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Domande frequenti dell'esame di comunicazione giornalistica
Tipologia: Prove d'esame
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- Cos'è la notizia e quali sono i suoi contesti P43 MANUALE Stabiliscono tutta una serie di fattispecie che consente ai comunicatori di capire cos’è o cosa non è una notizia. 1. Criterio della novità : un fatto nuovo, sconosciuto, mai raccontato dai media; se una cosa si sapeva già prima, la notizia perde di interessa; 2. Imprevedibilità : criterio che appartiene a fatti come tragedie, calamità naturali e che suscitano curiosità ed emozioni nei lettori. Ad es, una donna partorisce nove gemelli; 3. Attualità : le notizie interessano nel momento in cui sono attuali, perché avvengono in un periodo limitato alla loro diffusione e perché dispongono di un contesto esterno che si inserisce nell’attualità. Tali notizie si suddividono in:
soft news sono prive di riferimenti temporali (le notizie non programmate sono spesso soft news)
negativo; rischio grave di generare un effetto emulativo: qualcuno, esaltato da una notizia di omicidio o suicidio, gli viene lo sghiribigghio di emularlo;
**- Un argomento a piacere di "Giornalismo Ibrido"
1.1. Il fenomeno Berlusconi «I giornali sono vecchi, una cosa del passato, non li legge più nessuno». Nel 2003 il presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi liquidava così l’importanza della stampa in Italia negli anni Duemila. «Se togliamo quelli sportivi» aggiungeva Berlusconi «tutti insieme i quotidiani italiani vendono poco più di quattro milioni di copie, e continuano a perderne». Una diagnosi impietosa, ma in larga misura vera, che fotografa come l’Italia continui a essere nettamente il più debole dei grandi paesi europei nel campo della stampa di informazione, e abbia risentito più acutamente di altri della epocale crisi di transizione che ha investito il settore. In questo contesto, il fulminante sviluppo delle televisioni di Silvio Berlusconi è stata la novità più importante dello scenario mediatico-giornalistico italiano degli anni Ottanta e Novanta. E il fatto che egli sia entrato in politica nel 1994, fondando il partito Forza Italia e conquistando più volte la Presidenza del Consiglio, ha generato un caso unico nel mondo occidentale di commistione tra potere mediatico e potere economico-politico. Dopo che nel 1974 la Corte costituzionale aveva infranto il monopolio dell’etere da parte della Rai, legalizzando le trasmissioni televisive private in ambito locale, si aprì in Italia un vuoto legislativo. Fino al 1990, il Parlamento non approvò una normativa organica sulla materia radiotelevisiva; il sistema si sviluppò così in condizioni di sostanziale anarchia. Silvio Berlusconi, imprenditore proveniente dal settore edile, spregiudicato, dotato di enormi capacità di lavoro e di una sorta di visionario vitalismo, si gettò nel progetto di costruire in Italia una televisione commerciale che ancora non esisteva, sfruttando l’alleanza politica con il Psi di Bettino Craxi. Prima fondò Canale 5, poi assorbì nella sua holding, Fininvest, i network concorrenti Rete 4, creato dalla Mondadori, e Italia 1 da Rusconi, che si trovavano in forte deficit. A seguito di una lunga e controversa battaglia legale (che, secondo sentenze giudiziarie certificate dalla Corte di Cassazione, fu viziata dalla corruzione di un magistrato), riuscì a conquistare anche la Mondadori, la più importante casa editrice italiana, e contemporaneamente acquistò definitivamente la proprietà del «Giornale» diretto da Montanelli. Alla fine degli anni Ottanta Berlusconi era a capo di un vero impero mediatico; le sue televisioni avevano un ascolto complessivo pari a quello della Rai; era nato un «duopolio» pubblico/privato che la legge Mammì del 1990 non fece altro che fotografare, stabilendo limiti antitrust ricalcati sullo statu quo. Unica eccezione fu l’introduzione del divieto di proprietà incrociate tra televisioni e quotidiani; Berlusconi dovette cedere «Il Giornale», ma fu una cessione formale, al fratello Paolo. La costruzione del gruppo produsse un forte indebitamento, che però fu ripianato quando, nel 1995, nel pieno del boom della new economy, Berlusconi riunì le sue attività televisive in una nuova società, Mediaset, che quotò in borsa con grande successo. Durante gli anni Ottanta le reti Fininvest produssero sperimentazioni limitate di trasmissioni informative, soprattutto nella forma della rubrica di commento e di approfondimento, affidate a nomi noti come Giorgio Bocca o Arrigo Levi. Solo dopo la legge Mammì, il network privato si è dotato di veri e propri telegiornali. Sono nati così Tg4 e Studio Aperto (nel 1991) e Tg5 (nel 1992). Nel giro di pochi anni tutti hanno assunto linee politico-editoriali ben definite. Il Tg4, affidato fino al 2012 alla lunga direzione di Emilio Fede, si è rivolto a un pubblico soprattutto femminile e scarsamente istruito, concentrandosi su fatti di cronaca e di costume, curiosità, problemi e vicende quotidiane, con largo spazio al protagonismo del conduttore che dell’edizione serale principale fa una sorta di show personale. Politicamente schierato in modo esplicito a sostegno di Berlusconi e del suo partito, senza alcuna pretesa di imparzialità e obiettività, rappresenta una fusione singolare di giornalismo soft- popolare e giornalismo propagandistico, subordinato alla parte politica dell’editore. Studio Aperto ha un taglio più giovanilistico-sensazionalistico e attento al
pettegolezzo: i suoi pilastri sono una cronaca nera talvolta truculenta e i servizi su stelle e stelline che popolano i programmi televisivi Mediaset. In entrambi il substrato ideologico è tendenzialmente qualunquista-conservatore; la linea politica è ostile al centrosinistra; i temi sindacali e sociali sono praticamente assenti. Sebbene vantino alcuni ottimi inviati, entrambi i telegiornali riservano agli esteri uno spazio limitato. Il Tg5, invece, aspira a presentarsi come telegiornale serio, completo ed equilibrato, capace di confrontarsi con il Tg1. Sotto la lunga direzione di Enrico Mentana (direttore dal 1992 al 2005, quando è stato sostituito da Carlo Rossella), ha introdotto in Italia un giornalismo televisivo più dinamico e vivace rispetto a quello Rai; toni più accesi, e a volte concitati, largo spazio alla cronaca, anche «ad effetto», una politica trattata in modo meno stereotipato e istituzionale, più chiaro e attento a interessi e conoscenze dell’uomo della strada. La sua concorrenza ha contribuito a svecchiare e rendere più mossi anche i telegiornali Rai; ma si tratta comunque di un giornalismo essenzialmente commerciale, che privilegia le tinte forti rispetto all’approfondimento e all’inchiesta; e che finisce per non dare mai fastidio all’establishment. Molto raramente il Tg5 ha dato risalto a notizie veramente «scomode», e da quando Berlusconi è entrato in politica, ha camminato sul filo di un abile equilibrismo che non scontentava nessuno. In sintesi, la nascita di telegiornali nazionali privati non ha introdotto una voce veramente libera, aggressiva, irriverente nell’informazione televisiva italiana. Non poteva essere diversamente, visti gli enormi interessi economici e politici di Berlusconi, che lo hanno collocato all’opposto del modello di editore «indipendente». La straordinaria concentrazione di potere mediatico e politico nelle sue mani è stata denunciata da molti osservatori internazionali come una evidente anomalia rispetto ai requisiti di una vera democrazia liberale. Forti di uno stile meno «ingessato», di contenuti più colorati e sensazionalistici, i telegiornali Fininvest-Mediaset hanno avuto successo; il Tg5 ha rapidamente raggiunto ascolti analoghi al Tg1; Tg4 e Studio Aperto hanno pubblici più ristretti (con share tra XIII. Il giornalismo italiano oggi l’8% e il 12% nelle edizioni principali), ma sono comunque capaci di raggiungere milioni di spettatori, specialmente in «target» sensibili come donne e giovani. Anche includendo trasmissioni come il settimanale Terra! (rotocalco simile a Tv7), tuttavia, l’informazione in senso proprio resta un prodotto non certo centrale nella programmazione Mediaset. D’altro canto, le reti private sono state in prima fila nel dilagare dell’infotainment, con trasmissioni come il Maurizio Costanzo Show (il più popolare esempio di talk show all’italiana), il cosiddetto «telegiornale satirico» Striscia la Notizia, il programma Le Iene, tutte trasmissioni in cui elementi informativi anche lodevoli (linguaggio semplice e accattivante, impegno a smascherare truffe e raggiri, atteggiamento irriverente nei confronti di politici e personaggi famosi) risultano annullati dal fondamentale qualunquismo ideologico e da una fatale mancanza di spessore analitico
- Bourdieu e il boundary-work P 153 DEM + P 9 IBRID 1 Effettivamente, dunque, il cinquantennio a cavallo del 1900 vide una netta trasformazione qualitativa del contenuto e dello stile dei fogli più strettamente «di notizie». La novità principale fu costituita dall’esplosione dei quotidiani, che fino ad allora costituivano solo una piccola parte della stampa; il giornale quotidiano assunse una rilevanza e una diffusione del tutto nuove. Si affermò il fenomeno della grande stampa popolare di massa, di cui la penny press americana e la stampa a basso prezzo francese erano state solo precorritrici. All’inizio del Novecento esistevano ormai
Corte di cassazione, sentenza del decalogo dell’84 , subordina l’esercizio del diritto di cronaca alla concorrenza di due fondamentali condizioni: a. Utilità sociale dell’informazione : permette di giustificare un atteggiamento lesivo se le notizie fornite presentano un’utilità sociale; b. Continenza : ossia la forma civile dell’esposizione dei fatti la notizia non deve eccedere rispetto al suo scopo informativo. In caso contrario è violazione del contesto interno, che ha a che fare con l’oggettività della vicenda.
- Caso Dreyfus P 173 DEM Quanto il giornalismo fosse parte attiva e vitale della vita politica e intellettuale del paese fu confermato in modo chiarissimo dall’enorme risonanza del caso Dreyfus, l’ufficiale dell’esercito che nel 1894 fu ingiustamente condannato per tradimento, nuovamente processato e condannato nel 1899, e solo nel 1906 riabilitato perché riconosciuto innocente. La furiosa, prolungata polemica politico-giornalistica che si scatenò sulla vicenda divenne specchio dei conflitti ideologici e di potere che pervadevano la nazione; per mesi e mesi le varie testate presero posizione pro o contro Dreyfus (molte in realtà adottarono una linea intermedia, dando voce ad entrambi i fronti), l’opinione pubblica si divise tra innocentisti e colpevolisti, e sui giornali si susseguirono le prese di posizione, le accuse, la rivelazione di nuovi indizi, le denunce di forzature procedurali, le polemiche su concetti, idee e valori. Il caso divenne una sorta di grande riflessione collettiva da cui emersero l’arroganza dei poteri costituiti (l’esercito, le istituzioni, i gruppi conservatori) esercitata a danno degli individui e dello Stato di diritto, l’antisemitismo di ampi settori dell’opinione pubblica (Dreyfus era di origine ebraica), ma anche la capacità della stessa opinione pubblica di battersi per la verità, la giustizia e il rispetto delle leggi. Proprio al caso Dreyfus appartiene uno dei più celebri testi della storia del giornalismo (nato come pamphlet, ma apparso in anteprima sull’«Aurore» nel 1898), dal titolo divenuto proverbiale, il J’accuse scritto da Émile Zola, in cui lo scrittore si scagliava contro l’apparato di poteri forti, dalle corti di giustizia all’esercito, che avevano perseguitato ingiustamente Dreyfus. Lo scritto di Zola provocò immenso scalpore e contribuì a volgere la vicenda a favore dell’ufficiale. Esso rivelò tutta la forza di una stampa francese che, pur meno spiccatamente indipendente di quella britannica, più intrecciata ai poteri politici e finanziari, manteneva, nel solco della tradizione rivoluzionaria, la capacità di mettere in questione l’establishment. - Tipi di titolazione P 144 MANUALE La semiotica, la linguistica e la teoria giornalistica distinguono i titoli in due categorie: 1. Enunciativi/freddi : sono legati a un’idea di comunicazione oggettiva , all’aspetto informativo di ciò che parlano finalità referenziale : danno un’info, una notizia, devono spiegare cose al lettore. 2. Paradigmatici/caldi : in cui entrano in gioco la soggettività e l’emotività finalità pragmatica di provocare un effetto emotivo sul lettore.
Col cambiamento del ruolo del giornalismo, di fronte alla complessità sociale della modernità, si è assistito ad uno slittamento graduale verso una titolazione connotativa : ricca di elementi valoriali , risulta allusiva , talvolta ammiccante ; cerca non solo di conquistare l’attenzion e del lettore, ma di stupirlo e invogliarlo alla lettura.
- Cos'è l'agenzia di stampa L’agenzia di stampa è una fra le fonti indirette. Essa è un'organizzazione specializzata nel fornire un servizio d'informazione a vari tipi di media: giornali, riviste, emittenti televisive e radiofoniche e giornali online. Le fonti indirette hanno un ruolo più attivo, in quanto esse stesse producono materiale (ad esempio il comunicato stampa). Fanno parte delle fonti indirette uffici stampa, pubbliche relazioni, addetti stampa, uffici di promozione, segreterie, portavoce e, appunto, le agenzie di stampa o agenzie d'informazioni. - I ragazzi di via Po P 331 DEM Avviato con pochi mezzi nella redazione romana di via Po, «L’Espresso» conquistò rapidamente lettori praticando un giornalismo animato da forte passione civile. I giornalisti che vi lavoravano, per lo più giovani (i «ragazzi di via Po»), si sentivano parte di un comune progetto di rinnovamento democratico non solo del giornalismo, ma della vita politica e culturale del paese. Il settimanale divenne famoso per le sue inchieste sulla speculazione edilizia a Roma e sulla corruzione che la accompagnava (celebre il titolo di un servizio di Antonio Cederna Capitale corrotta, nazione infetta), per la sua franca esposizione degli abusi del potere economico e politico, per la denuncia della forza della mafia e dei suoi rapporti con la politica democristiana, e più tardi per il tenace perseguimento di verità diverse da quelle ufficiali durante l’oscura stagione della strategia della tensione. Pur ispirandosi alla formula del news-magazine americano («Time» aveva un formato piccolo, «da rivista»), il nuovo settimanale adottò un formato «a lenzuolo», analogo a quello dei quotidiani. Facendo uso di grandi foto spesso provocatorie, titoli a caratteri cubitali e uno stile sospeso tra moralismo e ironia «L’Espresso» condusse innumerevoli battaglie. Emblematica l’inchiesta sulla adulterazione dell’olio d’oliva o quella sulle condizioni di vita nel Sud. La rivista formò una nuova generazione di giornalisti destinati ad avere una presenza di primo piano nella stampa italiana dei successivi trent’anni: oltre a Benedetti, Scalfari (che gli successe alla direzione nel 1963), Antonio Gambino, Gianni Corbi, Camilla Cederna, Andrea Barbato, Sandro Viola, Livio Zanetti e molti altri, a cui si aggiungeva una schiera di collaboratori reclutati tra i più brillanti scrittori e intellettuali italiani, da Bruno Zevi a Massimo Mila, da Adriano Buzzati Traverso a Lionello Venturi. - Ambivalenza di Google IBRID 2 La produzione delle notizie e il giudizio stesso su di esse appaiono indissolubilmente vincolati ai possibili risultati di posizionamento ottenuti attraverso il motore di ricerca.
ideologica. Il focus riporta tale contrapposizione nel dialogo tra il medium e il suo pubblico e pone il lettore di fronte alla preoccupante banalità di questa fenomenologia sociale che sembra una risposta populista e violenta al disagio della convivenza in alcune periferie. In concreto il focus non è perciò lo sviluppo di un singolo concetto, ma rappresenta una trama di valori e di contenuti in cui è inscritta l’intera narrazione della notizia. Con un concetto di logica formale o di linguistica potremmo definirlo il metalinguaggio della notizia, capace di riassumere la strategia di comunicazione di un articolo oltre il senso letterale e logico delle parole usate.
- Cos'è il retroscena P 150 MANUALE Il genere che incarna la sovrapposizione e la confusione tra la sfera pubblica-civile e la sfera privata-Personale della politica è il retroscena, o meglio la sua particolare versione italiana, il cui svolgimento e la cui tecnica di scrittura tratteremo più avanti in questo libro (vedi infra, pp. 173). In questa sede ci limitiamo a inquadrarlo in quanto simbolo di una stagione professionale: esso è una lettura delle vicende politiche attraverso il non detto e le confidenze dei suoi protagonisti, un faro acceso sul loro privato che consente ricostruzioni di pensieri, punti di vista, umori e reazioni presentati come riservati e perciò non confutabili. Ciò segna uno spostamento dalla funzione originaria del retroscena, che nasce invece come ricostruzione di una zona d’ombra o del lato oscuro di una vicenda politica, diplomatica o investigativa di grande rilevanza, quale sarebbe per esempio una trattativa segreta dietro la liberazione di ostaggi da parte di un’organizzazione terroristica. In questa forma originaria, tutt’ora riferibile al giornalismo anglosassone con il nome di inside, il retroscena è ancorato a fatti e circostanze, se pure riservati, riferibili all’azione di soggetti pubblici, ricostruiti attraverso fonti confidenziali attendibili. Il retroscena politico italiano invece non riguarda fatti e circostanze, ma piuttosto reazioni, umori, punti di vista talvolta attribuiti a fonti anonime talaltra desunte deduttivamente dall’autore dell’articolo. Prendere coscienza di questo ‘ping pong’ al ribasso tra politica e giornalismo sarebbe l’auspicabile presupposto per superare una cronica miopia dei media, che le ultime stagioni hanno accentuato. Ma per farlo occorrerebbe mettere in discussione l’intera gerarchia di notiziabilità su cui si fonda la cultura professionale: una simile trasformazione, oltre che presupposto di crescita civile per il paese che i media rappresentano, sarebbe il primo passo per un’autentica differenziazione dell’offerta informativa tra le singole testate. Che il mercato non potrebbe non gradire. DA P 173 IN AVANTI Il retroscena talvolta maschera una complicità tra il giornalista e il personaggio o l’istituzione a cui è rivolto. In questo caso esso è utilizzato per diffondere le notizie sotto forma di indiscrezioni coprendo la fonte, che spesso coincide con lo stesso protagonista del retroscena o con il suo ufficio stampa. Ciò accade quando la fonte non intende esporsi ufficialmente ma vuole ugualmente rendere pubblico il suo pensiero o il suo operato. La prassi è tanto discutibile quanto diffusa. E concerne il rapporto tra i giornalisti e fonti istituzionali o investigative, anche di alto livello. - Cos'è un editoriale e chi lo scrive
pagina solitamente in alto a sinistra, esprime a firma del direttore o di un opinionista la posizione del giornale su uno degli argomenti di carattere principalmente politico- economico.
- Gli anni di Piombo P 359 DEM Strategia della tensione, Piazza Fontana e le inchieste dell’Espresso, Panorama, La Stampa e il Giorno per smascherare il depistaggio. Altre inchieste su sono servite a smascherare altre cospirazini come l’abortito golpe di Borghese. L’informazione di quegli anni tendeva a essere fortemente politicizzata; con poche eccezioni, in Italia mancava una solida tradizione di approfondimento giornalistico equilibrato e obiettivo. Le analisi finivano con l’intrecciarsi con opposti pregiudizi politico-ideologici. Magistratura fu complice dei depistaggi di Stato. Dal confronto con il pur diversissimo caso Watergate, in cui ci fu sinergia tra la tenace inchiesta di Woodward e Bernstein e l’inflessibile azione dei giudici, risulta chiaro come la denuncia giornalistica possa produrre risultati concreti solo quando si colloca in un contesto di istituzioni di controllo autenticamente indipendenti, operanti sulla base di valori democratici saldi e condivisi. I giornali dovettero anche affrontare il problema etico-deontologico di come fare informazione sul terrorismo. Il rischio era quello di fare da cassa di risonanza; a esso si contrapponeva il diritto dei cittadini a essere informati (spaccatura tra le maggiori testate). - La guerra del Vietnam P 333 DEM Il giornalismo del dissenso: Vietnam e Watergate Gli Stati Uniti tra gli anni 60 e 70 vissero una delle fasi più travagliate della loro storia. Proprio in questo periodo si collocano due grandi miti del giornalismo americano quello della Guerra del Vietnam e quello dello scandalo Watergate. Gli anni 60 videro sorgere una stagione di giornalismo liberale e impegnato “ advocacy journalism ”, un giornalismo cioè che chiedeva e denunciava, polemico verso il potere. Entrò in voga l’idea di un giornalismo investigativo come filone specifico dell’informazione. La potenza dell’immagine televisiva si rivelò in modo molto chiaro in occasione della Guerra del Vietnam. Il governo sosteneva che la guerra era necessaria per combattere l’avanzare del comunismo in Estremo Oriente, ma la presentava in modo distorto e ingannevole, dichiarando che la vittoria fosse a un passo. Ma non fu così e col tempo i reporter lo rivelarono, ma ciò avvenne solo nella seconda metà degli anni Sessanta quando entrò in gioco la forza dirompente dell’immagine (la bambina che fugge da un villaggio bruciato dal napalm). Nel gennaio 1968 quando i guerriglieri vietcong attaccarono l’ambasciata americana a Saigon dimostrarono una forte capacità militare e la scena venne trasmessa in America. La Casa Bianca finì così con lo scegliere la via della trattativa e del ritiro: fu la prima sconfitta militare del paese. Il NYT pubblicò i cosiddetti Pentagon papers, documenti che rivelavano come le autorità avessero mentito sistematicamente al pubblico sull’andamento di guerra.
radiotelevisivo, che appare sentito e sincero nel suo cordoglio, è stato in realtà freddamente preparato in anticipo in attesa della morte del personaggio.
Italia. un approccio professionale volto all’approfondimento della crescente complessità sociale e diretto a rappresentare e interpretare un singolo fatto o fenomeno da punti di osservazione e di analisi differenti, ai quali corrispondono altrettante specializzazioni professionali. Essa utilizza generi diversi per raccontare lo stesso evento.
- Caso Mamma Rai e perché si chiama così Per la Rai gli anni Sessanta e la prima metà degli anni 70 furono il periodo di massimo fulgore. La Rai continuò a essere l’azienda titolare del monopolio dell’etere, controllata dal governo attraverso il Ministero delle Poste, che nominava i vertici. Il periodo 1961- 73 fu caratterizzato dalla lunga direzione di Bernabei, potente fiduciario della Dc. Vennero introdotte le prime trasmissioni dove i leader dei partiti si rivolgevano direttamente al pubblico con discorsi e inviti al voto, oppure rispondevano alle domande dei giornalisti della carta stampata. Per la prima volta gli italiani poterono dunque vedere dal vivo i maggiori personaggi politici del paese. Nel 1961 venne inaugurato il secondo canale con il corrispettivo tg2, che si caratterizzò come telegiornale diverso, di orientamento leggermente più spostato a sinistra e più aperto al sociale. Il tg1 continuò comunque a essere molto istituzionale e filogovernativo. I telegiornali, in particolare il Tg1 delle 20, erano diventati ormai un appuntamento fisso degli italiani. L’informazione televisiva contribuì sicuramente a sprovincializzare e modernizzare la mentalità stessa degli italiani; la televisione fu un cruciale fattore di unificazione linguistica. Gli sconvolgimenti avviati nel biennio 68-69 aprirono una nuova fase. I telegiornali contribuirono a definire il clima dell’epoca mostrando al paese intero le immagini delle manifestazioni, degli scontri e degli attentati terroristici. Nel 1975 venne approvata LA RIFORMA DELLA RAI che modificò alcune caratteristiche della rete. Il controllo politico fu sottratto al governo e affidato al Parlamento, fu disposto l’avvio di una terza rete e in sostanza la riforma servì per dare spazio anche alla sinistra all’interno della rai. Infatti, il tg1 rimase capeggiato dalla DC, mentre il Tg dal Psi e il tg3 dalla Pci. A seguito della Riforma del 1975 l’offerta di informazione televisiva del servizio pubblico si fece più ricca e varia. Il tg1 seguitava a essere il notiziario più seguito, per una sorta di rito nazionale. Nel 76 venne introdotto il primo Talk Show diretto da Maurizio Costanzo, caratterizzato dal suo stile informale, aumentarono anche le dirette di programmi di intrattenimento e sportivi come il giro d’Italia o 90° Minuto che era dedicato al pomeriggio calcistico domenicale. Questo non bastava naturalmente a salvare la Rai dall’accusa della nuova sinistra di essere parte integrante del sistema borghese capitalistico. **- Criterio di innovazione vedi sopra
Elemento fondamentale del processo di negoziazione giornalistica. Abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa che ci fornisca la notizia. Quali sono le fonti? Nel corso del tempo la classificazione delle fonti è cambiata. Attualmente 4 sono le fonti riconosciute:
- Paparazzi P 324 MANUALE Negli anni 50 nascono testate giornalistiche coraggiose, come l’Espresso, sul modello
anglosassoni, e tra queste in particolare «Epoca», fondata nel 1950, dedicata al giornalismo fotografico nel solco dell’americana «Life», di cui imitava il titolo a caratteri bianchi su riquadro rosso. Sulle sue pagine, e poi alla sua direzione, si sarebbe presto fatto notare un giovane giornalista emiliano: Enzo Biagi. I rotocalchi ebbero però poca fortuna dal punto di vista dell’indagine sociale e documentaria mentre si fece largo la figura del «paparazzo», che inseguiva i divi del cinema per locali e ristoranti per «rubare» i suoi scatti a metà tra celebrazione e sberleffo. Lo scandalo era l’obiettivo principale e, Concedendo scarsissimo spazio alla politica, i rotocalchi si concentravano su matrimoni, separazioni, malattie, miracoli, tragedie, confessioni, sia di gente comune colpita da circostanze eccezionali sia, soprattutto, di personaggi famosi, dai reali di Gran Bretagna e del Principato di Monaco (cominciò in
Consuetudini. Il d. di cronaca presenta altri limiti codificati dall’ordinamento sulla base di una serie di consuetudini o prassi:
- Tipi di inchiesta L’inchiesta giornalistica coincide con un percorso di conoscenza e ricostruzione che va a beneficio del proprio utente (il proprio lettore). Il giornalista investigativo utilizza strumenti investigativi propri della magistratura e narrativi. Un giornalismo complesso e pericoloso; lo si capisce già dal nome: “inchiesta” collega il mondo del giornalismo col mondo giudiziario. Spesso questi due piani si sovrappongono il modo di fare l’inchiesta è simile, ma NON condividono l’obiettivo finale dell’inchiesta:
Ufficio stampa: il giornalista deve sempre verificare alcuni aspetti fondamentali di una notizia che proviene da un ufficio stampa. Fondamentale che tra il giornalista e l’ufficio si instauri un rapporto di fiducia ; l’addetto stampa deve seguire una serie di regolamentazioni: deve sapere come funziona una redazione; come viene creato un giornale; non deve omettere informazioni fondamentali al giornalista, non può prenderlo in giro; deve dare la massima completezza alle informazioni, il più aderente alla realtà possibile; si deve mettere a disposizione del giornalista; non deve andare alla ricerca della marchetta. Comportamento che alcuni uffici stampa non seguono. Verificare anche ciò che proviene dal governo. Le fonti possono essere di qualsiasi tipo: un giornale interno di un’azienda, un giornale locale. Parte più difficile per l’addetto stampa: discutere col proprio manager circa la pubblicazione di una notizia riguardante la propria azienda. Riuscire a pubblicare una notizia la più corretta possibile, senza oscurare nulla.
- Penny Press Penny press: nata a New York, nuovo tipo di giornale a basso costo rivolto ai ceti popolari e caratterizzato da uno stile e da contenuti nuovi. La prima testata fu “The Sun ” che nacque nel 1833 creata da Benjamin Day. Questo giornale segnò la comparsa del formato che nel Novecento sarebbe stato definito Tabloid. La penny press rappresentò dunque l’avvio di una profonda trasformazione del giornalismo. Segnò l’ascesa della cronaca, la ricerca della notizia divenne la prima preoccupazione della redazione; si affacciò la figura del reporter giornalista, inteso come cronista, come uomo della strada. Furono i primi passi per il giornalismo investigativo, fatto per svelare al pubblico gli inconfessabili retroscena della vita pubblica. Un giornalismo dalla parte popolare, battagliero e indipendente. La penny press introdusse nel giornalismo il sensazionalismo, lo scandalismo indirizzandola verso un giornalismo gridato, che invadeva la privacy delle persone. I penny papers erano largamente commerciali e davano molto spazio alla pubblicità e professava fieramente di essere a- partitica. Così facendo nasceva un giornalismo che metteva al centro i fatti della quotidianità, una cronaca che incuriosiva e intratteneva, ma anche distraeva, e
Gli studi sulla «produzione della notizia» iniziano negli anni Cinquanta con l’elaborazione del concetto di gatekeeping, il meccanismo di selezione delle notizie all’interno dei canali organizzativi dei media. L’obiettivo è quello di arrivare a stabilire scientificamente le modalità con cui avviene tale processo di scrematura. Le prime ricerche sul tema, realizzate da David Manning White e Walter Gieber all’interno di alcune tra le più importanti testate americane, si concentrano sull’attività individuale del giornalista nel processo di scelta, il gatekeeper, per arrivare poi a rilevare come i mezzi di informazione in realtà si comportino in modo analogo in situazioni analoghe e di fronte agli stessi eventi. La figura del giornalista che funge da gatekeeper rappresenta un elemento centrale del modello classico di mediazione giornalistica, in cui la negoziazione, cioè il processo di selezione e sintesi che dal fatto porta alla notizia, è di tipo lineare: il giornalista apprende il fatto da una fonte, lo valuta e lo diffonde al pubblico. Tale linearità unidirezionale oggi è ampiamente superata da un circuito comunicativo interconnesso e interattivo, in cui sfuma sempre più la distinzione tra emittenti e riceventi. Ciò modifica in maniera sostanziale anche il ruolo del gatekeeper. Uno dei più acuti studiosi italiani dei media, Carlo Sorrentino, distingue tra «negoziazione situata» e «negoziazione di contesto». La prima è interna alla redazione, dove il giornalista è chiamato a definire la rilevanza delle informazioni in suo possesso e decidere la collocazione e lo spazio da assegnare ad ognuna di esse. La seconda, che procede di pari passo con la prima, coinvolge invece soggetti esterni, come fonti e pubblico, ugualmente abilitati a ricevere e pubblicare informazioni. Tale evoluzione impone ai giornalisti professionisti di dotarsi di nuove competenze tecnico- professionali in grado di gestire la negoziazione tra le fonti, i media concorrenti e il pubblico.
- Cos'è il buco L’omologazione e la crisi dei giornali fotocopia. Sindrome del buco (beh, fa ridere così). Tale processo trova una sua giustificazione nella cultura professionale dei giornalisti attraverso il valore condiviso della completezza, il quale finisce per spingere le singole redazioni verso un’agenda setting sempre più convenzionale e prevedibile. La completezza ha come sua smentita il buco, cioè la notizia che un giornale manca a vantaggio di un altro. L’eventualità di un buco è vissuta nelle redazioni dei media italiani come un trauma, come il sintomo di un errore professionale o di una disfunzione organizzativa. Ma a sua volta il buco attiva e fortifica la gerarchia e funge da elemento di conservazione degli equilibri interni alla redazione, fornendo un pretesto per rivestire d’autorità responsabilità organizzative altrimenti deboli. Questa sorta di mitologia del buco poggia su due diffuse ma discutibili credenze:
sorta di valore autoreferenziale. Essa non può infatti essere rapportata alla totalità di accadimenti naturali e umani che ogni giorno cadono sotto l’osservazione dei giornalisti.
- Bellingcat https://www.bellingcat.com/ - Pravda Fra le due guerre mondiali anche in Russia la diffusione dell’informazione conobbe una drammatica impennata. Essa si collegò alla Rivoluzione bolscevica e se da un lato introdusse una modernizzazione del sistema nazionale di comunicazione di massa, dall’altro avvenne all’insegna della propaganda più massiccia. Nacque così nel 1912 la “PRAVDA”, quotidiano della corrente bolscevica del partito comunista russo, che sarebbe diventato il longevo organo ufficiale dell’Unione Sovietica. In Russo il nome significa “Verità”, un paradosso, visto che sarebbe diventato capofila di una colossale manipolazione dell’informazione. Ai giornali venne assegnata una diversa e precisa funzione: formare la coscienza politica del proletariato, difendere la rivoluzione, contribuire all’edificazione del socialismo, in stretto rapporto con lo Stato e con le sue organizzazioni. Il regime leninista provvide così ad adottare misure che sarebbero state in parte riprese dai regimi totalitari di destra. Il Cremlino si sforzò di centralizzare l’informazione mentre la Pravda diventò quotidiani ufficiali. Nel Comitato Centrale del Partito comunista sovietico venne creata una apposita sezione per L’Agitazione e la Propaganda (Agitprop), che inviò schiere di attivisti nelle città e nelle campagne per propagandare la rivoluzione. Tutto ciò si tradusse nella innovativa produzione grafica (volantini, manifesti, riviste), negli spettacoli teatrali e cinematografi di propaganda attraverso altoparlanti. Il governo di Mosca diede un potente impulso alla diffusione della radio, mezzo particolarmente adatto alle grandi pianure russe, prive di ostacoli naturali. L’informazione risultò diretta espressione dello stato, nelle sue articolazioni ed organizzazioni. La popolazione fu così investita da un flusso di comunicazione propagandistico-pedagogico. Il controllo dell’informazione si fece ancora più ferreo durante l’atroce regime staliniano. Ogni voce di dissenso fu repressa nel sangue dal paranoico dittatore che vedeva minacce ovunque. Giornali e radio furono piegati ad una propaganda ottusa che rispecchiava la rigida società. Il popolo russo poté apprendere poco o nulla dalle purghe staliniane, dai gulag, delle sofferenze dei contadini costretti dalla fame, delle deportazioni di intere popolazioni. In compenso fu inondato di notizie che magnificavano i progressi del paese, costruivano il culto staliniano della personalità. - Caso Watergate 1972- Nel caso Watergate invece fu il vecchio giornalismo scritto ad avere il ruolo di protagonista. L’irruzione notturna di alcune persone negli uffici del Partito democratico, ospitati a Watergate a Washington sembrava una cosa banale. Ma il giovane cronista del Washington Post si accorse che una delle persone era