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Economia Politica A. Rinaldi, Appunti di Economia Politica

Appunti delle lezioni di microeconomia e macroeconomia, professoressa Azzurra Rinaldi

Tipologia: Appunti

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Economia Politica, Azzurra Rinaldi
Lezioni Economia Politica (Unitelma 15CFU 19/20)
Micro + Macro
Parte I – Microeconomia
I presupposti di base dell’economia politica sono scarsità delle risorse (le risorse presenti nel sistema
economico sono scarse) e i bisogni sono illimitati. Questi primi due presupposti sono in contrapposizione,
ma proprio per questo la terza variabile (presupposto) è la razionalità degli individui. Ampliando il quadro,
l’analisi economica si basa su questi tre presupposti, dunque partendo dal fatto che le risorse sono scarse,
all’interno di una comunità troviamo alcuni bisogni che son costantemente insoddisfatti, le risorse non sono
sufficienti per tutti gli individui, questo si traduce nella necessità di dover scegliere all’interno di un arco di
possibilità, dunque tutti i soggetti sanno per definizione che non potranno ottenere tutti i beni e servizi
necessari per poter soddisfare tutti i loro bisogni (tendenzialmente illimitati), ma sanno che possono scegliere
fra un range di servizi.
La scarsità delle risorse: siamo obbligati a scegliere all’interno di un insieme limitato di possibilità, questi
significa che, se anche prendiamo una società come un unicum, i mezzi disponibili non sono illimitati ma
finiti.
L’illimitatezza dei bisogni: gli individui hanno bisogni di varia natura, fra questi vi sono dei bisogni che gli
individui tendono a riproporre anche quando il bisogno è soddisfatto. Facciamo l’esempio dell’acqua, è un
bisogno che si ripropone quando l’individuo ne necessita nuovamente. In una società occidentale, anche il
più restio allo shopping, è costretto, per via dell’usura, ad acquistare vestiti nuovi. Dunque, alcuni bisogni si
ripropongono fisiologicamente nel corso della vita dell’individuo. Alcuni bisogni sono dunque oggettivi,
mentre altri sono indotti: riproponiamo l’esempio dello shopping, anche il più restio, al momento del bisogno
tende a scegliere alcuni marchi rispetto ad altri, questo perché alcuni bisogni oggettivi possono collegarsi a
bisogni socialmente indotti. Dunque, molto spesso i bisogni indotti si sovrappongono ai bisogni oggettivi,
tendiamo ad acquistare secondo gli insistenti modelli di consumo occidentali.
L’ipotesi di razionalità degli operatori economici: coniuga i primi due presupposti, tenendoci sul generale
diciamo che uno degli assunti fondamentali sul quale si basa il pensiero economico è quello della razionalità
delle scelte: poiché gli individui sanno che non possono ottenere tutto ciò che desiderano, essi si orientano in
base alle loro possibilità di scelta, agiscono dunque in un ottica razionale di analisi costi benefici: quanto
costa acquistare un bene e qual è la soddisfazione che ricavo, di conseguenza agisce nella maniera più
razionale possibile. La teoria microeconomica, più specifica, si circoscrive al consumatore, che è utile in
quanto il consumo è quello che viene esposto dalle famiglie. Questa ipotesi di razionalità prevede che gli
individui, sebbene in presenza di risorse scarse, sono in grado di raggiungere i propri obiettivi: nel nostro
caso l’obiettivo dell’individuo è quello della massimizzazione del benessere. L’individuo più soddisfatto è
quello che acquista il numero massimo di bene. Per conseguire tale obiettivo si cerca di minimizzare le
risorse necessarie per conseguire tale obiettivo.
I soggetti che operano nel sistema economico sono (in estrema sintesi) le famiglie e le imprese
(successivamente lo stato). Perché i meccanismi di mercato si realizzino è sufficiente la presenza dei due
operatori economici citati. Le famiglie sono l’unità fondamentale del sistema economico, hanno a
disposizione il fattore lavoro. In cambio del lavoro gli individui sanno che possono ottenere un reddito, che
verrà utilizzato per acquistare presso le imprese i beni e servizi a loro necessari. Da un lato le famiglie
offrono lavoro sul mercato del lavoro, dall’altro consumano il proprio reddito sul mercato dei beni e dei
servizi. Il secondo soggetto sono le imprese, le quali domandano lavoro sul mercato del lavoro, acquistano
dalle famiglie il fattore lavoro, mentre dalle altre imprese acquistano fattori produttivi (capitale ovvero
macchinari). Questi due fattori, capitale e lavoro, rappresentano gli imput del processo produttivo. Le
imprese introducono i fattori produttivi all’interno del processo di produzione, il quale termina con gli output
rappresentati dai beni e i servizi forniti. Lo scopo delle imprese è quello di massimizzare il profitto
minimizzando i costi di produzione. In estrema sintesi, le imprese domandano lavoro sul mercato del lavoro,
sul mercato dei beni producono ed investono per la produzione. Le famiglie consumano attraverso il reddito
ottenuto tramite il lavoro, le imprese domandano lavoro ed investono sui macchinari.
Entrando nel dettaglio del processo produttivo, vediamo come funziona la gestione dei fattori di produzione
da parte delle imprese. I fattori produttivi sono il lavoro e il capitale, che sono macro categorie (prima
avevamo anche il fattore terra, ma ad oggi i beni agricoli vengono prodotti sempre di meno nei paesi
sviluppati), dove il lavoro comprende l’insieme dei lavoratori impiegati per la produzione, si tratta di uno
strumento molto snello per l’impresa poiché i lavoratori sono facilmente gestibili anche in momenti di crisi
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Lezioni Economia Politica (Unitelma 15CFU 19/20)

Micro + Macro Parte I – Microeconomia I presupposti di base dell’economia politica sono scarsità delle risorse (le risorse presenti nel sistema economico sono scarse) e i bisogni sono illimitati. Questi primi due presupposti sono in contrapposizione, ma proprio per questo la terza variabile (presupposto) è la razionalità degli individui. Ampliando il quadro, l’analisi economica si basa su questi tre presupposti, dunque partendo dal fatto che le risorse sono scarse, all’interno di una comunità troviamo alcuni bisogni che son costantemente insoddisfatti, le risorse non sono sufficienti per tutti gli individui, questo si traduce nella necessità di dover scegliere all’interno di un arco di possibilità, dunque tutti i soggetti sanno per definizione che non potranno ottenere tutti i beni e servizi necessari per poter soddisfare tutti i loro bisogni (tendenzialmente illimitati), ma sanno che possono scegliere fra un range di servizi. La scarsità delle risorse : siamo obbligati a scegliere all’interno di un insieme limitato di possibilità, questi significa che, se anche prendiamo una società come un unicum, i mezzi disponibili non sono illimitati ma finiti. L’ illimitatezza dei bisogni : gli individui hanno bisogni di varia natura, fra questi vi sono dei bisogni che gli individui tendono a riproporre anche quando il bisogno è soddisfatto. Facciamo l’esempio dell’acqua, è un bisogno che si ripropone quando l’individuo ne necessita nuovamente. In una società occidentale, anche il più restio allo shopping, è costretto, per via dell’usura, ad acquistare vestiti nuovi. Dunque, alcuni bisogni si ripropongono fisiologicamente nel corso della vita dell’individuo. Alcuni bisogni sono dunque oggettivi, mentre altri sono indotti: riproponiamo l’esempio dello shopping, anche il più restio, al momento del bisogno tende a scegliere alcuni marchi rispetto ad altri, questo perché alcuni bisogni oggettivi possono collegarsi a bisogni socialmente indotti. Dunque, molto spesso i bisogni indotti si sovrappongono ai bisogni oggettivi, tendiamo ad acquistare secondo gli insistenti modelli di consumo occidentali. L’ ipotesi di razionalità degli operatori economici : coniuga i primi due presupposti, tenendoci sul generale diciamo che uno degli assunti fondamentali sul quale si basa il pensiero economico è quello della razionalità delle scelte: poiché gli individui sanno che non possono ottenere tutto ciò che desiderano, essi si orientano in base alle loro possibilità di scelta, agiscono dunque in un ottica razionale di analisi costi benefici: quanto costa acquistare un bene e qual è la soddisfazione che ricavo, di conseguenza agisce nella maniera più razionale possibile. La teoria microeconomica, più specifica, si circoscrive al consumatore, che è utile in quanto il consumo è quello che viene esposto dalle famiglie. Questa ipotesi di razionalità prevede che gli individui, sebbene in presenza di risorse scarse, sono in grado di raggiungere i propri obiettivi: nel nostro caso l’obiettivo dell’individuo è quello della massimizzazione del benessere. L’individuo più soddisfatto è quello che acquista il numero massimo di bene. Per conseguire tale obiettivo si cerca di minimizzare le risorse necessarie per conseguire tale obiettivo. I soggetti che operano nel sistema economico sono (in estrema sintesi) le famiglie e le imprese (successivamente lo stato). Perché i meccanismi di mercato si realizzino è sufficiente la presenza dei due operatori economici citati. Le famiglie sono l’unità fondamentale del sistema economico, hanno a disposizione il fattore lavoro. In cambio del lavoro gli individui sanno che possono ottenere un reddito, che verrà utilizzato per acquistare presso le imprese i beni e servizi a loro necessari. Da un lato le famiglie offrono lavoro sul mercato del lavoro, dall’altro consumano il proprio reddito sul mercato dei beni e dei servizi. Il secondo soggetto sono le imprese, le quali domandano lavoro sul mercato del lavoro, acquistano dalle famiglie il fattore lavoro, mentre dalle altre imprese acquistano fattori produttivi (capitale ovvero macchinari). Questi due fattori, capitale e lavoro, rappresentano gli imput del processo produttivo. Le imprese introducono i fattori produttivi all’interno del processo di produzione, il quale termina con gli output rappresentati dai beni e i servizi forniti. Lo scopo delle imprese è quello di massimizzare il profitto minimizzando i costi di produzione. In estrema sintesi, le imprese domandano lavoro sul mercato del lavoro, sul mercato dei beni producono ed investono per la produzione. Le famiglie consumano attraverso il reddito ottenuto tramite il lavoro, le imprese domandano lavoro ed investono sui macchinari. Entrando nel dettaglio del processo produttivo, vediamo come funziona la gestione dei fattori di produzione da parte delle imprese. I fattori produttivi sono il lavoro e il capitale, che sono macro categorie (prima avevamo anche il fattore terra, ma ad oggi i beni agricoli vengono prodotti sempre di meno nei paesi sviluppati), dove il lavoro comprende l’insieme dei lavoratori impiegati per la produzione, si tratta di uno strumento molto snello per l’impresa poiché i lavoratori sono facilmente gestibili anche in momenti di crisi

(l’impresa può facilmente disfarsi o acquistare lavoratori), è dunque un fattore utile ed agevole per l’impresa poiché non richiede grosse riflessioni nel breve periodo. Noi sappiamo che in realtà il tempo nell’economia è difficilmente definibile, non possiamo avere una vera definizione di breve e lungo periodo, diciamo che in generale il breve periodo è così breve da non consentire all’impresa di agire su tutti i fattori produttivi. Per capitale noi intendiamo il capitale fisico, ovvero le macchine, strumento meno agile del lavoratore poiché per acquistare un macchinario l’impresa deve realizzare un profitto extra per investire in macchinari, dunque nella teoria economica l’impresa deve rivolgersi alle banche per richiedere un credito per espandere la sua produzione. Il costo all’impresa è dunque sia quello del macchinario sia quello dell’interesse da pagare alla banca. Dunque, nel breve periodo l’impresa può espandere la produzione acquistando nuovi lavoratori, mentre nel lungo periodo espande la produzione investendo in nuovi macchinari (ricordiamo che secondo la teoria economica l’impresa si rivolge alla banca, sempre). Nei momenti di recessione e crisi economica, la prima cosa che le imprese fanno è disfarsi dei lavoratori (breve periodo), mentre quando vedono che la tendenza a recedere si afferma, intervengono anche sul lungo periodo disfacendosi anche dei macchinari. L’impresa deve dunque saper agire in termini di lavoro e capitale, combinando efficientemente questi due fattori possono entrare efficientemente nel mercato. Il mercato Il mercato è un tema fondamentale perché tutte le economie che conosciamo sono economie di mercato, che hanno dunque abbracciato un sistema di produzione di tipo capitalistico. Quando parliamo delle economie di mercato vediamo un tipo di economia che si caratterizza per tre aspetti: il primo vede come si produce , cosa si produce e per chi si produce. Per creare un quadro introduttivo, diciamo che all’interno del mercato si realizza un processo produttivo. Le risorse, che sono i fattori produttivi o input, vengono divisi in due categorie: il fattore produttivo lavoro e il fattore produttivo capitale (una volta avevamo anche il fattore terra perché le economie avevano ancora un’importante base di produzione agricola). Il fattore produttivo lavoro è il più semplice da gestire e comprendere, parliamo delle risorse umane impiegate nel processo di produzione, l’impresa impiega un certo numero di lavoratori per produrre, esso è il fattore più snello perché quando l’economia è florida l’impresa tende ad assumere facilmente un numero maggiore di lavoratori, ed allo stesso modo quando l’economia va in negativo o rallenta l’impresa interviene per prima sul fattore risorse umane tendendo a disfarsi dei lavoratori. Il fattore produttivo capitale rappresenta il capitale fisico, dunque i macchinari e gli impianti di produzione. Il primo aspetto che deve essere chiaro al produttore è il come produrre , stabilendo una buona combinazione dei due fattori produttivi e stabilire qual è la combinazione perfetta fra tutte quelle tecnicamente possibili. Il meccanismo di base dice che la scelta avviene in base al prezzo dei fattori (l’azienda predilige il fattore lavoro rispetto all’impegno da mettere in campo per acquistare un macchinario), generalmente l’impresa predilige il fattore lavoro sul breve periodo e quello del capitale sul lungo periodo. A seguire, vediamo l’aspetto del cosa si produce : in una situazione perfetta il cosa si produce è automatico, il consumatore tendenzialmente sa che il suo comportamento e le sue scelte mandano dei messaggi ai produttori attraverso la domanda, acquistando un bene si manda un messaggio positivo al produttore. In un contesto globale questo meccanismo è più complicato (ricordiamo lo scandalo della Nike e della produzione fatta da minori sfruttati). Il consumatore anglosassone è molto consapevole, ad esempio a seguito dello scandalo Nike molti hanno smesso di comprare i loro prodotti, ma non per motivi di protesta, ma per motivi di sano mercato, poiché è un segnale mandato al produttore dal consumatore insoddisfatto. In un mercato sano le informazioni fra produttore e consumatore vengono scambiate attraverso l’atto di acquistare il bene proposto. L’ultimo aspetto è quello del per chi si produce , esso riguarda sostanzialmente la distribuzione finale, ma se ci pensiamo bene il target, il fatto che l’impresa sappia già chi è il suo obiettivo, è un modo per agire in modo efficiente sul mercato. Tendenzialmente sappiamo che c’è una piramide del reddito, il produttore quindi deve sapere per quale fetta di popolazione sta producendo: Prada e H&M hanno entrambi ben chiaro per chi stanno producendo i loro prodotti, rispettivamente per fasce di reddito alta e bassa. Questo fatto che sia molto chiaro fa si che sia molto chiaro anche per i consumatore, dunque non si genera confusione sul mercato ed entrambi sono consapevoli del per chi stanno producendo e come orientare le loro politiche e strategie. Questo aspetto ha a che fare anche con la distribuzione: fino a qualche anno fa per ottenere un bene ci si doveva per forza spostare, qui vale molto il principio di soglia di riserva : ciascuno di noi ha una soglia, ovvero sa che per acquistare un bene deve spostarsi di un tot, ed in base ad essa il consumatore sceglie quale bene acquistare. Sapendo che il consumatore ha una forma di pigrizia che lo orienta, una scelta ottimale di

delta di reddito sarà destinato all’acquisto di beni e servizi prodotti in Italia. L’aumento della domanda aggregata di un altro paese, se poi effettivamente porta all’aumento della domanda di beni italiani, può rappresentare un fattore in grado di innescare un processo virtuoso che porta all’aumento della produzione italiana e dunque all’assunzione di più lavoratori italiani. Vediamo come funziona la domanda attraverso la legge della domanda , essa rappresenta un comportamento che vediamo tutti i giorni: in corrispondenza di prezzi più alti, la quantità di beni e servizi che domandiamo si riduce, se invece i prezzi si abbassano la quantità che domandiamo aumenta. Possiamo dire che c’è una relazione inversa fra il prezzo del bene e la quantità di domanda dello stesso bene. Queste relazione è proprio la legge della domanda (prezzo basso domanda alta, prezzo alto domanda bassa, inversamente proporzionali). Possiamo arrivare alla rappresentazione grafica della curva di domanda individuale, dove sulle ascisse abbiamo la domanda del bene, sulle ordinate il prezzo del bene. Ricordiamoci che parliamo di domanda individuale e quindi di un solo soggetto nei confronti di un solo bene. La rappresentazione grafica ci spiega la legge della domanda, in corrispondenza di un prezzo altissimo la domanda potrebbe essere addirittura uguale a zero, ma vediamo anche che man mano che il prezzo cala la domanda aumenta fino al massimo. Le determinanti della domanda vedono anche la presenza di alcune variabili che incidono sullo spostamento della funzione della domanda, queste sono: il reddito del consumatore, le preferenze del consumatore e il prezzo degli altri beni. Il reddito del consumatore ci mostra graficamente una funzione inclinata negativamente, lungo gli assi abbiamo prezzo sulle ordinate e quantità sulle ascisse, se il reddito del consumatore aumenta, aumenta la domanda del bene, se esso aumenta vediamo uno spostamento della retta verso destra, mentre se il reddito diminuisce la funzione di domanda si sposta parallelamente verso sinistra. Dunque, se il reddito aumenta la funzione di domanda si allontana dall’origine degli assi, mentre se il reddito diminuisce la funzione di domanda si avvicina all’origine degli assi. Di base un aumento di reddito permette al consumatore di acquistare una quantità superiore del bene. Ci sono tuttavia delle eccezioni , nella fattispecie due: la prima si verifica nel momento in cui il consumatore è saturo. In microeconomia il livello di soddisfazione del consumatore è chiamato utilità , e rappresenta la sensazione di benessere derivante dall’acquisto di un bene. Sappiamo che l’utilità ha dei rendimenti decrescenti: significa che nel momento in cui acquistiamo il primo panino siamo massimamente soddisfatti poiché rispondiamo al bisogno della fame; il secondo panino che acquistiamo ci da ugualmente soddisfazione, ma non come la prima, fino ad arrivare al punto in cui il consumatore è saturo e non vuole più acquistare un bene o un servizio. Questo punto di saturazione varia moltissimo a seconda dei beni e degli individui. Quando noi siamo saturi e non vogliamo più quel bene, anche se il reddito aumenta la funzione di domanda non si sposta più verso destra, quindi anche in presenza di aumento di reddito la funzione non si sposta perché siamo saturi e non più interessati all’acquisto del bene. La seconda eccezione è quella del caso dei beni inferiori , che si riferisce solitamente ai beni di prima necessità come, ad esempio la benzina: anche quando il reddito aumenta, noi non aumentiamo in maniera proporzionale il consumo di benzina, se il reddito raddoppia noi non compriamo il doppio del pane, semmai un pochino di più ma mai il doppio. Dunque, le determinanti della curva di domanda sono prezzo e domanda. Su questa curva si inserisce la determinante del reddito , in base al reddito il consumatore aumenta o diminuisce la domanda, facendo spostare graficamente la retta parallelamente verso o contrariamente l’origine degli assi. L’aumento o la diminuzione del reddito non

sempre determinano tali spostamenti, in quanto abbiamo due eccezioni: il punto di saturazione e i beni inferiori. La seconda determinante della curva di domanda è la preferenza dei consumatori. A parità di reddito ognuno ha un proprio ordinamento di preferenze, ovviamente le preferenze possono essere gestite dall’impresa. Se l’impresa produce un bene in un modo che al consumatore piace, se il consumatore vede che la qualità migliora a parità di prezzo, ci sono modi per rafforzare le preferenze del consumatore (ad esempio con la reiterazione dell’acquisto). Quando dal singolo consumatore vogliamo passare all’analisi di più consumatori, se un consumatore parla di un determinato bene ad un altro consumatore, anche se la curva di domanda del primo resta la stessa, potrebbe determinare lo spostamento della curva di un altro consumatore. In tutti i casi in cui abbiamo da parte di un consumatore un incremento di preferenze nei confronti di un bene abbiamo uno spostamento verso destra della sua curva di domanda. Quando, ad esempio, il consumato vede nel processo di produzione o nella qualità qualcosa che non gli piace, possiamo avere una contrazione della preferenza nei confronti di quel bene, vedendo uno spostamento della funzione di domanda verso sinistra. Infine, vediamo lo spostamento della curva di domanda individuale in relazione agli altri beni , i quali vengono considerati nel caso in cui siano collegati gli uni agli altri. Abbiamo due categorie: beni sostituibili e beni complementari. Nel primo caso parliamo di beni che possono essere sostituiti l’uno con l’altro (tipo caffè e orzo al bar), nel secondo vediamo beni che vengono consumanti per forza insieme (caffè e zucchero). Poiché due beni sono sostituibili, se aumenta il prezzo di uno aumenta la domanda dell’altro (cala caffè e aumenta orzo): in questo caso l’aumento di domanda di orzo è un riflesso del fatto che l’orzo è un bene succedaneo del caffè e quindi tutti i consumatori che non sono disposti a spendere tot per il caffè si sposteranno verso il consumo di orzo. In questo caso vediamo la curva di domanda del bene caffè che si contrae spostandosi verso l’origine degli assi, mentre la curva di domanda del bene orzo si allontana dall’origine degli assi. Questo è esattamente il contrario di quello che succede nel caso del bene complementare, poiché il consumatore che è abituato a consumare due beni insieme, all’aumentare del prezzo di uno dei due beni, non contrae la domanda solo nei confronti del bene che è aumentato di prezzo, ma la contrae anche nei confronti del bene complementare, nonostante il suo prezzo non sia aumentato. Se aumenta il prezzo della benzina il consumatore limita l’uso della macchina, dunque la funzione di domanda si avvicina all’origine degli assi, ma contemporaneamente sta anche consumando meno olio, quindi automaticamente anche la funzione di domanda dell’olio di sposta verso l’origine. L’ultimo fattore che analizziamo è come passiamo dalla domanda individuale alla domanda di mercato. In realtà noi per ogni diverso livello di prezzo dobbiamo sommare la quantità di domanda di ogni consumatore. Facendo questa operazione per ogni livello di prezzo possiamo arrivare alla costruzione della curva di domanda di mercato. Offerta di mercato Abbiamo visto che la domanda di mercato viene effettuata dai consumatori, mentre l’offerta è fatta dai produttori. Essa indica la quantità di un bene che i produttori sono disposti a vendere per ogni livello di prezzo. Così come la domanda aumenta al diminuire del prezzo, il produttore incrementa l’offerta al crescere del prezzo. Consideriamo che il produttore agisce con l’obiettivo fondamentale di massimizzare i proprio profitto, che è dato dalla differenza fra ricavi totali e costi totali, e ancora che il ricavo totale è dato dal prodotto di prezzo per quantità. Va da se che se aumenta il prezzo aumenta il ricavo totale e quindi il profitto. L’impresa ha una serie di costi da sostenere, come i costi di produzione, che possono essere legati a fattori nazionali (sistema chiuso) o anche delocalizzati (sistema aperto, globalizzato). Ricordiamo che il profitto si ottiene dalla vendita dei beni, l’impresa deve quindi rendere massima la distanza fra i ricavi totali che ottiene vendendo i beni prodotti e i costi che ha sostenuto producendo questi beni, è dunque fondamentale ricordare che i ricavi si ottengono dalla vendita e non dalla produzione, poiché se l’impresa non vende non ottiene ricavi e quindi profitti. Così come per la domanda, abbiamo anche una legge fondamentale dell’offerta , questa spiega la relazione diretta fra quantità offerta e livello del prezzo:

L’altro fattore che consideriamo è la tecnologia , quando si verifica un’innovazione tecnologica si può: o produrre di più, o abbattere i costi di produzione, in ogni caso si traduce in un beneficio perché in entrambi i casi si possono offrire quantità maggiori di prodotto, quindi in entrambi i casi la funzione di produzione di sposta verso destra. In un’ipotesi di concorrenza perfetta e quindi secondo la teoria neoclassica, lo spostamento della funzione di produzione varrebbe per tutte le imprese perché ci sarebbe una equa circolazione delle informazioni. Nella realtà non è così perché le informazioni sono un bene fondamentale e le imprese investono denaro nelle innovazioni tecnologiche. L’ultimo fattore sono le aspettative dell’impresa : quando un agente economico ha un’aspettativa adotta un comportamento che fa si che quell’evento accada. Immaginiamo che le imprese attendano un incremento del prezzo dei fattori produttivi, quindi cerca di acquistare un numero maggiore di fattori produttivi, aumentando quindi la quantità offerta in quel momento, aumenta la domanda dei fattori produttivi e quindi il prezzo aumenta, facendo così avverare l’aspettativa. Questo aspetto è quindi definito auto avverante. Infine, vediamo come si passa da offerta individuale all’offerta di mercato. Rappresenta il passaggio dal contesto in cui abbiamo un solo produttore che produce un solo bene, al contesto in cui abbiamo tutti i produttori che producono quel dato bene, come nel caso della domanda, per l’offerta si crea la curva dell’offerta di mercato sommando le curve di offerta individuali in corrispondenza dei vari livelli di prezzo. L’incontro e l’equilibrio avviene quando tutta l’offerta di mercato di un dato bene si incontra con tutta la domanda di mercato di quel bene. Dall’intersezione fra offerta e domanda troviamo effettivamente l’equilibrio di mercato. Meccanismi che regolano domanda e offerta Analizziamo i meccanismi di base che sono dei fattori in grado di spiegare la domanda dei consumatori e l’offerta dei produttori. Quando ci approcciamo ai mercati cerchiamo di capire come agiscono consumatore e produttore, cerchiamo quindi di comprendere che sia il produttore che il consumatore agiscono in base alla variabile fondamentale del prezzo , dove il consumatore tende a minimizzarlo e il produttore a massimizzarlo. Come si modifica il comportamento dei consumatori e produttori a seguito delle variazioni di prezzo? Parliamo dell’elasticità. L’ elasticità della domanda rispetto al prezzo misura la sensibilità della quantità domandata rispetto a variazioni di prezzo, quando parliamo di elasticità della domanda dobbiamo parlarne in valori assoluti, poiché la relazione che abbiamo fra prezzo e domanda è sempre una relazione negativa. Può anche essere definita come la variazione percentuale della quantità domandata di un bene che viene determinata dalla variazione percentuale del prezzo di quel bene. Perché parliamo di variazione percentuale? Se io dico che la quantità domandata di un bene si è ridotta di 100 unità non posso stimare se 100 sia tanto o poco se non prendo in considerazione la quantità iniziale. Quindi, se il prezzo diminuisce di 5€, un conto è dire che è diminuito su un prezzo di 5,50€ un conto è dire che è diminuito su un prezzo di 1000€. Dunque, non è sufficiente misurare la variazione ∆Q (variazione della quantità) o il ∆P (variazione di prezzo), perché da soli non ci danno l’idea della portata della variazione. Questa portata la otteniamo solo misurando il ∆Q sulla quantità iniziale e ∆P sul prezzo iniziale. Il coefficiente di elasticità di fronte al prezzo viene dato da Epsilon, che è il coefficiente di elasticità che è uguale a ∆Q su Q fratto ∆P su P. Quindi, la funzione del coefficiente di elasticità della domanda rispetto al prezzo è: variazione della quantità rispetto alla quantità iniziale fratto variazione del prezzo sul prezzo iniziale. Come dicevamo, il coefficiente di variazione della domanda si esprime sempre in valori assoluti, cioè lo esprimiamo in valori assoluti perché altrimenti sarebbe sempre negativo poiché risente della relazione inversa fra prezzo e quantità. Possiamo vedere qual è la scala di valori che può assumere il coefficiente di elasticità rispetto al prezzo " Perché studiamo il coefficiente di elasticità? Perché ci spiega la sensibilità della domanda rispetto al prezzo, con il presupposto che ci sia sempre una relazione fra prezzo e domanda. Per

questo, il primo caso è un caso scuola, un caso estremo, poiché il la quantità varia sempre al variare del prezzo. Nel secondo caso, quando la domanda è anelastica, i consumatori esprimono una domanda che è poco sensibile a variazioni di prezzo, un esempio di beni del genere sono i beni essenziali il cui consumo non risente dell’andamento del prezzo, come il pane: se il prezzo cala anche del 50%, la domanda aumenterà di una percentuale molto bassa. Quando il coefficiente è uguale a 1 la domanda ha un’elasticità unitaria e anche questo è un caso abbastanza estremo come il primo, è infatti molto raro: quando l’elasticità è unitaria la quantità domandata varia in percentuale uguale rispetto alla variazione del prezzo (il prezzo di riduce del 20%, la quantità aumenta del 20%). Abbiamo poi la domanda elastica, quando il coefficiente è superiore all’unità, ed è il caso in cui al variare del prezzo la quantità domandata varia in percentuale maggiore rispetto alla variazione del prezzo, in questo caso la domanda è particolarmente sensibile (prezzo si riduce del 20%, domanda aumenta del 35%). La domanda è anelastica nei casi di beni di prima necessità, invece è elastica per beni non necessari (come il trasporto aereo a seguito della rivoluzione delle compagnie low-cost). Infine, abbiamo il coefficiente di elasticità che tende a infinito, altro caso scuola, secondo cui il consumatore acquista solo a quello specifico prezzo, e se esso varia non domanda più. Questo ultimo caso è quello che ritroviamo nel modello di concorrenza perfetta. Graficamente: Domanda rigida: troviamo sull’asse delle ordinate il livello dei prezzi e sull’asse delle ascisse il livello di quantità, e vediamo che il consumatore acquista una quantità Q con 0 a prescindere dal livello di prezzo, vediamo quindi una retta parallela all’asse delle ordinate. Domanda perfettamente elastica: il prezzo è fisso e in corrispondenza di questo prezzo il consumatore acquista varie quantità possibili, ma se il prezzo varia in qualunque direzione non acquista affatto. Domanda inclinata normalmente: una domanda inclinata negativamente da sinistra verso destra, in cui la quantità domandata varia in funzione del prezzo (prezzo più alto, quantità più bassa; prezzo più basso, quantità più alta). Possiamo inoltre individuare i diversi valori del coefficiente di elasticità lungo una medesima curva di domanda inclinata negativamente da sinistra verso destra, dove possiamo avere un coefficiente tendente a infinito sull’intercetta fra funzione di domanda e asse delle ordinate e che sostanzialmente da questo punto in poi il valore del coefficiente di elasticità si presenta decrescente, quindi il primo tratto è il tratto è elastico (superiore all’unità), un punto che divide esattamente in due la funzione di domanda dove il coefficiente di elasticità è uguale a 1, abbiamo poi il secondo tratto della curva di domanda dove la domanda è anelastica (beni necessari), mentre sull’intercetta della curva di domanda sull’asse delle ascisse un coefficiente di domanda pari a 0, quindi rigido. L’elasticità della domanda è molto utile ai produttori che operano sui mercati nazionali e internazionali per capire il grado di sensibilità del proprio consumatore rispetto ad una variazione di prezzo, che è un aspetto fondamentale per la determinazione del prezzo al momento dell’immissione sul mercato, e anche per eventuali strategie future di variazione di prezzo. L’ elasticità dell’offerta misura la sensibilità dell’offerta di mercato rispetto alle variazioni di prezzo, passiamo dunque a parlare del produttore, ricordiamoci che l’obiettivo del produttore è di massimizzazione del profitto, il quale è dato dalla differenza fra costi totali (costi fissi + costi variabili) e ricavi totali, e tutte le variabili restano ferme, all’aumentare del prezzo aumenta il profitto, così come dice la legge fondamentale dell’offerta. Il coefficiente di elasticità è il medesimo della domanda, ma in questo caso non lo stimiamo in

(vincolo di bilancio P1Q1 + P2Q2 minore o uguale R ) , in aggiunta a ciò, il fatto che il consumatore è razionale implica che la sua spesa sia esattamente pari a R. Casistica: abbiamo innanzitutto due situazioni, quella in cui il consumatore spende tutto il suo reddito in P1, dove graficamente la spesa intercetta l’asse con la retta Q1 (Q2 è quindi uguale a 0), e viceversa quella in cui il consumatore spende tutto il suo reddito in P2 e quindi graficamente la spesa intercetta l’asse con la retta Q2 (Q1 è quindi uguale a 0). Intercettando i punti lungo la retta individuiamo le varie quantità di beni che il consumatore ha acquistato. Mentre i punti interni all’area disegnata dalla retta includono il fatto che il consumatore non abbia speso tutto il suo reddito. Il vincolo di bilancio preclude ogni scelta di combinazioni che si trovino a destra della retta di bilancio. Il vincolo di bilancio 2 Il vincolo di bilancio rappresenta l’ammontare di reddito che limita le possibilità di scelta del consumatore, definisce dunque l’ insieme di combinazioni di beni accessibili. Il vincolo di bilancio è graficamente descritto dalla retta di bilancio , la quale si ottiene con l’equazione p1q1 + p2q2 = R , dove p è il prezzo dei beni e q sono i beni. La retta si realizza sul piano cartesiano individuando la quantità massima dei beni acquistabili con totale pari al reddito. L’area che si ricava unendo i due punti rappresenta tutte le combinazioni possibili acquistabili. Il reddito del consumatore costituisce un vincolo in quanto definisce la spesa massima che esso può affrontare. La retta di bilancio varia a seconda di: aumento del reddito a parità di prezzi (la retta si sposta parallelamente verso l’alto), diminuzione del prezzo di uno dei beni (la retta diviene più ripida), aumento del prezzo parallela senza variazioni di reddito (la retta di sposta parallelamente verso il basso). Punti interni , il consumatore viene definito razionale se spende tutto il suo reddito. Mentre in un’ ottica di massimizzazione del benessere il consumatore rinuncia ad un benessere potenziale (non spende tutto il suo reddito). Preferenze del consumatore Partendo dall’assunto che l’individuo è razionale, ipotizziamo che i consumatori sceglieranno la migliore combinazione di beni in modo tale da soddisfare le loro preferenze. L’ ipotesi di razionalità implica che gli individui massimizzino il proprio benessere, spendendo però tutto il reddito. Il livello di benessere o soddisfazione che deriva dal consumo di un determinato bene è chiamato utilità. Il livello di utilità cresce al crescere della quantità di bene posseduto. L’ utilità totale è dunque crescente, ma, dosi eccessive di un bene possono tradursi anche in male. La variazione dell’utilità totale prodotta dal consumo eccessivo di un bene (punto di saturazione) è descritta dall’ utilità marginale. L’utilità marginale è data dal rapporto tra la variazione dell’utilità totale e la variazione del consumo del bene: il punto di saturazione rappresenta quel punto in cui l’utilità totale comincia a decrescere e l’utilità marginale scende sotto lo zero, dunque al crescere della quantità di bene posseduta si raggiunge un punto di saturazione nel quale l’utilità dell’ennesima unità di bene consumato assume un valore pari a zero, ed oltre al quale diventa negativa creando disutilità. Formula : UTA = f(qA) , dove UTA è l’utilità totale del bene A, ed esso è funzione delle quantità possedute di qA , ovvero dello stesso bene. Curve di indifferenza La curva di indifferenza rappresenta tutte le combinazioni di due beni che danno al consumatore lo stesso livello di soddisfazione. Ipotizzando l’esistenza di due soli beni, dunque la curva di indifferenza assume un aspetto concavo e decrescente da sinistra verso destra, poiché entrambi i beni arrecano la stessa utilità totale al consumatore. Assiomi della curva di indifferenza , ogni curva di indifferenza soddisfa tre assiomi:

Completezza : il consumatore è in grado di classificare in ordine di preferenza tutte le alternative di consumo tra le quali può scegliere. Transitività : se un consumatore preferisce il bene A al bene B, e se preferisce il bene B al bene C, preferisce necessariamente il bene A al bene C. Non sazietà : per il consumatore una quantità maggiore di un bene è sempre preferibile ad una quantità minore. Osservando l’andamento della curva di indifferenza, affermiamo che un punto sotto la linea la soddisfazione è minore, lungo la linea la combinazione da il medesimo livello di soddisfazione, mentre sopra la linea la soddisfazione è maggiore. Per spiegare perché la curva di indifferenza è concava, viene introdotto il concetto di saggio marginale di sostituzione , il quale determina graficamente la pendenza della curva e che indica la quantità di bene a cui si è disposti a rinunciare per ottenere una quantità aggiuntiva dell’altro bene mantenendo la soddisfazione costante. I consumatori sono disposti a cedere parte dei beni che possiedono in abbondanza, per ottenere una quantità maggiore di beni posseduti in piccola quantità. L’insieme di curve di indifferenza è chiamato mappa delle curve di indifferenza , queste curve descrivono le preferenze di un individuo per tutte le possibili combinazioni di due beni, quanto più una curva di indifferenza è lontana dall’origine, tanto maggiore è la quantità di beni, e per via dell’assioma di non sazietà, il consumatore preferisce sempre quella più distante dall’origine. MA , la scelta del consumatore dipende dal suo vincolo di bilancio , dato dal suo reddito, dunque la scelta coinciderà (punto di tangenza) con quella curva di indifferenza che coincide con la retta di bilancio. Funzioni di produzione Per processo di produzione intendiamo gli input, ovvero i fattori produttivi che consentono di ottenere gli output ovvero i prodotti finali. È necessario esaminare quindi i fattori produttivi, che riuniamo in tre macro categorie: lavoro , materie prime e capitale (macchinari). La funzione di produzione indica la quantità massima di output che l’impresa riesce a produrre combinando i vari input. Essendo lavoro e materie prima variabili, spesso vengono assimilate, dunque per la funzione di produzione vengono presi in considerazione lavoro ( L ) e capitale ( K ). Dunque, la funzione di produzione si traduce in Q (quantità, livello di produzione realizzabile) = f(K,L) , l’output dunque è funzione di capitale e lavoro. Essa ci da conto della relazione fra livello di produzione e quantità dei fattori produttivi che vengono impiegati nel processo, la relazione è quindi diretta, ciò vuol dire che la quantità aumenta all’aumentare dell’utilizzo di uno o di entrambi i fattori di produzione. Occorre comunque fare una precisazione fra lungo e breve periodo: nel breve periodo non c’è una definizione univoca in termini di tempo, ma viene identificato come quel periodo in cui l’impresa non è in grado di variare tutti i fattori della produzione (come il capitale); il lungo periodo è definito come l’arco di tempo in cui l’azienda riesce a modificare tutti i fattori produttivi. Tornando alla funzione di produzione, osserviamo come Q aumenti all’aumentare di uno dei due fattori produttivi o all’aumentare contestuale di entrambi. Per analizzare questo aspetto introduciamo l’aspetto del prodotto marginale e del prodotto medio: quanto varia il prodotto totale al variare del fattore produttivo? La produttività marginale misura la variazione del prodotto totale al variare del fattore produttivo, questa misura è fondamentale per analizzare il comportamento del produttore perché è quel calcolo che fa sì che un’impresa decida quanti lavoratori assumere (se si assume un nuovo lavoratore si ha un aumento di produzione o meno). La produttività media invece misura il rapporto fra il livello di quantità prodotta e la quantità di fattore produttivo, ci dice quindi la produttività media di ogni singolo lavoratore. All’aumentare del prodotto marginale, quindi quando aumentiamo lavoratori, gli incrementi del prodotto possono essere di tre tipi: costanti , crescenti o decrescenti. Cosa vuol dire? Possiamo immaginare che ciasciun lavoratore apporta una quantità marginale uguale al lavoratore successivo e via dicendo per il primo caso, per il secondo caso il lavoratore successivo apporta una quantità marginale superiore al precedente, nel terzo caso il contrario del secondo: in questo caso conviene assumere fino a che non arriviamo ad apporto 0. Figura 1 : produttività marginale

A livello pratico la prima ora lavorata e le successive due sono quelle solitamente più produttive, quindi graficamente per le prime ore la funzione di produzione appare crescente, mentre da un certo numero di ore lavorate in poi comincia a diventare decrescente con tendenza ad appiattimento. Medesima situazione è quella in cui, tenendo conto del fatto che il capitale è fisso, all’aumentare dei lavoratori prima o poi si arriverà addirittura ad una flessione della funzione di produzione in quanto praticamente ci si troverebbe con troppi lavoratori su un solo macchinario, arrivando al punto in cui assumere lavoratori sarebbe inutile. Quella rappresentata a lato è la funzione di produzione più aderente alla realtà in assoluto. A questo punto introduciamo la funzione di produzione in cui facciamo variare due fattori produttivi. Ci troviamo qui nel lungo periodo. Con il Q sovrasegnato ci troviamo davanti alla funzione di isoquanto , ossia la quantità è stabile e quello che varia è la combinazione dei due fattori produttivi. L’isoquanto ha un andamento decrescente da sinistra verso destra, è negativo e curvilineo: esso è curvilineo (o concavo) perché quando si riduce l’impiego di un fattore dobbiamo aumentare l’altro fattore produttivo. Riducendo il fattore K si deve aumentare il fattore L, il rapporto è sempre proporzionale. Questa proporzionalità è spiegata dal saggio marginale di trasformazione che ci da la misura del rapporto fra la diminuzione di un fattore produttivo e l’aumento dell’altro fattore produttivo, ovvero fra le variazioni dei due fattori produttivi, l’acronimo è SMT ed è dato una variazione del capitale fratto la variazione del lavoro preceduta dal segno meno perché c’è una relazione inversa (all’aumentare di uno siminuisce l’altro). L’SMT ci spiega quindi il grado di sostituibilità fra i due fattori produttivi e ci spiega come varia il fattore capitale al variare del fattore lavoro. Una mappa di isoquanti è caratterizzata da una serie di isoquanti che individua diverse quantità prodotte. Funziona così: l’impresa fissa la quantità prodotta, ad esempio 55, si dice che questa quantità può essere prodotta con varie combinazioni di capitale e lavoro: tutte le combinazioni di quantità e lavoro che si trovano sullo stesso isoquanto producono la stessa quantità di prodotto. Ogni isoquanto individua un preciso livello di produzione, quindi vi saranno tanti isoquanti tanti sono i livelli di produzioni. Man mano che ci allontaniamo dall’origine degli assi il livello di produzione dell’isoquanto è maggiore, ed è chiaro che all’impresa fa piacere allontanarsi quanto più possibile dall’origine degli assi, tutto questo però facendo i conti con i costi. Passiamo dunque ora dalla produzione ai costi: le imprese hanno un vincolo che è dato dai costi. Ogni impresa mira alla massimizzazione dei profitti (costo totale meno ricavo totale). Per capire come massimizzare il profitto è necessario capire l’andamento dei costi, attraverso una funzione. La funzione dei costi esprime la relazione tra la quantità prodotta e i costi (tanto più aumenta la quantità tanto più aumentano i costi) quindi CT = f(Q). la produzione totale è a sua volta una funzione di capitale e lavoro, quindi la Figura 3 : funzione di produzione a due variabili, isoquanto Figura 4 : saggio marginale di trasformazione

quantità prodotta è funzione di capitale che è fattore fisso e lavoro che è fattore variabile. Andando a scomporre quindi il costo vediamo che è composto da costi fissi e costi variabili , dunque CT = CF + CV. I costi fissi non dipendono dal livello di produzione ed hanno lo stesso ammontare indipendentemente dalle unità prodotte. Un esempio di costo fisso può essere il costo dell’affitto dei locali in cui avviene la produzione, che non cambia al variare della produzione. I costi variabili invece variano al variare della produzione, e quindi sono una funzione della quantità prodotta (più scarpe si producono maggiore sarà la quantità di pelle da acquistare). Graficamente : vediamo come il costo fisso abbia una rappresentazione lineare e parallela all’asse delle ascisse. Il costo variabile invece variando al variare della produzione viene rappresentato graficamente con un andamento non lineare. Per quanto riguarda il costo totale vediamo come abbia il medesimo andamento del costo variabile, ma non parte da zero, bensì da 50, ovvero dall’intersezione fra retta di costo fisso e asse delle ordinate. Il costo totale è la somma fra costo fisso e costo variabile. Il prodotto marginale decrescente ha un effetto importante sull’andamento dei costi perché ogni lavoratore in più che viene aggiunto fa aumentare la produzione in modo decrescente, ma a ciascun lavoratore dobbiamo corrispondere lo stesso salario. Dunque, se l’ultimo lavoratore ci produce di meno rispetto al lavoratore precedente, ma lo paghiamo uguale, vuol dire che stiamo spendendo di più, quindi l’ultimo lavoratore ci costa in realtà di più rispetto al precedente. La variazione di costo dovuta alla variazione di quantità si chiama costo marginale (quanto mi costa produrre un’unità in più di questo bene), che rappresenta l’incremento di costo totale che dobbiamo sostenere quando aumentiamo la quantità prodotta: se passiamo da 10 a 11 unità abbiamo un incremento di quantità prodotta di 1 unità. Quanto costa produrre una quantità in più? Il costo marginale è dato dalla variazione del costo totale al variare della quantità prodotta, deriva in effetti dalla variazione del costo variabile al variare della quantità (perché i costi fissi sono sempre quelli), possiamo riassumerlo nella formula qui accanto. Un altro tipo di costo da considerare è il costo medio (ricordiamo che deve considerare anche il costo totale dato da costi fissi più variabili, i costi marginali che indicano quanto costa produrre un’unità in più): in media quanto costa produrre una unità del bene. I costi medi si ottengono dividendo i costi totali per il numero di unità prodotte. I costi medi si distinguono in tre tipi: costi medi fissi , costi medi variabili e costi medi totali. I costi medi fissi si ottengono dividendo i costi fissi per la quantità (CF/Q), i costi medi variabili si ottengono dividendo i costi variabili per la quantità (CV/Q) ed infine i costi medi totali si ottengono dividendo i costi totali per la quantità (CT/Q). Graficamente: avremo innanzitutto dei costi medi fissi che sono decrescenti, questi vengono trattati per primi perché abbiamo visto avere un andamento parallelo rispetto all’asse delle ascisse. Tuttavia, il costo medio fisso è un costo che si riduce progressivamente fino quasi ad annullarsi: immaginiamo un costo fisso di 50€ ma produciamo una sola unità di bene, quindi questa unità costerà minimo 50€ (perché CF/Q), se noi però aumentiamo la scala della produzione e ne produciamo 50, il costo medio fisso sarà dato da 50/50, questo significa che sarà pari ad un euro. Questa valutazione è legata alle economie di scala e ci spiega perché all’impresa conviene aumentare la scala di produzione, perché in effetti se aumentiamo la quantità di beni prodotta possiamo spalmare il costo fisso su un numero maggiore di unità di bene prodotto ed i costi che sosteniamo diventano via via più bassi, spalmando i costi fissi potremo così diminuire il prezzo essere dunque più competitivi sul mercato riuscendo ad abbassare i prezzi. Andiamo avanti con il costo marginale che graficamente ha un andamento inizialmente crescente e poi decrescente, esso ha questo andamento

ad una banca per chiedere di finanziare il loro investimento (capitale fisico), a fronte di questa richiesta le banche richiedono in cambio un certo ammontare del denaro prestato che viene catalogato sotto forma di interesse, c’è quindi un tasso d’interesse che viene applicato al denaro preso in prestito dalle imprese e quanto più elevato sarà questo tasso tanto più sarà ragionata la scelta di effettuare l’investimento. Accanto al tasso d’interesse consideriamo poi il profitto atteso , poiché le imprese da un lato agiscono in base al tasso d’interesse che viene applicato e dall’altro la decisione di effettuare un investimento viene presa in base al profitto che l’impresa si aspetta di ottenere. Immaginiamo che l’impresa voglia acquistare un nuovo macchinario, prima di farlo deve fare due conti: andare in banca e chiedere quanto costerà l’investimento in termini di interessi (ad esempio, in 5 anni 100mila euro), poi elaborare una previsione sui rendimenti (profitti) che si attende di ottenere grazie all’aumento della produzione che realizzerà grazie all’acquisto del macchinario. Se immaginiamo che il costo in termini di interessi sia pari a 100mila euro, il minimo del rendimento atteso dovrà essere pari a 100mila euro per permettere di fare l’investimento, viceversa nessuna impresa investirebbe mai nel macchinario. Possiamo dire che il rapporto fra il salario e il prezzo del capitale è uguale al rapporto fra la variazione del capitale e la variazione del lavoro, ovvero il saggio marginale di trasformazione. Graficamente: abbiamo una mappa di rette di isocosto (C0, C1, C2), le tre rette non sono curve, e sempre mediante il saggio marginale di trasformazione vediamo la sostituibilità dei fattori capitale e lavoro. In questo caso la retta C0 individua la funzione di isocosto più vicina all’origine, quindi quella il cui costo è più basso, mentre all’opposto C2 individua la funzione di produzione il cui costo è più elevato. Immaginiamo che l’impresa volesse posizionarsi sulla retta di isocosto C perché essa ci garantisce una maggiore possibilità di acquisto di capitale e lavoro, quindi di produrre di più. Chiaramente però l’impresa convive con un vincolo, che è la stessa funzione di isocosto, poiché l’impresa sa di poter sostenere un costo dato. Su ciascuna di queste funzioni individuiamo varie combinazioni di capitale e lavoro che garantiscono il massimo costo sostenibile. Come si ottiene quindi l’ ottima scelta dei fattori produttivi? Dal punto di vista dell’impresa sappiamo qual è la quantità massima che vogliamo raggiungere e riusciamo ad identificare la combinazione di fattori produttivi necessari grazie alla funzione dell’isoquanto. Ancora, sappiamo qual è la nostra massima soglia di spesa, ovvero il costo massimo che possiamo sostenere per il processo produttivo grazie alla funzione dell’isocosto , come riusciamo ad arrivare al nostro equilibrio? Semplicemente nel punto di tangenza dell’isoquanto con l’isocosto. Graficamente : poniamo sull’asse delle ordinate il capitale e sull’asse delle ascisse il lavoro, disegniamo i nostri tre isocosti e poi sappiamo su quale ci posizioniamo scegliendo la quantità individuata dall’isoquanto più lontano possibile dall’origine degli assi, ma che comunque ci garantisca la tangenza con la funzione di isocosto. Quindi, quello che dobbiamo fare nella costruzione grafica degli ottimi fattori produttivi è partire dai vincoli, ovvero dalle funzioni di isocosto, tracciare varie funzioni di isocosto e individuare l’isocosto massimo che possiamo sopportare, dopodiché possiamo scegliere nella mappa di isoquanti quello più lontano dall’origine degli assi (quanto più l’isoquanto è lontano dall’origine degli assi, maggiore è la quantità che possiamo produrre) ma che comunque garantisca la tangenza con la retta di isocosto, poiché la tangenza garantisce l’ottima combinazione. Nel punto E troviamo quindi l’ottima combinazione dei fattori produttivi, il che significa che solo su questo punto noi riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi, ovvero riusciamo contestualmente a minimizzare i costi e massimizziamo la quantità. Una volta individuato il punto E dall’impresa è possibile capire l’ottima combinazione dei fattori produttivi che gli garantisce di arrivare all’equilibrio. Dal grafico capiamo che per raggiungere l’equilibrio perfetto bisogna impiegare una quantità Figura 5 : mappa di isocosti

di capitale pari a K1 e una quantità di lavoro pari a L1, solo in questo caso si possono raggiungere gli obbiettivi di minimizzazione dei costi e massimizzazione della quantità. Solo nel punto E la pendenza dell’isoquanto (che misura il saggio marginale di sostituzione tra i due fattori di produzione) coincide con la pendenza dell’isocosto (che misura il rapporto fra i prezzi dei fattori produttivi). Cosa accade invece se ci troviamo in una prospettiva dinamica? L’equilibrio si modifica se cambiano le variabili che l’hanno determinato, ad ogni variazione l’impresa individua una nuova posizione di equilibrio. Molto spesso le variabili di partenza che hanno portato all’ipotetico equilibrio vengono modificate da fattori esterni o da decisioni dell’impresa. L’equilibrio cambia, ad esempio, quando si verifica la variazione del prezzo di uno dei due fattori produttivi, questo cambia la pendenza dell’isocosto e l’impresa deve quindi individuare il nuovo punto di tangenza con la curva di isoquanto. Graficamente: una volta tracciata la funzione di isocosto lineare da sinistra verso destra, tracciamo la nostra funzione di isoquanto che è una funzione curvilinea decrescente da sinistra verso destra, nel punto E si realizza l’ottima combinazione dei fattori produttivi, quindi l’impresa si trova a realizzare contemporaneamente i suoi due obiettivi, massimizzazione di quantità prodotta e minimizzazione dei costi. Introduciamo ora la prospettiva dinamica , se il prezzo del lavoro aumenta, la retta di isocosto diviene più inclinata, si determina quindi una nuova combinazione di fattori produttivi. La variazione del prezzo di uno dei fattori produttivi non ha nessun effetto sull’isoquanto, perché esso rimane invariato, di fronte quindi al medesimo isocosto, dobbiamo individuare il nuovo punto di equilibrio con il nuovo isoquanto. Entrando nel dettaglio, vediamo che nel punto E abbiamo una quantità di lavoro pari a L1 e un quantità di capitale pari a K1, se il prezzo del lavoro aumenta l’impresa ridurrà il peso del fattore lavoro, che costa di più, a vantaggio del peso del fattore capitale, il cui prezzo è invariato. In questo caso quindi vediamo che nel punto B, il nuovo punto di equilibrio e di tangenza fra isocosto e isoquanto, troviamo una quantità di capitale più elevata pari a K2 e un quantità di lavoro più bassa pari a L2. Questa variazione nell’inclinazione della retta e nell’equilibrio (quindi nella combinazione capitale e lavoro) è tutta determinata da un incremento nel livello del prezzo lavoro. Approfondiamo adesso la retta di espansione , essa è una sintesi di quello che abbiamo detto finora, poiché consiste in una retta che mostra tutte le combinazioni di capitale e lavoro che possono essere usate per produrre al minimo costo ciascun livello di produzione, l’impresa può utilizzarla per produrre al minimo costo ciascun livello di produzione. Graficamente: poniamo sempre sulle ascisse il lavoro e sulle ordinate il capitale, troviamo un primo equilibrio disegnando le nostre funzioni di isocosto e isoquanto. Immaginiamo poi di poter aumentare il livello dei costi, che vuol dire aumentare la scala di produzione, troviamo un nuovo punto di equilibrio, poi ne disegniamo un’altra ancora con il medesimo meccanismo. Abbiamo così trovato tre punti di equilibrio dei fattori di produzione, poiché nel tempo l’impresa è riuscite a produrre di più, vendere di più e sopportare costi più elevati. Unendo questi tre punti di equilibrio arriviamo al sentiero dell’espansione, quindi alla retta di espansione. Essa è importante perché ci spiega come si comportano le imprese nel momento in cui riescono ad aumentare la scala di produzione, quindi nel momento in cui il vincolo dei costi può essere allentato in quanto l’azienda si trova in un momento positivo che la porta a poter

ricavo totale passando da 11 a 12 unità di bene vendute ( RMg= ∆RT /∆q ). Il ricavo medio si riferisce ad una singola unità in media, vale a dire, produciamo e vediamo 10 unità di bene in media, quanto ricaviamo da 1 di questi beni. Il ricavo medio o unitario è quindi dato dal ricavo totale sulla quantità di beni ( RMe=RT/q ). ricordiamo che il ricavo totale è dato per prezzo per quantità, quindi il ricavo medio è in realtà prezzo x quantità su quantità, quindi il ricavo medio coincide sempre con il livello dei prezzi. In tutti i tipi di mercato il ricavo medio coincide sempre con il livello dei prezzi. In concorrenza perfetta l’impresa non può stabilire il livello di prezzo del bene prodotto, questo perché il bene che ogni impresa produce è omogeneo, uguale a quello prodotto dalle altre imprese. Laddove un’impresa decidesse di alzare il livello del prezzo, in un mercato di concorrenza perfetta, il consumatore semplicemente non comprerebbe il bene prodotto da quell’impresa. Per contro, laddove l’impresa decidesse di abbassare il livello dei prezzi, anche le altre imprese lo abbasserebbero e porterebbe solo ad una diminuzione dei ricavi. Dunque, qualsiasi sia la quantità di bene prodotto che l’impresa decida di immettere sul mercato, il prezzo sarà sempre lo stesso, questa caratteristica si trova solo nel mercato di concorrenza perfetta, poiché in generale la legge dell’offerta di dice praticamente il contrario. Per questi motivi, solo nel mercato di concorrenza perfetta, il prezzo coincide sia con il ricavo marginale che con il ricavo medio. Graficamente: sull’asse delle ordinate abbiamo il prezzo e su quello delle ascisse la quantità. A sinistra vediamo il ricavo marginale e medio, poiché ogni unità aggiuntiva viene sempre venduta allo stesso prezzo, l’andamento è quindi costante e parallelo all’asse delle ascisse. A destra vediamo il ricavo totale che ha un andamento lineare e crescente, poiché aumenta all’aumento delle unità vendute, è una retta perché il ricavo totale aumenta proporzionalmente al prezzo stabilito sul mercato che non varia mai. Graficamente: per massimizzare il profitto in concorrenza perfetta possiamo utilizzare due tipologie di grafico, posizioniamo innanzitutto costi, ricavo e profitto sull’asse delle ordinate, e sull’asse delle ascisse la quantità prodotta. I costi hanno un andamento crescente, il ricavo ha un andamento con rendimenti decrescenti. Il punto fra A e B è la massima distanza che troviamo fra le due funzioni di costo e di ricavo, quindi è la parte in cui si massimizza il profitto. Abbiamo un livello di produzione da 0 a Q0 che si trova al di sopra della funzione dei ricavi, il profitto è dunque negativo ed il comportamento è irrazionale. Nell’area compresa fra Q a Q, quindi il livello di equilibrio i ricavi sono superiori ai costi e il profitto è crescente, ma comunque ci sono dei margini per aumentare il profitto, dunque il produttore razionale ferma la produzione in corrispondenza dell’area Qstar. È vero che oltre Q i ricavi sono superiori ai costi, ma il profitto diventa decrescente, quindi in questo caso al produttore non conviene produrre in quell’area perché agisce anche la domanda, che vede in un prezzo elevato la ragione per diminuire l’acquisto. Abbiamo dunque detto che l’ impresa concorrenziale è un’impresa price taker , poiché recepisce il prezzo che viene stabilito dall’intersezione fra funzione di domanda e di offerta. La grande distinzione che dobbiamo tenere a mente è che ragioniamo sul piano del mercato e su quello della singola impresa. Da un lato la produzione di mercato rappresenta la quantità che viene prodotta da tutte le imprese che si trovano sul mercato, dall’altro la produzione della singola impresa che viene stabilita facendo i conti con il prezzo stabilito dal mercato e con i costi che deve sostenere (la quale varia da un’impresa all’altra). Nel grafico vediamo a sinistra come si comporta la singola impresa, a destra come si comporta l’industria, ovvero l’insieme delle imprese, in questo caso vediamo che se

dall’intersezione fra domanda e offerta di determina un livello dei prezzi pari a 4 dollari, la singola impresa lo recepisce e sa che dovrà ragiona con questo dato e basta. Riassumendo : il profitto viene realizzato in concorrenza perfetta o quando è massima la differenza fra i costi e i ricavi, oppure quando il costo marginale è uguale al ricavo marginale. Se il prezzo è superiore al costo medio totale l’impresa minimizza il profitto, se è superiore produce in perdita, se è inferiore abbandona il mercato. In concorrenza perfetta il profitto extra si può verificare solo nel breve periodo, poiché nel lungo periodo altre imprese entreranno nel mercato fino a riportare i ricavi alla normalità (profitto economico o nullo). Il monopolio è all’altro estremo della concorrenzialità, caratterizzato dalla presenza di una sola impresa che opera sul mercato e detiene la totalità dell’offerta del prodotto. Per massimizzare il profitto, l’impresa monopolistica non sceglie solo la quantità, ma anche il prezzo, agendo così da price maker. I consumatori sanno che se vogliono acquistare quel bene possono rivolgersi solo a quell’impresa, la quale coincide perfettamente con l’industria. Questa situazione si determina per vari motivi: per motivi normativi (monopolio di stato), perché l’impresa è la singola ad avere accesso ad una materia prima, oppure perché ci sono elevatissimi costi di entrata. Rappresentando l’impresa l’industria, la funzione di domanda coincide con quella del mercato. Detto questo, il monopolista, pur essendo price maker, deve comunque considerare che difronte a sé ha una funzione di domanda, che quanto più aumenta il livello dei prezzi tanto più si riduce la domanda. Man mano che si sposta lungo la curva di domanda da sinistra verso destra, l’impresa aumenta la quantità venduta ma riduce il prezzo, al contrario se vuole alzare il prezzo dovrà necessariamente ridurre la quantità venduta. Da un lato abbiamo quindi al ridursi del prezzo si riduce il ricavo totale; se abbiamo di fronte una domanda elastica, la quantità può aumentare al ridursi del prezzo. Abbassando il prezzo il monopolista può andare incontro a due effetti: uno negativo, secondo il quale alla caduta di prezzo il ricavo totale diminuisce, ed uno positivo, secondo il quale all’aumento di quantità il ricavo totale aumenta (legge della domanda). Nell’ottica di massimizzazione del profitto, richiamiamo il concetto di elasticità della domanda. Se la domanda è elastica essa reagisce in misura più che proporzionale rispetto alle riduzioni di prezzo, mentre se la domanda è anelastica la reazione della domanda avviene in misura meno proporzionale rispetto alla variazione del prezzo. Laddove il monopolista volesse salire sopra la funzione di domanda, avrebbe una perdita di profitto pari all’area gialla, poiché la quantità da produrre e il prezzo da imporre si trovano nell’intersezione fra funzione di domanda e funzione di costo marginale. In sinstesi: in concorrenza perfetta il prezzo è sempre uguale al costo marginale, mentre in monopolio il prezzo è superiore rispetto al punto intersezione fra costo marginale e ricavo marginale