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Durkheim, Bourdieu, Weber., Appunti di Sociologia

Si tratta di un riassunto delle teorie sociologiche di Durkheim, Bourdieu e Weber, basato sulle loro opere fondamentali.

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 07/07/2023

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Émile Durkheim
1858 - 1917 (grave depressione)
Sociologo francese nato in Francia Epinal. Il padre era un rabbino e la famiglia di religione ebrea.
Si laurea in filosofia, ma sviluppa interesse per le scienze sociali e cerca di istituzionalizzare la
sociologia e farla diventare una disciplina accreditata. Inizia a fare l’università a Bordeaux, il suo
lavoro inizia ad avere successo e la Sorbona lo accoglie. Nel 1902 gli affidò l’insegnamento di
sociologia. Con lui, la sociologia fa ingresso alla Sorbona (avalutatività delle scienze sociali).
Ha due problemi da risolvere
1. Di cosa si occupa la sociologia, che cosa studia
2. Fondare la sociologia come disciplina empirica
Le difficoltà che incontra nel rendere la sociologia una disciplina accreditata:
- Cosa studia la sociologia, il sociologo ci racconta la visione media, diamo una fotografia del
fenomeno a livello collettivo (ciò che noi non sappiamo) Harold Garfinkel si domanda: la
scientificità che vi è dove sta? Nella matematica che si usa x elaborare i dati o sta nei concetti
che impieghiamo? la scientificità sta nella matematica che si usa x elaborare i dati, non sta nel
modo in cui interroghi la realtà sociale. Si occupa anche dell’esotico: lo strano, l’inusuale, ciò
che è distante dal senso comune valore sempre scientifico e diverso dal comune (il
sociologo si intrufola in queste nicchie).
- Renderla una disciplina empirica, cioè che si confronti con dei dati (confronto diretto con la
realtà concreta che non sia quindi solo una riflessione teorica).
Nell’immaginario collettivo il sociologo è un pasquano (non è visto bene). Si occupa della società,
studia una realtà che appartiene a tutti gli individui. Intervista mille persone, ma queste mille persone
sono RAPPRESENTATIVE dell’universo (campione rappresentativo).
Permette di dire qualcosa che noi non sappiamo, il sociologo osserva la società da una prospettiva
diversa da quella del senso comune. Quindi: sapere = senso comune (ciò che si suppone tutti
sappiano) sapere che riguarda il nostro quotidiano (conoscenza sociale). Questo è ciò da cui il
sociologo deve distaccarsi. Deve sviluppare una prospettiva di osservazione che gli fa vedere di più e
il diverso.
CI DICE COSE CHE NON SAPPIAMO, COSE CHE STANNO DIETRO A DEGLI EVENTI
SOCIALI CHE SONO QUOTIDIANI (Durkheim si occupa dell’ordinario, della vita quotidiana)
Comunicare questa verità con un linguaggio comprensibile ed evitare di cascare nel senso comune
.Problema di acquisire una prospettiva che sia differente dal senso comune. La sociologia ci fa vedere
il velo di Maya, una verità che non sta dietro a pratiche esotiche ma a pratiche quotidiane si occupa
dell’ordinario, deve dire ciò che è diverso da ciò che la società sa già di sè. Quello che la sociologia ci
dovrebbe dire: qualcosa che noi non sappiamo sulla società in cui viviamo e quel qualcosa che noi
non sappiamo non deve dipendere solo dalla statistica.
Lato oscuro: si può notare solo con la prospettiva sociologica e il problema di Durkheim era
quello di dirci il punto dove possiamo notare cosa c’è di nuovo in ciò che è evidente.
Durkheim ci dice cosa causa una variazione fisiologica del soggetto (es. paura di fare brutta figura, ci
si agita poiché se non si rispettano queste regole si è in imbarazzo dato dalla risatina ecc). Questi
segnali dipendo da degli standard di regole, esistono dei criteri normativi che giudicano cosa sia
chiaro o meno....se non eseguiamo la regola veniamo sanzionati, esemplificata come nell’esempio
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Émile Durkheim

→ 1858 - 1917 (grave depressione) Sociologo francese nato in Francia Epinal. Il padre era un rabbino e la famiglia di religione ebrea. Si laurea in filosofia, ma sviluppa interesse per le scienze sociali e cerca di istituzionalizzare la sociologia e farla diventare una disciplina accreditata. Inizia a fare l’università a Bordeaux, il suo lavoro inizia ad avere successo e la Sorbona lo accoglie. Nel 1902 gli affidò l’insegnamento di sociologia. Con lui, la sociologia fa ingresso alla Sorbona (avalutatività delle scienze sociali). Ha due problemi da risolvere

  1. Di cosa si occupa la sociologia, che cosa studia
  2. Fondare la sociologia come disciplina empirica Le difficoltà che incontra nel rendere la sociologia una disciplina accreditata:
  • Cosa studia la sociologia, il sociologo ci racconta la visione media, diamo una fotografia del fenomeno a livello collettivo (ciò che noi non sappiamo) Harold Garfinkel si domanda: la scientificità che vi è dove sta? Nella matematica che si usa x elaborare i dati o sta nei concetti che impieghiamo? la scientificità sta nella matematica che si usa x elaborare i dati, non sta nel modo in cui interroghi la realtà sociale. Si occupa anche dell’esotico: lo strano, l’inusuale, ciò che è distante dal senso comune valore sempre scientifico e diverso dal comune (il sociologo si intrufola in queste nicchie).
  • Renderla una disciplina empirica, cioè che si confronti con dei dati (confronto diretto con la realtà concreta che non sia quindi solo una riflessione teorica). Nell’immaginario collettivo il sociologo è un pasquano (non è visto bene). Si occupa della società, studia una realtà che appartiene a tutti gli individui. Intervista mille persone, ma queste mille persone sono RAPPRESENTATIVE dell’universo (campione rappresentativo). Permette di dire qualcosa che noi non sappiamo, il sociologo osserva la società da una prospettiva diversa da quella del senso comune. Quindi: sapere = senso comune (ciò che si suppone tutti sappiano) sapere che riguarda il nostro quotidiano (conoscenza sociale). Questo è ciò da cui il sociologo deve distaccarsi. Deve sviluppare una prospettiva di osservazione che gli fa vedere di più e il diverso. CI DICE COSE CHE NON SAPPIAMO, COSE CHE STANNO DIETRO A DEGLI EVENTI SOCIALI CHE SONO QUOTIDIANI (Durkheim si occupa dell’ordinario, della vita quotidiana) Comunicare questa verità con un linguaggio comprensibile ed evitare di cascare nel senso comune . Problema di acquisire una prospettiva che sia differente dal senso comune. La sociologia ci fa vedere il velo di Maya , una verità che non sta dietro a pratiche esotiche ma a pratiche quotidiane si occupa dell’ordinario, deve dire ciò che è diverso da ciò che la società sa già di sè. Quello che la sociologia ci dovrebbe dire: qualcosa che noi non sappiamo sulla società in cui viviamo e quel qualcosa che noi non sappiamo non deve dipendere solo dalla statistica. → Lato oscuro : si può notare solo con la prospettiva sociologica e il problema di Durkheim era quello di dirci il punto dove possiamo notare cosa c’è di nuovo in ciò che è evidente. Durkheim ci dice cosa causa una variazione fisiologica del soggetto (es. paura di fare brutta figura, ci si agita poiché se non si rispettano queste regole si è in imbarazzo dato dalla risatina ecc). Questi segnali dipendo da degli standard di regole, esistono dei criteri normativi che giudicano cosa sia chiaro o meno....se non eseguiamo la regola veniamo sanzionati, esemplificata come nell’esempio

negli sguardi, nel silenzio, risata. Es: perché è possibile fare bella o brutta figura? Ciò dipende da degli standard di regole, esistono dei criteri regolativi. L’idea di Durkheim é che il sociale sia non solo l’insieme delle persone, delle istituzioni, ma coincide con il NORMATIVO (il normativo del sociale è ovunque). Il sociale è la REGOLA, non esiste sociale senza regola. Dove c’è sociale c’è regola, il sociale è COERCIZIONE, costrizione (ciò che costringe quando non rispettiamo queste regole). C’è sempre una sanzione, una reazione quando si rompono le regole tacite. (Non stare troppo vicino ad una persona poiché, come spiegherà Goffman, c’è una sfera ideale che la circonda e che noi non dobbiamo varcare). Il sociale è un mosaico più o meno integrato di norme che hanno una funzione coercitiva e ci sanzionano. Il sociale è ciò che esiste al di fuori di me e retroagisce su di me una coercizione. Noi consciamente le norme non le costruiamo, ma le troviamo fuori, veniamo addestrati x rispettarle ( Garfinkel: rompono il nostro tacito quotidiano ) Per Durkheim la società è un insieme di fatti sociali. → FATTI SOCIALI: PLESSI DI REGOLE CHE GLI INDIVIDUI NON HANNO CONTRIBUITO A FORMARE MA ESERCITANO SUGLI INDIVIDUI UNA FUNZIONE COERCITIVA. Es: ‘ Il denaro è un fatto sociale noi non abbiamo creato il denaro ma siamo obbligati ad usarli nella società, non abbiamo contribuito a formare il meccanismo di scambio monetario. D. intende il sociale in modo diverso dalle persone = la società coincide con i fatti sociali (insiemi di norme, la società coincide con il normativo, il sociale ha una natura normativa. Il normativo è ciò che esiste fuori da me, ciò che non ho costruito, si trova nel mondo e che ci costringe) la realtà sociale ha una funzione coercitiva. Riconosciamo un fatto sociale in base al potere di coercizione esterna che esercita sugli individui e all'esistenza di sanzioni. UN FATTO SOCIALE ESISTE INDIPENDENTEMENTE DALLE FORME INDIVIDUALI CHE ASSUME DIFFONDENDOSI. I fenomeni sociali sono cose e devono essere trattati come cose, sono l’unico dato che ha il sociologo. Considerare i fenomeni sociali come cose significa considerarli in qualità di dati che costituiscono il punto di partenza della scienza. OCCORRE TRATTARE I FATTI SOCIALI COME COSE ’ (oggettualità dei fatti sociali): I fatti sociali sono presenti nel mondo come se fossero degli oggetti fisici e x ciò hanno una loro solidità e resistenza al cambiamento (presenza fisica, trattarsi come se fossero cose). Devono essere considerati in modo distaccato dai soggetti coscienti che se li rappresentano. I fatti sociali sono tanto più suscettibili di venire rappresentati, quanto sono completamente distaccati dai fatti individuali che li manifestano. La vita sociale è quindi costituita da libere correnti che sono in trasformazione e che l’osservatore non riesce a fissare. Infatti quando il sociologo cerca di esplorare un qualsiasi ordine di fatti sociali, egli deve considerarli isolati dalle loro manifestazioni individuali. I fatti sociali sono NORME (funzione coercitiva). I fatti sociali sono:

  • modi di agire : modi di comportamento, esistono delle regole di azione.
  • modi di sentire : la società si impone più nel profondo poiché orienta il modo che abbiamo di percepire il mondo. Noi introduciamo delle regole sociali che ci permettono di catalizzare il mondo esterno, cioè attribuire un valore positivo o negativo nei confronti degli oggetti del mondo. Percepiamo in un determinato modo; i modi di sentire sono modi di catalizzare, provare desiderio e attrazione, modi di vivere delle emozioni. X Durkheim le emozioni che originano sono imposte dal nostro gruppo sociale. La società ci impone delle emozioni, dei gusti, orientamenti estetici, griglie percettive ecc.... attraverso cui proviamo emozioni ed

spazio omogeneo. Tutte evidenziano una particolarità comune: ORGANIZZAZIONE CLANICA , deriva da clan piccoli gruppi nei quali la società si suddivide. Non c’è divisione del lavoro poiché i clan producono e fanno x se, all’interno del gruppo la divisione dei ruoli sociali è molto bassa, segue il sesso e l’età. Ciascun gruppo è autarchico, non ci sono scambi commerciali e non c’è divisione del lavoro poiché producono e fanno per sé. Divisione del lavoro elementare e bassa divisione - tutti si occupano di tutto alla stessa maniera. Durkheim si chiede: le idee che questi hanno nella testa saranno diverse? Tutti pensano allo stesso modo poiché ciò è dato dall’organizzazione della società. I contenuti di coscienza sono tutti sovrapponibili e identici. Quando ci sei dentro ti chiedi da dove vengano queste cose e pensi che queste vengano dall’alto poiché condivise da tutti, sembra che si pongano dall’esterno. I fatti sociali sono delle cose poiché esterne. Le regole sociali sembrano esterne, ma in realtà sono prodotte dall'organizzazione sociale e dalla strutturazione della società. Questa credenza è un abbaglio, una svista, una percezione scorretta. L'identità dei contenuti di coscienza è dovuta a quell’organizzazione sociale e non c’è niente di trascendente. Siccome l’individuo non ha gli strumenti per risalire scientificamente alla genesi del fatto sociale, gli appare quindi come se arrivasse dal fuori. Questa identità dei contenuti di coscienza dà luogo alla COSCIENZA COLLETTIVA (realtà sociale coincide con la coscienza collettiva: insieme dei valori, ciò a cui corrisponde la realtà sociale, data dai contenuti di coscienza intimamente e fortemente condivisi). La coscienza collettiva esercita la sua funzione in virtù di una ALLUCINAZIONE e di una RIMOZIONE , sono passivi alle regole (automaticamente condivisi ma nessuno sa chi le ha ideate, le regole x loro derivano da una realtà superiore) frutto di un errore, i contenuti di coscienza hanno un rapporto diretto con quello che faccio e sono tutti identici. I modi che abbiamo di rappresentarci dipendono strettamente dalle cose pratiche che facciamo. Soggetti primitivi identici → contenuti di coscienza identici Contenuti di coscienza che però alla fine non appartengono a nessuno, ma derivano da una diversa fonte. Vi è solidarietà tra colleghi poiché sono della stessa ‘barca’, ma da dove arriva il fatto che pensano tutti in maniera identica? Il primitivo si domanda a chi appartengono queste regole. Il sociale non viene deciso, emerge automaticamente e si impone come un’allucinazione la società è un'allucinazione costante, poiché credono che le regole che tengono insieme le loro vite siano il prodotto di una realtà esterna (immobilamento della coscienza, genesi del sociale attribuita da una realtà esterna e x questo le regole si impongono così potentemente). X D il sociale non viene deciso, ma emerge autonomamente e si impone come un’allucinazione. La SOCIETÀ COME SBAGLIO = molto più vicina alla realtà empirica poiché la società emerge quasi automaticamente dalla necessità dei soggetti di occuparsi delle loro cose. Nella nostra società sappiamo che non vengono dall’esterno, ma dal frutto del rapporto tra società e ambiente. La razionalità c'è per riportare le regole ad un quadro valoriale, quindi x spiegare e riportare le regole più vicine a noi. La razionalità riporta ai valori elementari della coscienza collettiva, non è solo strumentale ma valoriale. Dipende a che universo della morale ci si affida. A partire dagli asserti della coscienza collettiva le azioni diventano comprensibili. Poiché è la coscienza collettiva che le rende comprensibili. LA NASCITA DELLA SOCIETÀ NON È RAZIONALE: la consapevolezza di essere parte di una società significa che io sono consapevole che le regole e i contenuti di coscienza che ho io è presente negli altri membri della società, vedo la cosa riflessa negli altri. SOLIDARIETÀ COME LEGAME-CONNESSIONE: la coscienza collettiva crea un legame e una forma di solidarietà sociale ed ha una particolare caratteristica. D chiama il legame sociale delle società cliniche → solidarietà meccanica: gli elementi che lo costituiscono non possono fare altro ma

sono bloccati in quella situazione. Forma di legame sociale che funge solo quando i membri sono tutti uguali. La società funziona come un corpo meccanico, le persone ‘ non hanno libertà di movimento ideale ’. Manifestare la coscienza collettiva - punire. Le società segmentarie si evolvono, il fatto sociale cambia, la società collettiva cambia. X D ad un certo punto se la società è in salute (il lavoro funziona, la caccia funziona..) aumenta anche di volume, vi è una pressione demografica che porta alla sovrapposizione di un clan all'altro e la società diventa un unico e enorme clan che continua ad estendersi. X D essendoci più gente c’è bisogno di più risorse, ma queste ultime sono scarse. La società è quindi posta in un bivio: competizione o lotta x avere le risorse che può essere mediata dalle NORME che derivano dalla coscienza collettiva. Se ci sono norme, se esiste una coscienza collettiva precedente, la società cambia l’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO il lavoro viene differenziato e diviso: alcuni gruppi si specializzano su un lavoro e altri su un altro, inizia LO SCAMBIO, la collaborazione. Nasce il contratto , in quanto nasce una cornice morale già propria della società che lo precede e lo rende possibile (competizione: regressione e la società torna ad uno stadio precedente). Il lavoro si specializza e aumenta, perciò tutti iniziano ad avere pensieri diversi, iniziano a pensare in maniera autonoma e differente con il rischio che non vi sia più solidarietà sociale. D è ottimista e crede che la coscienza collettiva nelle società moderne non scompare ma si trasforma. Quindi sale di generalità e astrazione, i valori presenti al suo interno sono sempre più generali e astratti, cioè valori che non riguardano più azioni concrete ma si distribuiscono su azioni più astratte. Questo tipo di generalità è più inclusiva poiché al suo interno vi sono più varietà, tutti diventano più compatibili con i valori che condividiamo. → SOLIDARIETÀ ORGANICA (tutela dell’individuo) forme e funzioni tutte diverse in cui la diversità viene integrata e mantiene in vita un sistema complesso (metafora del corpo umano, formato da parti diverse l’una dall’altra integrate da un filo rosso sottile ma forte che permette di mantenere in vita un organismo complesso). Lo studioso non ha solo il desiderio di formare la sociologia come disciplina assestante (sociologia guarda al normativo) ma ha anche un ramo empirico (le teorie che propone il normativo del sociale devono essere sorrette su dei dati oggettivi e verificabili). D si inventa di osservare la transizione di solidarietà da meccanica ad organica misurando i cambiamenti che avvengono nella sfera giuridica, studia quindi le mutazioni. Lavorando sul diritto ritiene che sia possibile dimostrare i cambiamenti all'interno della sfera della solidarietà. Bisogna quindi guardare al giuridico poiché è qualcosa di concreto, esiste nei libri e nei codici, i cambiamenti sono scritti, sono un fatto oggettivo espresso dalla società elaborato dalla cultura sociale. Il diritto esprime e rende visibile la coscienza (si concretizzano i valori che tengono insieme la società) INDICATORE (simbolo numerico che esprime una realtà sociale). Studiare empiricamente la variazione della solidarietà guardando al diritto. In ciò scopre la conferma alla sua teoria evolutiva. Man mano andiamo verso il passato e osserviamo le società, ci rendiamo conto che queste società conoscevano una sola forma di diritto, quello penale. Il diritto penale ha una sola funzione: funzione punitiva (nelle società claniche poteva essere presente solo quello: qualcuno andava contro le regole e le trasgrediva quindi veniva punito). D non crede nella riabilitazione e nella funzione rieducativa della pena. Si rende conto che non tutte le trasgressioni sono punite nella stessa maniera, ne deduce che le pene più gravi sono accomunate alla trasgressioni dei valori più importanti → centralità del valore = massima pena. Le azioni più punite quindi sono trasgressioni ai precetti religiosi (valori collettivi).

D ci fa vedere come connesso ai valori presenti nella coscienza collettiva vi è una forte DIMENSIONE EMOTIVA (Leggi libro la determinazione del fatto morale ruolo dei sentimenti e delle emozioni. Nel libro cerca di chiarire quale è la natura della morale, x D tutte le società condividono l’ esperienza sociale e morale, cioè non si ha società senza morale: I valori presenti nella coscienza si impongono in noi e iniziamo ad agire secondo morale: distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e agire nel giusto (fare il buono è la metà delle nostre azioni). Le regole morali sono investite da una autorità specifica, in virtù della quale vengono obbedite perché comandano. L’obbligazione costituisce uno dei caratteri della regola morale. La morale ci si presenta sotto due aspetti: aspetto oggettivo e soggettivo. LA MORALE COMINCIA DOVE VI È LA VITA IN GRUPPO, PERCHÉ SOLTANTO NEL GRUPPO LA DEDIZIONE E IL DISINTERESSE HANNO SENSO. Il diritto penale si trasforma x durkheim perchè non vi sono più i dettami religiosi. Al centro della coscienza collettiva oggi troviamo l’omicidio, le leggi massimamente puniscono l’omicidio e la proprietà, sia privata che pubblica (rapina, furto ecc). Al centro della coscienza collettiva ci sta l’individuo, non quello concreto e specifico, ma abbiamo il simbolo dell’individuo, della sua libertà ed autonomia e quando lo poniamo al centro della coscienza collettiva ciò che proteggiamo sono la libertà, la vita, l’autonomia. Libertà nel senso ‘sono libero da..’ ‘non appartengo a..’ ‘sono svincolato da..’ → non libero per, ma libero da. → SIMBOLI → contengono contenuti cognitivi molto vaghi, ma va al di là del cognitivo, tocca le emozioni. Il simbolo ha una capacità di veicolare concetti cognitivi poco efficace, ma ha una grande capacità di incutere movimenti emotivi. → Le società contemporanee sono per Durkheim realtà complesse che necessitano di regole e norme che facilitano le varie interazioni (norme e leggi che fanno da binari). → Il diritto penale è parte della coscienza collettiva, ma quello restitutivo? No, è figlia di un contratto, un prodotto razionale. È un diritto che deve essere appreso, studiato. È un prodotto razionale che serve per armonizzare/coordinare le interazioni complesse che stanno tra le parti della società. → Valori → vi sono valori che non possono essere tutelati dal diritto penale poiché molto vaghi. Perchè un valore sia tutelato dal penale deve essere preciso, dettagliato e dettagliabile. → Dopo il lavoro svolto con la divisione sociale del lavoro, la sua codifica metodologica incomincia a interessarsi alla vita emotiva e al ruolo che le emozioni hanno nel sociale, e ci arriva per vie traverse perché ci arriva attraverso un piccolo saggio chiamato ‘la determinazione del fatto morale’. La sua idea è quella di studiare quale è la fonte della moralità, e dice che esistono fonti morali che non fanno parte del plesso religioso, nonostante veda una grande appartenenza tra queste due dimensioni. Cerca quindi di indagare quale è l’origine del pensiero morale e dell’azione, del sentimento morale. Per Durkheim, se si vogliono determinare quali sono i valori sotto ad una società bisogna analizzare le sanzioni (come viene amministrata la giustizia), per lui indicatrici dei valori morali che una società difende. Divide le sanzioni in: ● MORALI → carattere totalmente artificiale, poichè sono ‘appiccicate sopra’, ovvero che viene appiccicata sopra all’atto (come il sacro), ne deduciamo che possiamo decidere noi di sanzionare atti molto diversi tra loro, c’è quindi una grande relatività dei sistemi morali. La sanzione viene prodotta artificialmente dalla società → sostanze di sintesi ossia ciò che non si trova in natura. Le sanzioni morali sono tutte sanzioni sintetiche .Se noi osserviamo le sanzioni artificiali (costruite socialmente) finiamo davanti al valore morale che è presente all’interno della coscienza collettiva che è dentro alla società - sanzioni costruite artificialmente e frutto di un'elaborazione collettiva.

NATURALI → date da un vincolo meccanico, conseguenza diretta di ciò che si fa. L’atto sanzionatorio è implicito nell’atto che ho compiuto, è una risposta meccanica, mi punisco da solo. Quello che compio ha una conseguenza diretta sanzionatoria (vado a funghi senza conoscerli, ne mangio uno e poi sto male. Non serve qualcuno che mi punisca). → La sanzione morale ha effetti concreti sulla persona. Ha sempre come obbiettivo l’altro da me. Ha sempre a che fare con una messa al servizio. D ci propone una gerarchia dell’atto morale: (1) un atto che risulta più facile quando ci si mette al servizio di chi conosciamo (conoscenza personale e reciproca, si agisce in maniera piu naturale). (2) C’è una moralità più alta però quando l’atto è nei confronti di chi non conosciamo, quando è rivolto a sconosciuti (es. volontariato). (3) AZIONE MORALE PIÙ ASSOLUTA: quando ci sacrifichiamo noi stessi x tutti, per la società. Sacrificio del singolo x il benessere generalizzato della società → avvertiamo un senso di vertigine → quando il sacrificio inizia ad elevarsi dalla sfera delle amicizie x atterrare sulla sfera della società il senso di appartenenza ad essa aumenta. La società è al centro dell’atto morale, ed essa è l’ente a cui ci mettiamo al servizio quando compiamo un atto morale. Nonostante i valori morali siano variabili, una cosa x Durkheim resta costante, ovvero il vissuto emotivo che ci impone l’agire morale. Vi è una dualità tra repulsione e attrazione nel comportarsi moralmente, che è la stessa che per Durkheim si sente quando ci si trova davanti al sacro. L’atto morale è qualcosa che ci respinge, ma che cerchiamo perchè ci da piacere e soddisfazione: ● Repulsione → Appagamento ● Sforzo → Soddisfazione La morale non mira mai alla pura conservazione di chi la pone in essere, un atto morale non mira al vantaggio/beneficio di chi lo pone in essere. La morale emerge laddove ci si mette al servizio di - fare violenza ai propri esimermi e appetiti, metto davanti l’altra → sacrificio → Lavoro come vocazione → Il lavoro ci pone in connessione con gli altri, si instaura uno scambio virtuoso tra le parti della società, motivo per cui essa è fondata sul lavoro. È qui che il lavoro diventa un atto morale. FORME ELEMENTARI DELLA VITA RELIGIOSA → D si interroga sulla natura del religioso e del fenomeno religioso, legame società e religione. D quindi dice che l’esperienza religiosa abbia un significato molto importante rispetto all’esperienza sociale. Si imbatte su un testo di due antropologi anglosassoni (Spencer e Gillen) e rimane colpito dalla descrizione che fanno delle pratiche religiose che si trovavano svolte verso le tribù oggetto di studio. Stimolato da tali descrizioni inizia a riflettere sul tema della religione e lo fa restando fedele al suo credo evoluzionista. Quindi crede che x studiare la religione deve andare ad analizzare le sue forme più semplici, quindi religioni costruite da società segmentarie, come quelle claniche dei nativi australiani. Fa quindi un’analisi dei dati raccolti dai due studiosi e studia quella che si chiama ‘religione totemica’. → Che cos’è la religione x D? Vuole trovare un concetto di religione universale che si adatti a tutti i tipi di credo, x fare ciò prende in esame le precedenti definizioni di religioni e le modifica: ● Definizione Di Muller → religione come sistema di simboli e regole che hanno a che fare col soprannaturale. D non condivide tale definizione poichè crede che l’idea che esista un mondo soprannaturale (mondo invisibile e forse migliore, perfetto) è per D una visione totalmente moderna. Secondo K.Jasper si sviluppa ad un certo punto della storia (rottura assiale) e non è affatto comune a tutte le esperienze religiose (esempio nelle religioni totemiche, poiché sacro e profano esistono assieme.

SIMBOLO → MODO DI COMUNICARE CHE NOI APPARTENIAMO AD UN GRUPPO,

CATTURANO IL SACRO (sacro = appartenenza collettiva). → Religione totemica: Il principio totemico è allo stesso tempo forza materiale e potenza morale. Il principio comune di vita di queste religioni è il Wakan. il totem è il mezzo x il quale l’individuo è messo in rapporto con questa fonte di energia. Il totem ha dei poteri in quanto incarna il wakan. Il wakan si muove nel mondo e le cose sacre sono i punti in cui si è spostato. Ogni vita è wakan e forza primordiale, agisce e reagisce, esso è la causa di tutti i movimenti che si hanno nell’universo. (La nozione di forza è di origine religiosa). → TEORIA DEL SACRO SPIEGATA DALLA RELIGIONE TOTEMICA: Ciascun clan è rappresentato ad un totem (animale, fenomeni atmosferici..)Il totem dà il nome al clan e lo rappresenta. Vi è una grande variabilità dei totem, può essere qualsiasi cosa e x questo la qualità del sacro non può derivare da una caratteristica intrinseca del totem ma deriva dal fatto di essere buttato sopra. I totem sono sacri poiché posti al centro di un rituale che li ha resi sacri. Il sacro è ‘gettato sopra’ al totem. Il totem esiste in un ambiente, è simbolo dei clan e ciò che i membri del clan si tatuano addosso e ornano le loro capanne. Il totem è quindi un principio di classificazione. Il totem è sacro poiché è finito al centro, più o meno casualmente, della pratica rituale. → Che cosa ci dà energia? L’essere un gruppo e il sentirsi appartenenti ad un gruppo. L'effervescenza da cui siamo attraversati tende ad andare fuori. Queste persone si attivano su un elemento di attrazione che è interno al gruppo: il gesto deve essere stereotipato e endogeno al gruppo. Il rituale fa traboccare le coscienze, ci si sente trascinati fuori dalla propria individualità. La gente si muove come se fosse un solo corpo. → Gli oggetti acquisiscono valore durante il rituale → sacri (trattarli con cura). L’oggetto materiale ha maggiore forza attrattiva di sentimenti effervescenti piuttosto che di un’idea astratta, questo perché un’entità astratta è difficile da rappresentare e di conseguenza non può essere l’origine di forti sentimenti. I sentimenti infatti possiamo spiegarli soltanto in riferimento a un oggetto concreto di cui sentiamo vivamente la realtà. I poteri che si conferiscono a questi oggetti determinano la condotta del credente. Il soldato che cade difendendo la sua bandiera non crede di essersi sacrificato x un pezzo di stoffa. Quindi il sentimento che deriva dalla religione per oggettivarsi si fissa su oggetti che diventano sacri. Non vi sono oggetti predestinati ad essere sacri, ma il tutto dipende dalle circostanze che fanno sì che il sentimento si fissi su un punto piuttosto che un’altro. Un sentimento collettivo può assumere coscienza di sé fissandosi su un oggetto materiale. Il sacro resiste sulla superficie degli oggetti, qualità che viene sovrapposta agli oggetti e ci sta. → Pregare da solo non è rituale x Durkheim. → Nella religione vengono prima le pratiche (poiché creano il sacro e quindi delle credenze, degli oggetti in grado di veicolare la credenza e di trasmettere ai membri della chiesa l’idea di appartenenza). Poi vi sono i rituali , che sono periodici in quanto sono dei dispositivi mnemonici, creati per mantenere e ricordare il sacro. → Durkheim però si accorge che non vi sono più rituali, sostituiti da ritualità civili, ma vi è stata l' eclissi del sacro che ha reso la società una società grigia, portatrice del profano. → L’idea di D è che religione e società sono elementi legati da un doppio vincolo. Il sociale produce il religioso attraverso la pratica rituale, ma il religioso aumenta la solidarietà necessaria al sociale per sopravvivere. Il religioso aumenta l’autorevolezza dell’ordine sociale perché lo ricopre di una patina che è sacra, quindi autorevole. Questo doppio binario su cui D dispone religione e società è indicativo del significato che ha un rituale preciso ma misterioso: il rituale del sacrificio. → Rituale del sacrificio → il sociale nutre il religioso, poiché quest’ultimo non potrebbe esistere senza il sociale, ma dall’altra parte non potrebbe esistere il sociale senza il religioso, che ne aumenta

l’autorevolezza e ne garantisce il legame. Questa doppia relazione viene simbolizzata perfettamente nel rituale del sacrificio. → Il religioso costituisce il DNA delle istituzioni sociali e costituisce una delle fonti predilette per operare classificazioni che sono oggettive, quindi il religioso costituisce la matrice del tipo di scienza, del tipo di sguardo scientifico che la società produce. → Scopre la contagiosità del sacro quando studia la religione totemica. La potenza sacra che si irradia dal totem va via via depotenziandosi e disperdendosi, poiché il sacro si perde mano a mano che si diffonde di potenza. Ciò incomincia a produrre un criterio di ordinamento dei fenomeni (criterio classificatorio/gerarchico). → D morì nel ‘17 in preda ad una forte depressione personale e finisce la sua carriera con forte pessimismo, forse dovuto all’esito della sua carriera scientifica. D inizia a vedere la modernità come uno stadio dove si va a perdere progressivamente la dimensione collettiva del rituale, vede la società sempre più grigia e avviluppata in un tempo profano, ordinario, in cui gli stati di coscienza sono monotoni. La società moderna non conosce più l’eccezionale che il sacro permetteva di costituire. Questo perché le religioni si vanno per secolarizzare, privatizzare. Quindi il religioso, assieme al sacro, inizia a scomparire e con esso il senso di appartenenza e di collettività. D osserva ciò e afferma che non vi è soluzione. → D si chiede come mai tutti gli intellettuali assumono posizioni individualiste. Risponde dicendo che gli intellettuali rappresentano una sorta di avanguardia del sociale, rappresentano l’indicatore di ciò che sarà, poiché sono più avanti. Dice che tutti gli intellettuali non hanno dubbi e si schierano sull' individualismo , che sarà la religione del domani. L’individualismo è il destino della società, celebra autonomia ed indipendenza, non appartenenza. È una religione in cui l'individuo è al contempo sia il dio che il fedele, ma non abilita né a rituali né a credenze collettive specifiche. È una religione che si configura come totalmente priva di rituale, poiché non può abilitare il rituale. → Individualismo → religione sociale del domani. Bisogna quindi che le istituzioni sociali nuove abbiamo come fondamento i valori dell’individualismo (libertà, proprietà privata ecc). → È una religione che si configura come totalmente priva di rituale, poiché non può abilitare al rituale. D vede una progressiva emorragia del rituale dal corpo sociale moderno: i rituali non popolano più le società di oggi. → Arriva quello che D chiama il tempo grigio , il tempo del profano. Si realizza uno stadio, una condizione, che lui chiama ANOMICO (privo di regole), caratterizzato da assenza di norme. Per D in questo stadio le regole e il normativo perdono progressivamente di senso, la società quindi perde la capacità di interrogare la coscienza dei soggetti. → ANOMIA (assenza del nomos - regola): CONDIZIONE DI DEREGOLAMENTAZIONE SOCIALE PATOLOGICA IN CUI LA SOCIETÀ SI TROVA PRIVA DI REGOLE → assenza di norme su cui fondare il proprio legame sociale. Usando il termine anomia D ci vuole dire che le norme perdono di SENSO, non parlano più alla coscienza dei soggetti, non vengono più percepite e vissute come dotate di significato, quindi per SOCIETÀ ANOMICA si intende una società in cui le norme non parlano più alla coscienza dei soggetti. Le norme sono adesso vissute dagli individui come delle costrizioni, delle limitazioni alla loro libertà, alla loro vita e vengono dunque rispettate solo per la paura di essere puniti. Ciò accade poiché le norme diventano degli strumenti tecnici burocratici di integrazione che non rappresentano più ideali comuni. → Una grande analisi dell’anomia viene fatta da Parsons , grande sociologo americano degli anni ‘50-‘60. P si chiede una cosa molto tecnica: quali sono le possibilità che un soggetto ha di sanzionare l’azione dell’altro? Quali sono gli strumenti sanzionatori che un soggetto può applicare all’altro da sé? Risponde parlando dell’esistenza di sanzioni positive e negative:

ERVING GOFFMAN

SOCIOLOGO DELLA BANALITÀ

→ Sociologo canadese, che si forma però negli USA (Chicago) in una realtà accademica molto particolare, poiché Chicago fino alla fine dell’800 aveva solo qualche migliaia di abitanti ed è solo poi diventata il terzo polo metropolitano degli stati uniti, subendo quindi un cambiamento repentino, nel giro di un cinquantennio. → Uni di Chicago → dipartimento di sociologia dominato dal pensiero di Parsons e Merton ( struttural funzionalismo ) con un approccio molto teorico. → Vi erano molti professionisti che si occupavano delle questioni della città, come Robert Park, un giornalista che studiò i problemi sociali da un punto di vista empirico (es. interviste). La sua era una sociologia molto vicina al servizio sociale, è uno studio empirico del disagio sociale. → G. però non ha alcun interesse nelle questioni cittadine. Non condivideva affatto quello che era il mainstream di Chicago (interesse per i social problems e l’approccio prettamente empirico). Infatti non studia scientificamente i devianti ma egli è un TEORICO SOCIALE con una sensibilità molto empirica e concreta. → Si occupa comunque di social problems, in particolare di malattie mentali (moglie che ne ha sofferto), ma il suo interesse va più per le situazioni sociali banalissime, lui è uno studioso dell’interazione sociale , in senso ordinario (es. Interazione sociale nel senso di cosa succede quando vi sono due maschi adulti davanti all’ascensore e bisogna decidere chi passa prima). È un grande studioso dell’ovvio, di ciò che noi diamo per scontato. → Alla radice del sociale abbiamo una ritualità. D muore credendo che questa ritualità sia scomparsa, ma G sostiene che ciò non è vero, ma che D ha cercato i rituali nei posti sbagliati. L’idea di G è che il rituale oggi abbia cambiato scala, abbia cambiato luogo. Ci propone infatti di osservare i rituali non a livello pubblico, ma a livello dell’interazione sociale. Quest’ultima ha una profonda natura rituale. → Cos’è l’interazione sociale? Per G è quando vi sono almeno due soggetti che sono posti nella posizione di reciproca compresenza, ovvero che le due persone percepiscono reciprocamente la loro presenza. l'idea radicale di G è che nel momento in cui si realizza questa situazione si accende la lampadina del rituale. Tutte le interazioni quotidiane hanno natura rituale. → Cos’è il rituale x G (propone di mostrarla utilizzando la strumentazione analitica di Durkheim)

  • Situazione per cui ci vogliono almeno due persone
  • Un centro d’attenzione endogeno al gruppo
  • Produzione dell’alterazione di uno stato di coscienza → Qual è la funzione dei rituali? Cosa producono? Per G il rituale produce il sacro, ma cosa sacralizziamo? Noi sacralizziamo il nostro sé, la nostra identità individuale. Il rituale di G produce la sacralità del sè. L’ipotesi di G è che il sé (nel primo saggio il sé viene chiamato la faccia , poiché l’interazione sociale produce una faccia). → le interazioni producono il sacro, e questo sacro sostanzialmente si riferisce alla faccia, al sé. Da ciò ne discende che nel momento in cui siamo nella situazione di un'interazione noi acquisiamo una faccia, un io. → Il sé è Inevitabile (non possiamo aggirarlo, non possiamo non avere faccia) ed Universale. → ‘ pragmatica della comunicazione umana ’ (scuola di palo alto, libro di Watzlawick, ‘68). Vengono elencati 5 assiomi della comunicazione, di cui il primo dice:
  • è impossibile non comunicare, quando esposti alla percezione dell’altro stiamo già comunicando (allo stesso modo per cui G dice che è impossibile non avere una faccia). → Sempre per la scuola di palo alto, la comunicazione umana si dispone su due piani:
  1. Piano di contenuto (es. cosa dici)
  2. Piano di relazione (es. come lo dici) → Siccome il sé si costituisce all’interno di un setting che ha natura rituale ne discende che la produzione del sé è frutto di una collaborazione, di un’attività collaborativa. G intende dire che il mio sé è prodotto grazie alla collaborazione dell’altro, che io sono necessario all’altro affinché lui possa costruire il suo sé. Le facce sono frutto di un processo collaborativo, in questo senso per G c’è collaborazione. → G ritiene che i sé sono molteplici, noi siamo solo una gruccia a cui via via il sociale attacca sé diversi, come degli abiti, delle grucce (sono un sé a lezione, un’altro sé in altre situazioni). Quando siamo a contatto con sé diversi (compresenza di sé) siamo in presenza di un polo interattivo che appartiene ad un altro mondo. Per G acquisiamo i sé attraversando ambienti diversi. Si producono i nostri sé in ogni situazione diversa in cui ci troviamo. Tutte le situazioni sociali pretendono stili comunicativi e cerimoniali diversi, anche argomenti di conversazione diversi. → L'idea di G è quindi che non esiste il sé, ma è semplicemente una molteplicità. Il sé è sempre un prodotto collaborativo ed è quindi sempre a rischio. Il sè per G è un costrutto sociale, quindi fragile, sempre pronto a dissolversi (in questo senso la frase ‘ ho perso la faccia ’). → esistono delle strategie per far fronte alla fragilità del sé, per evitare che il sé si ammacchi:
  • Retroscena (back region) → fase preparatoria, ciò che ad esempio accade la mattina prima di uscire, poiché ci prepariamo ad entrare sotto lo sguardo dell’altro.
  • Ribalta (front region) → ciò che accade quando usciamo di casa, il nostro palcoscenico. → Per G tutti gli esseri umani necessitano di spazi separati, uno per sé e uno per mettere in scena ciò che è stato preparato. Ciò è comune a tutte le situazioni e a tutte le società. → Per G il soggetto moderno gioca con i significati, con i materiali (vestiti, capelli ecc) e poi dopo entra nella ribalta e produce l’immagine del sé. É un’opera di assemblaggio, di messa insieme. Quando quindi G parla di faccia individuale mette all’interno di questo termine due accezioni diverse:
  • la faccia → ciò che appare, ciò che si fa (facere, fare). Ognuno ‘fa’ la propria faccia, ma la fa con i materiali messi a disposizione dal sociale, con i significati che circolano all’interno della situazione sociale nel quale la persona è inserita. L’origine della faccia è quindi sociale. Natura socialmente costruita dell’io, che è prodotto di collaborazione che vede impegnati almeno due soggetti.
  • Individuale → G parla di ‘profanazione della faccia’ ed esistono diversi livelli di gravità della profanazione del sé:
  • Minore: la Gaffe → offesa involontaria
  • Maggiore: Insulto → attacco deliberato, manifesto alla faccia altrui, con l’intento di danneggiare il sé dell’altro. → Esistono costantemente rischi di danneggiare la propria faccia, ma secondo G. la società ci ha fatto interiorizzare molto bene le regole cerimoniali per stare dentro la dinamica interattiva. Abbiamo quindi interiorizzato in maniera profonda le tecniche e i dispositivi che servono a limitare i rischi connessi a questa dinamica. Queste tecniche sono:
  1. Strategie difensive : quelle che i soggetti pongono in essere per difendere il proprio sé, la propria faccia.
  • Elusione: si evita di entrare in contatto. Parliamo del timido, dell’insicuro di mostrare la propria faccia, quindi non si espone. Anche i socievoli hanno argomenti che evitano, però per convenzione, galateo (es. non parlare al bar di religione, politica ecc).

deve far finta che lo stigma non esista, altrimenti l’interazione ne soffre. Ciò testimonia secondo G che la società istituisce delle membrane che tendono a filtrare i contraccolpi che potrebbero abbattersi sull’interazione, generati dalla differenza di condizione strutturale (nobile - miserevole). Lo spazio interattivo si conquista con fatica ed è garantito da una sorta di moderazione: c’è bisogno di misurare tutti gli elementi che lo compongono dato che gli eccessi producono interazioni faticose. → G non dice nulla riguardo ai linguaggi concreti usati per creare i sé. Quali sono quindi i rituali che danno origine alla realtà del sè? G parla di due tipi di regole:

  • Regole sostanziali → hanno uno scopo pratico molto evidente. Hanno funzioni molto concrete.
  • Regole cerimoniali → non hanno scopo empirico, concreto. Non hanno senso in sé. Rispettarle però permette di eseguire la funzione per le quali sono state ideate, ovvero attribuire un’immagine in chi le osserva e le rispetta. Non c’è uno scopo pratico, se non quella di far sì che il soggetto che la rispetta acquisisca un’immagine. Il plesso normativo che lui chiama cerimoniale funziona essenzialmente per comunicare due idee generali: la deferenza e il contegno.

→ DEFERENZA → atteggiamento che teniamo nei confronti di un soggetto, della sua proprietà,

della sua opera (ciò che fa, il prodotto della sua opera), delle sue cerchie sociali. È l’espressione simbolica della considerazione che teniamo nei riguardi di un soggetto. Considerazione espressa simbolicamente. L’individuo non si può attribuire deferenza da solo, ma ha bisogno dell’altro per ricevere deferenza. Al limite, in alcuni casi, può essere pretesa, richiesta. (Es → saluto militare). → G dice quindi che la società si assicura l’interazione tra soggetti in virtù del principio di deferenza. La deferenza è qualcosa che viene tributata nei confronti del ruolo sociale, riferita alla gerarchia sociale. Esiste però una deferenza che riserviamo ai nostri pari e una deferenza nei confronti dei nostri sottoposti. → è una comunicazione ‘simbolica’. Usa simbolico come termine perché per G la deferenza non è da prendere sul serio, quando noi riceviamo deferenza dobbiamo sempre far la tara a quella comunicazione e non dobbiamo prenderla sul serio. Osservare questo simbolo è però fondamentale e ci preoccupiamo quando esso non viene esibito. → Esistono due forme di deferenza, poiché può essere comunicata in due modi (sono paradossali perché comunicano la stessa cosa in modo antitetico):

  • Discrezione : esistono dei rituali di discrezione che comunicano l’inviolabilità dell’individuo da capo della sua proprietà, della sua opera, delle sue cerchie relazionali. ‘Rituali negativi’ x i studiosi religiosi, nel senso inavvicinabili.
  • Di presentazione : sono le comunicazioni che diamo agli altri riguardo l’immagine che hanno presso di noi. Sono degli avvisi, dei progetti di come noi intendiamo trattare l’altro (es. complimenti, piccoli favori, forme di saluto). Rituali positivi che creano la sacralità (x studiosi religiosi) → Sono rituali che comunicano l’inviolabilità dell’individuo, nel senso che il soggetto è sempre inserito in quella che G chiama, prendendo il termine da Simmel (sociologo tedesco), ‘sfera ideale’. La sfera ideale è una sorta di bolla che protegge la personalità dell’individuo, ma ne protegge anche il corpo. Quindi è sia simbolico che materiale. Esiste uno spazio che è proprio del corpo del soggetto. Violazione della sfera ideale → esempio fermata autobus studenti di Garfinkel.

→ G nota che man mano che si sale nella gerarchia sociale questo spazio aumenta sempre di più. Meno si è importanti, più si è accessibili. La sfera cambia di superficie a seconda della posizione/ruolo sociale. La sfera non è solo materiale, ma ideale nel senso che non si può entrare nell’intimità di chiunque. → La profanazione più grave che possiamo dare all’altro è violare la sua sfera ideale più fisica. → G studia i rituali di discrezione all’interno di un ospedale psichiatrico in cui sono presenti due reparti ( A e B). Nel reparto A ci sono persone che stanno abbastanza bene (schizofrenici in remissione) e due giovani renitenti alla leva (sanzionati per non aver rispettato l’obbligo militare e venivano usati per testare i psicofarmaci). Qui la deferenza di descrizione si vedeva:

  • I pazienti non parlavano mai dei precedenti ricoveri e delle proprie esperienze di internamento psichiatrico passate.
  • I rettori venivano chiamati per nome, non rettori.
  • Quando erano visibili gli effetti delle sostanze assunte si faceva finta di non notare le alterazioni visibili e non si chiedeva nulla. Nel reparto B vi sono internate persone che stanno molto male, che sono ai limiti dei contatti con la realtà, sono anzi assenti dalla realtà. G nota che i pazienti subivano qualsiasi forma di invasione della loro sfera ideale da parte del personale infermieristico (obbligati a radersi, tagliarsi unghie ecc). Questa invasione personale veniva razionalizzata non in termini cerimoniali, ma in termini sostanziali (se non vuole mangiare non posso farlo morire di fame, quindi lo obbligo). La violazione dell’intimità di questi soggetti veniva giustificata in termini sostanziali, e G nota che a queste invasioni i pazienti rispondevano, reagivano e non potendo reagire anche loro in termini sostanziali (resistenza), reagivano in termini cerimoniali (es → nei pochi momenti a contatto con la realtà facevano commenti sul personale, tipo sul loro modo di vestire oppure sul loro aspetto ecc). Quindi G dice che nel reparto B saranno anche pazzi ma nei momenti di lucidità riescono a parlare i linguaggi dei rituali del sé soprattutto con chi in primis ha violato in modo sostanziale la loro sfera personale. I medici li sottopongono a violenza e loro reagiscono così. Si sente violato → risponde con una violazione. Questo è indicatore della forza che ha la socializzazione. → Bisognerebbe comunicare deferenza in senso generale e cercare di trovare un equilibrio tra le due componenti. Bisogna dosare le due componenti in modo sapiente perché comunicare deferenza in senso generale consiste in una felice dosaggio di discrezione e presentazione. Perchè più siamo discreti più diminuiamo le conversazioni di presentazione e viceversa. Quindi una personalità:
  • Eccessivamente discreta → appare come poco interessata, fredda, scostante ecc..
  • Eccessivamente esuberante → fastidiosa, invadente, eccessivamente cerimoniosa ecc.. → G sottolinea quindi l’esistenza di un’arte della deferenza, che è una sorta di sensibilità, a cui veniamo però socializzati, educati. La socializzazione a queste regole tacite (nel senso che operano nel preconscio) è una socializzazione potente (esempio reparto B ospedale psichiatrico).

→ CONTEGNO → proposta del sé che noi rivolgiamo all’altro. G chiama contegno il nostro

progetto identitario. È tramite le regole di contegno che noi ideiamo e proponiamo all’altro un tipo di sè, che l’altro ci deve confermare con la comunicazione di deferenza. → Ma in che cosa consiste il contegno? → cit. pag 84 dispensa → definizione di contegno. In sintesi il contegno consiste in una padronanza di sé , in autocontrollo. Si identifica anche nelle strategie difensive usate nei giochi di faccia. → G dice però che queste forme di autocontrollo e padronanza ci vengono insegnate tramite i processi di socializzazione: veniamo educati a contenerci. Inoltre, dice che l’individuo che ha un contegno corretto è ' colui che ha interrotto molte vie di percezione e di penetrazione che gli altri potrebbero

forma di violenza perché ci tocca, ci sposta ecc). Essere individui non è quindi qualcosa di naturale, ma è un fatto sociale. → Per Durkheim l’individuo è una costruzione sociale, ciò viene ripreso da G perché attraverso la sua analisi sull'interazione sociale ci mostra come l’individuo è un fatto sociale, un prodotto sociale, di un dispositivo regolativo. E l’io, la coscienza dell’uomo, riceve una coercizione dall’esterno rispetto al fatto sociale dell’individualità perché bisogna aderire ad esso attraverso le regole di deferenza e contegno, che se non vengono seguite hanno come conseguenza una sanzione, partendo dall’emarginazione arrivando a violenze molto gravi. → l’individuo è un prodotto del sociale e si dimostra molto facilmente dal fatto che l’essere un individuo si accompagni a sanzioni che vengono dall’esterno, come anche essere individuo è qualcosa che si apprende. → Perdita di dignità e deferenza → quando con violenza qualcuno ci obbliga ad avere contegno. → Chi è in posizione di potere e ‘strafa’ (insultare, prevaricare, abusare del potere ecc) ci segnala di essere una persona che non riesce a tenere un buon contegno e quindi non sa seguire le regole. → TEMA DELLA LIBERTÀ E DELLA COSTRIZIONE → Essendo deferenza e contegno meccanismi di conformazione, si può essere anticonformisti giocando con queste idee dato che vi sono degli spiragli di libertà, ma bisogna rimanere all’interno di esse. Si può essere creativi seguendo sempre le linee guida di tali idee. → Il soggetto sembra essere costretto ad aderire alle norme, ma ha la libertà di farlo con il suo stile. L’esempio che fa G ha a che fare con una dinamica che egli definisce ‘ distanza dal ruolo ’. Per G noi eseguiamo ruoli e troviamo un Io pronto per noi, tuttavia, chi più chi meno, non possiamo fare a meno di operare delle distanze da questi ruoli. Nel senso che il ruolo è un fascio di aspettative che gli altri ci rivolgono, quindi noi lo allochiamo e lo diamo a quel soggetto che si trova inserito in quella posizione e ci aspettiamo determinate cose da lui (da un medico una diagnosi, da un barista un caffè ecc). Ciò si chiama ASPETTATIVA NORMATIVA. → I soggetti per G non deludono le aspettative normative che i ruoli gli attribuiscono, però nell’eseguire e soddisfare l’aspettativa normativa il soggetto può inserire degli elementi cerimoniali volti a negare l’identità che è implicita nel ruolo. → G scrive ‘ Distanza dal ruolo ’, saggio inserito nel libro ‘ Espressione ed identità ’. All’inizio di questo saggio G per spiegare cosa vuol dire distanza dal ruolo fa l’esempio dei bambini che vanno alle giostre. G si chiede ‘come si fa ad andare in giostra per un bambino?’ E risponde che a seconda delle diverse età i bambini vanno in giostra in modi diversi:

  • I bambini piccoli hanno tutte le risorse sociali per farsi assorbire nel ruolo di bambino che va sulla giostra. Il bambino fa esattamente il bambino che va in giostra).
  • Quando il bimbo cresce , non ci sta a passare per il piccolo che va alle giostre, quindi inizia a distanziarsi dal ruolo (sceglie il proprio cavallo, fa finta di essere un cowboy e non un bimbo, da i calci al cavallo facendo finta di, non sta seduto sul cavallo ma lo cambia mentre la giostra gira, si siede al contrario ecc..). Il bambino fa così perché vuole negare al pubblico che lui non è più un bambino che va sulla giostra, ma che ci va comunque.
  • 12-13 anni (prima adolescenza): vanno sulla giostra definendo la giostra una burla, ridono e fanno finta di assorbirsi nel ruolo, recitano una parte. Andando sulla giostra il 12enne ride per togliersi dalla situazione e far capire a tutti che non è un bambino. Mette in atto quelle G che chiama ‘ azioni di distanza dal ruolo ’. → Vengono quindi poste in essere delle forme di comunicazione che segnalano all’altro che si, sono un bambino che va sulla giostra, ma non sono soltanto questo. ‘Sto eseguendo questo ruolo, sto indossando quest’io pronto per me, però ti segnalo che sono anche qualcos’altro’.

→ G si chiede come si fa ad operare questa distanza dal ruolo? Cosa abbiamo a disposizione per farlo? Risponde che ci si può distanziare dal ruolo ammiccando ad un altro ruolo sociale, possiamo negare l’io implicito nel ruolo che stiamo eseguendo comunicando surrettiziamente un io che è implicito in un altro ruolo sociale. (Es → portiere d’albergo che lascia sulla reception il testo dei tragici greci in lingua originale, cercando di comunicare che è altro oltre al portiere d’albergo, adottando un simbolo che contraddica il suo ruolo). Seguendo questo esempio, G ci fa notare che ci si distanzia dal ruolo non per rifugiarsi in un mondo psicologico di propria invenzione, ma ci si può distanziare dal ruolo solo cascando in un altro ruolo. Questo concetto sottolinea ulteriormente la questione della libertà e dell'autonomia, evidenziando però come siano comunque un’autonomia e una libertà controllata perché non si può fare a meno dei costrutti sociali. → Cifra finale della ricerca di G → egli scopre che esiste un ordine sociale sui generis che lui chiama interazione. Egli è uno studioso dell’interazione che considera essere un oggetto di analisi dotato di una sua autonomia. Parla infatti dell’interazione come una realtà sui generis (di genere proprio). → Non è una novità occuparsi di interazione, tuttavia G nota che i suoi precedenti si sono occupati di essa pensandola come un fenomeno, un oggetto prodotto da ordini sociali o psicologici ad esso esterni. G intende dire che l’interazione è stata spesso ritenuta:

  • Emanazione o prodotto diretto di una macro struttura. Era quindi l'effetto/prodotto delle diseguaglianze sociali (anziano che mi dà del tu, io giovane che gli do del lei) → interazione come effetto delle differenze sociali.
  • Prodotto degli stati psicologici degli individui, quindi l’interazione è il luogo dove si scaricano sopra questi stati. → G considera queste due prospettive radicalmente sbagliate e per questo non cita mai nessuno a parte Bourdieu, Durkheim e Simmel, perchè nessuno x lui aveva mai colto la natura sui generis dell’interazione. L’interazione non è nessuna delle due cose, ma è l’ordine sui generis perché esistono filtri, membrane e regole volte ad attenuare gli impatti che le differenze strutturali e psicologiche potrebbero scatenare sullo spazio dell’interazione. Il contegno per esempio impedisce a queste differenze di impattare sull’ordine dell’interazione. → L’interazione è vista come spazio sociale protetto da filtri e membrane e pensarla così permette sia un avanzamento teorico che una descrizione empirica. → Per G l’unico che aveva colto, anche se lontanamente, questo aspetto, fu Simmel (unico che cita) che scrive un testo dedicato alla socievolezza. Essa non ha a che fare con i rapporti sociali come gli altri, ma è un rapporto sociale tipico. Simmel (ciò che egli dice sembra quasi un manifesto della sociologia goffmaniana) afferma che nella socievolezza non deve rientrare ciò che la personalità, ciò che il soggetto possiede come importanza oggettiva. L’ importanza oggettiva (il fatto di appartenere ad uno status oggettivamente ordinato) non deve rientrare nella socievolezza. In essa quindi non deve rientrare ciò che sta al di fuori della cerchia che esiste in quel momento. La socievolezza per S consiste dunque in un gioco in cui si fa come se tutti fossero uguali e al contempo come se si avesse stima di ognuno in modo particolare. È una finzione, però fondamentale se si vuole realizzare la socievolezza. → Ciò che non funziona nel pensiero di Simmel è che vedeva la socievolezza come un fenomeno storico e culturale che riguardava il salotto borghese, e non funziona secondo G perché in quegli ambienti si era tutti allo stesso livello, tutti dello stesso status. Per G la socievolezza si realizza nell’interazione, che è un contesto trasversale e transtorico. Esistono quindi delle barriere che la rendono autonoma. Si vede quindi l’ INTERAZIONE COME ORDINE SOCIALE SUI GENERIS. L’ordine dell’interazione ha come scopo di produrre la realtà molteplice di sé. → Ordine dell’interazione → libro testamento di Goffman.