato ai documenti prodotti solo dal punto di vista della legittimità giuridica, lasciando sullo sfondo la scarsa comprensibilità; ora lo sguardo si è rivolto sia alla legittimità sia all’efficacia comunicativa. Quando scriviamo un atto, un bando di concorso, una circolare facciamo comunicazione. Tale azione significa che trasferiamo le nostre conoscenze ai cittadini che devono essere messi nelle condizioni di poter accedervi senza perplessità. La varietà di questi testi ne rende difficile la classificazione, resa complicata dalla diversità degli scriventi (tipi di enti, uffici), dei destinatari (il cittadino generico, l’intera comunità), dei canali, e infine delle finalità (informazione, obbligo). Posto quindi che l’obiettivo della scrittura amministrativa e burocratica è la chiarezza, si comprendono le ragioni che stanno alla base della scelta di

semplificare il linguaggio in uso nella pubblica amministrazione. All’interno di tale operazione di revisione del linguaggio burocratico si profila anche l’esigenza di promuovere un linguaggio più rispettoso anche nei confronti della donna. Per esempio, è vietato in un bando di concorso utilizzare solo termini al maschile per designare le persone a cui si rivolge. In tale senso vanno le prese di posizione di Cassese e Fioritto, che danno alcune istruzioni sull’uso della lingua: l’uso di designazioni professionali differenti (architetto/architetta), sdoppiamenti (l’abbonato e l’abbonata), comi collettivi (il personale funzionario), specificare nei bandi e nelle offerte di lavoro entrambi i generi grammaticali (programmatore, programmatrice). L’interlinguistica alle soglie degli anni Venti del Duemila  Sei definizioni in cerca di una disciplina  il principale oggetto di studio dell’interlinguistica, l’esperanto, era tutt’altro che marginale nel dibattito culturale e politico e scientifico di un secolo fa. Nel 2019, cento anni dopo la conferenza di pace di Parigi (organizzata dalle potenze uscite vincitrici dalla Grande Guerra), l’esperanto è un interesse culturale di nicchia, marginalissimi come oggetto di ricerca scientifica. Il Premio Canuto rappresenta un’eccezione al generale disinteresse verso l’esperanto. Quale futuro possiamo aspettarci? Una disciplina scientifica è vitale per destare l’interesse dei ricercatori di oggi ma soprattutto di domani. Una disciplina scientifica non può vivere senza studenti e laureandi che se ne occupano. Ma i corsi a livello europeo e mondiale di esperantologia sono pochissimi. Ramo autonomo della linguistica  i primi anni del 900 sono anni tumultuosi per i sostenitori dell’idea della lingua internazionale neutrale. Fu Meysmans (un belga, laureato in filosofia e scienze umanistiche nel 1890 con il massimo dei voti) a proporre per primo il termine interlinguistica, in un breve intervento del 1911 in francese: ad allora, si occupavano di interlinguistica non i linguisti, bensì accademici provenienti da altre discipline, poiché la nozione stessa di linguistica non era chiara (il Cours saussuriano fondante la linguistica moderna viene pubblicato nel 1916). Tale disciplina inizia a svilupparsi solamente negli anni 20 del Novecento, per via della Prima Guerra Mondiale. Il primo congresso internazionale di linguistici si tiene ad Aja, Olanda, nel

  1. Sarà nel secondo congresso dei linguisti, tenuto a Ginevra nel 1931, che l’interlinguistica verrà messa all’ordine del giorno, da parte di Otto Jespersen, considerato il vero padre della disciplina. Da Meysmans a Jespersen passano 20 anni, ma le parole usate sono le stessa; J. afferma che la problematica ha un carattere urgente, poiché J. parla in un contesto molto diverso da quello in parla Meysmans (belle epoque). Nei primi anni 20 l’esperanto è una realtà di lingua viva. Dal secondo dopo guerra, sole l’esperanto ha una base d’uso sufficientemente solida per essere considerata interessante (altre lingue che entrano nella competizione ma non gareggiano effettivamente sono l’Occidental di Edgar De Wahl e il Novial di Jespersen, per esempio). Settore della pianificazione linguistica  a partire dagli anni 50, i linguisti cominiano a definire un ramo della disciplina chiamato language planning, pianificazione linguistica. L’idea soggiacente è che le lingue storico-culturali sono sì un prodotto della facoltà naturale dell’essere umano di produrre linguaggi verbali, ma anche frutto dei contesti socioculturali. In altre parole, le lingue sono tali perché vengono pianificate, cioè modellate. Quindi, pianificare una lingua come l’esperanto non è molto diverso dal

usarla per produrre suoni e comunicare con i suoi simili, così si sviluppò l’apparato fonatorio. Non si sa se tutte le lingue sono nate da una sola grazie alle migrazioni (ipotesi monogenesi) oppure si siano sviluppate in più parti del mondo indipendentemente (ipotesi della poligenesi). Darwin pubblicò nel 1859 il libro L’origine della specie, che sconvolse il mondo scientifico; non si occupò direttamente dell’origine delle lingue ma altri lo fecero al posto suo, come Schleicher. Gli scienziati sembrano essere d’accordo sul fatto che l’ Homo sapiens uscì parlante dall’Africa tra i 120 e 90 mila anni fa. Negli anni i linguisti hanno scoperto che molte delle lingue europee e non si assomigliavano in modo sorprendente; le chiamarono lingue indoeuropee. Presto fu evidente che esistevano anche altre famiglie, come quella afro-asiatica e uralo-altaica. Si calcola che oggi nel mondo si parli 7 mila lingue, tante in via di estinzione. Si prevede uno scenario in cui oltre il 50 % della popolazione mondiale parlerà 12 lingue. Le zone più a rischio sono la Siberia centro-orientale, il nord dell’Australia, l’America centrale e meridionale, e tra le cause troviamo: catastrofi naturali, epidemie, carestie, guerre e genocidi, marginalità economica e culturale. Delle venti lingue più parlate, sette sono europee (inglese, russo, francese, spagnolo, portoghese, tedesco e italiano) altre sei sono indiane e un'altra cinese, parlata da un quinto della popolazione. Il pericolo è che l’egemonia di una lingua distrugga ogni diversità, fare della popolazione mondiale un unico corpo di consumatori a vantaggio di pochi, ricchi e potenti. La soluzione sarebbe trovare una lingua per tutti lasciando a ciascuno la propria. Una lingua che non appartenga a nessuno. L’esperanto è pronto, creato nel 1997 e diffuso in più di 125 paesi, è una realtà non solo una speranza. Fine