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CASTEL DEL MONTE sorge sopra una delle più alte colline della Murgia, poco distante da Andria, la città fedelissima a Federico II. La data della sua costruzione non è sicura, perchè l’unico documento cui ci possa riferire è una lettera con la quale l’imperatore, da Gubbio, ordinava l’acquisto di materiali per il castello. Ad ogni modo in quell’anno l’opera doveva già essere innanzi e fors’anche presso al suo termine. Federico morì il 13 dicembre del 1250: sedici anni dopo il castello, trasformato in prigione, accoglieva i tre figli di Manfredi e, nel 1277, Corrado conte di Caserta. Successivamente fu feudo di Nicola Acciaiuoli, poi dei Del Balzo duchi di Andria e quindi di Consalvo di Cordova, il quale lo vendette nel 1552 a Fabrizio Colonna. Abbandonato dai suoi proprietari, per tre secoli servì di rifugio a briganti ed a pastori, finché venne acquistato, nel 1876, dal Governo italiano. Fu parzialmente e non bene restaurato nel 1879; poi nel 1884, nel 1892, nel 1897. Ora vi si eseguono nuovi lavori con maggior senso di responsabilità. Il castello è a due piani, coperti da volte. Le murature sono composte di un conglomerato di pietra calcarea del luogo a scaglie ed a minuti frantumi con calce e sabbia di cava. La concezione planimetrica è basata sulla figura dell’ottagono che si ripete, oltre che nel corpo principale, nelle torri angolari, le quali, in origine, dovevano sopraelevarsi oltre due metri sulla linea di coronamento, giacché qualcuna di esse conserva alle sommità le tracce di locali, ora demoliti, che servivano di ricovero alle scolte. Quando fu rifatto il lastrico della terrazza (1884) vennero distrutti molti elementi necessari ad una conoscenza precisa del sistema di raccolta e di incanalatura delle acque piovane: sono tuttavia ancora visibili alcuni condotti di discesa ricavati nelle murature, e ultimamente vennero ricollocati, ma a solo scopo decorativo, i doccioni di pietra (gargolle) che dovevano smaltire le prime acque destinate al lavaggio della copertura. Castel del Monte fu ideato e costruito non a scopi militari, ma come luogo di dimora dell’imperatore e della sua corte durante le partite di caccia nelle ora non più boscose colline delle Murge. Le torri non hanno quindi un precipuo compito difensivo, ma rispondono piuttosto a scopi pratici ed anche estetici. Quattro di esse contengono per tutta o per parte della loro altezza le scale di accesso al primo piano ed alla terrazza; le altre gabinetti scarsamente illuminati da feritoie e spesso, ricavate nello spessore dei muri, latrine che sono fra le più comode e le più razionali di quante siano giunte a noi, e non del solo periodo medievale. Una grande cisterna era nel cortile; un’altra fuori del castello, ad uso dei servi e dei soldati che accampavano all’intorno. I serbatoi delle torri servivano ad alimentare forse la fontana o la vasca che si ritiene fosse nel mezzo della corte e le vaschette delle quali non resta traccia ma che troviamo in un altro edificio svevo: le torri della porta di Capua. Al piano terreno le stanze hanno quasi tutte, sotto il livello del pavimento, un foro aperto nella parete esterna e munito di un corto doccione per l’uscita delle acque che servivano alla lavatura del locale. La cura nel provvedere ai vari servizi e soprattutto nel raccogliere e distribuire le acque, dimostra un grado di civiltà raffinata e richiama alla mente l’abilità e il gusto dei costruttori arabi della Sicilia che sapevano rendere la dimora comoda e piacevole. L’interno del castello era di una magnificenza orientale che, attraverso gli avanzi ancora oggi esistenti e con lieve sforzo della fantasia ci riesce facile immaginare. Pavimenti a tarsie policrome comprese in campi e fasce che circondavano dischi di porfido e di verde antico; mensole di costoloni e chiavi di volte magistralmente scolpiti; mosaici nei timpani delle bifore; pareti rivestite di lastre di pietra corallina e di marmo greco fino all’imposta delle volte segnata da un’elegante cornice. Anche le robuste semicolonne e le svelte colonne a fascio, su cui poggiano le ogive, sono degli stessi materiali nobili. Nessun avanzo rimane dei rivestimenti, ma dove e come fossero lo dimostrano le immorsature ai lati dei capitelli ed i piani ribassati delle pareti. Attorno alle mostre di pietra corallina delle porte di comunicazione fra le sale del primo piano, l’incasso più
profondo disegna una superficie regolare il cui rivestimento aveva uno spesso maggiore, il che fa supporre l’esistenza di lastre con tarsie. Le opere di finimento dovevano essere degne di tanta sontuosità. Per chiudere le porte vi erano imposte, forse di legni rari, che giravano attorno ad assi verticali, le cui estremità, protette da ghiere di ferro o di bronzo, penetravano nei fori ancora visibili di fianco alle soglie ed agli architravi. Nelle bifore e nella trifora, mancando gli architravi, i fori per i cardini vennero ricavati in caratteristiche decorazioni marmoree a foggia di grifi o di foglie di acqua. Tutte le chiusure venivano sprangate con travicelli e quelle delle porte erano anche munite, in alto, di catenaccioli. Torno torno al cortile girava un ballatoio di legno sostenuto da mensole di pietra, sul quale si aprivano le porte finestre del piano nobile e che serviva per il disimpegno delle sale. Una sola mensola è rimasta, ed anch’essa mutila; le altre caddero o furono tagliate, ma la loro esistenza è dimostrata dalla sezione di frattura, la cui altezza è leggermente superiore a quella del corso di bozze al quale appartengono. Il castello probabilmente non fu mai coronato da merlatura, come qualche scrittore ha supposto; tuttavia esso era in grado di opporre pronta difesa ad un improvviso assalto esterno, con le robuste saracinesche e gli ostacoli preparati davanti agli ingressi e le feritoie per gli arcieri. Anche i passaggi interni e le loro chiusure furono ideati per contrastare il passo ad eventuali assalitori. La tesi che il mirabile edificio sia opera, se non originale, direttamente influenzata dall’architettura francese e più specialmente da quella della Borgogna della Sciampagna, ha trovato consenzienti quasi tutti gli storici moderni. Solo alcuni italiani
ogni lato da finestre monofore al primo piano, bifore al secondo e in un caso trifora. L'ingresso principale, in breccia corallina, riproduce la forma di un arco trionfale classico che incornicia un arco a sesto acuto, definito come "una sorta di preludio al Rinascimento". L’interno, con le sue alte volte a crociera o a botte, appare ormai spoglio da tutte quelle decorazioni che nel passato rendevano i suoi spazi maestosi, testimoniate da resti di marmo e mosaici in gran parte scomparsi dopo secoli di incuria e vandalismo. I due piani interni sono collegati nelle torri da scale a chiocciola disposte in senso antiorario, a differenza delle altre costruzioni difensive dell’epoca. Di particolare interesse è l’installazione idraulica per i servizi igienici, di origine orientale. Capolavoro di inestimabile valore della storia d'Italia, Castel del Monte merita pienamente il titolo di “patrimonio dell’umanità”: un luogo da vivere nei suoi mille misteri e da visitare almeno una volta nella vita.
Il 29 gennaio 1240, da Gubbio, l’imperatore Federico II firma un decreto diretto a Riccardo di Montefuscolo, giustiziere di Capitanata, in cui ordina di predisporre il materiale necessario alla costruzione di un castello situato presso la chiesa (oggi scomparsa) di Sancta Maria de Monte. All’epoca la sua costruzione doveva essere giunta già alle coperture, ed essere quindi vicina al completamento. In effetti altre fonti informano che nel 1246 Manfredi, figlio di Federico, imprigionò nel castello alcuni sudditi ribelli, e che nel 1249 vi si svolsero i festeggiamenti per le nozze di Violante, figlia naturale dell’imperatore, con Riccardo conte di Caserta. In un manuale di navigazione composto intorno al 1250, noto come Compasso de navigare , viene citata "una montagna longa enfra terra et alta, e la dicta montagna se clama lo Monte de Sancta Maria, et à en quello monte uno castello", come se l’edificio, visibile nel tratto costiero tra Trani e Barletta, fosse un punto di riferimento ormai acquisito dalla navigazione. In ogni caso dopo il 1268, alla caduta degli Svevi, Carlo I d’Angiò vi avrebbe imprigionato Federico, Enrico ed Enzo, figli di Manfredi. Inoltre, con gli interventi da lui promossi a partire dal 1277, viene rafforzata la funzione di avvistamento e controllo del territorio che già il castello svolgeva in età sveva: il segno e la funzione di Castel del Monte come elemento di un sistema di comunicazione anche visiva vengono dunque confermati e potenziati. Salvo brevi periodi di feste (nozze tra Beatrice d’Angiò e Bertrando del Balzo nel 1308, e tra Umberto de la Tour, delfino di Francia, e Maria del Balzo nel 1326), il castello rimase per lo più adibito a carcere. Nel 1495 vi soggiornò Ferdinando d’Aragona, prima di essere incoronato re delle due Sicilie a Barletta. Il nome attuale del castello compare poco più tardi in un decreto dello stesso re, emesso da Altamura. Annesso al ducato di Andria, appartenne a Consalvo da Cordova e, dal 1552, ai Carafa conti di Ruvo. Fu rifugio per molte nobili famiglie andriesi durante la pestilenza del 1656. Fin dal secolo
XVIII, rimasto incustodito, fu sistematicamente devastato, spogliato dei marmi e degli arredi, e divenne ricovero per pastori, briganti, profughi politici. Nel 1876, prima che sopravvenisse la definitiva rovina, il castello venne acquistato dallo Stato italiano per la cifra di £ 25.000, davvero irrisoria se si pensa che i primi necessari interventi di recupero richiesero praticamente una cifra identica. I lavori di restauro ripresero con continuità e cautela scientifica dal 1928 in poi, fino ad arrivare ai recentissimi ultimi interventi degli anni Ottanta. Per le sue caratteristiche di unicità l’UNESCO l’ha inserito, nel 1996, nel patrimonio mondiale dell’umanità. L’edificio Come è noto, la struttura del castello consiste fondamentalmente in un monumentale blocco di forma ottagonale, ai cui otto spigoli si appoggiano altrettante torri della stessa forma. La distribuzione dello spazio interno si articola su due piani, ognuno dei quali presenta otto stanze di forma trapezoidale raccolte intorno ad un cortile (ovviamente ottagonale). Il prospetto principale, sul lato est, è dominato da un maestoso portale cui si accede da due rampe di scale simmetriche. Il cortile, compatto e severo, che ripete nella forma ottagonale l’impostazione di tutto l’edificio, alleggerisce la sua massa muraria solo in corrispondenza dei tre portali di comunicazione con le sale del piano terra, e delle tre porte finestre corrispondenti ad altrettante sale del piano superiore. Tre sono i materiali da costruzione utilizzati nel castello; la loro combinazione e la loro distribuzione nell’edificio non sono casuali ed hanno un ruolo importante nella nostra percezione cromatica. Prima di tutto la pietra calcarea locale, bianca o rosata a seconda dei momenti del giorno e delle situazioni meteorologiche, preponderante perché interessa le strutture architettoniche nel loro insieme ed alcuni particolari decorativi; il marmo , bianco o leggermente venato, oggi superstite nelle preziose finestre del primo piano e nella decorazione delle sale, ma che in origine doveva costituire gran parte dell’arredo del castello; infine la breccia corallina , nota di colore usata nella decorazione delle sale al piano terra e nelle rifiniture di porte e finestre, interne ed esterne, oltre che nel portale principale; un effetto prezioso e vivace reso da un conglomerato di terra rossa e calcare cementati con argilla ancora reperibile in cave presenti nel territorio circostante. In origine il ruolo giocato dal colore doveva essere ancora più deciso: tutti gli ambienti dovevano essere rivestiti di lastre (in breccia rossa al piano terra, marmoree a quello superiore); la breccia dava risalto cromatico ai camini, agli stipi, ai profili di porte e finestre, il mosaico illuminava non solo la pavimentazione ma anche le volte delle stanze. Forse una decorazione dipinta impreziosiva le pareti degli ambienti al primo piano. L’esterno Una cornice marcapiano cinge l’intera costruzione segnando la presenza dei due piani dell’edificio, divisi ognuno in otto sale corrispondenti agli otto lati dell’ottagono. Ogni parete del castello compresa tra due torri presenta due finestre (non sempre in asse tra loro): una monofora a tutto sesto in corrispondenza del piano inferiore (tranne che nei due lati opposti est ed ovest, occupati rispettivamente dal portale principale e dall’ingresso di servizio, ed una bifora al piano superiore (tranne che nel lato nord, quello in direzione di Andria, aperto con una trifora). Sulle torri si aprono numerose strette feritoie, variamente disposte e profondamente strombate, che danno luce alle scale a chiocciola interne, ai servizi ed ai vani delle torri stesse. Sul lato ovest, quello opposto all’ingresso principale, troviamo l’ingresso secondario, costituito da un semplice profilo archiacuto, senza alcuna decorazione. Un particolare degno di nota riguarda la bifora tra le torri 7 ed 8 che conserva – nell’oculo destro – l’unica tessera di mosaico superstite (di colore verde) delle decorazioni policrome delle finestre.
accessibile dall’ottava sala, coperta da una volta esapartita sostenuta da telamoni in curiosi e provocatori atteggiamenti. La torre 5, invece, possiede l’unica scala praticabile fino al terrazzo senza interruzione: la sua funzione "di servizio" è suggerita tanto dall’essere accessibile dalla quinta sala (quella situata sul fronte opposto a quello principale, comunicante con l’esterno grazie ad un portone secondario, oggi murato), quanto dalla singolarità del fatto che, all’altezza del piano superiore, oltre al passaggio diretto verso la quinta sala, esista un altro passaggio spostato verso sinistra che permette di proseguire fino al tetto senza passare per la sala. Il terrazzo costituisce un punto di osservazione privilegiato: la vista può spaziare dalle Murge al Tavoliere fino al Gargano ed al Vulture, lasciando spazio, nelle giornate più limpide, anche alle città della Terra di Bari. La copertura del terrazzo è stata rifatta durante gli ultimi lavori di restauro: essa consta di doppio spiovente, di cui quello interno, per mezzo di tubi di piombo incassati nella muratura, finalizzato a convogliare le acque alla cisterna della corte, e quello esterno alle condutture dei servizi delle torri. La struttura e la distribuzione degli ambienti del piano superiore ricalcano quella del piano terra, ma esprimono maggiore raffinatezza nei particolari decorativi e nell’architettura d’insieme. I costoloni che sorreggono le volte sono più sottili e slanciati, e si dipartono da colonnine tristili in marmo riunite a fascio da un unico capitello decorato elegantemente a motivi vegetali. Sul versante che dà all’esterno, ogni sala è vivacemente illuminata da una bifora di chiaro sapore gotico (unica eccezione, una trifora seconda sala, sul versante settentrionale del castello); caratteristica di queste grandi finestre è il fatto di essere rialzate da gradini e fiancheggiate da sedili. Sul versante del cortile si alternano, a seconda delle sale, porte finestre e monofore a tutto sesto. Lungo le pareti di ogni sala corre un sedile in marmo sotto la base delle colonne, e una cornice marcapiano all’imposta delle volte. In origine le pareti di queste sale dovevano essere rivestite interamente da grandi lastre di marmo. Una menzione particolare va fatta per quella che tradizionalmente viene indicata come "sala del trono", situata sul lato orientale dell’edificio in corrispondenza del prospetto principale, dalla quale è tra l’altro possibile manovrare lo scorrimento della saracinesca del portone d’accesso. Grazie alla sua collocazione ed alla suggestione incrementata da una vasta letteratura sull'argomento, è qui che l'immaginario collettivo colloca il Federico "mitico", assorto, contemplativo, impegnato in dotti consulti con gli esperti della sua corte. Ed è qui, nella sala "orientata" di un castello che molti vogliono intenzionalmente rivolto al sole e al Cristo come l’abside di una cattedrale, che il legame con i fenomeni celesti e "divini", pur al di fuori del dato storico e documentabile, si fa stringente e palpabile. storia Castel del Monte possiede un valore universale eccezionale per la perfezione delle sue forme, l'armonia e la fusione di elementi culturali venuti dal Nord dell'Europa, dal mondo Musulmano e dall'antichità classica. È un capolavoro unico dell'architettura medievale, che riflette l'umanesimo del suo fondatore: Federico II di Svevia. Con questa motivazione, nel 1996, il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO riunito a Merida (Messico), ha inserito nella World Heritage List il castello, fatto realizzare da Federico II di Svevia intorno al 1240. Il solo documento di epoca federiciana riguardante il monumento è un mandato del 29 gennaio 1240, con il quale il sovrano, da Gubbio, ordinava a Riccardo da Montefuscolo, Giustiziere di Capitanata, di acquistare calce, pietre e quant'altro fosse necessario "...pro castro quod apud Sanctam Mariam de Monte fieri volumus". In tale documento era usato il termine latino actractum, suscettibile di varie interpretazioni: pavimento, livellamento del terreno, lastrico di copertura, fino ad un più generico significato di materiale edilizio. L'unica certezza, quindi, è che nel 1240 fossero in corso a Castel del Monte dei lavori, sul cui andamento Federico chiedeva peraltro di avere frequenti aggiornamenti. Sulla
natura di tali opere, se in altre parole fossero di fondazione o di completamento, la critica appare discorde. Alcune osservazioni sembrerebbero tuttavia avvalorare la seconda ipotesi. Il castello sorge direttamente sul banco roccioso e non sarebbe stato effettuato alcun intervento di preparazione, o di livellamento del terreno, prima di avviare la costruzione. Sembra dunque più plausibile che il termine actractum indichi una copertura. Poiché Castel del Monte compare come un edificio compiuto nello Statutum de reparatione castrorum (1241-46) , elenco delle strutture castellari bisognose di interventi di manutenzione, ciò si giustifica solo anticipandone la fondazione rispetto al 1240. Apparentemente isolato e periferico, in realtà il castello sorgeva non lontano dalla strada che collegava Andria ed il Garagnone (presso Gravina), importanti nuclei insediativi dell'epoca; la sua collocazione in cima ad una collina alta 540 metri sul livello del mare e ben visibile a distanza, faceva di Castel del Monte un elemento essenziale nel sistema di comunicazione all'interno della rete castellare voluta da Federico II, sebbene gran parte della critica abbia escluso una sua funzione militare per l'assenza di fossato, caditoie e ponte levatoio. Tutt'altro che casuale, e non solo a livello strategico, appare quindi la scelta del luogo: una collina inondata dal sole in tutte le ore del giorno, con cui il monumento sembra costantemente in relazione. La luce del sole e le ombre che ne nascono, esaltano e definiscono le forme del monumento, regolarissime eppure sottilmente differenti, e ne valorizzano i colori, anch'essi uniformi e mutevoli insieme. Un rapporto, quello col sole, che nel Medioevo condizionava l'orientamento degli edifici sacri e che appare più che ovvio nel caso di Federico II, appassionato di astronomia e paragonato o addirittura identificato con l'astro. Così il figlio Manfredi ne annunciò infatti la morte: "E' tramontato il sole della giustizia, è morto il difensore della pace". Oggetto di studio e diversamente interpretata è anche la destinazione d'uso del castello. Sebbene il termine castrum in ambito svevo si riferisca a strutture prevalentemente difensive, pur non escludendo utilizzi accessori, nel caso specifico la presenza di bagni e camini ad entrambi i piani del castello, il lusso delle rifiniture, la raffinatezza del repertorio scultoreo rendono plausibile anche un uso residenziale e di rappresentanza, riservato probabilmente ad una ristretta cerchia di privilegiati molto vicini al re, viste le dimensioni dell'edificio. E' altrettanto innegabile che per la sua posizione sopraelevata e per la particolarità della sua forma Castel del Monte, capace di affascinare anche l'uomo di oggi, fosse oggetto di enorme stupore ed ammirazione da parte di sudditi, alleati, nemici di Federico II. E che fosse, dunque, uno dei mezzi più efficaci da lui concepiti per esaltare la sua grandezza, il prodotto più rappresentativo della sua concezione di "arte al servizio del potere". Un insieme di funzioni, quindi, si può dire abbia caratterizzato questo eccezionale monumento, emblematica espressione della variegata personalità del suo committente, uomo del medioevo che a grandi pregi quali vastità di cultura, molteplicità di interessi, intelligenza, spirito di tolleranza e amore per la pace e la giustizia, unì anche grande orgoglio ed ambizione. la rete castellare sveva La fama di Federico II di Svevia è legata soprattutto alla costruzione dei castelli, dislocati sulla base di un razionale programma di difesa militare e di gestione territoriale, in rapporto funzionale col preesistente tracciato viario di età romana. Sebbene in buona parte dei casi non si sia trattato di fondazioni ex novo ma di interventi di ristrutturazione di insediamenti normanni, il rigore dell'impostazione planimetrica e la forte connotazione dei repertori figurativi hanno impresso un'impronta così marcata alle strutture preesistenti da annullarle quasi completamente. Castelli e palazzi, pur concepiti dal sovrano come segno visibile del suo "sacro" potere
e quindi a una cisterna sotto il cortile medesimo. Insieme con i grandi camini di cui sono dotate cinque sale, l'impianto idrico è il tratto che indica con maggiore chiarezza la natura eminentemente residenziale di Castel del Monte.Tale natura è poi ribadita dal regime delle aperture e dalla facilità dei percorsi interni (Musca, 1981). Solo la sala in cui si apre il portale e l'adiacente a destra sono isolate come percorso obbligato. Da quest'ultima un portale dà accesso al cortile, dal quale altri due portali simili ad ampia arcata a sesto acuto permettono l'ingresso alle altre sale del piano inferiore, tutte comunicanti tra loro. Analogamente comunicanti sono le sale del piano superiore; unica parete chiusa è quella tra la sala sopra l'ingresso (c.d. sala del trono) e l'adiacente a destra. Mentre le sale a terreno sono scarsamente illuminate da monofore singole o in coppia aprentisi sia sul cortile sia sull'esterno, ma impostate molto alte, le superiori hanno sull'esterno bifore o trifore dalle quali è possibile affacciarsi sulla piana circostante e tre di esse hanno anche ampie portefinestre che davano su un ballatoio, forse in legno, che doveva costituire ulteriore anello di collegamento intorno al cortile, alla quota del pavimento delle sale ove - malgrado estesi rifacimenti delle cortine murarie operati tra il 1928 e il 1965 - sono ancora visibili le immorsature di alcune mensole di sostegno.In coerenza con l'irrilevanza strategica della posizione di C. e la scarsa difendibilità del sito, l'apparato difensivo dell'architettura appare assai ridotto: il portale, dalla luce piuttosto ampia, conserva in spessore di muro l'alloggiamento per la grata di chiusura a saracinesca manovrabile dalla sala soprastante; le feritoie, presenti solo nelle torri, pur mostrando un certo potenziale di fuoco anche laterale, sembrano collocate tenendo d'occhio le esigenze di illuminazione e di aerazione di scale e servizi. Niente resta di apparati difensivi eventualmente esistiti alla sommità delle torri e dei muri esterni, che sono la parte che più ha sofferto danneggiamenti e rifacimenti. Ma l'equipaggiamento con bertesche e guardiole disposto da Carlo I nel 1277 farebbe escludere che ve ne siano stati di particolarmente elaborati. Lo stesso camminamento merlato più volte ipotizzato appare scarsamente verosimile.Ciò che eleva la residenzalità di C. alla dimensione della grande rappresentanza e dell'esponenzialità simbolica è, dopo la forma, la qualità dell'esecuzione, la ricchezza e il tenore della decorazione. Caratteristiche e tecniche proprie delle dimore fortificate sono rifinite e talora ammorbidite da una raffinata sapienza costruttiva che si trova, di norma, solo nelle massime architetture religiose del tempo e che nel corpus conservato dell'architettura federiciana stessa ha il solo analogo di Castel Maniace a Siracusa. Domina il liscio apparecchio (purtroppo in gran parte sostituito) in modulo costante delle stesure murarie, costruttrici di tersi volumi, appena mossi dallo zoccolo e dalla cornice marcapiano del perimetro esterno o dalle arcate cieche giganti in leggerissimo aggetto del cortile. Si incastonano in essi il solenne portale ad arcata acuta che contiene il varco architravato, inquadrata da travata a timpano dell'ingresso, le polifore a trafori in lastra e intarsi di marmi decorati, i portali archiacuti di comunicazione interna a piatti sguanci accompagnati da colonnine, uno dei quali inquadrato da cornici salienti a gâbles, e le alte portefinestre architravate, sormontate da lunette a tutto sesto, ove il greve schema romanico si precisa in un alito di classicità anche in virtù dei fregi a ovuli e fuserole che qui arricchiscono il formulario gotico di modiglioni e capitelli a crochet, esili pilastrini scanalati di derivazione borgognona e rigonfie cornici a toro e a gola comuni alle altre aperture.Nelle sale, i grossi fusti colonnari su plinti ottagoni reggono archi a sezione rettangolare con spigoli smussati per la mediazione di capitelli a giri di crochet o grasse seghettate foglie 'a punte verso l'alto'. In corrispondenza di aggruppamenti di tre esili colonnine salienti da banchi che cingono le sale del piano superiore, i capitelli si scompongono in tre calici, con ornato analogo, ma più fine e variato di quelli del piano inferiore, e, tra archi di inquadramento a banda, i costoloni diagonali assumono la sezione di tori semiovoidi con cavetti di accompagnamento. In tutte le sale una cornice ritma la parete in proseguimento degli abachi e riquadra le aperture. Tra le chiavi di volta a formulazioni vegetali di corolle spiraliformi o stellate, una al piano terreno reca la celebre maschera con lunghe orecchie appuntite e pampini che incorniciano barba e capelli, prossima al tipo della testa-foglia; al piano superiore una è la testa di un vecchio barbuto, un'altra è composta da quattro mostri anguiformi che si mordono in disposizione a svastica, un'altra ancora è arricchita da protomi umane. Sopra la scala della terza torre, due costoloni della volta tripartita sono retti da teste di fauni (il terzo peduccio è perduto) e nella settima torre compaiono in analoga funzione sei telamoni ignudi a gambe incrociate. Complementi figurativi del genere dovevano essere più numerosi, come indicano un busto ammantato e oggi acefalo, visto ancora nel Settecento entro il timpano del portale d'ingresso (Swinburne, 1783) e interpretato, in genere, come ritratto dell'imperatore (ma i segni in costruzione sembrano indicare tre busti), o il frammento di testa femminile coronata d'alloro (Molajoli, 1934b), reperiti ambedue in scavi presso il castello e ora a Bari (Pinacoteca Prov.). Non mancavano decorazioni costituite, come a Castel Maniace e al castello di Lucera, da reperti antichi; tale è probabilmente il bassorilievo con cavalcata murato alla sommità di uno dei lati del cortile e pezzi sicuramente tardoantichi sono le due colonne tortili scanalate e anulate da bassorilievi di pampini con putti vendemmianti che nel 1317 Roberto d'Angiò fece trasportare da C. in S. Chiara a Napoli.Peso determinante nella compagine decorativa
assume la policromia, ottenuta principalmente con l'accostamento al materiale costruttivo base, il biondo calcare delle Murge, di pietre e marmi di varia colorazione: con particolare profusione la rossa breccia locale e il marmo cipollino recuperato da prossimi centri monumentali antichi, usati soprattutto in aperture, sostegni e membrature di volta, ma anche in rivestimenti murari, secondo combinazioni già accuratamente ricostruite e descritte da Bertaux (1903). Solo un frammento di pavimento a tarsia in marmi policromi nell'ottava sala inferiore rende ancora un pallido riflesso della ricchezza dell'assetto cromatico definitivo che, come mostrano tracce di colore rosso nelle stilature delle bande a opus reticulatum, decoranti le lunette di volta delle sale superiori, dovette completarsi anche con coloriture artificiali.La mancanza di una monografia esaustiva e attendibile su C. rende particolarmente ampie e sensibili le incertezze su numerose questioni. Non si può dire nulla di sicuro sulla destinazione; all'insistente indicazione che si tratti di un castello di caccia è stato obiettato (Manzi, 1965) che la zona in cui si trova non è particolarmente favorevole ad attività venatorie ed è un fatto l'inesistenza, nella consistenza del castello sino a oggi verificata, di spazi a essa indispensabili come stalle, stabulari o luoghi per l'intrattenimento e la cura dei rapaci. Mancano, invero, a rendere assolutamente certa la funzione residenziale, anche locali inequivocabilmente attrezzati a fungere da cucine.La poca chiarezza in merito alle funzioni non aiuta a sciogliere il preminente nodo critico sull'origine delle forme di Castel del Monte. Nell'opposizione dibattutissima tra derivazioni orientali e occidentali delle costruzioni federiciane impostate secondo figure geometriche regolari, C., il cui impianto ottagono ad ali è privo di paragoni nell'architettura residenziale o castrale sia bizantina sia islamica, è punto di forza della tesi occidentalistica, che ne vede l'origine nel mastio residenziale, laddove esso assume tracciati regolari basati sulla geometria del cerchio (Meckseper, 1970), con particolare riferimento sia alla frequenza di costruzioni del genere nell'area sveva settentrionale (Wilsdorf, 1970-1972) sia alla loro presenza nell'architettura federiciana stessa, accanto a monumenti che sembrano costituire fasi intermedie dello sviluppo nell'impianto ad ali regolari (Krönig, 1978; Cadei, 1989).Analisi del tracciamento geometrico della pianta (Götze, 1991) e del dimensionamento dell'alzato (Tavolaro, 1973) hanno però indicato una base di conoscenze geometriche le quali, più che alla geometria pratica dei cantieri delle cattedrali gotiche contemporanee, sembrano legarsi alle conoscenze matematiche e astronomiche che l'Occidente andava allora recuperando dalla civiltà araba, erede della tradizione scientifica ellenistica.Si ripropone così la presenza di componenti orientali in C. che, dal piano teorico e pratico dei metodi del tracciamento, possono facilmente allargarsi alla dimensione simbolica, in riferimento al valore cosmologico che ha l'ottagono nella civilità occidentale come in quelle orientali, venendo perciò spesso usato nel dar forma a edifici di particolare significato universalistico e cosmico. La tradizione di basiliche, martyria e battisteri, comune al mondo occidentale e bizantino dall'età tardoantica ai primi secoli del Medioevo, trova un primo approdo imperiale con la Cappella Palatina di Aquisgrana, dove Federico II era stato incoronato nel 1215 re di Germania. Riferimento è stato fatto anche al grande candelabro ottagono della Cappella, donato da Federico I Barbarossa, e persino alla forma ottagona della corona dell'impero (Staats, 1976). Ma anche il Vicino Oriente può accostare una tradizione simile e parallela di uso dell'ottagono come figura generatrice di edifici sepolcrali e celebrativi, che ha trovato espressione, tra l'altro, nella Qubbat al-Ṣakhra a Gerusalemme - più nota come moschea di Omar o Cupola della Roccia -, che Federico II visitò con grande interesse e attenzione durante il soggiorno nella Città Santa nel corso della sesta crociata.Della decorazione di C. è stata univocamente sottolineata la fondamentale base gotica, variando lo spettro dei riferimenti privilegiati dalla scultura delle cattedrali francesi (Bertaux, 1903), alla mediazione cistercense di forme protogotiche borgognone (Haseloff, 1920; Cadei, 1980), alla possibile assunzione di un linguaggio internazionale, ma con forti componenti gotiche, elaborato in Terra Santa, in particolare a Gerusalemme (Jacobs, 1968), benché su questo punto sia stata prospettata anche la tesi contraria ovvero la diffusione in Terra Santa di forme nate nell'Italia meridionale federiciana (Buschhausen, 1978). Analogamente, ipotesi e correnti critiche fortemente contrastanti nella valutazione della formazione della scultura figurativa e monumentale federiciana, nel caso dei pezzi di C., si riducono a dispareri sulla cronologia o sulla individuazione di singoli maestri, nel generale riconoscimento di predominanti ascendenze gotiche, dell'Ile-de-France o dei centri germanici dell'impero (Bologna, 1969; Mellini, 1978; Gnudi, 1980).
Costruito nel XIII secolo ad Andria per volere di Federico II di Svevia, Castel del Monte è una costruzione inquietante e misteriosa, inserita tra l’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco. Non è certa la data di nascita del castello e neanche il nome dell’architetto che lo ideò: secondo alcuni l’opera sarebbe da attribuirsi a Riccardo da Lentini, secondo altri il progetto sarebbe stato realizzato dallo stesso Federico II. La funzione del castello è tuttora oggetto di discussione; sappiamo che nel 1246 vi si svolsero i festeggiamenti per il matrimonio della figlia naturale di Federico II e che quando l’imperatore morì esso non era ancora terminato. Nel Seicento il castello fu spogliato degli arredi e delle decorazioni in marmo e divenne addirittura ricovero di mendicanti, pastori e briganti. Solo nel 1928 esso subì il primo vero restaurato e oggi può essere visitato ed ammirato. L’edificio è noto soprattutto per la sua pianta ottagonale, ad ogni angolo della quale c’è una torretta sempre di otto lati, e per il mistero che aleggia intorno alla sua costruzione e alla sua funzione. Come già è stato detto, l’esatta destinazione del castello, impropriamente definito tale, è ad oggi sconosciuta. La sua architettura è priva di elementi che ricordino una fortezza come per esempio i fossati. Inoltre non fu costruito in una zona strategica; le scale a chiocciola delle torri, disposte in senso antiorario e le feritoie troppo strette, sembrerebbero avvallare la tesi che non si tratti di una fortezza militare. Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che in origine la sua funzione fosse quella di una residenza di caccia ma l’assenza di stalle e soprattutto la decorazione degli interni e i simbolismi hanno fatto scartare anche questa idea. I simbolismi
Castel del Monte – Monumento all’esoterismo Siamo in Puglia, precisamente ad Andria, luogo facente parte nel 1200 del Sacro Romano Impero, guidato all’epoca da Federico II di Svevia, lo Stupor Mondi. Qui, posto su una collinetta a 465 metri sul livello del mare, sorge Castel del Monte, uno dei più enigmatici castelli del mondo. Costruito per diretto ordine dell’imperatore Federico II, il maniero risulta incredibilmente misterioso per una serie incredibile di coincidenze e contraddizioni. Non permangono documenti certi sulla sua costruzione, tuttavia si pensa che sia stato costruito tra il 1230 e il 1240. Parlavamo di coincidenze, contraddizioni. Ecco di seguito alcune delle più eclatanti. Coincidenze geografiche: prendendo una cartina geografica e unendo le città sante per eccellenza, ovvero Gerusalemme e Roma, la linea passerà esattamente da qui, come a rimarcare che in questo luogo ci sia una sorta di forza magica nascosta. Ma non è tutto. La distanza che divide Castel del Monte dalla Piramide di Cheope, in Egitto, è la stessa identica che divide Castel del Monte dalla famosa cattedrale di Charter, in Francia. Appunto, solo coincidenze? Contraddizioni relative alla funzione del castello: alcune enciclopedie lo indicano come esempio di architettura militare, altre come un punto di partenza per le battute di caccia che Federico II, ma sì è dimostrato che come “castello militare”, Castel del Monte sarebbe un controsenso, dato che non ha alcuna utilità strategica, non ha fossati difensivi, spalti, ponti