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Tipologia: Dispense
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A cura di Dott. Ing. D.O. Boris Alfonso Ania
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La cosa più importante come dice sempre il mio amico Neurochirurgo Edvin Zekaj è non nuocere al paziente, quindi ritengo fondamentale per qualsiasi professionista che si avvicina a un paziente è capire se vi siano controindicazioni al trattamento che siano segnali di allarme per un rimando medico o specialistico. Lo scopo dei seguenti capitoli è proprio questo! Il mestiere di terapista è una cosa seria, sii sempre un professionista che mira a raggiungere il TOP altrimenti lascia stare questo corso.
La valutazione differenziale ha come obiettivo quello di effettuare una accurata e corretta valutazione della disfunzione che si trova di fronte, attenendosi alla rilevanza dei segni e sintomi manifestati dal paziente. La corretta differenziazione di segni e sintomi, una intervista al paziente e un esame obiettivo, permettono di pianificare il trattamento più ottimale. Il Ragionamento differenziale prevede diversi punti attraverso i quali si possono ottenere le risposte che si cercano. Il primo di questi è l'intervista con il paziente; esso ricopre un ruolo fondamentale, poiché è il primo contatto che si ha con la persona che richiede le competenze di uno specialista. Normalmente il colloquio con il paziente avviene attraverso una serie di domande e conseguenti risposte, alle quali il paziente può rispondere in maniera chiusa o aperta. Le domande a risposta chiusa prevedono una risposta altrettanto chiusa, generalmente un “si” o un “no”; sono domande mirate e che lasciano poco spazio al paziente per descrivere o raccontare. Le domande a risposta aperta invece sono l'esatto contrario; L'operatore pone una domanda aspecifica per lasciare spazio al suo interlocutore di descrivere la situazione o la problematica con le proprie impressioni. Da parte dell'osteopata un utilizzo esclusivo di una o dell'altra tipologia di domande è sconsigliata, poiché una rende la conversazione sterile e rischia di far tralasciare dettagli che non vengono riferiti per mancanza di comunicazione, mentre l'altra permette solo questo, non consentendo all'osteopata di mantenere il punto della situazione facilmente. Ecco perché si consiglia di trovare il giusto equilibrio di domande aperte e chiuse durante l'intervista con il paziente. Le risposte ottenute riescono a inquadrare il paziente sia dal punto di vista del dolore, motivo per il quale si è rivolto allo specialista, sia dal punto di vista quotidiano e dalla storia familiare.
Da questo si può riconoscere se la disfunzione in questione è di competenza del terapista o no, e in tal caso rimanderà allo specialista di riferimento. Successivamente, se la problematica riscontrata può essere trattata in ambito terapico, si procede all'esame obiettivo. Esso consiste in una integrazione di test di macro e micromobilità, uniti a test ortopedici per la valutazione complessiva. I test sono mirati a escludere o a verificare quanto riscontrato precedentemente, fino ad arrivare ad un'unica causa possibile. Il tutto è accompagnato da un esame visivo della postura per collegare i ragionamenti che si stanno eseguendo. Una volta terminato l'esame obiettivo il terapista può stabilire il piano di trattamento ottimale per quel paziente e, in accordo con questo, definire gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il fine ultimo della valutazione differenziale non è quello di conoscere e saper diagnosticare ogni genere di condizione di carattere medico, bensì quello di rendere in grado l'operatore di saper differenziare tra pazienti che potrebbero trarre beneficio da un trattamento da quelli che invece necessitano di terapie che non competono la figura del terapista.
Il processo decisionale che porta l'osteopata alla differenziazione di segni e sintomi riferiti dal paziente per ottenere una sola causa possibile alla sua problematica, si basa sulle risposte che lo stesso paziente fornisce, insieme a dettagli riguardanti la sintomatologia durante l'intervista. L'esame obiettivo, successivo a questa prima fase, va invece ad indagare più precisamente la zona (o le zone) interessate, per ottenere la conferma definitiva di quanto appreso dal colloquio. Convenzionalmente l'intervista viene suddivisa in aree: l'area personale, l'area del dolore, l'area storica.
più specifico, con un ingente utilizzo di tempo ed energie. Per spiegare meglio l'intento di questa tecnica utilizziamo un caso clinico ipotetico: Paolo è un imbianchino di 55 anni, che da alcuni mesi accusa dolore lombare e occasionalmente alla coscia destra durante il lavoro, specialmente quando applica la vernice sui soffitti. Poniamo ad esempio che l'area personale e quella storica non diano elementi rilevanti, o che semplicemente non si sia ancora indagato in tale senso, ma ci si affidi come prima cosa all'area del dolore. Ecco un possibile scenario: MUSCOLO-SCHELETRICO VISCERALE ORMONALE Queste potenzialmente possono essere alcune tra le cause di dolore che più rispecchiano il soggetto in questione, considerando che non si hanno informazioni ulteriori. Si può tendere a escludere cause sistemiche a priori poiché il soggetto non ha riferito sintomi relativi a queste cause. Un possibile ragionamento osteopatico potrebbe essere: Paolo ha 55 anni e molto probabilmente svolge il lavoro di imbianchino da diversi anni, almeno 10. Non sono stati riferiti traumi diretti dal paziente, quindi si può presumere che il dolore possa derivare da movimenti ripetuti e sovraccarichi costanti durante il lavoro. In questo modo abbiamo dato importanza alla prima causa: muscolo-scheletrica. Data l'età, il paziente potrebbe essere soggetto a problematiche ormonali, come ad esempio riguardanti la prostata. Ciononostante il paziente riferisce che il dolore si localizza sulla parte posteriore della coscia quando compare, quindi l'operatore può tendere a mettere da parte la questione ormonale, poiché la localizzazione del dolore riferito non combacia. L'ambito viscerale è più complesso poiché non avendo dati certi riferiti, occorre porre domande mirate riguardanti almeno la regolarità dell'intestino e dello stomaco; questo sicuramente a causa dell'età, ma anche per l'eventuale sedentarietà del soggetto, oltre che alla localizzazione del dolore. La situazione con questa parte di ragionamento risulta quindi: MUSCOLO-SCHELETRICO - VISCERALE - ORMONALE possibile - possibile - escluso Ponendo ulteriori domande risulta che Paolo ha da anni problematiche gastriche, ma che la frequenza delle sue evacuazioni è regolare e sempre senza problemi. L'operatore indagherà ulteriormente sulla questione gastrica, principalmente per collegarlo a squilibri posturali o respiratori o di stress; ma per questa problematica si può concludere che non risulta direttamente rilevante; infatti il dolore gastrico riflesso raramente interessa la porzione inferiore del rachide, manifestandosi maggiormente in zona dorso-cervicale. Inoltre i fattori aggravanti e allevianti del soggetto non fanno pensare a una problematica viscerale diretta nella zona del dolore. A questo punto del ragionamento viene esclusa quindi la causa viscerale; l'operatore ha quindi individuato che con alta probabilità la causa può essere muscolo-scheletrica. Ora, individuata l'unica possibile causa, l'osteopata porrà quelle domande che con precisione escluderanno alcuni tipologie di dolore, per giungere ad una o due cause possibili.
Localizzazione esatta Esordio del dolore Tipologia di dolore Tempistica con cui insorge Fattori Allevianti/Aggravanti Dalle risposte che il paziente ha dato risulta che: il dolore si localizza in zona lombare, coinvolgendo la fascia bassa; il dolore è iniziato 3 mesi fa circa, dando delle fitte diffuse in tutta la zona e, alla fine del turno di lavoro, con coinvolgimento anche della parte posteriore della coscia; il dolore insorge unicamente sul lavoro, e scompare a riposo, aggravandosi con il sollevamento delle braccia per dipingere i soffitti. Tutti questi dati, una volta eseguita la tecnica a imbuto, fanno pensare a una causa muscolo-scheletrica non ben definita, ma che potenzialmente può coinvolgere la zona lombare, l'articolazione sacro-iliaca, l'anca o il ginocchio. L'operatore ha identificato la causa più probabile di dolore e potrà procedere all'esame obiettivo, completando la valutazione. Questo esempio rivela l'efficacia della tecnica a imbuto con la quale si procede dal generale allo specifico, per isolare la possibile causa del dolore. N.B. Durante la descrizione del caso sono state evidenziate alcune frasi; questo è stato fatto perché risulti chiaro che si tratta di ipotesi suggerite dal ragionamento che si sta seguendo. Inevitabilmente alcuni punti non sono ben specifici e proprio per questo si dimostra che l'analisi dell'area del dolore non è sufficiente a dare una certezza all'operatore. Analizzando le altre aree a cui si riferiscono le frasi evidenziate, si potranno ottenere maggiori certezze riguardo a ogni possibile causa del dolore, la quale può essere anche molto lontana rispetto alla localizzazione dello stesso. La tecnica a imbuto quindi non va applicata soltanto all'area del dolore, ma occorre integrarla anche con le altre aree di indagine.
Il processo decisionale sul quale si articola il ragionamento differenziale è composto da domande ben mirate, alle quali il paziente dovrà dare una risposta altrettanto precisa. Precedentemente si è parlato di domande aperte o chiuse, della loro importanza e della necessità da parte dell'operatore di non prediligere una tipologia ad un'altra, ma di sviluppare sufficiente abilità con entrambe per estrapolare più informazioni possibili. La maggior parte degli osteopati trova più confidenza con le domande a risposta chiusa, perché esse non lasciano volutamente spazio a interpretazioni personali; questo è molto importante, ma così facendo si rischia di perdere alcuni dettagli che il paziente può riferire involontariamente qualora si ponesse una domanda aperta.
Infatti visionando immediatamente la diagnostica si rischia di farsi influenzare da essa e di condurre inconsapevolmente il ragionamento differenziale per confermare o smentire quanto rivelato dagli esami. Visionandola solo in seguito ad un proprio ragionamento invece, l'osteopata non si fa influenzare a priori. Inutile specificare l'importanza della diagnostica, ma è opportuno scegliere bene il momento in cui consultarla. Collegandosi agli esami diagnostici passati viene ora comodo passare alla terza area, quella storica del paziente. L'analisi di quest'area viene affrontata per ultima nell'intervista non perché ritenuta meno influente rispetto alle precedenti, bensì perché serve per completare l'inquadramento del paziente. Inevitabilmente quasi ogni paziente che richiede il consiglio di uno specialista tende a descrivere e raccontare aneddoti riguardanti la propria storia personale; questo in genere avviene a causa della ricerca di un confronto in relazione alla problematica per la quale ha richiesto aiuto. Ecco perché domande come “Ha sof erto di questo dolore in precedenza?” oppure “Ha consultato altri specialisti?” saranno probabilmente domande alle quali la persona risponderà prima ancora che si arrivi a questo punto dell'intervista. Il paziente vuole che il professionista che ha di fronte sia al corrente di quanto secondo lui è essenziale e necessario affinché questi possa aiutarlo. Per l'osteopata è sicuramente di grande importanza ottenere informazioni anche su eventuali incidenti, traumi o interventi chirurgici pregressi. Infine occorre ricordare che per la valutazione differenziale è di fondamentale importanza conoscere se il paziente ha patologie concomitanti che interessano qualche distretto corporeo, o se ha familiarità con alcune patologie specifiche. N.B. È bene precisare che nella quasi totalità dei casi il paziente non sarà completamente onesto con voi. Questo perché il terapista risulta comunque un estraneo ai suoi occhi. La persona tenderà a fornire le informazioni che ritiene più essenziali, ma non si aprirà completamente, a meno che non si riesca ad instaurare fin da subito un rapporto empatico. Nonostante questa tendenza, vi sono individui che tuttavia sono inclini ad aprirsi molto più a fondo con un estraneo piuttosto che con una persona conosciuta. Saper ascoltare e saper osservare sono doti essenziali per l'osteopata, che deve essere in grado di approcciare ogni tipologia di persona, cercando di entrare in sintonia con essa. Una volta terminata l'intervista e ottenute le informazioni necessarie a capire la possibile natura della problematica sottoposta, si procede all'esame obiettivo durante il quale l'osteopata verificherà le ipotesi a cui è arrivato.
L'esame obiettivo osteopatico è composto principalmente da 3 fasi non ben distinte, bensì che possono essere condotte quasi contemporaneamente. La prima fase è quella della visione posturale: l'operatore osserva attentamente la postura abituale della persona che ha di fronte. In letteratura e nel corso degli anni si sono sviluppati numerosi concetti di “valutazione posturale”, uniti a innumerevoli sfumature di osservazione. Il nostro consiglio è quello di effettuare la visione posturale inizialmente senza imporre limiti alla persona, ovvero guardarla con la sua postura abituale, per poterne apprezzare le asimmetrie, gli adattamenti ecc.. Solo in un secondo momento, quando tutti i dati sono stati raccolti, è consigliabile far assumere al paziente una postura il più possibile “ideale”.
In questo modo si potrà unire quanto riscontrato poco prima ai possibili cambiamenti che il paziente adotterà. La seconda fase è quella dell' esecuzione di test osteopatici e ortopedici. La grande differenza che vi è tra queste due tipologie consiste nell'obiettivo che esse hanno. I test ortopedici hanno come obiettivo quello di valutare esattamente le strutture in relazione alla loro funzionalità. L'esecuzione è netta e decisa per non lasciare spazio a interpretazioni dubbie; i test osteopatici invece hanno una finalità differente: essi hanno come obiettivo quello di valutare i micromovimenti in unione con la macro mobilità di una ipotetica articolazione, zona corporea ecc.. Un esempio di quanto si vuole trasmettere è dato dal classico “”test del cassetto” per la valutazione del LCA. Il test ortopedico vuole verificare se è presente una lesione di questo legamento, e in che grado. Il movimento molto diretto è mirato proprio a questo. Lo stesso test, ma in chiave osteopatica, si effettua per valutare, oltre al LCA, anche tutte le strutture che fanno parte in questo caso dell'articolazione del ginocchio; ecco perché l'osteopata ricercherà nel test del cassetto quei micro adattamenti che avvengono non solo nel legamento, ma anche nelle restanti strutture, per valutarne i compensi, i sovraccarichi ecc.. L'ultima fase è quella della correlazione con altri sistemi, ovvero la ricerca di possibili coinvolgimenti di strutture lontane dalla sede della disfunzione. In questa fase l'osteopata ricerca e valuta se la disfunzione riscontrata ha effettivamente coinvolto in modo determinante strutture non pertinenti alla sede esatta della disfunzione, ma che hanno subito adattamenti in seguito alla stessa. Quanto rilevato durante l'intervista viene ora applicato sul paziente, per ricercare quelle che vengono chiamate disfunzioni secondarie. Anche se può sembrare ininfluente questa ultima ricerca, in realtà è molto importante per andare a selezionare quali disfunzioni lontane possono aiutare la periferia (in relazione alla disfunzione primaria) a ristabilirsi e a stimolare la guarigione nel corpo. La risoluzione di tali problematiche elimina segni e sintomi “lontani” isolando la disfunzione primaria.
Con questo termine si intendono quelle condizioni tali per cui non è consigliabile o è addirittura controindicato un trattamento osteopatico. Alla presenza di una o più Red Flags, si consiglia il rinvio medico immediato o il Pronto Soccorso, qualora si rendesse necessario. Con Yellow Flags si intende invece la presenza di condizioni più ambigue, che non manifestano in maniera chiara la controindicazione al trattamento; in questo caso si consiglia una attenzione ancora maggiore, invitando l'operatore ad indagare a fondo per fugare ogni possibile dubbio prima di un eventuale trattamento. Dolore persistente che non si riduce né con il riposo, né assumendo posizioni differenti Dolore principalmente notturno Deficit neurologico Linfonodi ingrossati Edema senza trauma Sintomi associati come febbre, artralgia, diaforesi, insonnia, affaticamento precoce, calo ponderale
Ora si procederà alla descrizione il più possibile dettagliata delle differenti tipologie di dolore, con i relativi segni e sintomi correlati. In questa sezione si descriverà come svolgere in maniera ottimale la parte centrale della valutazione, fornendo quanti più dettagli possibile sul dolore, sul come riconoscerlo e su come differenziarlo.
individuare con sufficiente precisione la struttura che causa il dolore. Il dolore capsulare infatti presenta una localizzazione precisa e con una posizione ben definita dell'articolazione; presenta inoltre una tumefazione immediata, con spasmi muscolari associati. Il dolore borsitico spesso non si riduce immediatamente con il riposo, è associato a versamento e a flogosi; esso viene descritto dalla persona come persistente, ma associato a una sensazione di impaccio articolare nel movimento. Altra caratteristica importante è il dolore alla palpazione.
loro, ma mantengono la caratteristica di condividere con l'organo l'innervazione. TIPO DI DOLORE CARATTERISTICHE Dolore Miofasciale