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EMPOWERMENT PROF.SSA LEONE, Schemi e mappe concettuali di Psicologia di Comunità

RIASSUNTO EMPOWERMENT PER PSICOLOGIA DI COMUNITA'

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

Caricato il 04/06/2023

paola-papini
paola-papini 🇮🇹

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GRUPPO 3
Tatiana Costantini 1655175
Anna Stella Gaburro 1857329
Arianna Pascucci 1466728
Sara Buda 1860795
Paola Papini 1657754
Federica Maiolo 1705458
Nell’elaborazione della sua teoria sull’empowerment, Zimmerman (2000) sottolinea l’importanza di
quattro requisiti fondamentali. Quali sono e come potrebbero essere definiti?
In cosa consiste l’approccio narrativo proposto da Rappaport (1995)?
L’empowerment può essere considerato come un concetto multilivello. Come si potrebbe articolare
il concetto di empowerment all’interno di ciascuno dei tre livelli di analisi?
All’interno del concetto di empowerment possono essere ricondotti sia i processi empowering che i
risultati empowered. In cosa consistono?
Come potrebbero essere definite ciascuna delle tre componenti dell’empowerment psicologico
(componente intrapersonale; componente interpersonale e componente comportamentale)?
Nell’ambito dell’empowerment organizzativo, a cosa fanno riferimento le tre pietre miliari del
concetto di empowerment (controllo, consapevolezza critica e partecipazione)?
Il fine dell’empowerment sociale o di comunità è quello di favorire lo sviluppo di una comunità
competente. Quali sono e in cosa si sostanziano le tre caratteristiche che definiscono una comunità come
competente?
SVILUPPO
Il fine della Psicologia di comunità è la promozione del benessere e della qualità della vita. Uno dei concetti
fondamentali è quello di empowerment che potrebbe essere tradotto come assunzione di responsabilità.
Rappaport nel 1977 lo definisce come acquisizione di potere,ossia come capacità di aumentare il grado di
controllo sulla propria vita sia da parte degli individui che del gruppo che della comunità. Il concetto base è
quello di potere, che però deve essere inteso come power to ossia “potere di” e come power with. Non
dobbiamo invece far riferimento al concetto di power over (poter su) che indica il predominio gerarchico
sugli altri. Nel concetto di empowerment deve quindi entrare quello di communion, solo in questo modo
possiamo vederlo non come un concetto individuale ma come un concetto sociale, alla cui base vi è la
collaborazione. La collaborazione richiesta è quella della comunità, senza la quale l’individuo invece di
essere recuperato e posto nelle condizioni di acquisire il controllo sugli eventi della sua vita, viene
abbandonato. Questo è quello che è successo con la legge Basaglia con la quale vennero chiusi i manicomi
in Italia. Basaglia propose e ottenne tale chiusura grazie al consenso della comunità che andò in questo
frangente storico a costituire un appoggio fondamentale e irrinunciabile. Ad oggi questo approccio è stato
preso come spunto e valorizzato a livello europeo. La vittima di violenza si trova quindi in una condizione di
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GRUPPO 3

Tatiana Costantini 1655175 Anna Stella Gaburro 1857329 Arianna Pascucci 1466728 Sara Buda 1860795 Paola Papini 1657754 Federica Maiolo 1705458  Nell’elaborazione della sua teoria sull’empowerment, Zimmerman (2000) sottolinea l’importanza di quattro requisiti fondamentali. Quali sono e come potrebbero essere definiti?  In cosa consiste l’approccio narrativo proposto da Rappaport (1995)?  L’empowerment può essere considerato come un concetto multilivello. Come si potrebbe articolare il concetto di empowerment all’interno di ciascuno dei tre livelli di analisi?  All’interno del concetto di empowerment possono essere ricondotti sia i processi empowering che i risultati empowered. In cosa consistono?  Come potrebbero essere definite ciascuna delle tre componenti dell’empowerment psicologico (componente intrapersonale; componente interpersonale e componente comportamentale)?  Nell’ambito dell’empowerment organizzativo, a cosa fanno riferimento le tre pietre miliari del concetto di empowerment (controllo, consapevolezza critica e partecipazione)?  Il fine dell’empowerment sociale o di comunità è quello di favorire lo sviluppo di una comunità competente. Quali sono e in cosa si sostanziano le tre caratteristiche che definiscono una comunità come competente? SVILUPPO Il fine della Psicologia di comunità è la promozione del benessere e della qualità della vita. Uno dei concetti fondamentali è quello di empowerment che potrebbe essere tradotto come assunzione di responsabilità. Rappaport nel 1977 lo definisce come acquisizione di potere,ossia come capacità di aumentare il grado di controllo sulla propria vita sia da parte degli individui che del gruppo che della comunità. Il concetto base è quello di potere, che però deve essere inteso come power to ossia “potere di” e come power with. Non dobbiamo invece far riferimento al concetto di power over (poter su) che indica il predominio gerarchico sugli altri. Nel concetto di empowerment deve quindi entrare quello di communion, solo in questo modo possiamo vederlo non come un concetto individuale ma come un concetto sociale, alla cui base vi è la collaborazione. La collaborazione richiesta è quella della comunità, senza la quale l’individuo invece di essere recuperato e posto nelle condizioni di acquisire il controllo sugli eventi della sua vita, viene abbandonato. Questo è quello che è successo con la legge Basaglia con la quale vennero chiusi i manicomi in Italia. Basaglia propose e ottenne tale chiusura grazie al consenso della comunità che andò in questo frangente storico a costituire un appoggio fondamentale e irrinunciabile. Ad oggi questo approccio è stato preso come spunto e valorizzato a livello europeo. La vittima di violenza si trova quindi in una condizione di

disempowerment nella quale sente di non avere alternative possibili ed è quindi senza speranza, la condizione di arrivo è quella di empowerment. In realtà a livello sociale nell’azione violenta non rientra solo il perpetratore e la vittima ma anche il bystanders, lo spettatore che non fa nulla, è inerte davanti alla violenza, e non agisce. Il compito dello psicologo di comunità è quello di portare la persona ad elaborare la violenza subita e la sua condizione di impotenza come qualcosa di cui non è l’unica colpevole ma la cui colpa ricade anche su un ambiente che non è intervenuto. Lo psicologo allora lotta per rendere chiaro alla persona che lei ha un potere di, un potere di costruire sé stessa (non è quindi in balia di sé stessa). Ad esempio il maltrattamento si può denunciare e in questo modo la vittima può uscire dalla sua condizione di impotenza appresa. Vogliamo ricordare quindi che l’impotenza è appunto appresa, ossia non fa parte degli istinti umani ma è una condizione socialmente costruita. I due concetti su cui di basa l’empowermente sono il potere, che ne costituisce la radice etimologica, e la partecipazione, che ne sottolinea l’aspetto pratico. Il punto di partenza del processo di empowerment è quindi una situazione definibile come learned helplessness, cioè impotenza appresa*, una risposta che il soggetto mette in atto di fronte a situazioni frustranti quando si rende conto di non poter padroneggiare avvenimenti centrali per la propria esistenza; il punto di arrivo è la learned hopefullness, cioè l’acquisizione della fiducia in sé derivante dal controllo degli eventi tramite la partecipazione e l’impegno nella propria comunità. Passiamo ora ad una trattazione più unitaria del costrutto di empowerment. I quattro requisiti dell’empowerment secondo Zimmerman sono:

  1. si tratta di una variabile continua, non dicotomica, ossia che può essere presente con diversi gradi di intensità, non necessariamente è solo presente o assente;
  2. può mutare nel tempo e non si sviluppa necessariamente in modo lineare. Ossia una persona può avere capacità di controllo in un certo periodo della sua vita, ma esserne stata priva in precedenza o esserlo in momenti successivi;
  3. si specifica in relazione al contesto;
  4. varia in relazione alle caratteristiche personali e professionali della popolazione a cui si sta facendo riferimento (può assumere forme diverse in base a variabili come età, genere, fascia sociale, cultura). Il quadro teorico è stato articolato maggiormente con l’analisi delle tre pietre miliari individuate da Zimmerman come costitutive del concetto: a) Il controllo, ossia la capacità, percepita o effettiva, di influenzare le decisioni b) La consapevolezza critica, ossia la comprensione di come vengono prese le decisioni c) La partecipazione, la tendenza ad attivarsi per far accadere le cose e per ottenere i risultati auspicati L’empowerment include sia i processi che i risultati. I processi (empowering) rappresentano i modi attraverso i quali gli individui ottimizzano la capacità di controllare la propria vita in modo attivo. Possiamo ad esempio considerare la capacità di prendere decisioni e la gestione delle risorse proprie e comunitarie. I risultati (empowered) si riferiscono agli esiti degli sforzi dei singoli nel dominare i vari aspetti della propria vita. Un esempio di queste conseguenze può essere la percezione di controllo acquisita e la capacità di influenzare le politiche sociali.

Il terzo livello è quello sociale o di comunità ossia quando il riferimento è alle strutture sociopolitiche e al cambiamento sociale. Il fine dell’empowerment sociale è quello di favorire lo sviluppo di una comunità competente. Una comunità competente possiede una gamma di possibilità e di alternative (potere), sa come ottenere le proprie risorse (conoscenza) e reclama la sua autonomia (motivazione ed autostima). La promozione dell’empowerment a questo livello consiste nel favorire la partecipazione sociale e l’inclusione delle persone. Le strategie di base a tale scopo sono due: l’azione sociale (una serie di interventi che partono dalla constatazione che le risorse non sono distribuite in modo equo e che punta a ridistribuirle) e lo sviluppo di comunità (qui si parte dall’idea che la comunità è in grado di realizzare un cambiamento costruttivo avendo le risorse e il potenziale organizzativo adeguato). Per quanto riguarda la misurazione, esistono difficoltà a pensare a una misura universale per il costrutto date le caratteristiche peculiari di essere contesto-specifico e popolazione-specifico, in via esemplificativa esistono due scale:

  1. Spreitzer, sulla base di un modello empowerment a quattro dimensioni riferite agli stati psicologici individuali rispetto al proprio lavoro: significatività (corrispondenza fra compiti lavorativi e sistema di valori); l’abilità (convinzione di possedere abilità e strumenti per svolgere il lavoro); l’autodeterminazione (sensazione di controllo rispetto al proprio lavoro); l’influenza (convinzione di avere incidenza sugli esiti operativi e strategici del proprio lavoro)
  2. Empo che misura la capacità di porsi degli obiettivi e di raggiungerli efficacemente, la mancanza di speranza e fiducia, l’interesse verso questioni sociopolitiche e la conseguente partecipazione. Vogliamo concludere con una riflessione su quei contesti nei quali l’empowerment non è possibile per ragioni strutturali della società, come negli ambienti più poveri e disagiati o nelle comunità di massa. Quando non ci sono spazi di azione e l’umanità viene negata allora possiamo solo porre in essere la resilienza che ovviamente non è empowerment ma non è neanche in antitesi con esso. La resilienza è una scelta estrema per sopravvivere e si può configurare sia a livello individuale che di comunità. La resilienza di comunità (il cui contrario è la disumanizzazione) permette a questa di mantenere con infiniti sforzi gli indicatori base di funzionamento. Non è una condizione ottimale ma è comunque prossimale, laddove l’empowerment può al massimo essere un obiettivo distale. Paradossi del concetto: lo stigma che viene attribuito alle persone che si intende aiutare; la complessità del processo di oppressione; lo sbilanciamento di potere tra individui e professionisti. (es.donne violentate).
  • deriva dal “non-potere” , oltre ad essere il contrario della partecipazione, è anche il contrario del coping, questo può essere attivo o passivo. Importante è spingere la persona a tornare nella posizione di coping, quindi a concentrarsi sul problema piuttosto che sulla persona, i concetti psicologici per favorire la sua comparsa sono il far vedere cosa si sa fare e il fatto che ogni problema ha un suo margine di miglioramento come processo e non come risultato. Porta a cambiare la percezione di sé e di quello che è normale cioè si parla di apprendimento sociale dell’impotenza appresa appunto quando siamo portati a non fare niente ed a giustificarci dal fatto che non facciamo niente perché è normale non fare niente e non perché siamo stati male o avevamo impegni. I segnali dell’esistenza dell’impotenza appresa sono: la giustificazione (per i propri comportamenti piuttosto che la responsabilità personale), il concentrarsi su comportamenti piuttosto che su azioni e il sottovalutare le alternative. Inoltre contribuisce alla definizione di vittima che

spesso possiamo darci quando subiamo violenza, la vittima smette di essere vittima quando si rende conto del perché è vittima, quando è consapevole di quello che le è successo. Il condizionamento operante potrebbe contribuire all’impotenza appresa come esistenza di un ostacolo dentro o fuori di me. È una condizione infatti appresa dopo un certo numero di volte, dopo una fase dell’acquisizione. Tutto ciò è legato alla percezione di sé e quindi all’autoefficacia di Bandura, anche questa è appresa ma differisce dall’impotenza perché c’è la speranza (ed è per questo che in letteratura parliamo di hopelessness). Una persona che si percepisce impotente crea malessere sicuramente a sé stessa ma anche alla comunità perché può fungere da modello. Esempi – “non ci posso fare niente” (percezione di sé), “non ci si può fare niente” (percezione dell’altro generalizzato). Gli ambienti psicologici favorevoli al suo apprendimento:

  • È una percezione appresa (Seligman)
  • Analisi dell’ambiente (Lewin)
  • Storicità delle azioni vs mito della naturalità
  • Atomizzazione delle società totalitarie (Arendt)
  • Libertismo anarcaide delle democrazie formali