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dispense educazione ambientale
Tipologia: Dispense
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Cominciamo con una frase di Tolstoj: “ Tutti pensano di cambiare il mondo, ma nessuno pensa di cambiare se stesso” Se questo è vero noi oggi siamo anche consapevoli dei limoiti che abbiamo per cambiare il mondo, quindi se vogliamo farlo dobbiamo nello stesso tempo cambiare noi e quindi pensare globalmente e agire localmente. Quando diciamo ciò, noi pensiamo anche ad un equilibrio che deve instaurarsi tra la dimensione socio-economica e ambientale e la necessità di mantenere e potenziare delle società pacifiche ed inclusive. Ancora x pensare globalmente e agire localmente, noi dobbiamo capire che siamo cittadini di un pianeta, quindi parte integrante di un pianeta peròsiamo anche parte attiva di un determinato territorio. Pensare globalmente e agire localmente ci ha portato anche ad una rivisitazione di quella che è stata per molto tempo l’educazione ambientale. Per molto tempo l’educazione ambientale si è posta nelle scuole soprattutto con una dimensione naturalistica (quando si studiava la geografia si guardava ai fiumi, laghi , monti…)e conservazionistica (dobbiamo rispettare i fiumi i laghi i monti…), c’era un’ottica difensiva (difendiamo il territorio), ancora, c’era un’ottica difensiva (difendere il territorio), un’ottica riproduttiva e nozionistica (abbiamo imparato tutti allo stesso modo le varie definizioni di mari, monti, laghi quali sono le catene montuose ecc…). Ma, dovendo noi oggi, pensare globalmente e agire localmente dobbiamo spostare la nostra ottica da un’educazione ambientale (conservazionistica, naturalistica, riproduttiva, difensiva…) ad una educazione allo sviluppo, uno sviluppo sostenibile, quindi alla sostenibilità. Piano sulla sostenibilità ambientale. Parlare di un’educazione alla sostenibilità vuol dire vedere l’educazione ambientale sotto un’altra forma, ossia, osservarla dal punto di vista economico, sociale, preventiva (perché questa è poi la parola d’ordine PREVENIRE), proattiva (mentre l’altra era reattiva, noi avevamo come reazione quelli che erano i cambiamenti, invece ora dobbiamo agire sul cambiamento), probabilistica (mentre l’altra era fortemente statica, oggi c’è molta probabilità in quello che avviene nelle dinamiche ambientali), partecipativa ( perché non possiamo essere i soli ad intervenire sul mondo per cambiarlo, ma si può fare in modo collettivo). Passare, quindi, da una visione statica ad una dinamica dell’educazione ambientale ci dovrebbe portare a chiarire quelle che sono i concetti che noi abbiamo sull’agire individuale e collettivo, per poter interpretare i nostri comportamenti e atteggiamenti, per poterli rielaborare, questo perché noi siamo sottoposti, tutti i giorni ed in ogni momento del nostro vivere, a delle sfide globali che impegnano il nostro essere cittadini globali e non cittadini “locali” parliamo oggi di glocalizzazione ( cittadini sia globali che locali). L’Unione Europea, sin dal 2000, ha deciso di investire e di formare una “società della conoscenza” dove ci sono le persone che apprendono e sono quelle persone che devono contribuire ad uno sviluppo globale e locale. Quindi l’Unione Europea con questa strategia vuole creare persone che abbiamo competenze grazie alle quali tutti i cittadini potranno affrontare (e cercare di superare) le sfide a cui andranno incontro date anche dalla globalizzazione. La prima strategia è partita nel 2000 (Lisbona 2000) e poi ogni 10 anni si è rinnovata la strategia aggiungendo obiettivi e monitorando gli interventi fatti per raggiungere tali obiettivi (Lisbona 2000; Lisbona 2020; Lisbona 2030: società intelligente, equa, sostenibile e inclusiva) Durante il monitoraggio degli interventi è emerso che alcune condizioni del pianeta risultano ancora fortemente interessate da dimensioni che non mettono i cittadini nelle condizioni di svilppo per far fronte a ciò nel 2015 è partita un’agenda dell’ONU ( Agenda 2030 ) che ha come compito, in questi 15 anni, quello di raggiungere alcuni obiettivi (benchmark) Questa agenda ha preso in considerazioni 5P (target):
Quali sono i 21 obiettivi? (che a loro volta sono divisi in sotto obiettivi arrivando così a 169)
sembra così vantaggioso a lungo termine non lo è, anche perché questo tempo noi lo consegneremo alle generazioni future.
Questi 17 obiettivi devono essere sviluppati tra i paesi che hanno partecipato all’Agenda ONU. Gentiloni ha presentato il piano sull’energia sostenibile (infrastrutture, investimenti…) la Fedeli ha presentato il piano per l’educazione allo sviluppo sostenibile.
Questi 17 obiettivi non hanno solo un impatto sulle politiche economiche ma anche sulla scuola. Nella scuola ci impegnano a capire come i fatti educativi, l’educazione sia la chiave per lo sviluppo sostenibile. Se noi formiamo le persone a comportamenti responsabili avremo agito per lo sviluppo sostenibile. Possiamo dire che l’educazione è la chiave dello sviluppo sostenibile perché sul piano del potere ci da le condizioni per pensare in maniera responsabile ad un cambiamento positivo su scala globale delle relazioni tra le persone e il loro ambiente. L’educazione serve a dire: tu sei parte di una sfida globale, tu devi essere responsabile di quelle relazioni che ci sono tra le persone e l’ambiente. L’educazione ha un senso se diventa cambiamento. Una persona educata è una persona che ha fatto un cambiamento, è passata da una situazione di non adattamento ad una situazione di adattamento, ci mette così nelle condizioni di sviluppare il pensiero critico e il riadattamento. La persona è formata non solo grazie alle discipline, ma perché grazie a questo processo di adattamento e riadattamento riesce a sviluppare un pensiero personale (che è l’identità) ma anche un pensiero di ragionamento orientato al futuro. L’educazione sollecita la trasformazione di quelli che sono le visioni della società nella realtà (l’agire localmente). Un’educazione ci porta anche ad avere stili, modi di comportamento legati anche alla cultura e alla società in cui viviamo. Noi possiamo passare per non educati se andiamo in un posto diverso da nostro dove esistono altri dettami culturali. Se parliamo di valori l’educazione dovrebbe essere piuttosto omogenea.
La vecchia educazione ambientale definiva un’azione di contesto. Abbiamo imparato un programma di geografia perché questa era la logica della struttura scolastica in quel momento. L’educazione allo sviluppo sostenibile è un’educazione orientata al futuro, è un’educazione critica rispetto al mercato del consumo e sensibile al contesto dove noi agiamo localmente e pensiamo globalmente, è sistemica (intervengono la pace, la riduzione della mortalità, la giustizia….) perché si muove in una logica di rete tra tutti gli obiettivi che sono interrelati tra loro (se non si ha la
povertà non si ha la fame e così via…) ed è orientata alle comunità e alla solidarietà.
L’educazione allo sviluppo sostenibile deve far sviluppare nelle studentesse e negli studenti quelli che sono i diritti e i doveri dei cittadini globali. Non parliamo solo di competenze disciplinari, ma la competenza del cittadino globale è una competenza più ampia che si serve anche della competenza di base, disciplinare, ma si serve anche di quelle che sono le life skills, le competenze di cittadinanza per l’educazione permanente. L’educazione ambientale favorisce il nascere delle competenze di cittadinanza, passando da un circuito singolo ad un circuito doppio, non più ristretta ad alcuni confini, dove il senso critico e alcuni valori entrano in gioco. L’educazione allo sviluppo vede l’ambiente non solo come spazio ma anche come una risorsa non solo per me stesso ma anche per tutto quello che mi circonda e che deve essere apprezzata anche sul piano socio-culturale. Competenza è il trasferimento di un’esperienza, quindi metto insieme quello che so, il saper fare e il saper essere e quindi devo sperimentare tutto questo in un contesto reale, nell’ambiente, nel “qui ed ora”, nell’azione pratica (ragazzi il bicchiere dove lo mettete? la carta dove la mettete?) Avere competenza vuol dire anche fare delle scelte consapevoli che non sono ideali ma molto pratiche. I nostri comportamenti dovranno essere legati a quelli che abbiamo visto come obiettivi (salvaguardare l’ecosistema terrestre, rispettare gli ambienti marini….) dobbiamo osservare quelli che sono i cambiamenti sociali attraverso quello che sono i fattori ambientali (la biodiversità, le migrazioni,) Ancora l’educazione allo sviluppo sostenibile ci da la competenza del senso del limite e del vincolo. Non tutto si può fare! Costruire gli ecomostri, abbattere gli alberi per costruire case abusive… questo vuol dire non avere senso del limite e del vincolo! Se io vengo meno al limite anche gli altri si sentono autorizzati a farlo. Il limite non vuol dire che non lo devo fare ma trovare la forma intelligente(tecnologie) per farlo. Come sostenuto da Lisbona 2010 “creare una società inclusiva, sostenibile, intelligente.” Se noi creiamo persone capaci di interagire, riflettere, forse abbiamo creato le condizioni per lo sviluppo di professionalità, ossia se indirizziamo i ragazzi su quello che può essere lo sviluppo sostenibile potremmo avere nuove professionalità. La società intelligente è quella che fa ricerca, innovazione e sperimentazione potremmo avere bisogno di figure che applicano ciò nel campo del green. Questi sono i modo con cui far pervenire alle competenze di cittadinanza. Quali sono gli indicatori di contenuto e i descrittori di processo: questo discorso è partito già nel 2005, con un progetto partito dall’UNESCO che è finito nel 2015 e ripreso dall’ONU. NEL 2009 il nostro governo lancia delle linee guida sia di contenuto che di processo per insegnare l’educazione sullo sviluppo sostenibile. Partendo sempre dal discorso di dover creare cittadini solidali, responsabili, promuovere in loro le competenze di cittadinanza e per la sostenibilità, ci dice di intervenire con compiti di realtà. Grazie alle tecnologie possiamo collegarci direttamente e vedere per esempio dal vivo come vivono in Africa. Le linee guida promuovono metodi laboratoriali e attivi, superiamo la logica disciplinare e muoviamoci in un’ottica transdisciplinare e interdisciplinare tenendo conto che il sapere è unitario. Pongono particolare attenzione al territorio, perché in questo modo noi ci creiamo la nostra identità personale, il senso di appartenenza ad una comunità locale è un senso forte che ci fa essere anche
responsabili, quindi se noi riusciamo a far capire che la focalizzazione per il territorio si può trasformare in senso di appartenenza a quel territorio e quindi nell’identità personale, noi abbiamo tradotto l’educazione allo sviluppo sostenibile, ossia l’agire localmente, in una competenza. Coinvolgendosi sul territorio possiamo far pensare ai ragazzi nel piccolo quelle che possono essere le condizioni di sviluppo e quindi dobbiamo fare in modo che i ragazzi vedano la città sotto l’ecosistema mediatico. In quest’ottica dobbiamo sempre tener presente gli apprendimenti informali e non formali che loro fanno. Dobbiamo far crescere in loro la consapevolezza che possono essere gli autori di un cambiamento, far crescere in loro lo spirito di imprenditorialità.