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Dispense complete di Fintech. Prof. Patrizia Pia, AGDA - a.a. 2024/2025”
Tipologia: Dispense
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Il termine FinTech deriva da due parole, finanza e tecnologia e fa riferimento all’applicazione della tecnologia alla finanza. In realtà, però, il connubio Finanza e Tecnologia non è una novità di questi ultimi anni, infatti, guardando indietro nel tempo, è possibile individuare numerose occasioni in cui la finanza ha utilizzato la tecnologia per la produzione, per offrire servizi migliori o per finanziare il suo sviluppo e, nello specifico, alcuni studiosi hanno identificato due grandi epoche, in cui si è verificato ciò, attribuendo loro la denominazione di FinTech 1.0 e FinTech 2.0. Il periodo FinTech 1.0 va dal 1866 al 1966 ed è caratterizzato da tecnologie come il telegrafo, le ferrovie e le navi a vapore che hanno consentito per la prima volta una più veloce trasmissione di informazioni finanziarie oltre confine. Gli eventi più significativi di questo periodo sono la posa del primo cavo telegrafico transatlantico nel 1866, il primo sistema elettronico di trasferimento fondi creato dalla Federal Reserve Bank nel 1918 ma anche la prima emissione della carta di credito dalla Diners Club. Il FinTech 2.0 , invece, va dal 1967 fino al 2007, ed è un periodo in cui le applicazioni della tecnologia alla finanza sono numerose, quali il primo ATM; la nascita del Nasdaq, il primo mercato borsistico elettronico, tuttora funzionante; la nascita dello SWIFT, Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, che è il primo protocollo di comunicazione fra gli istituti finanziari per facilitare dei pagamenti transfrontalieri, un protocollo tuttora utilizzato; l’introduzione dell’home banking negli Stati Uniti, che fu abbandonato dopo tre anni a causa del fallimento della società Telext; la nascita Bloomberg con il sistema Innovation Market Solutions, che era un software che permetteva agli operatori di avere disposizione le informazioni sui titoli che intendono comprare o vendere; lo sviluppo del trading computerizzato; l'affermazione di internet nel 1995 e la costituzione del World Wide Web Consortium; lo sviluppo del trading online, che consentiva la possibilità di negoziare titoli direttamente dal proprio computer e non dover trasferire gli ordini fisicamente o telefonicamente; nel 1999 Paypal crea la prima piattaforma per il trasferimento di denaro; infine la creazione della carta contactless in Giappone. Da tutto ciò, è possibile comprendere che il settore finanziario ha da sempre investito nella tecnologia e sostenuto il settore tecnologico ed i servizi finanziari si sono sempre basati sulla tecnologia e si sono evoluti di pari passo con l'innovazione tecnologica. Dunque, le opportunità, i rischi e le implicazioni legali derivanti dalle innovazioni tecnologiche in ambito finanziario non costituiscono una novità. Inoltre, secondo un'analisi prodotta da Philippon, si può affermare che queste innovazioni hanno spostato l'equilibrio nel sistema finanziario dalle banche verso i mercati ed altri attori specializzati ma la struttura complessiva del settore finanziario, che vede le banche al suo interno, è rimasta notevolmente robusta. Dunque, per comprendere cosa è cambiato rispetto al passato legame tra tecnologia e finanza, è possibile prendere in considerazione due elementi :
La letteratura distingue due forme di innovazione perseguite dalle aziende, distinte non tanto per la complessità tecnologica o per le competenze richieste, quanto per l’orientamento al mercato in termini di valore generato per il consumatore. Nello specifico, l’innovazione incrementale è quella perseguita dalle imprese leader poiché gli consente di poter sviluppare prodotti sofisticati o complessi, di rivolgersi ad un’alta fascia di clientela ed ottenere degli elevati margini di profitto. L’innovazione disruptive , invece, viene perseguita da imprese disrupter che intendono sviluppare dei prodotti semplici e convenienti, rivolti ad una bassa fascia di clientela o a dei clienti non serviti, ottenendo dei bassi margini di profitto.
L’innovazione disruptive è quella capace di cambiare le regole, creare nuovi mercati e modelli di business. Non è necessario, dunque, che sia particolarmente innovativa o complessa dal punto di vista tecnologico ma deve possedere alcune caratteristiche fondamentali, infatti, deve introdurre funzionalità nuove o lontane da quelle richieste dagli attuali clienti, deve diffondersi rapidamente, in modo da rendere obsoleti i modelli organizzativi precedenti, sviluppare dei prodotti più semplici, pratici e convenienti, che attraggono consumatori di fascia bassa o coloro che in precedenza non erano consumatori.
Il secondo fattore che rende il legame finanza e tecnologia diverso dal passato è costituito dal fatto che le banche non sembrano più le protagoniste principali di questo rapporto. Sostanzialmente le banche hanno registrato un forte rallentamento della loro capacità innovativa negli anni successivi alle crisi del 2008 e 2010 e questo è una conseguenza delle due crisi finanziarie che hanno attraversato lo scorso decennio, cioè la crisi dei mutui subprime e la crisi del debito sovrano. La crisi dei mutui subprime scaturì negli Stati Uniti nel 2008 e coinvolse numerose banche statunitensi e anche europee. Le prime erano attive nell'erogare mutui immobiliari ad una clientela che non aveva requisiti per rimborsare questi debiti, poiché le garanzie erano fornite solo dal valore dell'immobile ipotecato mentre, le seconde, attive nel negoziare i cosiddetti titoli cartolarizzati, ovvero quei titoli garantiti dagli stessi mutui erogati. La crisi comportò numerosi piani di salvataggio per le banche in difficoltà, sia negli Stati Uniti che in molti paesi europei come il Belgio, la Germania, la Francia, la Grecia, e gli aiuti erogati dai rispettivi governi accrebbero il debito pubblico dei paesi coinvolti, gettando i presupposti per la crisi successiva, ovvero quella del debito sovrano. Da questa situazione le banche uscirono fortemente indebolite. Inizialmente fu minata la fiducia nei confronti degli intermediari finanziari tradizionali, e la fiducia per le banche è un asset intangibile ma fondamentale in quanto esse raccolgono il risparmio delle famiglie attraverso i depositi, che sono rimborsabili a vista, ma utilizzano questi risparmi prestando credito a medio e lungo termine. Questo equilibrio si basa sul fatto che la maggioranza dei depositanti ha fiducia nella capacità di rimborso della banca e quindi non si presenta a ritirare costantemente i propri fondi, ed il venir meno della fiducia porta a quello che viene chiamato " corsa agli sportelli " che decreta il fallimento di una banca. Questo rallentamento della capacità innovativa fu determinato anche dalla compressione della reddittività bancaria determinata dalle perdite immediate, dalla contrazione dei volumi di credito “di qualità” e dalla forte riduzione dei tassi di interesse, azione di politica monetaria necessaria per governare la crisi ed uscire dal periodo di recessione. Tutto ciò ha determinato un incremento delle sofferenze, cioè di quei mutui precedentemente erogati che non potevano più essere rimborsati. Il risultato di tale compressione fu una minore reddittività per gli azionisti , infatti, nel periodo 2004-2007, antecrisi, il ROE medio delle banche europee era intorno al 17% mentre quello delle banche americane era intorno al 15%. Nel periodo post-crisi 2009-2014 il ROE scende al 4,3% per le banche europee e al 6,7% per le banche americane. Gli interventi normativi che si sono succeduti dallo scoppio della crisi, sia di natura microprudenziale sia strutturale, hanno permesso di ripristinare la stabilità del sistema finanziario, ma hanno contribuito ad appesantire ulteriormente i bilanci degli intermediari. La maggiore pressione regolamentare dettata sia da imposizioni di migliori pratiche per la gestione del rischio, quali l'introduzione di maggiori vincoli di capitalizzazione, l'introduzione di un requisito di liquidità, la necessità di migliorare la governance e gli aspetti organizzativi ma anche la prescrizione di maggiore trasparenza verso i consumatori, sono tutti costi che hanno gravato sui bilanci, per cui gli intermediari finanziari sono stati costretti a concentrare gli investimenti nella compliance piuttosto che nell'innovazione tecnologica.
Per comprendere cosa si intende per onere regolamentare è possibile prendere in considerazione uno studio dalla Banca d'Inghilterra, che mette a confronto lo scenario del passato rispetto a quello attuale del 2012. Tale studio misura l'onere della regolamentazione analizzando che, per es, nel 1935 c'era un addetto alla regolazione, cioè un dipendente delle autorità di vigilanza, ogni tre banche vigilate mentre, nel 2012 questi erano aumentati a tre addetti per ogni banca, così come in UK nel 1980 c'era un impiegato dell'autorità di vigilanza a ogni 11.000 dipendenti bancari mentre, nel 2012 il rapporto era di un impiegato ogni 300 dipendenti bancari.
Le fintech nascono e sono dedicate a soddisfare un bisogno specifico del cliente quindi, a differenza della banca tradizionale che è impegnata ad offrire una moltitudine di servizi, esse ne soddisfano uno solo. Poi riescono a scalare , ovvero a crescere a livello globale, ottenendo un risultato interessante che è quello di aumentare la trazione della clientela verso i servizi finanziari, che consiste nell’aumentare la bancabilità di alcuni segmenti di clientela, chiamato inclusione finanziaria. Esse, quindi partono da una visione potente e trovano la dimensione opportuna nel fatto di non avere dei confini fisici, ma solo regolatori. Inoltre, le fintech spostano velocemente il focus sui servizi a valore aggiunto partendo dalla funzione basilare che hanno sviluppato. Questa capacità deriva sia da una visione olistica del cliente la cui identità viene definita dalla sua storia digitale e dalle tracce che lascia nel web, ma anche dalla necessità di generare nuove fonti di reddito, soprattutto se in presenza di strategie di prezzo aggressive per conquistare velocemente clienti e quote di mercato. Il terzo fattore fa riferimento al fatto che le fintech B2C , che offrono i loro servizi alla clientela, riescono a offrire una migliore esperienza d'uso rispetto agli operatori tradizionali. I motivi di ciò sono legati sia al fatto che nascono Omnichannel , che consiste in un modo da interfacciarsi facilmente con il cliente grazie ad un'integrazione profonda dei vari canali di comunicazione e di vendita, ma anche perché riescono ad ottimizzare la user experience. L'esperienza utente , infatti, è un'esperienza che coinvolge tutti gli aspetti esperienziali, affettivi, l'attribuzione di senso e valore collegati a un prodotto o a un servizio e l'interazione con esso. La user experience è un concetto molto ampio che include anche la percezione personale su aspetti quali l'utilità, la semplicità dell'utilizzo e l'efficienza del servizio. Sia nel B2C sia nel B2B le Fintech offrono costi di transazione minori rispetto a quelli dei canali tradizionali ma anche una qualità del servizio ed esperienza d’uso di alto livello. I costi del servizio, inoltre, sono sempre esposti molto chiaramente e motivati e ciò rappresenta un elemento sulla quale la normativa è dovuta intervenire per obbligare le banche a dichiarare in maniera trasparente il costo dei loro servizi. Le fintech invece sono molto trasparenti sotto questo punto di vista ed il fatto che riescono a fornire dei servizi a costi più bassi è legato all'efficienza e all'efficacia ottenuta utilizzando l'intelligenza artificiale, il machine learning ed i big data ma ance dall’uso di architetture informatiche nuove. Infine, la quinta caratteristica, è che si rileva un approccio etico del business delle fintech, sia in termini di sostenibilità, sia come ragione per fornire il servizio. In particolare, infatti, vi sono delle fintech che dichiarano di voler democratizzare alcune asset class, permettendo quindi l'accesso, anche tramite frazionamento, ad asset class che sono tipicamente destinate a segmenti di clientela con patrimoni più elevati. Inoltre, vi sono delle fintech che si occupano di fornire l'accesso ai servizi finanziari a segmenti di popolazione poco serviti del sistema tradizionale, così vi sono delle fintech che mettono in relazione potenziali investitori con aziende in fase di crescita che necessitano di fondi e contribuiscono a rendere più liquido il mercato, frazionando il bisogno finanziario e distribuendolo presso i clienti.
I punti di forza delle fintech sono riconducibili al fatto che sono particolarmente abili nel capire le dinamiche del consumo del cliente, costruendo nuovi modelli di offerta e non limitandosi a migliorare i punti di contatto. Inoltre, utilizzano in maniera nativa e in misura sempre maggiore gli strumenti cognitivi così da arrivare a capire meglio i dati dai clienti, modificando l'esperienza di consumo e anticipando l'evoluzione dei bisogni della clientela. Esse, sono anche pionieri di nuovi modelli di creazione di valore, aperti e orientati all'open innovation, e si collocano bene in logiche di funzionamento ecosistemiche vedendosi più negli incumbent bancari dei partner che dei concorrenti.
Il sistema finanziario tradizionale fatica molto ad includere al proprio interno una tecnologia così avanzata, principalmente per questioni organizzative e per il fatto che devono gestire un IT che non può essere modificato totalmente in un lasso di tempo limitato. Inoltre, le banche tradizionali hanno difficoltà a trasformarsi in organismi agili e pronti al cambiamento. Dall'altra parte vi sono delle fintech che per crescere hanno bisogno dei servizi di base del sistema bancario quali la custodia dei fondi del cliente. Il problema, però, è quello di acquisire la fiducia da parte della clientela, che è riposta nella banca e deve essere conquistata dalle fintech. La cooperazione tra le due, quindi, aiuterebbe entrambi i soggetti in quanto, le fintech aiuterebbero le banche ad attuare la digital transformation mentre, le banche, supporterebbero la crescita delle fintech.
Le imprese fintech operano in aree tipiche della catena del valore delle imprese finanziarie tradizionali ma, rispetto alle banche, non offrono tutti i servizi e si specializzano in un ambito specifico per poi ampliare la loro offerta in ambiti affini. In particolare, la prima area che è stata aggredita dalle società fintech è l'area dei pagamenti , caratterizzata da imprese che offrono strumenti di pagamento innovativi che permettono, per esempio, di trasferire fondi via mobile o via chat, ma offrono anche servizi a valore aggiunto per i merchant, come per esempio la semplificazione del processo di checkout online o servizi di loyalty. La seconda area è quella che prende il nome di money management , costituita da imprese fintech che supportano la gestione della finanza personale, per esempio con una tecnologia di personal financial management e aggregatori di conti online, ma anche a livello corporate con soluzioni di fatturazione online o sistemi per la gestione documentale. La terza area è quella del capital market e trading , che presenta delle soluzioni tecnologiche innovative per la gestione degli investimenti, specialmente in ambito corporate, con un focus sul trading. Quindi comprende una serie di servizi e strumenti per il trading, per l'analisi delle negoziazioni e per la fornitura di informazioni. La quarta area è quella del wealth management , caratterizzata da fintech che supportano la gestione degli investimenti, specialmente in ambito retail, e comprende per esempio la presenza dei cosiddetti robot advisory. La quinta area è il lending , in cui le realtà innovative sono quelle che forniscono delle soluzioni legate ai prestiti, sia in forma alternativa al mondo bancario sia con strumenti abilitatori per le banche come, per esempio, soluzioni di analisi finanziaria. Infine, vi è l'area dell’ InsurTech , in cui vi sono soluzioni innovative che riguardano, per esempio, la sottoscrizione di polizze personalizzate oppure la gestione dei sinistri. A queste sei aree, se ne aggiungono altre, che caratterizzano il Fintech, che non corrispondono a dei servizi finanziari tradizionali offerti dalle banche, ma sono delle aree trasversali che permettono alle imprese bancarie tradizionali e non solo, di risolvere determinati problemi. Una di esse è quella relativa al cybersecurity , ovvero soluzioni che permettono di identificare situazioni di criticità legate alla sicurezza informatica, ma anche l'area del RegTech , che riguarda una serie di supporti che facilitano l'attività di verifica delle informazioni, di identificazione del cliente, di monitoraggio delle posizioni con la clientela, di rispetto delle normative di antiriciclaggio e la rendicontazione di tutte le attività che devono essere svolte dalle banche nel rispetto della normativa. Si tratta, quindi, di soluzioni che permettono agli intermediari di gestire meglio la loro conformità alla normativa, consentendo un maggior risparmio di spesa ma anche lo sviluppo di strategie per acquisire e mantenere la clientela. Una branca del regtech è il sub tech , che consiste in soluzioni che permettono di migliorare l'efficacia e l'efficienza dell'attività di vigilanza. Essa viene applicata all'attività di supervisione e controllo esercitata dagli organi di vigilanza del mercato. Infine, l’ultima area che caratterizza il fintech è quella della technology enbler , che comprende delle soluzioni tecnologiche utilizzare a supporto delle attività e delle aree del Fintech.
Il tasso di interesse esprime la remunerazione e il costo del denaro che viene prestato o ricevuto in prestito. Quindi, chi presta denaro lo fa a fronte di una remunerazione, espressa proprio da questo tasso di interesse mentre, chi prende a prestito del denaro deve sostenere un costo e deve remunerare questa disponibilità attraverso il tasso di interesse. Nelle varie economie il tasso di interesse è diverso a seconda del rischio insito nello scambio finanziario. Normalmente, se il sistema finanziario funziona in maniera efficiente, si rileva una relazione diretta fra tasso di interesse e rischio secondo la quale, a maggiori rischi, quali quelli di credito, corrispondono tassi di interesse più elevate. Inoltre, la politica monetaria condotta da tutte le banche centrali relative ai paesi di cui sono responsabili, influenza l'andamento dei tassi di interesse. Domanda: Perché negli anni successivi alla crisi dei mutui sub-prime abbiamo sentito una forte riduzione dei tassi di interesse che, in certi periodi, sono stati anche negativi?
La capacità di sviluppo delle società fintech deriva, oltre che della tecnologia, anche dall'assenza di retaggi da difendere.
Le fintech offrono servizi finanziari caratterizzati da un'elevata esperienza d'uso. Nello specifico, la user experience è un insieme di caratteristiche tali che rendono semplice utilizzare un certo servizio finanziario, interagire con un certo strumento o servizio finanziario.
I rischi del fintech possono essere analizzati prendendo in considerazione gli organi di vigilanza che hanno il compito di controllare il comportamento degli intermediari e dei mercati, al fine di tutelare investitori, clienti e mantenere la stabilità del sistema finanziario. Tra i possibili rischi del fintech vi sono i rischi legali/normativi , in quanto, trattandosi di attività/servizi nuovi, essi non sono adeguatamente compresi nella normativa esistente quindi ci si trova di difronte ad un vuoto normativo. Inoltre, i confini tra il mondo dei servizi finanziari e degli altri settori sono sempre più labili in quanto il settore finanziario interagisce sempre più con altre industry, attraverso servizi quali digital wallet e store credit, quindi, per le autorità di vigilanza, diventa molto più difficile segmentare e regolamentare le diverse attività. Un altro rischio è quello relativo alla supervisione, gestione del rischio e governance e, in questo caso, l’analisi sulle aziende fintech, chiamata due diligence , potrebbe essere meno rigorosa rispetto a quella effettuata sulle società regolamentate, che si trovano all'interno del perimetro normativo. In questi casi, si possono creare dei possibili arbitraggi regolamentari nel senso che la stessa attività svolta da un intermediario vigilato sarà più controllata rispetto ad una gestione tramite fintech non ancora all’interno del perimetro normativo. Inoltre, la minore capacità di gestione del rischio può portare a dei fenomeni di contagio e al rischio di concentrazione che, però, potrebbero non essere mitigati in modo tempestivo. Infine, il rapido cambiamento tecnologico rende più difficile per le autorità il monitoraggio rispondere ai rischi nel sistema finanziario, soprattutto in considerazione della limitata disponibilità di dati e indicatori rilevanti. Un altro rischio è quello informatico , in quanto le attività Fintech potrebbero aumentare la vulnerabilità complessiva del consumatore e del sistema finanziario al cyber risk. Il maggiore utilizzo della tecnologia e delle soluzioni digitali, infatti, amplia la gamma e il numero di punti di ingresso per gli attacchi informatici. Ad esso si aggiunge il rischio relativo ai dati , soprattutto con riferimento alla trasparenza, privacy e proprietà. La privacy è un elemento importante nel rapporto di fiducia in un servizio finanziario, ma la trasparenza, necessaria per poter accedere alle informazioni del cliente, è necessaria per ridurre i costi di transazione quindi, trovare il giusto equilibrio e rispondere alle domande sulla proprietà, l'uso e la giurisdizione dei dati e delle transazioni rimangono questioni importanti per le autorità di regolamentazione. Il quinto rischio è quello relativo all’affidamento a terze parti in quanto, alcune attività Fintech, possono aumentare la dipendenza da terze parti all'interno del sistema finanziario e le interruzioni di questi servizi di terze parti possono comportare rischi sistemici più ampi, quanto più centrali sono queste terze parti nell'interconnessione di più istituzioni o mercati di importanza sistemica. In alcuni casi, le terze parti potrebbero non essere istituzioni finanziarie (ad es. servizi cloud) e quindi non soggette a regolamentazione e supervisione finanziaria. Il sesto rischio è quello della prociclicità poiché le attività Fintech potrebbero essere soggette a dinamiche di mercato procicliche, a causa di un comportamento gregario più pronunciato. Ad esempio, gli investitori e i mutuatari su piattaforme Fintech lending possono mostrare oscillazioni di comportamento più ampie rispetto alla tradizionale intermediazione di fondi quando un aumento inaspettato dei prestiti deteriorati innesca un prosciugamento di nuovi fondi. Questo rischio sarebbe maggiore se i modelli di rischio fossero altamente correlati a causa della dipendenza da algoritmi simili, aumentando così l'ampiezza delle oscillazioni dei prezzi delle attività. Il settimo rischio è quello relativo all’eccesso di volatilità in quanto alcune attività Fintech sono progettate per essere veloci e ciò fa si che ci potrebbero essere maggiori probabilità di creare un'eccessiva volatilità nel sistema. Ad esempio, i trader algoritmici programmati per essere più attivi in periodi di bassa volatilità e di ritirarsi rapidamente durante i periodi di stress, riducendo così la liquidità del mercato e aumentando la volatilità. In generale, in ambienti più competitivi, un aumento della velocità e della facilità di passaggio da un fornitore di servizi all'altro potrebbe rendere il sistema finanziario eccessivamente sensibile e potrebbe causare problemi di adeguatezza patrimoniale. Infine, l’ultimo rischio, è quello della disintermediazione legato al fatto che le valute e i portafogli digitali potrebbero sostituire i tradizionali sistemi di pagamento basati sulle banche. Gli aggregatori potrebbero diventare il mezzo predefinito per accedere alle banche e richiedere nuovi conti bancari e prestiti, facendo emergere oligopoli o monopoli, ad esempio, nella raccolta e nell'uso delle informazioni sui clienti, essenziali per fornire servizi finanziari.
Un caso di approccio Wait and See è quello che fa riferimento alle piattaforme di peer-to-peer lending in Cina che i basa su questo atteggiamento di attesa adottato dalle autorità di vigilanza cinesi. Queste piattaforme rappresentano un metodo di finanziamento capace di connettere direttamente individui o imprese con i prestatori, che non sono banche e neppure intermediari finanziari, ma sono i singoli investitori privati più o meno grandi. Per tale motivo erano viste come un modello innovativo in grado di soddisfare quelle necessità di finanziamento che venivano espresse da chi era stato trascurato dalla finanza tradizionale. La prima piattaforma di peer-to-peer lending, Zopa , nacque in UK nel 2005 ed è tuttora attiva, e nel 2007 si diffusero fortemente in Cina e vennero pubblicizzate come un modello che attraeva finanziatori e piccoli investitori, con rendimenti molto elevati pari all’ 8 - 12 %, rispetto a un interesse più contenuto offerto dal sistema finanziario tradizionale. L'approccio attendista adottato dall'autorità cinese ha permesso al mercato di svilupparsi in maniera più veloce rispetto a quello che è successo in altri paesi tanto che le piattaforme di peer-to-peer lending in Cina raggiunsero dimensioni mai viste in nessun altro paese del mondo con circa 8 mila piattaforme di peer-to-peer lending nel 2016 ed oltre 50 milioni di utenti registrati. La situazione, però, si deteriorò perché verso la fine del 2015, l'autorità di vigilanza rilevava come su 3448 piattaforme di peer-to-peer lending analizzate ben 1030 erano in difficoltà, nel senso che non riuscivano a rispettare quell'impegno di remunerazione preso nei confronti dei propri investitori o erano addirittura scomparse, nel senso che i proprietari di queste piattaforme avevano trattenuto i fondi degli investitori ed erano spariti, quindi una piattaforma su quattro costituiva una truffa o era in difficoltà. Queste informazioni si diffusero rapidamente e crearono un ulteriore panico tra i prestatori, determinando una contrazione forte dei volumi. Il governo iniziò a intervenire con qualche piccolo intervento regolamentare, controllo o vinicolo, a partire dal 2016, ma nel 2018 fu emanata una vera e propria regolamentazione e le piattaforme, a seguito di tutti questi eventi, si ridussero a poco più di mille. Questo caso mette in evidenza come l'approccio Wait and See è un approccio che non può essere sostenuto a lungo termine, perché la situazione può sfuggire di mano. Un secondo approccio adottato dalle autorità di vigilanza è quello del Test and Learn , in cui vengono concesse delle licenze limitate o delle esenzioni parziali per i nuovi entranti o per gli intermediari affermati che testano nuove tecnologie. Si tratta di un approccio flessibile e proporzionato che tiene salvo il principio del « same business, same risk, same rules » secondo cui, qualora un'attività innovativa abbia la stessa funzione economica e gli stessi rischi di un'attività già regolamentata dovranno applicarsi le stesse regole di quest'ultima a prescindere dalla tecnologia utilizzata. Questo approccio è molto diffuso a livello internazionale e ha il vantaggio di garantire l'applicazione di condizioni uniformi a nuovi e vecchi operatori, evitando degli arbitraggi regolamentari sfavorevoli. Concedere delle licenze limitate o delle esenzioni parziali qualora non sia applicabile il principio same business, same risk, same rules, fornisce alle autorità di regolamentazione l'opportunità di osservare e comprendere i rischi e il modo in cui il mercato si sta sviluppando in modo tale che, quando viene formulata una strategia di regolamentazione, essa sia adatta ai rischi posti dall'innovazione di prodotto, processo o applicazione. Questo approccio è stato adottato principalmente nelle Filippine in cui, già all'inizio degli anni 2000, le autorità di regolamentazione hanno dichiarato espressamente che il loro approccio è quello di "seguire il mercato", consentendo alle non banche di offrire dei servizi finanziari offrendo agli operatori una "lettera di non obiezione". Dopo aver osservato lo sviluppo del mercato per alcuni anni ed incorporato quanto appreso dal periodo di prova, la banca centrale delle Filippine ha emesso regolamenti sulla moneta elettronica nel 2009, adattati al mercato filippino. Tale approccio è stato usato anche dalle autorità di vigilanza del Kenya nei confronti di M-Pesa. Il terzo approccio si basa sull’Innovation Facilitators cioè una serie di strumenti che permettono all'autorità di vigilanza di provare e testare in prima persona le innovazioni del FinTech, creare degli ambienti favorevoli all'innovazione o dei veri e propri acceleratori normativi. In particolare un Innovation Hub è un punto di contatto centrale tra l’autorità di vigilanza e gli operatori del mercato, per snellire le domande e fornire supporto, consulenza e guida alle aziende regolamentate o non regolamentate, per aiutarle a navigare nell'ambiente normativo, di vigilanza, politico o legale. Il Regulatory Sandbox , invece, consiste in un ambiente virtuale che consente di effettuare dei test dal vivo di nuovi prodotti o servizi in modo controllato e limitato nel tempo. Esso è aperto a modelli di business, prodotti e processi innovativi, regolamentati e non, o che potrebbero essere regolamentati in futuro. In genere, le aziende che fanno domanda per entrare in una sandbox normativo hanno già un'offerta sviluppata e stanno testando la fattibilità di tale offerta sul mercato. Infine, gli Acceleratori normativi o RegTech Lab , consentono di stipulare degli accordi di partnership tra aziende Fintech e autorità governative per innovare tecnologie condivise e risolvere casi d'uso predefiniti. Le imprese che collaborano con un ente nell'ambito di un processo di accelerazione non rientrano nel perimetro regolamentare.
Queste alternative sono state utilizzate da numerose autorità di vigilanza e, la prima tra esse ad adottare un fintech accelerator, fu la Bank of England che, nel giugno del 2016 lanciò questo progetto per sfruttare le nuove innovazioni del fintech. Essa ha selezionato dei piccoli gruppi di imprese fintech e ha chiesto loro di cimentarsi su specifici e brevi proof of concept che consiste nell’abbozzare un determinato progetto allo scopo di provare la fattibilità della soluzione e questa verifica doveva essere fatta in un periodo molto breve, quindi non più di tre mesi. La soluzione proposta doveva portare ad un risultato positivo o negativo purché fosse realizzata in un periodo di tempo breve. Questo acceleratore è servito alla Bank of England per approntare un percorso più rapido per coinvolgere le start up fintech e razionalizzare l'ambiente di test, ma anche per acquisire un’esperienza diretta di una gamma di tecnologie varia, valutando le loro applicazioni che potevano servire sia alla propria funzione di ente regolatore, sia al mercato. Un altro esempio simile è stato quello adottato dalla Banca centrale delle Filippine , che aveva un problema relativo alla gestione dei reclami, affidandosi a metodi di raccolta e di smaltimento delle segnalazioni un po’ datato, basato su mail e contatti telefonici. Per risolvere il problema ha coinvolto una società fintech che ha ritenuto che fosse applicabile la cosiddetta chatbot , cioè un sistema basato sull'intelligenza artificiale e sui Big Data, che ha la potenzialità di risolvere le operazioni più ripetitive e più semplici, quali la redistribuzione ed il reindirizzamento dei vari reclami verso gli uffici competenti. Questo progetto ha risolto il problema, permettendo anche di risparmiare tempo per l'analisi dei reclami.
La regulatory sandbox è stato adottato per la prima volta in Inghilterra ed adottata, con il Decreto Crescita del 2019, anche in Italia. Incarica il MEF di adottare, sentite le autorità di vigilanza (Banca d’Italia, Consob ed IVASS) la regolamentazione necessaria a definire le condizioni e le modalità di svolgimento di una sperimentazione relativa alle attività FinTech volte al perseguimento dell’innovazione di servizi e di prodotti nei settori finanziario, bancario e assicurativo mediante nuove tecnologie digitali, quali l’intelligenza artificiale e la distributed ledged tecnhology (DLT). La regulatory sandbox ha una durata di 18 mesi (+12 mesi proroga) e prevede, per le imprese partecipanti, dei requisiti patrimoniali ridotti, adempimenti per l’ammissione alla sperimentazione semplificati e termini inferiori rispetto al regime ordinario, secondo le norme di regolamentazione che sono demandate al MEF. I vari approcci identificati non sono alternativi tra loro e possono essere utilizzati in modo complementare o successivo a seconda del grado di evoluzione e di rilevanza del fenomeno che dovrebbe essere poi disciplinato. Ne è un esempio il caso delle cryptoasset , in cui inizialmente di fronte alla scarsa rilevanza del fenomeno le istituzioni si sono limitate ad approfondire e monitorare la crescita delle criptoattività, segnalando i principali rischi per la clientela e per gli intermediari mentre, in un secondo momento, di fronte all'espansione del mercato e alle richieste sempre più insistenti degli operatori e dei consumatori si è passati ad una valutazione complessiva sull’adeguatezza della normativa vigente nei confronti delle criptoattività e alla possibilità di ricondurre i prodotti a dei servizi o delle regole già esistenti. Infine, si è arrivato a introdurre delle regole specifiche per disciplinare questi prodotti e questi servizi, dato che non potevano essere riconducibili alla normativa esistente.
Infine per quanto riguarda gli acceleratori per le autorità di vigilanza , esse prevedono degli accordi di partnership tra le fintech e le autorità governative per accelerare la crescita e l'innovazione di determinate tecnologie che sono già condivise e che vogliono essere sviluppate più velocemente. Consente quindi all'autorità di regolamentazione di migliorare la familiarità con i prodotti, con i concetti, con le necessità espresse dalle aziende fintech, consentendo di poter sviluppare delle soluzioni di mercato che siano più adeguate. È uno strumento che viene utilizzato per assistere le autorità di vigilanza nella gestione del fintech e, per tale motivo, è un metodo adatto ai mercati fintech più sviluppati, dove le autorità di vigilanza sono particolarmente desiderose di testare alcuni strumenti per loro stesse e per migliorare la loro attività di controllo. Dal punto di vista dei rischi è un approccio che richiede maggiori risorse ma, per far ciò, è necessario avere una conoscenza interna per sviluppare i casi d'uso e quindi può essere utilizzato da quelle autorità di vigilanza che hanno già acquisito esperienze. Anche in questo caso ci possono essere i problemi di mantenimento delle condizioni di parità e di trasparenza nel processo.
Il caso M Pesa è un caso particolarmente interessante sia perché viene spesso citato come esempio di successo degli effetti dell'inclusione finanziaria, sia perché è stato oggetto dell’approccio test and learn uche è stato utilizzato dall'autorità di vigilanza del Kenya nei confronti della FinTech di M-Pesa, più correttamente della TechFin.
L'inclusione finanziaria fa riferimento a quella serie di accorgimenti o di innovazioni che riescono a rimuovere dei vecchi ostacoli che non consentono a determinate persone di partecipare o accedere al settore finanziario; quindi, l'obiettivo è quello di aumentare la disponibilità dei prodotti finanziari e di adattarli in modo che siano utili a tutti gli individui e in ogni circostanza. L'inclusione finanziaria è un tema importante, analizzato da organismi internazionali come la World Bank o altri enti, in quanto si ritiene che essere inclusi nel sistema finanziario o essere semplicemente titolari di un conto bancario o di un conto postale, sia uno strumento utile per ridurre la povertà e questa è un'affermazione della Banca Mondiale, ed inoltre favorisce il tasso di risparmio e incrementa la capacità di affrontare dei periodi di avversità economico-finanziaria. L’apertura di un conto favorisce anche l'utilizzo di altri servizi, tra cui la possibilità di ottenere i prestiti che consentono di migliorare il proprio stile di vita. L'inclusione finanziaria viene oggi viene reputata come un fattore importante perché aumenta questa inclusione e viene considerato come un fattore chiave proprio per ridurre la povertà globale e promuovere lo sviluppo locale. Per comprendere la dimensione del fenomeno è possibile prendere in considerazione l’analisi periodica della Banca Mondiale , il report Global Findex Database 2021 , che è l'ultimo disponibile. Esso consente di comprendere che nel 2011 c'erano 2,5 miliardi di persone escluse dal settore finanziario in quanto non erano titolari di nessun conto, e tale dimensione si è ridotta a 1,7 milioni nel 2017. Secondo l'ultima rilevazione, globalmente, nel 2021 questo numero è pari a 1,4 miliardi di persone; quindi, il 76% degli adulti è titolare di un conto presso una banca o presso un fornitore di pagamenti mobile. La proprietà di un conto in tutto il mondo, quindi, è aumentato del 50% negli ultimi dieci anni, quindi dal 2011 al 2021, passando dal 51% degli adulti al 76% degli adulti. Dal 2017 al 2021 il tasso medio di proprietà dei conti nelle economie in via di sviluppo è aumentato di 8 punti percentuali, passando dal 63% al 71% degli adulti. Il report, inoltre, segnala come nell'Africa subsahariana questa espansione deriva in gran parte dall'adozione della moneta mobile. Il report rileva anche quali sono le ragioni per cui gli adulti non possiedono un conto bancario, di cui, alcune sono abbastanza banali, quali la mancanza di moneta da detenere su un conto, a cui se ne aggiungono altre legate, ad esempio, al fatto che i servizi finanziari possono essere troppo costosi rispetto alle capacità di spesa dei soggetti, al fatto che il servizio finanziario si trova troppo distante dal luogo in cui vive il soggetto, ma anche al fatto che già in famiglia c'è un conto e non tutti i componenti adulti della famiglia devono averne uno. Altra motivazione è la mancanza di una documentazione adeguata da presentare e la mancanza di fiducia nel sistema finanziario.
M-Pesa è un caso particolare, perché è un'innovazione lanciata da una techfin, e non fintech, ed indica M per mobile, Pesa invece significa denaro. Questo servizio è stato lanciato da un'associata Kenyana di Vodafone, Safaricom, nel 2007, in un periodo in cui, rispetto ai paesi sviluppati, i pagamenti tramite telefono erano ancora poco sviluppati, consentendo ai clienti di inviare, ricevere e depositare denaro utilizzando un telefono cellulare. In quel periodo non esistevano gli smartphone e, in Kenya, la telefonia fissa veniva usata molto poco dalla popolazione a causa di inefficienze, burocrazia e dei frequenti furti delle infrastrutture in rame. Intorno al 2000 solo un africano su 40 aveva accesso a un telefono fisso, percentuale che saliva a 1 su 130 nell’Africa sub-sahariana (Sudafrica escluso). Il boom dei cellulari nel continente africano si è verificato proprio per questo motivo Attualmente in Kenya vi sono 37 milioni di cittadini dotati di un telefono mobile, incremento dell’88%, con una diffusione scarsa di punti Atm e pc. Nello specifico M-Pesa è nato come un modo per la gestione dei microprestiti. In particolare, il Ministero per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito aveva difficoltà a far recapitare i fondi nelle zone agricole rurali e preparare materialmente mazzette di denaro contante e distribuirle, sarebbe stato assolutamente impraticabile, dato che il keniota rurale medio vive a diversi chilometri da una banca, ed inoltre tutto ciò avrebbe avuto un costo e dei tassi d’interesse più elevati. La soluzione al problema fu quello di inviare contante agli utenti sul cellulare attraverso le loro utenze di telefonia mobile dato che, nel 2007, circa il 54% della popolazione possedeva o aveva accesso a un cellulare, trasformando così il cellulare in un mezzo semplice per pagamenti e rimborsi. I gestori telefonici, però, si accorsero che i kenioti usavano tale sistema anche per scambiare denaro tra loro. Da qui ci fu la vera svolta che avvenne quando decisero di creare una rete di agenti fisici che potessero erogare o ricevere depositi su un’utenza Safaricom. Ciò determinò un’espansione dei servizi facendo sì che clienti si rivolgessero ad un agente di M-Pesa per caricare il loro account e potessero utilizzare il loro dispositivo mobile per effettuare acquisti in un negozio e inviare soldi a terzi, che a loro volta possono prelevare i fondi presso un agente M-Pesa. Negli anni, accanto ad M-Pesa, si sono aggiunti altri servizi finanziari come KCB M-PESA , che è un servizio di risparmio e prestito che consente ai clienti M-PESA di risparmiare fino a KShs1 e di accedere al credito da KShs1.000. Il conto prestito KCB M-PESA è, quindi, un prodotto di microcredito che offre ai clienti l'accesso a prestiti per un'emergenza o per finanziare un progetto o un'impresa. Un altro servizio è Fuliza , che consiste in una struttura di scoperto in collaborazione con due banche locali KCB Group e Commercial Bank of Africa, che consente ai clienti di completare la propria transazione in caso di fondi insufficienti e l'assegnazione dei limiti dipenderà dal punteggio di credito del cliente e da quanto tempo utilizzano M-PESA. Fuliza airtime consente ai clienti di acquistare credito utilizzando Fuliza. A tali servizi si aggiunge il conto di deposito M-Shwari , che è un prodotto di micro-risparmio che consente ai clienti di archiviare in modo sicuro i propri soldi per uno scopo specifico o per eventi imprevisti, ma anche l’M-PESA Global , lanciato nel 2018, che è un servizio che consente ai clienti registrati M-PESA di inviare e ricevere denaro a livello globale. Infine, si conta che nel 2021 circa il 50% di tutte le rimesse della diaspora sono state negoziate tramite M-PESA.
Secondo lo studio di Suri e Jack del 2016, l'accesso al sistema di moneta mobile keniota M-PESA ha aumentato i livelli di consumo pro capite e ha sollevato 194.000 famiglie, o il 2% delle famiglie keniote, dalla povertà. Questo studio è stato pubblicato su una prestigiosa rivista internazionale e, qualche anno dopo nel 2019, venne pubblicato un articolo di critica in cui ci si chiede se veramente il fintech possa rappresentare la soluzione per la povertà nei paesi in via di sviluppo. Nello specifico, lo studio di Suri e Jack rileva come M-Pesa abbia facilitato il passaggio delle famiglie dall’uso di mezzi di sussistenza basati sull'agricoltura a mezzi basati sulle microimprese, come piccoli esercizi commerciali, che però sulla carta rappresentano più reddito. Lo studio di Batemana , invece, critica l'analisi di Suri e Jack, in quanto ritengono che la base di fondo dello studio precedente sia sbagliato poiché misurare la riduzione della povertà sulla base del semplice passaggio da un'agricoltura a una microimpresa sia decisamente miope come misurazione e nonché anche parziale. Ciò perché lo studio si limita a quantificare l'incremento delle microimprese, senza rendersi conto come nella realtà sia difficile gestire una micro impresa in Kenya, a causa di una domanda locale che, per definizione, è molto debole, determinando un'elevata probabilità di fallimento di queste micro imprese create grazie a M-Pesa. Ciò viene
Tra le aree che sono state coinvolte nel fintech vi è quella del capital market e trading che comprendono diverse tipologie di società specializzate in aspetti diversi del fintech. In particolare è possibile distinguere:
L’area del trading, insieme a quella dei pagamenti, è quella che per prima ha beneficiato dell’evoluzione tecnologica e ne è un esempio la National Association of Securities Dealers Automated Quotations, NASDAQ, nata 1971 per scambiare titoli OTC, ovvero che non erano quotati in borsa, in maniera veloce e sicura. Nel 1975, invece, diventa una borsa regolamentata. Nel 1985, il Trading viene computerizzato e ciò favorisce il suo sviluppo online nel 1998. Nel corso del tempo le innovazioni hanno portato al Trading algoritmico, alla High Frequency Trading e al Trading basato sull’intelligenza artificiale.
Il trading online consiste “nell’utilizzo di Internet come canale di contatto con la clientela per l’esecuzione dei servizi di negoziazione per conto terzi, di ricezione e di trasmissione degli ordini”. Nello specifico, si tratta di un servizio finalizzato a mettere a disposizione dei clienti delle piattaforme che consentono di analizzare, acquistare e vendere titoli disponibili sul mercato e, per tale motivo, è considerato uno dei principali fenomeni prodotti dalla rivoluzione digitale all’inizio del nuovo millennio. L’offerta del trading online in Italia comprende delle piattaforme “innovative ”, realizzate da imprese di investimento autorizzate in altri paesi dell’UE, che offrono servizi di investimento senza succursale, e che permettono di avviare velocemente le negoziazioni con somme minime e con commissioni ridotte o nulle, rivolgendosi prevalentemente ad un target di clientela caratterizzato da una ridotta esperienza in materia di investimenti finanziari. Tali operatori danno anche la possibilità di negoziare a leva , ovvero di impiegare solo una parte delle disponibilità liquide. Dal punto di vista del modello di business, tali operatori puntano sull’ampiezza dei volumi aggregati che consentono ampi profitti grazie all’applicazione di differenziali di prezzo, SPRED, leggermente peggiori rispetto ai mercati. Ne sono un es: eToro (Cipro), Plus500 (Cipro), Capex (Cipro) Tali piattaforme innovative hanno degli elementi in comune in quanto non permettono la negoziazione degli strumenti finanziari tradizionali ed il contratto stipulato non prevede la vendita di titoli o azioni ma si tratta del cosiddetto CFD , cioè Contract for difference. Si tratta di strumenti derivati con cui si trae profitto dalla differenza del prezzo di un bene fra l'apertura e la chiusura del contratto. Il prezzo o il valore di un CFD riflette in tempo reale i movimenti del prezzo del bene fisico ma non si possiede il titolo/bene sottostante. Ad esempio, se acquisto un CFD sull’oro, guadagno se il prezzo di vendita del contratto è superiore al prezzo di acquisto, viceversa, perdo. Oppure, se vendo un CFD sull’azione Apple, guadagno se il prezzo di acquisto del contratto è inferiore al prezzo di vendita, viceversa, perdo. Tali contratti, però, determinano la possibilità di esporsi ad un rischio di mercato e di credito in quanto la controparte è la piattaforma che, se dovesse avere delle difficoltà ad ottemperare ai propri impegni, non riuscirà a garantire l’esecuzione del contratto. I CFD sono strumenti complessi che presentano un rischio elevato di perdere denaro rapidamente a causa della leva finanziaria. Ad es. la CAPEX.com presenta il 73,16% dei conti degli investitori retail che perde denaro facendo trading su CFD con questo fornitore.
Nell’ambito del trading algoritmico è possibile distinguere le hight frequent trading system che utilizzano dei supporti informatici estremamente sofisticati, in termini sia di hardware sia di software, al fine di poter eseguire dei calcoli con complessi algoritmi automatici e inviare ordini alle piattaforme. Sono caratterizzati dall’elevato numero di ordini immessi nell’unità di tempo, che possono arrivare ad oltre 5.000 al secondo, e dall’elevata velocità di esecuzione delle operazioni di immissione, modifica e cancellazione di ordini. All’immissione di ordini possono seguire, infatti, numerose cancellazioni o modifiche al fine di adeguare la strategia alle nuove condizioni di mercato, che vengono elaborate dagli algoritmi in tempo reale sulla base delle informazioni derivanti dagli ordini presenti sul book. Inoltre, essi, effettuano un trading prevalentemente proprietario e mostrano una generale, ma non esclusiva, preferenza per gli strumenti finanziari più liquidi. L’operatività di un HFTs richiede infatti la possibilità di uscire da una determinata posizione di acquisto con un’elevata velocità. Gli strumenti più liquidi sono quelli dai quali è possibile disinvestire rapidamente poiché hanno un mercato in grado di assorbire e soddisfare ordini per importi significativi. Tali strumenti, inoltre, sono quelli per i quali risultano particolarmente efficaci le tecniche statistiche sottostanti agli algoritmi utilizzati dagli HFT. Un’altra caratteristica è quella che assumono posizioni lunghe o corte su un titolo per periodi normalmente non superiori a una seduta di borsa e presentano un elevato turnover dei titoli all’interno del portafoglio, quindi, le posizioni sono generalmente chiuse a fine giornata, mentre nel corso della stessa il periodo medio di detenzione degli strumenti varia da alcuni secondi a diversi minuti. Tutto ciò comporta degli esigui margini di profitto per singola transazione, perciò, devono realizzare elevati volumi di negoziazioni. I sistemi HFT presentano alcuni aspetti positivi , quali:
GameStop Corporation è una società quotata al New York Stock Exchange (NYSE), che gestisce la più grande catena al mondo di negozi di videogiochi. È presente con vari marchi in 17 Paesi, Italia inclusa, e ha vissuto significative difficoltà finanziarie, aggravatesi negli anni 2019-2020. A causa di tali difficoltà, nel corso del tempo numerosi investitori hanno assunto posizioni ribassiste sul titolo tramite strategie di vendite allo scoperto , che consente di sfruttare una previsione ribassista sul titolo permettendo di vendere un titolo senza possederlo e ricomprarlo ad un prezzo più basso se, tale andamento ribassista si verifica. Nel corso del mese di agosto 2020, l’investitore attivista statunitense Ryan Cohen ha acquisito una partecipazione rilevante nella società, dando avvio ad una campagna finalizzata a maggiori investimenti nell’e-commerce e ottenendo un posto nel consiglio di amministrazione. L’ingresso del nuovo azionista ha coinciso con una ripresa delle quotazioni del titolo infatti, dal 3 febbraio 2020 al 31 luglio 2020, il prezzo dell’azione era rimasto stabile intorno al livello di 4 USD, mentre nel solo mese di agosto 2020 il prezzo ha subito un incremento pari al 67%, chiudendo la seduta del 31 agosto 2020 a 6,68 USD. La normativa statunitense prevede la pubblicazione, ogni due settimane, dell’ammontare complessivo delle vendite allo scoperto su ciascun titolo azionario, fornendo un dato di stock, chiamato Short Interest , in modo da poter analizzare l’andamento di tale short interest con l’andamento del titolo. I dati pubblicati evidenziano che lo Short Interest sul titolo GameStop aveva raggiunto valori molto elevati nel corso del 2020, vicini al capitale sociale, che rappresenta il totale delle azioni emesse, e intorno al 120%-140% del flottante, che rappresenta le azioni potenzialmente disponibili all’acquisto.
In particolare, nel periodo 14-27 Gennaio lo short interest scende da 61 a 21 mln di azioni ed i riacquisti, 40 mln, rappresentano il 4% dei volumi negoziati. Nel mese di marzio, invece, vi è stato un nuovo picco di prezzo nonostante non vi sia alcuna modifica iniziale nello short interest. In particolare, dal 1° settembre 2020 si è assistito ad un costante e graduale incremento del prezzo che è arrivato, il 12 gennaio 2021, a 19,95 USD (+199% sul prezzo di fine agosto e +399% sul prezzo di fine luglio). A partire dal 13 gennaio 2021 l’incremento di prezzo si è fatto esorbitante e si è accompagnato ad un rilevante incremento dei volumi scambiati, registrando ampie oscillazioni giornaliere e raggiungendo un massimo di 347, USD il 27 gennaio 2021. Tali incrementi di prezzo di GameStop nel mese di gennaio 2021 hanno portato la capitalizzazione di mercato della società a crescere più di 20 volte, raggiungendo importi di oltre 20 miliardi USD (poco meno della metà dell’attuale capitalizzazione di Intesa SanPaolo). Il forte interesse per GameStop nel mese di gennaio è stato ricondotto all’operatività di giovani investitori retail , spesso privi di cultura finanziaria, attivi sui mercati tramite piattaforme accessibili attraverso app gratuite e di facile utilizzo. La scelta di far convergere gli interessi di acquisto su GameStop è stata collegata alle esortazioni divulgate tramite canali social , primo su tutti il forum r/WallStreetBets di Reddit, piattaforma caratterizzata da pochi filtri alle esternazioni degli utenti e nota per consentire la diffusione di posizioni controverse. Nei giorni successivi all’avvio del trend rialzista i canali social hanno infatti riportato messaggi che incitavano gli investitori a non liquidare le posizioni lunghe acquisite, così da non far perdere il “momento” al trend avviato. In quel periodo, le quotazioni sono passate da meno di 20 dollari a 347 dollari tra il 12 e il 27 gennaio (+1.635%), per poi sgonfiarsi di nuovo fino a circa 45 dollari e risalire, con la stessa velocità, oltre i 245 dollari. L’interesse per GameStop da parte della comunità on-line non è apparso motivato da valutazioni sui fondamentali della società o da argomentazioni di natura ‘tecnica’ e finanziaria e gli investitori sembrano essere stati animati dal desiderio di una risposta “ dal basso ” alla speculazione in danno di una piccola società, realizzata dai grandi fondi con posizioni ribassiste sul titolo. La vicenda è stata rappresentata sulla stampa come la vittoria di Davide su Golia o come la ‘riappropriazione’ di un’icona della generazione dei millennials. La pressione rialzista sul prezzo determinata dagli acquisti di massa è stata anche amplificata da alcuni meccanismi di mercato. In particolare, gli investitori retail hanno acquisito anche opzioni call , per le quali i market maker hanno dovuto effettuare le necessarie coperture acquistando le azioni sottostanti, con ulteriore pressione al rialzo del prezzo. Un ulteriore impatto è derivato dalla possibilità degli investitori retail di operare a leva (in marginazione), ossia di investire un capitale superiore alle proprie disponibilità liquide. Infine, i detentori delle posizioni corte (short selling) sono stati costretti, visto il movimento rialzista, a chiudere le loro posizioni (acquistando il titolo) per limitare le perdite, alimentando ulteriormente il rialzo del titolo ma, osservando l’andamento dello short interest, è possibile notare che nel periodo 14-27 gennaio 2021 lo Short Interest è passato da 61 mln di azioni GameStop (pari all’89% del capitale sociale e al 123% del flottante) a 21 mln (pari al 31% del capitale sociale e al 43% del flottante), con una riduzione di circa 40 mln di azioni. Questi 40 mln circa di azioni GameStop costituiscono gli acquisti a chiusura delle posizioni corte e hanno rappresentato il 4% circa dei volumi scambiati sul titolo nel periodo 14- 27 gennaio 2021, generando un impatto moderato sulle dinamiche dei prezzi. Dunque, l’elevata volatilità e il trend rialzista delle quotazioni non sono risultati correlati ai fondamentali dell’azienda, ma a comportamenti convergenti di un grande numero di investitori retail innescati e poi spinti dai social. Inoltre, per gli investitori retail è stato fondamentale l’utilizzo di piattaforme di trading innovative caratterizzate da grande immediatezza nella negoziazione e da assenza di commissioni. GameStop, dunque, da questa situazione ne ha guadagnato poiché ha venduto tra aprile e giugno le proprie azioni, raccogliendo 1,6 miliardi di dollari. Non è difficile capire il motivo di queste vendite, date le valutazioni da capogiro dei titoli in questione. “GameStop è scambiata a 173 volte gli utili stimati a 24 mesi» (giugno 2021). MELVINE CAPITAL, invece, a seguito delle posizioni su Gamestop ha perso il 39% in un mese mentre, per gli investitori di Reddit, chi ha comprato ai massimi e ha tenuto la posizione a 1 anno ha perso circa il 60%. Dopo il frazionamento delle quotazioni di gamestop, con 4 azioni ogni azione posseduta, il prezzo è stato rettificato da 153,47$ a 38,36$.