Scarica Domande aperte paniere e più Panieri in PDF di Didattica Pedagogica solo su Docsity!
Lezione 001
- Perché parliamo di società multiculturale? Il mondo contemporaneo è caratterizzato dalla crescita dei fenomeni migratori e l’avvento di società multiculturali. Il termine società multiculturale viene impiegato quando si parla di Stati in cui, in seguito a fenomeni di colonizzazione o di massiccia integrazione, coesistono contemporaneamente gruppi di persone di origini, tradizioni e culture differenti. All’interno di ogni gruppo esistono valori, leggi e regole da rispettare. Quando parliamo di società multiculturale ci riferiamo a una realtà sociale in cui convivono o sono presenti allo stesso tempo varie comunità che hanno origini, abitudini e cultura diverse. Il termine può poi essere usato in modo più specifico per indicare le politiche intraprese da alcuni Stati per limitare le disuguaglianze tra i gruppi etnici e valorizzare le minoranze
- Che relazione c'é tra la globalizzazione e i fenomeni migratori? Globalizzazione e immigrazione sono due fenomeni connessi e interdipendenti fra loro, l’immigrazione può identificarsi come la causa e l’effetto della globalizzazione. Possiamo dire che la globalizzazione e i fenomeni migratori hanno un collegamento di carattere economico. I vantaggi che porta la globalizzazione legata ai fenomeni migratori sono di carattere economico e sociale, ma potrebbero essereci anche dei svantaggi come l’entrata illegale di stranieri che provocano spaccio di droga e prostituzione. Il mondo contemporaneo è caratterizzato dalla crescita dei fenomeni migratori e l’avvento di società sempre più complesse e multiculturali. Il fenomeno di forte rifiuto da parte di paesi democratici porta ad un alto numero di migranti irregolari. Nonostante la globalizzazione cerca di abbattere le barriere esistono ancora pregiudizi sugli stranieri. Lezione 002
- Quale può essere il ruolo della pedagogia nella società contemporanea? La pedagogia è la scienza che si pone come base l’educazione della persona. Educare significa aitare l’educando a trarre fuori tutto il meglio di sé. La pedagogia è una scienza multidisciplinare che associa la teoria alla pratica. La pedagogia può essere il fattore chiave in una società complessa, che sceglie di reagire alla crisi di valori e di orientamento investendo nella cultura e nell’educazione. La pedagogia dovrà necessariamente aderire alle molteplici visioni di soggetto-persona e soprattutto di progettazione esistenziale che caratterizzano il contemporaneo.
- Che cosa si intende per crisi culturale nel mondo contemporaneo? La crisi culturale viene identificata come una perdita di identità, in cui valori e tradizioni vengono persi per essere sostituiti dal modello occidentale in cui tutto è uguale a tutti. Per cultura si intende ciò che permette a un gruppo a un gruppo di riconoscersi, tracciando dei limiti fra sé e gli altri, stabilendo un certo ordine, distinguendo gli avvenimenti ineluttabili sia da quelli probabili o improbabili, sia da quelli impossibili. All’interno di un gruppo culturale si costituiscono scale di valori, leggi e regole da rispettare, obiettivi da raggiungere. Il mondo contemporaneo è sempre più percepito come il luogo dell’instabilità, privo di una coerente direzione, perverso da imprevedibilità e incertezza. Lezione 004
- Che cosa intende Bauman con la definizione di società liquida?
Il mondo contemporaneo è sempre più percepito come il luogo dell’instabilità, privo di una coerente direzione, pervaso da imprevedibilità e incertezza. Secondo Bauman si sviluppa una tendenza alla «liquidità», ossia «la capacità di muoversi rapidamente e senza preavviso», di non legarsi in modo stabile e definitivo a un Paese, a una famiglia, a un partner e, ancor meno, a un lavoro. Nel passato la vita individuale era scandita da precise fasi di passaggio, regole e divieti dettati dalla tradizione, dalla religione o dallo Stato. Oggi l’identità è il risultato delle ripetute scelte personali: le collocazioni sociali, i luoghi spaziali dell’identità si fluidificano rapidamente. Lezione 009
- Perché l’approccio interculturale si definisce interdisciplinare? Perché l’emigrazione, la vita in una società complessa e multiculturale non sono più considerate disagio o marginalità, ma come opportunità di arricchimento e di crescita personale e collettiva. L’approccio interculturale si costruisce sugli elementi positivi e sui limiti dei modelli precedenti, aggiungendo le possibilità di dialogo, confronto e interazione. L’aggiunta del prefisso «inter» presuppone la relazione, l’interazione, lo scambio di due o più elementi. Le società possono essere descritte come «multiculturali», nel senso che si rileva in esse la presenza di soggetti con usi, costumi, religioni, modalità di pensiero differenti (Camilleri 1985), le strategie d’intervento educativo dovrebbero invece essere sempre di tipo interculturale. La pedagogia interculturale, in tal modo, rifiuta la staticità e la gerarchizzazione delle culture e può essere intesa nel senso di possibilità di dialogo, di confronto paritetico. Fondandosi sul confronto del pensiero, di concetti e preconcetti, la pedagogia interculturale si configura come pedagogia al cui centro è posta la persona umana.
- Come nasce il concetto di universalismo culturale? Attraverso la diffusione mondiale dei mezzi di comunicazione di massa, le varie culture si stanno unificando e questo è rintracciabile nell’uso di alcune espressioni linguistiche della cultura dominante adottate dalle culture diverse ma, l’università si evidenza nell’adozione di certi modelli di vita enfatizzati come migliori dei propri. È questo il fenomeno della omologazione culturale che tende ad uniformare modi di pensare e stili di vita per la necessità economica del mercato unitario. Il modello dell’universalismo ha base illuminista i cui principi cardine sono: la realtà esiste a prescindere delle rappresentazioni umane, la varietà dipende dall’accuratezza della rappresentazione; la conoscenza è oggettiva, il linguaggio è indipendente dal mondo. A questo fenomeno multiculturale la risposta dell’universalismo è l’assimilazione cioè il tentativo di cancellare le differenze per unificare in un’unica cultura migliore. 024.Perché la pedagogia interculturale si pone tra universalismo e relativismo? Sul piano epistemologico l’approccio pedagogico interculturale ha consentito di superare i limiti di molti orientamenti nello studio delle culture: il modello universalistico, ossia l’idea che valori e scopi fondamentali dell’umanità debbano essere identici dappertutto; il relativismo culturale, che tende a trovare in ogni comportamento umano (anche patologico) una giustificazione causale pertinente. Differenziandosi nettamente da tali modelli, la pedagogia interculturale:
- prende atto della complessità; - supera l’incomunicabilità del relativismo culturale;
- presuppone la dimensione culturale come parte integrante di ogni riflessione e modalità d’intervento;
- integra l’etnocentrismo
- si riferisce sempre a un’azione;
un orientamento altalenante fra soluzioni a carattere universalistico che minimizzano le diversità e soluzioni a carattere relativistico che le esaltano. Lezione 012 001 Illustra sinteticamente il percorso della pedagogia interculturale in Italia? L’Italia ha conosciuto fenomeni di immigrazione consistente solo a partire dalla fine degli anni ‘70, ci si è quindi trovati ad affrontare la questione delle differenze culturali potendo contare sulle esperienze degli altri paesi, introducendo direttamente il concetto di pedagogia interculturale. Il sistema scolastico italiano ha avuto negli anni recenti un carattere strutturalmente inclusivo (non solo nei confronti degli stranieri ma anche nei confronti degli alunni con handicap): − Gli Orientamenti didattici per la scuola materna (1991) affermano: «Un risalto del tutto particolare spetta all’educazione alla multiculturalità , che esige la maggior attenzione possibile per la conoscenza, il riconoscimento e la valorizzazione delle diversità che si possono riscontrare nella scuola stessa e nella vita sociale in senso ampio»; − I Programmi della scuola primaria del 1985 precisano che «la Scuola deve operare perché il fanciullo abbia basilare consapevolezza delle varie forme di diversità o emarginazione allo scopo di prevenire e contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti di persone di altra cultura». − I Programmi sperimentali per la scuola secondaria superiore (1992) rilevano una «situazione socio-ambientale caratterizzata da forte complessità e da un accentuato pluralismo di modelli e valori». − Legge quadro in materia di riordino dei cicli dell’istruzione (l. 10 febbraio 2000, n. 30): «Il sistema educativo di istruzione e di formazione è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, nel rispetto delle differenze e dell’identità di ciascuno secondo i principi sanciti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo» (art. 1). − Le leggi di riforma universitaria (l. 341/1990; l. 449/1997; l. 210/1998; d.lgs. 297/1999; d.m. 4/8/2000; d.m. 28/11/2000; l. 230/2005; d.m. 26/7/2007; l. 240/2010) prevedono la presenza della disciplina di pedagogia interculturale in molti corsi di laurea, specie triennale e magistrale in Scienze dell’educazione e nella formazione degli insegnanti. Al crescente interesse per i temi posti dalla multiculturalità ha risposto anche un intensa attività di studio e ricerca pedagogica. Lezione 014
- Quali possono essere i limiti della pedagogia interculturale? Dopo la fase di nascita e di massimo sviluppo, recentemente il concetto di educazione interculturale , è sempre più oggetto di critiche e proposte di revisione. -poca chiarezza dei concetti usati , che spinge insegnanti ed educatori a definire come tutto ciò che attiene agli stranieri ed è pedagogicamente ; -celebrazione in classe delle culture esotiche nonché realizzazione di progetti a carattere prettamente multiculturale, senza far seguire, un’analisi critica sul piano dei valori e delle conquiste delle civiltà; -elezione dei bambini stranieri quali piccoli ambasciatori, dei paesi di Provenienza costringendoli a rappresentare una cultura, che forse conoscono poco o dalla quale cercano di emanciparsi. Xenofilia, ossia iper-identificazione con lo straniero, con rischio di sostituzione Impiego improprio dei concetti di etnia e di cultura Interventi limitati ai casi di presenza di bambini stranieri e di problemi particolari invece di un percorso culturale coerente.
Nei paesi europei (soprattutto del nord Europa) la pedagogia interculturale probabilmente ha già vissuto la sua fase di fioritura, senza ancora riuscire a divenire una <pedagogia della normalità>. Nel tempo delle globalizzazioni, ogni buona pedagogia dovrebbe essere a carattere interculturale e riuscire ad accogliere ogni forma di similitudine e di diversità (fisica e culturale, limiti e talenti) di ciascun educando. Nonostante l’approccio interculturale abbia generato molti vantaggi, attualmente è contrastato da limiti come: -pratiche scolastiche neoconservative, che paventano un relativismo sul piano dei valori; -sussulti universalistici, che temono rischi a causa delle differenziazioni e propongono uguali diritti per tutti. La <pedagogia interculturale rischia di perdere la rilevanza pratica e la credibilità teorica e politica>. Negli ultimi anni, a tali situazioni critiche si sono aggiunte le esplosioni di nazionalismo e xenofobia, anche in relazione al perdurare della crisi economica e all’aumento della pressione migratoria. In altri termini, l’educazione interculturale non può avvenire se non coniugandola con l’educazione alla legalità e al rispetto dei limiti. Occorre ancora sviluppare una teoria dell’educazione supportata da una sufficiente pratica e sperimentazione educativa, ricettiva delle correzioni e critiche che ne scaturiscono, in grado di far fronte a ogni tipo di diversità e pluralità. Lezione 017
- Quale è la relazione tra comunicazione verbale e non verbale? La comunicazione interpersonale verbale può essere intesa come un processo di trasmissione di complessi concettuali di significato tra soggetti dialoganti, secondo un codice condiviso di linguaggio, la cui storia è interconnessa con il complesso socioculturale relativo ai soggetti stessi. Nelle diverse culture, i messaggi verbali della comunicazione interpersonale faccia a faccia sono accompagnati da codici non verbali e paraverbali che forniscono uno sfondo analogico per le parole. Il non verbale e paraverbale, (gestualità, tono, volume e velocità della lingua) sono molto legati alle esperienze pregresse e alla cultura di provenienza dei soggetti e possono prestarsi a interpretazioni errate. Anche l’aspetto esteriore è inteso come una forma di comunicazione non verbale. La capacità di valutare tali elementi dipende non solo dalla formazione e dalla sensibilità personali, ma soprattutto dalla cultura di provenienza. Mentre nel linguaggio verbale le differenze sono palesi (non si conosce la lingua straniera o si è consapevoli di conoscerla solo parzialmente), si presume che i linguaggi non verbali e paraverbali siano universali. Tutte le volte in cui due persone si incontrano, si produce uno stato emotivo laddove il singolo soggetto continuamente le proprie modalità corporee nei contesti relazionali che si trova ad e le adatta, fondendole con quelle dell’altro. I membri di un dato gruppo linguistico -culturale condividono molte aspettative riguardanti le tipologie di rapporti. Ciò li induce a dare per scontati aspetti quali il linguaggio del corpo (prossimità, distanza, gesticolazione mimica facciale, guardo ecc), tonalità della voce, uso della terminologia.
- Quale è il concetto di competenza in pedagogia e come si applica al contesto interculturale? Fantini considera tali competenze come «un complesso di abilità atte a gestire, in maniera efficace ed appropriata, l’interazione con persone culturalmente e linguisticamente diverse» (A. Fantini, Exploring and Assessing Intercultural Competence. Research Report, University of St. Louis Press, Washington, 2007). Egli
DESCRIZIONE DELLE ATTIVITÀ
•Realizzazione di interventi di mediazione linguistico-culturale. •Realizzazione di interventi di interpretariato e traduzione non professionale. •Accompagnamento e supporto diretto all’immigrato nell’adempimento di procedure amministrative e burocratiche. •Ottimizzazione delle relazioni fra l’utente straniero e le istituzioni in contesti di emergenza (prima accoglienza, sbarchi, pubblica sicurezza) e ordinari (sanità, scuola, pubblica amministrazione, giustizia, ecc.). •Orientamento degli utenti nella rete dei servizi e delle opportunità e offerte del territorio, per il soddisfacimento dei diritti di cittadinanza delle comunità immigrate. •Realizzazione di interventi di mediazione sociale, prevenzione e gestione di situazioni di conflitto, individuale e sociale. •Informazione e orientamento sui diritti, doveri e opportunità (lavorative, abitative, sanitarie, formative, amministrative) presso le comunità immigrate. •Agevolazione dei processi di dialogo e di reciproca comprensione interculturale fra comunità immigrate. •Progettazione di interventi di integrazione interculturale fra comunità straniere ed autoctone. •Supporto alle istituzioni e agli operatori di settore, alla progettazione e riorganizzazione di servizi secondo modalità “migrant friendly”. •Partecipazione e cura nelle esperienze e nei processi di apprendimento e sviluppo professionale di Mediatori interculturali junior. In conclusione possiamo dire che il risultato atteso per il mediatore Interculturale è: facilitare la relazione fra immigrato e società di accoglienza in situazioni sia di ordinarietà che di emergenza, attraverso interventi di mediazione linguistico-culturale, e di mediazione sociale. Lezione 020
- Prova a sintetizzare il contenuto delle linee guida per l'educazione interculturale del Consiglio d'Europa? Il Consiglio d’Europa ha affrontato il tema dell’educazione globale con l’obiettivo specifico di migliorare e implementare l’Educazione Interculturale in Europa. In quell’occasione i membri delle delegazioni partecipanti hanno utilizzato le definizioni prodotte dal Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa3 in merito a un concetto fondamentale: l’Educazione Interculturale è «un’educazione che apre gli occhi ai cittadini sulle realtà del mondo e li impegna a partecipare alla realizzazione di un mondo più giusto e più equo, un mondo di diritti umani per tutti» Il documento si basa sul principio secondo il quale i processi educativi relativi ai settori formali e non formali dell’istruzione dovrebbero veicolare una migliore comprensione di un mondo sempre più globalizzato. Si tratta di una guida pratica alla comprensione dell’Educazione Interculturale (EI) in un mondo sempre più globalizzato e, allo stesso tempo, è uno strumento di formazione pedagogica su argomenti di importanza mondiale, tenendo sempre presenti le diverse realtà culturali, geografiche, sociali ed economiche che emergono dall’osservazione dei territori. In realtà il titolo del testo originario è “Global Education Guidelines”, indicando per Global Education un tipo di educazione che fa riferimento ad una cultura pluralistica e globalizzata, specifica delle nostre società contemporanee. Nella traduzione in italiano il gruppo di lavoro sull'Educazione Interculturale ha optato per il mantenimento di un'unità terminologica attraverso l'adozione dell'unica espressione “Educazione Interculturale” in quanto essa racchiuderebbe in
sé aspetti differenti tra cui: l’educazione allo sviluppo e allo sviluppo sostenibile, – l’educazione ai diritti umani, l’educazione alla pace e alla prevenzione dei conflitti, – l’educazione alla cittadinanza. Il Consiglio d'Europa dunque considera tali specifiche tipologie di educazione come delle varianti di un'unica Educazione Globale ovvero Interculturale. La guida per l'educazione interculturale è molto importante in quanto è frutto di diverse esperienze acquisite in tema di EI ed è il risultato di un metodo partecipativo applicato a vari livelli di consultazione da educatori e operatori che lavorano nel campo specifico interculturale. Lezione 022
- Quali effetti ha sulle famiglie migranti il progetto migratorio? Le tipologie insediative delle famiglie straniere migranti possono essere molto variegate, a seconda delle comunità di appartenenza dei coniugi, della presenza di figli a carico, del tipo di progetto migratorio intrapreso. Una stessa famiglia può attraversare varie fasi nel suo processo di interazione con la comunità locale. Nel processo migratorio si mettono in gioco delle dinamiche relazionali, culturali e simboliche che caratterizzano ciascuna famiglia in modo specifico e differenziato. La scelta e l’attuazione del progetto migratorio rappresentano fattori destabilizzanti per tutti i membri della famiglia. Il momento del distacco di alcuni o di tutti i suoi componenti dal luogo di origine costituisce inevitabilmente un momento di crisi per la vita familiare, assimilabile ai marker events levinsoniani e all peak experiences maslowiane. La forza destabilizzante che scaturisce dai fattori esterni è molto forte. Ogni famiglia si trova di fronte al compito di individuare delle strategie di gestione degli eventi stressanti efficaci per le nuove sfide. Fattori destabilizzanti e stressanti: -il progetto migratorio, spesso precario, dettato da spontaneismo oppure troppo rigido e non adattabile a cambiamenti subentrati nel paese di provenienza o in quello di arrivo; -il passaggio dalla famiglia allargata alla famiglia nucleare (perdita di riferimenti e difficoltà a stabilire nuovi rapporti di comunicazione); -la distanza dalla lingua familiare, con problemi di comprensione linguistica, per cui spesso sono i figli ad assumere il ruolo di mediatori e ciò implica anche il cambiamento dei ruoli familiari: perdita di ruolo deigenitori. L’avvento della società multietnica e multiculturale ha reso tutte le famiglie interculturali. Anche chi non emigra – in seguito a maggiori viaggi e maggiori contatti multiculturali – è esposto a valori e modalità comportamentali nuovi e diversi. Sul piano pedagogico, una delle conseguenze negative di tali sviluppi può essere una lacerante crisi rispetto a obiettivi e finalità da raggiungere. Nel contesto contemporaneo tutto sembra essere messo sullo stesso piano. Con il venir meno dei contesti di riferimento originari alcuni genitori possono porre la soddisfazione del piacere, la totale libertà individuale e lo spontaneismo come strade maestre per la realizzazione del sé. Tutto ciò va a scapito dell’idea del gruppo e della comunità, della vita in famiglia, della progettualità, dell’educazione stessa. Il prezzo che paga il singolo educando è la difficoltà a raggiungere una propria autonomia
- Quali spazi si aprono per l'educazione interculturale in famiglia? Benché le analisi, le ricerche e gli studi pedagogici svolti siano espressione di diversi orientamenti ideologici e metodologici, è possibile enucleare un consenso di fondo da parte di tutti su come la famiglia, fra tutte le istituzioni educative, eserciti un ruolo precipuo nei confronti della formazione del soggetto e del gruppo sociale. Considerando le suddette riflessioni, nel tempo delle globalizzazioni, è necessario acquisire competenze educative atte a gestire autonomamente la responsabilità genitoriale. Tali competenze dovranno essere di natura interculturale e comprendere una certa sicurezza sul piano dell’identità, assieme alla capacità di dialogo con l’alterità. Nel tempo delle globalizzazioni, è necessario acquisire competenze educative atte a gestire autonomamente la responsabilità genitoriale. Tali competenze dovranno essere di natura interculturale e
dell’identità, assieme alla capacità di dialogo con l’alterità. Nella stagione dei cambiamenti, delle incertezze e del pluralismo, in famiglia è necessario promuovere una «corretta educazione alla coscienza etnica»: solo dopo aver acquisito stabilità e piena consapevolezza delle proprie radici, il soggetto riuscirà a dialogare proficuamente con persone di lingua, cultura, religione e modalità comportamentali differenti.
- Illustra le principali competenze educative interculturali che i genitori dovrebbero sviluppare? Le competenze dovranno essere di natura interculturale e comprendere una certa sicurezza sul piano dell’identità, assieme alla capacità di dialogo con l’alterità. Anzitutto, sarà necessario promuovere la comunicazione interculturale, sulla base dell’apprendimento di lingue straniere e della gestione consapevole delle modalità di dialogo para-verbali e non verbali. Oltre alla comunicazione, l’ambiente domestico è fondamentale per sviluppare (ed essere formati a farlo) tutte le altre competenze interculturali (intese in maniera dinamica, implicando aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali):apertura, rispetto, curiosità, tolleranza dell’ambiguità; consapevolezza culturale, conoscenza della propria e altrui cultura, osservazione, capacità di valutare; flessibilità, decentramento. competenza di riconoscere e gestire stereotipi e pregiudizi; di ascolto empatico, comprensione, confronto paritetico e comunicazione assertiva (riuscire a con-vincere, ossia vincere assieme); di flessibilità e apertura, rispetto dei limiti, delle norme e delle regole, nella consapevolezza di cercare di modificarli qualora siano ingiusti; di riconoscersi ben radicati e appartenenti culturalmente e assiologicamente a un gruppo di persone; di instaurare legami stabili e di attaccamento, ma anche di separazione; di dare e ricevere considerazione (vedere, conoscere e riconoscere); di attenzione emozionale positiva, comprensione profonda (empatia) e congruenza; di partecipazione attiva (essere protagonisti e non succubi)
- Illustra l'approccio più adeguato in famiglia per preparare il bambino a incontrare la diversità nel mondo contemporaneo All’interno del nucleo domestico occorre coltivare e promuovere la disposizione a legarsi affettivamente ad altre persone, cose, attività, idee. I genitori dovranno cercare di non far perdere ai loro figli la gioia ed il coraggio di vivere, la fiducia nella vita, in se stessi, nel mondo esterno. Dovranno, altresì, stimolarli ad esprimere anche tutti i sentimenti che la cultura occidentale considera «negativi» (come la tristezza, la collera, la paura), in modo da poterli elaborare ed integrare in un contesto più ampio. In ambito domestico è necessario muovere dalla consapevolezza che non esistono emozioni buone o cattive, l’importante è l’alfabetizzazione: imparare a riconoscerle, per capire ciò che il sistema limbico del cervello vuole comunicarci rispetto a una situazione, per poi interpellare le altre aree del cervello (es. razionalità, neocorteccia) e del corpo(imparare ad ascoltare le sensazioni di tutto il corpo). A tal fine, sono di forte aiuto la capacità di riflessione e auto esplorazione; grazie a ciò magari potremmo comprendere di non essere «per natura buoni o cattivi», ma dei poliedrici: un giorno, in una situazione, prevalentemente mostriamo una certa faccia, ma possiamo anche cambiare o celarne tante altre. Ecco la potenzialità educativa: porgere l’attenzione al cambiamento, alla potenzialità di sviluppo e crescita dinamica. Il gruppo famiglia va considerato come
capitale sociale, laddove ogni componente diventa sensibile alla diversità dentro e fuori la famiglia. Al centro dovrebbe esservi il rispetto della personalità dei figli, che non vanno formati secondo le aspettative dei genitori. Essi dovrebbero vivere secondo i propri valori, fornendo delle direttive e aiutando il bambino a sviluppare fiducia in se stesso e nel mondo. Importanti ingredienti educativi saranno l’empatia, l’essere da esempio, perché «i bambini necessitano di modelli più che di critiche». Pur non essendo possibile eliminare pregiudizi, è necessario pedagogicamente imparare ad individuarli e gestirli opportunamente. Poiché il pensiero prevenuto non è congenito bensì acquisito durante i primissimi anni di vita, nell’ambiente domestico può essere attuato un’efficace profilassi contro intolleranza, razzismo, etnocentrismo, ecc… Importante è anche l’educazione all’ascolto al dialogo e alla compressione, contrastando modelli negativi di violenza verbale e mancanza di rispetto. L’educazione domestica può essere invitata alla pace e alla gestioni non violenta del conflitto. Accanto all’educazione al pluralismo e alla pace è necessario educare alla gestione dei conflitti e l’aggressività. L’educazione(interculturale) non è possibile senza regole chiare e condivise Lezione 030
- Prova a sintetizzare quali stili educativi emergono nelle famiglie immigrate partendo dai contributi presentati in questo modulo? Secondo Sonia Pozzi, una prima considerazione può essere fatta prendendo in analisi le provenienze di queste famiglie: arrivare da paesi come Pakistan o Bangladesh, in cui la religione all’interno della società è ancora fortemente sentita e guida i comportamenti degli individui, potrebbe portare ad essere maggiormente ancorati alle proprie tradizioni e ad avere una maggiore volontà nel tramandarle ai propri figli, rallentando, involontariamente, la possibilità di una piena integrazione nella società ospite”. Una maggiore propensione all’integrazione propria e dei figli si riscontra invece nelle famiglie provenienti dall’Est Europa, in cui l’abbandono delle proprie tradizioni sembra aumentare progressivamente con gli anni di presenza in Italia”. “Gli stili educativi utilizzati dalle famiglie in migrazione e la trasmissione di un senso/sentimento di appartenenza etnico-culturale sono una zavorra o un’opportunità per l’integrazione? … Potrebbero essere entrambe le cose. Sono una zavorra laddove l’educazione familiare e la trasmissione della propria cultura si sviluppano su se stesse, implodendo, senza tener conto del fatto che le famiglie si trovano a vivere in un contesto culturale differente da quello della propria patria, ma con il quale devono fare quotidianamente i conti”. Uno stile genitoriale che permette di mantenere un legame con le proprie origini, senza rinchiudervisi, può essere invece ritenuto a mio avviso una valida opportunità di esperire un buon processo di integrazione nella società ospite, in quanto permette di mettersi alla prova con i propri coetanei, senza tuttavia mai perdere di vista chi si è”. Nonostante questo, è necessario tener conto del fatto che l’integrazione nella società ospite non passa solo dalla trasmissione delle caratteristiche etnico-culturali da parte dei genitori, ma è il risultato di un processo che tiene conto di diversi fattori e delle traiettorie di vita che le famiglie e i loro figli si troveranno a percorrere”.
volontà di narrare, la volontà di ascoltare. La caratteristica della narrazione è la sua sostanziale soggettività: essa non si prefigge di dimostrare alcunché, ma soltanto di esprimere la vita vissuta dal narratore. Il sapere narrativo quindi favorisce la molteplicità di punti di vista offrendo al narratore e all'interlocutore la possibilità di cogliere le affinità esperienziali e riconoscere le differenze in modo più profondo e meno conflittuale. Il fine didattico è quello di assistere a come gli esseri umani diano significato all’esistenza sostanzialmente raccontandola e raccontandosela. 012.Come può essere utilizzata la letteratura per l’educazione interculturale secondo Demetrio e quale è il rapporto con le emozioni? Demetrio propone di utilizzare la lettura per promuovere l’educazione interculturale a scuola. Nella letteratura sono espresse gioie e dolori transculturali che diventano interculturali quando le condividiamo. Vi sono inoltre emozioni che si possono definire emozioni poetiche, che a differenza delle precedenti espongono il soggetto a stati interiori meno drammatici ma comunque importanti. Vi sono gioie transculturali che diventano interculturali quando le condividiamo, come ad esempio: la nascita di qualcuno, le feste, l’innamoramento, un obbiettivo aggiunto, la speranza, la liberta ma ci sono anche dolori transculturali come ad esempio: la malinconia, la paura, il disorientamento, la mancata libertà, perdere una persona amata… l’autore dice che la didattica interculturale fornisce contributi non soltanto per l’educazione alla convivenza ma anche alla vitalità della mente. Lezione 038
- Quali competenze interculturali sono chiamati a sviluppare gli insegnanti? Non è sufficiente la formazione degli insegnanti intesa in senso formale, è necessario includere tali metodi di apprendimento e di lavoro direttamente nella realtà quotidiana della classe. A scuola è necessario acquisire competenze autenticamente interculturali che portino a:
- Considerare la cultura in maniera dinamica e tengano conto di tutte le differenze umane
- Mettere in risalto l’importanza della capacità di pensiero autonomo, comprensione, ascolto, dialogo, interazione
- Percepire le diversità non solo come inevitabili, ma anche come risorsa, come base dello sviluppo della vita. Le competenze interculturali riguardano saperi, attitudini ,capacità e sensibilità che attengono a tutta la persona, si acquisiscono durante il percorso della vita, difficilmente quantificabili e misurabili, da promuovere in ogni ordine, grado e tipologia di scuola e da attuare come parte costruttiva di ogni curriculum e politica scolastica. Il gruppo di insegnanti in cui avviene la ricerca-azione lavora utilizzando modalità cooperative.
- Illustra e motiva l’importanza del cooperative learnig nell’ambito della didattica interculturale. Il cooperative learning, attraverso l’educazione fra pari sviluppa innanzitutto un forte senso d’identità e di appartenenza nei partecipanti, oltre a un più profondo
senso della comunità. L’educazione fra pari aiuta a rafforzare le abilità cognitive e sociali degli allievi. In particolare aiuta a formare gia nell’infanzia e in età evolutiva quelle abilità sociali che poi risulteranno indispensabili nella crescente complessità relazionale della scuola e del lavoro nella società globale. Il cooperative learning si rivela come metodologia valida e privilegiata sia per la promozione di intelligenza intrapersonale, sia per le competenze socio-relazionali e sia per la risoluzione dei conflitti. Gli elementi che caratterizzano tale metodologia sono: l’interazione faccia a faccia, l’insegnamento diretto, l’uso di abilità sociali, il lavoro in piccoli gruppi eterogenei, la revisione e valutazione del lavoro svolto in gruppo e individualmente. Lezione 041
Quale può essere il contributo positivo dei media in una società multiculturale? I media potrebbero costituire un validissimo strumento per veicolare educazione, cultura e competenze interculturali: ossia attitudini, abilità e soprattutto conoscenze atte a gestire positivamente le realtà multiculturali, mediante il confronto e la riflessione sul piano dei valori, delle regole e dei comportamenti. I media potrebbero supportare e integrare il lavoro delle agenzie educative (famiglia e scuola) in maniera continua, dinamica e multidimensionale, favorendo attitudini personali (apertura, rispetto, curiosità), consapevolezza e conoscenze (soprattutto circa la cultura propria e altrui).
Che impatto ha la dimensione interculturale e multiculturale sul lavoro in azienda Il mondo del lavoro nella società interculturale è anch’esso caratterizzato da trasformazioni profonde. Nella parte alta della “catena alimentare” neoliberista, i lavoratori più qualificati e i manager operano sempre più in un contesto internazionale, multiculturale. Tra i lavoratori poco qualificati, si percepisce sempre più l’esigenza di lavorare assieme a persone con culture differenti e la minaccia rappresentata dai lavoratori immigrati a basso costo. La globalizzazione e l’interdipendenza planetaria hanno generato effetti radicali nel mondo del lavoro. Nell’universo aziendale sono subentrati forti aumenti delle internazionalizzazioni, joint ventures, fusioni e alleanze laddove i prodotti risultano essere strutture composite internazionali nell’ambito di reticoli globali. Fra nazioni non si scambiano solo prodotti finiti, ma anche conoscenze specializzate per l’individuazione (marketing, pubblicità, consulenza alla clientela) e la soluzione di problemi (ricerca, progettazione, fabbricazione). Sempre più spesso si cambiano persone che assolvono servizi di intermediazione (finanza, ricerca di fornitori, concessione di appalti) nonché per molte altre componenti e servizi generici. Sia le multinazionali sia le piccole e medie aziende (PMI) si misurano sempre più con il fenomeno dell’ampliamento degli spazi entro i quali . Ciò ha generato l’uso dell’ inglese come lingua franca e la costituzione di management multiculturali che, in seguito al confronto con culture organizzative e strategie professionali diverse, saranno chiamati a sperimentare che molti aspetti dei loro comportamenti ( valori, regole comunicative) non sono universali. L’ esperienza di stretta collaborazione tra persone di differenti nazionalità, lingua, atteggiamenti e valori, il trovarsi a lavorare vicino a donne e uomini diversi in termini di cultura lavorativa e personale, in mancanza di adeguata formazione rischia di innescare difficoltà sul piano comunicativo e relazionale: incomprensioni e malintesi che spesso sfociano in conflitti, disagi o persino patologie, con gravi rischi sia sul piano della redditività, sia su quello umano.
Quali sono le ragioni di un approccio interculturale nel mondo del lavoro?
- Illustra sinteticamente le caratteristiche principali di un corretto approccio interculturale da parte dell'informazione giornalistica? Alla luce del ruolo educativo, formativo per le «coscienze» dei fruitori, che i media giocano, anziché presentare il fenomeno immigrazione con toni negativi, caratterizzandolo come invasione, emergenza, minaccia, essi dovrebbero cogliere, comprendere e mostrare anche le opportunità, i vantaggi, gli arricchimenti che derivano dalla convivenza multiculturale. Tale convivenza non va intesa come «condominio» (gli uni accanto agli altri in assenza di contatti), né come accettazione acritica della diversità, bensì come stimolo ad intraprendere un comune percorso improntato sulla possibilità di individuare i reali punti di differenza e di conflitto, imparando a riconoscere il potenziale positivo e gestire questi ultimi in maniera costruttiva. Nel tempo del pluralismo e dell’interdipendenza, proprio nei media è ineludibile stabilire chiaramente quali limiti dovranno essere condivisi e rispettati da tutti. I responsabili dei media e della comunicazione, ma anche i fruitori, dovranno essere a conoscenza di valori, interessi, regole enorme che sottendono l’informazione. È necessaria la cura del linguaggio (verbale ed iconico), più rispettoso, più corretto e preciso dell’altro, della realtà e delle persone migranti. Diviene necessario e urgente inserire le variabili interculturali nella formazione e nell’aggiornamento degli operatori dell’informazione. La globalizzazione esige un giornalismo autenticamente interculturale, che si muova nell’orizzonte teorico della pedagogia interculturale, dove l’alterità, l’immigrazione, la vita in una società complessa e multiculturale non siano considerate solo come rischi di disagio o di malattie, ma come delle opportunità di arricchimento e di crescita personale e collettiva. I media potrebbero costituire un validissimo strumento per veicolare educazione, cultura e competenze interculturali: ossia attitudini, abilità e soprattutto conoscenze atte a gestire positivamente le realtà multiculturali, mediante il confronto e la riflessione sul piano dei valori, delle regole e dei comportamenti. I media potrebbero supportare e integrare il lavoro delle agenzie educative (famiglia e scuola) in maniera continua, dinamica e multidimensionale, favorendo attitudini personali (apertura, rispetto, curiosità), consapevolezza e conoscenze (soprattutto circa la cultura propria e altrui).
- Quali sono le ragioni principali del prevalere di una rappresentazione negativa dello straniero sui media? In sintesi, l’immagine che i mass media trasmettono dello straniero è: un «altro» estraneo, diverso, incomprensibile, non meritevole di attenzione, di conoscenza, di accoglienza e di dialogo. Il cittadino straniero non ha niente di buono, di positivo con sé; ha caratteristiche umane e culturali che possono portare solo a compiangerlo; oppure è una minaccia alla nostra sicurezza e ha i connotati della delinquenza, specie quando è collegabile a fatti criminosi o quando appartiene alla religione islamica. Recentemente è stata ultimata una seconda indagine nell’ambito della stampa multiculturale, mediante l’analisi di tre pubblicazioni in lingua italiana, con l’obiettivo di verificare se i temi in agenda e gli approcci narrativi offerti dall’informazione multiculturale superino, nel linguaggio e nella pratica di rappresentazione, gli stereotipi, i pregiudizi e i limiti presenti nei media generalisti, rilevati dalle ricerche sui mass media italiani. Nonostante la stampa multiculturale abbandoni molti stereotipi presenti nei giornali italiani e le testate giornalistiche analizzate mirino a far conoscere la realtà dell’immigrazione, la presentazione della realtà dei cittadini immigrati non si traduce sempre in un ritratto differente rispetto ai media generalisti. Spesso i
cronisti usano come fonti esclusivamente il Ministero degli Interni, le Forze dell’Ordine o le Questure. Talvolta semplici conferenze stampa o comunicati provenienti da queste fonti istituzionali si trasformano in articoli che risentono fortemente dell’immagine poliziesca dell’immigrazione focalizzata sull’attività criminosa e repressiva, sullo scontro tra ordine e devianza, sulla collisione tra civiltà e arcaismi. Le ragioni per le quali i media tendono a veicolare principalmente stereotipi negativi sull’immigrazione sono anche culturali e politiche come. Nell’allarmismo mediatico possiamo leggere una serie d’apprensioni tra le quali il timore che l’Italia nell’accogliere i clandestini o nell’essere una sponda facilmente raggiungibile, venga percepita dai paesi europei come il ventre molle dell’Unione e quindi come un partner inaffidabile. Dietro questa rappresentazione mediatica potrebbe quindi nascondersi la paura per la perdita della propria identità. Lo studioso Martin Barker, ha esaminato i cambiamenti, avvenuti dal dopoguerra in poi: le presunte differenze genetiche di ieri, sono oggi sostituite da differenze tra culture, religioni o nazioni. Nelle società occidentali, il nuovo razzismo assume una forma nuova, la difesa dei nostri valori, del nostro modo di vita, delle nostre tradizioni nei confronti di estranei non perché questi siano inferiori ma perché appartengono ad altre culture. I media hanno accelerato o diffuso questa forma subdola di razzismo facendo, per l’appunto, perno sugli stereotipi, sulla polarizzazione Noi-Loro, sulla minimizzazione o l’occultamento delle virtù dell’Altro e l’enfatizzazione delle proprie. Risposta alternativa: I fattori possono essere diversi, una prima ragione è che spesso i criteri che guidano la scelta delle notizie da parte dei giornalisti e delle redazione è legata all’eccezionalità del fatto rispetto ad una normalità vera o presunta, quindi i fenomeni di criminalità sono “eccezioni”, se poi legati ad uno straniero, rappresentano una ulteriore specificità dal punto di vista informativo. Inoltre spesso le fonti più facilmente raggiungibili sono rappresentate dalle forze dell’ordine e dalle questure, che naturalmente divulgano informazioni prevalentemente su fatti che interessano l’ordine pubblico. Un ulteriore elemento è rappresentato dal fatto che inserirsi nel filone di uno stereotipo (ad esempio: lo straniero come minaccia, l’invasione degli immigrati) rende più immediata la comprensione e contribuisce ad attrarre l’attenzione, è il caso dei titoli ad effetto dei giornali o delle immagini eclatanti in prima pagina. Lezione 046
- Illustra brevemente quali criticità e opportunità offre lo spazio digitale della rete per un approccio interculturale