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Documenti e riassunti, Dispense di Arti Performative

Riassunti per arti performative

Tipologia: Dispense

2025/2026

Caricato il 25/06/2026

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letizia-berselli 🇮🇹

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Ipotesi e percorsi di ricerca per una memoria orale e polifonica del teatro di Donatella Orecchia
Il capitolo si apre con un’ intervista condotta da Giada Oliva a Simone Carella, realizzata nel 2012 all’interno
di una ricerca sui primi anni del Beat 72 di Roma, si caratterizza per la sua particolare natura di officina
aperta: non esprime la poetica di un solo gruppo o artista, ma è piuttosto un luogo dove artisti diversi, già
noti o esordienti, possono presentare i loro lavori, ricevendo protezione e sostegno; in cui è possibile
essere ospitati e provare anche per un lungo periodo di tempo e gratuitamente.
Il brano presenta un estratto di un’intervista con Simone Carella, un artista che esprime un profondo rifiuto
nei confronti della memoria e del passato, sottolineando come la memoria e le date siano per lui un peso e
come preferisca dimenticare piuttosto che ricordare. Carella, in quanto artista d’avanguardia, manifesta il
suo desiderio di rompere con la tradizione e di abbandonare il passato, considerandosi un "rudere" del
passato stesso. Questo atteggiamento critica la possibilità di costruire un percorso di memoria sul teatro,
rendendo problematico, se non impossibile, il suo coinvolgimento nel racconto della storia teatrale. Questa
testimonianza introduce la questione delle memorie del teatro e il loro studio attraverso fonti orali. Le
memorie, intese come narrazioni personali di esperienze vissute, sono sempre parziali e soggettive, e la loro
verità è necessariamente limitata. L’intervista con Carella evidenzia le difficoltà legate alla costruzione della
memoria, inclusi la diffidenza e il rifiuto di alcuni testimoni nel raccontare la propria esperienza. Carella
rifiuta il patto relazionale con il ricercatore, ma la sua testimonianza rivela anche che la memoria è un
processo dialettico, che include oblio e non detto. L'incontro tra ricercatore e narratore può avvenire in
modi imprevisti, e il rifiuto o la resistenza possono anch'essi raccontare molto.
L’autrice propone una riflessione metodologica sul lavoro con le fonti orali nel contesto teatrale,
sottolineando l'importanza di indagare le strategie narrative, le parzialità e i rapporti con altre fonti.
Queste memorie, seppur parziali e frammentarie, sono essenziali per conservare una certa verità sul
passato. Il lavoro con le fonti orali nel campo teatrale implica una complessa dialettica tra esperienza sul
campo e riflessione metodologica, e diventa cruciale nel processo di costruzione, interpretazione e
condivisione della memoria.
L'autrice fa riferimento al Progetto Ormete (Oralità Memoria Teatro), che si occupa da anni di raccogliere e
studiare memorie teatrali attraverso fonti orali. Questo progetto promuove una progettualità ampia,
coinvolgendo studiosi di diverse discipline per comprendere meglio la memoria teatrale come una fonte
relazionale e polifonica. In sintesi, l'articolo riflette sull'importanza e le sfide metodologiche delle fonti orali
nel campo delle memorie del teatro, riconoscendo la complessità di tale ricerca.
Da dove partire: la fonte orale. E il teatro?
Una prima questione metodologica da affrontare riguarda il modo di intendere la «fonte orale» in questo
campo le tipologie di documenti creati attraverso interviste che possono essere strutturate, semi-
strutturate o completamente libere. Le interviste possono anche variare in formato, come nel caso delle
storie di vita o dei progetti con numerosi casi, con una preferenza crescente per interviste lunghe, aperte e
flessibili da parte dei ricercatori italiani, in particolare sociologi, storici e antropologi. Queste fonti orali si
distinguono dalle indagini quantitative, concentrandosi sulla dimensione dialogica e sull'apertura di uno
spazio narrativo in continua evoluzione, in cui il racconto si costruisce progressivamente.
Il primo elemento caratterizzante della fonte orale è la duplice soggettività, ovvero: chi intervista
(ricercatore) e chi viene intervistato. Vi sono dibattiti da parte degli storici e dalla comunità scientifica per
l’inattendibilità del racconto e precisione storica dei fatti accaduti. L’intervistato non parla soltanto di ciò
che è accaduto, ma anche del significato di ciò che è accaduto, di cosa resta nel ricordo e come i
protagonisti scelgono di trasmetterlo, come raccontarlo dove e quando. Le fonti orali, quindi, non si limitano
a documentare fatti, ma indagano come le persone si raccontano, chi sono, e come si relazionano ai
contesti sociali, culturali e temporali in cui vivono. Nel contesto della storiografia teatrale, queste fonti
permettono di esplorare la costruzione dell’identità individuale (personale, artistica, di genere) in relazione
a contesti socio-culturali e linguistici, nonché i modi di fruizione e memoria della cultura teatrale. Aiutano
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Ipotesi e percorsi di ricerca per una memoria orale e polifonica del teatro di Donatella Orecchia

Il capitolo si apre con un’ intervista condotta da Giada Oliva a Simone Carella , realizzata nel 2012 all’interno di una ricerca sui primi anni del Beat 72 di Roma, si caratterizza per la sua particolare natura di officina aperta : non esprime la poetica di un solo gruppo o artista, ma è piuttosto un luogo dove artisti diversi, già noti o esordienti, possono presentare i loro lavori, ricevendo protezione e sostegno ; in cui è possibile essere ospitati e provare anche per un lungo periodo di tempo e gratuitamente. Il brano presenta un estratto di un’intervista con Simone Carella, un artista che esprime un profondo rifiuto nei confronti della memoria e del passato, sottolineando come la memoria e le date siano per lui un peso e come preferisca dimenticare piuttosto che ricordare. Carella, in quanto artista d’avanguardia, manifesta il suo desiderio di rompere con la tradizione e di abbandonare il passato, considerandosi un "rudere" del passato stesso. Questo atteggiamento critica la possibilità di costruire un percorso di memoria sul teatro, rendendo problematico, se non impossibile, il suo coinvolgimento nel racconto della storia teatrale. Questa testimonianza introduce la questione delle memorie del teatro e il loro studio attraverso fonti orali. Le memorie, intese come narrazioni personali di esperienze vissute, sono sempre parziali e soggettive, e la loro verità è necessariamente limitata. L’intervista con Carella evidenzia le difficoltà legate alla costruzione della memoria, inclusi la diffidenza e il rifiuto di alcuni testimoni nel raccontare la propria esperienza. Carella rifiuta il patto relazionale con il ricercatore, ma la sua testimonianza rivela anche che la memoria è un processo dialettico, che include oblio e non detto. L'incontro tra ricercatore e narratore può avvenire in modi imprevisti, e il rifiuto o la resistenza possono anch'essi raccontare molto. L’autrice propone una riflessione metodologica sul lavoro con le fonti orali nel contesto teatrale, sottolineando l'importanza di indagare le strategie narrative , le parzialità e i rapporti con altre fonti. Queste memorie, seppur parziali e frammentarie, sono essenziali per conservare una certa verità sul passato. Il lavoro con le fonti orali nel campo teatrale implica una complessa dialettica tra esperienza sul campo e riflessione metodologica , e diventa cruciale nel processo di costruzione, interpretazione e condivisione della memoria. L'autrice fa riferimento al Progetto Ormete (Oralità Memoria Teatro), che si occupa da anni di raccogliere e studiare memorie teatrali attraverso fonti orali. Questo progetto promuove una progettualità ampia , coinvolgendo studiosi di diverse discipline per comprendere meglio la memoria teatrale come una fonte relazionale e polifonica. In sintesi, l'articolo riflette sull'importanza e le sfide metodologiche delle fonti orali nel campo delle memorie del teatro, riconoscendo la complessità di tale ricerca. Da dove partire: la fonte orale. E il teatro? Una prima questione metodologica da affrontare riguarda il modo di intendere la «fonte orale» in questo campo le tipologie di documenti creati attraverso interviste che possono essere strutturate, semi- strutturate o completamente libere. Le interviste possono anche variare in formato, come nel caso delle storie di vita o dei progetti con numerosi casi, con una preferenza crescente per interviste lunghe, aperte e flessibili da parte dei ricercatori italiani, in particolare sociologi, storici e antropologi. Queste fonti orali si distinguono dalle indagini quantitative, concentrandosi sulla dimensione dialogica e sull' apertura di uno spazio narrativo in continua evoluzione, in cui il racconto si costruisce progressivamente. Il primo elemento caratterizzante della fonte orale è la duplice soggettività , ovvero: chi intervista (ricercatore) e chi viene intervistato. Vi sono dibattiti da parte degli storici e dalla comunità scientifica per l’inattendibilità del racconto e precisione storica dei fatti accaduti. L’intervistato non parla soltanto di ciò che è accaduto, ma anche del significato di ciò che è accaduto, di cosa resta nel ricordo e come i protagonisti scelgono di trasmetterlo, come raccontarlo dove e quando. Le fonti orali, quindi, non si limitano a documentare fatti, ma indagano come le persone si raccontano , chi sono , e come si relazionano ai contesti sociali, culturali e temporali in cui vivono. Nel contesto della storiografia teatrale , queste fonti permettono di esplorare la costruzione dell’identità individuale (personale, artistica, di genere) in relazione a contesti socio-culturali e linguistici , nonché i modi di fruizione e memoria della cultura teatrale. Aiutano

inoltre a comprendere come si costruiscono e trasformano le memorie collettive , come avvengono selezioni, deformazioni e rimozioni nella memoria individuale e collettiva, e come il linguaggio (verbale e corporeo) si evolve nel tempo. Infine, le fonti orali sono utili per analizzare gli aspetti formali del racconto e la struttura del modo in cui le esperienze vengono narrate. Dal punto di vista della soggettività del ricercatore, è importante ricordare il carattere intenzionale delle fonti orali che a differenza delle fonti tradizionali, che esistono e lo storico le interpreta sono già il frutto di un lavoro di ricerca. Queste fonti sono programmate, prodotte in collaborazione con gli intervistati e seguite durante il processo di conservazione e analisi critica, rendendo il lavoro del ricercatore fondamentale nella loro creazione e interpretazione. La dimensione della intersoggettività o relazionalità della fonte orale: narratore e ricercatore condividono i propri saperi, li rielaborano. In questo senso risulta delicata la questione della co-autorialità e la scelta di come utilizzare le interviste. La fonte polifonicala (diverse voci) esprime una pluralità di punti di vista e restituisce la complessità dei processi storici meglio di altre fonti .Questa caratteristica è particolarmente significativa per il teatro , che è un’arte fondata sulla relazione e sulla compresenza di più voci, soggetti e linguaggi. Attraverso le fonti orali, lo studioso può analizzare diverse relazioni fondamentali : quella alla base dell’atto teatrale, quella tra testimone e ricercatore, il rapporto tra passato e presente della narrazione e quello tra i corpi che hanno vissuto l’esperienza teatrale (vista o ascoltata) e quelli che la raccontano oggi. Infine, l’intervista è una vera e propria performance , dove codici e convenzioni definiscono i ruoli in cui intervistato e intervistatore costruiscono e mettono in scena la propria auto-rappresentazione. Campi di studio e casi studio nel teatro contemporaneo In Italia, l'uso delle fonti orali nel teatro è stato inizialmente legato agli studi antropologici e demonologici (studi relativi alle credenze degli spiriti, demoni e diavolo), con particolare attenzione al teatro popolare. Sebbene questo approccio abbia avuto meno sviluppi scientifici rispetto all'etnomusicologia, le fonti orali sono state comunque utilizzate per dare voce a chi, nel teatro occidentale contemporaneo, spesso non ha trovato spazio nelle ricostruzioni storiche. Oggi, ampliando lo sguardo a studi internazionali europei , il campo si è diversificato. In particolare, si possono distinguere due tipi di ricerca: le ricerche tematiche e le storie di vita , che affrontano diverse aree di indagine. Un esempio significativo di ricerca tematica è il Arch Theatre Archive Project , promosso dalla British Library e dalla De Montfort University. Il progetto, che si concentra sul teatro inglese tra il 1945 e il 1968, ha prodotto circa 300 interviste a professionisti del teatro (attori, registi, scenografi, critici, ecc.) e, recentemente, ha incluso anche una sezione dedicata agli osservatori e spettatori di eccezione (chiamati "theatre-goers"). Questo progetto riflette una modalità operativa tipica nei paesi anglosassoni , dove la storia orale, spesso sostenuta dalle istituzioni, raccoglie un ampio numero di interviste basate su criteri cronologici e geografici, senza necessariamente seguire una rielaborazione approfondita del materiale. Il patrimonio immateriale è custodito in istituzioni centrali che ne facilitano l'accesso e la consultazione, fornendo informazioni sintetiche ma accurate sulle fonti. Un esempio significativo è il progetto della Aberystwyth University del Galles , intitolato "It was forty years today…" che esplora la storia della performance art in Galles tra il 1965 e il 1979 , mettendo in luce il suo legame con la neoavanguardia. Il progetto include la digitalizzazione di materiale documentario e 40 interviste orali a artisti, organizzatori e spettatori, raccolte in diverse modalità: conversazioni individuali, interviste di gruppo e interviste nel luogo delle performance. Le ricerche del Progetto Ormete si concentrano sul rapporto tra culture teatrali e spazi urbani , in linea con molte ricerche di storia orale degli ultimi anni. Questi studi esplorano la vita, la cultura, i costumi e le tradizioni di contesti urbani specifici, analizzando anche i gusti e le modalità di fruizione dell'arte. Esempi significativi sono il progetto su La Borsa di Arlecchino di Genova, le prime stagioni del Beat 72 di Roma, e il progetto Donne di teatro a Roma durante la mobilitazione femminista. Questi studi si concentrano su periodi specifici (come il trentennio 1960-1990) e su contesti cittadini, ereditando la tradizione della microstoria ma con uno sguardo alle trasformazioni culturali, sociali e di genere in Italia e in Europa.

Questo esempio sottolinea la negoziazione della memoria attraverso un procedimento dialogico, in cui l'intervista stessa diventa un atto di costruzione della memoria, con continui rimandi tra passato e presente. La sfida di riportare questi vissuti nel contesto teatrale e orale si svela così come una complessa interazione tra memoria, identità e trasformazione storica. Il patto comunicativo tra ricercatore e testimone si ristabilisce attraverso un processo critico e autoriflessivo , dove la negoziazione della memoria avviene, pur partendo da un’apparente assenza di senso. Il racconto prende forma in modo dialogico e costruttivo , ma solo dopo aver riconosciuto e condiviso una rottura con il passato. La memoria dei primi anni Settanta , un periodo di forte conflitto con il precedente, viene recuperata senza nostalgia , rielaborata nel dialogo, ma senza l’intento di permanere né la certezza di essere compresa pienamente. Questo processo di recupero del passato contiene, come spesso accade nell'arte contemporanea, anche la possibilità del fallimento. Un passaggio chiave è quando Simone Carella, ricordando lo spettacolo Statue movibili di Antonio Petito, diventa protagonista del suo racconto come spettatore consapevole, commentando con precisione e dettaglio alcuni momenti dello spettacolo. Successivamente, il racconto si trasforma in una riproposta performativa del ricordo: Carella recita in prima persona frammenti dello spettacolo, usando la lingua teatrale , la voce e il corpo , e assumendosi la responsabilità di rivivere il passato nell’ attualità del presente. In questo modo, l’ atto recitativo sostituisce la narrazione , e l’auto-rappresentazione di sé e della propria memoria diventa una riscrittura del passato attraverso il corpo del teatro e del performer. La memoria del teatro, dunque, non è solo raccontata, ma rielaborata e vissuta nel presente , attraverso un atto teatrale che restituisce significato al passato.