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riassunto completo e dettagliato per esame universitario di pedagogia della devianza e pedagogia interculturale Università L'Aquila
Tipologia: Prove d'esame
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La ricerca- azione è una metodologia che ha lo scopo di individuare e migliorare una situazione problematica, complessa, attraverso il coinvolgimento di ogni singolo attore, che può essere definita un vero e proprio processo catalizzatore del miglioramento e del cambiamento.Tale metodo ha trovato ampie risonanze nella ricerca pedagogica e ciò che lo caratterizza in modo particolare è senza dubbio l'approccio olistico ( collettivo) che ben si adatta al processo educativo dell'uomo, in quanto processo organico complesso, più circolare che lineare sempre dinamico è aperto: nella ricerca- azione teoria e prassi sono momenti inscindibili. La consapevolezza acquisita durante la ricerca- azione può fornire agli attori una maggiore capacità decisionale un senso di empowerment ( processo di crescita), nuove conoscenze, e più profonde conoscenze in termini di contenuti e di metodologia.
La pubblicazione di questo libro raccoglie, ordina in questa chiave, gli interventi sul campo di insegnanti educatori sociali. I saggi provano a muoversi da un piano metodologico-pratico, ad uno necessariamente teorico- riflessivo; alle testimonianze e ai diari di bordo si uniscono sempre riflessioni di carattere teleologico.
1. IL MONDO A SCUOLA: L'INTERCULTURA E' PER TUTTI
1.1. L'EDUCAZIONE INTERCULTURALE
I processi di globalizzazione in atto e la configurazione in senso interculturale delle odierne società interrogano profondamente i sistemi educativi e formativi che devono oggi mirare alla formazione dei cittadini del mondo. La formazione interculturale degli insegnanti occupa un posto rilevante in quanto solo a partire da una corretta impostazione del lavoro educativo nella scuola che si può divulgare una sempre più necessaria cultura di convivenza. Questo obiettivo non è facile e sono proprio gli insegnanti e gli educatori ad essere per primi chiamati in causa; i quali devono rimettere in discussione i propri paradigmi di riferimento con l'obiettivo di attenuare il tasso di etnocentrismo presente nel nostro sistema educativo.
Si è venuta a definire la proposta di un'educazione interculturale che si configura come la risposta alle sfide poste dal mondo delle interdipendenze; essa è un progetto educativo intenzionale che si propone di modificare le percezioni e gli abiti cognitivi con cui generalmente ci rappresentiamo sia gli stranieri, sia il nuovo mondo delle interdipendenze.
L'educazione interculturale non è un compito facile, nè di breve durata, poichè implica un riesame degli attuali saperi insegnati nella scuola; e perchè l'educazione interculturale non è una nuova disciplina ma un'ottica diversa con cui guardare ai saperi attualmente insegnati.
L'origine dell'educazione interculturale è da collegarsi allo sviluppo dei fenomeni migratori e, tuttavia, oggi essa ha abbandonato il terreno dell'educazione speciale rivolto ad un gruppo sociale specifico diventando un approccio pedagogico innovatore per la rifondazione del curricolo in generale.
1.2. ORIENTAMENTI,STRATEGIE E PRATICHE EDUCATIVE INTERCULTURALI A SCUOLA
individuare, progettare e sperimentare le strategie educative e didattiche più idonee per favorire un positivo inserimento degli allievi stranieri nella scuola e, quindi nella società; questo implica la predisposizione delle condizioni necessarie per garantire a tutti i soggetti, autoctoni e immigrati, lo stesso successo scolastico. In questa direzione si possono indicare alcuni ambiti di lavoro per raggiungere questo obiettivo:
1) ACCOGLIENZA significa capire e farsi capire, ossia acquisire informazioni e conoscenze sui sistemi scolastici di provenienza e sulla scolarizzazione pregressa.
Significa, inoltre, dare informazioni sul nostro sistema scolastico, tracciare un profilo linguistico e cognitivo degli allievi, acquisire informazioni sul progetto migratorio della famiglia. L'accoglienza si compone in diversi aspetti: burocratici, organizzativi, affettivo-relazionale, educativo-didattico e cognitivo.
Questa prospettiva implica che si adottino alcune misure fondamentali:
Es: nell'insegnamento della storia vi sarebbe da rivisitare il tema della scoperta/conquista dell'America e degli incontri tra popoli nell'età di Colombo.
Un'analisi critica dei libri di testo che sono i primi mediatori e spesso sono portatori di stereotipi, oltre che fautori di una rappresentazione etnocentrica.
Significativi investimenti nella formazione degli insegnanti per dotarli di competenze e conoscenze di tipo:
-antropologico, sociologico,pedagogico, linguistico e psicologico
-sui temi delle grandi e millenarie culture e delle loro religioni (India e Cina)
1.3 ELEMENTI PER UNA DIDATTICA INTERCULTURALE ORIENTATA
L'educazione interculturale si connota nella prassi quotidiana con strategie operative caratterizzate dai seguenti elementi fondamentali:
La selezione di tematiche interculturali nell'insegnamento disciplinare e interdisciplinare, con una successiva revisione e integrazione dei curricoli.
Lo svolgimento di interventi integrativi alle attività curricolari, anche con il contributo di istituzioni e organizzazioni varie impegnate in attività interculturali.
L'attenzione ad un clima di apertura e di dialogo, nonchè a una riflessione sullo stile di insegnamento
L'adozione di strategie mirate, in presenza di alunni stranieri con particolari necessità.
Negli ultimi anni gli insegnanti hanno adottato strategie diverse per orientare la didattica in senso interculturale, sulla base dell'iniziativa autonoma. Elisabetta Nigris, con riferimento al lavoro svolto da Graziella Favaro, ha elencato i seguenti filoni entro cui ordinare le esperienze più conosciute e formalizzate di approccio interculturale:
integrazione sociale siano l'esito di casualità o di circostanze fortuite, al contrario, essa esige di promuovere intenzionalmente e consapevolmente opportunità di inclusione nella società che sia in grado di offrire di fronte a quei processi globali che causano la dissoluzione, la disgragazione sociale e l'impoverimento di intere aree del pianeta.
La questione dell'integrazione dei migranti deve essere esaminata con l'ottica di una rinuncia all'autonatismo riduzionista che è molto diffuso e subordina il giudizio complessivosul fenomeno migratorio al suo apporto al sistema economico-produttivo imponendo di considerare la dimensione politica ed etica di una tale presenza, nonchè di individuare ragioni e cause dei processi di migrazioni. Inoltre va tenuto conto che le dinamiche dell'esclusione sociale dei migranti non è altro che un riflesso di ogni meccanismo di marginalità sociale più globale di cui sono vittime non soltanto gli individui di maggiore debolezza sociale, ma in modo collettivo, tutti i componenti della società. E' questo il motivo per il quale i luoghi dell'integrazione attivi nella società (es: centri di accoglienza ect) rappresentano un presidio cruciale nella società a difesa di una democrazia pluralista , solidale e inclusiva.
2.2 DIMENSIONE DELL'INTEGRAZIONE
Un processo di effetiva integrazione coinvolge molteplici aspetti della vita del soggetto, nell'ambito di percorsi plurimi:
In questa ottica la nozione di integrazione sociale si riferisce:
Va tenuto conto che problemi culturali possono avere radici sociali che scaturiscono fenomeni di radicalizzazioni delle identità culturali anche in seguito alla mancanza di risposte efficaci ai bisogni di inserimento sociale della persona.
L'integrazione sociale va allora considerata come un processo di lunga durata di cui occorre gettare le basi, nella consapevolezza che i suoi esiti possono coinvolgere non solo la prima, ma anche la seconda e persino la terza generazione della migrazione. Secondo Giovanni Zincone, i principali aspetti dell'integrazione e i connessi obiettivi di corrente politiche pubbliche in materia sono i seguenti:
Maurizio Ambrosini e Chiara Marchetti in un'indagine sulle specifiche strategie di promozione dell'integrazione sociale hanno individuato un processo che richiede un impegno su tre piani:
Francia, Germania e Gran Bretagna sono stati presi come esempio per i loro modelli di inserimento dei migranti; modelli che pur analiti non descrivono in modo esauriente la complessità di politiche e contesti di integrazione che sono spesso mutevoli e contraddittori.
Modello Francia: viene definito assimilazionista, in quanto le forme di integrazione vengono regolate dal principio repubblicano di eguaglianza tra gli individui, che impone di subordinare richieste di riconoscimento di diritti collettivi e trattamenti differenziati nei confronti delle apparteneze culturali a criteri universali riferibili alla cittadinanza francese superando così specifictà legate a singole tradizioni, religioni e linguaggi.
Consiste nella progressiva acquisizione delle forme della cittadinanza francese, con la piena e totale accettazione ad agire nella sfera pubblica nel quadro di regole condivise. Si basa sul principio della laicità, per il quale nello spazio pubblico vi è assenza di un'ideologia dominante a favore di un'equidistanza tra le diverse posizioni culturali e religiose: si determina così una forte separazione tra la dimensione pubblica ( nella quale vige l'eguaglianza tra i cittadini) e quella privata dove ciascun cittadino può
conservare comportamenti e linguaggi culturalmente diversi. L'analisi di Abdelmalek Sayad definisce come il modello francese finisca per intrappolare il migrante in una condizione di doppia assenza, che lo fa essere solo parzialmente assente là dove è assente ( dal suo contesto di origine, dalla famiglia), e nello stesso tempo, non presente là dovè è presente ( in Francia) per le molte forme di esclusione di cui è vittima.
Modello Gran Bretagna: viene definito pluralista o multiculturalista, prevede che lo Stato svolga unicamente il ruolo di mediatore tra gruppi culturali differenti, che stabilisca accordi e contratti l'uno con l'altro in modo da assicurare una convivenza efficace. In questa ottica, ai singoli gruppi culturali viene concessa un'ampia possibilità di conservare un certo grado di differenza da manifestare anche nello spazio pubblico, nel rispetto delle regole democratiche.
Jagdish Gundara sottolinea che anche in questo modello i gruppi culturali che non corrispondono a specifici parametri di natura linguistica e culturale vengono resi sistematicamente "altri".
L'esito di un tale modello all'interno dello Stato-Nazione britannico è l'emarginazione di determinati gruppi culturali, attraverso la negazione della loro capacità di appartenere alla nazione e all'attribuzione di una definizione in termini razziali oppure di diversità. Ciò significa, come osseva Gundara, che molti cittadini britannici sono emarginati per effetto di una stratificazione razzista che determina divisioni tra gruppi avvantaggiati e svantaggiati, con disuguale accesso al potere e alle risorse, permanendo così le forme di una cittadinanza britannica dominante, nonchè le categorie stereotipanti di minoranza etnica e di etnicità. In questo modello si è reso evidente che il multiculturalismo ha necessità di essere arricchito da una strategia di integrazione.
Modello Germania: viene definito di istituzionalizzazione della precarietà, descrive una politica di immigrazione esclusivamente al ricorso dell'importanzione di manodopera straniera, sottolineando il carattere temporaneo del fenomeno migratorio, con particolare attenzione al controllo di tale presenza anche per assicurare la sua flessibilità.
valori oggettivi, quali la configurazione sociale, economica e culturale, oltre la storia e le politiche sociali adottate nei territori di inserimento.
valori soggettivi, quali :
In questa prospettiva è evidente che qualsiasi interventi sociali miranti a promuovere l'integrazione degli migranti e rifugiati, non può prescindere da un fondamentale impegno all'attivazione delle risorse individuali del soggetto, nell'insieme di una negoziazione trasparente dei percorsi da intraprendere. Emerge una netta distinzione all'interno dei servizi, tra la natura delle iniziative per l'accoglienza e quella dei provvedimenti volti all'integrazione.
Nelle iniziative per l'accoglienza rivolti fondamentalmente alla tutela della persona e alla restituzione della dignità al soggetto che è stata sottratta; fanno parte l'orientamento giuridico, il patrocinio legale, l'accesso al servizio sanitario nazionale, l'assistenza psicologica, psichiatrica, sociale, l'accompagnamento all'eccesso ai servizi sociali. In questo caso l'esito positivo è in buona parte garantito da chi lo offre.
I provvedimenti per l'integrazione sono rivolti essenzialmente all'attivazione delle risorse individuali; e comprendono l'insegnamento della lingua, l'orientamento alla cittadinanza, l'accompagnamento alla conoscenza del territorio, il supporto alla socializzazione, la formazione professionale,
l'orientamento alla ricerca di una situazione abitativa autonoma. In questo caso l'esito del progetto non è determinabile a priori e dipende direttamente dall'utente.
Per poter restituire un quadro meno parziale del significato dell'integrazione, bisogna svolgere alcune considerazioni critiche su questo tema:
l'ntegrazione viene solitamente intesa come un problema unicamente della società di accoglienza. Abdelmalek Sayad critica termini come integrazione, adattamento, assimilazione, minoranza e inserimento, perchè nascono storicamente nell'esperienza del colonialismo che ha determinato un paradigma coloniale ancora in corso nella contemporaneità e nelle relazione sociali; è una terminologia identitaria utile a indicare i problemi non tanto del migrante quanto piuttosto della società. Ne consegue l'urgenza di un approccio d'insieme in grado di considerare in modo meno parziale il percorso di integrazione, interrogandosi su quanto accada prima dell'arrivo nella società di accoglienza. Secondo Sayad va considerato lo spostamento come un fatto sociale che coinvolge tutti gli aspetti dell'esistenza umana; quindi un percorso di integrazione efficace deve conseguentemente riguardare la globalità delle dimensioni della vita umana.
la nozione di integrazione concerne una sua accezione svolta in termini culturalistici. Valutazioni sui problemi dell'integrazione impone di tener conto del fatto che le relazioni sociali nella società non si configurano in forma simmetrica, anzi,( poichè si inseriscono nel quadro di rapporti socio- economici) i rapporti tra le persone si strutturano in modo del tutto assimetrico con una ripartizione dei ruoli tra chi si trova in una posizione egemonica e chi in una posizione subalterna.
A questo proposito, Maurizio Ambrosini ha definito la partecipazione degli immigrati alla vita della società e al mercato del lavoro italiani nei termini di una integrazione subalterna, nella quale gli immigrati accedono a posizioni llavorative a cui gli italiani non ambiscono più. Quandi, quando si parla di integrazione bisogna tener presente il ruolo di quei processi di integrazione che non fanno altro che replicare lo schema di suddivisione in classi della società.
generare un processo di identificazione. Il problema non è la definizione dell'Altro, quanto piuttosto quello della definizione del Me.
ME: è definito dalla partecipazione alle coordinate sociali di cui anche gli Altri sono partecipi. La permeabilità alla comprensione del ME, della mia persona, è garantita dal fatto che essa si definisce socialmente. La stessa definizione di persona non ha senso in assenza di questa alterità che ci circonda.
IL SENSO DEGLI ALTRI: parafrasando il titolo di uno dei lavori di maggiore rilievo del sociologo e intellettuale francese Marc Augè, può essere definito in due accezioni distinte ma complementari:
poichè tale intollerenza crea, attraverso un procedimento foucoultiano di inclusione-esclusione, l'alterità, la diversità nelle sue forme più estreme e disparate: regionalismi, integralismi, "purificazioni" varie; pertanto questo tipo di ricerca di una identità, sia individuale che collettiva, secerne differenziazioni e non ultimo, integralismo.
I due piani sono strettamente collegati poichè il senso a cui ci riferiamo è il senso sociale, cioè l'insieme dei rapporti simbolizzanti, istituiti e vissuti fra gli uni e gli altri soggetti all'interno di una collettività.
Per Lèvis-Strauss, infatti, ogni cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici. Ma lo stesso Lèvis-Strauss indica la radice del possibile problema sottostante della corruzione e omologazione dell'uomo
proponendo l'auspicabile soluzione rivendicata nella "rivoluzione" di prospettive e visione dell'uomo.
3.2 LA NARRAZIONE COME TEXTUS
La ricerca di identità individuale mai disgiunta da quella collettiva, è stata da sempre territorio di riflessione sociologica, antropologica, psicologica e pedagogica. La pedagogia ha fatto tesoro degli apporti delle cosidette scienze dell'educazione, al fine di arricchire e ampliare lo studio sulla formazione dell'uomo.
Per lo psicologo Jerome Bruner l'identità di una persona si costruisce come textus in un processo di interpretazioni e re-interpretazioni senza fine. Questo processo ha come prima funzione quella dalle collocazioni del soggetto, fissando la propria posizione all'interno del suo ambito culturale di riferimento, la persona ha modo di identificarsi con una comunità, una famiglia, un gruppo, di mettersi in rapporto con sè e con gli Altri. Ed è lo stesso Bruner che sottolinea come questo processo sia spinto ed alimentato dal cosiddetto "discorso narrativo", che permette di strutturare l'esperienza intra e inter-personale e di mettere in relazione il mondo intero con l'esterno, il presente con il passato e con il futuro.
A sua volta Sartre e sosteneva che sono la struttura narrativa, l'organizzazione testuale, la sintassi che ordinano e selezionano gli eventi, i tempi, le cause, gli effetti e li fanno uscire dall'indifferenza del vivere,è nel raccontarsi che si stabilisce l'inizio e la fine. Ogni racconto, ogni autobiografia procede dunque a ritroso, dalla fine. È infatti la fine il momento in cui si racconta ciò che dà all'inizio del racconto un capo. Dirà Bruner che il ricordo ricostruito attraverso un'organizzazione narrativa comporta sempre uno sforzo ermeneutico interpretativo a partire dal momento del racconto.
Ogni ri-descrizione di sè implica la scoperta dell'inizio di un'altra storia, è questo momento di rottura che impegna il divenire del singolo e porta alla luce non il semplice rimosso ma l'esistenza di una forma diversa di vita, i cui contorni si delineano nello stesso evento di (ri) scrittura della persona attraverso due livelli che sono tutt'altro che distinguibili:
-quello sociale funge da sfondo e da panorama culturale-sociale di riferimento che contestualizza la narrazione di sè.
Il lavoro autobiografico puo essere indicato:
strumento di coscientizzazione, cioè come un metodo che cerca di dare all'uomo l'opportunità di riscoprirsi attraverso la riflessione sul processo della sua esistenza nell'apertura dell'Altro, come momento di riflessione collettiva e per quanto possibile condivisa
Maieutica dell'identità, sempre rinnovata a ogni narrazione, come un susseguirsi, secondo Goffman, di identità momentanee, attraverso cui conoscersi e conoscere gli Altri.
A questo proposito, non va sottovalutata l'antinomia (= contraddizione) a cui fa riferimento Duccio Demetrio tra
- una versione della propria identità attenta ai fatti vissuti, ai personaggi, ai problemi e una versione quasi senza storia dal momento che a colui che si narra preme il gusto di ricordare non per fatti quanto piuttosto per significati tratti dall'esperienza. Quindi, in questo caso la ricostruzione è facilitata da una presunta conseguenzialità che è propria di ogni trama.
Non vi è un primato del primo approccio sull'altro. Essi fanno piuttosto legittimamente riferimento a due modalità distinte di intendere la nozione di identità. Tradizionalmente pensiamo a essa all'insegna della ricerca delle connessioni rispetto ad un'idea unificatrice, mentre nell'altro caso l'identità corrisponde all'accettazione di tutto quanto ci è accaduto, di tutto quello che abbiamo incluso ed escluso, di ciò che siamo diventati o meno.
L'identità è allora, come ci ricorda ancora una volta Demetrio, quell'arcipelago dell' IO che il tempo e il pensiero autobiografico si prefiggono di accostare e fondere seppur nella molteciplità inconciliabile dei nostri volti autobiografici.
Narrazione come maieutica dell'identità in questa chiave, come progetto che vuole essere soprattutto una conversazione costante, inesauribile con i ricordi, con le emozioni, con noi stessi.
Il termine maieutica ( che lega Socrate a Danilo Dolci) è inteso nel senso che le risorse per il cambiamento e la ri-scrittura di sé, esistono e vanno ricercate ed evocate nelle persone stesse, un processo di esplorazione collettiva che prende, come punto di partenza, l'esperienza e l'intuizione degli individui. Sinteticamente la maieutica socratica induce l'interlocutore a rendersi conto della propria ignoranza e ad tingere al sapere partendo da a
se stesso, come a dire che si tratta di un processo allievo-discente unidirezionale, mentre la maieutica dolciana nasce dall'esperienza e dalla sua condivisione e presuppone quindi la reciprocità della comunicazione. L'approccio maieutico reciproco, appunto, in Danilo Dolci, si fonda dunque sull' esplorare e sul creare condiviso e si sviluppa in una conversazione intensa e costante sulle capacità di ciascuno di scoprire i propri interessi vitali e di esprimere liberamente le proprie riflessioni sulla base delle esperienze e delle scoperte personali. Il lavoro maieutico richiede pertanto ad ognuno di mettersi in discussione, di svelarsi dinanzi agli altri, e con gli altri intraprendere un percorso di ricerca comune, di analisi, di sperimentazione, di formazione. Insomma per un percorso meta-riflessivo che si contrappone alla cosiddetta metafora delle istantanea, utilizzata emblematicamente da Erich Fromm è ripresa da Bauman ne La società dell'incertezza. Il sociologo e psicologo polacco, in quest'opera descrive infatti il primato del guardare fugacemente e superficialmente sè e gli altri, identificandolo amaramente come un tipico atteggiamento caratterizzante il mondo post-moderno, rispetto al vedere , inteso all'opposto come un'azione più attiva e senza dubbio riflessiva, evidenziando la contraddizione sostanziale tra una conoscenza dell'episodico, della superficialità, del momento a fronte di una comprensione dei rapporti, dei vissuti, dei processi, delle persone. 3.4 GIUNGERE A VEDERE E A VEDERSI. PRENDERE FORMA Con questo senso Bauman poggia la nostra idea di narrazione che concorre a ridifinire l'identità del soggetto nella sua continuità e consente di indagare e indagarci profondamente come rappresentazione, come modo di percepire ed organizzare la realtà, come analisi del percorso formativo personale. Il processo formativo è infatti peculiarmente narrativo è intrinsecamente relazionale, risiede nella relazionalità la negoziazione del proprio sè con quello altrui e in questo, ma non solo, la narrazione trova la sua validazione quale strumento formativo. Demetrio riconosce al processo autobiografico quattro importanti funzioni che ne confermano tale validità: