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Domande+Risposte aperte - Ripasso Lezione 95, Esercizi di Letteratura Italiana

Domande e Risposte aperte - Ripasso Lezione 95

Tipologia: Esercizi

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Ripasso lezione 95
SESSIONE 1.
1. Si dia una definizione di Rinascimento e di Manierismo
Il Rinascimento è un complesso movimento culturale, artistico e letterario che si sviluppa in Italia e in
Europa a partire dagli ultimi vent’anni del XV secolo sino al primo quarto del XVI secolo, e che, elaborando
concetti già presenti nell’Umanesimo, porta a compimento una significativa rivoluzione culturale, che getta
le basi per l’età moderna. Gli Umanisti usarono l’espressione Rinascimento per indicare la loro epoca poiché
si proponevano la rinascita della grandezza del mondo classico. Il termine Rinascimento piaceva agli
umanisti perché era espressione della consapevolezza di essere entrati in un’epoca nuova, nuova rispetto al
Medioevo dominato dalle barbarie e dall’ignoranza. Firenze fu la prima capitale del Rinascimento, poi a
partire dal 1492, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, venne sostituita da Roma.
Il manierismo, che precede e introduce il Barocco, è una corrente artistica, soprattutto pittorica sviluppatasi
in Europa, ma in primo luogo in Italia, tra l’inizio e la fine del ‘500, in un periodo caratterizzato da una crisi
storica e religiosa sfociata nella Controriforma. Questo termine deriva e si ispira alla “maniera”, lo stile dei
maggiori artisti del Rinascimento con i quali si raggiunse il punto culminante del progresso, difatti, vi era la
convinzione che la perfezione in ogni campo dell’arte si fosse raggiunta con tre i grandi artisti: Leonardo,
Michelangelo e Raffaello.
2. Quali sono le principali posizioni dei soggetti coinvolti nel dibattito sull’imitazione?
Verso la fine del XV secolo, le lettere scambiate fra Angelo Poliziano e il giovane Paolo Cortesi affrontano
una questione basilare nell'Umanesimo, quella dell'imitazione, prendendo posizione contro e a favore del
ciceronianesimo. La posizione del Cortesi non è stata finora ben chiarita. Alcuni elementi della disputa sono
chiariti nella seconda fase della polemica, intercorsa fra Giovanfrancesco Pico e Pietro Bembo. Quest'ultimo
enfatizza la dimensione stilistica dell'imitazione: il ricorso a un modello unico si mostra linguisticamente
economico. Sebbene il Cortesi non si pronunci esplicitamente sulla questione della lingua parlata dagli
antichi romani, la sua posizione sembra favorevole alla considerazione del latino come una lingua 'naturale'
e storica.
3. Inquadrare la figura di Machiavelli e il suo ruolo nella storia della politica.
Per Machiavelli la storia è " maestra di vita". Egli vede nella storia il ripetersi di situazioni già presentatesi
nel passato, quindi ciò che è avvenuto nell' antica Roma è inutile per affrontare il presente. Egli è convinto
che occorre seguire le tracce dei grandi uomini del passato che seppero sfruttare la fortuna come occasione
per dar modo alla loro virtù politica di operare e che le azioni dell'uomo sono governate per metà dalla
fortuna per metà dalle virtù e dalle doti dell'uomo. Lo studio del passato induce Machiavelli a considerare
l'uomo un "fenomeno" della Natura soggetto a leggi fisse e immutabili. Scoperte le leggi della natura umana,
egli indica le leggi della politica e pur essendo favorevole ad un governo repubblicano. Egli rivolge il suo
discorso alla figura del principe (cioè del monarca assoluto) perché l'Italia del suo tempo è divisa in tanti
piccoli stati deboli ed in lotta tra loro, egli vorrebbe che l'Italia fosse uno stato unitario capace di competere
con le altre potenze europee. Quindi Machiavelli per stabilire le leggi universali della politica descrive la
figura del principe, sostenendo che un buon principe per rendere duraturo il proprio potere e assicurare il
benessere del suo stato deve essere dotato delle seguenti virtù: intelligente, sleale, bugiardo, spregiudicato,
deve avere l'astuzia della volpe e la forza del leone, deve essere buono ma allo stesso tempo deve saper
essere cattivo perché deve badare più ad essere temuto che ad essere amato.
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Ripasso lezione 95

SESSIONE 1.

1. Si dia una definizione di Rinascimento e di Manierismo

Il Rinascimento è un complesso movimento culturale, artistico e letterario che si sviluppa in Italia e in Europa a partire dagli ultimi vent’anni del XV secolo sino al primo quarto del XVI secolo, e che, elaborando concetti già presenti nell’Umanesimo, porta a compimento una significativa rivoluzione culturale, che getta le basi per l’età moderna. Gli Umanisti usarono l’espressione Rinascimento per indicare la loro epoca poiché si proponevano la rinascita della grandezza del mondo classico. Il termine Rinascimento piaceva agli umanisti perché era espressione della consapevolezza di essere entrati in un’epoca nuova, nuova rispetto al Medioevo dominato dalle barbarie e dall’ignoranza. Firenze fu la prima capitale del Rinascimento, poi a partire dal 1492, dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, venne sostituita da Roma.

Il manierismo, che precede e introduce il Barocco, è una corrente artistica, soprattutto pittorica sviluppatasi in Europa, ma in primo luogo in Italia, tra l’inizio e la fine del ‘500, in un periodo caratterizzato da una crisi storica e religiosa sfociata nella Controriforma. Questo termine deriva e si ispira alla “maniera”, lo stile dei maggiori artisti del Rinascimento con i quali si raggiunse il punto culminante del progresso, difatti, vi era la convinzione che la perfezione in ogni campo dell’arte si fosse raggiunta con tre i grandi artisti: Leonardo, Michelangelo e Raffaello.

2. Quali sono le principali posizioni dei soggetti coinvolti nel dibattito sull’imitazione?

Verso la fine del XV secolo, le lettere scambiate fra Angelo Poliziano e il giovane Paolo Cortesi affrontano una questione basilare nell'Umanesimo, quella dell'imitazione, prendendo posizione contro e a favore del ciceronianesimo. La posizione del Cortesi non è stata finora ben chiarita. Alcuni elementi della disputa sono chiariti nella seconda fase della polemica, intercorsa fra Giovanfrancesco Pico e Pietro Bembo. Quest'ultimo enfatizza la dimensione stilistica dell'imitazione: il ricorso a un modello unico si mostra linguisticamente economico. Sebbene il Cortesi non si pronunci esplicitamente sulla questione della lingua parlata dagli antichi romani, la sua posizione sembra favorevole alla considerazione del latino come una lingua 'naturale' e storica.

3. Inquadrare la figura di Machiavelli e il suo ruolo nella storia della politica.

Per Machiavelli la storia è " maestra di vita". Egli vede nella storia il ripetersi di situazioni già presentatesi nel passato, quindi ciò che è avvenuto nell' antica Roma è inutile per affrontare il presente. Egli è convinto che occorre seguire le tracce dei grandi uomini del passato che seppero sfruttare la fortuna come occasione per dar modo alla loro virtù politica di operare e che le azioni dell'uomo sono governate per metà dalla fortuna per metà dalle virtù e dalle doti dell'uomo. Lo studio del passato induce Machiavelli a considerare l'uomo un "fenomeno" della Natura soggetto a leggi fisse e immutabili. Scoperte le leggi della natura umana, egli indica le leggi della politica e pur essendo favorevole ad un governo repubblicano. Egli rivolge il suo discorso alla figura del principe (cioè del monarca assoluto) perché l'Italia del suo tempo è divisa in tanti piccoli stati deboli ed in lotta tra loro, egli vorrebbe che l'Italia fosse uno stato unitario capace di competere con le altre potenze europee. Quindi Machiavelli per stabilire le leggi universali della politica descrive la figura del principe, sostenendo che un buon principe per rendere duraturo il proprio potere e assicurare il benessere del suo stato deve essere dotato delle seguenti virtù: intelligente, sleale, bugiardo, spregiudicato, deve avere l'astuzia della volpe e la forza del leone, deve essere buono ma allo stesso tempo deve saper essere cattivo perché deve badare più ad essere temuto che ad essere amato.

4. Vita e opere di Guicciardini

Gucciardini nasce a Firenze nel 1483, da una famiglia aristocratica e stimata nella città. Dopo aver frequentato gli studi di Legge, sposa nel 1508 Maria Saviati, rampolla di una ricca famiglia. Ottiene importanti incarichi politici, cariche e missioni ufficiali in qualità di diplomatico, facendosi così un bagaglio notevole di esperienze. Tornato in Italia, gli viene offerto dal Papa Clemente VII il governatorato di Modena e Reggio Emilia, e in seguito di tutta l’Emilia Romagna. Sempre a Guicciardini, Clemente VII affida poi il compito di stipulare la Lega di Cognac. Tutto cambia in seguito al rovinoso sacco di Roma del 1525, a cui giustamente si attribuisce al Papa tutta la colpa. Tornati i Medici a Firenze, poi, Guicciardini si vede accusato di malgoverno, trovandosi perciò costretto a ritirarsi dalla vita politica e da Firenze. Diverso tempo dopo torna a Roma dove, poiché i suoi beni sono stati confiscati dai Medici, fornisce giustificazioni relative alla accusa di malgoverno. I Medici, rabboniti, sono nuovamente disposti a fornirgli incarichi importanti. Una volta salito al potere Cosimo I, Guicciardini sperava dunque di diventare suo consigliere. Viene invece nuovamente estromesso dalla vita politica. Muore nella sua villa ad Arretri, stancato dalla fatiche e dalle amarezze, nel 1540.

Tra le sue opere troviamo “Le Storie fiorentine”. In questa prima opera è possibile notare l'intreccio strettissimo tra storiografia e politica e un'analisi che mira a ricostruire le cause della crisi politica italiana.

“I ricordi” sono l'opera in cui è racchiusa la sostanza teorica più profonda del pensiero di Guicciardini. Si tratta di un'opera inconsueta: non un trattato che svolge un'argomentazione unitaria, bensì una raccolta di 211 tra pensieri e riflessioni.

“La storia d’Italia” è composta negli anni tra il 1527 e il 1540, quando Guicciardini, negli ultimi anni della sua vita, era ormai lontano dalla attività politica. E’ considerata dai critici come la prima grande opera della storiografia moderna. Guicciardini concepisce la sua opera come uno strumento di analisi politica che possa servire a ricostruire il recente passato e a comprendere le cause della crisi della politica italiana. Emerge dall'opera una visione pessimistica della storia, in cui si legge un progressivo declino e in cui gli uomini vivono una condizione di incertezza e sono limitati nelle loro azioni dalla cieca casualità della fortuna.

5. Elencare i nomi di alcuni storiografi del ‘500.

Gli storici rinascimentali più importanti furono Niccolò Machiavelli, Flavio Biondo e Francesco Guicciardini, che svilupparono un atteggiamento critico verso le fonti storiche, non prendendole più come verità assoluta. Le loro analisi delle notizie, dei documenti e dei trattati storici furono caratterizzate da una reinterpretazione laica, abbandonando completamente la visione medievale legata a un concetto di tempo segnato dall’avvento di Cristo. Gli avvenimenti storici furono rivisti in modo più oggettivo e meno condizionato della visione religiosa degli stessi.

6. Il Castiglione e il Cortegiano. Presentare autore e opera.

L’opera principale per cui il Castiglione viene ricordato è Il Cortegiano: un dialogo diviso in quattro libri la cui finalità è quella di descrivere tutte le qualità che deve avere un perfetto uomo di corte.

Il dialogo si svolge nel 1506 alla corte di Urbino. Al contrario dello schema classico dei dialoghi quattrocenteschi, in cui sono presenti maestri di grande sapienza cui viene affidato il compito di insegnare, nel “Cortegiano” c’è una sostanziale parità tra tutti i protagonisti del dialogo che il Castiglione sceglie tra i nomi più importanti che ebbe modo di conoscere nel suo periodo Urbinate, tra questi ricordiamo: Federico e Ottaviano Fregoso, Giuliano de’ Medici, Bernardo Dovizi da Bibbiena e, di certo il più celebre tra questi, Pietro Bembo. Questi personaggi decidono, come in un gioco di società, di definire il perfetto uomo e la perfetta dama di corte.

L’opera dell’Orlando Furioso di Ariosto non esce in una sola edizione: escono, infatti, più edizioni nelle quali, volta per volta, Ariosto modifica il tipo di linguaggio o, addirittura, aggiunge racconti, come nell’ultima edizione dove troviamo l’aggiunta di cinque racconti che tenevano conto del periodo di decadenza dell’Italia. In quest’ultimi, troviamo, inoltre, un clima cupo che non rispecchia più quell’ottimismo rinascimentale che era stato tipoco del ‘500: troviamo un clima di sfiducia con personaggi tirannici e che escono dal clima sereno della corte.

3. Chi sono i protagonisti dello sviluppo del genere epico cavalleresco alla corte estense?

Il poema cavalleresco è un modello colto, apprezzato presso la corte estense nel primo '500. Ferrara è sede di una piccola signoria, isolata e relativamente libera culturalmente. Gli esponenti di tale genere sono:

Matteo Maria Boiardo, opera L'Orlando innamorato.

Prevale l'elemento amoroso e avventuroso. Compare ampiamente la variazione fantastica. I modelli tradizionali sono oggetto di trasfigurazione libera da parte dell'autore. La fontana dell'amore e la fontana dell'odio costringono i due protagonisti a vani inseguimenti. Il poema rimane interrotto e sarà proseguito da Ariosto.

Ludovico Ariosto, opera L'Orlando furioso

Si opera ancora una fusione ancora più stretta di elementi tematici (guerra, amore, avventura ed elemento fantastico).Caratteri nuovi sono l'elemento encomiastico (celebrativo ) e soprattutto la rilettura ironica e distaccata delle tradizionali tematiche cavalleresche. La materia di Francia viene rivista con occhi nuovi, attualizzata attraverso simbolici riferimenti alla realtà della corte. Il mondo dei paladini è morto nei suoi valori tradizionali ( onore, servizio, fedeltà, devozione alla fede...); tale realtà resta in vita nell'immaginario letterario per parlare dei sogni, delle illusioni,dei sentimenti e delle debolezze umane. L'opera si regge su tre filoni: la guerra tra Saraceni e cristiani, l'amore di Orlando per Angelica e la sua follia, il matrimonio di Ruggero e Bradamante e la lontana origine della casa estense.

A Ferrara nell'età della Controriforma si afferma il poema epico - religioso o eroico di ispirazione classica. Si apre un'ampia discussione sulla legittimità del poema cavalleresco e finisce per imporsi il nuovo modello controriformistico di narrazione a sfondo etico - religioso all'interno di un preciso contesto storico ( le Crociate attualizzate come lotta contro l'eterno nemico islamico, rappresentato nel secondo '500 dai Turchi Ottomani ).

Torquato Tasso

L'autore vuole scrivere un poema che celebri un solo grande eroe della cristianità (Goffredo di Buglione) impegnato nella conquista del Santo Sepolcro. Il fatto ricordato nella Gerusalemme liberata è rigidamente storico ( la prima crociata del 1096 ). I temi privilegiati sono dunque quelli religiosi e guerreschi, propri anche del poema epico classico. Tuttavia l'elemento amoroso e lirico (descrizione di sentimenti e psicologie) è molto importante e compare soprattutto nei personaggi femminili. Gli amori sono sempre tragici o comunque infelici, quasi a contrasto dell'obiettivo celebrativo dell'opera. L'elemento fantastico si trasforma in intervento miracoloso delle potenze del male (diavoli) o del bene (angeli e Dio ). Queste ultime risultano sempre vincenti.

4. Da dove derivano le inquietudini di Tasso rispetto alla propria opera?

Dotato di grande spirito autocritico, Tasso cerca di identificare integralmente la propria esistenza con la propria opera e aspira a sentirsi parte di un ordine superiore di regole e convenzioni le cui espressioni perfette sono l'aristotelismo in letteratura, il costume cortigiano in società e la chiesa controriformista in ambito religioso: non a caso la sua crisi letteraria e personale, riflessa nel timore ossessivo di non aver scritto un poema ortodosso, coincide con la rottura con gli Estensi. La vita e l'opera di Tasso sono attraversate da una continua oscillazione tra ubbidienza e trasgressione, tra ricerca di certezze e di regole e fuga e allontanamento da esse, tra fascino dei valori rinascimentali e terreni e adeguamento ossessivo a quelli religiosi e controriformistici.

5. Chi scrisse il Pastor fido?

Il Pastor fido è l'opera teatrale più importante di Giovan Battista Guarini, ed è composto tra il 1580 e il 1583, e pubblicato a Venezia nel 1590. È un dramma pastorale in endecasillabi e settenari, ad imitazione dell'Aminta del Tasso, di cui il Guarini fu amico e rivale.

6. Quali sono i contenuti delle Prose della volgar lingua?

Bembo giunge alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua dopo un lavoro di diversi anni iniziato tra il 1506 e il 1512 e completato intorno al 1524. Il trattato, impostato in forma di dialogo, è diviso in tre libri. Con le Prose Bembo non si limita a fornire un insieme di norme grammaticali, ma le inserisce nel quadro di un più vasto progetto culturale che individua nell’imitazione degli antichi il presupposto per la realizzazione di un ideale estetico. Le Prose sono dunque espressione di un’idea di letteratura come imitazione dei classici. Ne deriva la selezione di un canone significativo, nel quale colpisce soprattutto la marginalizzazione della Commedia di Dante, esclusa da Bembo per l’uso eccessivo di tratti realistici, anche sotto il profilo linguistico.

7. Quali sono le opere principali di Della Casa?

Giovanni della Casa nacque da una nobile e ricca famiglia fiorentina nel 1503. Viene ricordato principalmente per la sua opera Il Galateo, il suo titolo deriva dal vescovo Galeazzo Florimonte. Discutendo con lui delle buone maniere lo scrittore fu invitato a comporre un trattato in volgare su questi temi. La forma del trattato è monologica poichè si basa su una sola voce che espone analiticamente l'argomento; il contenuto, di tipo educativo, consiste in una precisa indicazione di regole e consigli pratici. Lo scopo dell'autore è quello di correggere i difetti più frequenti e formare delle doti da esercitare nella società. L'interesse per una dinamica concreta dei rapporti sociali si manifesta anche nel trattato latino De officiis inter potentiores et tenuiores amicos (Trattato degli uffici comuni degli amici superiori e inferiori) scritto nel 1546 e volgarizzato dallo stesso autore. Lo stile del trattato si allontana dal ciceronianismo e dalle orazioni politiche per adottare una scrittura più discorsiva che si incontri con le espressioni della lingua formale parlata.

8. Elencare i nomi di alcune poetesse del Cinquecento.

Tra le poetesse e letterate del ‘500 ricordiamo Vittoria Colonna (1490-1547) la più famosa del periodo, soprattutto per il circolo che animava e che annoverava tra gli altri Michelangelo Buonarroti che di lei scrisse “Un uomo in una donna, anzi uno dio,” e che le dedicò rime e sonetti in sua lode alle quali la donna, tormentata dalla passione d’amore per un marito bello ed arido e poi dal dolore per la sua morte, rispondeva con sonetti di argomento religioso. Ancora, la veneta Gaspara Stampa, cortigiana veneziana molto colta, che raggiunse un alto rango sociale e scrisse intense rime d’amore non corrisposto, un amore vissuto come come spinta metafisica dell’esistenza.

9. Illustrare le caratteristiche della poesia anticlassicista.

compositore dell’epoca, Claudio Monteverdi, sarà non per caso un grande operista (si ricordi l’Orfeo del 1607). Uno dei maggiori poeti del Seicento italiano fu Giovanni Battista Marino, che fece gran parte delle sue fortune letterarie alla corte sabauda di Torino.

2. Inquadrare la figura di Marino all’interno della lirica barocca.

Il principale poeta della lirica barocca in Italia è Giambattista Marino. Nato a Napoli nel 1569, ebbe una vita errabonda e movimentata, da 1608 al 1615 visse a Torino alla corte di Carlo Emanuele I, nel 1615 si trasferì in Francia, a Parigi, dove ebbe la protezione prima di Maria de Medici e poi di Luigi XIII, riscuotendo grande successo negli ambienti letterari e mondani. A Parigi pubblicò nel 1623 l’Adone, la sua opera più importante. Tornato in Italia nel 1624, morì a Napoli nel 1625. Le opere di Marino ebbero tra i contemporanei grande successo e molti poeti lo imitarono. Il motto della lirica marinista è riassunto da Marino in tre versi “È del poeta il fine la meraviglia (parlo dell’eccellente e non del goffo): chi non sa far stupir vada alla striglia”. Il poeta deve destare stupore, meraviglia nel lettore e per riuscirci usa con maestria tutti gli artifici retorici : analogie, antitesi, bisticci, metafore, etc., che la tecnica poetica gli mette a disposizione. La figura retorica prediletta dai poeti del Barocco è la metafora. I temi prediletti dalla lirica barocca sono l’amore, con una particolare insistenza sulla sensualità del corpo della donna, spesso rappresentato nelle sue parti separate : il seno, i capelli, il viso, le mani etc., la riflessione sulla fugacità del tempo e sulla morte, la rappresentazione fantastica della natura.

3. Chi ha scritto e quando il Dialogo sopra i due massimi sistemi?

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632) è un trattato scientifico in forma di dialogo scritto da Galileo Galilei a sostegno della teoria eliocentrica copernicana rispetto al modello geocentrico tolemaico. L’opera di Galileo verrà messa all’Indice nel 1633 e l’autore costretto ad abiurare le proprie tesi.

4. Chi è l’autore dei ragguagli?

L’autore dei Ragguagi di Pernaso è Traiano Boccalini. Visse per lungo tempo a Roma, al servizio della Chiesa, per poi trasferirsi a Venezia nel 1612. Amico di Paolo Sarpi, si considerava un moderno menante, ossia una specie di giornalista attento alle questioni politiche, morali e letterarie. I Ragguagli di Parnaso è divisa in tre centurie, è costituita da una serie di resoconti, i ragguagli appunto, che descrivono le discussioni e i processi che si svolgono sul monte Parnaso. Qui, secondo l'autore, oltre alle Muse e ad Apollo che vi regna, si trova anche un nutrito gruppo di letterati e politici noti al pubblico colto dell'epoca. Le dispute hanno per oggetto avvenimenti e personaggi del passato e del presente; in questo modo l'autore può satirizzare la vita politica italiana e in particolare quella romana.

5. Chi è l’autore de Lo cunto de li cunti e a chi si ispira la struttura dell’opera?

Lo cunto de li cunti è una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana scritte da Giambattista Basile, edite fra il 1634 e il 1636 a Napoli. L'opera, nota anche con il titolo di Pentamerone (cinque giornate), è costituita da 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in 5 giorni. Le 50 fiabe sono collocate in una cornice che segue il modello del Decameron di Boccaccio, anche se diversi sono il linguaggio e i temi trattati; l'autore dedicò Lo cunto de li cunti ai membri dell'Accademia napoletana degli Oziosi.

6. Chi sono i principali autori dell’Arcadia?

L’Accademia d’Arcadia nacque il 5 ottobre 1690 a Roma, in occasione dell’incontro nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio di 14 letterati appartenenti al circolo della regina Cristina di Svezia, morta l’anno precedente a Roma dove si era trasferita in seguito alla sua conversione e rinuncia al trono. La volontà di questi letterati era la separatezza e l’autonomia professionale. Si accomunavano per l’adesione ad un programma ideologico minimo:

  • La restaurazione del buon gusto;
  • La messa al bando del disordine seicentista;
  • Degli eccessi personali del cattivo gusto barocco.

In sostanza, l’Accademia d’Arcadia voleva rinnovare la cultura ed essa raccolse l’adesione di tutti i più significativi poeti del tempo. Fra gli scrittori dell’età arcadica, ricordiamo: Muratori, Giambattista Vico, Pietro Metastasio.

7. Inquadrare la figura di Metastasio?

La figura e l'opera di Pietro Metastasio sono indissolubilmente legate al genere del melodramma, cui l'autore contribuì con una fortunata riforma. Il melodramma unisce poesia e musica ed è comunemente ritenuto una forma minore della letteratura, poiché spesso, per non dire sempre, i testi sono facili e cantabili, pensati per catturare l'attenzione del pubblico e quindi anche molto ripetitivi e stereotipati nell'espressione dei sentimenti. Il melodramma ebbe un successo straordinario e riusciva a raggiungere molte più persone rispetto al poema epico o anche semplicemente alla poesia, per questo motivo il melodramma contribuì in modo molto più decisivo alla formazione di una lingua nazionale, diffondendo una base linguistica comune su strati più ampi della popolazione rispetto alle altre forme scritte. Nel Seicento, in particolare, il melodramma fu terreno di riflessione per una riforma del genere, che doveva seguire due binari: da un lato una maggiore dignità del testo, che portò alla creazione del libretto come genere a sé stante e dotato di dignità letteraria, seppure non riconosciuta seriamente dagli intellettuali per così dire "alti; dall'altro, l'idea di inserire nella trama anche temi eroici, derivati soprattutto dalla contemporanea fortuna in Francia dell'opera di Racine. In questo dibattito, Metastasio comprende la natura di genere popolare del melodramma e non ha paura di nasconderla. La sua scrittura è interessata e curiosa per le passioni umane, per i sentimenti più forti che agitano gli animi delle persone e che quindi sono di immediata comprensione per il pubblico, suscitando anche forti reazioni di immedesimazione e partecipazione emotiva. Nel testo e quindi nella trama si contrappongono le parti legate all'azione, che conferiscono dinamicità alla vicenda, a quelle legate ai sentimenti. Tutto ciò viene espresso con grande chiarezza e linearità, che spesso confina anche in un'eccessiva facilità e banalizzazione della materia.

8. Quali sono le caratteristiche della Commedia dell’arte?

La Commedia dell'Arte è un genere teatrale molto particolare che si sviluppò in Italia nel XVI Secolo. La caratteristica principale che contraddistingue questo genere di spettacolo la si ritrova nell'assenza del copione. Gli attori, anziché imparare a memoria battute prestabilite, basavano la propria interpretazione su un canovaccio (trama) e improvvisavano in scena, seguendo le regole di quella che oggi viene chiamata 'recitazione a soggetto'. Gli spettacoli si svolgevano nelle piazze e nelle strade, su semplici palchetti e anche alla luce del sole. Molto sovente gli attori si rifacevano a delle 'maschere', ovvero personaggi le cui caratteristiche erano note ai più (Arlecchino, Pulcinella, ecc). Col passare del tempo gli attori si organizzarono in compagnie che, composte da dieci persone (otto uomini e due donne), venivano guidate da un capocomico. In particolare la presenza delle donne in scena fu una vera e propria rivoluzione: prima della nascita della Commedia dell'Arte, infatti, i ruoli femminili erano interpretati da uomini.

9. Come opera la riforma di Goldoni sul teatro?

La riforma teatrale di Goldoni è una riforma tecnica, cioè riguarda gli aspetti pratici del teatro, in particolare la messa in scena. Goldoni si rende conto del fatto che il teatro in prosa del suo tempo versa in condizioni difficoltose, in particolare la commedia. I canovacci della commedia dell’arte inoltre erano volgari e licenziosi: secondo Goldoni invece la commedia deve non solo divertire il pubblico, ma anche istruirlo e moralizzarlo, correggendo i vizi mettendo in ridicolo i cattivi costumi. Per tal motivo, Goldoni sostituisce i canovacci con parti completamente scritte che l’attore deve imparare a memoria e rinuncia alle maschere che

quella famosa sull'incontro con Parini, venne pubblicata a Zurigo nel 1816, ma con falsa data: Londra 1814[1]. Il romanzo, scritto in forma epistolare e di carattere chiaramente autobiografico, segna il momento estremo del pessimismo foscoliano. Se pur modesto dal punto di vista artistico, l'Ortis ha un grande valore nella storia della nostra letteratura come primo libro romantico intriso dal mal du siècle che aveva contagiato l'Europa. Esso, fortemente influenzato da Werther di Goethe e degli eventi di Campoformio, ebbe grande diffusione in Europa e anche in America.

Le OdiAllo stesso periodo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis e dei Sonetti risale la composizione delle due Odi che esaltano la bellezza femminile. La prima, A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, fu composta nel 1800; la seconda, All'amica risanata, risale al 1802. Esse vennero pubblicate insieme con i Sonetti e in edizione definitiva nel 1803.

I sonettiSul fascicolo IV dell'ottobre 1802 del «Nuovo Giornale dei letterati» di Pisa, Foscolo pubblicò, con il titolo Poesie, otto sonetti, per lo più di carattere amoroso, nei quali si percepisce il senso della tristezza ineluttabile e si affronta il tema della bellezza come ristoratrice per l'animo del poeta.

Dei sepolcriI Sepolcri, o come lo intitolò il Foscolo, Dei Sepolcri è un carme composto da 295 versi endecasillabi sciolti, scritto tra il giugno e il settembre del 1806, pubblicato nel 1807 a Brescia. Nel 1804, il decreto napoleonico di Saint-Cloud aveva ordinato, per motivi igienici, la sepoltura dei morti al di fuori dalle mura cittadine in cimiteri costruiti appositamente e che avessero una tomba comune per tutti. Il poeta, di ritorno dal soggiorno nelle Fiandre, aveva discusso dell'argomento con l'amica Isabella Teotochi Albrizzi e soprattutto con Ippolito Pindemonte, che stava scrivendo il poemetto dal titolo I Cimiteri, per riaffermare il senso del culto cristiano. Non si possiede una esatta documentazione riguardo l'elaborazione del carme, ma la maggior parte dei critici ritiene che Foscolo abbia composto i Sepolcri sotto forma di lettera indirizzata al Pindemonte, in varie riprese, fra l'agosto 1806 e il gennaio 1807.

AjaceLa tragedia in cinque atti Ajace venne composta tra il 1810 e il 1811 e rappresentata nel dicembre di quest'ultimo anno alla Teatro alla Scala di Milano con insuccesso perché la polizia, avendovi trovato delle allusioni a Bonaparte, ne proibì ogni altra rappresentazione.

14. La filosofia di Leopardi.

Al centro del pensiero di Leopardi c'è l'infelicità dell'uomo, che secondo il poeta è causata dalla continua aspirazione ad un piacere infinito ma impossibile da raggiungere. Secondo Leopardi, infatti, nessuno dei piaceri particolari goduti dall'essere umano può arrivare a soddisfare la sua aspirazione al piacere infiito. Da questa tensione inappagata nasce un senso di insoddisfazione perpetua e di infelicità, che porta ad un senso di nullità di tutte le cose (ciò va inteso in senso puramente materiale). L’uomo è dunque necessariamente infelice. La natura, nella prima fase è concepita da Leopardi come madre benigna, ha voluto sin dalle origini offrire un rimedio all’uomo: l’immaginazione e le illusioni. Per questo gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, più vicini alla natura, erano felici. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha però allontanato l’uomo da quella condizione privilegiata.

15. Quali sono i caratteri del teatro manzoniano?

Il teatro manzoniano si ispira alla storia e non al mito. La storia è infatti la vera sostanza della vita umana, dove l'uomo può ritrovare se stesso e le sue contraddizioni. La rilettura della vicenda storica (vero storico) attraverso la rappresentazione letteraria del drammaturgo permette al lettore di cogliere le contraddizioni dell'agire umano, la dura legge del più forte, che nega la moralità del giusto. La storia è dunque un dramma, che impone leggi necessarie (il pessimismo). L'uomo incolpevole nella logica storica soffre e sconta anche colpe non sue ma del suo popolo (Adelchi, Ermengarda). Emerge dalla storia una legge superiore: la legge cristiana, capace di consolare gli oppressi dal destino. Il lettore è chiamato a riflettere sul senso degli eventi, utilizzando una prospettiva più alta: quella del cristianesimo manzoniano. Anche la sorte dei popoli può

essere interpretata analizzando dall'interno (psicologicamente ) gli eventi. Si conserva solo l'unità di azione, intesa come centralità di un avvenimento storico, che può comunque dilatarsi nel tempo (es.la lotta tra Franchi e Longobardi,772-774). Il coro in questo tipo di tragedia è lo spazio che l'autore si riserva per commentare il senso della vicenda rappresentata (il dramma del popolo italiano ) o la prospettiva in cui va letto il dramma di alcuni personaggi ( Ermengarda ). E' recuperato il modello del teatro di Shakespeare e di Schiller, ispirato a fatti storici liberamente reinterpretati per evidenziare il dramma composito dei sentimenti umani.

16. Chi sono i protagonisti della prosa dialettale nell’ ‘800?

Il diciannovesimo secolo è caratterizzato dalla polemica tra Classicisti e Romantici. I primi, contrari all’abuso dei francesismi e alla trascuratezza formale dei letterati del Settecento, predicano il ritorno all’eleganza della lingua della tradizione e l’imitazione dei classici. I secondi, invece, vorrebbero una lingua moderna e fresca, adatta a esprimere tutti i contenuti, capace di aderire alla realtà delle cose per divenire uno strumento che contribuisca ad avviare l’Italia verso l’unità politica. La salita della media borghesia porta al successo della tesi romantica, perché insegnanti, medici, notai, tecnici e militari sentono il bisogno di una lingua di tono medio che sostituisca il dialetto, sia per le esigenze della loro professione, sia per la semplice conversazione. Mentre la poesia rimarrà ancora per decenni legata alla tradizione, nella prosa si attua un definitivo rinnovamento linguistico. La testimonianza più autorevole al riguardo è rappresentata dai Promessi sposi di Alessandro Manzoni, il quale, per l’edizione definitiva del 1840, adotta non l’antiquata lingua della tradizione, ma il fiorentino parlato dal ceto medio della città toscana. Con l’unità politica e la proclamazione del Regno d’Italia inizia il lento ma continuo processo di unificazione linguistica della penisola, un processo facilitato dalle più frequenti occasioni di contatto tra persone di regioni diverse e dall’introduzione nel 1877 dell’obbligo scolastico per due anni. Malgrado le leggi, la piaga dell’analfabetismo risulta comunque assai difficile da sanare: verso la fine dell’Ottocento la grande maggioranza della popolazione non è ancora in grado di leggere e scrivere e parla solo il dialetto.