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Diventare adulti - libro
Tipologia: Sintesi del corso
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“Ridateci gli adulti” -> al giorno d’oggi si pensa che gli adulti non ci siano più. Un tempo era considerato il cardine entro il quale ruotava tutto. Oggi quest’immagine si è molto sfumata, tant’è che ci si chiede dove sono finiti. Quello che prevale oggi negli adulti sembra essere il disorientamento, l’incertezza, l’inconsistenza e a volte sembra rovesciarsi il piano delle cure: finiscono per essere i giovani a prendersi cura degli adulti. La metafora del pifferaio magico -> egli non remunerato per la disinfestazione dei ratti, trascina con sé tutte le nuove generazioni e le rinchiude in una caverna. Ci si chiede se, oggi, topos della fiaba non si sia rovesciata, e, anziché essere scomparsi i bambini, non siano scomparsi gli adulti. La morale della favola del pifferaio magico sarebbe che le colpe dei padri ricadono sui figli. Secondo l’interpretazione di Brecht la scomparsa dei bambini è vista come accesso a una situazione migliore lontano dagli adulti scarsamente esemplari. Il pifferaio, non essendo stato retribuito, riprende a suonare e porta con sé tutti i bambini della città all’interno della montagna, da cui non si potrà più uscire. Al giorno d’oggi si registra la sparizione degli adulti dalle vie delle nostre città. Ci sono molti esempi di un’ inversione dei ruoli che costringe a fare i conti con adulti incerti , disorientati, inconsistenti e con giovani che devono prendersene cura e proteggerli. Da quali chiavi dovremmo liberarci prima che infettino le nuove generazioni? Violenza sulle donne, corruzione, accaparramento di ogni bene a danno degli altri. Nel passato si parlava di sforzo per migliorare se stessi, oggi ci si accontenta di cercare se stessi , naturalmente prima di poter fare qualcosa per l’altro, devo essere in grado di occuparmi di me stesso. Il problema però è che il soggetto non è più teso a migliorare se stesso, ma solamente a cercare se stesso per un tempo troppo prolungato L’ arco della vita = questo concetto sottolinea il fatto che Questa metafora non funziona, poiché se non accettiamo l’esistenza di diversi modelli di adultità, rischiamo di eliminare come non sufficientemente prestante qualsiasi categoria di adulto che non rientra nelle categorie standard. Alcune categorie, dunque, restano escluse, per poter ottenere un modello unico. Esistono categorie “ particolare di adulti ” difficili da raccordare ai canoni dell’adultità:
L’autonomia è oggi la categoria adatta per qualificare un adulto, cioè qualcuno che non è solo, ma da solo deve farsi carico di se stesso. Rispondere all’interrogativo chi sia l’adulto è differente dal rispondere al chi sia adulto:
Prenderemo in considerazione due visioni, chi è l’adulto , secondo un ottica descrittiva, e, chi è adulto , secondo un ottica dunque interpretativa e pedagogica. Durante la nostra esistenza portiamo in noi il bambino che siamo, cresciamo ma restiamo fedeli alla nsotra identità. Una limitazione resta che non possiamo resettarci , ma possiamo costruire sulle basi già impostate (non si crea dal nulla). Esistono due orientamenti fondamentali nella lettura dell’adultità:
passato = una volta diventati genitori lo si sarà per sempre, non si piò cambiare questa categoria. Di fatti è uni dei life-markers che viene sempre più posticipato dai giovani. Questi momenti sono messi in una successione, che nel passato, era estremamente rigida -> erano considerati dei “ riti di passaggio ” per accedere all’adultità; al giorno d’oggi invece vi è più flessibilità e varietà sociale, vi è sì più autonomia, ma anche più tensione, rischio di fallimento, stress e senso di insicurezza. Dunque anche per la definizione sociologica di adulto il quadro è mutato significativamente rispetto al passato. L’ingresso nel mondo professionale, matrimonio/ convivenza, maternità/paternità non rivestono più la medesima importanza. L’uscita dalla famiglia di origine viene sempre più posticipata, la procreazione non coincide più con la realizzazione femminile ecc. tali marcatori non sono più irreversibili (tranne la procreazione). L’ autorealizzazione è la categoria maggiormente utilizzata oggi per indicare un soggetto che antepone l’evoluzione individuale a prerogative più sociali. Maturità e autonomia : ci si trova spesso a dover contrastare a posteriori gli effetti del prevalere dell’irrazionale nel comportamento dell’uomo. Esiste la possibilità di coniugare intelligenza ed emotività, se il rapporto non è di controllo o di rimozione di una delle due, ma di interazione e arricchimento vicendevole. Leopardi: non bisogna estinguer la passione con la ragione, ma convertir la ragione in passione, in ragione appassionata. I riti di passaggio I riti di passaggio corrispondono ai cosiddetti compiti di sviluppo , un compito che si presenta in un determinato periodo di vita di un individuo e la cui buona soluzione conduce al successo nell’affrontare i compiti successivi, e viceversa. Rito di passaggio = rito che in passato ti permetteva di diventare adulto. Oggi queste transizioni sono sempre più individuali , poco definiti e negoziabili. Sono dunque venuti meno questi riti di passaggio comunitari e gestiti da precise norme ed eventi visibili. Il soggetto dunque viene lasciato solo nell’affrontare sfide e mutamenti.
2. Ottica interpretativa/pedagogica Categorie di questa seconda parte sono l’autorealizzazione e l’ autonomia del soggetto, che spesso viene intesa con il non avere vincoli sociali, e questo porta così la persona ad imporseli da sola. Di fronte al prevalere della razionalità, di rigidità e controllo del passato, si è passati invece ad un prevalere della irrazionalità -> nessuna delle due istanze deve essere bloccata, anzi la capacità di farle interagire è indice di libertà. Non bisogna estinguere la passione con la ragione, ma convertire la ragione in passione, quindi trasformare la ragione “fredda” in una ragione “appassionata” che mi permette di gestire le mie emozioni.
Qualsiasi definizione venga data finisce per diventare non solo espositiva, ma anche normativa, nel senso letterale di dettare la norma relativa al fenomeno descritto a cui i soggetti tendono ad adeguarsi. I due criteri che verranno interpellati per chiedere chi è adulto sono di natura pedagogica e psicologica.
**1. Scelta
L’educazione mira alla formazione dell’uomo completo come persona. La pedagogia, che non si è mai limitata al proprio etimo (paidos), non ha come obiettivo la produzione di un uomo perfetto a cui non manca nulla. L’arco della vita e l’uomo perfetto Per millenni l’individuo adulto è stato considerato l’apice, il risultato ottimale e insuperabile del processo di sviluppo dell’uomo. L’Homo erectus sarebbe caratterizzato dalla dimensione verticale e diritta e atterrebbe all’adulto che assomma in sé i caratteri ontogenetici e filogenetici garantiti all’uscita dalle caverne. Anche nel mito della caverna di Platone la stazione eretta è la prima conquista del prigioniero. Anche le età dell’uomo sono sempre state considerate come collocate lungo una dimensione verticale. In alcune raffigurazioni si mostrano le età dell’uomo a partire dalla nascita, per raggiungere al culmine della figura adulta posta al vertice dell’arco, e poi una discesa rovinosa che si conclude con la morte. Le età dell’uomo vengono quindi mostrate distribuite, a partire dalla nascita, in un crescendo di sviluppo fisico e psico-sociale fino a giungere al culmine della figura adulta posta al vertice dell’arco, cui segue immediatamente una serie di immagini relative all’invecchiamento poste in una discesa rovinosa che trova conclusione nella morte del soggetto (vedi figura a p. 28). Noi non crediamo alla metafora dell’arco della vita secondo la quale solo nella parte centrale del tragitto si compirebbe la realizzazione dell’uomo adulto, poiché adottare questa visione significa non attribuire specifico valore a ciascuna delle diverse età dell’uomo: i primi decenni finiscono per diventare solo preparatori e strumentali e gli ultimi decenni consisterebbero in una semplice attesa del decesso, prefigurando solo periodi infelice di declino psichico e di decadimento fisico ➔ (^) La realizzazione del soggetto (compiutezza dell’essere) , invece, attiene a tutte le sue età e caratterizza tutta la vita. Ciascuna fase evolutiva, dalla nascita al termine dell’esistenza, ha propri livelli ottimali e specifici traguardi che non coincidono certo con la preparazione all’età successiva. È tramontata da tempo l’epoca in cui si riteneva che il bambino fosse un adulto in miniatura o ancora imperfetto. Esiste una perfezione dell’infante e del fanciullo e anche dell’adolescente se il concetto viene inteso vicino alla compiutezza dell’essere. Se perfetto è ciò che ha raggiunto il proprio scopo, qual è lo scopo dell’essere bambino o adolescente? Si fa accenno al fatto che l’uomo si sviluppi solo nella parte centrale. Noi invece siamo persuasi che la realizzazione avviene in ogni momento della vita. Per realizzazione si intende uno status in cui non manca più nulla, invece la realizzazione è la compiutezza dell’essere, il momento in cui ha raggiunto i suoi scopi e traguardi. Alla metafora dell’arco della vita è preferibile la visione di Jung che propone di suddividere l’esistenza in due soli momenti:
E’ possibile suddividere la vita dell’uomo in fasi attraverso le teorie stadiali, la fase considerata come uno stadio, ognuno preparatorio a quello successivo. 4 autori
configurazioni che le persone e i gruppi conferiscono alle loro esistenze. Sigmund Freud Si dedicò prevalentemente alle fasi dello sviluppo della sessualità correlata alla parte psichica del soggetto. Secondo egli, una parte del corpo nel tempo prende coscienza di sé, e portando gratificazione, consente lo sviluppo del soggetto. La regressione viene negata (elemento fortemente criticato).
Benché l’età adulta sia compresa tra i 18 anni e la scomparsa dell’individuo, si considerano gli anni oltre i 60 come periodo a sé -> dunque alla piena maturità dell’uomo appartengono circa 40 anni. Il tempo: concezione ciclica -> è il tempo delle società primitive, legate all’attività agricola, all’alternarsi del sorgere del sole e delle stagioni.
La fatica del tirocinio adulto Il primo periodo (20-35) viene definito da Nietzsche l’estate della vita, consiste nell’ ingresso nell’età adulta. Le decisioni di questo periodo hanno carattere formativo e di messa alla prova delle proprie convinzioni.
L’adulto post-moderno, incerto, ma presuntuoso, sempre in crisi e sempre pronto a proclamare i propri diritti -> lo spirito diviene leone, egli vuole come preda la sua libertà ed essere signore del proprio deserto. Lo spirito del leone dice “ io voglio ” -> il leone è necessario allo spirito perché non basta la bestia da soma che a tutto rinuncia.
L’ autorealizzazione è la categoria cui più si aspira oggi. In questa tensione, esiste una maggioranza di elementi legati all’interiorità del soggetto, rispetto alle più tradizionali prerogative pubbliche e socialmente determinate; in realtà, l’individuo minore o adulto che sia, tiene d’occhio il successo ottenuto tramite l’approvazione sociale: sono semplicemente cambiate le forme di quest’ultima. Se in passato, la percezione di essere un soggetto “riuscito” coincideva con l’adeguarsi alla normalità prescritta dal contesto, ai giorni nostri la riuscita risulta sancita dalla visibilità mediatica, che è un contesto ma più pervasivo. Inoltre, molti cercano il senso del proprio percorso individuale verso l’autorealizzazione solo in ciò che ciascuno ‘sente’ essere il proprio compimento. A tal proposito, viene contrapposto a questo “ mi-sentismo ” la metafora di Rilke del coperchio del barattolo (p. 45), che non dovrebbe avere alcun altro desiderio di trovarsi sul proprio barattolo avvitato alla sottile filiera >> gli uomini (coperchi del barattolo) non desiderano più avvitarsi alla propria esistenza restando vincolati alle proprie attività, al proprio contesto e appena l’occasione si presenta, saltano giù dal barattolo e rotolano via. Occorre invece raccogliere le proprie forze e riposare in cerchio sopra se stesso, intendendo il raccogliersi e raggiungere il proprio senso. Si parla di un “ disagio adulto” , poiché gli adulti non riescono a trovare un proprio punto d’appoggio e consistenza nella propria vita. L’adulto è oggi sia destinatario di formazione, sia attore di interventi educativi nei confronti dei minori, attività tra loro correlate; infatti anche l’adulto e non solo il bambino, necessita di formazione e, solo se quest’ultima condizione viene soddisfatta, può prendersi cura degli altri. L’adultità assume il valore sia di pietra di paragone della realizzazione dell’esistenza di ciascuno sia di traguardo e fine dei processi educativi rivolti alle nuove generazioni. In alcune epoche, come la nostra, l’identificazione dell’adultità risulta più difficile che in altre: potrebbe essere scomparsa o solo mutata.
Dov’è finito l’adulto? Si è chiesto Antonio Scuriati. “L’età adulta viene rimpianta come il periodo nel quale viene il tempo del lavoro, del decoro, del ponderato affanno e del giusto ristoro. Quando arriva il momento di piantare l’albero, per molti quel tempo non viene”. Vi è un rimpianto per ciò che la maggior parte delle persone, oggi, ritiene superfluo, ma quando arriva il momento di piantare l’albero, ovvero lasciare il proprio segno, se la nostra vita ha avuto un senso questo sarà possibile. Occorre notare che anche il concetto di crescita è cambiato -> non sono previste più tappe e gruppi omogenei di soggetti, tenuti assieme da caratteristiche medie comuni che marciano compatti, ma tragitti in cui prevalgono periodi di instabilità, mentre questi dovrebbero alternarsi a momenti di chiarezza e sicurezza. Siamo di fronte a una delle tante trasformazioni dei modelli e dei ruoli a cui la storia dovrebbe averci abituato, e che non sempre sono nefasti -> occorre trovare l’antibiotico che colpisca il disagio attuale di adulti e minori. Alcune dinamiche di questo disagio sono evidenti: tendenza a posticipare l’ingresso nell’adultità (non ci si riesce a liberare dell’adolescenza), molti sembrano transitare direttamente dalla immatura giovinezza alla decadenza non autosufficiente della senilità. Peter - panismo -> il soggetto sembra adulto, ma è eternamente adolescente, ha nostalgia di quest’età. Secondo egli, l’adolescenza, l’essere di fronte a molte alternative, ma non prenderne nessuna, è la condizione migliore per l’intera esistenza umana. Appiattendo l’adultità su questa categorie adolescenziali, si passa alla non autosufficienza/vecchia, poiché si rischia di eliminare del tutto l’intera categoria dell’adultità. Geremiadi e trasformazioni : “ dove c’è un bambino che lancia la sua sfida per crescere, la ci deve essere un adulto pronto a raccoglierla ” (Winnicott). Di che sostanza deve essere l’adulto capace di raccogliere le richieste e le sfide dei minori? Si potrebbe dire di una sostanza solida: per poter orientare con opportuni riferimenti il viaggio di chi a lui si affida (ma l’affidabilità dell’elemento solido potrebbe essere confusa con la durezza) Di che pasta è fatto oggi l’adulto? All’adulto sono rivolte molte accuse che si trasformalo in sterili geremiadi: o (^) Un adulto che pensa a se stesso come soggetto cui i medesimi diritti sarebbero stati fino ad ora conculcati è ben deciso a riprenderseli concedendosi il tutto e subito del principio di piacere freudiano. o (^) Un adulto che vive il figlio come una palla al piede che gli prosciuga energie o (^) Un adulto che si propone a volte come cuscino, a volte come lupo senza essere se stesso:
Al giorno d’oggi, alcuni momenti vengono percepiti impossibili da superare senza un sostegno dal punto di vista psicologico/psichiatrico/medico; tutti sono affetti da complessi, coloro che non sono stati educati vengono dichiarati affetti da ipercinesi. nell’adulto, lo stress è normale, attiva, muove l’adulto. In un’esistenza normale, a una situazione di stress deve subentrare il recupero di energie, per poter riaffrontare lo stress e via dicendo. La patologia subentra quando a fronte di uno stress io non ho una possibilità di recupero, per diverse motivazioni, in quel momento allora subentra la possibilità di un sostegno Vi sono diverse categorie di disagio
si può trasformare in devianza se non accompagnato. Per devianza si intende un’uscita dal rispetto delle regole e delle norme sociali -> a fronte della devianza il gruppo sociale si difende dal deviante, contenendolo in riformatori o in prigione, affinché questa mancanza di rispetto dell’altro non nuoci al contesto sociale o ai suoi singoli. Per disadattamento si intende un mancato adattamento. Esso può avere una connotazione negativa o “positiva”:
In tema di fragilità, la tradizione tende a indicare come soggetti a rischio i minori e chiama gli adulti, supposti essere resistenti, invulnerabili, a far da supporto alla debolezza delle nuove generazioni come un solido traliccio. Fragilità: urti e logorio -> l’ineluttabile transitorietà della fragile costituzione umana può essere considerata positiva, perché non saremmo umani se non fossimo fragili. Noi tutti nasciamo fragili, ma vulnerabili lo si diventa. Il concetto di fragilità non sempre e non solo deve evocare i negativi significati di caducità, incompiutezza, incapacità -> esiste una naturale incompiutezza dell’uomo che è condizione di apertura al possibile e al miglioramento.
Diffusione di un disagio non ancora patologico Gli studi di carattere clinico sul bambino hanno fornito strumenti diagnostici per identificare e affrontare i rischi psicopatologici connessi allo sviluppo ritardato o alterato di funzioni motorie, relazionali, linguistiche o le patologie di disabilità fisica e psicologica. Tutto ciò consente agli educatori di aver chiaro il problema e di attuare strategie per farvi fronte con il necessario distacco professionale (che preserva l’adulto dall’ammalarsi a propria volta. Tuttavia, una lunga serie di comportamenti difficilmente inquadrabili ma noti e diffusi oggi creano reazioni di insofferenza e di rigetto soprattutto perché l’adulto non capisce.
È evidente che ci sono bambini facili e bambini a zig zag che nel loro volo solo apparentemente scoordinato tentano di lanciare segnali in ogni direzione che però l’adulto rete manca e non raccoglie e l’adulto-specchio riflette ritornando al bambino ulteriore disorientamento. Alcuni esempi del “ normale disagio ”:
La debolezza del bambino si evidenzia in questi casi proprio nella sua incapacità di dare una veste accettabile alla sua richiesta di soccorso: come un naufrago, che non sa se esista qualcuno fuori dai confini della sua isola, lancia un sos generico rivolto a eventuali uomini di buona volontà casualmente di passaggio, così i minori lanciano invocazioni disordinate che paiono provocazioni e che finiscono per disturbare anziché suscitare assistenza. Se il bambino comunicasse esplicitamente a livello verbale la propria richiesta d’aiuto, probabilmente troverebbe adulti disposti ad accoglierla perché è ritenuto normale sentirsi interpellati dai minori e anzi, ci si sentirebbe gratificati e ci si sentirebbe una figura significativa per loro. L’utilizzo del codice verbale presuppone rielaborazione e quindi situazione sotto controllo; invece, il minore è tale per definizione proprio perché non è ancora in grado di manifestare e gestire adeguatamente le proprie esigenze e quindi lancia “ messaggi nella bottiglia” attraverso i suoi più immediati mezzi di comunicazione che sono il corpo e il comportamento. È ovvio che, come un bambino che sta bene comunica e contagia positivamente gli adulti a lui intorno, altrettanto stanno male coloro che sono a contatto con minori colpiti da un malessere non definito, proprio perché non definito. Ma non si può soccorre un naufrago naufragando a propria volta. Cosa rende possibile dunque affrontare le richieste d’aiuto e lo stato di malessere del bambino senza lasciarsene contagiare? Se il bambino lancia richiami senza pensiero attraverso il comportamento, l’adulto non deve far altrettanto ricevendo la comunicazione nello stesso modo, senza pensiero, e cioè attivando reazioni involontarie o inconsapevoli. L’adulto educatore deve imparare a non re-agire al comportamento del bambino ma ad agire sulla base di ciò che apprende dall’osservazione di lui, che è come dire che deve imparare a trasformare la naturale simpatia con il bambino in una capacità di consapevole empatia , che non è innata ma da costruirsi. Ovviamente, tutto ciò presuppone un adulto che sia veramente adulto, un soggetto cioè che non abbia solo un certo numero di anni di età anagrafica in più rispetto al minore ma che, sia divenuto un “grande”, qualitativamente diverso rispetto a quand’era a propria volta piccolo. Mentre nel passato, prima della scoperta dell’infanzia, il bambino era considerato un adulto in miniatura, oggi è in atto un’opposta dimenticanza dell’adultità , che per certi versi diamo ormai per scomparsa a favore di un qualcosa di ancora non ben definito: sembra infatti che il bambino non paia un adulto ristretto, ma che i grandi si strizzino nei panni reali e metaforici dei minori, crescendo appiattiti/sempre uguali a se stessi dall’infanzia in poi, aspettandosi di non declinare mai L’adulto roccia o rete? La soluzione al problema della fragilità/disagio infantile passa anche attraverso un’accurata analisi delle trasformazioni dell’adulto. Al pari delle onde simil radar, per il bat-child è indispensabile trovare un solido adulto che rimandi al minore, che procede a zig zag, una presenza costante e un percorso esigente. Esercitargli agli urti che dovranno sostenere un giorno sosteneva Rousseau. Un pipistrello difficilmente sbatte contro una roccia poiché i rimandi sono molto forti, mentre facilmente sbatte contro una rete (Nicolodi). E il pericolo che un giovane cresciuto senza ferme