Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Diventare adulti, Sintesi del corso di Pedagogia

Diventare adulti - libro

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 27/12/2021

Gre99
Gre99 🇮🇹

4.5

(13)

39 documenti

1 / 47

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
“Diventare adulti”
Formazione e nuovi modelli per contrastare la scomparsa dell’adulto
“Ridateci gli adulti” -> al giorno d’oggi si pensa che gli adulti non ci siano più. Un tempo era
considerato il cardine entro il quale ruotava tutto. Oggi quest’immagine si è molto sfumata, tant’è
che ci si chiede dove sono finiti.
Quello che prevale oggi negli adulti sembra essere il disorientamento, l’incertezza, l’inconsistenza e
a volte sembra rovesciarsi il piano delle cure: finiscono per essere i giovani a prendersi cura degli
adulti.
La metafora del pifferaio magico -> egli non remunerato per la disinfestazione dei ratti, trascina
con sé tutte le nuove generazioni e le rinchiude in una caverna. Ci si chiede se, oggi, topos della
fiaba non si sia rovesciata, e, anziché essere scomparsi i bambini, non siano scomparsi gli adulti.
La morale della favola del pifferaio magico sarebbe che le colpe dei padri ricadono sui figli.
Secondo l’interpretazione di Brecht la scomparsa dei bambini è vista come accesso a una
situazione migliore lontano dagli adulti scarsamente esemplari.
Il pifferaio, non essendo stato retribuito, riprende a suonare e porta con sé tutti i bambini della città
all’interno della montagna, da cui non si potrà più uscire.
Al giorno d’oggi si registra la sparizione degli adulti dalle vie delle nostre città. Ci sono molti
esempi di un’inversione dei ruoli che costringe a fare i conti con adulti incerti, disorientati,
inconsistenti e con giovani che devono prendersene cura e proteggerli.
Da quali chiavi dovremmo liberarci prima che infettino le nuove generazioni? Violenza sulle donne,
corruzione, accaparramento di ogni bene a danno degli altri.
Nel passato si parlava di sforzo per migliorare se stessi, oggi ci si accontenta di cercare se stessi,
naturalmente prima di poter fare qualcosa per l’altro, devo essere in grado di occuparmi di me
stesso. Il problema però è che il soggetto non è più teso a migliorare se stesso, ma solamente a
cercare se stesso per un tempo troppo prolungato
L’arco della vita = questo concetto sottolinea il fatto che
Questa metafora non funziona, poiché se non accettiamo l’esistenza di diversi modelli di adultità,
rischiamo di eliminare come non sufficientemente prestante qualsiasi categoria di adulto che non
rientra nelle categorie standard. Alcune categorie, dunque, restano escluse, per poter ottenere un
modello unico.
Esistono categorie “particolare di adulti” difficili da raccordare ai canoni dell’adultità:
-Anziano: troppo adulto? La persona anziana è chi vince la corsa o chi arranca tra solitudine,
isolamento, declino intellettuale?
-Malato: mai più adulto? L’adulto malato sente che non potrà tornare ad essere secondo gli
standard dell’adultità
-Soggetto disabile: mai adulto? Una volta adulto, deve affrontare una generalizzata incapacità di
considerarlo grande
1
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f

Anteprima parziale del testo

Scarica Diventare adulti e più Sintesi del corso in PDF di Pedagogia solo su Docsity!

“Diventare adulti”

Formazione e nuovi modelli per contrastare la scomparsa dell’adulto

“Ridateci gli adulti” -> al giorno d’oggi si pensa che gli adulti non ci siano più. Un tempo era considerato il cardine entro il quale ruotava tutto. Oggi quest’immagine si è molto sfumata, tant’è che ci si chiede dove sono finiti. Quello che prevale oggi negli adulti sembra essere il disorientamento, l’incertezza, l’inconsistenza e a volte sembra rovesciarsi il piano delle cure: finiscono per essere i giovani a prendersi cura degli adulti. La metafora del pifferaio magico -> egli non remunerato per la disinfestazione dei ratti, trascina con sé tutte le nuove generazioni e le rinchiude in una caverna. Ci si chiede se, oggi, topos della fiaba non si sia rovesciata, e, anziché essere scomparsi i bambini, non siano scomparsi gli adulti. La morale della favola del pifferaio magico sarebbe che le colpe dei padri ricadono sui figli. Secondo l’interpretazione di Brecht la scomparsa dei bambini è vista come accesso a una situazione migliore lontano dagli adulti scarsamente esemplari. Il pifferaio, non essendo stato retribuito, riprende a suonare e porta con sé tutti i bambini della città all’interno della montagna, da cui non si potrà più uscire. Al giorno d’oggi si registra la sparizione degli adulti dalle vie delle nostre città. Ci sono molti esempi di un’ inversione dei ruoli che costringe a fare i conti con adulti incerti , disorientati, inconsistenti e con giovani che devono prendersene cura e proteggerli. Da quali chiavi dovremmo liberarci prima che infettino le nuove generazioni? Violenza sulle donne, corruzione, accaparramento di ogni bene a danno degli altri. Nel passato si parlava di sforzo per migliorare se stessi, oggi ci si accontenta di cercare se stessi , naturalmente prima di poter fare qualcosa per l’altro, devo essere in grado di occuparmi di me stesso. Il problema però è che il soggetto non è più teso a migliorare se stesso, ma solamente a cercare se stesso per un tempo troppo prolungato L’ arco della vita = questo concetto sottolinea il fatto che Questa metafora non funziona, poiché se non accettiamo l’esistenza di diversi modelli di adultità, rischiamo di eliminare come non sufficientemente prestante qualsiasi categoria di adulto che non rientra nelle categorie standard. Alcune categorie, dunque, restano escluse, per poter ottenere un modello unico. Esistono categorie “ particolare di adulti ” difficili da raccordare ai canoni dell’adultità:

  • (^) Anziano: troppo adulto? La persona anziana è chi vince la corsa o chi arranca tra solitudine, isolamento, declino intellettuale?
  • (^) Malato: mai più adulto? L’adulto malato sente che non potrà tornare ad essere secondo gli standard dell’adultità
  • (^) Soggetto disabile: mai adulto? Una volta adulto, deve affrontare una generalizzata incapacità di considerarlo grande
  • (^) Genitore: sempre adulto? Ruolo del genitore è molto difficile, oggi la realizzazione del figlio diventa la realizzazione di se stessi nel figlio.
  • (^) L’immigrato: adulto non qui, non ora? Occorre rivisitare i vecchi stereotipi che considerano lo straniero non alla pari quanto al possesso di maturità e di diritti con l’adulto del paese accogliente. Non bisogna pensare l’esistenza o le varie categorie di adultità, come se una fosse preparatoria all’altra, così come non sempre l’esistenza è una continua ascesa, una continua scalata per superare se stessi. La vita di ogni uomo è una via verso se stesso , è un accenno, ogni uomo parte da questo accenno, diventando poi quello che desidera. Nessun uomo è stato interamente se stesso. Eppure ognuno cerca di diventarlo. Possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso (Hesse). Nessuno può ri-darci l’adultità, se non noi col proprio impegno ad autoeducarsi per tutta la vita e a essere occasione di formazione per altri.

Capitolo 1 – L’adulto, analisi dei costrutti teorici

L’autonomia è oggi la categoria adatta per qualificare un adulto, cioè qualcuno che non è solo, ma da solo deve farsi carico di se stesso. Rispondere all’interrogativo chi sia l’adulto è differente dal rispondere al chi sia adulto:

  1. Nel primo caso si cerca una definizione generale utile a caratterizzare la maturità del soggetto rispetto ad altre età della vita.
  2. Nel secondo caso ci si chiede come si può diventare adulti Lo scopo di queste domande è la ricerca di un percorso formativo che consenta il raggiungimento di una sostanziale e profonda maturità e autodeterminazione personale e sociale.

Chi è l’adulto?

Prenderemo in considerazione due visioni, chi è l’adulto , secondo un ottica descrittiva, e, chi è adulto , secondo un ottica dunque interpretativa e pedagogica. Durante la nostra esistenza portiamo in noi il bambino che siamo, cresciamo ma restiamo fedeli alla nsotra identità. Una limitazione resta che non possiamo resettarci , ma possiamo costruire sulle basi già impostate (non si crea dal nulla). Esistono due orientamenti fondamentali nella lettura dell’adultità:

  1. Ottica descrittiva -> prescrittiva, indica una direzione al dover essere dell’adulto maturo e allo sviluppo dell’uomo
  2. Interpretativa/pedagogica-formativa -> descrittiva, descrizione di come l’uomo è, soprattutto oggi: immaturo, confuso, incerto, che non sa mai dove si trova in qualunque momento dell’itinerario esistenziale cercheremo di rispondere a questa domanda da una parte sotto una prospettiva descrittiva, andando ad analizzare la visione dell’adulto secondo l’interpretazione di più discipline e dall’altra sotto un’ottica interpretativa/pedagogica-formativa

passato = una volta diventati genitori lo si sarà per sempre, non si piò cambiare questa categoria. Di fatti è uni dei life-markers che viene sempre più posticipato dai giovani. Questi momenti sono messi in una successione, che nel passato, era estremamente rigida -> erano considerati dei “ riti di passaggio ” per accedere all’adultità; al giorno d’oggi invece vi è più flessibilità e varietà sociale, vi è sì più autonomia, ma anche più tensione, rischio di fallimento, stress e senso di insicurezza. Dunque anche per la definizione sociologica di adulto il quadro è mutato significativamente rispetto al passato. L’ingresso nel mondo professionale, matrimonio/ convivenza, maternità/paternità non rivestono più la medesima importanza. L’uscita dalla famiglia di origine viene sempre più posticipata, la procreazione non coincide più con la realizzazione femminile ecc. tali marcatori non sono più irreversibili (tranne la procreazione). L’ autorealizzazione è la categoria maggiormente utilizzata oggi per indicare un soggetto che antepone l’evoluzione individuale a prerogative più sociali. Maturità e autonomia : ci si trova spesso a dover contrastare a posteriori gli effetti del prevalere dell’irrazionale nel comportamento dell’uomo. Esiste la possibilità di coniugare intelligenza ed emotività, se il rapporto non è di controllo o di rimozione di una delle due, ma di interazione e arricchimento vicendevole. Leopardi: non bisogna estinguer la passione con la ragione, ma convertir la ragione in passione, in ragione appassionata. I riti di passaggio I riti di passaggio corrispondono ai cosiddetti compiti di sviluppo , un compito che si presenta in un determinato periodo di vita di un individuo e la cui buona soluzione conduce al successo nell’affrontare i compiti successivi, e viceversa. Rito di passaggio = rito che in passato ti permetteva di diventare adulto. Oggi queste transizioni sono sempre più individuali , poco definiti e negoziabili. Sono dunque venuti meno questi riti di passaggio comunitari e gestiti da precise norme ed eventi visibili. Il soggetto dunque viene lasciato solo nell’affrontare sfide e mutamenti.

  • (^) Carattere dell’ irreversibilità -> inoltre, in passato, una volta diventato adulto non poteva tornare indietro , era autonomo e maturo. Nei momenti di passaggio è più facile che si “sfibri” l’identità personale dei giovani: emergono crepe nella struttura identitaria, che possono tradursi poi in fragilità e malessere. Bisogna considerare però che l’educazione interviene sempre su questo -> la pedagogia deve intervenire sulla possibilità di insegnare e far emergere le capacità individuali del soggetto con i compiti a cui si viene esposti. È questa interazione che determinerà l’esito, non vi è nessun percorso già determinato. Se nel passato emergeva rigidità e dichiarazione di maturità, oggi prevale quasi una rivendicazione dell’immaturità.

2. Ottica interpretativa/pedagogica Categorie di questa seconda parte sono l’autorealizzazione e l’ autonomia del soggetto, che spesso viene intesa con il non avere vincoli sociali, e questo porta così la persona ad imporseli da sola. Di fronte al prevalere della razionalità, di rigidità e controllo del passato, si è passati invece ad un prevalere della irrazionalità -> nessuna delle due istanze deve essere bloccata, anzi la capacità di farle interagire è indice di libertà. Non bisogna estinguere la passione con la ragione, ma convertire la ragione in passione, quindi trasformare la ragione “fredda” in una ragione “appassionata” che mi permette di gestire le mie emozioni.

Educare: chi è adulto?

Qualsiasi definizione venga data finisce per diventare non solo espositiva, ma anche normativa, nel senso letterale di dettare la norma relativa al fenomeno descritto a cui i soggetti tendono ad adeguarsi. I due criteri che verranno interpellati per chiedere chi è adulto sono di natura pedagogica e psicologica.

**1. Scelta

  1. Autorealizzazione** È fondamentale prendere prima in considerazione il carattere della “ normalità ”. Ogni educatore deve avere ben chiaro dove si intende portare il soggetto che gli viene affidato. Normalità dell’adulto: è opportuno che si chiarisca cosa si intende quando si parla di individuo normale, o anomalo, o anormale.
  • (^) normalità = insieme delle caratteristiche psicofisiche e dei comportamenti ritenuti opportuni e appropriati per un individuo in relazione a variabili (età, sesso, condizione economica), all’interno di un contesto temporalmente e culturalmente determinato.
  • (^) Ciascun contesto sociale detta la norma di ciò che ritiene normale, adatto. Nella contemporaneità, la maggior parte delle persone tende a privilegiare il “ soggetto medio ”, colui che si mimetizza, che si adegua senza emergere. Se invece gli viene chiesto chi è colui che viene considerato importante nella storia, colui che ha portato dei cambiamenti, indicherebbero coloro che nel passato andavano controcorrente (eroi, martiri). Spesso colleghiamo il termine normalità alla parola “norma”, facendo riferimento ad un contesto giuridico; in realtà, la norma è un concetto statistico che si realizza attraverso la frequenza massima distribuita secondo la curva gaussiana , la quale visualizza come il valore centrale è quello che compare più frequentemente e inquadra dunque quello che la maggioranza sa fare, ovvero “quello che fanno tutti”, ma non è detto che tutto ciò che fa la maggioranza e quindi “quello che fanno tutti” sia sempre giusto o sempre sbagliato. Ciò che si discosta dalla norma è raro e quindi anomalo (es. genialità/originalità). Esiste un altro concetto di norma che fa riferimento all’ideale! secondo quest’ottica decisamente valutativa, anormale non è solo colui che si discosta dal sentire/agire comune, ma colui che contrasta con la norma assiologica e giuridica (es. delinquenza).

Le fasi della vita

L’educazione mira alla formazione dell’uomo completo come persona. La pedagogia, che non si è mai limitata al proprio etimo (paidos), non ha come obiettivo la produzione di un uomo perfetto a cui non manca nulla. L’arco della vita e l’uomo perfetto Per millenni l’individuo adulto è stato considerato l’apice, il risultato ottimale e insuperabile del processo di sviluppo dell’uomo. L’Homo erectus sarebbe caratterizzato dalla dimensione verticale e diritta e atterrebbe all’adulto che assomma in sé i caratteri ontogenetici e filogenetici garantiti all’uscita dalle caverne. Anche nel mito della caverna di Platone la stazione eretta è la prima conquista del prigioniero. Anche le età dell’uomo sono sempre state considerate come collocate lungo una dimensione verticale. In alcune raffigurazioni si mostrano le età dell’uomo a partire dalla nascita, per raggiungere al culmine della figura adulta posta al vertice dell’arco, e poi una discesa rovinosa che si conclude con la morte. Le età dell’uomo vengono quindi mostrate distribuite, a partire dalla nascita, in un crescendo di sviluppo fisico e psico-sociale fino a giungere al culmine della figura adulta posta al vertice dell’arco, cui segue immediatamente una serie di immagini relative all’invecchiamento poste in una discesa rovinosa che trova conclusione nella morte del soggetto (vedi figura a p. 28). Noi non crediamo alla metafora dell’arco della vita secondo la quale solo nella parte centrale del tragitto si compirebbe la realizzazione dell’uomo adulto, poiché adottare questa visione significa non attribuire specifico valore a ciascuna delle diverse età dell’uomo: i primi decenni finiscono per diventare solo preparatori e strumentali e gli ultimi decenni consisterebbero in una semplice attesa del decesso, prefigurando solo periodi infelice di declino psichico e di decadimento fisico ➔ (^) La realizzazione del soggetto (compiutezza dell’essere) , invece, attiene a tutte le sue età e caratterizza tutta la vita. Ciascuna fase evolutiva, dalla nascita al termine dell’esistenza, ha propri livelli ottimali e specifici traguardi che non coincidono certo con la preparazione all’età successiva. È tramontata da tempo l’epoca in cui si riteneva che il bambino fosse un adulto in miniatura o ancora imperfetto. Esiste una perfezione dell’infante e del fanciullo e anche dell’adolescente se il concetto viene inteso vicino alla compiutezza dell’essere. Se perfetto è ciò che ha raggiunto il proprio scopo, qual è lo scopo dell’essere bambino o adolescente? Si fa accenno al fatto che l’uomo si sviluppi solo nella parte centrale. Noi invece siamo persuasi che la realizzazione avviene in ogni momento della vita. Per realizzazione si intende uno status in cui non manca più nulla, invece la realizzazione è la compiutezza dell’essere, il momento in cui ha raggiunto i suoi scopi e traguardi. Alla metafora dell’arco della vita è preferibile la visione di Jung che propone di suddividere l’esistenza in due soli momenti:

  1. La prima metà appartiene alla natura ed è utile per mettere radici nel mondo
  2. La seconda parte appartiene alla cultura e permette di mettere radici nell’anima. ➔ (^) non viene definito dove si trova questo confine tra le due parti, per ogni soggetto è diverso. L’educazione agisce in vista di un continuo miglioramento, ma mai cin l’obiettivo della perfezione assoluta del soggetto, persegue la tensione ad un miglioramento continuo.

Le fasi della vita e le teorie stadiali

E’ possibile suddividere la vita dell’uomo in fasi attraverso le teorie stadiali, la fase considerata come uno stadio, ognuno preparatorio a quello successivo. 4 autori

  1. J. Piaget
  2. S. Freud
  3. E. Erickson
  4. L. Kohlberg Tutto ciò che avviene nel corso dell’esistenza produce cambiamento. In ambito educativo pare indicato utilizzare l’espressione trans-formazione: non ogni cambiamento imprime direzione positiva ai vari passaggi dell’individuo e i miglioramenti avvengono per formazione tesa a oltre- passare il dato e l’esistente per realizzare(rsi) sempre più e meglio. Spesso il cambiamento nasce da una crisi, ma l’evoluzione della stessa verso esiti positivi deve essere sostenuta da una mediazione pedagogica. Il ricorrere di passaggi costanti nei cambiamenti hanno suggerito l’identificazione e descrizione di alcune fasi o stadi della vita. Piaget - Stadi dello sviluppo cognitivo teoria con valore euristico e descrittivo = gli stadi descrivono l’intelligenza che caratterizza ogni stadio. La critica mossa è rivolta alla rigidità dell’accoppiamento dello stadio con l’ età. Stadio Età Descrizione Sensomotorio 0-2 anni Il bambino comprende il mondo in base a ciò che egli stesso può fare con gli oggetti e con le informazioni sensoriali. Preoperatorio 2-7 anni Si rappresenta mentalmente gli oggetti e può usare simboli (parole e immagini mentali) Operatorio concreto 7-12 anni In questa fascia di età si sviluppa nel bambino una capacità logica, che progredisce allo sviluppo di nuove operazioni mentali Operatorio formale Dai 12 anni È capace di organizzare le informazioni in modo sistematico e pensa ai termino ipotetico- deduttivi.

configurazioni che le persone e i gruppi conferiscono alle loro esistenze. Sigmund Freud Si dedicò prevalentemente alle fasi dello sviluppo della sessualità correlata alla parte psichica del soggetto. Secondo egli, una parte del corpo nel tempo prende coscienza di sé, e portando gratificazione, consente lo sviluppo del soggetto. La regressione viene negata (elemento fortemente criticato).

  • (^) Lo sviluppo attraversa vari stadi durante i quali una parte specifica del corpo passa in primo piano come zona erogena. La comparsa delle diverse parti del corpo come fonte di gratificazione sessuale è legata al corso della normale maturazione fisica.
  1. Fase orale
  2. Fase anale
  3. Fase fallica
  4. Fase di latenza
  5. Fase genitale adulta Kholgerg - Stadi dello sviluppo morali Abbiamo sei fasi, raggruppate in tre livelli:
  6. Moralità preconvenzionale -> modalità di ragionamento dominante nei bambini. Le regole morali sono rappresentate dall’autorità esterna, a cui bisogna adeguarsi per ottenere benefici o per evitare punizioni.
  7. Moralità convenzionale -> prende corpo nella media adolescenza e rimane la norma per la maggior parte degli adulti. La prospettiva individualistica viene abbandonata e l’attenzione si concentra sulle relazioni interpersonali e sui valori sociali. Moralità postconvenzionale -> le regole sociali sono pienamente comprese e accettate.

Fasi dell’età adulta

Benché l’età adulta sia compresa tra i 18 anni e la scomparsa dell’individuo, si considerano gli anni oltre i 60 come periodo a sé -> dunque alla piena maturità dell’uomo appartengono circa 40 anni. Il tempo: concezione ciclica -> è il tempo delle società primitive, legate all’attività agricola, all’alternarsi del sorgere del sole e delle stagioni.

  • (^) Concezione di possibile ritorno, reincarnazione. Concezione lineare -> concezione delle religioni, che esista un tempo A, a cui segue l’esistenza concreta, arrivando poi al giudizio finale, che chiude l’esistenza sempre possibilità di ritorno. Quello che invece ha entrambe le dimensioni è la spirale dell’esistenza, ha una direzione però lineare poiché non vi è possibilità di ritorno. Nell’età adulta è possibile differenziare tre periodi significativi: **1. Giovane-adulto
  1. Media adultità
  2. Maturità adulta**

La fatica del tirocinio adulto Il primo periodo (20-35) viene definito da Nietzsche l’estate della vita, consiste nell’ ingresso nell’età adulta. Le decisioni di questo periodo hanno carattere formativo e di messa alla prova delle proprie convinzioni.

  • (^) Inizio di un percorso che porta alla crescita di autonomia professionale e personale, distacco dalla famiglia di origine. Per E. sarebbe la fase della costruzione dell’identità contro la confusione/dispersione e della ricerca dell’intimità/solidarietà contro l’isolamento. Secondo la prospettiva di L. ci troviamo inizialmente in un periodo di stabilità con il compito di approntare una prima struttura provvisoria utile all’ingresso nell’età adulta, sul finire della fase predomina la transizione. L’ultimo quinquennio coinciderebbe con la fase decisionale che approda al periodo più produttivo del corso della vita e cioè l’età adulta intermedia. Gli impegni adulti Il secondo momento (35-45) viene definito da Nietzsche primavera, e, vede l’ adulto completamente assorbito negli impegni familiari , nella professione e nella vita sociale: messi da parte dubbi e incertezze, ci si concentra sulla massima esplicazione delle proprie abilità potenzialità. Secondo L. questa nuova fase questa nuova fase di stabilità presenterebbe impegni nel salire la scala sociale degli obblighi esterni e nell’impresa personale di divenire padrone di se stesso. Per E. è in questi anni, grazie alla generatività , che il soggetto può evitare di entrare ante tempo nella stagnazione e nell’eccessiva indulgenza verso se stessi. La psicologia umanistica introduce specifici obblighi verso se stessi (cura di sé). Periodo tra i 40 e 50 definito come “periodo del raccolto” È un periodo di profonda soddisfazione e pienezza, si raccolgono gratificazioni Alcuni sperimentano importanti trasformazioni per eventi traumatici Altri procedono per piccoli cambiamenti inavvertiti Tra i 40 e i 45 la fase di transizione levinsoniana conduce ai primi bilanci e a una crisi di riassesto dell’esistenza che non è sentita egualmente da tutti. È il momento giusto per gli interessi trascurati in precedenza. Alla fine di questa fase il soggetto inizia a contare i propri anni in vista di quanti gli mancano da vivere. Il racconto della maturità La terza fase (50-60) viene definita da Nietzsche l’autunno della vita. Occorre distinguere un primo periodo di profonda soddisfazione e di pienezza, nelle quali si raccolgono le gratificazioni. Esistono tuttavia notevoli differenze individuali tra chi sperimenta importanti trasformazioni a causa di eventi traumatici e chi invece procede per cambiamenti

L’adulto post-moderno, incerto, ma presuntuoso, sempre in crisi e sempre pronto a proclamare i propri diritti -> lo spirito diviene leone, egli vuole come preda la sua libertà ed essere signore del proprio deserto. Lo spirito del leone dice “ io voglio ” -> il leone è necessario allo spirito perché non basta la bestia da soma che a tutto rinuncia.

  • (^) Spirito che invece al giorno d’oggi viene sempre più adottato. Nietzsche venne definito come il distruttore dei valori, poiché egli propose la creazione di nuovi valori, un adulto capace di se stesso, capace di liberà e della creazione di nuovi valori. Conclusione All’adulto è data la possibilità, che non ha il bambino né l’anziano di autodeterminarsi. Può godere di autonomia, di riflessione, di energie, di risorse, di pienezza di vita personale e sociale. L’educazione per e tra gli adulti ha il compito di seguirlo in questa terra dalle mille opportunità perché neanche una di queste vada sprecata.

Capitolo 2 – Gli adulti – fenomenologia contemporanea

L’ autorealizzazione è la categoria cui più si aspira oggi. In questa tensione, esiste una maggioranza di elementi legati all’interiorità del soggetto, rispetto alle più tradizionali prerogative pubbliche e socialmente determinate; in realtà, l’individuo minore o adulto che sia, tiene d’occhio il successo ottenuto tramite l’approvazione sociale: sono semplicemente cambiate le forme di quest’ultima. Se in passato, la percezione di essere un soggetto “riuscito” coincideva con l’adeguarsi alla normalità prescritta dal contesto, ai giorni nostri la riuscita risulta sancita dalla visibilità mediatica, che è un contesto ma più pervasivo. Inoltre, molti cercano il senso del proprio percorso individuale verso l’autorealizzazione solo in ciò che ciascuno ‘sente’ essere il proprio compimento. A tal proposito, viene contrapposto a questo “ mi-sentismo ” la metafora di Rilke del coperchio del barattolo (p. 45), che non dovrebbe avere alcun altro desiderio di trovarsi sul proprio barattolo avvitato alla sottile filiera >> gli uomini (coperchi del barattolo) non desiderano più avvitarsi alla propria esistenza restando vincolati alle proprie attività, al proprio contesto e appena l’occasione si presenta, saltano giù dal barattolo e rotolano via. Occorre invece raccogliere le proprie forze e riposare in cerchio sopra se stesso, intendendo il raccogliersi e raggiungere il proprio senso. Si parla di un “ disagio adulto” , poiché gli adulti non riescono a trovare un proprio punto d’appoggio e consistenza nella propria vita. L’adulto è oggi sia destinatario di formazione, sia attore di interventi educativi nei confronti dei minori, attività tra loro correlate; infatti anche l’adulto e non solo il bambino, necessita di formazione e, solo se quest’ultima condizione viene soddisfatta, può prendersi cura degli altri. L’adultità assume il valore sia di pietra di paragone della realizzazione dell’esistenza di ciascuno sia di traguardo e fine dei processi educativi rivolti alle nuove generazioni. In alcune epoche, come la nostra, l’identificazione dell’adultità risulta più difficile che in altre: potrebbe essere scomparsa o solo mutata.

Dov’è finito l’adulto? Si è chiesto Antonio Scuriati. “L’età adulta viene rimpianta come il periodo nel quale viene il tempo del lavoro, del decoro, del ponderato affanno e del giusto ristoro. Quando arriva il momento di piantare l’albero, per molti quel tempo non viene”. Vi è un rimpianto per ciò che la maggior parte delle persone, oggi, ritiene superfluo, ma quando arriva il momento di piantare l’albero, ovvero lasciare il proprio segno, se la nostra vita ha avuto un senso questo sarà possibile. Occorre notare che anche il concetto di crescita è cambiato -> non sono previste più tappe e gruppi omogenei di soggetti, tenuti assieme da caratteristiche medie comuni che marciano compatti, ma tragitti in cui prevalgono periodi di instabilità, mentre questi dovrebbero alternarsi a momenti di chiarezza e sicurezza. Siamo di fronte a una delle tante trasformazioni dei modelli e dei ruoli a cui la storia dovrebbe averci abituato, e che non sempre sono nefasti -> occorre trovare l’antibiotico che colpisca il disagio attuale di adulti e minori. Alcune dinamiche di questo disagio sono evidenti: tendenza a posticipare l’ingresso nell’adultità (non ci si riesce a liberare dell’adolescenza), molti sembrano transitare direttamente dalla immatura giovinezza alla decadenza non autosufficiente della senilità. Peter - panismo -> il soggetto sembra adulto, ma è eternamente adolescente, ha nostalgia di quest’età. Secondo egli, l’adolescenza, l’essere di fronte a molte alternative, ma non prenderne nessuna, è la condizione migliore per l’intera esistenza umana. Appiattendo l’adultità su questa categorie adolescenziali, si passa alla non autosufficienza/vecchia, poiché si rischia di eliminare del tutto l’intera categoria dell’adultità. Geremiadi e trasformazioni : “ dove c’è un bambino che lancia la sua sfida per crescere, la ci deve essere un adulto pronto a raccoglierla ” (Winnicott). Di che sostanza deve essere l’adulto capace di raccogliere le richieste e le sfide dei minori? Si potrebbe dire di una sostanza solida: per poter orientare con opportuni riferimenti il viaggio di chi a lui si affida (ma l’affidabilità dell’elemento solido potrebbe essere confusa con la durezza) Di che pasta è fatto oggi l’adulto? All’adulto sono rivolte molte accuse che si trasformalo in sterili geremiadi: o (^) Un adulto che pensa a se stesso come soggetto cui i medesimi diritti sarebbero stati fino ad ora conculcati è ben deciso a riprenderseli concedendosi il tutto e subito del principio di piacere freudiano. o (^) Un adulto che vive il figlio come una palla al piede che gli prosciuga energie o (^) Un adulto che si propone a volte come cuscino, a volte come lupo senza essere se stesso:

  • (^) né dentro casa: oscilla tra permissivismo e autoritarismo
  • (^) né fuori casa: con gli altri adulti adotta lo stile predatore ed è convinto che vinca il più forte e senza scrupoli o (^) Un adulto che adotta i miti dell’immaginario giovanile e rifiuta la tradizionale saggezza assegnatagli.

Al giorno d’oggi, alcuni momenti vengono percepiti impossibili da superare senza un sostegno dal punto di vista psicologico/psichiatrico/medico; tutti sono affetti da complessi, coloro che non sono stati educati vengono dichiarati affetti da ipercinesi. nell’adulto, lo stress è normale, attiva, muove l’adulto. In un’esistenza normale, a una situazione di stress deve subentrare il recupero di energie, per poter riaffrontare lo stress e via dicendo. La patologia subentra quando a fronte di uno stress io non ho una possibilità di recupero, per diverse motivazioni, in quel momento allora subentra la possibilità di un sostegno Vi sono diverse categorie di disagio

  1. Esistenziale = è una categoria ontologica, comprende tutti gli essere umani in quanto tali. È un disagio normale, ognuno nel corso della propria esistenziale sperimenta questo tipo di disagio.
  • (^) Adolescenza -> momento nel quale si prende consapevolezza di sé, momento di disagio. In quest’età ci si pongono di fatti quelle domande esistenziali che ci portano a riflettere sulla nostra natura, chi siamo, dove siamo diretti. Il disagio esistenziale non può essere eliminato, fanno parte della natura dell’uomo e ci consentono di affrontare l’esistenza, poi ognuno fa i conto con la qualità delle risposte che dà a queste domande. Il compito dell’educatore, quindi, di fronte al disagio esistenziale, dovrebbe accendere, suscitare coscienza, domande esistenziali.
  1. Evolutivo = ansia che si avverte quando ci si trova di fronte a dei cambiamenti o trasformazioni. Il cambiamento non può essere eliminato, tutta la nostra esistenza è caratterizzata da evoluzioni/trasformazioni.
  • (^) L’incalzare delle trasformazioni fanno sì che quello che caratterizzava l’individuo può non essere più utile, diventa persino d’ostacolo, diventa una gabbia, e, per questo è necessario uscire fuori dalla propria “consuetudine” per aprirsi all’innovazione, alla trasformazione.
  • (^) Cercare di eliminare il disagio evolutivo oltre a non essere possibile, non sarebbe nemmeno positivo e formativo, porterebbe al detoriamento della persona.
  • (^) Anche per l’adulto saper affrontare il cambiamento è un indicatore di adultità: il minore va sostenuto, l’adulto dovrebbe riuscire a farne fronte autonomamente.
  1. Socioculturale = indica una mancanza, mancanza di formazione, di soggetti che lo aiutassero a comprendere il vantaggio che la cultura porta nella vita della persona, è un elemento che ti permette di ampliare le opportunità, riuscire ad affrontare i compiti dell’esistenza in modo autonomo.
  • (^) È disagio che, in questo caso, si può eliminare, non è “utile” all’individuo.
  • (^) Il disagio socioculturale è un disagio che non prescinde dalla classe sociale di appartenenza, ma purtroppo investe chiunque a prescindere dalla ricchezza economica.
  1. Cronicizzato = la formazione deve sostenere l’individuo e il suo disagio. Se questo non viene fatto, emerge quello che viene definito “ disagio cronicizzato ”, un disagio non risolto e non rielaborato ; non è stato insegnato all’individuo come fargli fronte.
  • (^) In alcune situazioni questo disagio esplode, si trasforma in un disadattamento, situazione che

si può trasformare in devianza se non accompagnato. Per devianza si intende un’uscita dal rispetto delle regole e delle norme sociali -> a fronte della devianza il gruppo sociale si difende dal deviante, contenendolo in riformatori o in prigione, affinché questa mancanza di rispetto dell’altro non nuoci al contesto sociale o ai suoi singoli. Per disadattamento si intende un mancato adattamento. Esso può avere una connotazione negativa o “positiva”:

  • (^) Positivo -> adattamento del soggetto al gruppo di appartenenza alle norme etico-sociale è un valore;
  • (^) Negativo -> adattarsi a tutto, non sempre è sintomo di “normalità”; poiché se vi è un eccesso, si è di fronte a una persona che si adegua passivamente a tutto quello che l’esterno gli propone. L’educazione quindi deve portare ad un adattamento della persona, ma con responsabilità -> non vi deve essere un eccesso di conformismo.
  1. Scolastico = esistono situazioni di vita scolastica estremamente attenti al soggetto, poiché una grande parte degli alunni soffrono di un disagio scolastico reale o soggettivo.
  2. Infantile
  3. Adulto = l’adulto viene visto come rifermento per le generazioni più giovani, deve essere maturo sia dal punto di vista affettivo-emotivo, che relazionale e cognitivo.
  • (^) Al giorno d’oggi, non sono solo i giovani che vogliono tutto e subito , il problema che anche gli adulti si caratterizzano così, aggiungendo anche il sentimentalismo , il giovanilismo -> quadro che inizia a non essere completo.
  • (^) Se si pone come un adulto-cuscino , ovvero che tende a fare da ammortizzatore rispetto all’esterno, ma allo stesso tempo poi quando esce all’esterno si pone come un lupo che cerca di preservare il proprio nido. Gli adulti contemporanei si sono però ritrovati in una situazione inusuale , per questo viene definita “ generazione cerniera ” -> generazione che si è trovata a far carico delle generazioni anziane, ma anche a farsi carico delle nuove generazioni precarie. Nei confronti delle generazioni precedenti non vi era solo un distacco di autosufficienza economica, ma anche culturale, ma d’altra parte non vi è neanche empatia nei confronti delle nuove generazioni, che cresciuti con permissivismo, non riescono a trovare sintonia con la generazione cerniera, poiché anche quest’ultimi sono cresciuti con una formazione educativa differente.

L’adulto inconsistente

In tema di fragilità, la tradizione tende a indicare come soggetti a rischio i minori e chiama gli adulti, supposti essere resistenti, invulnerabili, a far da supporto alla debolezza delle nuove generazioni come un solido traliccio. Fragilità: urti e logorio -> l’ineluttabile transitorietà della fragile costituzione umana può essere considerata positiva, perché non saremmo umani se non fossimo fragili. Noi tutti nasciamo fragili, ma vulnerabili lo si diventa. Il concetto di fragilità non sempre e non solo deve evocare i negativi significati di caducità, incompiutezza, incapacità -> esiste una naturale incompiutezza dell’uomo che è condizione di apertura al possibile e al miglioramento.

Diffusione di un disagio non ancora patologico Gli studi di carattere clinico sul bambino hanno fornito strumenti diagnostici per identificare e affrontare i rischi psicopatologici connessi allo sviluppo ritardato o alterato di funzioni motorie, relazionali, linguistiche o le patologie di disabilità fisica e psicologica. Tutto ciò consente agli educatori di aver chiaro il problema e di attuare strategie per farvi fronte con il necessario distacco professionale (che preserva l’adulto dall’ammalarsi a propria volta. Tuttavia, una lunga serie di comportamenti difficilmente inquadrabili ma noti e diffusi oggi creano reazioni di insofferenza e di rigetto soprattutto perché l’adulto non capisce.

Bambini a zig zag

È evidente che ci sono bambini facili e bambini a zig zag che nel loro volo solo apparentemente scoordinato tentano di lanciare segnali in ogni direzione che però l’adulto rete manca e non raccoglie e l’adulto-specchio riflette ritornando al bambino ulteriore disorientamento. Alcuni esempi del “ normale disagio ”:

  1. Il bambino medio -> l’intera educazione si fonda su alcuni requisiti di medierà che finisce per essere considerata la normalità. In educazione detta individualizzata/personalizzata ci si rivolge a un soggetto che si presume rientri in caratteristiche comuni, ma che nella vita vera non esiste: tutti sono normali, ma tutti sono diversi, non ci si possono aspettare risposte standardizzate.
  2. Il bambino dipendente -> incapace di staccarsi dalle figure di riferimento è avvolto in una nebbia di infelicità. Con il bambino gli adulti devono costruire rapporti diadici aperti.
  3. Il bambino perfetto -> dal quale ci si aspetta tutto pur dichiarando il contrario: spesso l’adulto maschera l’aspettativa sotto il termine di autonomia. Il bambino autonomo in realtà è di per sé una contraddizione in termini. Si usa il termine autonomia per far si che il peso della cura passi presto dall’adulto al bambino.
  4. Il bambino triste -> puntando tutta la propria realizzazione sul livello di felicità/soddisfazione riscontrabile nel minore qualsiasi crepa nella costruzione getta nello sconforto gli adulti che si sentono posti sotto accusa.
  5. Il bambino malato immaginario -> la somatizzazione del disagio è ormai dinamica nota, ma conoscere non significa comprendere. L’impotenza di fronte a una sofferenza fisica mette in crisi l’adulto.
  6. Il bambino iperattivo e il suo contrario -> affogano entrambi il malessere nell’agitazionismo o nell’attenzione congelata. A fronte di questo strisciante e pervasivo moltiplicarsi di comportamenti ancora normali ma difficili da gestire o contenere bisogna: ▪ predicare autocontrollo ▪ spiegare cognitivamente i comportamenti da adottare ▪ ridurre solo gli eccessi del sintomo o annullarlo con interventi farmacologici ▪ assoldare esperti psicologi o sociologi, commissionando ricerche sulle colpe e sulle cause del problema, sono interventi significativi ma nessuno di per sé avvicina la soluzione del problema. Una delle particolarità del caso che può aiutare ad analizzare il problema è la seguente.

Messaggi nella bottiglia

La debolezza del bambino si evidenzia in questi casi proprio nella sua incapacità di dare una veste accettabile alla sua richiesta di soccorso: come un naufrago, che non sa se esista qualcuno fuori dai confini della sua isola, lancia un sos generico rivolto a eventuali uomini di buona volontà casualmente di passaggio, così i minori lanciano invocazioni disordinate che paiono provocazioni e che finiscono per disturbare anziché suscitare assistenza. Se il bambino comunicasse esplicitamente a livello verbale la propria richiesta d’aiuto, probabilmente troverebbe adulti disposti ad accoglierla perché è ritenuto normale sentirsi interpellati dai minori e anzi, ci si sentirebbe gratificati e ci si sentirebbe una figura significativa per loro. L’utilizzo del codice verbale presuppone rielaborazione e quindi situazione sotto controllo; invece, il minore è tale per definizione proprio perché non è ancora in grado di manifestare e gestire adeguatamente le proprie esigenze e quindi lancia “ messaggi nella bottiglia” attraverso i suoi più immediati mezzi di comunicazione che sono il corpo e il comportamento. È ovvio che, come un bambino che sta bene comunica e contagia positivamente gli adulti a lui intorno, altrettanto stanno male coloro che sono a contatto con minori colpiti da un malessere non definito, proprio perché non definito. Ma non si può soccorre un naufrago naufragando a propria volta. Cosa rende possibile dunque affrontare le richieste d’aiuto e lo stato di malessere del bambino senza lasciarsene contagiare? Se il bambino lancia richiami senza pensiero attraverso il comportamento, l’adulto non deve far altrettanto ricevendo la comunicazione nello stesso modo, senza pensiero, e cioè attivando reazioni involontarie o inconsapevoli. L’adulto educatore deve imparare a non re-agire al comportamento del bambino ma ad agire sulla base di ciò che apprende dall’osservazione di lui, che è come dire che deve imparare a trasformare la naturale simpatia con il bambino in una capacità di consapevole empatia , che non è innata ma da costruirsi. Ovviamente, tutto ciò presuppone un adulto che sia veramente adulto, un soggetto cioè che non abbia solo un certo numero di anni di età anagrafica in più rispetto al minore ma che, sia divenuto un “grande”, qualitativamente diverso rispetto a quand’era a propria volta piccolo. Mentre nel passato, prima della scoperta dell’infanzia, il bambino era considerato un adulto in miniatura, oggi è in atto un’opposta dimenticanza dell’adultità , che per certi versi diamo ormai per scomparsa a favore di un qualcosa di ancora non ben definito: sembra infatti che il bambino non paia un adulto ristretto, ma che i grandi si strizzino nei panni reali e metaforici dei minori, crescendo appiattiti/sempre uguali a se stessi dall’infanzia in poi, aspettandosi di non declinare mai L’adulto roccia o rete? La soluzione al problema della fragilità/disagio infantile passa anche attraverso un’accurata analisi delle trasformazioni dell’adulto. Al pari delle onde simil radar, per il bat-child è indispensabile trovare un solido adulto che rimandi al minore, che procede a zig zag, una presenza costante e un percorso esigente. Esercitargli agli urti che dovranno sostenere un giorno sosteneva Rousseau. Un pipistrello difficilmente sbatte contro una roccia poiché i rimandi sono molto forti, mentre facilmente sbatte contro una rete (Nicolodi). E il pericolo che un giovane cresciuto senza ferme