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Tipologia: Dispense
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Kant (1724-1804) Nacque a konisberg ( Prussia orientale) nel 1724 da una modesta famiglia di artigiani; ebbe una vita ordinata, non viaggiò e non fu coinvolto in attività politiche. I genitori sono ricordati dal filosofo come modelli di onestà e probità, soprattutto la madre che gettò nel figlio i "semi del bene", fece nascere in lui un sentimento per la bellezza della natura, stimolò il suo amore per il conoscere. L'Impronta della madre si vede nell'educazione religiosa; crebbe il figlio nel rigorismo proprio del pietismo e iscrisse Kant ad un collegio diretto dal pastore pietista Schultz. Il pietismo era una corrente religiosa formatasi in seno al luteranesimo tedesco nella seconda metà del seicento e sviluppatosi anche fuori della Germania nel secolo successivo. Il pietismo rivendicava un cristianesimo attivo, sostanziato di fervore e fondato su una pratica morale rigorosa: predicava una "religione del cuore", contro la "religione della mente". Il tema di fondo era la santificazione dell'uomo. Gli obiettivi erano: diffondere la sacra scrittura e favorirne lo studio; aggiungere alla conoscenza della dottrina, la pratica delle virtù cristiane; rinnovare la predicazione, incentrandola sul tema dell'uomo nuovo e della salvezza. Nel 1740 il filosofo si iscrisse all'università dove seguì corsi di scienze naturali, matematica, teologia, letteratura latina e filosofia; terminò gli studi nel 1747. Nel periodo tra il 1747 e il 1754 il filosofo fece il precettore per vivere. In questo periodo studiò moltissimo. Nel 1755 conseguì il dottorato e la docenza universitaria all'università di Konisberg dove insegnò varie discipline. Nel 1770 ebbe la cattedra di logica e metafisica con la dissertazione " De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis". Gli anni tra il 1770 e il 1781 furono decisivi per la formazione del sistema del filosofo. Dalla lunga meditazione nacquero le seguenti opere: la "critica della ragion pura" pubblicata nel 1781, la "critica della ragion pratica" pubblicata nel 1788 e la "critica del giudizio" che uscì nel 1790. La parola criticismo deriva dal greco krinein e vuol dire giudicare. Kant vuole valutare le condizioni di possibilità, validità e i limiti della conoscenza umana. Le tre critiche sottopongono ad analisi critica tutta l'attività dell'uomo ossia il suo modo di apprendere ( la conoscenza), il suo modo di volere (l'azione) e il suo modo di sentire (sentimento). Gli anni della vecchiaia furono brutti: il filosofo divenne quasi cieco, persa la memoria e la lucidità mentale. Morì nel 1804. Presupposti storico filosofici del kantismo. In ambito filosofico dominano il razionalismo e l' empirismo. Il razionalismo considera la ragione il fondamento del vero conoscere in quanto essa trae dalla sua interiorità i principi, cioè idee e concetti, da cui è possibile ricavare la spiegazione razionale della realtà, in modo indipendente dall'esperienza sensibile. Il razionalismo prende a modello il metodo matematico fondato su intuizione e deduzione. Come la matematica da principi certi e postulati evidenti fa derivare conseguenze certe, cioè la soluzione di problemi e la dimostrazione di teoremi, così la ragione da idee innate, deduce altre verità e costruisce la scienza. Le idee innate sono presenti nell'anima umana anteriormente all'esperienza e in modo indipendente da essa; sono principi a priori e fondamento del conoscere dell'uomo. Le idee innate possiedono chiarezza e distinzione. Chiarezza vuol dire che le idee si presentano direttamente allo spirito in modo limpido; distinzione significa che ciascun idea è separata e distinta dalle altre. La verità è fondata sulla certezza che ognuno trova in se stesso. Tale certezza ha carattere universale perché Dio ha impresso le idee innate nella mente dell'uomo e Dio offre garanzia di veridicità. Secondo il razionalismo, la matematica, la fisica, la metafisica sono valide scientificamente. La Matematica si avvale di intuizione e della deduzione; la fisica e' scienza perché le idee hanno corrispondenza con i fenomeni della natura; la metafisica e' scienza perché ricavata dalle stesse idee innate le quali permettono di conseguire la conoscenza dell'anima, di Dio e del mondo, nei suoi principi costitutivi.
L'empirismo invece considera come fonte del conoscere l'esperienza sensibile, rifiutando l'innatismo. L'idea non è principio innato ma rappresentazione delle cose naturali che provengono dall'esterno. Si rivolge alle cose esterne e, basandosi sui sensi, accetta il metodo induttivo e sperimentale. Il problema fondamentale dell'empirismo e' dimostrare la validità dell'intelletto che deve rielaborare i dati dell'esperienza. Il soggetto attraverso l'intelletto passa dall'immagine particolare ad una rappresentazione valida per tutti e che deve avere riscontro con la realtà. Secondo l'empirismo, la matematica e' scienza, anche se astratta, perché creata dall'uomo. La fisica non e' scienza ( vedi la critica di Hume al rapporto di causa ed effetto), perché non è possibile stabilire un confronto tra le rappresentazioni mentali delle cose e le cose stesse. La metafisica non e' scienza perché oltrepassa ogni esperienza sensibile. Critiche al razionalismo: è considerato dogmatico perché muove da un presupposto indimostrato. Infatti le idee innate sono affermate semplicemente e non hanno una valida dimostrazione. Rimane oscuro come queste idee possono essere applicate alla realtà naturale perché, per la loro origine, sono indipendenti dall'esperienza, mentre è proprio la sensazione che permette il contatto con le cose. Si accusa il razionalismo di circolo vizioso: la certezza delle idee e' fondata sulla veracita' di Dio che ha posto nell'anima tali idee e l'esistenza di Dio che dovrebbe essere dimostrata, è invece ammessa come idea innata e quindi tale da essere evidente di per sé stessa. Circolo vizioso: Sofisma con cui si spiega un principio con un altro e questo secondo con il primo. Si prova A, cioè l'idea innata, con B, cioè l'esistenza di Dio e B, l'esistenza di Dio con A, idea innata. Critica all'empirismo: l'empirismo non può offrire una conoscenza universale e oggettiva perché troppo legato al soggettivismo e al particolarismo delle impressioni sensibili: niente può garantire che le idee che hanno origine dalla sensazione abbiano corrispondenza con la realtà. L'empirismo conduce allo scetticismo. ( vedi Hume). Il criticismo kantiano. Il filosofo supera le due concezioni con l'introduzione del nuovo tipo di conoscenza che si avvale simultaneamente dell'esperienza e delle forme a priori. Per Kant vedremo che la matematica e la fisica hanno piena validità scientifica, mentre la metafisica non può essere conosciuta dalla ragione. La morale è fondata sulla ragione umana intesa come autoregolatrice del comportamento e quindi è autonoma. Il filosofo critica i razionalisti che presuppongono a priori nella mente umana le idee innate, accettate dogmaticamente, cioè senza dimostrazione. I loro giudizi sono analitici a priori in quanto non derivano dall'esperienza ( a priori) e il predicato del giudizio è ricavato dall'analisi del soggetto del giudizio stesso ( analitici). Perciò non aggiungono niente di nuovo, sono sterili, ma rendono semplicemente esplicito ciò che è stato detto. Un esempio è il seguente: il corpo e' esteso; l'estensione è contenuta nel concetto di corpo. Tali giudizi sono universali e necessari, ma sterili, cioè non offrono altre conoscenze. Gli Empiristi muovono dall'esperienza rifiutando ogni innatismo. I loro giudizi sono sintetici a posteriori perché formati dall'unione, (sintetici) dei dati sensibili, (a posteriori): il loro predicato aggiunge qualcosa di nuovo al concetto che fa da soggetto dello stesso giudizio. Un esempio è il seguente: questo corpo è pesante; il concetto di pesantezza aggiunge qualcosa al concetto di corpo, ma le conclusioni non sono universali e oggettive perché ricavate dal particolarismo dell'esperienza. Tali giudizi sono fecondi, perché consentono nuove conoscenze, ma non universali e necessari, in quanto sono limitati al singolo caso. Kant nella critica della ragion pura, che e' un'analisi del fondamento del sapere, scopre che la natura della conoscenza scientifica e' sintesi a priori e quindi bisogna capire qual è il fondamento che rende possibile i ragionamenti sintetici a priori. Se si stabilisce la natura della sintesi a priori, si potrà risolvere il problema di come siano possibili le scienze matematico geometriche e la scienza fisica e il problema se sia o non sia possibile una metafisica come scienza. Ricapitolando: il giudizio analitico a priori, e' universale necessario, ma non amplificativo del conoscere. Il giudizio sintetico e' amplificativo del conoscere per mezzo
Si capisce dunque il fondamento della geometria e della matematica. Si fondano non sul contenuto della conoscenza, ma sull'intuizione pura dello spazio e del tempo e perciò hanno universalita' e necessità assolute, perché spazio e tempo sono strutture del soggetto, dunque a priori. La geometria si fonda sullo spazio; è la scienza che dimostra sinteticamente a priori le proprietà delle figure, mediante l'intuizione pura di spazio. L'aritmetica si fonda sul tempo; sommare, sottrarre, moltiplicare, sono operazioni, che come tali, si distendono nel tempo. Dunque: come sono possibili i giudizi sintetici a priori? noi operiamo giudizi sintetici a priori fondandoci sulle nostre intuizioni. Ma tali giudizi non vanno più in là degli oggetti dei sensi e possono valere soltanto per gli oggetti dell'esperienza. Geometria e matematica hanno un valore universale necessario ma tale valore si restringe all'ambito fenomenico, cioè all'ambito dell'esperienza. Ricapitolando: la matematica, (aritmetica e geometria), e' scienza perché si avvale di giudizi sintetici a priori. Nell'aritmetica, l'affermazione 7 + 5 uguale 12 e' sintetica perché il 12, ricavato dall'esperienza, contiene qualcosa di nuovo rispetto a 7 e 5 ed è a priori, perché costruita sull'intuizione del tempo, mediante la quale si aggiunge una unità ad un'altra unità. Nella geometria, l'affermazione "questa linea retta e' la più breve tra due punti" e' sintetica perché il predicato, (la più breve tra2 punti) derivato dall'esperienza, aggiunge qualcosa di nuovo al soggetto, (questa retta) ed è a priori perché fondata sull'intuizione pura dello spazio nel quale si possono rappresentare le figure geometriche. Analitica trascendentale, la dottrina della conoscenza intellettiva e delle forme a priori. La logica è scienza dell'intelletto in generale. Kant parla di logica trascendentale: studia l'origine dei concetti e si occupa di quei concetti che non provengono dagli oggetti, ma a priori dall'intelletto e che tuttavia si riferiscono agli oggetti medesimi. La Logica trascendentale si divide in analitica e dialettica; analitica scompone la facoltà intellettiva per ricercare in essa i concetti a priori e studiarne l'uso. La dialettica si concentra sull'uso improprio e arbitrario della conoscenza a priori; studia la ragione e le sue forme a priori. Iniziamo prendendo in considerazione l'analitica. I Concetti dell'intelletto sono funzioni; unificano, ordinano, un molteplice sensibile sotto una rappresentazione comune. Hanno una funzione di sintesi. I vari modi con cui l'intelletto unifica e sintetizza sono i concetti puri dell'intelletto o categorie. Dunque l'intelletto unifica, mediante concetti, il molteplice dell'intuizione sensibile, cioè il contenuto sensibile già unificato dalle forme a priori della sensibilità, (spazio e tempo), e formula giudizi. Per Aristotele le categorie erano i generi sommi dell'essere; per Kant sono il modo di funzionare dell'intelletto e sono soltanto forme logiche pure, non ricavate dall'esperienza. Le categorie dunque da modi di essere diventano modi di funzionare del pensiero. Le categorie non sono contenuti, ma forme sintetizzatrici e sono 12. Tra queste, c'e' la categoria della causalita' e della sostanza. Ricapitolando: l'intelletto sintetizza i dati sensibili in modo da formare il concetto di un oggetto o riferisce un concetto ad un altro concetto in modo da esprimere un giudizio. Dunque, si capisce perche' la fisica e' scienza, perché si avvale di giudizi sintetici a priori. Infatti qualunque giudizio della fisica come per esempio "la pietra illuminata dal sole e' calda" e di conseguenza "ogni causa produce il suo effetto", e' sintetico, perché il predicato ricavato dall'esperienza, aggiunge qualcosa di nuovo al soggetto, ed è a priori, perché i dati sensibili sono ordinati dall'intelletto mediante le categorie e sono collegati tra di loro da rapporti di universalità e necessità. Ricavato il numero delle categorie, il filosofo deve giustificarne il valore. Questo è il problema della deduzione trascendentale, cioè giustificazione della pretesa della validità conoscitiva delle categorie. Si tratta di dimostrare come dei concetti puri a priori debbano riferirsi in maniera necessaria agli oggetti. La soluzione è la seguente: come le cose per essere conosciute sensibilmente devono sottostare alle forme della sensibilità, così per essere pensate devono
sottostare alle leggi dell'intelletto e del pensiero. Come il soggetto, cogliendo sensibilmente le cose, le spazializza e le temporalizza, così pensandole, le ordina secondo i modi del pensiero. I concetti o categorie sono le condizioni alle quali solamente e ' possibile che qualcosa venga pensato come oggetto di esperienza, così come spazio e tempo sono condizioni alle quali soltanto è possibile che qualcosa venga colto sensibilmente come oggetto di intuizione. Si può anche dire: non possiamo rappresentarci nulla come unificato nell' oggetto, se prima non è stato unificato nel soggetto. L'unificazione non è già data negli oggetti, ma e' il prodotto della spontanea attività dell'intelletto. L'esito della rivoluzione copernicana è che il fondamento dell'oggetto è nel soggetto; l'ordine e la regolarità degli oggetti della natura, è l'ordine che il soggetto introduce nella natura. Le 12 categorie suppongono un'unità originaria cui tutto deve fare capo, unità della coscienza chiamata da Kant io penso. Esso è quel centro mentale unificatore di cui sono funzioni le categorie; mediante l'io penso il soggetto ha coscienza della sua identità nella sua attività sintetizzatrice. Io penso e' coscienza che sintetizza i diversi contenuti attraverso le categorie. Ha un carattere puramente formale e funzionale, non crea cioè nessun contenuto ma lo riceve dall'esperienza sensibile. Questa coscienza, comune a tutti gli uomini, rappresenta la condizione e il fondamento permanente di una conoscenza universale e necessaria, in mezzo al fruire delle rappresentazioni. Io penso e ' il principio su cui si fonda la rivoluzione copernicana. In conclusione: come sono possibili i giudizi sintetici a priori? Sono possibili oltre che per il fatto che abbiamo le intuizioni pure di spazio e tempo, per l'ulteriore motivo che il pensiero e' attività unificatrice e sintetizzante che si esplica tramite le categorie, culminante nel principio dell'unità sintetica originaria, la forma stessa dell'intelletto. Dunque la conoscenza scientifica e ' universale e necessaria ma fenomenica. Se il fenomeno è la cosa come appare a noi, esso presuppone la cosa quale e ' in sé. Gli oggetti come sono in sè possono essere colti solo dall'intuizione di un intelletto originario, Dio, nell'atto stesso in cui li pone. La nostra intuizione, in quanto non è originaria, è sensibile, ossia non produce i sui contenuti, ma dipende dall'esistenza di oggetti che agiscono sul soggetto modificandolo mediante sensazioni. La forma della conoscenza dipende da noi, il contenuto invece ci e' dato. Quindi l'intelletto da solo non può determinare e conoscere a priori nessun oggetto. La nostra conoscenza risulta pertanto limitata in quanto esclude il noumeno, ossia il pensabile, ma non conoscibile. Tale noumeno è inteso in un duplice significato: con valore negativo, come limite posto alla conoscenza umana, è il fondamento del fenomeno, cioè la realtà oscura da cui derivano le impressioni sensibili; con valore positivo, il soprasensibile, posto fuori dall'esperienza, al quale l'uomo aspira senza poter conoscerlo perché la conoscenza umana avviene solo mediante la sintesi di contenuto e forma, e del soprasensibile non è possibile avere il contenuto. La dialettica trascendentale. La parola dialettica ha diversi significati: per Platone indicava la conoscenza delle idee e dunque aveva un significato positivo; in Aristotele il significato era negativo e indicava quella parte della logica che studia ragionamenti solo probabili. La parola in generale deriva dal greco dialeghein e significa discutere e ragionare insieme. Per Kant è logica dell'illusione e dell' apparenza, e dunque ha di nuovo un significato negativo. Secondo il filosofo la dialettica studia la ragione e le sue strutture. Quando la ragione si spinge oltre l'esperienza, cade in una serie di errori e illusioni necessari e strutturali. La dialettica è critica di queste illusioni. Ma una volta che e' stata denunciata, l'illusione rimane perché e' naturale, possiamo difenderci da essa ma non toglierla. La dialettica è dunque l'analisi e lo smascheramento dei ragionamenti fallaci e illusori della metafisica. Dunque, ricapitolando: il pensiero umano è limitato all'esperienza; la sua tendenza ad andare oltre l'esperienza è naturale e irrefrenabile perché risponde a un bisogno dello spirito e ad un'esigenza della natura umana in quanto tale; non appena s'avventura fuori degli orizzonti dell'esperienza, lo spirito umano cade in errore; queste illusioni ed errori hanno una logica; l'ultima parte della critica
La terza idea è quella di Dio, per Kant è un ideale: perché modello di tutte le cose che sono sue copie; e ci lascia nella totale ignoranza circa l'esistenza di un essere di così eccezionale importanza. L'idea di Dio è il termine incondizionato supremo, condizione di tutte le cose. Per Kant, tre sono le prove tradizionali per dimostrare l'esistenza di Dio; 1) la prova ontologica a priori: muove dal concetto di Dio come perfezione per dedurne l'esistenza. Dio è l'essere del quale nulla di maggiore può essere pensato. Un essere perfettissimo non può non avere l'esistenza. L'idea di Dio coincide con la sua esistenza. 2) la seconda prova e' chiamata cosmologica: parte dall'esperienza e inferisce Dio come causa. Per il filosofo è così: se qualcosa esiste, deve esistere l'essere necessario. Ma io esisto; dunque, esiste un essere assolutamente necessario. Coincide con la terza via di san Tommaso, quella del contingente e necessario. 3) La terza prova e' chiamata dal filosofo fisico-teologica o teleologica: partendo dalla finalità, bellezza, ordine del mondo risale a Dio come essere ultimo supremo, al di sopra di ogni perfezione, considerato come causa; coincide con la quinta via di San Tommaso, quella del finalismo. Secondo Kant, l'errore della prova ontologica è il seguente: scambia il predicato logico con quello reale. Il concetto di essere perfettissimo è necessario alla ragione; ma da tale concetto non si può ricavare l'esistenza reale, perché la proposizione che afferma l'esistenza di una cosa non è analitica ma sintetica. L'esistenza di una cosa non è un concetto che si aggiunge al concetto di quella cosa ma è la posizione reale della cosa stessa. L'esistenza di oggetti sensibili e' data dall'esperienza; l'esistenza di oggetti del pensiero, dovremmo conoscerla a priori, ma allora dovremmo avere un'intuizione intellettuale che in realtà non abbiamo. La prova cosmologica è un insieme di errori. Due sono quelli fondamentali: 1) il principio di causa ed effetto ha significato solo nel mondo sensibile, fuori di esso non ha senso; 2) viene riproposta la prova ontologica camuffata: una volta pervenuti all'essere necessario, come causa del contingente, resta da dimostrarne l'esistenza reale che non è analiticamente ricavabile. Per cogliere l'esistenza di Dio, dobbiamo intuirlo intellettualmente. La prova fisico teologica potrebbe dimostrare un architetto del mondo, un ordinatore della materia, ma non un creatore del mondo. Inoltre l'ordine della natura potrebbe essere conseguenza della natura stessa e delle sue leggi immanenti. In conclusione: la metafisica e' impossibile perché le sintesi a priori della metafisica supporrebbero un intelletto intuitivo. La dialettica ha mostrato le illusioni della ragione quando pretende di fare metafisica. Ma le idee in quanto tali hanno un valore? le idee non hanno un uso costitutivo, cioè non sono principi costitutivi di conoscenze trascendenti, ma un uso regolativo, valgono cioè come schemi per ordinare l'esperienza e per darle la maggior unità possibile, come regole per sistemare i fenomeni in maniera organica, come se tutti fenomeni riguardanti l'uomo dipendessero da un principio unico, come se tutti fenomeni della natura dipendessero da principi intellegibili, come se la totalità delle cose dipendesse da una suprema intelligenza. Le idee sono principi che non allargano la conoscenza dei fenomeni, ma unificano la conoscenza. La critica della ragion pura conclude sostenendo: l'invalicabilita' dei limiti dell'esperienza; la pensabilità del noumeno ma non la sua conoscibilità. La via per accedere al noumeno sarà la via dell'etica. La critica della ragion pratica. La ragione non serve solo a dirigere la conoscenza, ma anche l'azione. Abbiamo accanto ad una ragione teoretica, una ragione pratica. Il punto di partenza del filosofo è il seguente: esiste nell'uomo una legge morale a priori valida per tutti e per sempre. La moralità è possibile perché fondata sulla autonomia dello spirito umano. La ragione umana e' ragione teoretica, cioè capace di conoscere; ed è ragione pratica, cioè capace di determinare la volontà e l'azione morale. È opportuna una precisazione dei termini. Principi pratici sono le determinazioni generali della volontà; sono regole generali sotto cui stanno regole pratiche particolari. Sono cioè determinazioni che regolano la volontà. I principi pratici sono:
massime e imperativi; le massime valgono solo per i singoli soggetti che se le propongono, non per tutti gli uomini; sono soggettive. Un esempio può essere: vendicarsi per ogni offesa subita. Imperativi sono principi pratici oggettivi, cioè validi per tutti; sono comandi o doveri, regole che esprimono la necessità oggettiva dell'azione. Gli Imperativi si dividono in: ipotetici e categorici; ipotetici determinano la volontà solo a condizione che essa voglia raggiungere determinati obiettivi. Un esempio è il seguente: se vuoi essere promosso, studia. Sono ipotetici perché valgono per tutti coloro che vogliono quel determinato fine. Un altro esempio è il seguente: se vuoi essere sano, mangia moderatamente. Sono comandi condizionati e rivolti ad un fine particolare. Imperativi categorici invece determinano la volontà non per ottenere un effetto desiderato, prescindendo dagli effetti che si vogliono ottenere. L'esempio è il seguente: "devi perché devi" e non più "se vuoi....devi". Imperativo categorico è dunque un comando assoluto e incondizionato, forma a priori della coscienza: di conseguenza l'azione che si riveste di tale forma pura, non è subordinata ad alcuna ipotesi o condizione, ma acquista valore di universalità necessità. Imperativi categorici valgono incondizionatamente per l'essere razionale. Le leggi morali sono solo gli imperativi categorici: universali e necessarie, possono anche non attuarsi se la volontà devia a causa delle inclinazioni sensibili. Quale è l'essenza dell'imperativo categorico? La legge morale non dipende dal contenuto, non comanda determinate cose, altrimenti la volontà sarebbe determinata dai contenuti. La legge morale non può consistere in una casistica di precetti, ma solo in una legge formale universale che afferma: quando agisci, tieni presente gli altri, rispetta la dignità umana sia in te che nel prossimo. La legge morale vale in virtù della sua forma di legge, cioè per la sua razionalità. La legge morale e' tale, perché mi comanda di rispettarla propria in quanto legge, ed essa è tale perché vale in universale senza eccezioni, per la sua razionalità. La morale detta formale perché fondata sulla legge a priori della ragione e non si preoccupa del contenuto del risultato dell'azione. Ciò che conta è l'intenzione, a prescindere dal risultato concreto della mia azione. Ci sono tre formulazioni dell'imperativo categorico: 1) "agisci in modo che la massima della tua volontà possa valere sempre, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale". Il significato è il seguente: agisci in modo che la tua massima soggettiva diventi legge universale oggettiva; agisci secondo una massima che può valere per tutti. Ad esempio, chi mente è immorale perché, generalizzata la massima dell'inganno, i rapporti umani sarebbero impossibili.
alle idee della ragione una realtà oggettiva, e autorizzano concetti di cui altrimenti, non si potrebbe ammettere neppure la possibilità. I postulati dunque sono proposizioni non dimostrabili, ma che spiegano la legge morale e il suo esercizio. Poiché la legge morale è un fatto innegabile, così la realtà di quelli è innegabile. La libertà è condizione come ho già detto dell'imperativo ed da esso si ricava. L'uomo si scopre appartenere a due mondi: come fenomeno è soggetto alla causalità meccanica; come essere morale è intelleggibile e libero. L'esistenza di Dio è recuperata come postulato in questo modo: se la ricerca della felicità non genera virtù, nemmeno la ricerca della virtù genera di per sé la felicità, almeno in questo mondo. Tuttavia la ricerca della virtù rende degno di felicità; ma essere degno di felicità e non essere felici è un assurdo. Da questo assurdo si esce postulando un Dio onnipotente che adegui alla virtù e meriti la felicità. L'Immortalità dell'anima e' postulata in questo modo: il sommo bene e' la perfetta adeguazione della volontà alla legge morale; e' la santità che rende degni di felicità. Poiché la santità e' richiesta categoricamente e nessuno in questo mondo la può attuare, essa può trovarsi solo un processo all'infinito. Ma quest'ultimo presuppone un'esistenza dell'uomo che duri all'infinito; presuppone l'immortalità dell'anima. Immortalità e un'altra vita sono l'approssimarsi sempre di più alla santità. La ragione pratica ha dunque dato alle idee una realtà morale. La critica della ragion pura acquista significato solo alla luce della critica della ragion pratica. Non sono le verità religiose a fondare la morale bensì è la morale a fondare le verità religiose. Dio non sta l'inizio della vita morale, ma alla fine, come suo possibile completamento. La critica del giudizio. La critica della ragion pura si è occupata dell'aspetto conoscitivo della ragione umana, concludendo che la sfera che essa domina è quella dell'esperienza. La critica della ragion pratica ha descritto una legislazione caratterizzata dalla libertà, legislazione che si esplica in campo pratico. Il dominio teoretico rappresenta i suoi oggetti come fenomeni; il dominio pratico rappresenta i suoi oggetti come cose in sé ma non li conosce teoreticamente. Alla fine delle due critiche vi è una spaccatura tra fenomeno e noumeno. La critica del giudizio tenta la mediazione tra i due mondi, ma tale mediazione non potrà essere di carattere conoscitivo o teoretico. Vi e' una facoltà intermedia tra l'intelletto, capacita' conoscitiva, e la ragione, capacita' pratica; questa facoltà è quella del giudizio, collegato col sentimento. Il sentimento è quella facolta' mediante cui l'uomo fa esperienza della finalità del reale. Il giudizio è la facoltà di pensare il particolare come contenuto nell'universale; ci sono due giudizi:
questo caso il giudizio si chiama estetico; riflettendo sull'ordinamento della natura; in questo caso il giudizio si chiama teleologico. I giudizi estetici vivono in modo intuitivo e immediato la finalità della natura; ad esempio di fronte ad un bel paesaggio, lo avvertiamo in sintonia con il nostro spirito. I Giudizi teologici pensano in modo concettuale la finalità della natura, mediante la nozione di fine; ad esempio riflettendo sullo scheletro, diciamo che e' stato prodotto per un fine, quello di reggere l'animale. Il filosofo si pone due problemi: 1) che cos'è il bello? 2) qual è il fondamento del giudizio estetico? Il bello nasce dal rapporto tra il soggetto e l'oggetto, cioè nasce dal rapporto degli oggetti commisurati al nostro sentimento di piacere che noi attribuiamo agli oggetti stessi. Nasce il giudizio di gusto, giudizio non conoscitivo. Così il bello è ciò che piace secondo il giudizio di gusto. Il bello presenta quattro caratteri: 1) bello è oggetto di un piacere senza interesse, non legato al piacere dei sensi, all'utile economico, al bene morale. Ad esempio dal punto di vista dell'interesse, un campo di grano conta per il guadagno che può dare, dal punto di vista estetico, conta per l'immagine di bellezza che offre.