Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


L'origine dei giornali: dall'antichità ai giornali moderni, Appunti di Letteratura

Questo testo ripercorre la lunga storia del giornalismo, dai primi annunci latini alle pubblicazioni regolari in cina, fino all'era dei giornali politico-propagandistici e della stampa di massa. Vengono analizzate le origini dei testi progenitori dei giornali moderni, gli avvisi, e i principali sviluppi storici che hanno contribuito alla nascita del giornalismo. Vengono inoltre esplorate le differenze tra il giornalismo europeo e quello americano, con un focus sulle forme di stampa etnica e la professionalizzazione del giornalismo.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 27/01/2024

lettura-libri
lettura-libri 🇮🇹

2 documenti

1 / 76

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
LA DEMOCRAZIA DELLA STAMPA
1. L’alba dell’era dell’informazione;
Già a partire dal 500 le notizie non erano diffuse a voce, ma comparivano su degli avvisi,
che erano fogli manoscritti di notizie che circolavano già da anni in molte città europee;
furono questi gli antenati dei giornali di oggi che segnarono l’inizio dell’era
dell’informazione.
-Gli “AVVISI”: antenati dei giornali
Considerando il lungo arco della storia, il giornalismo appare come un fenomeno
relativamente recente, che si è dispiegato nell’arco di 4-5 secoli, insieme ad altri
fenomeni storici come ad esempio: lo sviluppo della borghesia, la diffusione della
democrazia, l’alfabetizzazione di massa, ecc. Gli studiosi menzionano come lontani
antenati dei giornali gli “Acta diurna latini” (elenchi di fatti riguardanti le attività del
Senato e dell’imperatore, ma anche i giochi del circo), oppure nell’antica Cina fin dal
settimo secolo esistevano delle pubblicazioni regolare che davano notizia sui
provvedimenti del governo.
Le radici storiche della produzione di mezzi di informazione si collocano tra il 400 e il
500, nelle zone economicamente e socialmente più vivaci dell’Europa. I testi
progenitori dei giornali moderni sono gli avvisi, una forma di comunicazione che si
sviluppa per prima in alcune città italiane, principalmente a Roma e a Venezia, e
successivamente in altre città tedesche e altri paesi. Venezia, in particolare, era uno
dei maggiori centri commerciali e finanziari europei, meta tollerante di immigrazioni
di persone di ogni nazionalità e luogo di residenza di commercianti, notai, avvocati,
patrizi e funzionari. Gli avvisi nacquero da questi contesti vivaci e cosmopoliti, da
tempo i mercati di scambiavano lettere sia di carattere privato sia di vario genere
rilevanti per i loro commerci, ben presto però le lettere dei mercanti di carattere
pubblico vennero trascritte su fogli manoscritti e venivano messe in vendita, ed è
così che nascono gli avvisi, fogli manoscritti, di piccolo formato che solo con il tempo
vennero riprodotti a stampa, le cui notizie erano di carattere economico e politico.
Si definì poi la figura del compilatore, indicato nei testi dell’epoca anche come
“novellatore”, “reportista” e con il tempo anche “gazzettiere”. Si trattava di
personaggi che, coltivando proprie fonti privilegiate, redigevano versioni
parzialmente diverse degli stessi articoli, includendo le informazioni più riservate
presenti nei fogli venduti privatamente a specifici destinatari conosciuti di persona, e
spesso omettevano o ammorbidivano informazioni che le autorità potevano ritenere
scomode. Nei decenni centrali del 500 questi fogli di informazione cominciarono ad
essere considerati anche come “gazzette”, termine che si affermò soprattutto nel
secolo successivo al 500, la sua origine deriva dal nome di una moneta veneziana di
scarso valore, corrispondente al prezzo di vendita.
2. La rivoluzione a caratteri mobili: stampa e potere
La stampa a caratteri mobili è la più grande cesura tecnologica nello sviluppo dei
mezzi di informazione, senza la quale giornali moderni, e il giornalismo in quanto
tale, non avrebbero mai potuto svilupparsi; la diffusione di notizie sarebbe rimasta
condizionata dai limiti ristretti della riproduzione manuale. L’invenzione di Gutenberg,
invece, aveva reso possibile pubblicare fogli di notizie in tempi rapide e stamparne
centinaia di copie velocemente. La stampa creava le premesse per la
standardizzazione delle lingue nazionali, e al tempo stesso, per l’elaborazione di una
lingua media. Essa rappresentava un’innovazione epocale anche sul fronte della
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a
pf2b
pf2c
pf2d
pf2e
pf2f
pf30
pf31
pf32
pf33
pf34
pf35
pf36
pf37
pf38
pf39
pf3a
pf3b
pf3c
pf3d
pf3e
pf3f
pf40
pf41
pf42
pf43
pf44
pf45
pf46
pf47
pf48
pf49
pf4a
pf4b
pf4c

Anteprima parziale del testo

Scarica L'origine dei giornali: dall'antichità ai giornali moderni e più Appunti in PDF di Letteratura solo su Docsity!

LA DEMOCRAZIA DELLA STAMPA

1. L’alba dell’era dell’informazione; Già a partire dal 500 le notizie non erano diffuse a voce, ma comparivano su degli avvisi, che erano fogli manoscritti di notizie che circolavano già da anni in molte città europee; furono questi gli antenati dei giornali di oggi che segnarono l’inizio dell’era dell’informazione. - Gli “AVVISI”: antenati dei giornali Considerando il lungo arco della storia, il giornalismo appare come un fenomeno relativamente recente, che si è dispiegato nell’arco di 4-5 secoli, insieme ad altri fenomeni storici come ad esempio: lo sviluppo della borghesia, la diffusione della democrazia, l’alfabetizzazione di massa, ecc. Gli studiosi menzionano come lontani antenati dei giornali gli “Acta diurna latini” (elenchi di fatti riguardanti le attività del Senato e dell’imperatore, ma anche i giochi del circo), oppure nell’antica Cina fin dal settimo secolo esistevano delle pubblicazioni regolare che davano notizia sui provvedimenti del governo. Le radici storiche della produzione di mezzi di informazione si collocano tra il 400 e il 500, nelle zone economicamente e socialmente più vivaci dell’Europa. I testi progenitori dei giornali moderni sono gli avvisi, una forma di comunicazione che si sviluppa per prima in alcune città italiane, principalmente a Roma e a Venezia, e successivamente in altre città tedesche e altri paesi. Venezia, in particolare, era uno dei maggiori centri commerciali e finanziari europei, meta tollerante di immigrazioni di persone di ogni nazionalità e luogo di residenza di commercianti, notai, avvocati, patrizi e funzionari. Gli avvisi nacquero da questi contesti vivaci e cosmopoliti, da tempo i mercati di scambiavano lettere sia di carattere privato sia di vario genere rilevanti per i loro commerci, ben presto però le lettere dei mercanti di carattere pubblico vennero trascritte su fogli manoscritti e venivano messe in vendita, ed è così che nascono gli avvisi, fogli manoscritti, di piccolo formato che solo con il tempo vennero riprodotti a stampa, le cui notizie erano di carattere economico e politico. Si definì poi la figura del compilatore, indicato nei testi dell’epoca anche come “novellatore”, “reportista” e con il tempo anche “gazzettiere”. Si trattava di personaggi che, coltivando proprie fonti privilegiate, redigevano versioni parzialmente diverse degli stessi articoli, includendo le informazioni più riservate presenti nei fogli venduti privatamente a specifici destinatari conosciuti di persona, e spesso omettevano o ammorbidivano informazioni che le autorità potevano ritenere scomode. Nei decenni centrali del 500 questi fogli di informazione cominciarono ad essere considerati anche come “gazzette”, termine che si affermò soprattutto nel secolo successivo al 500, la sua origine deriva dal nome di una moneta veneziana di scarso valore, corrispondente al prezzo di vendita. 2. La rivoluzione a caratteri mobili: stampa e potere La stampa a caratteri mobili è la più grande cesura tecnologica nello sviluppo dei mezzi di informazione, senza la quale giornali moderni, e il giornalismo in quanto tale, non avrebbero mai potuto svilupparsi; la diffusione di notizie sarebbe rimasta condizionata dai limiti ristretti della riproduzione manuale. L’invenzione di Gutenberg, invece, aveva reso possibile pubblicare fogli di notizie in tempi rapide e stamparne centinaia di copie velocemente. La stampa creava le premesse per la standardizzazione delle lingue nazionali, e al tempo stesso, per l’elaborazione di una lingua media. Essa rappresentava un’innovazione epocale anche sul fronte della

trasmissione delle notizie: poneva le premesse per un drastico incremento della diffusione dell’informazione e metteva in moto un processo che conduceva verso il disvelamento di fatti che fino a quel momento erano confinati in cerchie ristrettissime, verso la possibilità stessa del dibattito pubblico e del dissenso; dunque, verso la nascita di un’ opinione pubblica. La stampa attirò l’attenzione delle autorità civili e religiose che videro in quest’ultima uno strumento nuovo da utilizzare a proprio vantaggio, ma soprattutto una potenziale minaccia per la sua capacità di diffondere tra la popolazione idee e informazioni indesiderate. Per questo il potere creò e istituzionalizzò un sistema di controllo rigido e strutturato basato su due pilastri: privilegio e censura. Infatti, fino alle grandi rivoluzioni borghesi di fine 700, la stampa non fu considerata libera, ma esercitarla era un privilegio che il sovrano poteva concedere a suo piacimento. Se potevi praticarla, ti veniva rilasciata una licenza, che veniva assegnata ad un numero ristretto e selezionato di individui, spesso con limitazioni di tempo, di argomento, ecc. Tutto ciò che veniva pubblicato, poi, doveva essere controllato da organi deputati che potevano impedirne la pubblicazione quando i contenuti venivano giudicati inopportuni per motivi politici o religiosi. Questo è il quadro giuridico in cui si collocò l’attività pubblicistica nell’ancien regime, il quale venne meno solo con l’affermazione della libertà di stampa come diritto inalienabile dei cittadini. Del resto, il progresso della libertà di stampa e lo sviluppo di un’opinione pubblica dovettero legarsi inevitabilmente anche al graduale trasformarsi degli Stati in senso democratico. Una libera circolazione di notizie e opinioni ha senso ed è funzionale solo in un contesto politico che preveda la partecipazione attiva dei cittadini. Nell’Europa centro-settentrionale lo sviluppo della stampa si intrecciò con la diffusione della Riforma protestante, e questo contribuì a generare una divaricazione tra mondo tedesco-anglosassone e mondo latino. Nei paesi dove la Riforma prevalse l’affermazione dell’etica protestante creò circostanze favorevoli alla crescita di una stampa indipendente e di un mercato editoriale capace di sostenerla. Più in generale la morale protestante concorse a generare un’etica borghese-capitalistica, basata su valori di intraprendenza, responsabilità individuale, dinamismo, atteggiamento critico nei confronti dell’autorità, spirito attivo di cittadinanza. Ciò si coniugò ovviamente con l’intenso sviluppo sociale ed economico. Nei paesi cattolici, invece, la Controriforma ribadì il ruolo del clero come intermediario tra fedeli e divinità, impose una rigida censura finalizzata a impedire il diffondersi dell’«eresia» venuta dal Nord. Tutto ciò contribuì a inibire l’alfabetizzazione del popolo, a rallentare l’affermazione di una mentalità più moderna, aperta e dinamica, di un’etica di responsabilità individuale, di un atteggiamento laico e critico nei confronti della realtà, di un’attiva partecipazione civile. A ciò si aggiunga che nei paesi cattolici tesero a prevalere forme di potere assolutistico più rigide, centralizzate e oppressive (come in Spagna, Francia e Italia); che in essi la Chiesa romana esercitò un potente controllo ideologico; che il sorgere dell’economia atlantica e coloniale li penalizzò, così che al loro interno lo sviluppo della borghesia fu più lento e difficile.

3. “The Times” Il grande secolo della stampa inglese si concluse con la nascita di un mito, il Daily Universal Register di John Walter, rinominato successivamente The Times. Una novità subito evidente fu l’impaginazione, articolata in colonne spezzate da paragrafi. Il quotidiano offrì velocemente un’informazione accurata, approfondita e imparziale, puntando su notizie date in modo completo anche quando risultavano scomode al potere costituito. Il grande sviluppo del giornalismo britannico fu un aspetto della crescita di una sfera pubblica borghese, costituita non solo da giornali, ma anche da

giro di pochi anni la monarchia fu abbattuta, il re giustiziato, il sistema feudale spazzato via, i privilegi ecclesiastici aboliti, lo Stato rifondato in forma repubblicana sulla base di principi egualitari e democratici. Successivamente il ciclone napoleonico investì l’Europa, portando anche nei paesi fino ad allora più reazionari nuove forme politiche e sociali. Quindi il regime in Francia conobbe un’involuzione che condusse dalla repubblica all’impero. Nel giro di pochi anni, infine, anche Napoleone crollò. Questa fase di grande sconvolgimento fu accompagnata e resa possibile da un deciso salto di qualità della stampa, a partire dall’evento scatenante: la devolution. Negli anni precedenti il 1789, la Francia fu invasa da una vasta produzione di pamphlet, molti dei quali la spingevano ben oltre, arrivando a mettere in questione la monarchia, e a denunciare esplicitamente i mali dell’assolutismo. In vista della convocazione degli Stati Generali, ci fu poi l’ondata dei cahiers de doleances, migliaia di fogli ed opuscoli in cui si raccolsero le «doglianze», le denunce contro privilegi, soprusi, abusi contro l’immobilismo, oppressivo di nobiltà e clero, contro ingiustizie e povertà. Tecnicamente non si trattava di giornali; la stampa periodica di informazione, sottoposta fino all’ultimo al regime di privilegio e censura, non partecipò in senso stretto alla collettiva presa di coscienza che preparò la Rivoluzione. Il fiume degli opuscoli e quello dei periodici scorsero paralleli, ma quando la Rivoluzione scoppiò, la barriera cadde, e presto gli argomenti dei pamphlet e dei cahiers si riversarono con crescente radicalità nei giornali, che a loro volta si moltiplicarono e diventarono uno strumento essenziale del movimento rivoluzionario. Con la Rivoluzione la Francia conobbe un vero e proprio boom di pubblicazioni, reso possibile innanzitutto dall’introduzione, per la prima volta in quel paese, della libertà di stampa. Per la prima volta in Europa la libertà di stampa libri e giornali veniva dunque affermata ufficialmente come uno dei diritti fondamentali del cittadino. Mentre nel vecchio sistema la stampa era in linea di principio vietata, con le sole eccezioni costituite da un «privilegio» arbitrariamente concesso dai regnanti a determinati individui, e il potere conservava il diritto di censurare a suo piacimento i fogli di informazione, nel nuovo sistema la stampa era in via di principio libera: chiunque poteva pubblicare ciò che voleva e non poteva essere censurato, se non quando commetteva un reato (ad esempio diffondendo notizie false che facendo scendere un titolo di borsa danneggiavano gli investitori); tale colpa però doveva essere specificamente individuata, motivata e dimostrata. La stampa periodica d’informazione produsse un flusso costante e copioso di notizie, annunci, opinioni, dichiarazioni, proclami, alimentando in modo decisivo il processo rivoluzionario. Grazie alla lettura collettiva, tutti i cittadini seguivano quotidianamente le notizie di attualità. Come già era successo in Gran Bretagna, la stampa si dedicò finalmente a svelare il volto del potere. Ben presto però la nuova fiammata di stampa si concretizzò prevalentemente in una formula particolare; quella del giornale politico- propagandistico. I nuovi giornali più che a informare i loro lettori tendevano a diffondere le parole d’ordine della Rivoluzione, più che a riportare provvedimenti e iniziative politiche tendevano a difenderli o ad attaccarli, giungendo nel periodo del Terrore ad additare gli avversari all’odio della folla. Era una impostazione ben lontana da quella del giornalismo inglese, che per quanto a sua volta profondamente coinvolto nelle diatribe politiche dell’epoca aveva cominciato fin dal primo Settecento a elaborare principi di equilibrio e completezza, a cui testate come il «Times» di Londra ostentatamente dichiaravano di attenersi. Comunque, per la prima volta i giornali potevano discutere apertamente degli affari di Stato, criticare leggi e decreti, attaccare i governanti. E i cittadini venivano chiamati ad agire, a intervenire, a prendere posizione. Nel 1789 comparve forse il più importante ed emblematico dei

giornali della Rivoluzione: «L’Ami du Peuple», diretto da Jean-Paul Marat; più che un giornale, un vero foglio di propaganda, colmo di accuse, invettive, appelli alla mobilitazione della folla che suonavano quasi come ordini e indicazioni di condanna. Marat si poneva come capopopolo, divenne una sorta di portavoce dei giacobini radicali giunti al potere (arrivò a cambiare il titolo della sua testata in «Journal de la République Française») e la sua uccisione da parte di Carlotta Corday, così come immortalata dal celebre quadro di Jacques Louis David, appare emblematica: riverso nella vasca da bagno, stringe in mano una panna d’oca, la sua arma. Molte testate ebbero vita breve, anche a causa della volatilità degli schieramenti e dell’instabilità degli eventi. Nel 1789 viene fondato «Le Moniteur Universel», nuovo quotidiano dedicato al dibattito politico. A dispetto dei principi proclamati dalla Costituzione, anche nella Francia rivoluzionaria le autorità cominciarono presto a imporre controlli e limitazioni alla stampa, nel nome dell’interesse patriottico. La stampa libera in Francia di fatto cessò di esistere. Molte testate sopravvissero; il panorama editoriale rimase enormemente più ricco e vivace di quello precedente al 1789, ma ormai non era più possibile criticare apertamente il governo della repubblica, se non correndo altissimi rischi. I rischi si intensificarono ulteriormente con l’avvento al potere di Napoleone Bonaparte. Il generale comprese fin dall’inizio l’importanza della stampa nella creazione del consenso; e per questo durante le sue campagne d’Italia e d’Egitto curò personalmente la pubblicazione di un «Courier de l’ermée d’Italie» e di un «Courier de l’Egypte» che contribuirono a creare il suo mito. Salendo al potere impose pesanti restrizioni alla stampa. In parte le autorità napoleoniche cercarono di sfruttare metodi indiretti, fissando cauzioni esorbitanti per chi intendeva proporre nuove testate, creando un registro presso la polizia dove i giornalisti dovevano segnalare il loro indirizzo. Ma col tempo Napoleone agì anche per vie dirette, con metodi che si fecero sempre più duri nel corso degli anni. Nel 1811 i quotidiani parigini erano ormai ridotti a quattro; tra questi «Le Moniteur» era diventato un perfetto esempio di testata che pur essendo tecnicamente di proprietà privata faceva della vicinanza al potere il suo punto di forza, anche a costo di successivi voltafaccia. Infatti «Le Moniteur» si sarebbe più volte «riposizionato» per adeguarsi ai successivi cambi di regime. Durante l’epoca rivoluzionaria e napoleonica il pubblico si ampliò drasticamente e, sebbene non del tutto liberi, i giornali diventarono di gran lunga più vivaci, leggibili, tempestivi, coinvolti profondamente nelle vicende politiche e sociali dell’epoca di quanto non fossero durante l’ancien régime. Lo stile si fece più semplice e dinamico, la titolazione più aggressiva, la grafica più moderna, arricchita da disegni e illustrazioni, gli articoli più ricchi e argomentati; anche il formato cambiò: soprattutto i quotidiani abbandonarono il formato del libro e adottarono quello del fogliolenzuolo, reso celebre dal «Times» di Londra. Il distacco dalle gazzette privilegiate era ormai netto.

3. L’Italia, Napoleone e l’informazione politica L’arrivo di Napoleone in Italia nel 1796 suscitò inizialmente grandi entusiasmi. Egli si presentò come colui che avrebbe aperto una nuova era di libertà; ed inizialmente fu davvero così. Per la prima volta anche l’Italia conobbe la libertà di stampa; il regime di licenza e censura fu abolito; si apriva una nuova epoca. Nel giro di pochi mesi si verificò una vera esplosione del numero di testate. Anche se nella maggior parte dei casi si trattò di pubblicazioni di breve durata, con diffusione limitata, e scarso spessore professionale, per la storia del giornalismo italiano fu un’esperienza importantissima. Improvvisamente diventava possibile dire ciò che si pensava su leggi e governanti, aprire dibattiti su proposte di riforma e innovazioni e anche semplicemente dare conto di fatti ed eventi senza il costante timore di censure e

tradizionalista) per accattivarsene il sostegno, senza il quale – come accadde – la repubblica non avrebbe potuto sopravvivere. Così il «Monitore Napoletano» giunse a sostenere l’idea di utilizzare il dialetto come lingua più accessibile, e spesso si dedicò a spiegare prima ancora che a celebrare, gli ideali della Rivoluzione. Pur fervente sostenitrice della repubblica, la Fonseca Pimentel non esitò a criticare severamente gli errori dei suoi dirigenti. E non minimizzò la forte resistenza che il nuovo ordine incontrò soprattutto nelle campagne, dove le bande contadine organizzate e animate dal clero combattevano contro i «repubblicani» nel nome della tradizione, della fedeltà al sovrano e della difesa di un cristianesimo che ritenevano minacciato dai rivoluzionari «senza Dio». La Repubblica Partenopea durò solo pochi mesi, schiacciata da una sanguinosa repressione; anche Eleonora Fonseca Pimentel fu tra i centoventi «patrioti» giustiziati. Nei primi anni dell’Ottocento (quando ormai il regime napoleonico era diventato vera e propria dittatura) la stampa italiana era ormai fortemente condizionata dal controllo governativo, ma ugualmente tra i giornali pubblicati, soprattutto a Milano, si segnalarono alcuni elementi di modernità. Proprio in questo periodo comparvero i primi quotidiani. Continuarono poi a proliferare fogli scientifico-letterari, che si fecero più specializzati, per materie, e mosse i primi passi il giornalismo destinato a un pubblico femminile. Al termine del periodo rivoluzionario e napoleonico il mercato editoriale italiano restava smorto. Con pochissime eccezioni, anche le testate più affermate spesso si fermavano a poche centinaia di copie diffuse. Riassumendo: i giornali erano giunti ad occuparsi di attualità politica in un modo del tutto diverso dalle gazzette. Il loro formato aveva ormai in molti casi superato quello del libro, avvicinandosi a quello attuale. La periodicità si era infittita; l’attenzione per l’attualità e la cronaca superiore al passato. L’impresa editoriale cominciava embrionalmente ad articolarsi. La figura del tipografo e quella dell’editore-finanziatore erano sempre più distinte tra loro e da quella del giornalista/compilatore. Quest’ultimo continuava quasi sempre ad avere altre fonti di reddito e a percepirsi prima di tutto come intellettuale, attivista politico, letterato, non come un «professionista» della raccolta e dell’elaborazione di notizie.

- Capitolo 3: l’era del giornalismo politico Nella prima metà dell’Ottocento c’era un giornalismo in cui i riferimenti all’attualità erano subordinati alla battaglia di opinioni, destinato al ceto dirigente, scritto con uno stile cha aspirava a essere elegante e brillante; un giornalismo in cui si confrontavano posizioni ideologiche anche radicalmente contrapposte, e che era in primo luogo politico, ovvero parte integrante della vita politica del paese. Questa rimase la cifra essenziale del giornalismo fino agli anni Settanta-Ottanta dell’Ottocento. Un giornalismo che fu strumento essenziale di confronto e circolazione di idee e informazioni nel periodo in cui si dispiegò la Rivoluzione industriale e si completò la formazione degli Stati-nazione. 1. Dai “reati di stampa” ai “reati a mezzo stampa” La caduta di Napoleone segnò la fine di 25 anni di sconvolgimenti politici. Il Congresso di Vienna del 1814-1815 ridisegnò la carta dell’Europa, riportando sul trono i «legittimi» sovrani e aprendo il periodo della Restaurazione. Con il ritorno delle monarchie, in tutte le nazioni del vecchio continente la libertà di stampa fu revocata, e per i giornali vennero ripristinati censura e obbligo di autorizzazione. In alcuni paesi (e tra questi l’Italia), le autorità instaurarono nuovamente una pesante cappa repressiva e perseguitarono ogni manifestazione di dissenso. Ma non ci fu un completo ritorno al passato. A partire dagli anni Venti, gli ideali progressisti e liberali tornarono a emergere soprattutto in Francia, Svizzera e Gran Bretagna, e il

dispiegarsi graduale della Rivoluzione industriale innescò trasformazioni sociali, economiche e culturali impossibili da arrestare. Inoltre, le innovazioni giuridiche ed economiche (come l’abolizione degli istituti feudali), i principi e gli ideali delle Rivoluzioni francese e americana, le energie culturali e sociali messe in circolazione nell’arco degli anni precedenti non poterono certo essere del tutto arrestate. Nel 1819 in Francia entrò in vigore una nuova legislazione di settore, che sarebbe rimasta per molti anni un modello europeo. Uno dei cardini era l’identificazione della figura del «direttore responsabile», di una persona cioè a cui attribuire la responsabilità dei contenuti degli articoli, distinta da quella dell’editore e del tipografo-stampatore. La legislazione francese prevedeva cauzioni in denaro per la pubblicazione di nuove testate, il deposito di una copia di ogni numero presso gli uffici giudiziari e manteneva in vigore la possibilità di applicare una censura preventiva. Al tempo stesso, però, distingueva meglio tra i reati «di stampa» (ovvero la pubblicazione di fogli che non erano stati autorizzati e registrati dall’autorità) e i reati «a mezzo stampa», ovvero quei reati che consistevano in qualche forma di offesa o danno arrecata attraverso un articolo. Il quadro giuridico, in altri termini, presupponeva che esprimere opinioni e fornire informazioni attraverso i giornali fosse in linea di principio legittimo, ma che dovesse rispondere a regole determinate, che gli scritti giornalistici fossero vincolati a precise responsabilità giudiziarie e che si dovessero punire eventuali reati specifici commessi per mezzo di questa attività. La distinzione era cruciale; la libertà di stampa rimaneva come principio di fondo; ciò che veniva punito era il suo eventuale «abuso». Questo è tutt’oggi essenzialmente lo schema giuridico che vige nei paesi democratici. Naturalmente, la sua traduzione pratica poteva (e può) risultare tutt’altro che limpida e lineare. In primo luogo, si potevano porre limiti alla libertà di stampa anche in forme indirette, attraverso l’imposizione di requisiti burocratici, tecnici, economici, che di fatto potevano risultare proibitivi. In secondo luogo, il concetto di «abuso» della libertà di stampa, poteva venire esteso arbitrariamente fino a vanificare in larga misura la libertà di stampa stessa. In effetti, l’elenco dei reati «a mezzo stampa» previsti dalla stessa legislazione francese del primo Ottocento fu lungo e dettagliato. Non erano considerate punibili soltanto calunnie e diffamazioni di singoli cittadini, o la diffusione di notizie false e tendenziose, ma anche ogni affermazione che potesse costituire un attentato contro l’ordine costituito, le leggi, la morale, un’offesa alla casa regnante e così via. Queste limitazioni sarebbero state riproposte anche da molte altre legislazioni europee sulla stampa, Italia inclusa. Tra esse comparve anche il divieto di «fomentare l’odio tra le classi» o di «esortare all’abolizione della proprietà privata»; disposizioni che avevano chiaramente nel mirino la stampa socialista.

_2. La prima fase della rivoluzione tecnologica

  • 2.1 Oltre Gutenberg: macchine da stampa e rivoluzione industriale_ Attorno alla metà dell’Ottocento, per cercare di bruciare sul tempo i propri concorrenti nella pubblicazione di notizie europee, i giornali americani utilizzavano un metodo piuttosto complicato. Mancando un cavo telegrafico che collegasse i due continenti, le notizie dovevano essere ricavate essenzialmente da lettere e giornali che le navi trasportavano dall’Europa. Ma poiché le rotte lambivano le coste canadesi prima di discendere verso i porti statunitensi le principali testate newyorchesi mantenevano in alcune località costiere del Canada propri addetti, che alla vista del transatlantico in avvicinamento si lanciavano in mare con piccole barche; dalla nave veniva buttato fuoribordo un contenitore stagno (munito di un galleggiante e di un segnale luminoso), colmo di giornali e dispacci. L’emissario lo raccoglieva dalle acque agitate del mare, tornava a riva e si precipitava a telegrafare

tutti i dati essenziali dell’evento. Secondo una vulgata oggi in parte contestata dagli studiosi, proprio da questa esigenza sarebbe nata la cosiddetta «regola delle cinque W». In realtà lo sviluppo di uno stile giornalistico più asciutto, moderno e consapevole fu lento e graduale. Ancora nel secondo Ottocento gran parte degli articoli giornalistici, anche in Francia e in Gran Bretagna, per non parlare dell’Italia, erano prolissi e gonfi di retorica, anche perché soltanto una parte del giornale si basava su dispacci telegrafici. Tuttavia, indubbiamente, la scrittura giornalistica cominciò ad assumere una propria distinta fisionomia caratterizzata da maggiore concretezza, chiarezza, incisività, leggibilità. Il giornalismo ottocentesco fu soprattutto un giornalismo «politico», quando non apertamente partitico e militante. Per gran parte del secolo i giornali rimasero essenzialmente appannaggio dei ceti borghesi; di giornalismo sarebbe forse più appropriato parlare di «pubblicismo», cioè di diffusione pubblica di idee e argomentazioni, piuttosto che di informazioni. I quotidiani erano venduti prevalentemente in abbonamento, erano molto costosi, decisamente al di sopra delle possibilità dei ceti medio-bassi.

3. “Libertè” e “Feuilleton”: il primato francese dei quotidiani La Parigi ottocentesca era una grande metropoli (si calcola che più della metà della popolazione sapesse leggere e scrivere), con una popolazione che andava dall’aristocrazia fino ai ceti popolari. A queste diverse esigenze corrispose un ventaglio diversificato di offerte. La fascia alta era occupata da un giornalismo di attualità a forte caratterizzazione politica. Si affermarono così a Parigi molti giornali che davano voce alle diverse correnti politiche dell’epoca, giornali di parte, spesso in polemica reciproca, capaci di sollevare scandali, battersi per cause, leggi, provvedimenti. I quotidiani, in particolare, conobbero un notevole sviluppo e si imposero come parti integranti dello stile di vita dei ceti superiori e delle loro funzioni dirigenziali. La Francia diventò paese leader per la stampa quotidiana. In Francia comparve anche una delle prime forme (l’altra fu la penny press americana) di stampa spiccatamente commerciale di grande consumo. Iniziatore ne fu Henri de Girardin, una delle grandi figure della storia del giornalismo europeo che nel 1828 fondò il suo primo giornale, intitolato provocatoriamente «Le Voleur» (il ladro), perché raccoglieva «il meglio» di articoli già pubblicati da altri giornali, inseguendo dunque una formula di giornalismo che conciliasse bassi costi e una selezione «mirata» dei contenuti in funzione dell’interesse del pubblico. Nel 1829 Girardin avviò il giornalismo femminile francese moderno dando vita a «La Mode», rivista che proponeva le ultime novità parigine in fatto di moda, costume, mondanità. Pubblicazioni rivolte alle donne erano già comparse in Francia in precedenza, ma erano destinate alla ristretta cerchia che frequentava i salotti letterari e galanti. Girardin mirò a un pubblico più vasto, formato anche dalle mogli borghesi della provincia, per le quali i contenuti dovevano essere più semplici e rassicuranti. «La Mode» propose un ideale di femminilità al contempo decorosa, avveduta e superficiale, frivola, comunque limitata e aliena da consistenti preoccupazioni sociali e politiche. Nel corso dell’Ottocento le riviste per donne (redatte in larga misura da uomini) avrebbero avuto un ruolo importantissimo nella definizione della «sfera femminile borghese» e nella costruzione di una identità di genere convenzionale e subalterna, contro cui il femminismo avrebbe combattuto dure battaglie. ontro cui il femminismo avrebbe combattuto dure battaglie. L’attivismo di Girardin proseguì nel 1831 con «Le Journal des Connaissances Utiles», in cui l’alta erudizione dei periodici culturali settecenteschi lasciava il posto alla divulgazione di «conoscenze utili», dalle curiosità scientifiche alle invenzioni più recenti, dalle scoperte della medicina alle nuove meraviglie della tecnica, dai nuovi metodi agricoli alle norme di

igiene. Il pubblico dell’Ottocento, secolo dell’industria e del progresso, appariva letteralmente affascinato dai nuovi ritrovati dell’ingegno umano (come nel caso dell’ipnosi), dall’esaltazione della tecnica, dal mito del progresso, temi e valori che la rivista di Girardin, contribuirono a plasmare e imporre. Il successo fu travolgente: la tiratura arrivò alla quota – inaudita per quei tempi – di 130.000 copie; Girardin venne eletto in parlamento e intraprese una lunga carriera politica che comunque non soppiantò mai quella di editore e giornalista. Ancora più ambizioso fu il progetto di un quotidiano a basso costo, destinato a un pubblico di massa. Nel 1836 nacque così «La Presse», primo giornale espressamente «popolare», con un costo dimezzato rispetto a quello normalmente praticato. Ciò era consentito da un’altra fondamentale novità: l’introduzione della pubblicità, che occupava l’intera quarta pagina e copriva una parte sostanziale dei costi. Gli annunci commerciali erano comparsi sui giornali fin dal Seicento, ma ora la pubblicità diventava parte strutturale dell’impresa editoriale, giungendo a coprire quasi la metà delle entrate (all’incirca quanto avviene oggi). La mossa di Girardin suscitò veementi critiche; egli venne accusato di essere un volgare speculatore che usava metodi di concorrenza sleale, tradiva la «missione» del giornalismo, togliendo spazio ad argomenti di politica e arte per concederlo agli annunci di prodotti inutili, fatui o – peggio – truffaldini. Si delineava dunque uno scontro tra una concezione del giornalismo come strumento di discorso politico-culturale e una concezione alternativa di giornalismo commerciale. «La Presse» ebbe un successo notevole, raggiungendo le 30.000 copie, anche grazie alla collaborazione della moglie di Girardin, Delphine Gay, che sotto pseudonimo maschile curava una seguitissima rubrica di lettere dove, con stile brillante e mordace, dissezionava la vita mondana parigina. A trainare lo sviluppo del giornalismo francese fu anche l’esplosione di un fenomeno nuovo: il romanzo d’appendice, o feuilleton. A promuoverlo tra i primi fu ancora Girardin che intraprese la pubblicazione di romanzi a puntate sul «Journal des Connaissances Utiles»; l’idea ebbe subito enorme successo e si diffuse a tutti i grandi quotidiani francesi, che cominciarono a disputarsi i migliori autori del genere. Il romanzo d’appendice aveva una forma codificata. Ogni giorno, nella parte inferiore della prima pagina, appariva una puntata che si concludeva con un epilogo in grado di stimolare la curiosità del lettore per l’episodio successivo. I romanzi d’appendice non erano solo strumenti di evasione paragonabili ai serial televisivi odierni; nella descrizione dei bassifondi delle grandi città, nella denuncia di ingiustizie subite da deboli e oppressi, esprimevano spesso una critica sociale che li rendeva poco graditi alle autorità; erano inoltre attaccati dai benpensanti perché indulgevano nella descrizione di situazioni sordide, passioni estreme, vicende spesso ambigue e morbose. Dopo il 1850 il genere declinò e tese a depoliticizzarsi (la voga resistette comunque fino ai primi del Novecento), puntando su avventure rocambolesche, indagini poliziesche, invece che sui grandi affreschi sociali dei primi tempi. Da non dimenticare, infine, anche il fiorire di una grande stagione della caricatura politica e sociale. Nell’insieme quindi il giornalismo francese della prima metà dell’Ottocento si articolò come un campo ricco e fortemente vitale, in rapporto profondo con le trasformazioni del paese. A dispetto delle significative esperienze di giornalismo commerciale, rimase essenzialmente un giornalismo politico. Non di rado, come nel caso di Girardin, carriera politica e carriera editoriale-giornalistica si confondevano nelle stesse persone. Il giornalismo era concepito come una delle possibili «carriere» attraverso cui acquistare ricchezza, prestigio, influenza e potere, più che come una professione al servizio del pubblico e di un ideale di verità obiettiva. Già all’epoca apparve una pubblicistica critica che dipingeva i giornalisti come uomini vanesi e superficiali, sempre attenti al

giornale. Indubbiamente, tuttavia, il «Times» seppe imporsi come una vera istituzione. Anche se la sua indipendenza era meno assoluta di quanto volesse far credere, il «Times» incarnò davverso un ideale di giornale estraneo e per certi versi superiore a ogni parte politica. La stessa formulazione di un simile ideale fu un merito rilevante; in esso si concentravano valori e principi, etici e politici, che andavano dall’autonomia dell’individuo alla laboriosità, dall’onestà alla libertà, dal senso civico alla fiducia nella capacità dei cittadini di elaborare giudizi sensati una volta informati correttamente della realtà dei fatti. Più che dalla stampa quotidiana, l’Inghilterra del primo Ottocento conobbe un grande sviluppo della stampa periodica venne definita la «magazine era». Alla metà del secolo uscivano in Gran Bretagna circa 1000 testate diverse, vendute quasi sempre in abbonamento, con tirature che andavano dalle poche centinaia alle decine di migliaia di copie; molto più dei quotidiani furono una presenza comune nelle dimore borghesi e contribuirono a forgiare la cultura vittoriana. Continuarono a fiorire le riviste letterario-culturali. Si rafforzò il filone satirico. Crebbero le riviste femminili. Un settore nuovo fu quello dei periodici di carattere divulgativo-scientifico-tecnologico. Furono le riviste a dare un contributo decisivo alla diffusione della fiducia nel progresso, a presentare la tecnologia come un miracolo in continuo rinnovamento e a promuovere una generale democratizzazione della cultura. Nella stampa periodica si sviluppò anche un filone rivolto più specificamente all’emancipazione culturale e sociale delle classi inferiori. Parte degli stessi unstamped papers erano riviste con periodicità variabile, ma furono numerose anche le riviste rivolte ai ceti popolari pubblicate legalmente.

5. Gli Stati Uniti: “political press” e “penny press” La prima metà dell’Ottocento vide un’esplosione delle pubblicazioni giornalistiche che portarono gli Stati Uniti ai vertici mondiali per numero di testate; una posizione che non avrebbe più perso. Nel 1860 il numero complessivo di giornali e riviste era di circa 3000, tre volte quello delle riviste pubblicate nello stesso periodo in Gran Bretagna e Francia. Fu ovviamente un aspetto della complessiva, prorompente crescita territoriale, demografica, economica del paese, espressione della sua ricchezza etnica e della sua vitalità sociale e imprenditoriale. A differenza dell’Europa, negli Stati Uniti rimase in vigore la Costituzione prodotta dalla stagione rivoluzionaria, con la sua garanzia della libertà di espressione. Determinante fu poi l’atmosfera di libera imprenditoria, che coinvolse anche il settore pubblicistico. Un altro importante elemento era l’alto tasso di alfabetizzazione. La lettura era molto diffusa anche tra le donne, cosa che gli osservatori europei non mancavano di sottolineare scandalizzati. - 5.1 La “political press” e il destino della nazione I quotidiani americani della prima metà dell’Ottocento si dividevano in tre categorie principali: la stampa politica, la stampa commerciale e – più tardi – la stampa popolare, o penny press. La tipologia nettamente più rappresentata era la prima. Sviluppatosi durante la Rivoluzione come strumento di dibattito e propaganda, il giornalismo statunitense mantenne a lungo un carattere fazioso e polemico, lontano da obiettività ed equilibrio. Molti viaggiatori europei si stupivano del linguaggio aggressivo, violento e a volte volgare dei giornali americani. Non a caso si parla di political press o anche di party press. Più che mezzi di informazioni i giornali erano mezzi di comunicazione e lotta politica. Quasi tutti erano apertamente schierati con uno dei partiti che si contendevano il potere. Spesso i direttori erano a loro volta influenti uomini politici, o personaggi con incarichi pubblici, impegnati a battersi pro o contro l’imposizione di dazi doganali, l’abolizione della schiavitù, la banca nazionale, la dichiarazione di guerra al Messico e soprattutto pro o contro rivali politici nelle

continue (e seguitissime) campagne elettorali. Su molti temi la divisione era accesa, gli attacchi personali, a base di accuse di incompetenza, corruzione, incapacità, immoralità, spesso sconfinavano nell’invettiva e nell’insulto. Ma il complesso dei political papers americani svolse anche un’opera di costruzione dell’identità nazionale collettiva, attorno a valori borghesi e capitalistici. Quasi tutti esaltavano la grandezza della democrazia americana, alimentavano il mito della «eccezionalità» e della «superiorità morale» degli Stati Uniti sulla vecchia Europa e sul resto del mondo. Fu un giornale a lanciare il concettoslogan del «destino manifesto» che sarebbe poi diventata una delle idee guida della politica espansionistica americana. In un editoriale un giornalista sostenne che esisteva un manifest destiny, una sorta di disegno divino preordinato, che investiva gli Stati Uniti del diritto-dovere di conquistare l’intero continente nordamericano; un’espansione materiale e morale che era anche missione civilizzatrice. I giornali americani contribuirono anche a sviluppare un senso di appartenenza locale. Ogni comunità, anche con poche migliaia di abitanti, aveva il suo giornale (spesso due contrapposti), che dibattendo di questioni e cariche pubbliche diventava mezzo di identificazione essenziale per collettività come quelle americane che – soprattutto all’Ovest – erano prive di radici storiche profonde. Se da un lato la stampa contribuì fortemente alla «costruzione» della nazione, dall’altro, paradossalmente, contribuì a generare la crisi che rischiò di dissolverla. La prima metà dell’Ottocento fu segnata infatti negli Stati Uniti dall’articolarsi della «crisi sezionale» tra Nord e Sud. Divisi su questioni concrete e di principio, il gruppo degli Stati del Nord e quello degli Stati del Sud si trovarono contrapposti soprattutto sul nodo scottante della schiavitù. I giornali concorsero a far degenerare le tensioni in una contrapposizione ideologico-culturale rigida e senza sbocchi. Non poco pesò il fenomeno della stampa abolizionista settentrionale. Comparvero periodici interamente dedicati a denunciare gli orrori della schiavitù, a ritrarre i proprietari di schiavi come crudeli e corrotti, a chiedere l’immediata abolizione della schiavitù. La stampa abolizionista ebbe una diffusione non certo oceanica, dato l’esiguo numero di copie. Ma la sua stessa esistenza esasperava l’opinione pubblica sudista. La stampa sudista demonizzò il Nord, ritraendolo come terra di affaristi ipocriti che, mentre sfruttavano disumanamente la forza lavoro delle nascenti fabbriche, facevano la morale al Sud sulle condizioni degli schiavi. La pubblicistica sudista giunse a elaborare un’immagine edulcorata e positiva del Sud, come benigna società paternalistica, fondata su valori etici e non meramente economici, guidata da un’élite di uomini di nobili sentimenti e ampie vedute. I giornali sudisti discussero apertamente per anni l’ipotesi di una secessione degli Stati meridionali dall’Unione. Studi recenti hanno appurato che gran parte dell’opinione pubblica sudista era in realtà molto tiepida rispetto all’idea della secessione. Come sarebbe accaduto altre volte nella storia, i giornali sovrarappresentarono e alla fine imposero posizioni radicali che non rispecchiavano i sentimenti della maggioranza della popolazione. Un secondo filone di stampa quotidiana era quello dei commercial papers (anche detti mercantile papers o business papers): giornali grigi, dedicati quasi esclusivamente a notizie economiche, annunci commerciali, informazioni su prezzi, merci, opportunità di affari, società. Per quanto di limitata diffusione, furono importanti sia come espressione del mondo degli affari sia come prodromi di un giornalismo economico improntato a esattezza e concretezza, che sarebbe sfociato nel prestigioso «Wall Street Journal».

- 5.2 La “Penny Press” e il destino del giornalismo L’aspetto più singolare e interessante del giornalismo americano della prima metà dell’Ottocento fu certamente la penny press. Per quanto numerosi e politicamente

dalla diffusione dell’educazione elementare all’abolizione della schiavitù. Gli editoriali di Greeley suonavano a volte come sermoni, ma la sua scrittura vigorosa e appassionata riusciva a raggiungere il cuore della gente comune. Si affermò così la figura di uno «zio Greeley», che ammoniva e guidava, soprattutto attraverso l’edizione settimanale del suo giornale, il «New York Weekly Tribune», che impose l’uso, poi diventato una caratteristica della stampa anglosassone, di offrire ai lettori, la domenica, una versione speciale del quotidiano, in cui si riprendevano, approfondivano e commentavano i fatti della settimana. Queste edizioni in molti casi sarebbero poi diventate testate autonome, dando vita a un mercato di «domenicali» (sunday papers) con proprie dinamiche. A Greeley si deve anche l’invenzione del genere giornalistico dell’intervista. La pratica dell’intervista ebbe immediato successo; sulle riviste ben presto comparvero caricature dell’american interviev, il giornalista-intervistatore americano, ritratto come un giovane cronista appostato nei luoghi più vari, sempre pronto a far domande a chiunque per carpire chissà quale confessione da dare in pasto ai lettori. I penny papers erano apertamente «commerciali», e davano largo spazio alla pubblicità; per la prima volta le tirature erano così alte da giustificare significativi investimenti pubblicitari. Questo poteva liberare i giornali dalla dipendenza politica. Gran parte dei party papers vivevano infatti, più ancora che grazie agli abbonamenti, grazie ai contributi ricevuti da partiti e istituzioni locali, concessi in particolare perché pubblicassero sulle loro pagine leggi, decreti e provvedimenti vari. Tale pratica portava a stretti rapporti tra giornali e circoli politici. La penny press si basava invece su vendite e pubblicità, e professava fieramente di essere a-partitica. Ora, però, potevano essere gli inserzionisti a voler orientare i contenuti in direzione di notizie sempre più facili e a effetto. Si profilava la contraddizione di fondo della stampa commerciale: da un lato politicamente più indipendente, dall’altro più esposta alla necessità di inseguire «verso il basso» i gusti del pubblico, con il rischio di uno scadimento della qualità dell’informazione, e persino di una sostituzione sempre più ampia dei temi «seri» con temi «frivoli» e di intrattenimento. Cominciava con la penny press un percorso di «spoliticizzazione» che avrebbe mutato profondamente la natura dei giornali così come si era fino ad allora definita. Fino a quel tempo la politica, con le frequentissime campagne elettorali, era parte integrante della vita della comunità e i giornali ne erano un aspetto strutturale. Non a caso esistevano anche veri e propri campaign papers, giornali pubblicati solo per la durata di specifiche competizioni elettorali, con vita breve ma tirature di molte migliaia di copie. Le trasformazioni furono lente e graduali. Fino al 1860 la penny press rimase minoritaria e la maggior parte dei giornali americani continuò a essere political e partisan. Ma indubbiamente essa segnò per molti versi il vero inizio del giornalismo moderno, centrato sulla notizia, sull’informazione «in quanto tale», nuda e obiettiva, non subordinata a un discorso politicoculturale. Gli stessi nuovi giornali «popolari» non rimasero comunque estranei alla tradizione americana che portava a schierarsi sulle grandi questioni del paese. Al contrario, Greeley e Bennett furono tra i maggiori protagonisti di quel personal journalism che identificava le testate con la figura del loro direttore, il quale di volta in volta prendeva posizione, assolveva, condannava, lanciava campagne, attaccava o difendeva candidati e governanti. Sebbene mancasse una connessione stabile e diretta con un partito, come avveniva invece con i political press, il principio dell’obiettività però era ancora debole. La stessa nuova attenzione per le notizie di cronaca, con fatti riportati con crescente cura, conviveva con un livello molto basso di attenzione per la veridicità dei fatti. Accanto ai resoconti delle nights courts si pubblicavano notizie non verificate accompagnate dalla dicitura «important if true»

(«importante se vero»). Ci si è concentrati sin qui sulla stampa quotidiana e di informazione perché maggiormente indicativa dell’evoluzione della pratica giornalistica. Ma come per la Gran Bretagna e la Francia, la massa delle pubblicazioni di informazione circolanti negli Stati Uniti era in realtà costituita dalla stampa periodica. Il 90% delle testate pubblicate negli Stati Uniti erano settimanali e mensili, oggetto comune nelle case degli americani, veri protagonisti di quella che ancor più che «l’era del quotidiano» fu l’«era delle riviste». Il filone principale era costituito da periodici di argomento «vario», che contenevano lunghi resoconti di viaggi o eventi notevoli dall’estero, editoriali moraleggianti, ma anche racconti, poesie, cronache mondane e di altro tipo. Un altro filone, che in parte sconfinava nel precedente, era quello, di più vecchia origine, delle riviste culturali-letterarie, dedicate a recensioni di libri, dibattiti e polemiche tra scrittori e intellettuali. Esistevano poi moltissimi periodici maggiormente focalizzati per temi o per categoria di pubblico. Notevole sviluppo ebbe anche il giornalismo femminile. Anche negli Stati Uniti le riviste femminili furono importantissime nell’elaborare l’idea dell’esistenza di «sfere separate» per uomo e donna, nel definire un modello di femminilità subalterno (anche se non del tutto passivo), rivolto soprattutto al ceto borghese. Non bisogna dimenticare infine che il giornalismo statunitense non fu solo giornalismo bianco e anglosassone. Fin dal primo Ottocento, pur tra inenarrabili difficoltà, anche i neri diedero vita a una serie di pubblicazioni, comprensibilmente concentrate sulla denuncia della schiavitù. La Guerra Civile tra Nord e Sud avrebbe rappresentato uno spartiacque decisivo, aprendo una nuova era. Ma già nel 1851 a New York era comparsa una testata che, a differenza dei penny papers, sopravvive ancor oggi con grande successo. Fondata da Henry Louis Raymond, col nome di «New York Daily Times», poi abbreviato in «New York Times», si proponeva con una formula diversa: come nella penny press austerità, rigore, autorevolezza, toni non enfatici o scandalistici, imparzialità, precisione e completezza di informazione, con attenzione anche ad argomenti «elevati» di politica, economia, affari internazionali, riportati decisamente in primo piano. Nonostante la conclamata equidistanza dai partiti, anche il «New York Times» ebbe un orientamento politico, avvicinandosi molto al partito repubblicano e sostenendo la presidenza di Abraham Lincoln; lo stesso Raymond divenne esponente repubblicano di spicco. Esso non era più tuttavia un party papers, ma un giornale di nuovo tipo, che basava la sua forza non sulla partigianeria ma sulla qualità, ampiezza, indipendenza e affidabilità, e organizzazione dell’informazione. Il successo fu rapido: in pochi mesi raggiunse 25.000 copie di tiratura.

6. La “preghiera mattutina” dell’uomo tedesco Anche nell’area tedesca i giornali raggiunsero una posizione di primo piano nella vita sociale e «spirituale» dei cittadini, o almeno delle classi più elevate. La borghesia tedesca, soprattutto nelle aree urbane, era numerosa, benestante, istruita; i fermenti sociali, intellettuali e politici in Germania erano vivi; ma la pressione delle autorità fu sempre forte. Durante il periodo napoleonico, i temporanei dominatori francesi applicarono una rigida censura su ogni pubblicazione che potesse avere toni antinapoleonici. Poi, con la restaurazione, ricomparvero monarchi pesantemente conservatori e il giornalismo tedesco visse per decenni all’insegna della sottomissione delle autorità. La robusta vita intellettuale e civile delle città non mancò di dar corpo a testate di valore. Nel 1819, ad esempio, fu imposta una stretta repressiva alla stampa e alle università che proibivano alla stampa periodica di occuparsi di politica. Nel corso della prima metà dell’Ottocento, il mondo tedesco conobbe d’altra parte, come il resto d’Europa, anche la diffusione della cultura

Importantissimo fu lo sviluppo di un moderno mercato pubblicitario, non più di scala prevalentemente locale, bensì nazionale, rivolto a un pubblico di massa, capace di generare risorse ingenti e costanti. La pubblicità divenne definitivamente la seconda «gamba» (accanto a quella delle vendite) su cui si reggevano i bilanci dei giornali. I gruppi industriali cominciarono a munirsi di uffici stampa: la comunicazione divenne una preoccupazione costante anche dei politici che ormai dovevano fare i conti con diritti di voto molto estesi. Non si trattava più di gestire indiscrezioni e scandali cui erano interessati poche decine di migliaia di lettori, bensì di convincere un pubblico formato da milioni di persone. Comparvero così nuove forme di rapporto tra politica e giornali, come il rito delle conferenze stampa, in cui il politico si esponeva alle domande di cronisti «indipendenti». Al contempo, però, il giornalismo fu esposto alla corruzione da parte di magnati dell’industria che potevano soffocare sul nascere la diffusione di notizie scomode «comprandosi» singoli giornalisti o anche intere testate. La «golden age of newspapers» coincise dunque con il periodo della «Belle Époque» e della borghesia trionfante.

2. “L’invenzione del giornalismo” Per la stampa d’informazione questo periodo fu di profonda trasformazione qualitativa. Alcuni studiosi sono giunti a parlare di «invenzione del giornalismo», sostenendo che il giornalismo in senso proprio, così come oggi lo intendiamo, sia appunto una «invenzione» dei decenni finali dell’Ottocento. Indubbiamente, in precedenza più che di giornalismo in senso moderno sarebbe stato più corretto parlare di «giornalismo politico». Nella maggior parte dei casi i giornalisti ottocenteschi non erano regolarmente assunti, ma compensati occasionalmente; le redazioni non avevano una precisa ripartizione di compiti e mansioni; le società editoriali non erano impostate come imprese rivolte al profitto; spesso producevano perdite, compensate da contributi e finanziamenti di vario genere. Nel cinquantennio a cavallo del 1900 la novità principale fu costituita dall’esplosione dei quotidiani, che fino ad allora costituivano solo una piccola parte della stampa. Si affermò il fenomeno della grande stampa popolare di massa. Funzione principale dei giornali era quella di offrire al pubblico un repertorio aggiornato, ampio e accurato di notizie e di opinioni, cui i lettori avrebbero potuto attingere per conoscere il mondo che li circondava e orientare le proprie scelte. A questa nuova autonomia si collegava un nuovo senso di identità professionale. Quella del giornalista cominciò a essere intesa come figura distinta, da non confondersi più con quella dello scrittore, dell’intellettuale, del propagandista politico. Nacquero presso le università le prime «scuole di giornalismo». In molti paesi vennero elaborati i primi codici deontologici «moderni», centrati sull’obbligo di rispettare la verità, fornire resoconti equilibrati, rifuggire dalla faziosità, avere come unico riferimento il pubblico e non questo o quel gruppo di interesse. Solo in questa fase si giunse a considerare l’obiettività come una virtù propria e imprescindibile del giornalista e a riconoscere sistematicamente il diritto dei lettori di conoscere anche eventi «svantaggiosi» per la parte politica cui eventualmente si prestava appoggio. Un’altra conquista di questa fase fu proprio la distinzione tra notizie e commento, tra fatti e opinioni, che fino ad allora erano rimasti tendenzialmente confusi. Si affermò l’idea che fosse necessario distinguere rigorosamente tra news and opinion. Nacquero così gli «editoriali», gli articoli di «opinione» come genere a se stante, riconosciuti e graficamente denotati come tali. La «notizia» divenne pienamente e definitivamente il centro di gravità dei giornali cessando di essere fogli destinati a esortare, «formare le menti», «diffondere idee». I giornali si trasformarono da organi prevalentemente di «formazione» a organi di «informazione». Un giornalismo più autonomo e indipendente sviluppò anche inedite

capacità di iniziativa. Nacquero l’indagine giornalistica moderna e il genere dell’inchiesta. I giornali svelavano i lati oscuri e disdicevoli della vita sociale non più solo per nuocere agli avversari politici, ma in nome dell’interesse generale dei cittadini e dell’ideale di una società più «giusta» e «razionale». La cronaca conquistò importanza pari e superiore alla politica, ma guadagnarono spazio le notizie economiche, di spettacolo, di servizio, di moda, di costume, insieme a foto e illustrazioni. La dimensione dello svago e dell’intrattenimento acquistò nuovo rilievo, simboleggiato dall’introduzione di un argomento prima quasi sconosciuto: lo sport. Nacquero le pagine sportive e persino i quotidiani sportivi. Un’altra emblematica novità, fu l’introduzione dei fumetti, che riscossero subito immensa popolarità. Alla fine del secolo i giornali si proclamavano «indipendenti», ma continuarono a schierarsi pro o contro questo o quel candidato, a condurre campagne di sostegno o di opposizione a governi e amministrazioni. Ciò veniva adesso presentato come una scelta autonoma della testata, compiuta nell’interesse generale dei lettori, non come la conseguenza del legame strutturale con una formazione di partito. In termini generali, il nuovo giornalismo ebbe una tendenza «spoliticizzante». Nei nuovi quotidiani di massa la politica diventò uno dei tanti argomenti offerti al lettore. Il nuovo mercato editoriale basato su vendite di massa e pubblicità inevitabilmente favorì un orientamento ideologico centrato attorno ai valori della classe media- borghese, del progresso economico e del consumo.

3. I nuovi “lord” della stampa inglese L’inizio di una nuova stagione nel giornalismo inglese si fa normalmente risalire a un fatto ben preciso: l’abolizione delle cosiddette taxes on knowledge. Grande importanza ebbero anche le nuove leggi sull’istruzione elementare obbligatoria, che provocarono un netto innalzamento del livello di educazione della working class, l’estensione del diritto di voto, l’urbanizzazione, l’aumento del tenore di vita, la diffusione delle nuove tecnologie tipografiche. Nel 1896 Alfred Harmsworth lanciò il «Daily Mail»: un nuovo quotidiano di otto pagine a mezzo penny. Nacque così il vero capostipite delle testate popular o tabloid che ancor oggi rappresentano i due terzi della stampa quotidiana inglese. Il nome «tabloid» derivava da quello delle nuove pasticche medicinali, preconfezionate e «concentrate», che in quel periodo sostituirono le vecchie medicine preparate su misura; si trattava insomma di una informazione «in pillole», compressa, fatta in serie, di basso costo, da ingoiare rapidamente. Successivamente il termine sarebbe passato a indicare un particolare formato (60 x 37 cm), decisamente più piccolo, con dimensioni all’incirca dimezzate rispetto alla tradizione boardsheet (a lenzuolo), caratteristico della stampa d’élite. Il successo del nuovo quotidiano di Harmsworth fu strepitoso: il primo numero vendette 390.000 copie; nel 1900 erano già salite a un milione, mentre il paludato «Times» ne vendeva non più di 50.000. La formula era del resto completamente diversa: un giornalismo accattivante, divertente, non impegnativo, tale da adattarsi ai gusti, alla disponibilità di tempo, al livello di istruzione delle classi popolari, senza alcuna pretesa di «educarle» o «elevarle». Il «Daily Mail» offriva articoli brevi, scritti con un linguaggio semplice, vivace, che poteva diventare colorito. Puntava soprattutto su una cronaca «ad effetto», eventi eccezionali, crimini e misfatti, ma anche pettegolezzi mondani, scandali, spettacoli, sport, accadimenti strani e curiosi. «Notizia», diceva Harmsworth, «è tutto ciò che è fuori l’ordinario». Un punto di forza era l’organizzazione e la leggibilità del giornale. Non più pagine fitte, grigie e indistinte, con lunghi articoli che si confondevano tra loro, ma pagine più vivaci e «mirate», spesso condivise per temi, con articoli ben scanditi, rubriche facilmente identificabili, ricalcate sugli interessi del pubblico; il «Mail» fu tra i primi quotidiani a