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Riassunto dell'Antigone che segue di pari passo ogni capitolo
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 31/08/2019
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Fin dalla sua entrata in scena Antigone si mostra irremovibile dalla sua decisione: disobbedire Creonte seppellendo Polinice, nonostante il tentativo della sorella Ismene di farla desistere dal suo proposito. Antigone, senza neanche provare a farle cambiare opinione, si limita a ribadire la propria decisione e quando Ismene la esorta alla prudenza, invitandola a non rivelare il suo piano, Antigone si mostra indignata in quanto non si vergogna del gesto che sta per compiere, ma è orgogliosa tanto da non preoccuparsi della condanna a morte a cui non intende sottrarsi. Nell’azione di Antigone non è sottesa alcuna mira politica nel senso che a lei non interessa raccogliere consensi, tale è il motivo per cui non tenterà mai di giustificare o motivare la sua decisione. L’unica sua preoccupazione, lungi dal voler suscitare consenso o approvazione è quella di dare una degna sepoltura al fratello in ossequio ai legami e doveri familiari a cui si sente vincolata. Si può definire un personaggio statico, non muterà mai posizione. LA LOQUACITA’ DI CREONTE Creonte è guidato dal proposito di salvaguardare la polis di cui, in qualità di sovrano, si assume la responsabilità, egli rappresenta la figura del capo politico coraggioso e responsabile, dedito alla salvaguardia della polis. Tuttavia rispetto ad Antigone si mostra più loquace, inoltre ogni suo discorso è sorretto dalla volontà di suscitare l’adesione degli interlocutori, facendo leva sul fatto di difendere la città dopo la guerra civile. Egli è consapevole che il suo divieto (di dare sepoltura a Polinice ) contrasta sia con le consuetudini civili quanto con le tradizioni religiose, eppure resta ancorato al suo proposito in quanto sostiene che dato che in città ci sono ancora sostenitori del partito argivo, questi sarebbero fomentati dalla cerimonia funebre resa a Polinice, col rischio di dare di nuovo luogo alla guerra civile. L’EDITTO DI CREONTE E LE LEGGI DI ANTIGONE Il conflitto che anima la tragedia non è quello tra comando politico (nomos) proveniente dal potere costituito e la fedeltà a leggi non scritte (nomina) , il vero scontro è quello tra la prescrizione di Creonte , emanata sulla base della legge promulgata dal potere costituito e la singolarità dell’azione di Antigone che la trasgredisce. Nelle azioni dell’eroina, infatti, non vi è nessuna intenzione di universalizzare il suo gesto: ella semplicemente persegue l’unica cosa che le sta a cuore e lo farà fino alla fine a differenza di Creonte che mantiene la sua posizione fino ad un certo punto. DALL’ACCECAMENTO AUTORITARIO DI CREONTE ALLA SUA INUTILE REVOCA DELLA CONDANNA A MORTE DI ANTIGONE Nel discorso iniziale di Creonte promosso contro i Tebani la sua preoccupazione era la difesa della polis, il suo atteggiamento cambia nel dialogo con suo figlio Emone, promesso sposo di Antigone, ciò che viene in evidenzia in questo dialogo è il timore che la sua autorità venga messa in
discussione dapprima all’interno della sua casa e poi nell’intera città, ciò che mostra di voler tutelare è l’intangibilità di un ordine autoritario e misogino. Il gesto di Antigone non solo fa vacillare l’ordine gerarchico della città, ma comporta implicitamente un’inversione di genere che strappa e modifica l’identità sessuale dei personaggi coinvolti nella vicenda. Inoltre la subordinazione del figlio al potere paterno sul piano domestico è speculare alla subordinazione dei sudditi al potere politico e alle decisioni del re. Creonte che polemizza con Emone non è più il sovrano che all’inizio del dramma intendeva anteporre il bene pubblico all’interesse privato, è ormai un uomo di potere colpito nel suo orgoglio di capo e di maschio. Il Coro, espressione della morale comune di una società patriarcale, sotto questo aspetto gli da ragione. Nello stesso dialogo Emone invita Creonte alla moderazione e alla prudenza in quanto in città si sta diffondendo il dubbio che la condanna a morte di Antigone sia arbitraria e il Coro spezza una lancia in suo favore, assumendo una posizione di equidistanza e invitando i due alla mediazione. La determinazione di Creonte, tuttavia, già inizia a vacillare nel dialogo con l’indovino Tiresia il quale afferma che la città si sta ammalando a causa del suo autoritarismo, in un primo momento Creonte risponde con la derisione, poi turbato, manifesta la volontà di revocare la sentenza di condanna a morte di Antigone, ormai invano dato che la stessa si era suicidata. La decisione di Creonte non è figlia di nessun ripensamento, ma deriva dalla sensazione di aver sfidato un potere più grande di lui, di aver infranto norme anche per lui vincolanti e di essersi attirato una sanzione alla quale neanche lui può sfuggire : la distruzione della sua famiglia ( suicidio del figlio e della moglie). LA SOLITUDINE DI CREONTE Sul finale della tragedia si può delineare un punto di contatto tra Antigone e Creonte , egli infatti nel momento in cui revoca il bando si richiama ai nomina ,ma ciò non significa che sposi il punto di vista di Antigone. Ciò che realmente accomuna i due personaggi è l’assenza della messa in discussione della propria decisione, Creonte alla vista del corpo esanime di Emone modifica il suo comportamento, ma non le sue convinzioni, egli cede perché ormai il rapporto di forze è divenuto per lui sfavorevole. Lo stato di emergenza colpisce direttamente la sfera emotiva, facendo venir meno la coerenza tra le proprie convinzioni e i propri comportamenti, questi ultimi si modificano senza che ciò comporti un’analoga trasformazione delle convinzioni che li precedono e li motivano. CAPITOLO II- I TERMINI DEL CONFLITTO IL DILEMMA DEL NOMOS In ogni agglomerato sociale vige una qualche forma di legalità che però non viene necessariamente considerata effetto di un intervento umano. Nei regimi democratici, caratterizzati dall’esclusione esplicita di ogni elaborazione extra-sociale della legalità, i consociati non possono non interrogarsi sulla giustificazione di quest’ultima ( legalità). Il solo contesto in cui può emergere il dilemma del nomos è, dunque, quello democratico. Con questa espressione ci si riferisce ad un dubbio e cioè se esiste una legittimazione oggettiva della legalità istituita (si può affermare in modo universale la giustizia delle leggi?). Il dilemma ha
Solitamente si traduce come : tracotanza, superbia e allude all’eccesso dell’azione umana e cioè all’arrogante disconoscimento dei limiti che ad essa si devono imporre, l’aspetto più oltraggioso della hybris consiste nel fallimento dell’agire umano nell’autolimitarsi. Essa non è la mera trasgressione di norme già date, dato che le sue premesse sono la libertà e l’indeterminatezza dell’azione; né può essere considerata come un peccato perché quest’ultimo presuppone un patto con Dio e gli uomini da cui discendono determinate norme di condotta dalla cui violazione discende il peccato. La hybris non coincide con l’infrazione di una legge universale e già data, in quanto manca in quell’epoca un modello ideale di riferimento che consenta di ricondurre l’azione alla mera applicazione di un sapere tecnico. E’ proprio l’assenza di capisaldi ontologici a costituire la premessa della tragedia che è a sua volta una creazione della democrazia intesa quale forma di governo al cui interno l’istituzione delle leggi deriva esclusivamente dall’interlocuzione e interazione conflittuale dei cittadini( si ricollega al paragrafo precedente). In questa tragedia la hybris dei protagonisti risiede nella loro autoreferenzialità e cioè incapacità di relativizzare la propria presa di posizione, sia Antigone che Creonte escludono che possano esistere ragioni per pensare in maniera diversa da come la pensano loro, entrambi si fanno portatori di un monismo assiologico nel senso che le loro azioni vanno intese come l’esecuzione di una verità che essi ritengono incontrovertibile ( dualità nomiche ). Ora se quella di Creonte è la hybris del potere, quella di Antigone è la hybris della nuda azione secondo Susanetti , ciò significa che l’eroina ha una forte inclinazione nell’autodeterminarsi che si rivela rovinosa perché la isola, impedendole di confrontarsi con altri punti di vista, Antigone si crea una dimensione pubblica fittizia che si limita al confine della propria vita privata che la induce ad un’illusoria autosufficienza e che le impedisce di tener presente l’opinione dei suoi interlocutori ( si pensi ad Ismene). LA PRASSI DELL’AUTOCONTROLLO E’ L’UNICO MODO DI ELABORAZIONE DEL CONFLITTO TRAGICO Il solo modo per fronteggiare la hybris consiste nel perseguire l’autocontrollo delle azioni con la consapevolezza che non esiste un modello precostituito da imitare, risulta perciò necessario il ricorso a quella capacità di discernimento e di autocontrollo, di saggezza pratica la phronesis, cui allude anche il Coro. ANTIGONE E CREONTE: UN DIALOGO TRA SORDI Con questa espressione Steiner si riferisce all’improduttivo scontro tra Antigone e Creonte, partendo dal presupposto che quest’ultimo revoca la condanna solo perché travolto dagli eventi, non perché ha un ripensamento delle sue convinzioni etiche e politiche, dunque la disputa tra i due resta radicale, confermando che non si è trattata di una mera forma di incomprensione o fraintendimento, alla base della lite vi è la contrapposizione di due determinazioni incapaci di trovare un punto di mediazione.
Antigone contrappone all’editto di Creonte i nomina, le usanze immemorabili care agli dei, tuttavia la contrapposizione non è tra un diritto a sfondo religioso e un diritto positivo, ma tra due diverse leggi che hanno entrambe un fondamento religioso infatti nel mondo greco la religione prescriveva contemporaneamente l’obbedienza alle leggi della città e all’autorità costituita e il culto dei morti. Il conflitto inscenato non riguarda l’opposizione religione-politica, ma riguarda la società che è l’unico luogo di elaborazione della normatività, perciò è la normatività stessa ad essere attraversata da un conflitto. Il ruolo della tragedia consiste nel presentare la non risolvibilità in sede teoretica del conflitto che perciò esige da parte dei cittadini quella particolare saggezza pratica e autolimitazione cui allude la phronesis aristotelica. A tal proposito Azzariti afferma che attualmente al diritto viene attribuito il compito di risolvere i conflitti che non possono dunque restare irrisolti, a differenza che nell’antichità classica in cui si ammetteva la persistenza del conflitto. CAPITOLO III : LA TRAGEDIA DEL NOMOS Quella di Antigone costituisce la tragedia del nomos, in contrapposizione a quella di Edipo Re che possiamo definire tragedia dell’apparenza, questa differenza ci permette di comprendere che: l’insegnamento tratto da Antigone riguarda la filosofia pratica( filosofia della morale, della politica, del diritto) e non la filosofia teoretica ( della speculazione ontologica). La riflessione sottesa all’Antigone assume come punto di partenza l’indeterminatezza dell’agire umano, invece, la tragedia di Edipo Re ha come oggetto la comprensione della realtà nella sua verità intrinseca. La riflessione che scaturisce da Antigone attiene al piano della prassi perché in essa manca un criterio oggettivo che consenta di porre fine al conflitto ed ai dibattiti da esso generati. Il conflitto non è risolvibile sul piano teoretico che si limita alla scoperta della verità in quanto il nomos manca di quel requisito (legittimazione universale ed oggettiva) in grado di evitare ogni dubbio. In Antigone non c’è nessuna verità da scoprire, tutto è chiaro sin dall’inizio, perciò il tema fondamentale della tragedia non è materia di conoscenza, ma di decisione e senso da dare all’azione. OLTRE L’OPPOSIZIONE TRA GIUSNATURALISMO E GIUSPOSITIVISMO Nella tragedia del nomos non c’è un punto di arrivo preliminarmente fissato che potrebbe dar luogo allo scioglimento del dramma, che resta “aperto”. In conseguenza di ciò, si esclude che il senso filosofico-giuridico dell’Antigone possa ricondursi all’opposizione giusnaturalismo- giuspositivismo, secondo ciascuna di queste due correnti filosofiche il diritto naturale o quello positivo avrebbero l’ultima parola, cioè in entrambi i casi si presuppone che anche sul piano dell’agire abbia senso ricorrere ad un criterio universale che consentirebbe di separare ragione e torto. La pretesa di vedere nella tragedia un inno a una delle due posizioni filosofiche farebbe passare in secondo piano il nucleo fondamentale di essa: la singolarità dell’azione dei due protagonisti: la tragedia non oppone il torto alla ragione , ma mostra due torti o due ragioni che finiscono col rappresentare due unilateralità. Dunque se Antigone fosse la concretizzazione del diritto naturale, Creonte finirebbe per svolgere meramente il ruolo del despota tirannico e
legislazione. In una società democratica, essendo esclusa ogni forma di autorizzazione extra- sociale della legalità istituita , il giudizio dei consociati è la sola maniera di valutarla. A differenza di ciò che accade nell'Edipo re , tragedia all’apparenza, nell’Antigone alla ricerca della verità originaria dei fatti si sostituisce l'esigenza di un'efficace mediazione giuridica tra posizioni in conflitto radicale. Dice Calasso che qualsiasi teoria occidentale della legittimità soffre di una mancanza : non conosce l'origine e per di più questa è celata piuttosto che rivendicata dalla tradizione. D’Agostino afferma che l'obbligo giuridico è minacciato dalla modernità: “ il moderno si compiace del carattere contingente del diritto “ , per contingenza intende l' assenza di presupposti vincolanti. Da ciò risulta che la qualità del diritto non sta nel valore delle sue norme, ma nel fatto che può essere cambiato. In tal modo avviene un disconoscimento dell'universalitá e della necessità del diritto, il diritto moderno riconosce se stesso solo in quanto positivizzato. In quest'ottica la produzione del diritto significa selezione , nell'ambito di tutte le norme materialmente possibili, di quelle volute per essere valide. In tal modo per D'Agostino , il processo di positivizzatine del diritto conduce all'evaporazione dell' obbligo giuridico. L'oggettivitá del diritto non può imporsi da sola , è sempre necessario il “discernimento dei valori “ il quale non può che comportare un intervento umano, quindi soggettivo. In entrambi i modelli del diritto , tradizionalistico e giusnaturalistico, viene attribuito un fondamento assoluto : storicistico per il primo e metafisico per il Secondo, in entrambi i casi il discernimento dei valori è un'esigenza primaria : per il tradizionalismo e necessario discernere la tradizione autentica da quella manipolata. Per il giusnaturalismo bisogna leggere in modo filosoficamente corretto la natura e dedurre da essa i principi dai quali orientare le pratiche sociali degli uomini. Anche in una concezione ontologica del diritto non si può non fare un rimando decisivo alla responsabilità umana : non c'è fondazione ontologica che in fin dei conti non sia affidata ai condizionamenti sociali che ne caratterizzano l'espressione. LA TRAGEDIA ATTICA ED IL RUOLO ATTIVO DEI CITTADINI- SPETTATORI Sulla scena del teatro, così come nello spazio pubblico della polis, le collisioni anziché contrapporre una ragione ad un torto , hanno luogo tra ragioni diverse. È in ciò che risiede il nucleo dell'Antigone : l’impossibilità di rendere giustizia a ciascuna delle ragioni. Sofocle non indica la via da seguire per essere in grado di evitare la conclusione mortifera , il testo non indica alcuna misura universale che garantisca una via d'uscita al conflitto tra coscienza e potere. La saggezza pratica è cosa ben diversa da una presa di posizione individuale , la grande abilità di Sofocle sta nel farne avvertire l'esigenza lasciando agli spettatori il compito di concretizzata, senza però indicarne di volta il volta le modalità. Non è altro che questa la funzione della tragedia , ma dev'essere ricondotta al contesto teatrale della sua origine , i destinatari dell’opera non sono spettatori in cerca di intrattenimento, sono invece cittadini di una democrazia diretta , per la quale il teatro è una forma istituzionalizzata di arte politica. Sarà compito dei cittadini cercare le soluzioni che la scena non offre , ed è proprio in questo suo rivolgersi all'insieme dei cittadini per
coinvolgere e mobilitare la riflessione , che consiste il significato politico della tragedia attica , impensabile al di fuori della democrazia. GIUSTIZIA SENZA ONTOLOGIA Dell’Antigone emerge dunque l'esigenza di una mediazione tra due contrapposte unilateralitá , esigenza che rimane insoddisfatta dato che la tragedia è sprovvista di indicazioni sui modi concreti del suo possibile soddisfacimento. Questa carenza è sì riconducibile al significato civile e politico del teatro tragico nella democrazia ateniese , ma si spiega anche in ragione del significato originariamente attribuito alla parola giustizia “Dike" dalla radice deik che vuol dire indicare - mostrare , ma non nel senso di indicare una cosa visibile o un oggetto esistente, si tratta invece di mostrare con la parola ciò che è e che perciò si deve fare. Aristotele al termine edile accompagna il termine dikaiosyne che indica la giustizia come virtù umana : eccellenza dell'agire tanto nella sua dimensione individuale quanto collettiva. Con Aristotele dike non è più una nozione mitologica, ma un giudizio umano che stabilisce ciò che è giusto e ciò che è ingiusto producendo in tal modo all'interno dalla polis un ordine convenzionale (taxis) e nella nozione di taxis come ordine artificiale , la responsabilità umana nell'istituirlo è ineludibile. Alla base della giustizia , dunque, non c'è l’ontologia( universalità dell'essere) , ma l'elaborazione storico- culturale di significati e valori capaci di aggregare un gruppo umano. CAPITOLO IV: LA SINGOLARITA’ DELL’AZIONE TRAGICA La peculiarità di Antigone non consiste nel rendersi accettabile, né tantomeno nell’iscrivere il proprio gesto all’interno di una regola universale, al potere costituito non oppone un no sistematico, le prerogative di Creonte non sono da lei contestate, solo una cosa le sta a cuore: i propri legami familiari. Costruire ragionamenti sui suoi atti o provare a razionalizzarli significa universalizzarli, sminuendo il carattere innovativo della loro singolarità. Ciò non significa , però , che Antigone agisca d’impulso, senza riflettere sulla sua azione , al contrario significa che l’attaccamento a Polinice e la salvaguardia della sua identità attraverso l’atto umanizzante della sepoltura è il movente più alto della sua azione , si sbaglierebbe a vedere in questo suo gesto l’emblema di una generale rivolta contro l’autoritarismo. E’ da escludersi che ci si trovi davanti ad un’eroina della rivolta politica, le sue ragioni sono provate. Nessuno può garantire a priori la giustezza di un atto , nemmeno la ragione ed è cosa folle pretendere di essere saggio da solo “monos phronein” , tanto è vero che l’insegnamento che si può ricavare dalla messa in scena sofoclea riguarda l’insostenibilità di un simile monismo e quindi l’esigenza etica di una mediazione tra posizioni che , chiuse nella loro assolutezza, conducono soltanto alla distruzione reciproca. LA PARADOSSALE SOMIGLIANZA TRA ANTIGONE E CREONTE – NUSSBAUM – EROS E PHILIA. Secondo Marta Nussbaum tanto Antigone quanto Creonte realizzano una semplificazione del mondo dei valori ed è questo che li accomuna : Creonte vede la città come un bene affidato alla sua custodia ed in nome di questa interpretazione che egli per il bene della città è disposto a sacrificare
di fronte ad un ente anomalo. L’azione umana , dunque, si pone come eccezione alla regolarità della physis, essa ( l’azione umana) consta di due aspetti : l’azione ( praxis) e la produzione (poiesis). Quest’ultima è regolamentata da un modello ideale che la prevede e di cui la produzione costituisce l’attuazione. Al contrario l’azione non ha un modello preliminare che la possa guidare normativamente e nessun fine esterno che essa dovrebbe realizzare. Ne consegue che nell’ambito umano la realizzazione della prassi non è ontologicamente fondata né conoscitivamente controllabile, ed è questa accezione della praxis che fa vacillare la metafisica teleologica di Aristotele, caratterizzata dalla presenza di capisaldi determinati ed incrollabili che mancano alle azioni degli uomini che vivono nella polis. Fatta questa premessa è evidente che nessuna costituzione è perfetta, anzi tutte le costituzioni esistenti sono piene di difetti, ne consegue che la costituzione perfetta per natura di cui parla Aristotele in realtà è tutt’altro che naturale, non esistendo da nessuna parte. La conseguenza che si può trarre da quanto detto finora è che vi è una radicale differenza tra l’esperienza della prassi umana nella città e la determinatezza preliminare e predeterminata che caratterizza il modo di essere dell’ente naturale. La polis è una realtà irriducibile a tutte le altre realtà naturali perché in essa manca la regolarità propria della physis. Se esistesse un universo di regole già date che gli esseri umani dovrebbero limitarsi a mettere in opera, non vi sarebbe più praxis , ma solo poiesis e di conseguenza la tragedia non potrebbe svolgere un ruolo attivo o meglio se vi fossero delle regole da seguire prima della praxis non si tratterebbe più di azioni, ma solo di conseguenze , ciò sminuirebbe le azioni umane e non dando rilievo a queste ultime , la tragedia non avrebbe modo di esistere. CAPITOLO 5 L’ANTIGONE IN HEGEL : IL RAPPORTO TRA CARATTERE E AZIONE Binomio caratteri-azioni: Aristotele afferma che la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni: gli uomini non agiscono per imitare caratteri, ma assumono i caratteri attraverso le azioni, pertanto le azioni sono il fine della tragedia, senza le quali la stessa non potrebbe sussistere. Per comprendere quanto detto da Aristotele basta immaginare che , ad esempio, Antigone abbia agito come ha fatto solo perché ha un certo carattere ( attaccabrighe)-> è chiaro che se così fosse la tragedia si trasformerebbe in commedia. Al contrario Hegel costituisce il suo approccio alla tragedia sul primato dei caratteri rispetto alle azioni , la sua lettura subordina l’agire umano alla staticità di determinazioni ontologiche che i comportamenti degli individui si limitano a subire ( si può parlare di una sostituzione della poiesis alla praxis, quest’ultima risulta trasformata in una serie di comportamenti conformi a regole). Antigone tradita : Nel pensiero di Hegel la centralità di Antigone è passeggera, egli prende le distanze dall’eroina non sul piano etico-politico, ma sul piano ontologico : l’ontologia( comprensione di ciò che è nella sua totalità) costituisce un sapere oggettivo e universale , rispetto al quale vanno ridimensionate tutte le aspirazioni soggettive , che restano unilaterali per quanto nobili e generose. Il tradimento di Antigone è dettato dalla pretesa privata della ragazza, cioè dalla sua soggettività che come tale rappresenta solo un aspetto del tutto , il cui sacrificio va collocato nella prospettiva più ampia della totalità storica. La marginalità di Antigone è dunque dovuta alla
subordinazione del diritto alla logica del processo storico, infatti nella prospettiva hegeliana la vicenda di Antigone acquista centralità unicamente nel contesto del mondo classico. In quanto tragedia del conflitto tra coscienza singola ed esigenze storico-politiche, porta in scena la contraddizione della vita etica dei Greci. Del resto la premessa della filosofia hegeliana è la concezione dello spirito come totalità cioè articolazione unitaria di differenza che non avrebbero senso se avulse dall’insieme. Nella tragedia greca vi è una contraddizione che minaccia la struttura della totalità e che perciò dev’essere superata, l’unico modo per sciogliere il conflitto tragico per Hegel è l’Aufhebung cioè un movimento dialettico logico e storico capace di oltrepassare l’opposizione, in modo da negare la parzialità dei suoi momenti. Crollo dell’eticità del popolo greco: Hegel prende a riferimento l’Antigone come opera in quanto vuole dimostrare come la realtà della Grecia classica ( totalità etica) è in continua precaria oscillazione proprio per quel continuo contrasto ontologico tra legge della casa oikos e legge della città ( polis): l’una di origine divina , l’altra di origine umana, tuttavia nessuna delle due può essere abolita perché ciascuna di esse è espressione della totalità della polis. Tuttavia seppur questa scissione è necessaria in quanto rappresenta due parti del tutto, nella polis queste due leggi risultano essere unilaterali e quindi l’adesione ad una soltanto delle due porta l’armonia della città al suo declino: l’eticità greca è invasa da un armonia solo apparente in quanto scossa dalla scissione di due leggi contrapposte. Hegel e Platone: Il punto di vista di Hegel coincide con quello di Platone, diffidente nei confronti dei poeti tragici, ed infatti per H. la città platonica non è espressione di uno stato ideale, am corrisponde al concetto greco della vita etica : la Repubblica di P. per H. è un tentativo di restaurare l’eticità ormai morente. I due concordano nel ritenere che nel mondo greco vi è una prevalenza dell’essere teoretico sull’essere politico, della ragione sull’opinione , con conseguente emarginazione della prassi e della tragedia. La rivalutazione di Creonte e i grandi caratteri: La lettura ontologico speculativa della tragedia fa si che Hegel si discosti dall’usuale demonizzazione di Creonte , il filosofo rivaluta la complessità e la ricchezza umana di Creonte, da lui visto come il personaggio in cui si identifica la legge umana o della città. Egli tuttavia afferma che il contrasto tra il sovrano ed Antigone non è un contrasto tra nobiltà d’animo e malvagità, ma tra un dovere avvertito come sacro ed una legge pubblicamente bandita. Questi due sistemi di valori in collisione non coinvolgono le responsabilità morali degli individui in cui si incarnano, i quali non fanno altro che restare fedeli ai propri caratteri. Antigone e Creonte sono personaggi determinati dalla loro natura a svolgere un certo ruolo nel quale si identificano. Ethos e pathos: Secondo Hegel ogni carattere è mosso da un pathos che lo domina e si rivela totalizzante, questo rende il carattere tragico unilaterale e questa moralità non è un difetto morale , bensì una determinazione ontologica. Il valore esemplare della tragedia per Hegel sta appunto nel mostrare in concreto la subordinazione dei comportamenti individuali al carattere in quanto determinazione naturale che precede l’operare dell’eroe e lo intrappola. Il carattere dei personaggi porta loro a disconoscere ciò che non rientra nella loro natura , pur facendo gli stessi parte della