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Sociolinguistica: Varietà Linguistiche e Repertorio Linguistico, Dispense di Psicologia dello Sviluppo

Una panoramica completa della sociolinguistica, esplorando i concetti chiave di variabili, varianti e varietà linguistiche. Le diverse tipologie di varietà, come quelle diatopiche, diastratiche, diafasiche e diamesiche, fornendo esempi concreti e illustrando le loro caratteristiche distintive. Inoltre, vengono approfonditi i concetti di repertorio linguistico e comunità linguistica, evidenziando la complessità e la ricchezza del sistema linguistico italiano.

Tipologia: Dispense

2021/2022

Caricato il 29/01/2025

elisa-sbardellati
elisa-sbardellati 🇮🇹

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Lezione 1 20/02
13 crediti generalmente. 72 ore di lezioni frontali (complessivi 12 crediti) e un laboratorio di
letto-scrittura. Riccardo Massarelli, alla mia e-mail [email protected] .Il corso si basa
su libri di testo, lezioni frontali, slides. L’esame è unico però, come sapete è suddivido in due e
infatti ci sono due aule; perciò, quando termineremo il primo modulo e inizieremo con il
secondo, ci sposteremo nell’altra aula virtuale. Ci sarà anche una lezione online da parte di uno
studioso che ci farà una lezione sulle lingue regionali di Francia in relazione all’italiano e al
dialetto degli italiani. Gli appelli d’esame sono mercoledì 5 giugno, mercoledì 19 giugno,
mercoledì 3 luglio, mercoledì 4 settembre e mercoledì 18 settembre sempre alle 8:30. Le
iscrizioni aprono 15 giorni prima e si chiudono 2 giorni prima dell’appello. Testi di riferimento :
Michele Prandi e Cristina de Santis, Manuale di linguistica e di grammatica italiana.
L’altro testo p datato è Cecilia Adorno: Cos’è la pragmatica linguistica? La bussola della
Carocci.
Iniziamo con una domanda: Cos’è il linguaggio?
Diciamo subito che il linguaggio è uno strumento (qualcosa che utilizziamo) che ci
permette di fare tante cose, di trasmettere informazioni e lo fa da una fonte ad
un destinatario e da un mittente ad un ricevente. Il linguaggio non serve soltanto
a trasmettere informazioni ma serve anche a compiere azioni, a intervenire sulla
realtà che ci circonda. I linguaggi sono innumerevoli e ciascuno ha caratteristiche
ben precise che variano a seconda della struttura. Ci sono linguaggi inventati
dall’uomo come, il linguaggio informatico, il linguaggio della matematica,
stradale, linguaggio poetico, narrativo, simbolico e poi quello animale. Anche gli
animali comunicano, sfruttano il linguaggio, quale strumento di comunicazione. I
primati comunicano attraverso una serie di gesti, di posture, di tocchi. È un
linguaggio non verbale ma d’altronde vi dico subito che l’unico animale dotato di
un linguaggio verbale, è l’uomo. Anche le api comunicano fra di loro attraverso
un sistema molto simpatico, cioè attraverso la danza la ripetizione di movimenti
codificati secondo uno schema anche ritmico, specifico. Le api fanno dei
movimenti che sono ripetuti, cadenzati, ritmati, e che servono a comunicare alle
altre api, informazioni su fonti di cibo.
Se un'ape nel suo giro di perlustrazione trova una fonte di cibo ad una
distanza relativamente ridotta dall’alveare, tornerà nell’alveare e farà una
danza circolare.
Se, invece, trova la fonte di cibo ad una distanza maggiore, allora,
tornando all’alveare farà una danza un po' più complessa, una sorta di 8 e
quando passa sulla parte centrale dell’8, fa vibrare l’addome. Ma la cosa
interessante di questa danza è che questo 8 è orientato verso la fonte di
cibo.
Tutti gli animali comunicano, pensate alle formiche, loro comunicano attraverso
gli ormoni (rilasciano i feromoni che sono una sorta di traccia che viene seguita
dalle altre formiche). Questo ci fa capire subito che i linguaggi degli animali sono
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Scarica Sociolinguistica: Varietà Linguistiche e Repertorio Linguistico e più Dispense in PDF di Psicologia dello Sviluppo solo su Docsity!

Lezione 1 20/ 13 crediti generalmente. 72 ore di lezioni frontali (complessivi 12 crediti) e un laboratorio di letto-scrittura. Riccardo Massarelli, alla mia e-mail [email protected] .Il corso si basa su libri di testo, lezioni frontali, slides. L’esame è unico però, come sapete è suddivido in due e infatti ci sono due aule; perciò, quando termineremo il primo modulo e inizieremo con il secondo, ci sposteremo nell’altra aula virtuale. Ci sarà anche una lezione online da parte di uno studioso che ci farà una lezione sulle lingue regionali di Francia in relazione all’italiano e al dialetto degli italiani. Gli appelli d’esame sono mercoledì 5 giugno, mercoledì 19 giugno, mercoledì 3 luglio, mercoledì 4 settembre e mercoledì 18 settembre sempre alle 8:30. Le iscrizioni aprono 15 giorni prima e si chiudono 2 giorni prima dell’appello. Testi di riferimento : Michele Prandi e Cristina de Santis, Manuale di linguistica e di grammatica italiana. L’altro testo più datato è Cecilia Adorno: Cos’è la pragmatica linguistica? La bussola della Carocci. Iniziamo con una domanda: Cos’è il linguaggio? Diciamo subito che il linguaggio è uno strumento (qualcosa che utilizziamo) che ci permette di fare tante cose, di trasmettere informazioni e lo fa da una fonte ad un destinatario e da un mittente ad un ricevente. Il linguaggio non serve soltanto a trasmettere informazioni ma serve anche a compiere azioni , a intervenire sulla realtà che ci circonda. I linguaggi sono innumerevoli e ciascuno ha caratteristiche ben precise che variano a seconda della struttura. Ci sono linguaggi inventati dall’uomo come, il linguaggio informatico, il linguaggio della matematica, stradale, linguaggio poetico, narrativo, simbolico e poi quello animale. Anche gli animali comunicano, sfruttano il linguaggio, quale strumento di comunicazione. I primati comunicano attraverso una serie di gesti, di posture, di tocchi. È un linguaggio non verbale ma d’altronde vi dico subito che l’unico animale dotato di un linguaggio verbale, è l’uomo. Anche le api comunicano fra di loro attraverso un sistema molto simpatico, cioè attraverso la danza la ripetizione di movimenti codificati secondo uno schema anche ritmico, specifico. Le api fanno dei movimenti che sono ripetuti, cadenzati, ritmati, e che servono a comunicare alle altre api, informazioni su fonti di cibo.  Se un'ape nel suo giro di perlustrazione trova una fonte di cibo ad una distanza relativamente ridotta dall’alveare, tornerà nell’alveare e farà una danza circolare.  Se, invece, trova la fonte di cibo ad una distanza maggiore, allora, tornando all’alveare farà una danza un po' più complessa, una sorta di 8 e quando passa sulla parte centrale dell’8, fa vibrare l’addome. Ma la cosa interessante di questa danza è che questo 8 è orientato verso la fonte di cibo. Tutti gli animali comunicano, pensate alle formiche, loro comunicano attraverso gli ormoni ( rilasciano i feromoni che sono una sorta di traccia che viene seguita dalle altre formiche). Questo ci fa capire subito che i linguaggi degli animali sono

molto diversi dal linguaggio umano, hanno possibilità e capacità e potenzialità molto ridotte. Il linguaggio umano è un sistema di comunicazione, è un linguaggio naturale, per lo più verbale, con funzioni e caratteristiche particolari, specifiche. È una facoltà innata nell’uomo e questo è uno dei punti più discussi negli ultimi 50 anni, perché se siamo tutti d’accordo che il linguaggio verbale è una facoltà innata, da 70 anni, si discute su che cosa significhi l’innatezza del linguaggio umano.  C’è qualcuno che sostiene che è una facoltà innata che poi però noi dobbiamo sviluppare attraverso un percorso di apprendimento, di attivazione di dispositivi di apprendimento, di esposizione a stimoli e così via.  C’è chi, invece, sostiene che il linguaggio non è una semplice facoltà ma noi addirittura nel nostro cervello, abbiamo una grammatica innata che è quello che diceva Chomsky. (Chomsky è una figura di riferimento per i movimenti di estrema sinistra soprattutto in America. Lui nasce circa verso il 30/31, quindi ha circa 100 anni però è prima di tutto un linguista.) Quali sono le differenze tra linguaggio umano e altri linguaggi? Il linguaggio umano è arbitrario: ad esempio “l'orologio”, perchè si chiama così? Poteva essere questo nome ma poteva essere un altro qualsiasi, non c’è un legame di causa- effetto tra l’oggetto e il suo nome. In questo sta l’arbitrarietà del linguaggio. Se questo oggetto noi lo chiamiamo orologio, e in inglese lo chiamano wristwatch, chi dei due sbaglia? Nessuno dei due, semplicemente sono due convenzioni diverse ma questo ci dà dimostrazione del fatto che la scelta è arbitraria, non dettata da caratteristiche interne. È vero che esiste la scienza etimologica che ci permette di risalire a stadi precedenti nella costruzione di un nome ma l’etimologia non raggiunge mai una una fase antecedente in cui si individua un collegamento di causa-effetto tra l’oggetto e il nome che lo designa. Non c’è un legame tra ciò che rappresentiamo e come lo rappresentiamo. Ma non è sempre così: come si chiama il verso della pecora? “belare” perchè la pecora fa bee, c’è quindi in questo caso, un rapporto tra ciò che rappresenta e come noi decidiamo di rappresentarlo. Questo nel caso delle onomatopee, però, un settore ridottissimo, marginale nel linguaggio umano. Altro esempio: come fa il cane? Bau come fa il cane in Inghilterra? Wof. Vedete che anche con le onomatopee, intervengono condizionamenti di carattere socio-culturale, quindi anche la scelta dell’onomatopea in qualche modo risente dell’arbitrarietà tipica del linguaggio umano. Un altro esempio è il fonosimbolismo: c’è la tendenza di ritenere che alcuni suoni si associno a determinati concetti. Se io vi dico “iiiii” pensate ad una cosa piccola mentre se vi dico “oooo” pensate a una cosa grande.

la parte cognitiva della comunicazione, dell’immagazzinamento e l’elaborazione delle informazioni. TRASCRIZIONE del 22/ Quanti tipi di segni esistono in funzione di questi parametri che abbiamo individuato? Sono tre tipi di segno e si classificano in funzione di questi due parametri.  Le orme sulla neve sono un INDICE , perché sono un segno che rimanda a qualcos’altro, ma non presuppone una volontarietà. È l'effetto, la conseguenza del passaggio dell’orso sulla neve, per via di un rapporto naturale, causale, non volontario.  Il segnale stradale di caduta massi è un' ICONA : il segnale che riproduce dei massi che cadono, ha un rimando analogico alla realtà e un certo grado di volontarietà. L’icona vi fa venire in mente subito qualcosa di visivo, visuale, in ambito semiologico è iconico. Le onomatopee sono iconiche, sono una sacca di iconicità all’interno del sistema lingua. Quindi l’ icona è quel segno in cui l’espressione rinvia volutamente ad un oggetto reale per mezzo di meccanismi di analogia e somiglianza. Un sottotipo delle icone sono i diagrammi: delle rappresentazioni visive, schematiche, dell’andamento di un certo fenomeno. La loro iconicità non sta nella rappresentazione delle caratteristiche salienti della realtà, ma nella rappresentazione analogica, quindi per via di somiglianza, per rapporti e somiglianza tra grandezze, tra valori.  L’ultimo tipo di segno è il SIMBOLO , cioè, quel segno in cui il rapporto tra espressione e contenuto è stabilito volontariamente e per convenzione , cioè è arbitrario. Il legame tra espressione e contenuto non ha motivazioni analogiche, è un legame volontario e arbitrario. Di nuovo l’arbitrarietà sta nei processi storico culturali che portano un segno, un’espressione ad essere associata ad un determinato contenuto. Simbolo della pace: intorno agli anni 70 questo simbolo rappresentava per molte persone la pace. Quindi se il simbolo è caratterizzato da un simbolo arbitrario, i segni che compongono le nostre lingue del mondo saranno per lo più simboli, con alcune limitazioni e eccezioni. Abbiamo detto che il linguaggio fondamentalmente è arbitrario costituito perlopiù da simboli: il linguaggio umano è costituito da segni che hanno tutti un’espressione, è il caso della parola [‘kane] cane: è prima di tutto un’espressione, cioè una concretezza costituita da una sequenza di suoni che il nostro apparato fonatorio produce (qui è utilizzato l’alfabeto Ipa).

 Quando trovate questa rappresentazione -> parentesi quadre, significa che si sta facendo riferimento al piano dell’espressione , della sostanza, cioè ai suoni di come vengono articolati, percepiti.  C’è poi un piano del contenuto : il concetto di cane, in tutte le sue proprietà che lo designano, le sue caratteristiche, le sue categorizzazioni, quindi l’animale domestico che ha quattro zampe, che abbaia, che è considerato il migliore amico dell’uomo.  E il piano del referente che rimanda alla realtà, cioè il cane nella realtà in tutte le sue possibili manifestazioni, declinazioni anche metaforiche o fantastiche ; Questo è un’idria, un vaso greco antico con una rappresentazione di Cerbero, cane a tre teste, che svolgeva la funzione di guardia all’ingresso degli inferi. Egli fu catturato da Eracle, come l’ultima delle dodici fatiche, su richiesta di Euristeo per cui lui era obbligato a fare il servo e che dalla paura si nascose dentro lo ziro. Quindi abbiamo parlato di segni. Per comprendere il significato di un segno noi dobbiamo avere una chiave che è rappresentata da un codice. I l codice è l’insieme di regole e convenzioni che ci permettono di produrre e individuare i segni come tali, senza la conoscenza del codice noi non siamo in grado di interpretare un segno. Quindi il codice è uno strumento fondamentale che deve essere condiviso dai partecipanti ad un atto comunicativo , altrimenti non c’è possibilità di comunicazione. Le lingue sono codici, codici primari. Quindi un segno è qualcosa che sta per qualcos’altro lo abbiamo detto, aribi + aribo, per meglio dire è qualcosa che sta per qualcos’altro per qualcuno in certe circostanza. Abbiamo fatto l’esempio con la parola cane, la parola cane è un segno che rimanda ad un codice, cioè, la lingua italiana. Come avviene la comunicazione? I primi ad occuparsi di teoria della comunicazione sono stati due matematici, negli anni 40 nell’ambito di una disciplina nuova cioè l’informatica. Essa è la scienza dell’informazione, che si occupa di studiare come si trasmettono le informazioni secondo principi e presupposti matematici. In funzione di ciò questi due studiosi statunitensi Claude Shannon e Warren Weaver , individuarono un modello. → in questo modello molto schematico c’è una fonte dell’informazione che passa l’informazione al trasmettitore o mittente e ha la funzione di trasformare quell’informazione in segno e lo fa codificando l’informazione secondo le regole stabilite dal codice, il quale deve essere condiviso dai partecipanti. Quindi questo segno, messaggio codificato, viene trasmesso attraverso un canale e viene ricevuto da un ricevente e il ricevente ha una funzione speculare a quella dell’emittente: cioè il ricevitore dovrà decodificare il messaggio codificato in modo da ricavarne l’informazione da mettere a disposizione del destinatario ultimo dell’informazione stessa. Durante la trasmissione si possono creare, delle

4. funzione referenziale → centrata sul contesto, cioè quando noi utilizziamo il messaggio per parlare del contesto, una descrizione di una situazione è espressione della funzione referenziale. 5. funzione fatica → centrata sul canale, si mette in atto quando verifichiamo il funzionamento del canale della comunicazione. Es:Avete capito?, “Hai capito?”, “pronto?”. Sono tutte manifestazioni della funzione fatica. For,fari,fatus sum,fari. Latinisti che significa? Parlare.

  1. funzione metalinguistica → centrata sul codice, è quando utilizziamo il codice per costruire un messaggio e parlare del codice stesso, un esempio: il è un articolo determinativo. I messaggi possono avere anche più funzioni. Il modello di Buhler: Il modello di Jakobson, riprende anche il modello precedente di Buhler che individuava tre funzioni: rappresentativa, espressiva e di appello che richiamano e anticipano alcune funzioni del modello di Jacobson. 1. La funzione rappresentativa è la funzione referenziale , quando il messaggio è orientato verso la realtà; 2. La funzione espressiva è la funzione emotiva , quando il messaggio è orientato verso il parlante; 3. La funzione di appello è la funzione conativa , quando il messaggio è orientato verso l'ascoltatore. Il modello di Halliday: Il modello di Halliday osserva lo sviluppo delle funzioni del linguaggio nei bambini, nella fase di acquisizione della proprietà di linguaggio o facoltà di comunicazione. Queste funzioni comunicative generalmente seguono uno sviluppo predeterminato, anche se poi i tempi possono essere diversi da bambino a bambino. Ma diciamo che nell'arco dei 6-18 mesi si manifestano tutte. 1. Funzione strumentale-> il bambino inizia a comunicare esprimendo i propri bisogni e desideri (espressione: “I want” ) 2. Funzione regolativa-> che si attiva quando si cerca di controllare il comportamento di chi ascolta. Es: una bambina di 15 mesi. 3. Funzione interazionale -> si sviluppa in un secondo momento e serve per agire con gli altri, **“me and you”.
  2. Funzione personale->** che serve a rappresentare sé stessi e le proprie sensazioni nel dialogo, c'è qualcosa che ritorna anche nel modello di Jakobson. 5. Funzione euristica (EUREKA, ho trovato)-> Serve per indagare il mondo e la realtà, “tell me why” , dimmi il perché.

6. Funzione immaginativa-> che si attiva nella creazione di una propria realtà, “let’s pretend” , fingere. 7. Funzione informativa-> si attiva nella trasmissione o scambio di informazioni, “ I’m gotta something to tell you”. Il modello della dottoressa Klein: Lei ha individuato un modello comunicativo diverso → è una comunicazione che avviene su vari canali , non solo il canale verbale, ma anche quello non verbale, visivo. È una comunicazione non più lineare, ma circolare , in cui i ruoli di mittente e ricevente si scambiano di continuo tra i parlanti. Questo modello comunicativo presuppone un rapporto diretto tra ciò che si dice, ciò che è stato detto e ciò che si dirà. Attraverso una serie di meccanismi c'è un rimando a un contesto socioculturale o conversazionale che porta alla costruzione di presupposizioni e preconcetti. Cosa è il preconcetto? È un'idea che ci siamo fatti prima di conoscere le cose. In realtà il preconcetto è un meccanismo cognitivo fondamentale , è una scorciatoia cognitiva che mettiamo in atto continuamente e anzi se non avessimo questo concetto faremmo molta fatica probabilmente a fare conoscenza del mondo. Quale è il problema? Quando il preconcetto si basa su presupposizioni fasulle o generalizzazioni sbagliate nasce il pregiudizio. Nel caso di un presupposto errato c'è una sorta di disallineamento fra i parlanti che provoca incomunicabilità. Il modello di Graiss: Basa il suo modello comunicativo su un principio di cooperazione → nell'atto comunicativo siamo costantemente impegnati in un'attività di negoziazione con i nostri interlocutori. Il successo della comunicazione si ha quando questa attività di negoziazione va a buon fine, ci intendiamo sulle parole. Il successo ultimo della comunicazione è quando l'obiettivo che ciascuno dei parlanti si è prefissato nel momento in cui si impegna, viene raggiunto nell’atto comunicativo. Questi modelli ci fanno capire come la comunicazione sia un processo molto complicato che fortunatamente ci viene naturale portare avanti e che presuppone un numero elevato di fattori diversi. Trascrizione di Linguistica – 27/ Il modello più celebre per comprendere a cosa serve la comunicazione è sicuramente quello di Jacobson, che riprende in parte la dimensione umana del modello matematico di Shannon e Weaver, ma per quanto riguarda le funzioni invece il modello di Jakobson è debitore al modello di Buhler. Jacobson individua 6 funzioni: 2 più specifiche, quella enfatica e quella metalinguistica e poi quelle che noi mettiamo in atto più frequentemente sono la funzione emotiva, conativa e referenziale. Ora queste tre funzioni sono funzioni sovrapponibili alle tre

caratteristiche particolari. Sono tutte proprietà diverse, che lo connotano in maniera diversa, che però designano la stessa persona. La differenza tra denotazione e connotazione è importante soprattutto per spiegare certi usi linguistici. Altri esempi :

  1. denaro / soldi / grana La denotazione è la stessa perché designano sempre la stessa cosa ma la connotazione è diversa. Denaro quando si usa in modo formale, ma forse è meno indicato magari in una prova scritta, soldi invece è abbastanza generica, grana invece è informale, pecunio è elevatissimo, formalissimo.
  2. snello / magro / secco Anche qui la designazione è la stessa ma la connotazione è diversa, soprattutto riferendoci all’uso, ad una questione di accezioni: se una persona mi dice quanto sei snello siamo contenti perché ha un'accezione positiva; se mi dice quanto sei magro, non ha particolari accezioni, ma se mi dicessero quanto sei secco sicuramente non ha un'accezione positiva (nel senso che sei troppo magro). Quindi, anche questa differenza ci permette di capire come la questione dei rapporti tra significato e oggetti/individui della realtà è molto più complessa di quanto potremmo pensare. TEORIE:
    1. Teoria referenzialista (formale) che richiede un rapporto diretto tra l’oggetto rappresentato e la parola che lo rappresenta. Si sviluppa all’inizio del 900 ma che in parte è il prodotto di secoli di riflessione filosofica che inizia nel medioevo: “nomina sunt consequentia rerum”: i nomi sono conseguenti alle cose., quindi la parola e l’oggetto sono la stessa cosa attraverso il concetto che si forma nella vostra mente. 2. A partire dal novecento con gli studi di De Saussure invece si afferma una teoria diversa (teoria strutturalista) secondo cui il significato non ha un rapporto diretto con la realtà ma è un oggetto propriamente linguistico, ha un rapporto con il sistema linguistico. Il significato di bianco , secondo questa teoria, non è in relazione al concetto di bianco e alla proprietà bianco nella realtà ma si definisce in funzione di una serie di rapporti di opposizione, è bianco ciò che non è nero, ciò che è diverso dal nero… e questi rapporti di opposizione, di analogia, danno origine al sistema, alla struttura. In questa teoria De Saussure sta lavorando molto anche sui mutamenti di significato cioè in chiave diacronica, sui mutamenti che occorrono; nelle lingue nel tempo capita spesso di trovare parole che hanno cambiato significato. Esempio: cavallo in latino si diceva equus, una parola che per motivi scompare quindi dobbiamo trovare una parola per

dire cavallo--> Si prende una parola, che aveva un significato un pochino più ristretto, cavallus, che intendeva il cavallo da lavoro e gli si da un significato molto più ampio quello appunto di cavallo.

3. Teoria cognitivista, che dice che i segni linguistici sono un riflesso dei nostri processi mentali, cioè sono il riflesso della maniera in cui noi facciamo esperienza della realtà, questa è una teoria che si afferma soprattutto con George Labov. C’è un libro molto famoso scritto da lui che si intitola “Le metafore accanto alle quali noi viviamo” → Il concetto alla base è che quando noi facciamo esperienza della realtà lo facciamo attraverso una serie di costrutti analogici, con la nostra esperienza pregressa, a livello concettuale ma anche a livello linguistico, cioè costruiamo delle metafore che indirizzano anche la maniera di concettualizzare la nostra realtà. Esempio: per il covid si utilizzava la metafora della pandemia, della guerra e il vaccino era l'arma per sconfiggerla; questa è un’espressione non connotata, generica. Questo meccanismo aveva tutta una serie di riflessi nella maniera in cui noi concettualizzavamo tutta questa vicenda.

  1. Teoria contestualista che non si interroga sulla maniera in cui i concetti sono collegati con gli oggetti della realtà che designano, i segni (anche perché è un aspetto che rimanda anche alla soggettività) ma è molto più importante come noi utilizziamo questi segni. Gli oggetti sono designati da una certa parola che ha una certa intensione, cioè gli oggetti sono categorizzati e concettualizzati secondo la presenza o l’assenza di determinate proprietà quindi io posso dire che una aquila è un uccello, perché possiede proprietà che sono tipiche di questa categoria cioè ha le piume, ha il becco, fa le uova, le cova, vola. Alcune categorie però sono comprese in altre categorie pensate ad esempio a tre oggetti: pianta, fiore e rosa. Questi tre oggetti hanno proprietà che definiscono tre categorizzazioni che sono correlate tra loro, più propriamente le categorie di pianta sono comprese nelle categorie delle proprietà di fiore, che però ne ha anche qualcuna in più; le proprietà di fiore sono comprese nelle proprietà di rosa che però ne ha anche qualcuna in più. Ora il problema è quando abbiamo oggetti che saremmo portati a ricomprendere in una determinata categoria ma non hanno tutte quelle proprietà di appartenenza alla categoria. Esempio sempre rimanendo nella categoria di uccello: il pinguino è un uccello dal punto di vista tassonomico, linguistico anche se nella categorizzazione manca qualcosa perchè non vola. Il pipistrello vola, però poi non ha tutta una serie di altre caratteristiche che lo definiscano come un come un oggetto appartenente a

Lange è la lingua come sistema di relazioni, come un fatto sociale, mentre parole è come questa facoltà viene messa in atto attraverso i nostri atti comunicativi quotidiani. Chomsky parla di competenza-esecuzione in termini analoghi a quelli con cui de Saussure parlava di lange-parole. La competenza è il livello astratto ed indica ciò che il parlante può fare e **l’esecuzione è ciò che fa realmente.

  1. codice VS messaggio**
  1. il codice è l’insieme delle regole, delle relazioni tra gli elementi della lingua
  2. il messaggio come queste regole vengono messe in atto Quindi nella discussione su lingua e linguaggio c'è un continuo rimando alla distinzione tra astratto e concreto. Il linguaggio è discreto e articolato, cioè possiamo individuare delle unità minime, ma Martinè ne individua due tipi (La doppia applicazione del segno linguistico):
  3. unità di prima articolazione: sono unità che sono portatrici di un significato o di una funzione. Possiamo analizzare il segno linguistico in componenti minime, cioè unità minime che hanno una proprietà specifica cioè dotate solo di contenuto. Esempio prendiamo la parola ragazzo, si può scomporre in due unità: una parte è il ragazz e un’altra è -o; la prima è l’unità minima derivata dal significato lessicale, concettuale, definisce la proprietà dell’oggetto; la seconda ha una funzione quella di indicare i valori di cui puoi parlare, ossia il genere e il numero.
  4. unità di seconda articolazione: sono unità minime prive di significato che hanno una funzione particolare cioè quella di essere diverse le una dalle altre quando c’è una proprietà disgiuntiva. Sono quelle unità che noi individuiamo analizzando soltanto l’espressione e non il contenuto. Esempio: la parola forte è costituita quindi da cinque unità se individuiamo le unità minime come suoni.. qual è la proprietà distintiva? Ad esempio, quella del suono fo di essere diversa dal suono p infatti se io sostituisco f con p, ottengo una parola diversa, porte. Il fatto che queste due parole abbiano due significati diversi non dipende dal fatto che le due unità che abbiamo sostituito sono portatrici di un significato… questo appartiene a un altro livello, cioè all’analisi di prima articolazione… semplicemente ci sono due unità materialmente concretamente diverse. Lo stesso possiamo fare se ragioniamo non in termini di suoni ma in termini di unità sillabiche… morte, forte, parte, carte → sillabe non sono unità significative ma sono unità distintive, sillaba por si distingue dalla sillaba car, par, etc. Allo stesso modo, attraverso proprio questa unità distintiva, possiamo riconoscere i suoni che sono identici cioè delle unità di seconda articolazione che sono identiche, che sono le stesse unità… porte e forte… in queste due parole diverse ci sono quattro unità di seconda articolazione che si ripetono.

Altri due concetti che noi vedremo spesso:

  1. sincronia e diacronia: la sincronia è quando si studia, analizza, osserva un fenomeno linguistico senza considerare le varianti nel tempo, ciò che noi stiamo facendo adesso è perlopiù lavoro sincronico, studio sincronico della lingua. Esempio: la parola nero la possiamo analizzare attraverso rapporti di significato con altre parole della stessa sfera semantica, ma possiamo anche studiare ad esempio l’origine di questa parola e a questo punto mettiamo in atto uno studio di tipo diacronico , cioè consideriamo le varianti nel tempo , la maniera in cui una parola è mutata nel corso del tempo. Nella linguistica scientifica nell’800 nasce prima di tutto questo studio diacronico, ci studiano soprattutto le lingue europee, per cercare di trovare antenato comune a tutte le lingue. Ultimo concetto è la differenza tra sintagma e paradigma: rapporti sintagmatici e paradigmatic i. Nella frase “il cavallo corre sul prato”, il sintagma, l’espressione il cavallo intrattiene dei rapporti con il verbo corre, tanto che produce accordo. Corre è la terza persona singolare perché il soggetto è il cavallo, questo rapporto che fra due elementi linguistici che concorrono nello stesso enunciato si chiama rapporto sintagmatico, rapporto in presentia perché gli elementi sono entrambi presenti nella frase, concorrono. Il cavallo però nella frase ha una serie di rapporti anche con altri elementi che non sono presenti nella frase ma che anzi possono sostituirlo nella frase, il cavallo può essere sostituito dal cane, dal bambino. Questi rapporti sono definiti in absentia e si chiamano rapporti paradigmatici. Trascrizione 28/. PRAGMATICA. Vi dicevo che una lingua è un sistema che ha al suo interno tanti sistemi ed è per questo che possiamo definirla un “sistema di sistemi” definibili “livelli di analisi”:
  1. dal punto di vista dei suoni studieremo la fonetica
  2. dal punto di vista delle unità significative studieremo la morfologia (lessico, la semantica).
  3. dal punto di vista delle possibili configurazioni tra unità studieremo la sintassi
  4. dal punto di vista della costruzione di un testo studieremo la linguistica testuale.
  5. C’è poi un ulteriore livello che in qualche modo li comprende un po' tutti e che mette in relazione la lingua con l’esterno, in particolare con l’uso che i parlanti ne fanno; questo livello si chiama pragmatica, dal greco “fare”. Quindi la pragmatica è il livello di analisi del linguaggio che prende in considerazione non solo l’enunciato ma anche il contesto in cui

una richiesta? Sulla base di che cosa? Dal contesto, dalle nostre pratiche comunicative. Faccio un altro esempio: “ti va un caffè?” che cos’è questo? È un invito, però è costruito come una domanda. Soltanto grazie ai dati di contesto, alle conoscenze pregresse, alle presupposizioni, alle impalcature noi siamo in grado di capire che in realtà non è una domanda ma è un invito a prendere un caffè. E noi mettiamo in atto questi meccanismi continuamente nel nostro modo di parlare, nei nostri atti comunicativi. “Sai l’indirizzo email del professore?” Come rispondete? “Si”, perché capite che non è una domanda sulle vostre competenze ma è una richiesta, un’informazione; è così chiaro che potreste anche non rispondere si ma semplicemente dicendo l’indirizzo email. Quindi già da questi banalissimi esempi capiamo che la comunicazione non può prescindere da dati di contesto e quindi questo ci porta subito a interrogarci su una cosa: CHE COS’È IL CONTESTO? Il primo a parlare di pragmatica è Charles Morris e si occupa in realtà di semiotica ma, studiandola (la scienza che studia i segni, il segno), dice: “La semiotica si distingue in 3 campi fondamentali” e a volte vengono tradotti come: sintassi, semantica e pragmatica ma spesso si preferisce lasciarli non tradotti. La sintassi, la semantica e la pragmatica a volte hanno significati un po' diversi da quelli individuati da Morris.

1. La sintassi o syntactic è, secondo Morris, lo studio delle relazioni tra segni (se ci pensate i rapporti sintagmatici li abbiamo spiegati proprio così). 2. La semantica , semantic, è invece lo studio delle relazioni tra i segni e gli elementi della realtà cui esse rimandano (l’abbiamo visto parlando delle varie teorie sulla semantica).

  1. La pragmatica , pragmatics, è lo studio delle relazioni tra i segni e gli utenti del codice; cioè è lo studio di come gli utenti usano i segni. Un’altra definizione l’abbiamo con Levinson , che ha scritto un manuale famosissimo sulla pragmatica che dice: “la pragmatica è lo studio delle relazioni tra la lingua e il contesto, che sono fondamentali per spiegare la comprensione della lingua stessa”. Cioè, sostanzialmente, noi studiamo quei rapporti tra la lingua e tutti quei dati esterni, che chiamiamo contesto, senza i quali non saremmo in grado di capire ciò che diciamo e ciò che ci viene detto. Secondo Levinson la pragmatica studia i rapporti che ci sono fra la lingua, cioè il codice, e il contesto, cioè tutti quei dati, quelle informazioni che non sono immediatamente disponibili dall’analisi dei nostri enunciati ma sono esterni e sono fondamentali per capire realmente che cosa diciamo, che cosa ci viene detto.

Il contesto è tutta quella serie di elementi che noi desumiamo dal momento e dal luogo in cui avviene l’evento comunicativo, quindi la situazione spazio- temporale , ma non solo anche la situazione psicologica incide molto sul contesto. Anche le conoscenze condivise , sono parte del contesto così come anche i nostri obiettivi , ciò che vogliamo ottenere nel momento in cui parliamo, quali sono i nostri scopi, le nostre aspettative impegnandoci nella comunicazione. Ancora, ciò che abbiamo detto in precedenza e ciò che ci prepariamo a dire nell’immediato futuro. Tutto questo, che si chiama COTESTO o CONTESTO LINGUISTICO , è parte del contesto. Quindi il contesto è un’espressione intuitivamente chiara ma difficile da definire e si compone sostanzialmente di tre elementi:

1. Le conoscenze condivise: cioè l’insieme di credenze sociali e culturali sul funzionamento del mondo che i parlanti condividono o credono di condividere, compresa la conoscenza del codice linguistico. Maggiore è la condivisione di conoscenze tra i parlanti, minore sarà la necessità di esplicitare i riferimenti della realtà. 2. La situazione comunicativa contingente : quindi sia la situazione spazio- temporale sia tutto ciò che ci ruota attorno: le relazioni interpersonali, le aspettative, gli scopi dei partecipanti all’atto comunicativo.

  1. Il cotesto o il contesto linguistico: cioè il discorso in atto e le conoscenze che esso ha generato. Allora, dicevamo, il contesto è fondamentale perché ci permette di comprendere il senso degli enunciati che proferiamo e non ne possiamo fare a meno perché, in linea di massima, ogni codice soffre alcuni limiti che possono essere superati solo grazie al contesto. In realtà, per come la vedo io (lo vedremo meglio dopo) sono dei limiti ma in realtà è ciò che rende il codice effettivamente utilizzabile. 1. Il primo limite è l’OMONIMIA: quando due parole, o espressioni, “hanno identico significante ma diverso significato” cioè due parole hanno la stessa forma espressiva ma due significati totalmente diversi. C’è “mora” come frutto e dall’altra “mora” come ritardo. 2. Il secondo limite è la POLISEMIA: è quando ad un significante corrispondono più significati. La parola è sempre la stessa ma assume connotazioni diverse; esempio di cuoio, è pelle e il cuoio capelluto è sempre pelle. 3. Il terzo limite è l’AMBIGUITÀ: molto spesso i nostri enunciati hanno più interpretazioni possibili perché contengono forme che si prestano a patti di omonimia o polisemia. 4. Il quarto limite è la VAGHEZZA: quando un termine, una parola, un enunciato, non sono sufficientemente specificati riguardo al significato.

paradosso è che, per avere queste informazioni, dobbiamo osservarli. Non bisogna pensare alla scrittura e alla punteggiatura che è parte della scrittura. Inoltre, la punteggiatura qui non serve. La virgola tra soggetto e predicato NON si mette mai.

7. “La mia squadra ha perso” → Potrebbe essere“la squadra in cui gioco”, “la squadra che tifo” oppure “la squadra che possiedo”. I pronomi possessivi sono un caso da manuale di vaghezza; sono vaghi; mettono in relazione un elemento nominale e uno dei partecipanti all’atto comunicativo ma in maniera vaga.

  1. “Nuoce gravemente alla salute” → Manca il soggetto e questa informazione ce la da il contesto. Questo enunciato è INDETERMINATO. Questi sono dei limiti ma anche delle potenzialità perchè le nostre capacità mentali, cognitive sono limitate. Se noi avessimo un codice che ha una parola diversa per ogni entità della realtà, per ogni fatto, per ogni processo della realtà noi semplicemente ad un certo punto non potremmo più utilizzarlo quel codice. Invece, grazie a questa combinazione di elementi finiti di un codice e di rimandi al contesto, noi possiamo sfruttare appieno tutte le potenzialità del codice. Quindi sono dei limiti ma sono dei limiti che in realtà arricchiscono le nostre capacità comunicative. Il nostro codice, la nostra lingua è limitata e questo ci permette di sfruttarla al meglio. Trascrizione del 29/02/ Un ulteriore caso di omonimia danno come danneggiamento e danno come voce del verbo dare→ è un caso di omonimia e come vi dicevo è relativamente frequente trovare casi di omonimia tra sostantivi da una parte e voci verbali dall’altra. Abbiamo detto che per CONTESTO si intendono almeno tre elementi:
  • le conoscenze condivise, tra i parlanti;
  • la situazione comunicativa contingente, cioè i riferimenti spaziotemporali, e quella che Ahims chiama la scena, cioè ci sono delle situazioni ricorrenti che comportano delle modalità comunicative analoghe -e il cotesto o il contesto condiviso, cioè la serie di enunciati all’interno della quale è collocato il nostro enunciato e con cui intrattiene tutta una serie di relazioni. Esempio: “C’era una volta il re, il re era triste”. Se prendete soltanto la seconda porzione di testo “il re era triste” vi da un soggetto della frase già definito perché introdotto nel testo dall’enunciato precedente. L’enunciato, non è un sinonimo di frase: La frase , è una costruzione astratta che applica alla perfezione le regole del sistema, del codice, della lingua.

L’enunciato invece è una sequenza di parole, di forme linguistiche comunque che è calato in una situazione comunicativa concreta. Può essere breve o lungo, ma soprattutto non necessariamente rispetta tutte le regole della grammatica come avviene nella frase.

  • La frase è l’unità minima di testo, formalmente accettabile e completa dal punto di vista grammaticale.
  • L’enunciato è una sequenza verbale prodotta oralmente o per iscritto in una situazione comunicativa concreta. Quindi l’enunciato è qualsiasi forma comunicativa concreta calata in un contesto non necessariamente rispondente a tutte le regole stabilite dal codice. La pragmatica è fondamentale anche per un altro fenomeno che si chiama deissi. La deissi è la capacità delle lingue di codificare aspetti del contesto tramite un campo indicale , che al suo centro ha un origo che è la fonte delle coordinate****. Se dico “qui” l’origo è il parlante mentre se dico “lì”, è lontano dall’origine del campo indicale ma l’origo è sempre il parlante. Questo è sempre Levinson e r iguarda la maniera in cui noi codifichiamo quest’aspetto del contesto e li interpretiamo. Vediamo quanti tipi ce ne sono: Deissi personale→ è quella che troviamo nei pronomi personali. L’atto comunicativo presuppone sempre un io→ che parla e un tu→ che ascolta, che poi si scambiano. “Lui” o “Lei” sono coloro che non partecipano all’atto comunicativo e il “ noi ” può significare io e tu cioè il parlante e l’ascoltatore ma può significare anche un’altra cosa “noi” cioè “ io e un’altra persona ma non tu ”. Questi due noi si distinguono dal fatto se è considerato nel “noi” il tu oppure no, cioè l’ascoltatore. Se l’ascoltatore è considerato abbiamo a che fare con un noi inclusivo , se invece l ’ascoltatore non è considerato nel “noi” il noi è esclusivo. Ci sono molte lingue che non fanno questa distinzione, ad esempio il quechua che è una lingua parlata da diversi milioni di persone nell’area delle Ande centrali, in Sud America: Bolivia, Perù. In Italiano non è cosi, il “noi” è ambiguo può valere sia come noi inclusivo che come noi esclusivo e lo capiamo attraverso il contesto. Deissi spaziale→ Qualcosa lo abbiamo già visto con “qui” e “lì”, ma lo stesso si può dire con gli aggettivi come “questo” o “quello”. Questo, è una cosa vicino al parlante, quello è una cosa frontale al parlante (origo=parlante). In Italiano formale si utilizza anche “codesto” che significa vicino all’ascoltatore e quindi in questo caso l’origo è l’ascoltatore, quindi in questo caso c’è un mutamento di campo indicale perché cambia l’origo. E così anche per gli avverbi “costì” e “costà” = un posto vicino a chi ascolta. Ma sei tu con le tue scelte linguistiche che stabilisci qual è l’origo, la fonte delle coordinate del campo indicale, cioè in relazione a che cosa noi stabiliamo il significato di un’espressione deittica.