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Elementi di microeconomia., Appunti di Economia Politica

Riassunto delle principali teorie microeconomiche.

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 23/10/2018

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MICROECONOMIA
- Capitolo 1 -
Il consumatore e la teoria del consumatore
Il consumo è qualunque attività che porta alla completa utilizzazione di un bene o di un servizio allo scopo di soddisfare un
bisogno, individuale o collettivo. L'alternativa consiste nell'utilizzare il bene per accrescere le capacità produttive future e
prende il nome di investimento.
Una volta usato dal titolare di diritti su di esso, un bene di consumo non può svolgere la sua funzioni per altri: è
consumato; ciò non significa però che il bene viene distrutto. Vi sono difatti beni che vengono consumati su un arco di
tempo abbastanza lungo senza perdere la loro capacità di fornire i servizi di cui sono fonte: sono i beni di consumo
durevole.
Il consumatore è qualunque individuo o pluralità di individui che utilizza determinati beni o servizi per la soddisfazione di
un proprio bisogno. Lo scopo economico del consumo è quello di procurare una certa soddisfazione, che a sua volta deriva
dal soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio.
“Consumo” può essere tanto qualcosa che nasce da un bisogno materiale, quanto qualcosa che deve soddisfare
un'esigenza di ordine superiore (attività di consumo = terapia medica).
Tutto ciò che non viene consumato, quindi risparmiato, è inevitabilmente destinato ad essere distrutto oppure alla
produzione futura: i beni di investimento sono quei beni il cui scopo è quello di produrre in futuro beni di consumo.
Mentre i beni di consumo forniscono direttamente ciò che chiediamo loro per la soddisfazione dei nostri bisogni, i beni di
investimento lo fanno soltanto in modo indiretto.
È difficile assegnare definitivamente certi beni alle categorie di b. di consumo e b. di investimento, poiché questi possono
ricadere nell'una o nell'altra categoria a seconda di diverse modalità d'uso: per questo, gli statistici assegnano le diverse
attività e i relativi beni sulla base di quella che viene considerata la loro funzione prevalente, anche se nella realtà la
medesima attività/bene svolgono funzioni promiscue di consumo e di investimento.
Allo stesso modo, la situazione tipica della maggior parte degli individui è quella di essere al contempo consumatori e
produttori.
Il consumo può apparire poi come un fatto relativamente privato e, pertanto, viene studiato con gli strumenti della
psicologia. Tuttavia, lo si può considerare anche come attività congiunta di una pluralità di persone e, pertanto, assume
rilevanza maggiore e può influire su molti aspetti della vita sociale.
Nonostante quindi la sua grande importanza, il consumo è tuttora un fenomeno poco conosciuto, che chiama in causa una
serie infinita di relazioni tra individuo e ambiente, gran parte delle quali avvengono nella sfera dell'inconscio. Tuttavia,
l'economia moderna tende a pensare che gli atti di consumo siano il risultato di processi sostanzialmente razionali e che
sul mercato il consumatore si comporti in modo razionale, cioè coerente rispetto al suo fine, che è quello di soddisfare nel
grado più alto i suoi bisogni e desideri.
La teoria del consumo è generalmente conosciuta come teoria normativa del consumo: il consumatore, nella propria
attività, deve tendere a realizzare un obiettivo e, rispetto al raggiungimento di tale obiettivo, vi è un comportamento
pressoché obbligato. Tale teoria risente del pregiudizio razionalistico, secondo il quale le nostre decisioni sono consapevoli
e logiche, sebbene ciò sia un luogo comune e gli economisti stiano procedendo ad un radicale ripensamento di tale
approccio. Tuttavia, questa è la visione che tuttora domina la materia.
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MICROECONOMIA

- Capitolo 1 - Il consumatore e la teoria del consumatore

Il consumo è qualunque attività che porta alla completa utilizzazione di un bene o di un servizio allo scopo di soddisfare un bisogno, individuale o collettivo. L'alternativa consiste nell'utilizzare il bene per accrescere le capacità produttive future e prende il nome di investimento. Una volta usato dal titolare di diritti su di esso, un bene di consumo non può svolgere la sua funzioni per altri: è consumato ; ciò non significa però che il bene viene distrutto. Vi sono difatti beni che vengono consumati su un arco di tempo abbastanza lungo senza perdere la loro capacità di fornire i servizi di cui sono fonte: sono i beni di consumo durevole. Il consumatore è qualunque individuo o pluralità di individui che utilizza determinati beni o servizi per la soddisfazione di un proprio bisogno. Lo scopo economico del consumo è quello di procurare una certa soddisfazione , che a sua volta deriva dal soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio. “Consumo” può essere tanto qualcosa che nasce da un bisogno materiale, quanto qualcosa che deve soddisfare un'esigenza di ordine superiore (attività di consumo = terapia medica). Tutto ciò che non viene consumato, quindi risparmiato , è inevitabilmente destinato ad essere distrutto oppure alla produzione futura: i beni di investimento sono quei beni il cui scopo è quello di produrre in futuro beni di consumo. Mentre i beni di consumo forniscono direttamente ciò che chiediamo loro per la soddisfazione dei nostri bisogni, i beni di investimento lo fanno soltanto in modo indiretto. È difficile assegnare definitivamente certi beni alle categorie di b. di consumo e b. di investimento, poiché questi possono ricadere nell'una o nell'altra categoria a seconda di diverse modalità d'uso: per questo, gli statistici assegnano le diverse attività e i relativi beni sulla base di quella che viene considerata la loro funzione prevalente , anche se nella realtà la medesima attività/bene svolgono funzioni promiscue di consumo e di investimento. Allo stesso modo, la situazione tipica della maggior parte degli individui è quella di essere al contempo consumatori e produttori. Il consumo può apparire poi come un fatto relativamente privato e, pertanto, viene studiato con gli strumenti della psicologia. Tuttavia, lo si può considerare anche come attività congiunta di una pluralità di persone e, pertanto, assume rilevanza maggiore e può influire su molti aspetti della vita sociale. Nonostante quindi la sua grande importanza, il consumo è tuttora un fenomeno poco conosciuto, che chiama in causa una serie infinita di relazioni tra individuo e ambiente, gran parte delle quali avvengono nella sfera dell'inconscio. Tuttavia, l'economia moderna tende a pensare che gli atti di consumo siano il risultato di processi sostanzialmente razionali e che sul mercato il consumatore si comporti in modo razionale , cioè coerente rispetto al suo fine, che è quello di soddisfare nel grado più alto i suoi bisogni e desideri. La teoria del consumo è generalmente conosciuta come teoria normativa del consumo : il consumatore, nella propria attività, deve tendere a realizzare un obiettivo e, rispetto al raggiungimento di tale obiettivo, vi è un comportamento pressoché obbligato. Tale teoria risente del pregiudizio razionalistico, secondo il quale le nostre decisioni sono consapevoli e logiche, sebbene ciò sia un luogo comune e gli economisti stiano procedendo ad un radicale ripensamento di tale approccio. Tuttavia, questa è la visione che tuttora domina la materia.

Le risorse: reddito e ricchezza

Le risorse utilizzabili dal consumatore per soddisfare i propri bisogni sono rappresentate dal reddito proveniente dalla sua attività lavorativa. Il reddito può anche derivare da altre fonti, come un patrimonio. (N.B: anche la proprietà della casa in cui si abita (che non dà redditi, ma evita di dover effettuare spese) contribuisce al redditto complessivo dell'individuo, così pure come dovrebbero esservi inclusi anche gli eventuali benefici in natura , cioè costituiti non da denaro, ma da beni di cui si gode.) [Distinzione importante: reddito calcolato prima e reddito calcolato dopo il pagamento delle imposte = al lordo o al netto delle imposte]. Nel caso di reddito e patrimonio sommati si parla di ricchezza totale dell’individuo. Tra reddito e ricchezza vi è una differenza formale: il reddito ha sempre una dimensione temporale che deve essere specificata, il patrimonio no. Il reddito è, quindi, un flusso in quanto si calcola in relazione ad una data unità di tempo; le altre grandezze, che hanno significato univoco anche se non sono espresse in relazione ad una unità di tempo, sono dette stock (il petrolio posseduto dai giacimenti in Arabia Saudita). Uno stock non è, però, necessariamente fisso ed immutabile nel tempo. Il reddito è un flusso e la ricchezza è uno stock. Ulteriore applicazione dei concetti di flusso e stock si trova nel caso del deposito di denaro costituito da un cliente in una banca. Il deposito è uno stock di denaro: la sua entità dipende, però, dall'apporto di ulteriore denaro (versamenti o interessi maturati) e dalle fuoriuscite di denaro; tali apporti (in entrata) e prelievi (in uscita) sono invece flussi.

La capacità di spesa di un individuo è espressa attraverso la somma di termini, ciascuno dei quali si riferisce alle quantità fisiche dei beni che egli consuma in un dato periodo (litri di benzina + kg di generi alimentari+ kwh di energia elettrica / al mese). Supponendo che l'individuo non risparmi, tutto il reddito guadagnato dal consumatore verrà speso nel corso dell'unità di tempo considerata, cosicché: REDDITO = SPESA. Attraverso semplici grafici è possibile ipotizzare possibili combinazioni di consumo di beni ( x e y ): queste sono chiamate panieri. Non tutte queste ipotesi di consumo sono tuttavia realizzabili; infatti, anche se il consumatore spendesse l'intero reddito, questi non potrà mai raggiungere punti che rappresentano quantità elevate di entrambi i beni. Questo è ciò che si chiama vincolo di bilancio del consumatore ed è rappresentato da una linea retta. Quantità elevate di un bene potranno essere raggiunte, spendendo l'intero reddito, ma solo se a ciò si accompagna anche una diminuzione della spesa/consumo dell'altro bene, cioè acquistando “un po' dell'uno e un po' dell'altro bene”. Qualora il consumatore non risparmi e spenda tutto il reddito, tutti questi punti (panieri) si troveranno sulla linea retta AB. Come abbiamo visto, quindi, l'unico modo per aumentare il consumo di un bene consiste nel rinunciare a qualche unità dell'altro. Il rapporto che vi è tra questi beni consiste nel rapporto tra i prezzi di questi, che sono determinati sul mercato in un dato momento e, pertanto, si tratta di un rapporto costante (→ linea retta). La linea AB rappresenta, poi, le possibilità massime del consumatore in un dato momento, mentre tutti i punti che si trovano all'interno della figura triangolare ABO rappresentano le scelte di consumo possibili, che comportano pur sempre però un consumo di entrambi i beni inferiore al massimo possibile. Il rapporto tra i prezzi dei due beni indica l'inclinazione del vincolo di bilancio, pertanto, al mutare di uno dei due, muterà anche l'inclinazione del v.d.b. Da ciò deriviamo che uno dei modi per rendere consumabile un “paniere” molto elevato (che

mantenere coerenza nei confronti effettuati e, infine, la indipendenza, ossia capacità di non lasciarsi influenzare dal modo in cui le alternative vengono presentate. Tutte queste condizioni sono però rare negli individui. Ora vediamo alcune manifestazioni dei limiti soggettivi della razionalità nelle decisioni economiche degli individui:  soglie di percezione : Weber e Fechner si posero il problema di determinare quale debba essere la variazione di intensità di uno stimolo, affinché un individuo possa accorgersi della differenza; la conclusione, a cui giunsero, fu che la differenza minima percepibile è proporzionale all'intensità dello stimolo originario, ossia più lo stimolo originario è forte, maggiore dovrà essere la variazione, affinché si noti la differenza. L'economista Richard Thaler applicò la legge Weber-Fechner anche al caso in cui i consumatori devono decidere se certe differenze di prezzo sono abbastanza forti da giustificare decisioni conseguenti: si scoprì così che, nel caso di grande cifre, la differenza di prezzo appare trascurabile se riferita al prezzo di base. Ciò dimostra la nostra tendenza a ragionare in termini di grandezze relative piuttosto che di grandezze assolute , insieme alla propensione ad attribuire un significato simbolico (gerarchico) alle grandezze economiche, piuttosto che un significato funzionale;  elaborazione delle informazioni : spesso la nostra percezione delle alternative è offuscata non da cause fisiche, ma dal modo in cui elaboriamo le informazioni in nostro possesso. A volte la scelta riguarda alternative che non possiamo esaminare in modo simultaneo, subentrano allora i ricordi e il modo in cui li utilizziamo. La situazione ideale proposta dagli economisti tradizionali è quella dello shopping around : il consumatore si trova in una condizione simile a quando si aggira per un supermercato, in cui può agevolmente confrontare i diversi beni sulla base delle loro caratteristiche visibili (come prezzo, marca) e per quanto concerne quelle non immediatamente visibili (come qualità dei prodotti) potrà ricorrere alle proprie conoscenze, esperienze ecc;  informazioni e ricordi : Herbert Simon dimostrò che quando la raccolta di tutte le informazioni necessarie è troppo costosa e la capacità cognitiva (capacità di elaborare informazioni) è limitata, diventa irrazionale voler prendere decisioni secondo quanto prescritto dai modelli più semplici della teoria; diventa, cioè, irrazionale voler essere completamente informati. Se le alternative non possono essere esaminate in modo simultaneo diventa essenziale il modo in cui utilizziamo la memoria: vi è infatti la tendenza ad elaborare i dati della memoria secondo modalità che non hanno nulla di obiettivo, ad esempio:  i nostri ricordi sono più precisi se ancorati a circostanze che ci danno piacere,  è più facile ricordare i fatti caratterizzati da salienza, cioè quelli che colpiscono maggiormente la nostra attenzione,  i ricordi che feriscono la nostra autostima vengono eliminati o alterati.  capacità di calcolo : in economia tutti i costi sono costi-opportunità: ogni volta che per ottenere un particolare obiettivo dobbiamo rinunciare ad un obiettivo alternativo, possiamo dire che l’obiettivo ha un costo. Tale costo è rappresentato dal prodotto al quale rinunciamo; per costo è da intendere però sia una perdita netta ( danno emergente) sia il mancato guadagno ( lucro cessante). In teoria i prezzi di mercato dovrebbero riflettere perfettamente i costi opportunità dei beni, ma non è così. In realtà le decisioni economiche corrette dovrebbero basarsi sui costi-opportunità e non sui prezzi di mercato, tuttavia sappiamo che le nostre decisioni rispondono, più che alla razionalità economica, a motivazione di tipo emotivo o simbolico. Non per altro, difatti, perdite e guadagni sono percepiti in modo differente: l'utilità prodotta da un guadagno di un milione è da molti avvertita come minore (in valore assoluto) della disutilità (cioè perdita dell'utilità) prodotta dalla perdita di un milione. Un ruolo importante è rivestito dalle c.d. alternative irrilevanti : per indurre il consumatore ad una determinata scelta, viene posta un'”esca”, la quale, sfruttando i nostri meccanismi psicologici decisionali, influenzerà il consumatore a

scegliere senza esitazione. Ciò dimostra anche la nostra tendenza ad utilizzare di preferenza i confronti , laddove i giudizi ci appaiono difficili da formulare;  euristiche : (= espedienti) anche se si hanno tutte le informazioni necessarie, non si decide sempre in modo perfettamente razionale. Nel formulare dei giudizi o ricavare conclusioni sulla realtà, seguiamo metodi che hanno lo scopo principale di economizzare le nostre risorse mentali (Kahneman e Tversky). euristiche sono semplici ed efficienti regole che sono state proposte per spiegare come le persone risolvono, danno giudizi, prendono decisioni di fronte a problemi complessi o informazioni incomplete. Il principio che giustifica l'esistenza di euristiche è quello secondo cui il sistema cognitivo umano è un sistema a risorse limitate che, non potendo risolvere problemi tramite processi algoritmici, fa uso di euristiche come efficienti strategie per semplificare decisioni e problemi. Sebbene le euristiche funzionino correttamente nella maggior parte delle circostanza quotidiane, in certi casi possono portare a errori. (Siamo portati, per esempio, a calcolare la frequenza di un evento in base alla facilità con cui ci ricordiamo di casi analoghi). Ne sono esempio gli stereotipi (= rappresentano una distorsione legata ai caratteri tipici presenti nell'immaginario collettivo circa cose, fatti o persone) e la legge dei piccoli numeri, per cui si decide sulla base di pochi elementi pensando siano sufficienti.

Altro ruolo importante assume il framing , cioè il modo in cui le alternative di una decisione vengono presentate. Kahneman e Tversky hanno individuato due tipologie di frame nel corso della negoziazione (questi probabilmente dipendono da una combinazione di credenze, valori, attitudini e modelli mentali):  frame di guadagno: indica che il negoziatore presenta la trattativa come un'occasione di produrre guadagno (positive frame);  frame di perdita: indica che il negoziatore pensa alla trattativa come un momento in cui c'é qualcosa da perdere (negative frame). Sulla base di un famoso esperimento di Brazeman, si ricava che: quando si ragiona in termini di guadagno, si è relativamente poco sensibili alla sua entità; mentre, quando si ragiona in termini di perdite, anche un risultato poco ingente ci colpisce violentemente in senso negativo. Di conseguenza, nel primo caso, si preferisce un piccolo guadagno certo rispetto ad un grande guadagno incerto e, nel secondo caso, si preferisce una probabilità anche piccola di non subire perdite rispetto a una perdita ingente e certa. L'importanza del framing è nota da sempre agli esperti di marketing: le scelte degli individui possono infatti essere opportunamente orientate attraverso una scelta di una cornice appropriata.

- Capitolo 2.1 - L'offerta: produzione, costi e impreseImpresa : attività dell’imprenditore che si assume il rischio connesso ad un’attività produttiva.  Azienda : insieme dei mezzi di cui si avvale l’imprenditore nello svolgimento della propria attività; comprende i locali, in cui l'attività si svolge, gli impianti installati, i mezzi usati per il trasporto di merci e persone, ecc.  Ditta : denominazione commerciale dell’impresa.  Industria : insieme di imprese caratterizzato da una qualche forma di omogeneità. N.B: gli impianti sono la sede fisica dell'attività produttiva, generalmente delimitata da confini materiali precisi. Per settore si intende poi l'insieme delle attività finalizzate alla produzione di beni affini.

Il capitale è un insieme di risorse normalmente eterogenee, che può comprendere beni materiali e denaro. Attraverso l'uso di queste risorse, che derivano dal mancato consumo ( risparmio ), i produttori accrescono le loro capacità di realizzare i beni. Secondo uno dei principi base delle economie moderne, chi possieda risorse sarebbe portato a consumarle, in quanto il consumo è lo scopo finale per cui le risorse vengono prodotte. Tuttavia, chi ne possiede in eccesso rispetto ai propri bisogni, può astenersi dal consumarle e utilizzarle per produrre di più in futuro oppure prestarle ad altri, perché questi ne facciano un uso produttivo. L'astinenza dal consumo, ossia il risparmio, dà quindi luogo all' investimento che consiste nel reimpiegare le risorse risparmiate oggi per creare maggiori risorse domani. L'astinenza dal consumo è quindi la condizione necessaria per l'accrescimento delle capacità produttive dell'economia. Il capitalismo si basa poi su una divisione dei compiti. Basilare distinzione è poi quella fra capitalisti e imprenditori : mentre i primi sono coloro che risparmiano parte delle risorse necessarie alla loro sussistenza, i secondi sono coloro che hanno la capacità di realizzare imprese, ossia iniziative produttive per le quali erano necessari grandi capitali. In questo modo il capitalista trasferisce il rischio del fallimento dell'impresa sull'imprenditore. Nel mondo moderno esistono, comunque, istituzioni che hanno lo scopo di agevolare tale trasferimento e di valutare e cercare di ridurre i rischi al minimo: queste sono le banche, le borse, ecc. Come abbiamo detto, l'investimento permette all'imprenditore di produrre una quantità di beni maggiore di quella risparmiata. Il proprietario originario dei capitali vorrà, perciò, ricevere una quota di questa maggiore quantità come compenso per la sua “astinenza”: tale quota sarà maggiore o minore a seconda della valutazione in particolare di due fattori:  il tempo durante il quale egli si sarà dovuto separare dal proprio risparmio,  il rischio di non poter recuperare il prestito. Questi due elementi, tuttavia, sono largamente connessi l'uno all'altro: il tempo è dimensione della rischiosità di un evento. Il compenso dell'astinenza del capitalista, comunque, viene chiamato interesse e il rapporto tra il capitale investito e l'interesse ottenuto prende il nome di saggio (o tasso) d'interesse. Tale saggio è interpretato come il “prezzo” del capitale: il saggio d'interesse viene infatti definito tout court come il prezzo del denaro. Invece, la remunerazione del contributo dell'imprenditore prende il nome di saggio di profitto , il quale sarà lordo o netto a seconda che venga calcolato prima o dopo aver tolto gli interessi da pagare al capitalista.

Il fenomeno dell'interesse composto e il processo che ne scaturisce, detto capitalizzazione , costituiscono certamente uno dei tratti distintivi della società capitalistica. Abbiamo detto che il capitale è remunerato sulla base del tempo che misura l'astinenza del capitalista, ma ciò che è pagato come interesse costituisce a sua volta un ammontare di risorse che vanno ad aggiungersi a quello originariamente prestato dal capitalista all'imprenditore, e poiché su questo ammontare aggiuntivo sarà pagato a sua volta un interesse, il capitale cresce secondo modalità peculiari, che danno luogo alla cosiddetta capitalizzazione: K (1 + r)n in cui K è il capitale, r è il saggio d'interesse, che sarà più o meno grande a seconda del rischio esistente, mentre n riflette l'elemento del tempo. Il saggio di interesse composto è, quindi, il saggio di interesse che viene applicato in ogni periodo sul capitale e gli interessi

accumulati sul capitale stesso. Il capitale, come si vede, cresce per una sorta di inerzia, attraverso modalità che sono indipendenti dall'attività e sforzo del capitalista, che contribuisce al processo produttivo solo con la propria astinenza dal consumo. Se una certa somma di denaro risparmiata “oggi” può, attraverso la capitalizzazione, dare luogo ad una somma maggiore nel futuro, è necessariamente vero anche il reciproco: una somma di denaro riferita a un periodo lontano nel tempo equivale ad una somma inferiore disponibile oggi: la prima sarà superiore alla seconda. L'operazione, che ci consente di passare dal valore di un capitale K disponibile nel futuro al suo valore attuale (o attualizzato ) ossia il suo equivalente odierno, prende il nome di sconto e consiste nell'inverso della capitalizzazione: K 1 r n

In questa formula, r prende il nome di saggio di sconto. Il calcolo economico usa normalmente il saggio di sconto per rendere confrontabili tra di loro somme che si riferiscono a periodi di temo diversi.

Lavoro e salario

Il lavoro umano viene remunerato sulla base del tempo durante il quale è stato applicato al processo produttivo di un determinato servizio o bene. Parliamo di salario quando si tratta di lavoro dipendente operaio e di stipendio quando si tratta di lavoro dipendente impiegatizio. Più in generale si parla di retribuzione o remunerazione del lavoro. Il lavoro viene remunerato in proporzione al tempo durante il quale esso è applicato al processo di produzione, anche se con livelli iniziali diversi a secondo dei contenuti qualitativi della prestazione considerata. Non esiste poi una forma di capitalizzazione applicabile al fattore lavoro; la formula attraverso la quale viene remunerato il lavoro è:

L = w ⋅ h

in cui L indica l'ammontare complessivo del denaro pagato a un'unità di lavoro, w indica la remunerazione per unità di tempo, h indica il numero di unità di tempo lavorate. In termini grafici, vedremo che la remunerazione ricevuta dal fattore lavoro nel tempo aumenta in modo lineare (o potrebbe non aumentare affatto), mentre quella del capitale aumenta in modo esponenziale. Mentre prima della Rivoluzione industriale, i beni erano prodotti da artigiani che venivano compensati sulla base della quantità di prodotto fornita, ora ruolo determinante hanno invece le forme di retribuzione basate sul principio della contrattazione bilaterale tra associazioni di lavoratori e datori di lavoro.

Terra e rendita

Tra tutte le forme di remunerazione, quella che riguarda i fattori non riproducibili (la terra) e che viene definita rendita , rappresenta un fenomeno di importanza sociale ed economica molto minore rispetto le società anteriori. Si parla di rendita quando un certo fattore riceve una remunerazione superiore al costo marginale di produzione. La rendita sarà, quindi, data dalla differenza tra quanto il proprietario terriero guadagna dai suoi terreni e quanto paga i suoi lavoratori.

Aumenti dell'efficienza dei processi produttivi

In Economia, studiare la produzione di beni significa studiare le condizioni che permettono di aumentare l'offerta dei beni stessi. Gli ultimi due secoli della storia delle società occidentali hanno visto la costante ricerca di incrementi delle capacità produttive, a partire dal momento in cui mercanti e imprenditori ebbero acquistato peso significativo all'interno delle società. Nel mondo antico, infatti, tali incrementi erano generalmente occasionali, frutto di condizioni contingenti o di scoperte o invenzioni sporadiche. Soltanto la Rivoluzione industriale creò le condizioni per uno sforzo costante di accrescimento della produttività. Fino a quasi tutto il XVIII secolo le capacità produttive del mondo conosciuto rimasero sostanzialmente costanti. Solo verso la fine del Settecento il ritmo di crescita della produzione si impenna. La produzione industriale moderna nacque con l'avvento del sistema di produzione di fabbrica. Nelle fabbriche venivano impiegate le macchine ed applicate le prime forme di organizzazione razionale del lavoro. Mentre, prima, la produzione di manufatti era effettuata da chi avrebbe dovuto usarli o da lavoratori indipendenti per conto di imprenditori e aveva luogo nelle campagne ( cottages ), dopo la Riv. Ind. si sarebbe concetrata nelle fabbriche , a loro volta stabilite in città. Ora, inoltre, il lavoro non era retribuito in base alla quantità di prodotto fornita, ma remunerato sulla base del tempo di lavoro fornito da ciascuno. La nuova forma organizzativa era basata sulla cooperazione tra lavoratori e sulla specializzazione di ciascuno di essi in una o poche mansioni: ciò rendeva quindi necessario un forte controllo da parte degli imprenditori! A dar inizio a tutto ciò contribuì anche l'aprirsi di grandi mercati d'oltreoceano e dai progressi nei trasporti, che rendevano conveniente la produzione su larga scala di manufatti di uso comune; nonché l' introduzione di macchine specializzate.

Adam Smith fu il primo a descrivere i vantaggi dell'organizzazione moderna della produzione e, in particolare, si concentrò sui benefici della divisione tecnica del lavoro. Egli sosteneva che, distribuendo i vari compiti produttivi tra più operai, si potevano realizzare enormi progressi: se ogni operaio si fosse specializzato in un'operazione particolare, si sarebbero ottenuti considerevoli incrementi di produttività, grazie ai seguenti fattori:  maggiore rapidità e precisione acquisite attraverso l'apprendimento e la ripetizione delle medesime operazioni;  riduzione al minimo dei tempi morti, dal momento che un operaio non deve passare da un compito all'altro;  la specializzazioni in singole mansioni ripetute all'infinito favorisce la creazione di strumenti appositi che permettono l'applicazione di forme di energia superiore a quella umana e si rivelano molto più efficienti degli uomini nella esecuzione di compiti semplici. La divisione tecnica del lavoro fa sì che ciascun lavoratore si dedichi a un compito semplice ed omogeneo , cioè che non sia costretto a frequenti cambiamenti nel tipo di operazioni effettuate: ciò prende il nome di standardizzazione del processo produttivo. La standardizzazione del processo produttivo è la premessa per l'applicazione delle macchine alla produzione dei beni.

Se il produttore non prevede o non ha interesse ad aumentare la produzione, non si avrà alcun incentivo a introdurre le innovazioni, poiché queste sono parecchio costose e ogni costo dovrebbe essere quindi coperto da un guadagno successivo: ogni incremento della produttività, quindi, presuppone un aumento del livello di produzione (scala). N.B: Produzione e produttività non sono sinonimi! Il primo sta a indicare la quantità prodotta in assoluto, la seconda è invece la

produzione divisa per i fattori impiegati. È vera, tuttavia, anche la relazione inversa, ossia: senza un aumento nelle dimensioni dell'attività produttiva, non vi potrebbe essere un aumento della produttività, perché non potrebbero essere applicati i mezzi di produzione più efficienti. Il rapporto causale tra livello della produzione ( scala produttiva ) e le innovazioni tecnologiche è circolare. Da tutto ciò deriviamo che la divisione del lavoro nasce dalla necessità di aumentare la produzione ed è lo strumento che rende possibile tale aumento. La divisione del lavoro è determinata dall'ampiezza del mercato. Tuttavia, benché il mercato, ampliandosi, stimoli l'adozione di forme di divisione del lavoro, allo stesso tempo pone un limite alla convenienza di tale adozione: se il mercato non raggiunge una ampiezza sufficiente, non vi sarà ragione di specializzarsi oltre un certo punto.

L'applicazione del progresso tecnico e scientifico alle attività di produzione si è tradotto principalmente nella forma della meccanizzazione , ossia nella costruzione di macchine capaci di sostituire uomini e animali nello svolgere singoli compiti. Tale evoluzione ha visto, però, il procedere in varie tappe: dall'introduzione del vapore all'applicazione dei motori a combustione interna utilizzanti petrolio o benzina, che permise una diffusione sempre più ampia e capillare delle macchine. I metodi finalizzati a valorizzare, attraverso l'organizzazione scientifica del lavoro operaio, la produttività dell'industria moderna hanno dato luogo al taylorismo o fordismo , che realizzarono al massimo grado i principi di scomposizione dei compiti dei lavoratori e di controllo tecnico del processo produttivo. Alla meccanizzazione ha fatto seguito la automazione , ossia l'impiego di macchine in sequenza per lo svolgimento di una serie di compiti che coprono l'intero processo produttivo.

Una delle fonti degli incrementi di produttività che hanno caratterizzato l'industria moderna deve ricercarsi nelle economie di scala. Aumentando la scala di produzione e mantenendo costante il rapporto tra fattori (operai e macchine), il prodotto dovrebbe aumentare in modo direttamente proporzionale alla quantità di fattori immessa nel processo: questa affermazione, tuttavia, è generalmente sbagliata o per difetto o per eccesso. Se, per esempio, aumentiamo del 10% tutti i fattori, pur mantenendo costante il rapporto tra le quantità di fattori stessi, è probabile che la produzione aumenti più del 1 0%, cioè più che proporzionalmente rispetto all'aumento degli input. In casi come questo, aumenta il livello dell'utilizzo dei fattori, ma si accresce anche l' efficienza del processo, intesa come rapporto tra il prodotto e la quantità dei fattori impiegati. Nelle economie di scala, quindi, ad un aumento della produzione corrisponde anche un aumento della produttività e tale incremento avviene in modo più che proporzionale. Vediamo un esempio: supponi di ragionare dal punto di vista di una impresa che fabbrica mobili; acquistando 2 kg di legno, l'impresa riesce a produrre 2 tavoli, acquistando 4 kg di legno, l'impresa produce 4 tavoli e così via. Adesso supponiamo che l'impresa, che vende il legno, pratichi delle offerte sui grandi acquisti: ad esempio che ogni 4 kg di legno acquistati, regali 1 kg di legno; in questo secondo caso, utilizzando il denaro che anche prima era necessario per acquistare 4kg di legno, l'impresa ne potrà ottenere 5 kg. Questo significa che pur sostenendo i costi per le materie prime necessarie a produrre 4 tavoli, il mobilificio (grazie agli sconti sugli acquisti) è invece in grado di produrne 5. Potenziale causa di eventuali economie di scala è la cosiddetta legge di Babbage che fa riferimento all'aspetto geometrico dei fenomeni di crescita. Obiezioni a tale teoria risiedono nel fatto che essa non abbraccia la totalità dei casi di attività che

luogo a carne e pellame, carne e lana o carne e uova). Una gamma di prodotti sufficientemente ampia permette di soddisfare le differenze esistenti tra i gusti dei consumatori con uno sforzo minimo e ciò aiuterà anche a legarli più a sé. Altro scopo può essere, poi, quello di ripartire il rischio su un elevato numero di prodotti. Il tipo di impresa che realizza questo obiettivo viene definita conglomerata.

Il progresso tecnico e lo sviluppo economico

Quando parliamo di progresso tecnico , intendiamo quell'insieme di invenzioni e innovazioni, che applicate alla produzione dei beni, ne accrescono la disponibilità oppure permettono di produrli a più bassi costi. Le invenzioni sono miglioramenti che hanno origine al di fuori del processo produttivo (ad es., nella ricerca scientifica); le innovazioni sono le applicazioni delle invenzioni al processo stesso. Gli sviluppi delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni produttive hanno contribuito ad introdurre radicali innovazioni nell'industria, ma sarebbe fuorviante pensare all'evoluzione tecnologica come pure e semplice risultato del progresso di tecnica e scienza. Infatti, le alternative tecniche spesso sono già disponibili , ma, affinché possano prestarsi ad applicazioni nei processi produttivi, esse devono risultare anche economiche sia dal lato dell'offerta (cioè, dei costi di produzione) sia dal lato della domanda (cioè, vi dovrà essere disponibilità da parte del pubblico ad acquistare il bene). Vedi l'esempio delle macchine a vapore : queste sono state introdotte nell'industria tessile inglese soltanto quando è divenuto economicamente conveniente farlo. Affinché ciò accadesse, era necessario: 1. che la domanda di prodotti tessili raggiungesse un livello adeguato, 2. che divenisse più economico usare le macchine al posto degli uomini (questi aspetti sono inscindibili). A volte il progresso tecnico prende la forma dei miglioramenti che le imprese stesse mettono a punto, come risposta a problemi incontrati nel corso della loro normale attività. Tuttavia, le imprese trovano un serio disincentivo all'attività di ricerca nel timore che altri si impadroniscano delle loro innovazioni (ed è qui che entra in gioco la protezione da parte della legge). Una parte rilevante del PT (soprattutto le invenzioni) ha dunque origine al di fuori dei luoghi della produzione e non risponde in modo diretto alla domanda del mondo delle imprese. Una volta che l'invenzione ha fatto la sua comparsa, gli imprenditori più abili cercheranno di sfruttarne le suscettibilità e, quindi, di applicarle all'attività delle imprese. Altre volte, invece, l'origine del PT si trova nello sforzo di entità collegate al mondo della produzione, anche se non di natura strettamente produttiva (università, politecnici, fondazioni, ecc.). Buona parte della ricerca è oggi effettuata da appositi reparti di imprese produttive ( R&D = Research and Development). Spesso, poi, gli effetti più vistosi in termini di aumento della produttività e riduzione dei costi sono il risultato di forme di ibridazione tra attività anche molto diverse.

Sarebbe sbagliato pensare al PT come a un “puro e semplice” susseguirsi di invenzioni e delle relative applicazioni. Spesso, infatti, i progressi maggiori sono la conseguenza di nuove forme di organizzazione di attività già svolte da tempo. Nel valutare l'effetto di un'innovazione, bisogna distinguere i casi in cui risulta accresciuta l'efficienza di un processo che già esisteva ( innovazioni incrementali ), da quelli in cui viene introdotta una possibilità in precedenza sconosciuta ( innovazioni rivoluzionarie ). Non va nemmeno sottovalutato il ruolo della casualità nella nascita di alcune innovazioni ( serendipity = facoltà di fare scoperte importanti in modo casuale): molte sono, infatti, le innovazioni e invenzioni casuali che hanno avuto origine

all'esterno del mondo della produzione e che hanno poi ricevuto applicazioni economiche importanti (vd. la penicillina). Oltre a tali innovazioni casuali, esistono anche innovazioni banali , il cui contenuto scientifico non è molto sofisticato in termini di ricerca e di uso di conoscenze tecniche. Si tratta quindi di idee piuttosto semplici, ma che hanno prodotto effetti sconvolgenti e risultati economici grandiosi (vd. il container). Molti studiosi ritengono decisivo, nel processo che ha portato maggiori innovazioni/invenzioni, la promulgazione delle leggi a protezione della proprietà intellettuale , cioè delle leggi che riconoscevano agli inventori il diritto all'utilizzazione e allo sfruttamento commerciale delle proprie creazioni. Tuttavia, il ruolo della proprietà intellettuale nello sviluppo economico è ambiguo. Lo sfruttamento individuale delle nuove idee può, infatti, limitarne la diffusione e quindi rallentare lo sviluppo potenziale.

Il circolo virtuoso domanda-progresso tecnico

Il ruolo del PT nella crescita delle economie moderne è stato decisivo. Ma tale progresso non avrebbe potuto dispiegare tutta la sua efficacia se non avesse concorso anche la domanda di beni. La domanda, che proviene dal mercato, è il fattore che innesca l'introduzione del progresso tecnico nel processo produttivo. Più raramente può accadere anche il contrario, ossia che sia la novità tecnologica a suscitare la domanda dei consumatori. In altri casi, i due aspetti operano simultaneamente. La standardizzazione determina l'abbassamento dei costi di produzione, il quale a sua volta permette la diminuzione del prezzo dei beni. Ma un prezzo minore induce una maggiore domanda, che a sua volta costituisce la premessa per l'applicazione di metodi produttivi ancora più standardizzati. Naturalmente l'aumento della domanda come conseguenza della diminuzione del prezzo non è affatto automatico: è necessario che il bene incontri anche i gusti o soddisfi i bisogni degli individui. Tale “circolo virtuoso” può, però, incontrare limiti o eccezioni in alcuni importanti tipi di produzione, come in medicina in cui il PT può essere rallentato o impedito, dal fatto che il numero limitato di casi ai quali potrebbe essere applicato, lo rende troppo costoso. Ruolo importante in questo “circolo virtuoso” è svolto dalla sostituzione dei fattori. Il PT implica, infatti, un uso sempre meno intenso della forza-lavoro umana e una sua progressiva sostituzione con macchine o con capitale. In corrispondenza di tale fenomeno, assistiamo anche ad un processo di aumento del costo del lavoro umano e di diminuzione del costo del capitale. Tale processo vediamo, però, che presenta due aspetti importanti: da un lato, i progressi della tecnologia hanno storicamente reso meno indispensabile l'apporto del lavoro umano, prima come erogatore di energia, poi come esecutore di compiti ripetitivi; dall'altro lato, a mano a mano però che diveniva più scarso, il lavoro diveniva essenziale ed assumeva potere contrattuale. L'acquisto da parte dei lavoratori di una forza contrattuale crescente ha, di conseguenza, comportato un incentivo al tentativo di introdurre tecniche ancora più capital-intensive. Scarsità e prezzo sono, quindi, aspetti inscindibili: un fattore ha un prezzo elevato perché è scarso rispetto a fattori che possono essere usati al suo posto (e viceversa). A tale circolo è, infine, necessario aggiungere altri due elementi, ossia l'aumento delle retribuzioni dei lavoratori e la sostituzione di lavoro con capitali. Tale aggiunta opera a rafforzare il circolo virtuoso di partenza. Minori prezzi dei beni Minori costi di produzione Maggiore domanda

Un'impresa non è solo il risultato di una giustapposizione dei diversi fattori della produzione: il modo in cui i fattori sono combinati in un’impresa riveste un’importanza cruciale. Rigidità e flessibilità sono i poli intorno ai quali ruota la produzione: la prima consente una produzione massiccia su larga scala ma non risponde alle mutevoli esigenze dei consumatori, la seconda è molto più versatile e si giustifica tenendo conto delle condizioni incerte dei mercati. Nel corso del XX secolo abbiamo assistito a tre fasi distinte nell' evoluzione del concetto di organizzazione.

(a) Il fordismo. La prima fase vede l'imporsi del modello fordista (o taylorista ). All'inizio del XX secolo, Henry Ford introdusse un modello organizzativo fondato sulla scomposizione delle operazioni: tale innovazione fu pensata al fine di realizzare grandi economie di scala, ma allo stesso tempo portò anche ad una forte standardizzazione del prodotto; lo sforzo di abbassare i costi di produzione prevaleva sull'obiettivo di offrire una gamma variata di prodotti finali. E ciò funzionò per tutto il periodo in cui era il produttore il “padrone della situazione”, ossia era lui ad imporre ai consumatori un prodotto nuovo. Tuttavia, quando, in un secondo momento, la domanda dei consumatori cominciò a differenziarsi, si rese evidente la mancanza di capacità di rispondere agli stimoli del mercato. (Questo fenomeno di diversificazione della domanda derivava dal desiderio di fasce diverse di popolazione.).

(b) Il modello General Motors. Il primo grande cambiamento di modello organizzativo fu compiuto dalla General Motors e dal suo general manager, Alfred Sloan: questi decise di istituire un certo numero di divisioni specializzate in segmenti di mercato diversi. I capi di ciascuna divisione avrebbero goduto di maggiore libertà, ma anche di maggiore responsabilità, e, nello stesso tempo, l’impresa avrebbe mantenuto un coordinamento centrale che tuttavia non si sarebbe dovuto spingere fino a interferire nelle decisioni quotidiane dei capi di divisione. In questo modo la GM arricchì la propria gamma di prodotti e andò incontro alle esigenze di un pubblico sempre più sofisticato. La GM riuscì, comunque, a trovare un compromesso tra l'obiettivo della diversificazione del prodotto e la ricerca di economie di scala, producendo parti comuni ai diversi modelli.

(c) Il Just in time e il modello Toyota. Il secondo grande cambiamento si verificò con l'introduzione del just in time (“fare le cose proprio nel momento in cui diventa necessario”) da parte della giapponese Toyota e con l'applicazione del principio di flessibilità. La Toyota eliminò le scorte, migliorando i collegamenti tra le diverse fasi del processo di produzione: le varie parti così, invece di giacere nei magazzini, arrivavano alla fabbrica nel momento in cui dovevano entrare in lavorazione. Ciò rappresentò uno stimolo a introdurre sistemi di controllo più raffinati che riducevano al minimo il rischio d’errore. Nello stesso tempo, ciascun reparto veniva a godere di maggior autonomia e veniva incoraggiato a utilizzare tecnologie flessibili. La differenziazione del prodotto, almeno fino a quando si limita a varianti di un medesimo modello di base, può essere ottenuta attraverso una funzione meccanizzata o automatizzata e quindi soggetta ad economie di scala.

La teoria delle code lunghe : secondo la teoria di Chris Anderson, l’avvento di internet ha permesso di abbattere i costi di immagazzinamento di moltissimi beni e quindi di continuare a tenere a disposizione dei consumatori, per periodi di tempo indefinitamente lunghi, articoli che in passato sarebbero stati inevitabilmente eliminati dagli stock dopo poco tempo. In

questo modo, il successo, per esempio, di un album musicale non sarà più considerato all'interno di un periodo di tempo “normale”, ma in un più lungo periodo (“code lunghe”).

L'organizzazione delle imprese: fare o comprare?

Particolare problematica è quella relativa all’opportunità di produrre da sé tutti gli elementi della produzione (make ) oppure comperarli dall’esterno ( buy ). Non esiste una regola precisa di soluzione, bisogna valutare caso per caso sulla base delle convenienze specifiche. Nel caso di acquisto esterno, le attività produttive verranno svolte attraverso una pletora di soggetto indipendenti, i quali operano in modo autonomo gli uni dagli altri, e non come imprese intese come entità unitarie. Nel caso, invece, che l'organizzazione sia interna all'impresa, vedremo che il tutto si baserà su programmi predisposti da chi è a capo dell'organizzazione produttiva e, cioè, sulla base di un rapporto gerarchico, che lascia uno spazio minimo all'autonomia del soggetti. L’acquisto esterno si realizza tramite contratti tra fornitore e acquirente, da cui può derivare la c.d. incompletezza contrattuale (ossia tutto ciò che concerne i rischi riguardanti l'esecuzione degli impegni assunti dalle parti, es: uno adempie in ritardo, non adempie…); la produzione interna, invece, si attua tramite organizzazione gerarchica , pertanto un soggetto sovraordinato che impartisca ordini, il che comporta alte costi di organizzazione. Entrambe le soluzioni presentano costi specifici : il controllo gerarchico è costoso, poiché implica attività di pianificazione di sorveglianza, nonché il rischio di conflitti e spese per la soluzione di quest'ultimi; il ricorso al mercato è a sua volta costoso a causa dell'incompletezza contrattuale. L'economista Ronal Coase ha chiamato costi di transazione (o di negoziazione o di contrattazione ) i costi necessari per raggiungere un accordo circa l'esecuzione di specifici compiti nell'ambito di una produzione: il rapporto tra costi di coordinamento interni e i costi di uso del mercato esterni è decisivo nell’indurre l’impresa a rivolgersi al mercato o a provvedere attraverso la propria organizzazione. Vi è, infine, una terza possibilità, che si traduce in una sorta di compromesso tra il make e il buy : le imprese realizzano spesso forme di coordinamento tra loro, sfuggendo così sia alla necessità di provvedere da sé sia ad un ricorso estemporaneo al mercato, delegando compiti specifici a ciascuna: queste imprese prendono il nome di gruppi , sistemi o costellazioni.

Le imprese nello spazio geografico

Le attività produttive si svolgono nello spazio. Alla distribuzione spaziale delle attività economiche si sono legati aspetti fondamentali relativi all' efficienza delle diverse attività: una localizzazione favorevole poteva essere un fattore determinante dello sviluppo di un'impresa, così come una localizzazione sfavorevole poteva condannare la regione o le singole imprese al declino. La distribuzione delle attività nello spazio influenzava anche fondamentali aspetti della vita sociale , come i livelli di occupazione delle diverse regioni: un'attività produttiva deve solitamente trovarsi a una distanza non eccessiva dai luoghi in cui si svolge la vita delle persone, affinché possa essere considerata ipotesi di lavoro reale. Oggi la concentrazione delle attività produttive viene presa in considerazione anche per i possibili effetti sull' ambiente.

Questi fenomeni possono prendere diverse forme:

  1. quando molte imprese operano a stretto contatto le une con le altre, è possibile che si realizzino efficaci processi di specializzazione e che si creino economie di scala a livello di ciascuna attività (vd, distretti industriali italiani);
  2. la permanenza di attività produttive nella stessa sede per un tempo abbastanza lungo favorisce lo sviluppo delle capacità della forza-lavoro : la domanda di manodopera specializzata, infatti, favorisce o determina la nascita di iniziative formative di grande importanza ai fini dell'ulteriore crescita locale;
  3. la concentrazione di lavoratori nella stessa sede può in alcuni casi dare vita a mercati di sbocco per le stesse imprese dell’area. I dipendenti delle imprese insediate in una certa area dovranno, infatti, spendere in qualche modo la loro retribuzione e se le imprese producono beni di consumo, la cosa più logica è che vendano i beni agli stessi lavoratori.

Le città rappresentano un potente fattore di attrazione delle attività produttive: sono divenute poli di attrazione fortissimi per la manodopera intellettuale e manuale. Offrono, inoltre, considerevoli occasioni di impiego, nonché maggiori possibilità di sussistenza. Le città sono, infine, l'unico luogo in cui è concepibile lo sviluppo economico. Tuttavia, sono anche sede di enormi inefficienze (conflittualità sociale, criminalità, parassitismo).

- Capitolo 2.1 - Le decisioni produttive: i costi di produzione

L’imprenditore, che persegue il massimo profitto , deve cercare da un lato di accrescere la quantità di beni che vende e, dall'altro, cercare di minimizzare i costi di produzione che derivano dall’impiego degli input. I costi di produzione rappresentano, quindi, alcuni degli elementi fondamentali del calcolo che i produttori devono eseguire prima di assumere le loro decisioni.

I costi possono essere distinti in fissi e variabili: i primi rimangono costanti al variar del livello della produzione; i secondi variano. I costi fissi sono quelli che l'imprenditore deve sostenere anche se non viene prodotta nessuna unità del bene (costi di affitto dei locali, spese di assicurazione, acquisto di eventuali licenze/autorizzazioni governative, spese per la ricerca e lo sviluppo, spese per attività di marketing); i costi variabili sono tutti quelli che non sono fissi (quelli relativi alle materie prime, al trasporto dei fattori di produz e del prodotto finale, al consumo di energia) che risulteranno maggiori o minori secondo la quantità di beni che verrà prodotta, se non addirittura nulli quando l'impresa non produce neanche un'unità di output. Quanto ai costi dell'energia e dei servizi di comunicazione, essi sono divisibili in una quota fissa , corrispondente al canone che rappresenta il corrispettivo dell'affitto degli impianti, e in una quota variabile , che rappresenta il corrispettivo del consumo effettuato. Il lavoro veniva, inizialmente, considerato un costo fisso; tuttavia, tende sempre più a essere un costo variabile e lo sarà totalmente quando sarà possibile assumere e licenziare i dipendenti di un’impresa secondo le esigenze della produzione. I costi totali sono la somma dei costi fissi e variabili e deriva dalla somma in verticale di questi ultimi. Il grafico dei CT può assumere diverse forme, purché sia continuamente crescente : sarebbe infatti un prodigio avere una produzione maggiore spendendo di meno (vi sono tipi di costo che possono diminuire al crescere della produzione, ma non saranno mai costi totali, bensì costi medi o marginali).

Il costo medio è il rapporto tra il costo totale CT e il livello della produzione ( y ), cioè la quantità di unità prodotte:

CM =

CT

y

Il costo marginale rappresenta la variazione che il costo totale subisce in corrispondenza di un certo aumento o diminuzione della produzione effettuata:

Cmarg = CT y

I valori marginali rappresentano i dati primari e i valori medi rappresentano dati derivati da quelli marginali. Quindi, i costi medi sono ricavati dai costi marginali. Quando il costo marginale è superiore al costo medio, il costo medio cresce; quando il costo marginale è inferiore al costo medio, il costo medio decresce. (Per “ Relazione tra curve di costo medio e marginale ” vedi pag. 222-226).

È importante distinguere tra breve e lungo periodo quando si parla di funzione di produzione. Il breve periodo è relativo ad un periodo di tempo in cui almeno uno dei fattori di produzione non può essere mutato: i fattori che nel breve periodo non possono cambiare prendono il nome di input fissi. In questi casi, si registrerà un fenomeno di calo di produttività o di scarsità di fattori (con riferimento a quest'ultimo si parla di “colli di bottiglia”). Il lungo periodo indica, invece, un periodo di tempo in cui tutti gli input possono variare e pertanto queste cause possono essere normalmente raggirate: le tecnologie poco produttive possono essere sostituite da altre più produttive, i fattori scarsi sostituiti anch'essi o reintegrati. A proposito della scarsità di fattori quale aspetto limitante, l'economista neoclassico Ricardo elaborò la c.d. legge della produttività marginale decrescente , per cui incrementi successivi della quantità di un fattore utilizzata in un dato processo produttivo porteranno necessariamente, almeno a partire da un certo punto, ad aumenti di produzione via via minori. Nel XX secolo lo sviluppo della tecnologia ha permesso di eludere la maggior parte delle cause di scarsità dei fattori, favorendo la sostituzione di materiali poco abbondanti ed eliminando la quasi totalità dei casi di scarsità imputabili a circostanze naturali (anche la terra ha smesso di essere un aspetto limitante della crescita produttiva). Infine, si è portati a pensare che il vero limite alla crescita indefinita di un industria non si debba cercare dal lato della produzione, cioè dell’offerta, ma da quello della domanda , ossia un certo prodotto di una data industria non può essere assorbito in misura illimitata dai consumatori: diventerà quindi necessario compiere spese per la definizione di nuovi prodotti e per la conseguente riconversione degli impianti.

- Capitolo 2.3 - Le decisioni dell'imprenditore

Quando si pensa a chi effettua l'attività di produzione e distribuzione dei beni e dei servizi (= merci), possono venire in mente la figura di singoli individui oppure più generalmente la figura di organizzazioni , ossia di imprese. L’organizzazione della produzione, oltre ai fatti meramente tecnici, comporta anche un insieme vasto di decisioni, programmi e relazioni personali. La produzione non può quindi essere considerata semplicemente un fatto tecnico o un