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EDUCATORE AMBIENTALE, Dispense di Psicologia Generale

dispense educazione ambientale

Tipologia: Dispense

2017/2018

Caricato il 01/11/2018

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EDUCATORE AMBIENTALE, EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO
SOSTENIBILE E ALLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE.
Cominciamo con una frase di Tolstoj:
Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa di cambiare se stesso”
Se questo è vero noi oggi siamo anche consapevoli dei limoiti che abbiamo per cambiare il mondo,
quindi se vogliamo farlo dobbiamo nello stesso tempo cambiare noi e quindi pensare globalmente e
agire localmente.
Quando diciamo ciò, noi pensiamo anche ad un equilibrio che deve instaurarsi tra la dimensione
socio-economica e ambientale e la necessità di mantenere e potenziare delle società pacifiche ed
inclusive. Ancora x pensare globalmente e agire localmente, noi dobbiamo capire che siamo
cittadini di un pianeta, quindi parte integrante di un pianeta peròsiamo anche parte attiva di un
determinato territorio.
Pensare globalmente e agire localmente ci ha portato anche ad una rivisitazione di quella che è stata
per molto tempo l’educazione ambientale.
Per molto tempo l’educazione ambientale si è posta nelle scuole soprattutto con una dimensione
naturalistica (quando si studiava la geografia si guardava ai fiumi, laghi , monti…)e
conservazionistica (dobbiamo rispettare i fiumi i laghi i monti…), c’era un’ottica difensiva
(difendiamo il territorio), ancora, c’era un’ottica difensiva (difendere il territorio), un’ottica
riproduttiva e nozionistica (abbiamo imparato tutti allo stesso modo le varie definizioni di mari,
monti, laghi quali sono le catene montuose ecc…). Ma, dovendo noi oggi, pensare globalmente e
agire localmente dobbiamo spostare la nostra ottica da un’educazione ambientale
(conservazionistica, naturalistica, riproduttiva, difensiva…) ad una educazione allo sviluppo, uno
sviluppo sostenibile, quindi alla sostenibilità.
Piano sulla sostenibilità ambientale.
Parlare di un’educazione alla sostenibilità vuol dire vedere l’educazione ambientale sotto un’altra
forma, ossia, osservarla dal punto di vista economico, sociale, preventiva (perché questa è poi la
parola d’ordine PREVENIRE), proattiva (mentre l’altra era reattiva, noi avevamo come reazione
quelli che erano i cambiamenti, invece ora dobbiamo agire sul cambiamento), probabilistica
(mentre l’altra era fortemente statica, oggi c’è molta probabilità in quello che avviene nelle
dinamiche ambientali), partecipativa (perché non possiamo essere i soli ad intervenire sul mondo
per cambiarlo, ma si può fare in modo collettivo).
Passare, quindi, da una visione statica ad una dinamica dell’educazione ambientale ci dovrebbe
portare a chiarire quelle che sono i concetti che noi abbiamo sull’agire individuale e collettivo, per
poter interpretare i nostri comportamenti e atteggiamenti, per poterli rielaborare, questo perché noi
siamo sottoposti, tutti i giorni ed in ogni momento del nostro vivere, a delle sfide globali che
impegnano il nostro essere cittadini globali e non cittadini “locali” parliamo oggi di
glocalizzazione ( cittadini sia globali che locali).
L’Unione Europea, sin dal 2000, ha deciso di investire e di formare una “società della conoscenza”
dove ci sono le persone che apprendono e sono quelle persone che devono contribuire ad uno
sviluppo globale e locale. Quindi l’Unione Europea con questa strategia vuole creare persone che
abbiamo competenze grazie alle quali tutti i cittadini potranno affrontare (e cercare di superare) le
sfide a cui andranno incontro date anche dalla globalizzazione.
La prima strategia è partita nel 2000 (Lisbona 2000) e poi ogni 10 anni si è rinnovata la strategia
aggiungendo obiettivi e monitorando gli interventi fatti per raggiungere tali obiettivi (Lisbona 2000;
Lisbona 2020; Lisbona 2030: società intelligente, equa, sostenibile e inclusiva) Durante il
monitoraggio degli interventi è emerso che alcune condizioni del pianeta risultano ancora
fortemente interessate da dimensioni che non mettono i cittadini nelle condizioni di svilppo per far
fronte a ciò nel 2015 è partita un’agenda dell’ONU (Agenda 2030) che ha come compito, in questi
15 anni, quello di raggiungere alcuni obiettivi (benchmark)
Questa agenda ha preso in considerazioni 5P (target):
Persona (dobbiamo dare le competenze)
Pianeta (dobbiamo intervenire sulla salvaguardia del pianeta)
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EDUCATORE AMBIENTALE, EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO

SOSTENIBILE E ALLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE.

Cominciamo con una frase di Tolstoj: “ Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa di cambiare se stesso” Se questo è vero noi oggi siamo anche consapevoli dei limoiti che abbiamo per cambiare il mondo, quindi se vogliamo farlo dobbiamo nello stesso tempo cambiare noi e quindi pensare globalmente e agire localmente. Quando diciamo ciò, noi pensiamo anche ad un equilibrio che deve instaurarsi tra la dimensione socio-economica e ambientale e la necessità di mantenere e potenziare delle società pacifiche ed inclusive. Ancora x pensare globalmente e agire localmente, noi dobbiamo capire che siamo cittadini di un pianeta, quindi parte integrante di un pianeta peròsiamo anche parte attiva di un determinato territorio. Pensare globalmente e agire localmente ci ha portato anche ad una rivisitazione di quella che è stata per molto tempo l’educazione ambientale. Per molto tempo l’educazione ambientale si è posta nelle scuole soprattutto con una dimensione naturalistica (quando si studiava la geografia si guardava ai fiumi, laghi , monti…)e conservazionistica (dobbiamo rispettare i fiumi i laghi i monti…), c’era un’ottica difensiva (difendiamo il territorio), ancora, c’era un’ottica difensiva (difendere il territorio), un’ottica riproduttiva e nozionistica (abbiamo imparato tutti allo stesso modo le varie definizioni di mari, monti, laghi quali sono le catene montuose ecc…). Ma, dovendo noi oggi, pensare globalmente e agire localmente dobbiamo spostare la nostra ottica da un’educazione ambientale (conservazionistica, naturalistica, riproduttiva, difensiva…) ad una educazione allo sviluppo, uno sviluppo sostenibile, quindi alla sostenibilità. Piano sulla sostenibilità ambientale. Parlare di un’educazione alla sostenibilità vuol dire vedere l’educazione ambientale sotto un’altra forma, ossia, osservarla dal punto di vista economico, sociale, preventiva (perché questa è poi la parola d’ordine PREVENIRE), proattiva (mentre l’altra era reattiva, noi avevamo come reazione quelli che erano i cambiamenti, invece ora dobbiamo agire sul cambiamento), probabilistica (mentre l’altra era fortemente statica, oggi c’è molta probabilità in quello che avviene nelle dinamiche ambientali), partecipativa ( perché non possiamo essere i soli ad intervenire sul mondo per cambiarlo, ma si può fare in modo collettivo). Passare, quindi, da una visione statica ad una dinamica dell’educazione ambientale ci dovrebbe portare a chiarire quelle che sono i concetti che noi abbiamo sull’agire individuale e collettivo, per poter interpretare i nostri comportamenti e atteggiamenti, per poterli rielaborare, questo perché noi siamo sottoposti, tutti i giorni ed in ogni momento del nostro vivere, a delle sfide globali che impegnano il nostro essere cittadini globali e non cittadini “locali” parliamo oggi di glocalizzazione ( cittadini sia globali che locali). L’Unione Europea, sin dal 2000, ha deciso di investire e di formare una “società della conoscenza” dove ci sono le persone che apprendono e sono quelle persone che devono contribuire ad uno sviluppo globale e locale. Quindi l’Unione Europea con questa strategia vuole creare persone che abbiamo competenze grazie alle quali tutti i cittadini potranno affrontare (e cercare di superare) le sfide a cui andranno incontro date anche dalla globalizzazione. La prima strategia è partita nel 2000 (Lisbona 2000) e poi ogni 10 anni si è rinnovata la strategia aggiungendo obiettivi e monitorando gli interventi fatti per raggiungere tali obiettivi (Lisbona 2000; Lisbona 2020; Lisbona 2030: società intelligente, equa, sostenibile e inclusiva) Durante il monitoraggio degli interventi è emerso che alcune condizioni del pianeta risultano ancora fortemente interessate da dimensioni che non mettono i cittadini nelle condizioni di svilppo per far fronte a ciò nel 2015 è partita un’agenda dell’ONU ( Agenda 2030 ) che ha come compito, in questi 15 anni, quello di raggiungere alcuni obiettivi (benchmark) Questa agenda ha preso in considerazioni 5P (target):

  • Persona (dobbiamo dare le competenze)
  • Pianeta (dobbiamo intervenire sulla salvaguardia del pianeta)
  • Prosperità
  • Pace
  • Partnership (intesa come cooperazione) Queste 5P si riferiscono ad una condizione di sviluppo e di benessere che deve interessare tutti (visione globale)

Quali sono i 21 obiettivi? (che a loro volta sono divisi in sotto obiettivi arrivando così a 169)

  1. Ridurre la povertà in tutte le sue forme. Oggi parliamo di nuove povertà, sono quelle che dobbiamo comprendere ed essere in grado di comprendere e agire perché potrebbe capitare anche a noi di trovarci in uno stato di “nuova povertà” e se non abbiamo una strategia, più o meno omogenea, in grado di sostenere questa situazione (questo vuol dire cooperazione internazionale, partnership, ossia farsi carico anche delle povertà degli altri) La strategia ONU è una strategia globale che interessa tutto il mondo. Pensiamo ai paesi sottosviluppati dove i salari sono fortemente inconsistenti, noi facciamo la rivendicazione per avere dei contratti di lavoro, mentre loro sono sottopagati e sfruttati, ciò è indice di povertà.
  2. A zzerare la fame che deriva dalla povertà. Mentre noi del mondo Occidentale facciamo una serie di sprechi nei paesi sottosviluppati si muoiono di fame. L’Europa sta tentando di fare una serie di politica di riutilizzo delle risorse alimentari.
  3. Garantire le condizioni di salute e di benessere a tutti e a tutte le età. Ci sono molte parti nel mondo dove non ci sono medicine, dove non c’è la cultura della salute intesa come assenza di malattia, dove non ci sono le garanzie per la salute.
  4. Garantire a tutti una educazione inclusiva, paritaria e di qualità, perché l’educazione ci rende liberi (es. se una popolazione non ha mai imparato come si coltiva la terra, non la coltiverà mai e ci sarà sempre qualcuno che andrà là, coltiverà e loro saranno sempre sudditi di quel qualcuno. Invece, la scolarizzazione rende capaci le persone di apprendere e quindi di coltivare la terra, di essere così liberi e di creare una società che si sviluppa e che produce). Una persona libera è una persona educata e formata. Un’educazione che guarda a tutti, partendo dall’infanzia fino ad arrivare gli adulti nell’ottica dell’apprendimento permanente. Ci sono paesi che non hanno mai visto una scuola, a tal proposito ci sono molte associazioni che cercano di portare la scolarizzazione li dove non c’è (globalizzazione).
  5. Realizzare l’uguaglianza di genere e migliorare le condizioni di vita delle donne. Anche in questo caso l’Occidente ha una posizione privilegiata, basta pensare a quei paesi dove si muore ancora per parto, ci sono le spose-bambine… Sulle donne c’è un investimento sempre perché l’identità di genere e la parità di genere ha un valore, c’è di più, molte donne lavorano in altri paesi al posto degli uomini perché la cultura, un po’ retrò, è così. Queste sono riflessioni che vanno fatte soprattutto alla luce di tutto ciò che accade tutt’oggi ancora alle donne, anche in occidente (violenze, soprusi….) per capire che la lotta per l’identità di genere e la parità di genere deve continuare e non fermarsi. Va affrontato nelle Scuole, attraverso azioni di riflessione, elaborazione, confronto sull’argomento, ma si deve tenere conto anche di numerose variabili convergenti (mancata risoluzione di stati di sviluppo, contesto socio-culturale, analfabetismo emotivo….) e deve interessare anche le figure che hanno titolo a gestire un fenomeno del genere. Prendendo in considerazione proprio l’Italia, la maggior parte dei lavoratori sono uomini, per non parlare delle differenze di tutela che ci sono nei confronti della donna in gravidanza tra il pubblico e il privato.
  6. Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e condizioni igieniche per tutti. Nelle scuole si fanno progetti che insegnano ai bambini a chiudere l’acqua quando si lavano i denti o si fanno la doccia. S’invitano le donne a chiudere l’acqua quando lavano i piatti, esistono una serie di attenzioni nei confronti di una risorsa che noi pensavamo essere illimitata e che invece si sta dimostrando limitata. Un po’ per il clima, non piove più, siccità, riduzione dei bacini (problema ambientale), abbiamo le infrastrutture preposte all’acqua che perdono acqua (problema di sostenibilità ambientale). Dobbiamo stare quindi tutti un po’

sembra così vantaggioso a lungo termine non lo è, anche perché questo tempo noi lo consegneremo alle generazioni future.

  1. Promuovere società pacifiche e inclusive. Perché la pace garantisce anche la sostenibilità, quando siamo stati in guerra abbiamo perso tutti anche chi ha vinto. Inclusivo è il concetto forte che noi ci portiamo dietro, tutti possono dare un contributo. Garantire a tutti l’accesso alla giustizia. Noi abbiamo dei codici, dobbiamo rispettare la legge. “A tutti è fatto obbligo di osservarla” in alcuni paesi non esistono leggi di garanzia, la legge è ancora una forma patriarcale, molto arcaica. Già il fatto che rimangono impunite le violenze sulle donne è indice che non vi è una legge, un codice che tuteli la popolazione tutta. La giustizia se la fanno da soli. Realizzare istituzioni effettive responsabili e inclusive a tutti i livelli. Le Istituzioni, come comuni e regioni devono essere effettive ossia devono avere degli effetti, svolgere dei servizi alla comunità. Questo sedicesimo obbiettivo mira a ridurre la violenza e la mortalità. Anche la strategia europea 2030 andava per incrementi e riduzioni. Questa è un po’ la logica delle strategie: si mira ad incrementare i punti di forza e a ridurre quelli di debolezza.
  2. Rinforzare i significati dell’attuazione e rivitalizzare le collaborazioni globali per lo sviluppo sostenibile. La coesione e la cooperazione come rinforzo ad un discorso di globalizzazione e ad uno sviluppo sostenibile. Quindi dobbiamo coinvolgere tutte le componenti della società e del paese: le università, le istituzioni, i centri di ricerca e di cultura. Dobbiamo fare questo sforzo sostenibile perché effettivamente questa coesione, collaborazione possa realizzarsi soprattutto tra i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo.

Questi 17 obiettivi devono essere sviluppati tra i paesi che hanno partecipato all’Agenda ONU. Gentiloni ha presentato il piano sull’energia sostenibile (infrastrutture, investimenti…) la Fedeli ha presentato il piano per l’educazione allo sviluppo sostenibile.

Questi 17 obiettivi non hanno solo un impatto sulle politiche economiche ma anche sulla scuola. Nella scuola ci impegnano a capire come i fatti educativi, l’educazione sia la chiave per lo sviluppo sostenibile. Se noi formiamo le persone a comportamenti responsabili avremo agito per lo sviluppo sostenibile. Possiamo dire che l’educazione è la chiave dello sviluppo sostenibile perché sul piano del potere ci da le condizioni per pensare in maniera responsabile ad un cambiamento positivo su scala globale delle relazioni tra le persone e il loro ambiente. L’educazione serve a dire: tu sei parte di una sfida globale, tu devi essere responsabile di quelle relazioni che ci sono tra le persone e l’ambiente. L’educazione ha un senso se diventa cambiamento. Una persona educata è una persona che ha fatto un cambiamento, è passata da una situazione di non adattamento ad una situazione di adattamento, ci mette così nelle condizioni di sviluppare il pensiero critico e il riadattamento. La persona è formata non solo grazie alle discipline, ma perché grazie a questo processo di adattamento e riadattamento riesce a sviluppare un pensiero personale (che è l’identità) ma anche un pensiero di ragionamento orientato al futuro. L’educazione sollecita la trasformazione di quelli che sono le visioni della società nella realtà (l’agire localmente). Un’educazione ci porta anche ad avere stili, modi di comportamento legati anche alla cultura e alla società in cui viviamo. Noi possiamo passare per non educati se andiamo in un posto diverso da nostro dove esistono altri dettami culturali. Se parliamo di valori l’educazione dovrebbe essere piuttosto omogenea.

La vecchia educazione ambientale definiva un’azione di contesto. Abbiamo imparato un programma di geografia perché questa era la logica della struttura scolastica in quel momento. L’educazione allo sviluppo sostenibile è un’educazione orientata al futuro, è un’educazione critica rispetto al mercato del consumo e sensibile al contesto dove noi agiamo localmente e pensiamo globalmente, è sistemica (intervengono la pace, la riduzione della mortalità, la giustizia….) perché si muove in una logica di rete tra tutti gli obiettivi che sono interrelati tra loro (se non si ha la

povertà non si ha la fame e così via…) ed è orientata alle comunità e alla solidarietà.

L’educazione allo sviluppo sostenibile deve far sviluppare nelle studentesse e negli studenti quelli che sono i diritti e i doveri dei cittadini globali. Non parliamo solo di competenze disciplinari, ma la competenza del cittadino globale è una competenza più ampia che si serve anche della competenza di base, disciplinare, ma si serve anche di quelle che sono le life skills, le competenze di cittadinanza per l’educazione permanente. L’educazione ambientale favorisce il nascere delle competenze di cittadinanza, passando da un circuito singolo ad un circuito doppio, non più ristretta ad alcuni confini, dove il senso critico e alcuni valori entrano in gioco. L’educazione allo sviluppo vede l’ambiente non solo come spazio ma anche come una risorsa non solo per me stesso ma anche per tutto quello che mi circonda e che deve essere apprezzata anche sul piano socio-culturale. Competenza è il trasferimento di un’esperienza, quindi metto insieme quello che so, il saper fare e il saper essere e quindi devo sperimentare tutto questo in un contesto reale, nell’ambiente, nel “qui ed ora”, nell’azione pratica (ragazzi il bicchiere dove lo mettete? la carta dove la mettete?) Avere competenza vuol dire anche fare delle scelte consapevoli che non sono ideali ma molto pratiche. I nostri comportamenti dovranno essere legati a quelli che abbiamo visto come obiettivi (salvaguardare l’ecosistema terrestre, rispettare gli ambienti marini….) dobbiamo osservare quelli che sono i cambiamenti sociali attraverso quello che sono i fattori ambientali (la biodiversità, le migrazioni,) Ancora l’educazione allo sviluppo sostenibile ci da la competenza del senso del limite e del vincolo. Non tutto si può fare! Costruire gli ecomostri, abbattere gli alberi per costruire case abusive… questo vuol dire non avere senso del limite e del vincolo! Se io vengo meno al limite anche gli altri si sentono autorizzati a farlo. Il limite non vuol dire che non lo devo fare ma trovare la forma intelligente(tecnologie) per farlo. Come sostenuto da Lisbona 2010 “creare una società inclusiva, sostenibile, intelligente.” Se noi creiamo persone capaci di interagire, riflettere, forse abbiamo creato le condizioni per lo sviluppo di professionalità, ossia se indirizziamo i ragazzi su quello che può essere lo sviluppo sostenibile potremmo avere nuove professionalità. La società intelligente è quella che fa ricerca, innovazione e sperimentazione potremmo avere bisogno di figure che applicano ciò nel campo del green. Questi sono i modo con cui far pervenire alle competenze di cittadinanza. Quali sono gli indicatori di contenuto e i descrittori di processo: questo discorso è partito già nel 2005, con un progetto partito dall’UNESCO che è finito nel 2015 e ripreso dall’ONU. NEL 2009 il nostro governo lancia delle linee guida sia di contenuto che di processo per insegnare l’educazione sullo sviluppo sostenibile. Partendo sempre dal discorso di dover creare cittadini solidali, responsabili, promuovere in loro le competenze di cittadinanza e per la sostenibilità, ci dice di intervenire con compiti di realtà. Grazie alle tecnologie possiamo collegarci direttamente e vedere per esempio dal vivo come vivono in Africa. Le linee guida promuovono metodi laboratoriali e attivi, superiamo la logica disciplinare e muoviamoci in un’ottica transdisciplinare e interdisciplinare tenendo conto che il sapere è unitario. Pongono particolare attenzione al territorio, perché in questo modo noi ci creiamo la nostra identità personale, il senso di appartenenza ad una comunità locale è un senso forte che ci fa essere anche

responsabili, quindi se noi riusciamo a far capire che la focalizzazione per il territorio si può trasformare in senso di appartenenza a quel territorio e quindi nell’identità personale, noi abbiamo tradotto l’educazione allo sviluppo sostenibile, ossia l’agire localmente, in una competenza. Coinvolgendosi sul territorio possiamo far pensare ai ragazzi nel piccolo quelle che possono essere le condizioni di sviluppo e quindi dobbiamo fare in modo che i ragazzi vedano la città sotto l’ecosistema mediatico. In quest’ottica dobbiamo sempre tener presente gli apprendimenti informali e non formali che loro fanno. Dobbiamo far crescere in loro la consapevolezza che possono essere gli autori di un cambiamento, far crescere in loro lo spirito di imprenditorialità.