



















Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Dispensa di Ecclesiologia: Riassunto del libro "La mediazione salvifica della Chiesa nel magistero conciliare e postconciliare. Analisi dei testi e approfondimenti teologici" di Nicola Buffolano. Appunti di Mariologia: la figlia di Sion
Tipologia: Dispense
1 / 27
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!




















Prof. Nicola Buffolano
Ecclesiologia
Introduzione
La mediazione salvifica della Chiesa non è un tema astratto, bensì è legato al nucleo stesso della fede cristiana, essendo quella della salvezza la principale domanda dell’uomo e la principale preoccupazione della Chiesa. A partire dal Vaticano II, la teologia ha preso maggiore coscienza della natura storico-salvifica nell’essere segno efficace della presenza di Dio nel mondo, negli ambiti più diversi della vita umana.
I modi in cui si attua concretamente la mediazione salvifica della chiesa riguarda l’esistenza stessa della Chiesa come realtà storico-escatologica, il suo agire sacramentale che si concretizza nei sacramenti, in particolare l’eucarestia, la sua azione evangelizzatrice che espande fino ai confini della terra il vangelo di salvezza e il dialogo ecumenico interreligioso.
La mediazione salvifica della Chiesa è legata al nucleo della fede cristiana poiché la principale domanda dell’uomo e principale preoccupazione della Chiesa è “la salvezza”. A partire dal Vaticano II la teologia ha capito che la Chiesa è segno della presenza di Dio nel mondo e nella vita umana. Vediamo come si attua la mediazione salvifica della Chiesa.
La prima constatazione riguarda l’esistenza stessa della Chiesa come realtà storico-escatologica.
La seconda indicazione consiste nella riflessione sull’agire sacramentale della Chiesa, che si concretizza nei sacramenti, in particolare nell’Eucarestia.
La terza indicazione riguarda il rinvigorimento dell’azione evangelizzatrice, per espandere il Vangelo fino ai confini della terra. Non vanno dimenticati il dialogo ecumenico e interreligioso.
Come prima cosa bisogna precisare il concetto di salvezza. È difficile esporre in modo completo le diverse concezioni di salvezza apparse nella teologia postconciliare, è quindi sufficiente considerare
La Chiesa si trova quindi, nel’900, di fronte ad una secolarizzazione della società , per cui si trova a riproporre la bellezza del Vangelo, e questo fu lo scopo del Concilio Vaticano II. In questo clima il concetto di salvezza è stato pensato in termini di “umano riuscito” anche se le diverse correnti teologiche hanno dato un carattere specifico a questo contenuto (es. Teologia della liberazione, teologia politica e pluralismo religioso). Invece secondo la più antica fede della Chiesa, trasmessa dal magistero, e messa in rilievo dalla teologia biblica, la salvezza è mysterium salutis , cioè il dono della ristabilita comunione tra Dio e l’umanità ad opera di Cristo, con un riferimento chiaro a tutto l’evento dell’incarnazione del figlio di Dio, morto e risorto, e datore dello Spirito Santo alla comunità da lui fondata. Ecco la Chiesa: il mondo riconciliato.
La salvezza consiste nella comunione con Dio. Se la salvezza è la comunione con Dio, bisogna ricordare che sia prima che dopo il peccato originale tale comunione non è limitata alla sola sfera personale del singolo uomo, ma riguarda l’umanità tutta; perciò non ci si può attendere una rivelazione interiore e diffusa. La Bibbia ci dice che Dio si è fatto conoscere, quindi la Rivelazione avviene attraverso eventi storici concreti: io posso conoscere Gesù solo dal Vangelo, non come voglio io. Così bisogna affermare che nella scrittura abbiamo testimonianza di tante storie particolari che insieme costituiscono l’unica storia di Israele, come storia della salvezza per le genti. L’elezione di un popolo non è una preferenza sugli altri ma un’esistenza per gli altri. Israele è così l’anticipazione del popolo dei battezzati e costituisce un simbolo che permette alla Chiesa di penetrare nel mistero di Dio e di raggiungere la sua autocoscienza. L’alleanza costituisce la modalità tipica in cui si realizza la comunione con Dio nella storia biblica che ci permette di comprendere sia il diffondersi del peccato originale, come colpa propria di ogni uomo a causa di una logica di solidarietà che congiunge le sorti umane, sia il ricorso a ripetute alleanze da parte di Dio per ripristinare la comunione con l’umanità tutta, fino ad arrivare alla nuova alleanza in Cristo. Alla base di ogni azione della Chiesa e della sua esistenza sta l’affermazione della divinità di Cristo e del suo essere l’unico salvatore dell’uomo, due verità ancora oggi contestate. La salvezza offerta da Cristo è salvezza universale ed integrale: è salvezza per tutti gli uomini ed è salvezza di tutto l’uomo: nella riconciliazione con Dio, sotto il segno dell’amore e della fraternità. Essa è strutturata su due assi principali: uno verticale ed uno orizzontale. Sul primo la salvezza è la comunione con Dio e partecipazione alla sua natura, sul secondo, la salvezza è la realizzazione dell’uomo
critica storicista (fine 800 inizio 900 critica continuata che separava il messaggio di Cristo dalla Chiesa) che affermava un’estraneità di Gesù rispetto all’istituzione della Chiesa, quelle che la Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II indica come « regno - centriche» e quelle del pluralismo religioso moderato o estremo. Noi ci limiteremo ad approfondire la questione del pluralismo moderato sostenuta da Dupuis teologo gesuita.
Dupuis mette in rilievo che il rapporto Chiesa - regno, espressione con cui si vuole indicare la Chiesa come segno del Regno già presente nel mondo, interpretando il passaggio di LG 3: «La Chiesa è il regno di Cristo già presente in mistero». Secondo tale interpretazione non esisterebbe tra Chiesa e regno un rapporto di necessità né che la Chiesa eserciti una universale azione mediatrice di grazia nei confronti dei membri delle altre tradizioni religiose che, rispondendo all’offerta divina attraverso la fede e l’amore, sono entrati nel regno di Dio, sicché si dovrebbe ritenere che «la causalità della Chiesa nei loro confronti non è dell’ordine dell’efficienza, ma della finalità». Al di fuori dei cristiani la Chiesa avrebbe la funzione di una causa-finale quindi, dovremmo pensare a due economie della grazia: economia ecclesiale ed economia extra-ecclesiale. Ma la salvezza in forma ecclesiale l’abbiamo perché il progetto di salvezza di Dio si manifesta prima attraverso le alleanze e poi attraverso l’incarnazione del Cristo. (Come Dio attraverso Mosè consacra il suo popolo allo stesso modo Cristo consegna alla Chiesa tutto il suo amore salvifico. Se Cristo ha salvato tutti anche la Chiesa salva tutti). In questa visione si supererebbe uno schema ecclesiocentrico restrittivo, «il che significa che la missione della Chiesa deve incentrarsi in Gesù Cristo e nel regno di Dio». Inoltre Dupuis afferma che «la persona e l’evento Gesù Cristo rappresentano il mistero stesso della salvezza per tutti gli uomini» e che «il mistero di salvezza in Gesù Cristo, consiste nel regno di Dio presente nel mondo e nella storia». (In altre parole la missione della Chiesa è quella di portare le anime a Gesù). Le ultime due affermazioni sono in un certo senso contraddittorie, perché da un lato si riconosce a Cristo la qualifica di salvatore universale, dall’altro si lascia intendere che il regno di Dio sia più grande e universale di Cristo stesso visto che riguarda gli uomini che non lo conoscono, si tratta di un’incongruenza cristologica, con la conseguenza che anche la mediazione salvifica della Chiesa viene limitata ai soli cristiani. Questo viene messo in evidenza perché Dupuis ha difficoltà ad accettare fino in fondo il fatto la Chiesa, e l’incarnazione del Cristo, possa avere un valore salvifico universale. Nel nostro caso nella Scrittura, nella tradizione e nel magistero non troviamo il fondamento per sostenere che il regno di Dio è più grande del Cristo o della Chiesa e che questa ha un’azione salvifica limitata ai soli cristiani, emerge invece che la salvezza davvero universale si espande verso tutti attraverso le mediazioni che Dio stesso ha costituito. In questa linea O’Collins (gesuita americano) poi afferma sulla base dei suoi lunghi studi neotestamentari che se effettivamente bisogna ammettere una distinzione fra il ruolo della Chiesa per la salvezza dei propri membri e per la salvezza degli “altri” si deve anche ammettere l’importanza della preghiera “per gli altri” che non deve essere sottovalutata.
Ritornando poi al «regno di Dio» ciò implica la presenza di Dio che amministra il suo regno nella pace e nella giustizia ed un popolo sul quale estendere la propria signoria. Per questo la dimensione sociale, comunitaria e societaria del regno di Dio può essere qualificata come una dimensione “ecclesiale” (qahal, ecclesia = assemblea ). Inoltre come visto nell’enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, il regno di Dio nel nuovo testamento ha una forte caratterizzazione cristica, che dipende dal fatto che con opere e parole egli manifesta una coincidenza tra se stesso ed il regno. Questo sembra essere il senso dell’affermazione di Gesù «il regno di Dio è in mezzo a voi». Tale regno presenta i tratti della trascendenza, della religiosità e
della salvezza, non ha origini umane e non ha nulla in comune con i regni di questa terra: in questo modo Gesù purifica il regno di Dio dagli ideali politici e teocratici del suo tempo. Esso comporta la liberazione dal peccato e dalla morte nel dono di una relazione nuova con Dio, non basata solo sull’osservanza della legge ma sull’interiorizzazione della sua parola e sul dono di grazia (la nuova condizione di figli nel Figlio). È un regno di misericordia e di perdono, di amore e di pace, è un regno escatologico, gravido delle promesse di Dio che già si vanno realizzando.
Benedetto XVI stesso ricorda che: “Gesù di Nazaret tende a radunare il Popolo di Dio. Anche se mira alla conversione personale, egli in realtà mira alla costituzione di un Popolo di Dio che è venuto a radunare e salvare”. In questo si deve vedere il primo momento della fondazione della Chiesa che sarà arricchita di doni e di carismi, fino alla struttura che apparirà il giorno di pentecoste. (Secondo alcuni «è il regno di Dio a produrre la Chiesa, non viceversa» con la conseguenza di esistere come servizio del regno).
E’ dunque necessario ammettere che regno di Dio e Chiesa sono due realtà che appartengono allo stesso ordine di grandezze, quello storico-salvifico e in ragione di ciò non solo non possono essere disgiunte ma sono anche interdipendenti. Infatti la Chiesa è il germe e l’inizio del regno in questo mondo (LG 5), cioè vera presenza e concreta speranza di compimento, dall’altra il regno ha una connaturale dimensione comunitaria e ecclesiale. (La famosa sentenza di Loisy:«Gesù annunciava il regno ed è la Chiesa che è venuta» assume un realismo inaspettato).
Chiesa e regno sono «due realtà auto - includentisi, per cui la Chiesa presente nel tempo include il Regno», per la presenza del Signore, «e il Regno include la Chiesa perché in essa è già cominciato ed è presente». Più semplicemente: «La Chiesa è la visibilità del Regno, mentre il Regno è la parte invisibile della Chiesa (la Chiesa è l’inizio del Regno mentre il Regno è la pienezza e il compimento della Chiesa).
Il centro della salvezza è Cristo: per cui la Chiesa presente nel tempo include il Regno e viceversa. Si tratta di due realtà coestensive ma asimmetriche, per questo alcuni parlano di rapporto dinamico. La comunità manifesta la sua vera essenza nella ecclesia che celebra l’eucarestia. Spiega Benedetto XVI che l’interpretazione individualistica, proposta dalla teologia liberale, è priva di fondamento perché nell’orizzonte dell’ebraismo, in cui operava Gesù, la sua missione aveva una finalità comunitaria: egli era venuta proprio per unire l’umanità dispersa.
neotestamentaria di popolo di Dio faceva emergere l’aspetto storico, comunitario e popolare d’una Chiesa in cammino verso la parusia».
Bisogna aggiungere che i Padri conciliari non tentarono di opporre due espressioni che erano tra loro complementari, ma tentarono di scegliere, per designare la Chiesa, l’immagine più completa e più usata dalla Scrittura, dai Padri e dalla liturgia senza però che tale scelta significasse esclusione di altre immagini, in particolare quella di Corpo mistico. Inoltre, il Concilio evita di dare una definizione vera e propria della Chiesa, come invece aveva fatto MC. Alcuni, inoltre, hanno notato come il Concilio abbia collegato le due prospettive, entrambe di derivazione Paolina. Bruno Forte scrive:“ Il popolo di Dio in cammino nella storia è formato da coloro che sono uniti al Cristo in una relazione tale da formare “uno” in lui, il Suo Corpo appunto misticamente prolungato nel tempo”. Congàr ritiene che esse sono collegate al punto che la Chiesa può essere considerata «il popolo di Dio che vive nella condizione di corpo di Cristo». Fatto manifestato sia dal battesimo che ci costituisce e membri del popolo di Dio e membri del corpo di Cristo, sia dall’eucarestia grazie alla quale si opera il passaggio dal corpo personale del Signore al suo corpo ecclesiale. Per questo afferma che Israele che era popolo di Dio ma non corpo di Cristo rispondeva solo parzialmente a questa vocazione, mentre la Chiesa realizza molto di più.
L’immagine propria della Chiesa come corpo di Cristo si fonda sull’eucarestia, che è appunto il sacramento del corpo di Cristo: questo emerge da 1 Cor 10,14 – 22; 12,13: essa è la ripresentazione sacramentale dell’unico e perfetto sacrificio compiuto una sola volta dal Cristo. Così quando S. Paolo parla dell’eucarestia, configurata come corpo di Cristo, pensa ad essa non come corpo mistico ma come corpo vero di Cristo, dunque non come paragone ma come realtà fondamentale dell’essenza della Chiesa. Avendo la Chiesa la sua causa efficiente nel sacrificio del Cristo sulla croce, in ogni celebrazione eucaristica essa mostra la sua fisionomia di corpo di Cristo, come anche l’antico Israele avendo coscienza di essere nato come popolo di Dio nell’esodo dall’Egitto lo commemorava ogni anno nella cena pasquale dove appunto riviveva il momento della sua fondazione. Cristo durante l’ultima cena istituisce l’eucarestia come sacramento della vera Pasqua, della nuova alleanza che subentra a quella dell’esodo: egli è il vero agnello che ha redento il popolo con il suo sangue. Il sacrificio di Cristo inaugura così il nuovo culto ed abolisce il vecchio, spostando il centro dell’unità del nuovo Israele dal tempio al Cristo stesso nel suo corpo. Egli è contemporaneamente la vittima che si offre ed è offerta per la nuova alleanza, in forza del quale si crea un’unità più profonda fra Dio e il suo popolo. Tale indissolubile unità è la Chiesa, che è il corpo di Cristo e non un corpo che appartiene a Cristo, perciò i cristiani che si nutrono dell’eucarestia, in cui è presente il Cristo pneumatico, diventano un solo corpo, e cioè il suo corpo. Secondo Penna l’idea paolina di Chiesa come corpo di Gesù poggia sul seguente schema: «dal corpo dell’esistenza terrena di Gesù si giunge fino al corpo della sua parusia. A porre in essere la Chiesa non è il nostro “fare corpo”. Al contrario, è il nostro entrare a far parte del corpo di Cristo che ci fa essere Chiesa!». Questa convinzione si approfondisce nelle lettere della prigionia, dove con l’immagine di corpo di Cristo si designa non solo la comunità locale ma la Chiesa universale. È interessante il parere di R. Penna: «Le due lettere ai Colossesi e agli Efesini distingueranno bene la funzione di Cristo - capo: egli è capo tanto della Chiesa quanto del mondo, ma solo la prima è il suo corpo, non l’universo! La creazione della Chiesa suo corpo, costituito da tutti gli uomini, giudei e gentili. Ratzinger registra che l’immagine di popolo di Dio è stata intesa talvolta in senso sociologico. Inoltre ritiene che lo scopo principale dei documenti del Concilio fu «teo-logico», nel senso del primato di Dio, nella scelta di redigere la costituzione della sacra liturgia, mentre la costituzione sulla Chiesa fu collocata al secondo posto. Bisogna ritenere che la stessa communio ,
che descrive il mistero della salvezza e quello della Chiesa, è espresso attraverso nozioni prime fra tutti quelle di popolo di Dio e di corpo di Cristo. Ancora Ratzinger nota che dal dato biblico la communio emerge come una realtà teologica, cristologica, storico-salvifica ed ecclesiologica, che si manifesta nei sacramenti veri e propri, e fra di essi con maggiore espressività ed efficacia nell’eucarestia, quale memoriale di riconciliazione degli uomini con Dio, e segno di unità. A modo di conclusione vogliamo ancora ricordare come il concetto di comunione riassuma l’intero mistero della salvezza. Comunione è “la vita intima della Trinità, l’unione degli uomini con Dio e fra di loro nella Chiesa in modo speciale attraverso i sacramenti, è la forza che lega la Chiesa universale a quelle particolari, è infine il dinamismo che mette in relazione e in movimento tutte queste realtà e le destina alla missione di conversione del mondo intero”.
Chiesa è anzitutto il popolo santo «radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», ma è anche «il popolo unito al sacerdote e il gregge che si stringe al suo pastore»; l’unità e unicità della Chiesa e così legata e garantita dall’unità e unicità dell’episcopato costituito da un gran numero di vescovi in pieno accordo tra loro e tutti uniti con sede a Roma. Da questi pochi accenni compare subito la communio come principio della vera ecclesialità, in base al quale la Chiesa di Cristo non si trova solo dove si celebrano i sacramenti e dove si professa la fede, ma dove si conserva l’unità.
Il pensiero di Agostino è più profondo e articolato di Cipriano perché risente di una diversa situazione della cristianità.
La Chiesa per Agostino è il popolo di Dio pellegrinante nella storia, formato dai credenti in Cristo e i «santi» provenienti da tutte le genti che pur senza saperlo hanno vissuto nel suo amore in virtù di una fides incarnationis che possiedono per una speciale illuminazione divina. Cannobbio ha così delineato il rapporto Chiesa - salvezza nel pensiero di Agostino: «La salvezza è puro (Pagina 90) dono di Dio…avviene attraverso Gesù Cristo, in questo senso la Chiesa è il luogo dei salvati (societas sanctorum), ma alla salvezza accede solo chi usa i mezzi stabiliti da Dio e quindi vive nella Chiesa che è il luogo della chiarita, la communio sacramentorum». Pertanto «la prospettiva agostiniana mantiene congiunte due preoccupazioni: quella di non restringere l’elezione divina a soli appartenenti alla Chiesa con il corpo (non basta la communio sacramentorum) e quella di mostrare la strumentalità della Chiesa per la salvezza nella presente economia (è necessaria la communio sacramentorum)»
(Pagina 91) Quindi l’immagine corpo di Cristo esprime l’unione mistica tra Chiesa e Cristo, in forza della quale i due costituiscono un’unica realtà salvifica: il Christus Totus.
Il cristiano è tale il quanto appartiene ad una comunità che lo abbraccia, «l’adesione alla fede comporta l’adesione alla Chiesa che è lo spazio disposto da Dio per la salvezza». De Lubac affermava che la Chiesa non è solo una delle opere dello Spirito di Dio, ma è «quella che comprende condiziona e assorbe tutte le altre. Tutto il processo di salvezza si compie in essa; anzi si identifica con essa». Perciò la Chiesa è il «signum levatum in nationes» che serve «a tutti da segnale di raccolta».
Nella Scrittura non si trova una definizione di Chiesa come mistero o come sacramento. Congàr rileva: «l’impiego di sacramento da parte dei cristiani deriva dalla traduzione di μυστήριον nell’accezione per la quale tale termine era usato per parlare del Battesimo e dell’Eucaristia». In questo modo il senso teologico di μυστήριον, cioè di piano salvifico di Dio si legava alla concretezza del sacramentum (battesimo, eucaristia). Congar fa notare che S. Girolamo traduce μυστηριον nel N.T. con mysterium e raramente con sacramentum. Nella Lettera agli Efesini S. Girolamo traduce μυστηριον con sacramentum. Si può ritenere che Girolamo utilizzi volontariamente sacramentum al posto di mysterium per far intendere il nesso tra le due realtà. Cristo è il sacramento del Padre, la Chiesa è il sacramento di Cristo. Essa non produce effetti salvifici per sé stessa, ma solo in quanto unita a Cristo e vivificata dal suo Spirito: Chiesa sacramento non ha ragione di esistere se non a motivo di Cristo sacramento.
La figura di Chiesa - sacramento viene assimilata a quella di Chiesa - segno con la conseguente comprensione della sua missione salvifica prevalentemente nel serio servizio testimoniale.
dall’azione di Cristo, azione che continuamente si realizza e dipana nei Sacramenti che ne costituiscono l’ossatura cristologica».
L’Eucarestia è la prefigurazione e pregustazione sacramentale del banchetto escatologico. L’episodio dell’ultima cena è «la salvezza comunicata in modo sacramentale.
Perciò l’Eucarestia è la più efficace opera di mediazione salvifica della Chiesa.
Appunti del prof.
Secondo alcuni teologi, per esempio Rahner, i sacramenti sono la concretizzazione della sacramentalità della Chiesa, anche se è più giusto ritenere che è la Chiesa ad essere generata dai sacramenti , che sono stati istituiti tutti da Cristo. La Chiesa può solo trasmettere quello che Cristo ha donato. È chiaro, quindi, che la Chiesa celebra la salvezza attraverso i sacramenti e in particolare, l’eucaristia, il mistero pasquale. Nei sacramenti l’efficacia dell’azione di Dio (ex opere operato) è in relazione inscindibile con la Chiesa che pone il gesto (ex opere operantis Ecclesiae), ovvero è l’opera stessa che opera il risultato attraverso l’operato della Chiesa, e vede la Chiesa come realtà nel suo insieme sacramentale. Nella Chiesa, il sacramento è fatto da una realtà interna che è l’aspetto invisibile res e sacramentum che sarebbe la parte e esterna che si vede, e ciò comporta un fatto intermedio (res et sacramentum) che è la comunione nella comunità che celebra i sacramenti. Si tratta, quindi, di una grazia necessaria, poiché la vita cristiana iniziata col battesimo deve completarsi nella piena comunione con Dio.
Dobbiamo sottolineare che è la comunità ecclesiale e non il singolo a celebrare i sacramenti, è alla comunione universale e perfetta con Dio a cui è chiamata l’intera comunità; non si può trascurare che l’eucaristia porta un’istanza di unità non solo tra coloro che professano la fede in Cristo, ma anche con coloro che non lo conoscono, poiché in quanto memoriale del sacrificio di Cristo, essa viene offerta per il mondo intero. Si tratta in realtà di considerare nell’ambito sacramentale, la categoria biblica di «alleanza», la celebrazione eucaristica dona effetti di salvezza sconosciuti anche per coloro che non vi partecipano personalmente. Nel tempo della Chiesa, la salvezza è comunicata ontologicamente solo in modo sacramentale, ovvero il Signore non ha legato la sua grazia ai sacramenti, però ordinariamente il mezzo di salvezza sono i sacramenti e l’episodio dell’ultima cena è importante per capire in senso generale ciò. Per questo è giusto parlare dell’eucaristia come della più efficace opera di mediazione salvifica della Chiesa, in essa l’unico sacerdozio di Cristo viene esercitato da tutto il coro mistico, diversa dal sacerdozio ministeriale e battesimale.
La considerazione dell’eucarestia come sacramento di unità salvifica ci mette in quella dell’unità- unicità della Chiesa. «Nello stesso modo che vi fu un solo popolo di Dio nell’A.T., così c’è un unico popolo di Dio nel N.T.». L’unicità della Chiesa è così la logica conseguenza del fatto che Gesù Cristo ha fondato un comunità storica di discepoli che nel tempo si è espansa con le stesse caratteristiche essenziali di allora e non ha fondato chiese differenti. La Chiesa fondata da Cristo è unica anche se vive in situazioni storiche diverse. Unità e diversità sono nel mistero della Chiesa, due dimensioni costitutive della comunione.
Le diversità che esistono nelle Chiese particolari sottolineano la “densità cattolica” di queste ultime, «tale varietà, infatti, manifesta che nella Chiesa particolare è veramente presente ed operante l’unica Chiesa di Cristo, essendo così la vita della Chiesa particolare vera immagine della Chiesa universale (approfondire note n.178 e 179).
Secondo Ratzinger l’ecclesiologia di comunione prende le mosse dall’ecclesiologia eucaristica che affonda le sue radici nella Scrittura e nei Padri dai quali la Chiesa era rappresentata come corpo di Cristo proprio a partire dall’eucarestia. Da queste fonti si scopre che «l’atto di fondazione della Chiesa è da rinvenire nell’ultima cena di Gesù e che costitutivamente la Chiesa vive in comunità eucaristiche».
«Come la prima pasqua determinò la nascita del popolo di Israele, così la cena del Signore è fondamentale e centro del nuovo Israele».
Giovanni Paolo II ha ricordato che l’eucarestia, per essere valida deve essere apostolica e, che, per realizzare la piena comunione con Cristo e con la sua Chiesa, è necessario che il ministro che la presiede sia in vera cattolica comunione con il collegio episcopale presieduto dal successore di Pietro. Pertanto partecipando all’eucarestia in una chiesa locale, ciascun battezzato potrà dire fin da ora: «Non sono più io a vivere, ma Cristo vive in me».
Dalla pienezza di grazia offerta nell’eucarestia rispetto al battesimo si avverte la necessità della comunione fra tutti i cristiani nell’eucarestia, che rappresenta mirabilmente la salutifera unitas Ecclesiae. La Chiesa come realtà umana - divina orientata alla salvezza è dono di Dio per cui i cristiani devono aderire alla sua unità e aderire a tutto ciò che la tradizione indica come essenziale per la fede. L’unità della Chiesa, infatti «è assai più di un semplice fatto storico», è l’unità di fede e di comunione elargitele dal Cristo suo capo e fondatore «riferibile, in definitiva, alla stessa unità della di lui persona».
comunione rappresenta la sorgente e il frutto della missione: «la comunione è missionaria e la missione è la missione è per al comunione».
Nell’episodio della donna samaritana (Gv4,1-26) per esempio, si svolge un dialogo in cui gli interlocutori hanno la possibilità di esprimere le loro convinzioni, di replicare e anche rifiutare l’incontro.
Gesù sa entrare in relazione profonda con la donna oltrepassando i convenevoli, offrendole l’annuncio della salvezza e insieme un esplicito invito alla conversione, che fanno appello alla sua coscienza. E’ per questo che l’opera missionaria non può limitarsi al dialogo ma deve giungere all’invito esplicito alla conversione, che peraltro compare nei vangeli come la prima parola di Gesù (Mc1,15).
Nel brano At17,22-34, Paolo, nell’aeropago di Atene, non condanna la religiosità degli ateniesi, che invece loda, ma illumina le loro menti: «Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio». Questi episodi rivelano che la fede cristiana non distrugge ma purifica le tradizioni religiose umane.
La scelta e appartenenza religiosa è una questione soggettiva, anche per i cristiani capita di scegliere da altre religioni credenze e riti a cui aderire ritenendoli più confacenti allo spirito della stessa religione cristiana.
Si accetta anche l’idea che la Rivelazione può avvenire in vari modi e forme che alla fine si possono equivalere: paradossalmente la persona verrebbe salvata da quella fede in cui crede. Questo potrebbe creare una concomitanza di economie salvifiche in netto contrasto con le religioni in particolare con quella cristiana considerata la via eccelsa per arrivare all’unico Dio salvatore incarnatosi in Gesù Cristo.
Osserva il giovane teologo Ratzinger” ciò che salva è l’amore e la fede”.
In una corretta teologia cristiana si tiene conto sia dell’adesione totale a Cristo in piena libertà e coscienza, e sia considerare tale adesione un vero dovere per la trascendenza e universalità del mistero di salvezza.
Il vangelo è un annuncio, un messaggio universale rivolto alla piena e totalità dell’uomo come “colloquio trans religioso” , in quel tempo non c’erano ancora i cristiani, Gesù si rivolgeva ai giudei, greci, schiavi,liberi,uomini e donne, presentando se stesso come parola Divina rivelata nella carne ( sarx ) con l’unico scopo di salvarli per la vita eterna. Ecco perché missione e dialogo sono stati giustamente definiti come “ i binari nei quali viene tracciato il cammino della chiesa nel mondo”.
Il Signore da la possibilità di partecipare al mistero di salvezza anche per coloro che stanno fuori della Chiesa, senza rifiutare riti, parole e precetti, presenti nelle altre religioni solo per coloro che si trovano nell’ignoranza non colpevole di Cristo e della chiesa. Con il dono della figliolanza Divina, il credente partecipa in una comunione di grazia con Dio e con gli altri popoli della terra (Ef 2, 11-22).
La nascita del Cristo è un fatto storico avvenuto in mezzo agl’uomini, comunicato attraverso la chiesa con i sacramenti e con l’opera di evangelizzazione; la chiesa si presenta cosi quale prolungamento di Cristo nel mondo: essa è il corpo di Cristo costituito analogamente a Lui Verbo incarnato, visibile (credo, sacramenti, e comunione gerarchica) e invisibile ( fede, speranza e carità)
la chiesa come sacramento è il segno evidente della presenza di Cristo nella storia e insieme strumento attraverso il quale egli esercita la signoria sul mondo, ovvero lo spazio della pienezza di Dio in Cristo. la salvezza quindi si compie nella chiesa che Gesù ha voluto, di per se si capisce che non è la chiesa che è la salvezza del mondo, ma è Gesù in quanto è presente in essa che la anima e santifica facendone uno strumento di salvezza nelle sue mani. In particolare la chiesa offre la
La paternità della formula viene attribuita a Cipriano quella cioè “la definitività della struttura episcopale”cioè la piena ecclesialità e “l’indispensabilità dell’unità” perché la divisione è peccato , è perdizione no salvezza.
Giovanni Paolo II interpreta la formula con un “sine ecclesia nulla salus” ovvero al di fuori della chiesa non c’è salvezza e chi si salva , lo fa con la partecipazione, mediazione e azione della chiesa.
De Lubac va ben oltre affermando che “fuori dalla chiesa c’è dannazione; la salvezza avviene solo per suo mezzo “.
Come conclusione finale abbiamo quella di Teklak che afferma che la dottrina contenuta nella formula “ extra salus”, possiede un giustificazione biblica - storica ecclesiale - teologica facente parte dell’unicità e universalità la cui salvezza viene portata a tutti da Gesù Cristo.
Mariologia
I Concili che hanno parlato della Madonna prima del concilio Vaticano II sono:
Il concilio Vaticano II non intende rispondere alle eresie, ma intende chiarire la dottrina cattolica su tutta la fede. Tutti i documenti affrontano i vari temi in luce del tema della salvezza. Il fondamento di tutto il mistero di Maria è il suo essere madre di Dio. Gesù è il verbo di Dio, non è il risultato di un “mezzo Dio/mezzo uomo”. Non è il verbo che si unisce ad un uomo. Maria ha donato la natura umana al verbo di Dio quindi è vera madre. Maria è piena di Grazia, è già in piena comunione con il Signore, infatti Giovanni nel prologo spiega che prima della nascita di Cristo la grazia non esisteva.
Dio – Causa prima ; Maria – Causa seconda
Maria segue come discepola il figlio. Non è una mediatrice di grazia per se stessa. Maria coopera alla redenzione e non ostacola il piano di Dio. Non si tratta di cooredenzione ma di cooperazione alla redenzione. Maria ci viene donata come madre di Gesù, come guida. Come Maria era perfettamente unita a Cristo così la Chiesa è perfettamente unita a Cristo. Come la Chiesa custodisce il verbo di Dio, così Maria custodì il verbo di Dio. Ciò che vale per la chiesa in generale, vale per Maria in particolare. Maria è rappresentativa di tutta la Chiesa. Maria è una personalità corporativa (molti personaggi rappresentano tutto il popolo. Maria rappresenta i figli di Sion, popolo di Gerusalemme. Rappresenta il vecchio Israele ed anche il ceppo del nuovo Israele).
Maria soprattutto madre di Dio, culto principale di venerazione, è la più santa di tutti i santi, Iperdulia (è il culto rivolto alla madre di Gesù) il dogma è “specialmente liturgico” perché Maria non è esterna alla chiesa. Maria assunta in cielo rappresenta il primo compimento delle promesse di Cristo.
La figura di Maria ha delle origini veterotestamentarie.