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Domande e risposte esercitazione teoria dei linguaggi, Schemi e mappe concettuali di Linguistica

Domande e risposte esercitazione teoria dei linguaggi

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

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Teoria dei linguaggi - Domande
1) Come è caratterizzato da De Saussure il segno? Come si può arricchire la
caratterizzazione data da De Saussure?
Il segno per De Saussure è un'entità a due facce composta da un significante (cioè
l’elemento percepibile coi sensi, l’entità fisica) e un significato (cioè l’immagine presente
nella nostra mente, l’informazione veicolata dal significate, ciò a cui il significante rinvia); la
relazione che esiste tra significante e significato è detta relazione di significazione.
La struttura del segno prodotta da De Saussure risulta insoddisfacente in quanto non
considera il ricevente come parte integrante della struttura stessa; se è vero che il
significante rinvia al significato, è anche vero che il ricevente riceve il segno e ne interpreta il
significato, quindi è importante inserire il riferimento al ricevente/interprete nella struttura del
segno. Un segno è dunque un significante che comunica qualcosa ad un referente.
2) Perché i segni sono importanti?
I segni sono importanti perché permettono di trasmettere e ricevere informazioni anche su
ciò che non è presente percettivamente (= realizzano il distanziamento). Una parte rilevante
della nostra esperienza consiste nella produzione e interpretazione dei segni, e questo porta
al primo assioma della comunicazione: NON È POSSIBILE NON COMUNICARE.
3) Che cos’è la comunicazione?
La comunicazione è la trasmissione intenzionale di informazioni che si realizza tra un
emittente e un ricevente: il primo produce dei segni e dunque codifica un messaggio mentre
il secondo lo interpreta e lo decodifica partendo dal significante. La comunicazione è quindi
un processo di codifica di informazioni in un sistema di segni, e di loro decodifica (i segni
sono veicoli della comunicazione, contengono l’informazione e ne permettono la
trasmissione).
Sia la codifica che la decodifica presuppongono l’esistenza di un codice.
4) Cosa è un codice?
Un codice è un insieme di regole che permettono prima di codificare e poi di decodificare un
messaggio e che creano un rapporto tra l’elemento fisicamente percepibile e il messaggio
ad esso accoppiato; il linguaggio è un codice per comunicare.
5) Spiegare la classificazione dei segni fatta da Peirce.
La caratterizzazione data da De Saussure può essere arricchita da Pierce, secondo il quale i
segni si classificano in segni motivati (indici e icone) e segni non motivati (simboli); per
quanto riguarda gli indici il significante rinvia al significato in virtù di un rapporto naturale
diretto con esso (nessi causa-effetto determinati da leggi di natura: fumo/fuoco,
orme/passaggio di qualcuno); in quanto alle icone il significante rinvia al significato in virtù
della somiglianza tra i due (un dipinto); relativamente ai simboli invece il collegamento tra
significante e significato è arbitrario e soggettivo (la parola “mamma” non ha nulla in comune
con le mamme).
6) In cosa consiste la produttività del linguaggio?
Il linguaggio è un sistema combinatorio che permette di formulare da un numero finito di
elementi semplici (parole) e di regole per combinarli, un numero infinito di elementi
complessi (enunciati). Grazie ad esso possiamo dunque formulare e comprendere un
numero infinito di enunciati partendo da risorse finite: qui sta la produttività del linguaggio.
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Teoria dei linguaggi - Domande

  1. Come è caratterizzato da De Saussure il segno? Come si può arricchire la caratterizzazione data da De Saussure? Il segno per De Saussure è un'entità a due facce composta da un significante (cioè l’elemento percepibile coi sensi, l’entità fisica) e un significato (cioè l’immagine presente nella nostra mente, l’informazione veicolata dal significate, ciò a cui il significante rinvia); la relazione che esiste tra significante e significato è detta relazione di significazione. La struttura del segno prodotta da De Saussure risulta insoddisfacente in quanto non considera il ricevente come parte integrante della struttura stessa; se è vero che il significante rinvia al significato, è anche vero che il ricevente riceve il segno e ne interpreta il significato, quindi è importante inserire il riferimento al ricevente/interprete nella struttura del segno. Un segno è dunque un significante che comunica qualcosa ad un referente.
  2. Perché i segni sono importanti? I segni sono importanti perché permettono di trasmettere e ricevere informazioni anche su ciò che non è presente percettivamente (= realizzano il distanziamento). Una parte rilevante della nostra esperienza consiste nella produzione e interpretazione dei segni, e questo porta al primo assioma della comunicazione: NON È POSSIBILE NON COMUNICARE.
  3. Che cos’è la comunicazione? La comunicazione è la trasmissione intenzionale di informazioni che si realizza tra un emittente e un ricevente: il primo produce dei segni e dunque codifica un messaggio mentre il secondo lo interpreta e lo decodifica partendo dal significante. La comunicazione è quindi un processo di codifica di informazioni in un sistema di segni, e di loro decodifica (i segni sono veicoli della comunicazione, contengono l’informazione e ne permettono la trasmissione). Sia la codifica che la decodifica presuppongono l’esistenza di un codice.
  4. Cosa è un codice? Un codice è un insieme di regole che permettono prima di codificare e poi di decodificare un messaggio e che creano un rapporto tra l’elemento fisicamente percepibile e il messaggio ad esso accoppiato; il linguaggio è un codice per comunicare.
  5. Spiegare la classificazione dei segni fatta da Peirce. La caratterizzazione data da De Saussure può essere arricchita da Pierce, secondo il quale i segni si classificano in segni motivati (indici e icone) e segni non motivati (simboli); per quanto riguarda gli indici il significante rinvia al significato in virtù di un rapporto naturale diretto con esso (nessi causa-effetto determinati da leggi di natura: fumo/fuoco, orme/passaggio di qualcuno); in quanto alle icone il significante rinvia al significato in virtù della somiglianza tra i due (un dipinto); relativamente ai simboli invece il collegamento tra significante e significato è arbitrario e soggettivo (la parola “mamma” non ha nulla in comune con le mamme).
  6. In cosa consiste la produttività del linguaggio? Il linguaggio è un sistema combinatorio che permette di formulare da un numero finito di elementi semplici (parole) e di regole per combinarli, un numero infinito di elementi complessi (enunciati). Grazie ad esso possiamo dunque formulare e comprendere un numero infinito di enunciati partendo da risorse finite: qui sta la produttività del linguaggio.

La produttività del linguaggio dipende da 4 elementi: ● doppia articolazione; ● sintassi; ● composizionalità; ● sistematicità.

  1. Spiegare la differenza fra una lingua e il linguaggio Il linguaggio è un sistema di segni che ha caratteristiche comuni a tutte le lingue, usato per la comunicazione, è una facoltà della specie umana; la lingua invece è il mezzo con cui si manifesta il linguaggio, la sua concretizzazione storico-culturale. Tutti gli uomini possiedono il linguaggio ma diverse comunità parlano diverse lingue.
  2. Spiegare la differenza fra enunciato tipo, occorrenza di un enunciato, proferimento, asserzione. Un enunciato è l’unità discorsiva minima, è la più piccola sequenza di espressioni di una lingua che può essere usata per esprimere un pensiero. Enunciato tipo: (universale e astratto) è l’enunciato che compare più volte in una frase; Occorrenza di un enunciato: (particolare e concreta) è la replica dello stesso enunciato tipo; Proferimento: emissione di un enunciato da parte di un parlante in un certo tempo; Asserzione: atto di proferire un enunciato per dire che le cose stanno in un certo modo.
  3. Spiegare la differenza fra uno studio sincronico e uno diacronico del linguaggio Lo studio sincronico ignora lo sviluppo o la trasformazione temporale di una lingua, ma ne descrive le caratteristiche in un determinato momento, come ad esempio la sintassi dell’italiano moderno, la descrizione del significato delle parole che compongono oggi l’italiano, l’insieme delle conoscenze che mettono in grado un individuo di parlare una certa lingua. Lo studio diacronico invece studia le caratteristiche di una lingua nella loro trasformazione storica come ad esempio l’etimologia e le trasformazioni nel vocabolario di una lingua.
  4. Spiegare la differenza fra langue/parole e competenza/esecuzione. La langue è la lingua come sistema astratto considerato indipendentemente dai concreti usi che ne fanno i parlanti; La parole è la concretizzazione della langue, i concreti proferimenti delle espressioni di una lingua da parte dei parlanti; La competenza è l’insieme delle capacità mentali che permettono ad un individuo di parlare una lingua e di comprenderla. L’esecuzione è la produzione effettiva e la comprensione di frasi di una certa lingua.
  5. Cosa si intende per sistematicità del linguaggio? Secondo la sistematicità del linguaggio, le proprietà linguistiche dei simboli del linguaggio non dipendono solo dalla relazione tra simboli e realtà ma anche da quelle che sono soggette a regole generali come le relazioni sintattiche tra parole (se comprendo “il cane insegue il gatto” comprendo anche “il gatto insegue il cane”) e le relazioni semantiche (se comprendo “cane” comprendo anche “animale” e “abbaiare” e so che la relazione che intercorre tra “cane” e “animale” è la stessa che c’è tra “rosa” e “pianta”; capacità di
  1. In cosa consiste la ricorsività delle regole della sintassi? La ricorsività dice che una regola della sintassi si può applicare al risultato di una sua stessa applicazione; grazie ad essa si possono costruire infinite frasi, inserendo in una frase data un’altra frase e così via = incassature multiple (es. Maria vede che Marco vede che Luisa corre) e inoltre le frasi possono essere composte da un numero arbitrario di espressioni dello stesso tipo, incassate una dentro l’altra.
  2. In cosa consiste la dipendenza dalla struttura? La dipendenza dalla struttura dice che le regole della sintassi creano relazioni tra parole (=dipendenze gerarchiche) indipendentemente dal loro ordine di successione (es. “Gli amici di Mario corrono”: la forma che assume il verbo non dipende dalla parola che lo precede immediatamente ma da una parola che riveste un determinato ruolo nella frase indipendentemente da quanto sia lontano).
  3. In cosa consiste la complessità sintattica del linguaggio? La complessità sintattica del linguaggio consiste nella formazione di frasi molto complesse, costituite da blocchi, fra i quali sussistono relazioni gerarchiche a distanza, grazie all’azione combinatoria di ricorsività e dipendenza dalla struttura. (Es. Gli amici dello zio del cugino della fidanzata di Matteo corrono). La complessità sintattica è una caratteristica unica del linguaggio verbale umano, assente da altri sistemi di segni.
  4. Quali sono le discipline in cui si articola lo studio del linguaggio? Che cosa studia ciascuna di esse? Lo studio del linguaggio si articola in diverse discipline: ● fonetica e fonologia: studiano il sistema di suoni delle lingue; in particolare la prima classifica i suoni di cui è composto il linguaggio in base a frequenza dell’onda e modo in cui vengono prodotti dall’apparato fonetico e dunque in base alle caratteristiche dei foni: la distinzione fondamentale è quella fra vocali e consonanti; la seconda invece studia i fonemi (suoni dotati di un valore distintivo perché permettono di distinguere un significato) e si occupa di capire la loro funzione che svolgono rispetto alle unità linguistiche più grandi; Es. “sarto” e “salto” sono parole con un significato diverso per la sostituzione dei foni L/R, che in italiano sono fonemi diversi. Due foni sono fonemi in una lingua quando esistono due parole di quella stessa lingua che differiscono solo perché un fono compare al posto dell’altro. ● grammatica: studia i meccanismi di formazione di entità significanti complesse a partire da entità significanti più semplici. La grammatica comprende la morfologia e la sintassi: la prima studia come le parole si formano a partire dai morfemi; la seconda studia come si formano gli enunciati a partire dalle parole (è l’insieme di regole che determinano se una sequenza di parole è o non è una frase di una lingua); ● semantica: studia il significato letterale delle espressioni linguistiche, cioè quello posseduto da un’espressione in virtù delle convenzioni linguistiche e della sintassi; ● pragmatica: studia i modi in cui i parlanti possono utilizzare il linguaggio (enunciati) in situazioni concrete per comunicare e più in particolare per agire. Es. Posso proferire l’enunciato “fa un caldo tremendo” che letteralmente significa che c’è un caldo tremendo, per comunicare che vorrei che si aprisse la finestra.
  1. Spiegare la differenza tra foni e fonemi I foni sono i suoni linguistici prodotti dall’apparato fonatorio, sono studiati dalla fonetica e sono suoni che si distinguono tra loro per caratteristiche quali la frequenza dell’onda sonora e il modo in cui vengono prodotti dall’apparato fonatorio. I fonemi (entità astratte) sono i suoni linguistici dotati di un valore distintivo in quanto permettono di distinguere un significato e che svolgono una funzione rispetto alle unità linguistiche più grandi; due foni sono fonemi in una lingua quando esistono due parole di quella stessa lingua che differiscono solo perché un fono compare al posto dell’altro. Foni diversi possono contare come un unico fonema in una lingua e come fonemi diversi in un’altra.
  2. Che cosa è un morfema? Un morfema è la più piccola entità di una lingua che contribuisce al significato di una parola. L’individuazione di morfemi in una parola, che avviene tramite la prova di commutazione, è detta ruolo distintivo o permutazione (es. desinenze, radici). Esso non deve essere confuso né con una parola né con una sillaba, “ga” è una sillaba ma non è un morfema, “gatt” è un morfema ma non è una parola.
  3. Quali sono alcune domande che si pone la Semantica? La semantica si pone alcune domande come ad esempio: ● in virtù di cosa un’espressione linguistica ha un significato; ● che cosa è il significato di un’espressione linguistica; ● come determinare il significato di un’espressione linguistica complessa partendo dal significato delle parti più semplici che la compongono; ● in cosa consiste la comprensione del significato di un’espressione linguistica. ● che cosa differenzia i significati di diversi tipi di espressioni linguistiche. ●
  4. Che cos'è e quali sono i tratti distintivi della filosofia analitica del linguaggio? La filosofia analitica del linguaggio è un orientamento di pensiero (disciplina) sviluppatosi nel corso del 1900, le cui riflessioni si basano sul linguaggio e sul problema del significato linguistico. Essa non si identifica con un insieme di tesi su un tipo di problema filosofico, ma con un metodo filosofico in cui: ● si porge attenzione alla precisazione del significato dei termini utilizzati; ● c’è ricerca del rigore argomentativo; ● si usano controesempi per falsificare tesi; ● si fa ricorso alle assunzioni del senso comune e ai risultati delle materie scientifiche; ● si usano gli strumenti della logica formale.
  5. Quali sono le origini storiche della filosofia analitica del linguaggio? (filosofia del linguaggio ideale/ordinario). La filosofia analitica del linguaggio nacque quando il linguaggio iniziò a costituire un problema, e gli studiosi all’origine di essa iniziarono a ritenere che la riflessione sul linguaggio avesse un ruolo centrale in filosofia. R. Rorty ha parlato a questo proposito di una filosofia linguistica che realizza la svolta linguistica. L’idea alla base della filosofia linguistica è che i problemi filosofici sono problemi di linguaggio. Questa idea è stata sviluppata in due modi:

● “S” is true iff p (bicondizionale V) in cui “S” è il nome dell’enunciato di cui si parla (linguaggio: es. “il gatto è sul tavolo”) e “p” è la sua traduzione in italiano (metalinguaggio: es. il gatto è sul tavolo / the cat is on the table). La conoscenza delle condizioni di verità deve essere distinta da quella del valore di verità, ovvero della conoscenza dell’essere vero o falso un enunciato. Per conoscere il valore di verità di un enunciato dichiarativo come “il gatto è sul tavolo” bisogna: ● sapere a quali condizioni sarebbe vero (condizioni di verità); ● sapere se quelle condizioni si realizzano effettivamente, confrontando l’enunciato con il mondo. Si può comprendere un enunciato (conoscerne le condizioni di verità) anche senza sapere se esso è vero o falso (conoscerne il valore di verità).

  1. Composizionalità: il significato di un’espressione complessa è determinato da quello delle espressioni semplici che lo compongono e dalla sua forma sintattica (ordine delle parole che lo compongono). Se si aggiunge al questo principio l’idea che il significato delle espressioni semplici è determinato dalla loro forma e dalle convenzioni linguistiche (idea condivisa nel paradigma dominante) ne segue che: il significato di un enunciato (cioè le sue condizioni di verità) può essere calcolato facendo uso di sole informazioni linguistiche (lessico+sintassi). Ad esempio negli enunciati “il gatto è sopra il tavolo” / ”il gatto è sotto il tavolo” e “un cane ha morso un uomo” / “un uomo ha morso un cane” il significato è determinato: ● nei primi, dal significato delle parole che li compongono; ● nei secondi, dall’ordine in cui le parole compaiono (ruolo sintattico).
  2. Valore semantico: questa tesi è una conseguenza delle due precedenti infatti se 1) il significato di un enunciato è dato dalle sue condizioni di verità e 2) tale significato è determinato dai significati delle espressioni semplici costituenti e dalla struttura sintattica allora, 3) il significato di tali espressioni dovrà essere identificato con il modo in cui esse contribuiscono alle condizioni di verità dell’enunciato. Esiste una contrapposizione all’interno del paradigma dominante, su quale sia il valore semantico di un’espressione subenunciativa (che è parte di un enunciato), cioè il contributo che essa dà alle condizioni di verità degli enunciati; ci sono diverse teorie: ● teorie referenzialiste (Wittgenstein, Russell, Tarski, Kripke): le espressioni rinviano direttamente ad un oggetto il loro riferimento = il significato di un’espressione si esaurisce nel suo riferimento. ● teorie intensionali (Frege, Carnap, Montague): le espressioni rinviano al loro riferimento in virtù di una rappresentazione, di un concetto, di una regola cui sono associate e che determina quale sia il riferimento.
  3. Antimentalismo: questa tesi è in parte di natura metodologica in quanto esprime un’idea riguardo al modo in cui il significato NON deve essere studiato. Secondo l’antimentalismo i significati delle espressioni non sono entità mentali perché se lo fossero allora le espressioni linguistiche avrebbero per ciascuno un significato diverso (Frege). Ma il significato delle espressioni linguistiche è oggettivo e su questo si basa la possibilità di comunicazione. I significati delle espressioni sono entità extramentali perciò lo studio dell’elaborazione mentale di tali espressioni e più in

generale qualsiasi considerazione di tipo psicologico, è irrilevante per la teoria del significato. Es. quando io proferisco l’enunciato “i cani sono fedeli” e tu comprendi ciò che io dico, magari in mente avremo cani diversi, ma c’è un'unica cosa che io dico e che tu comprendi e sulla quale possiamo essere d’accordo o meno.

  1. Linguaggi artificiali e Forma logica: questa tesi esprime invece un’idea riguardo al modo in cui il significato DOVREBBE essere studiato; mentre lo studio dei processi mentali è irrilevante, l’uso di linguaggi artificiali è centrale per lo studio del significato. L’uso di questi linguaggi artificiali, privi delle imperfezioni dei linguaggi naturali, è essenziale per rappresentare la forma logica degli enunciati del linguaggio naturale, cioè il tipo di contenuto effettivamente espresso, cioè le proprietà semantiche e sintattiche che l’enunciato ha in comune con molti altri enunciati indipendentemente dalle loro differenze di significato. Per esempio “tutti i sardi sono italiani” e “tutti i gatti sono animali” hanno significati diversi ma dello stesso tipo: entrambi dicono che tutte le cose che hanno una certa caratteristica (l’essere sardi e l’essere gatti) hanno anche un’altra caratteristica (sono italiani e sono animali). Dunque essi condividono la forma descritta dallo schema: “tutti gli A sono B”. Questa forma è detta “logica” perché da essa dipendono le proprietà logiche degli enunciati, ovvero alcune relazioni di implicazione che sussistono fra essi; certi enunciati infatti ne implicano logicamente un altro che è conseguenza dei primi (è impossibile che i primi siano veri e il secondo falso), e questo avviene quando l’impossibilità di sopra non dipende dallo specifico contenuto di tali enunciati ma dalla loro forma. Ad esempio: “tutti i sassaresi sono sardi” e “tutti i sardi sono italiani” implicano “tutti i sassaresi sono italiani” poiché è impossibile che i primi due siano veri e il terzo falso. Tale impossibilità non dipende dallo specifico contenuto, infatti se dovessimo sostituire le parole “sassaresi”, “sardi” e “italiani” con altre parole della stessa categoria grammaticale otterremo sempre enunciati dei quali il terzo non potrebbe essere falso se i primi due fossero veri (il terzo è conseguenza dei primi due).
  1. Spiegare l’argomento di Frege contro l’identificazione del significato con un’entità mentale. Frege offre il seguente argomento a sostegno dell’antimentalismo: i significati non sono entità mentali perché se lo fossero allora le espressioni linguistiche avrebbero per ciascuno un significato diverso. Ma il significato delle espressioni linguistiche è oggettivo e su questo si basa la possibilità di comunicazione. I significati delle espressioni sono entità extramentali perciò lo studio dell’elaborazione mentale di tali espressioni è irrilevante per la teoria del significato. Es. quando io proferisco l’enunciato “i cani sono fedeli” e tu comprendi ciò che io dico, magari in mente avremo cani diversi, ma c’è un'unica cosa che io dico e che tu comprendi e sulla quale possiamo essere d’accordo o meno.
  2. Spiegare la teoria della raffigurazione elaborata da Wittgenstein nel Tractatus. In virtù di che cosa un enunciato semplice è immagine di un determinato stato di cose? Wittgenstein nel Tractatus elabora la teoria della raffigurazione, secondo la quale gli enunciati raffigurano stati di cose o nessi possibili di oggetti. Ad esempio l’enunciato “Carlo ama Maria” rappresenta il nesso possibile di oggetti consistente nell’esemplificazione della
  1. Quale è il contributo dato da Tarski alla semantica verocondizionale? Tarski non volle sviluppare una teoria semantica bensì fornire una definizione di verità. Egli infatti elabora un metodo rigoroso per determinare sistematicamente in modo composizionale le condizioni di verità degli enunciati sulla base del riferimento delle espressioni semplici che li compongono ovvero termini singolari (espressioni che si riferiscono ad un solo oggetto) e predicati (espressioni che si riferiscono a insiemi di oggetti). Fra tali enunciati vi sono anche quelli generali che erano un problema per la semantica di Wittgenstein. L’obiettivo di Tarski è quello di definire un enunciato vero di un determinato linguaggio formale (vero in L) e dunque di fornire una definizione di verità applicata ai linguaggi formali. Tarski individua due tipi di requisiti che una definizione di verità deve soddisfare affinché risulti adeguata: ● Adeguatezza formale: è l’insieme dei requisiti che riguarda la definizione in generale e che prescinde dalla forma della definizione stessa. Tra questi vi è il requisito per cui la definizione non deve contenere nozioni contraddittorie e non deve essere circolare (non deve contenere il proprio predicato di verità); ● Adeguatezza materiale: è l’insieme dei requisiti che riguardano lo specifico oggetto della definizione, nonché il concetto di verità che è materia e contenuto della definizione. Una definizione di verità è adeguata materialmente solo se sono deducibili da essa i bicondizionali V, cioè gli enunciati della forma “S è vero se P” in cui “S” è il nome di un enunciato di L, mentre “P” è la sua traduzione nel metalinguaggio; i bicondizionali V sono verità ovvie accettate da chiunque capisca una certa lingua e il significato di vero.
  2. Perché secondo Tarski non si può definire un predicato come “enunciato vero dell’Italiano”? Secondo Tarski non si può definire in modo rigoroso “vero” per un linguaggio naturale poiché esso contiene a sua volta la parola “vero” e dunque il proprio predicato di verità, e ciò renderebbe la definizione contraddittoria e provocherebbe il paradosso del mentitore. Ad esempio
  1. “L’enunciato (1) è falso”
  2. “L’enunciato (1) è falso” è vero sse l’enunciato (1) è falso (bicondizionale V)
  3. L’enunciato (1) è vero sse l’enunciato (1) è falso La conseguenza che Tarski trae da questo paradosso è che non si possono definire in modo coerente predicati come “vero in italiano”, ossia non si possono definire i predicati di verità delle lingue naturali dal momento che esse contengono questi predicati. E’ possibile invece definire in cosa consiste l’essere vero per i linguaggi formali poiché essi non contengono il proprio predicato di verità e non permettono l’insorgere di contraddizioni.
  1. Spiegare la differenza fra teorie referenziali e intensionali/triangolari del significato. Secondo le teorie referenziali (Wittgenstein e Tarski) le espressioni rinviano direttamente al loro riferimento: il significato di un’espressione si esaurisce nel suo riferimento. Le condizioni di verità degli enunciati semplici sono date in base al solo riferimento dei termini singolari e predicati, mentre le condizioni di verità degli enunciati complessi sono date nei termini dei valori di verità degli enunciati semplici che li compongono (ad ogni parola colleghiamo un oggetto dando così un significato). Esistono però dei casi problematici per una semantica di questo tipo: ● enunciati di identità informativi; ● attribuzioni di credenza;

● enunciati contenenti nomi senza riferimento. Questi problemi sono alla base delle semantiche instensionali. Secondo le teorie intensionali/triangolari una parola si riferisce all’oggetto poiché essa è collegata a qualcos’altro che funge da mediazione tra la parola e l’oggetto cui si riferisce. Tale mediazione avviene attraverso un’entità intermedia che può essere una rappresentazione, un’idea, un concetto, il senso, delle regole oggettive: ● ciò a cui la parola si riferisce è determinato dalla rappresentazione cui essa è associata; ● possono esistere parole senza riferimento che hanno comunque un significato perché sono associate ad una rappresentazione. Le teorie intensionali-triangolari sostengono dunque che la componente fondamentale del significato sia l'entità intermedia, ovvero la rappresentazione del riferimento, la descrizione delle caratteristiche comuni a tutti gli oggetti a cui si riferisce quella parola (Es. “albero” si riferisce ad x se x è una pianta fatta così). Secondo le semantiche intensionali il significato di un’espressione non può identificarsi con l’oggetto che essa denota, ma consiste in una certa informazione che i parlanti competenti associano ad essa.

  1. Spiegare l’argomento di Frege contro le teorie referenziali dei nomi propri Frege osserva la differenza tra:
  1. Espero è Fosforo (può dare informazioni nuove ad un parlante);
  2. Fosforo è Fosforo (non dà informazioni nuove ad un parlante). Per spiegare il diverso valore informativo di (1) rispetto a (2) Frege ammette che il significato di un nome proprio come “Espero” non si riduce al riferimento di un oggetto che esso denota altrimenti (1) e (2) avrebbero lo stesso significato (determinato dal significato delle parole che lo compongono) e darebbero le stesse informazioni. Ma (1) e (2) non possono avere lo stesso significato perché forniscono informazioni diverse a un parlante, hanno un valore cognitivo diverso: il primo comunica l’informazione che il pianeta che si vede alla sera (Espero) è lo stesso che compare al mattino (Fosforo), mentre il secondo veicola l’informazione banale che una cosa è identica a se stessa. Frege ne conclude che il significato di ogni espressione linguistica è costituito oltre che dal riferimento o dalla denotazione, anche da un’altra componente fondamentale: il senso. La distinzione tra senso e denotazione permette di spiegare perché gli enunciati (1) e (2) hanno un valore cognitivo diverso: essendo composti da parole con senso diverso, avranno essi stessi un senso diverso. Per Frege il significato di un nome proprio (il senso) è dato da una descrizione identificante del suo riferimento; il significato di “Espero” sarà la descrizione del “primo pianeta che appare alla sera”, mentre il significato di “Fosforo” sarà la descrizione del “primo pianeta che appare al mattino”.
  1. Spiegare cosa sono i contesti opachi e perché possono essere usati per criticare le teorie referenziali. I contesti opachi sono gli enunciati in cui non è rispettato il principio di sostituibilità salva veritate di espressioni coreferenziali secondo cui se in un enunciato si sostituisce un’espressione con un’altra coreferenziale non dovrebbe mutare il valore di verità dell’enunciato, ovvero il suo essere vero o falso; dunque nei contesti opachi non è sempre possibile sostituire espressioni coreferenziali senza alterare il valore di verità dell’enunciato.
  1. Un’espressione può avere senso senza avere un riferimento (Babbo Natale, Ulisse, Molly Bloom...): se il significato di “Babbo Natale” fosse il suo riferimento allora un enunciato che contiene tale espressione sarebbe privo di significato dato che non esiste nulla a cui esso si riferisce; ma l’espressione ha un significato dato che comprendiamo gli enunciati in cui compare, ed esso non si identifica con il suo riferimento. Se invece il significato di “Babbo Natale” è una descrizione identificante di un oggetto (senso) si spiega perché l’enunciato abbia un significato. Dunque un’espressione ha un riferimento (se ce l’ha) in virtù del suo senso, che può essere considerato il valore semantico del significato di una parola.
  1. La nozione di intensione in Carnap. Condizioni di identità per le intensioni. Le intensioni sono entità che svolgono le funzioni dei sensi fregeani; Carnap inserisce le intensioni per rendere più precisa la nozione fregeana di senso in quanto essa non dice quando due espressioni hanno lo stesso senso. L'intensione di un’espressione è ciò che ne determina il riferimento in un mondo possibile, cioè un modo in cui sarebbero potute andare le cose (es: dato che la Germania avrebbe potuto vincere la seconda guerra mondiale, allora c’è un mondo possibile dove essa è stata vinta dalla Germania); due espressioni hanno la stessa intensione se hanno la stessa estensione (riferimento) in tutti i mondi possibili. Due termini singolari (nomi propri, descrizioni definite) hanno la stessa intensione sse denotano lo stesso individuo in tutti i mondi possibili (es. “5” e “la somma di 3 e 2” hanno la stessa estensione e la stessa intensione poiché denotano lo stesso individuo in tutti i mondi possibili). Due predicati hanno la stessa intensione sse denotano lo stesso insieme in tutti i mondi possibili (es. gli enunciati “essere uno scapolo”/”essere un uomo non sposato” hanno stessa estensione e stessa intensione perché denotano lo stesso insieme in tutti i mondi possibili). Due enunciati hanno la stessa intensione, ovvero esprimono la stessa proposizione sse sono veri negli stessi mondi possibili; conoscere l’intensione di un enunciato equivale a conoscere le condizioni in cui sarebbe vero, mentre conoscere l’estensione equivale a conoscere il suo valore di verità (se è vero o falso).
  2. Quale è l’idea alla base della semantica formale di Montague? L’idea alla base della semantica formale di Montague è quella di applicare la semantica dei mondi possibili di Carnap, per un linguaggio formale, anche a frammenti del linguaggio naturale.
  3. Come interpreta Montague la nozione di intensione? Per Montague il significato di un enunciato è la sua intensione, cioè una funzione da mondi possibili a valori di verità (= estensioni enunciative). In generale, il significato di un’espressione linguistica è la sua intensione, cioè una funzione da mondi possibili a estensioni di quella espressione. L’intensione di un termine quindi associa ad ogni mondo possibile l’estensione/ riferimento del termine in quel mondo possibile. Per Montague l’intensione di una qualsiasi espressione è ottenuta attraverso la composizione delle intensioni delle espressioni componenti; il modo in cui le intensioni delle espressioni componenti determinano l’intensione dell’espressione complessa è determinato da regole parallele a quelle sintattiche (albero sintattico).
  1. Quale è la tesi del paradigma dominante che viene attaccata, in diversi modi, dagli approcci alternativi ad esso che si sono sviluppati successivamente? A partire dal 1970 si sviluppano approcci alla teoria del significato alternativi al paradigma dominante, verso il quale vengono mosse diverse critiche. Il bersaglio comune di queste critiche è la quarta tesi del paradigma dominante, e quindi l’identificazione del significato linguistico convenzionale (ciò che un parlante competente sa per il fatto di comprendere un’espressione) e le condizioni di verità intese come entità oggettive extramentali. Alcuni dei vari approcci alternativi al paradigma dominante sono: ● teoria del riferimento diretto; ● filosofia del linguaggio ordinario e contestualismo; ● semantiche cognitive.
  2. Quali sono le tesi centrali riguardo al significato dei nomi propri e dei nomi di specie e sostanze naturali sostenute dalla teoria del riferimento diretto? I nomi propri, di specie e di sostanza naturale si riferiscono direttamente ai loro oggetti, senza la mediazione di un senso o di una rappresentazione, dunque il significato di tali espressioni è dato esclusivamente dal riferimento (significato=riferimento). Il riferimento di un nome è fissato da un battesimo iniziale, cioè una pratica socialmente riconosciuta attraverso la quale il nome è associato all’individuo. Il legame tra nome e cosa si conserva in virtù dell’intenzione dei parlanti di usare il nome in modo conforme a come era usato in precedenza: catena storico-causale di usi. Quindi, il nome è legato alla cosa (riferimento) da: battesimo + catena causale intenzionale
  3. Spiegare la critica di Kripke alla teoria descrittivista dei nomi propri. Kripke elabora un ragionamento contro la teoria descrittivista dei nomi propri di Frege secondo il quale il significato (senso) di un nome proprio è una descrizione identificante. Infatti se, come dice Frege, il senso di un nome proprio come “Madonna” fosse dato da una descrizione vera di Madonna ad esempio “la famosa cantante di Like a Virgin” allora:
  1. “Madonna è la famosa cantante di Like a Virgin” avrebbe lo stesso significato di
  2. “La famosa cantante di Like a Virgin è la famosa cantante di Like a Virgin”. Ma (2) è: ● vero necessariamente (vero in tutti i mondi possibili); ● vero a priori (si può riconoscere la verità senza bisogno di alcuna indagine empirica); Invece (1) è: ● vero contingentemente (Madonna sarebbe potuta non essere una cantante, possiamo immaginare una situazione in cui Madonna, la stessa persona con cui noi ci riferiamo con il nome “Madonna” non fa la cantante ma la barista); ● non è vero a priori (se scoprissimo che Madonna ha rubato la canzone Like a Virgin ad una cantante sconosciuta di nome Gina non diremo che Gina è Madonna (cosa che dovremo fare se fosse vero a priori che “Madonna” si riferisce a chiunque abbia scritto Like a Virgin) ma che Madonna non è la cantante di Like a Virgin. Dunque “Madonna” non ha lo stesso significato di “la cantante di Like a Virgin” e dato che lo stesso ragionamento si può fare con qualsiasi descrizione di Madonna allora “Madonna” non è sinonimo di nessuna descrizione: i nomi propri non sono sinonimi di descrizioni.

“salmonellosi” un parlante normale deferisce all’autorità degli esperti per quanto riguarda la conoscenza dei loro riferimenti. Il riferimento comunque, secondo Putnam, trascende anche le conoscenze degli esperti poiché anche loro potrebbero sbagliarsi riguardo alle caratteristiche delle cose che studiano.

  1. Che cos'è la filosofia del linguaggio ordinario e quali sono le sue origini? La filosofia del linguaggio ordinario ha origine dal “secondo” Wittgenstein e si sviluppò soprattutto negli anni ‘50 e ‘60 con autori come Austin e Grice, i quali affermarono che il linguaggio non è solo un sistema di segni che hanno la funzione di rappresentare stati di cose, ma è in primo luogo un insieme di azioni socialmente regolate. Essa è attraversata da un’idea radicalmente alternativa, ossia che le nozioni di verità e riferimento non svolgono più un ruolo centrale nella teoria del significato. Altre due idee importanti elaborate da Wittgenstein nelle “ricerche filosofiche” sono: ● giochi linguistici; ● significato come uso;
  2. Spiegare la nozione di “gioco linguistico” nel secondo Wittgenstein e il ruolo che essa ha nell’abbandono delle tesi che questi aveva sostenuto nel Tractatus. Secondo Wittgenstein bisognava sostituire alla nozione di linguaggio inteso come una realtà unitaria di cui si possa scoprire l’essenza, quella di giochi linguistici: da un lato, proprio come avviene nei giochi, parlare e comprendere un linguaggio consiste nel compiere un insieme di azioni indirizzate ad uno scopo e sottoposte a regole sia intralinguistiche (relazioni tra parole) che extralinguistiche (cosa si può dire quando), dall’altro proprio come nei giochi i molteplici usi del linguaggio non hanno un’essenza comune ma solo somiglianze familiari. Ogni gioco linguistico ha la sua specifica grammatica.
  3. Cosa intende dire Wittgenstein con la tesi che “Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”? Secondo Wittgenstein la padronanza del linguaggio consiste nel sapere come, nel sapere fare, quindi nel possedere certe abilità: saper giocare il gioco linguistico in cui una parola è normalmente usata (sapere usare nel modo giusto parole e enunciati). La nozione di uso, e non quelle di verità e riferimento, è la nozione centrale per lo studio del significato linguistico.
  4. Quali sono le critiche principali avanzate al paradigma dominante nell’ambito della filosofia del linguaggio ordinario? La filosofia del linguaggio ordinario muove 3 critiche al paradigma dominante:
  1. Il paradigma dominante si concentra sull’uso descrittivo/referenziale del linguaggio, che è solo uno dei molteplici usi che si possono fare delle parole e degli enunciati (non va bene per le preghiere, per le promesse, per le scuse..)
  2. Il linguaggio non è solo un sistema di segni con la funzione di rappresentare stati di cose (veicolare informazioni), ma è innanzitutto un insieme di azioni socialmente regolate; con il linguaggio infatti si può offendere, emarginare..
  3. Anche gli enunciati con cui descriviamo la realtà (quelli dichiarativi) spesso non hanno di per se stessi (indipendentemente dalle circostanze in cui vengono usati) condizioni di verità determinate/precise (es. l’enunciato “questo è un cardellino” detto

di un cardellino che improvvisamente si mette a citare Virginia Woolf, non ha di per se stesso una condizione di verità precisa).

  1. Che cosa sostiene il Contestualismo? Il contestualismo sostiene che il significato convenzionale degli enunciati, calcolabile a partire dal significato convenzionale delle parole e dalle regole di composizionalità semantica, sottodetermina le condizioni di verità degli enunciati in quanto proferiti in un contesto e dunque ciò che un parlante dice letteralmente usando l’enunciato. Le condizioni di verità non possono essere calcolate facendo uso esclusivamente di informazioni linguistiche (tesi centrale del paradigma dominante)
  2. Cosa si intende per “ruolo semantico del contesto”? Comprendere il significato letterale di un enunciato in un contesto (le sue condizioni di verità) comporta il possesso di molte più informazioni rispetto a quelle esclusivamente linguistiche (lessico + sintassi + composizionalità semantica). Tali informazioni riguardano il contesto, ovvero la situazione concreta in cui avviene il proferimento. Il contesto ha dunque un fondamentale ruolo semantico, un ruolo cioè nel determinare le condizioni di verità degli enunciati.
  3. Che cosa sono le espressioni indicali e perché, nell’interpretazione degli enunciati che le contengono, il contesto ha un ruolo semantico? Le espressioni indicali o deittiche sono quelle espressioni in cui, nel loro significato linguistico c’è un riferimento ad un aspetto del contesto di proferimento. Per esempio “io” si riferisce, in ciascun contesto di proferimento, a colui che compie il proferimento; “qui” si riferisce, in ciascun contesto di proferimento, al luogo in cui si è compiuto il proferimento; “ora” si riferisce, in ciascun contesto di proferimento, al tempo in cui si svolge il proferimento. Nell’interpretazione degli enunciati che contengono tali espressioni il contesto ha un ruolo semantico poiché esse forniscono alle condizioni di verità degli enunciati in cui compaiono, un contributo diverso a seconda del contesto in cui sono proferite (espressioni sensibili al contesto).
  4. Spiegare la differenza tra contenuto e carattere di un’espressione indicale. Il carattere di un’espressione indicale equivale al significato linguistico, mentre il contenuto equivale al contributo dato dalle espressioni indicali alle condizioni di verità degli enunciati nel contesto (riferimento dell’espressione indicale). Il carattere determina il contenuto dell’espressione nel contesto; il contenuto è il contributo dato dalle espressioni alle condizioni di verità degli enunciati nel contesto.
  5. Spiegare la differenza fra indicali puri e dimostrativi e perché la dipendenza contestuale di questi ultimi è più radicale di quella dei primi. Nel caso degli indicali puri (“io”, “qui”, “ora”..) il significato linguistico determina il contenuto dell'espressione nel contesto. Le condizioni di verità di enunciati contenenti tali espressioni possono essere determinate facendo riferimento al solo contesto stretto; la dipendenza contestuale delle condizioni di verità è controllata dal significato linguistico di tali espressioni: è il significato linguistico (carattere) dell’indicale che ci dice quale aspetto del contesto è rilevante per determinare le condizioni di verità dell’enunciato.
  1. Quali sono le differenze fra l’interpretazione semantica, tradizionalmente intesa, e l’interpretazione pragmatica? L’interpretazione semantica (presente nel paradigma dominante) è automatica in quanto avviene tramite l’applicazione di regole, composizionale e incapsulata, cioè limitata a informazioni sintattiche e lessicali. = è deduttiva Invece l’interpretazione pragmatica, ovvero quella con cui interpretiamo le azioni altrui, è non automatica ma euristica, olistica e non incapsulata cioè non ci sono limiti di informazioni sul parlante e sulla situazione concreta in cui si trova che possono essere rilevanti per il processo di interpretazione pragmatico, volto ad individuare le intenzioni comunicative del parlante. = non è deduttiva
  2. Quali tesi sono condivise da tutti i semantici cognitivi? Le tesi centrali delle semantiche cognitive sono quattro:
  1. La semantica deve essere una teoria della comprensione (deve rispondere alla domanda come si comprende il significato e non più a quella su cosa esso sia), e la comprensione è un processo psicologico;
  2. Il processo di comprensione consiste nella costruzione ed elaborazione, in gran parte inconsapevole, di rappresentazioni mentali;
  3. Le rappresentazioni mentali non sono segni da interpretare, ma sono esse stesse interpretazioni di segni;
  4. Anche se i processi e le rappresentazioni mentali in cui si realizza la comprensione hanno carattere individuale (sono processi mentali di singoli individui), la comunicazione è resa possibile dalla somiglianza/congruenza di tali processi.
  1. Esporre la critica di Chomsky alla nozione di riferimento. Chomsky espone la sua critica alla nozione di riferimento attraverso l’utilizzo della parola “Londra”, con la quale ci si può riferire a cose diverse, dalle persone, agli edifici, alla massa d’aria. Se esistesse un’entità cui la parola “Londra” si riferisse a tutti i suoi usi, allora dovremmo ammettere che vi è un’unica cosa che sia un gruppo di persone, un gruppo di edifici , una porzione di aria; ma nulla può essere contemporaneamente tutte queste cose. Non esiste alcuna entità con cui una parola come “Londra” si riferisce, per lo meno se il riferimento è inteso come una relazione fra parole e cose oggettiva e indipendente dalla mente.
  2. Perché secondo Chomsky la conoscenza della sintassi è in parte innata? Secondo Chomsky la conoscenza della sintassi è in parte innata perché il modo in cui i bambini imparano a parlare implica che il cervello umano possieda alcuni principi grammaticali di base (geneticamente determinati) anteriormente all’esperienza linguistica. A) Gli stimoli linguistici cui sono sottoposti bambini sono lacunosi (contengono anche errori, lapsus ecc.) e limitati (nelle forme sintattiche che esibiscono). Dunque B) Se apprendessero il linguaggio solo mediante ipotesi sulla base di tali stimoli riuscirebbero ad individuare le regole corrette solo dopo molti tentativi (o non ci riuscirebbero per nulla): il processo di apprendimento linguistico sarebbe:
  3. molto lungo.
  4. Dagli esiti limitati (si apprenderebbero solo alcune strutture)

C) Ma le cose non vanno così: i bambini riconoscono come grammaticalmente corretti enunciati mai sentiti prima e sanno formulare enunciati grammaticali che non hanno mai sentito già intorno ai tre anni, non procedono per prove ed errori CONCLUSIONE D) I bambini possiedono alcuni principi grammaticali di base anteriormente all’esperienza linguistica. Quindi Tali principi li guidano nell’estrazione dell’informazione sintattica dagli stimoli

  1. Spiegare la teoria dei principi e dei parametri. L'idea alla base della Teoria dei principi e dei parametri è che la conoscenza sintattica di un individuo sia modellata mediante due meccanismi formali: ● Un insieme finito di principi fondamentali comuni a tutte le lingue; ● Un insieme finito di parametri che determinano la variabilità sintattica fra le lingue; Un principio della G.U. può essere che ogni frase deve contenere un soggetto; Il parametro è l’espressione del soggetto e un valore del parametro può essere obbligatoria, un altro può essere facoltativa (inglese: obbligatoria / italiano: facoltativa)
  2. Spiegare una delle critiche interne ed esterne mosse dai semantici cognitivi alla semantica formale. CRITICHE INTERNE: Le critiche interne mirano a mostrare che la semantica formale non riesce a raggiungere il suo stesso obiettivo, cioè quello di determinare le corrette condizioni di verità degli enunciati in modo composizionale. ● Il significato lessicale: la semantica formale non dice nulla, o troppo poco, sul significato lessicale; la semantica intenzionale (Montague) infatti distingue tra diversi tipi di intensioni per diversi tipi di espressioni (termini singolare, predicati, enunciati) ma non spiega in cosa consista la differenza fra le intensioni di diverse espressioni dello stesso tipo. Ad esempio non spiega la differenza fra le intensioni di “gatto” e “cane”, quali sono le diverse informazioni che esse contengono e che mettono in grado il parlante competente di distinguere i significati delle due parole. In virtù di ciò, essa in realtà non determina effettivamente le condizioni di verità degli enunciati, ad esempio non distingue fra le condizioni di verità di “il gatto è sul tappeto” e “il cane è sul divano”. ● Gli atteggiamenti proposizionali: si parte dall’osservazione che il problema dell’analisi degli enunciati di atteggiamento proposizionale è irrisolto nel paradigma dominante. Condizione di verità di “S crede che P” nella semantica formale porta al problema dell'onniscienza logica di espressioni che hanno la stessa intensione negli enunciati di atteggiamento proposizionale. Es.
  1. Pippo crede che i napoletani sono simpatici;
  2. Pippo crede che i Partenopei sono simpatici; I due enunciati possono differire in valore di verità anche se “napoletani” e “partenopei” hanno la stessa intensione. Il problema nasce dal fatto che l’intensione è un’entità oggettiva non mentale e dunque non ci dice come un parlante si rappresenta il significato di una parola. Per risolvere il problema degli atteggiamenti proposizionali bisogna descrivere non le