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Linee fondamentali di estetica: Kant, Shiller, Hegel, Gadamer sono i filosofi presi in considerazione nel delineare il concetto di estetica.
Tipologia: Appunti
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Filosofi di riferimento sono: Kant, Schiller, Hegel e Gadamer
Gadamer propone una lettura critica di quella che è stata la tradizione estetica incentrata su tre nozioni:
CONCETTO DI ARTE E DI ESTETICA Il termine estetica è ambiguo: è un paralogismo costruita sulla base di parole esistenti precedentemente deriva da sensazione in greco aistesis e diventa un aggettivo sostantivato nel settecento attraverso Baungarten che nel 1735 parla di estetica per la prima volta nelle sue meditazioni filosofiche e ne parla partendo da Leibnitz (aderisce alla sua teoria delle monaci e alla concezione di un’armonia cosmica ad opera di Dio) e Wolff che lo porta ad un’elaborazione di questo concetto. Noi tendiamo a pensare all’estetica filosofica affermatosi circa verso la metà del ‘700 come un processo storico che va insieme all’affermazione della nostra concezione di arte intesa come un sistema unitario. Kristeller , teorico dell’arte tedesco, scrive nel 1951e nel 1952 due articoli dal titolo “ Sistema moderno delle arti ” e infrange un mito ovvero che l’arte si un conglomerato univoco e comunitario in cui troviamo pittura, scultura e letteratura come se fosse un tutt’uno degno di un sostantivo al singolare con la lettera maiuscola. Lui sostiene in questi due articoli la genesi di questa idea ovvero che le arti nella loro molteplicità diventa l’arte attribuendole la lettera maiuscola come titolo onorifico il tutto dalla metà del settecento partendo dall’abate Batteau che unifica le arti solo nel 1746 processo culturale parallelo alla lotta all’emancipazione dal potere della chiesa parallelo e l’affermazione delle discipline positive. Da una parte l’affermazione di Arte come concetto unitario dall’altro l’affermazione dell’estetica come disciplina filosofica a se.
Nel mondo greco non esiste un termine per arte quelle che noi chiamiamo arti erano le tecne che in latino diventa ars. I greci intendono con tecne qualsiasi attività produttiva
umana che non abbia in se stessa il proprio principio di produttività e quindi ad essa esterna distinguendola dalla natura la fusis che ha in se l’origine della propria produttività; tecne è qualcosa di prettamente pratico che necessita di una sorta di perizia, la competenza di produrre qualcosa e non si oppone alla fusis ma da essa si differenzia; nei primi secoli non c’è una restrizione che fa in modo che queste si distinguono entra in vigore nel V secolo : è infatti Platone ci parla di tecniche mimetiche le quali non solo collegati ad abilità e perizia ma caratterizzate dalla mimesis ovvero dall’imitazione (pittura, scultura, musica e danza) e l’arte così comincia a prendere una configurazione unitaria ma non è onorifico bensì ne squalifica la portata metafisica difatti si può leggere nel X libro della Repubblica che Platone condanna l’arte in quanto produce una copia della copia alienandosi drammaticamente dalla realtà vera. Bisogna arrivare al medioevo dove si distinsero le arti liberali da quelle utili o servili , le prime svolte da uomini liberi ovvero le arti che non erano legate ad una qualche utilità pratica le altre invece erano svolte da uomini che dovevano prestarsi ad essere per guadagnarsi da vivere, si può dire quindi che nel Medioevo le arti fossero legate al ceto sociale di chi se ne occupa. Nel Rinascimento soprattutto in Italia pittura, scultura e architettura prima servili o meccaniche rivendicano la necessità di assurgere ad arti liberali vedi insigni artisti dell’epoca misinterpretando Simonide di Ceo e Orazio per far elevare la pittura ad arte liberale perché come la poesia produce (nel trattato di Alberti c’è un tentativo di avvicinamento della pittura alla poesia).
Solo nella prima metà del ‘700 si realizza con uno scritto dell’abate Batteau che riconduce nel 1746 le arti sotto un unico principio ovvero l’imitazione; questo pensiero sarà dominate poi ripreso dagli enciclopedisti francesi dopo i quali diventa “pane quotidiano”.
ESTETICA
Bisogna spettare la prima metà del ‘700 in particolare nel 1735 quando Baungarden nelle meditazioni filosofiche usa questo termine. Successivamente Wessell ripercorre la storia dell’emancipazione dell’estetica e Labeliz , razionalista, distingue forme di conoscenza chiara e distinta da una conoscenza vaga ; queste conoscenze vaghe devono essere ricondotte a quelle chiare e distinte di cui esse sono delle conoscenze spurie (anche Wolff la penserà così operando una distinzione netta) con Baungarden succede che la distinzione tra cognitio sensitiva ovvero l’estetica da quella intellettiva diventi un ambito autonomo con delle peculiarità e caratteristiche proprie quindi non è più da scartare in quanto inutile ai fin epistemologici non deve essere ricondotto per forza a dei concetti. L’infinita varietà di fenomeni naturali oltre che naturali cade sotto la cognitio estetica. Si diceva in precedenza che il termine estetica è ambiguo; troviamo di fatti la prima ambiguità in Kant nella prima parte della “ Critica della ragion pura ” quando lui parla dell’ estetica trascendentale ovvero di una sensibilità intesa come affezione sensoriale attraverso la quale la conoscenza viene a costruire il primo stadio della costruzione del processo conoscitivo su cui operano poi le categorie, le forme a priori di spazio e tempo. Pochi anni dopo nel 1790 la usa in maniera diversa dicendo che la critica di giudizio puro è estetico in quanto riguarda il sentimento che il soggetto giudicante sente rispetto ad una certa rappresentazione data quando la giudica bella o brutto (III critica). Pochi anni dopo Hegel in una parte molto ironica dice che la parola estetica è poco centrata dovremmo usare calcistica che secondo lui dovrebbe essere la filosofia del bello e inizialmente dice che la sensibilità centra poco mentre successivamente ci dirà che è l’apparire sensibile dell’idea in una particolare occasione. Il concetto di estetica oscilla tra dottrina della sensibilità ovvero primo stadio epistemologico da una parte dall’altra come filosofia dell’arte nella quale non ci sono giudizi puri.
KANT, CRITICA DELLA RAGION PURA Nel 1790 con la critica del giudizio, Kant interviene per colmare un abisso, una frattura radicale createsi nel sistema kantiano: da una parte il regno della natura passibile di conoscenza tramite giudizi a priori
1781 critica della ragion pura 1787 II° edizione 1788 critica della ragion pratica 1790 critica del giudizio
mio agire
Noi ci riportiamo al mondo tramite tre modi: ■ Per conoscere ■ Perché qualcosa ci piace o non ci piace ■ (^) Per perseguire o evitare qualcosa Facoltà complessive dell’animo: non proprietà attribuite a una sostanza ma come modo di rapportarsi con il mondo, per conoscerlo, ci si può rapportare alle cose del mondo perché ci piacciano o ci disgustano, ci si può rapportare alle cose perché le perseguiamo o perché cerchiamo di evitarle; questo significa focalizzare le nostre energie in una dimensione intellettuale o razionale a seconda che gli elementi che arrivano a partire dalla sensibilità siano tenuti in considerazione o si cerchi di prescindere come nell’ambito della morale Capacità di giudizio: non è una capacità considerata solo nella III critica ma è una capacità che è sempre all’opera nell’esperienza umana, ma può essere all’opera in maniera diversa o come capacità di intrecciare rapporti oppure è utilizzata anche nella fisica e nella morale nella forma di un giudizio determinante ovvero quando noi già disponiamo di una regola alla quale ricondurre il singolare all’universale ci limitiamo quindi a istituire il nesso tra quei due elementi che già possediamo allora abbiamo una forma di giudizio determinante quando invece non possediamo la regola cui ricondurre il particolare il giudizio non può essere determinate ma deve avere un alto grado di inventività ed è un giudizio riflettente –DI QUESTO TIPO DI GIUDIZIO SI OCCUPA LA CRITICA DEL GIUDIZIO- perché ritorna sul particolare che deve mettere in relazione questo significa che il giudizio riflettente non avrà una portata conoscitiva o nel caso non certa più esposta dal punto di vista epistemologico ma che comporterà una operazione più consistente da parte del soggetto giudicante che dovrà in qualche modo operare per trovare ciò di cui non dispone Principi a priori : principi che regolano il mettere in relazione Giudizio riflettente: non dispone del generale da ricondurre al particolare. La prima critica si occupa della natura come ambito di rapporti con legami di causalità necessaria di tipo fisico La ragion pratica si occupa della libertà umana che non è regolata da una forma di legalità fisica ma con la tendenza a seguire un fine ultimo come un bene, la virtù, nel caso di Kant l’universalizzazione della massima individuale La critica di giudizio si occupa di arte ma arte intesa con un significato molto ampio. Kant mette in relazione arte e natura in quanto entrambe sono prodotti ma l’arte è prodotto umano mentre la natura divino. Nella seconda parte si occupa della Natura ma non quella della Ragion Critica bensì intesa come un analogo dell’arte pensata come un sistema di relazioni che sono il prodotto di un intervento divino verso cui queste relazioni tenderebbero quindi l’idea di una natura teologicamente ordinata e non causalmente determinata come nel caso della fisica questo è in contrasto con il termine greco tecne inteso come attività produttiva che trova in altro da se il principio della propria produttività in contrasto con la natura con la fusis che invece avrebbe questo principio di produttività Senso del giudicare: connettere un caso particolare alla regola Il giudizio riflettente di cui si occupa la critica del giudizio individua due categorie fondamentali del giudizio che non dispone già della legge cui ricondurre il particolare: ■ (^) Il giudizio di gusto : si esprime sulla bellezza o no di qualche cosa e dice che qualche cosa è bella non su una base epistemologica non ha una portata conoscitiva, ma riguarda il sentimento di piacere o dispiacere avvertito dal soggetto giudicante rispetto ad una rappresentazione data - il Gefuhl lust o unlust rispetto ad una rappresentazione data- Esso può essere a sua volta di due tipi:
■ (^) Il giudizio teleologico, che contiene al suo interno la parola greca telos che vuol dire fine, è quello che pensa la natura intesa come arte non come un sistema regolato da leggi meccanicistiche e causalistiche ma come un sistema di relazioni finalisticamente orientato ad un intelletto creatore; esso non ha una portata conoscitiva diretta ma indiretta e la tensione teleologico funziona da idea regolativa, aiuta non a dare un contributo specifico di tipo epistemologico ma ad ampliare i limiti della nostra conoscenza, l’ambito privilegiato è quello della biologia e quindi delle scienze della vita rispetto al caso del giudizio indeterminate che invece ha come campo di applicazione esemplare la fisica ed in particolare la fisica newtoniana; il giudizio è basato sull’idea di un ordine unitario della natura come se questa fosse prodotta in vista di un fine; è un giudizio di conoscenza in cui intervengono in parte il sentimento di piacere ma anche e soprattutto l’intelletto e la ragione Introduzione di Kant alla terza critica “ Quando la scienza riesce a intravedere dei rapporti non visti prima intuendo delle relazioni ordinate che prima non riusciva a vedere, lo scienziato avverte piacere ”
Kant fornisce quattro nozioni su cosa sia bello in base all’articolazione quadripartita secondo la qualità , la quantità , la relazione e la modalità. La nozione di bello derivante dal giudizio di gusto è tale da comportare: ■ Secondo la qualità > un piacere senza interesse > il soggetto che giudica non è limitato da desiderio di possedere l’oggetto in quanto bello ■ Secondo la quantità > un’universalità senza concetto > se giudico un oggetto bello devo pensare legittimamente che questo mio giudizio possa valere per tutta la comunità dei soggetti giudicanti ■ Secondo la relazione > una finalità senza un fine > l’oggetto che io giudico sembra sollecitare in me una disposizione armonica ma di fatto non lo fa ■ Secondo la modalità > una necessità senza concetto > si pretende di dare un giudizio basato su un sensus communis
Kant distingue tra la bellezza libera e quella aderente : un brano musicale inteso come tale implica un riferimento culturale; Kant dice che questo è un concetto di bellezza aderente perché è aderente ad un concetto, qualcosa che la riguarda come il riferimento culturale in questo caso non è un giudizio puro quello che noi diamo. L’arte è soggetta a giudizio puro quando prescinde da ogni conoscenza e quando è intesa in maniera meramente formale. I critici utilizzeranno l’idea che il riferimento formalistico è legato ad una concezione fortemente autonomistica dell’arte. Kristeller alla fine dei due saggi dice che il sistema unitario delle arti è stato un percorso storico che ha avuto una collocazioni, varie fasi e un luogo in cui si è realizzato ma tutto fa pensare che oggi siamo di fronte ad nuovo cambio e forse secondo gli antropologi questa netta cesura del senso autonomistico dell’arte non c’è mai stata perché magari riguarda quella che noi chiamiamo arte alta ma non il consumo di un dato genere musicale ad esempio.
Il primo capitolo si intitola “ il giudizio di gusto è estetico ” dove estetico non è riferito alla bellezza bensì per Kant il giudizio di gusto che si esprime sulla bellezza di qualcosa è estetico, vuol dire che si basa non sulla conoscenza dell’oggetto ma si basa sul sentimento di piacere o dispiacere del soggetto giudicante rispetto alla rappresentazione data quindi dire che il giudizio estetico significa dire che il giudizio di gusto è soggettivo in quanto il soggetto giudicante avverte una disposizione armonica o disarmonica rispetto alla rappresentazione data e non verte invece sul contenuto dell’oggetto che viene giudicato bello. Estetico quindi vuol dire pertinente al soggetto giudicante verso se medesimo ,
Per Kant finalità interna o perfezione è l’accordo della molteplicità degli aspetti di qualcosa con il concetto dell’oggetto ovvero ciò che esso dovrebbe essere. Questo tipo di finalità interna per Kant è una finalità quantitativa perché per sapere che un fiore è bello nel senso che soddisfa tutte le proprietà che gli devono essere attribuite devo conoscere il concetto di fiore e non in maniera vaga ma chiara e distinta in modo da poter enumerare tutte le proprietà che gli sono proprie e in modo da distinguerle le une dalle altre. La perfezione non è analogo di bellezza per Kant. Il giudizio di gusto puro prevede un’altra finalità ovvero una finalità soggettiva, finalità soggettiva riguarda il sentimento la disposizione d’animo che sembra rispondere a una richiesta dell’oggetto che esso in realtà non fa; il giudizio di gusto puro mi fa accedere ad un bello che sembra orientato ad un fine che in realtà non c’è. Kant ci fa un esempio quello del disegno: per Kant il disegno è una mera configurazione di punti tra di loro. Qui troviamo una finalità cioè un accordo di questi punti e di queste linee in un’unità, la finalità che io avvertono l’accordarsi di questa unità rispetto alla disposizione armonica che si crea in me. Io avverto quella composizione come piacevole e sembra che richieda la disposizione armonica delle mie facoltà ovvero di immaginazione e intelletto tra di loro ma in realtà quel disegno non richiede nulla a me quindi quella che si genere nel giudizio di gusto puro è una finalità senza un fine ovvero una finalità soggettiva perché riguarda il sentimento che io avverto. L’accordo finalistico che si crea è non dettato da nessun fine dato. Da qui quell’ossimoro strano per cui Kant ci dice “ il giudizio di gusto puro mi dà accesso ad un bello inteso come ciò che orienta ad un fine senza che un fine si dia effettivamente”
§18. La condizione della necessità vantata da un giudizi di gusto è l’idea di un senso comune è il titolo di questo capitolo che pone l’attenzione sulla necessità senza concetto , il giudizio di gusto è necessario in quanto deve valere necessariamente per tutti quindi focus sulla modalità e non sulla quantità. Kant aveva distinto un’universalità logica basata sui concetti ed una estetica basata sui sentimenti e anche in questo caso distingue:
qual intendeva come senso comune , il sin tedesco non inteso come senso/significato ma inteso come sensibilità quindi per lui il senso comune è la sensibilità che dovremmo poter avere in comune. Per poter pensare un mio giudizio di gusto puro valga necessariamente per tutti in assenza si condizionamenti, siccome non ho strumenti saldi come nel caso della necessità logica mi devo fondare sull’idea di senso comune. Il giudizio di gusto puro non mi dice nulla del mondo la fuori ma deve valere per tutti, baso questo su un principio ovvero il senso comune (in tedesco ghemainsin ) ovvero un senso che vale per tutti. Il senso comune non è un’opinione che la maggioranza condivide, non è un tipo di sapere basato sui concetti o un sapere difettivo, non è proprio un sapere, ma un modo di sentire basato sui sentimenti, pertiene al sentimento, al Ghefull ; il senso comune non è nella direzione del significato ma del sentimento che dovremmo poter condividere ed è ciò che garantisce che i nostri giudizi puri siano comprensibili a tutti ovvero che tutti nella stessa situazione avvertano lo stesso sentimento. Esso può essere ripreso in varie concezioni e per pensare che esso possa avere una valenza anche epistemologica ed etico politica il giudizio di gusto deve prescindere da qualsiasi interesse.
il gioco è una categoria che torna continuamente in Estetica, tornerà in Schiller con molti elementi di comunanza con Kant, tornerà in Gadamer con accenti completamente diversi, se qui (dal punto di vista di Kant) il gioco viene utilizzato in funzione soggettiva lui sovvertirà la questione e dimostrerà che il gioco ci sposta in una situazione che non presenta un primato della soggettività.
Il gioco libero delle varie facoltà dell’animo che vengono chiamate in causa quando avverto qualche cosa come bello è un gioco libero perché è scollato da concetto, non è vincolato ad una regola già data, il gioco rimane sospeso, questo significa che esso è libero e indeterminato (su questo aspetto insisterà Schiller quando individuerà nella sua dottrina antropologica come stadio intermedio tra i due stadi fondamentali nella costituzione di uomo la fase ludica, il gioco). Immaginazione -in tedesco è einbildungskraft , la capacità di produrre immagini- e intelletto - wershtand- sono le due facoltà chiamate in causa nella formulazione di un giudizio di gusto puro. Secondo Kant comunque l’intelletto viene chiamato in gioco perché giudicare vuol dire intessere relazioni, le relazioni possono avere a disposizione sia un particolare che un universale a cui ricondurlo come possono non averlo ma comunque il nostro orientarci nel mondo, non è solo recepire ciò che accade intorno a noi ma anche metterlo in relazione. Tuttavia qui l’intelletto è chiamato in causa non come facoltà che ci informa su ciò che non sappiamo sul mondo fenomenico, ma è pensato solo come nostra naturale disposizione a intrecciare rapporti e relazioni. L’ immaginazione è una facoltà che Kant ci dice avere due possibilità diverse di articolazione:
Dalla nota generale alla prima sezione dell’analitica paga.70 -vedi libro-
Il gioco delle facoltà è libero perché prescinde dal concetto, in una introduzione F. Menegoni afferma che “ nel gioco libero delle facoltà o nella legalità libera dell’immaginazione di cui ci parla Kant, libero non vuol dire libertà assoluta di cui Kant ci parla nella seconda critica in ambito morale oppure la libertà assoluta così come noi la intendiamo a partire dalla creatio ex nihilo, libertà per Kant vuol dire assoluto nel senso dell’etimo latino cioè sciolto da vincoli ” questa libertà non è sottratta da qualsiasi tipo di vincolo quindi non è una libertà della creato ex nihilo come quella del Dio monoteista, quello di cui ci parla Kant invece è la libertà dal concetto da una parte e dall’altra da stimoli sensibili. Se io giudico il fiore come bello con un giudizio di gusto puro lo sto giudicando in assenza di qualsiasi condizionamento da vincoli sensibili, non è quindi un giudizio di gusto empirico basato sui sensi bensì è un giudizio sciolto da condizionamento. Nella legalità riproduttiva l’immaginazione ha dei vincoli mentre in quella produttiva non ne ha, essa è comparata di fatti alla creatio ex nihilo. Kant ci parla di intuizione nella prima critica della ragion pura, critica che deve rispondere alla domanda “ Cosa possiamo conoscere? ”: La risposta è il mondo fenomenico che ci è dato attraverso l’intuizione sensibile impastata dalle categorie intellettuali, il resto, ciò che non ha un riempimento adeguato, non è conoscibile e infatti la critica della ragion pura si conclude con una dialettica trascendentale in cui Kant si occupa delle idee della ragione che
Il BELLO : Il bello della natura concerne la forma dell’oggetto la quale consiste nella limitazione. Il bello è esibizione di un concetto indeterminato dell’intelletto. Il piacere è legato alla rappresentazione della qualità. Il piacere del bello implica direttamente un sentimento di agevolazione e di intensificazione della vita.
Il SUBLIME: Il sublime rispetto al bello fa leva sul compiacimento , cerca di sollecitare il nostro sentimento ed implica qualche riferimento a concetti riguardanti l’oggetto che viene giudicato sublime sebbene resti indeterminato il concetto a cui esso si riferisca. Il sublime deve essere ritrovato anche in un oggetto informe in quanto in esso ci si rappresenti un’ illimitatezza e la si rappresenti poi con totalità. Il sublime è esibizione di un concetto indeterminato della ragione. Il piacere è legato alla rappresentazione della quantità. Il piacere del sublime sorge indirettamente prodotto da un momentaneo impedimento e seguito da una più forte effusione delle forze vitali questo provoca in me disarmonia.
Anche il sublime sebbene faccia riferimento al concetto dell’oggetto giudicato tale, riguarda comunque la mia disposizione nei confronti dell’oggetto, ma in questo caso non è l’oggetto che sembra chiedermi una determinata disposizione d’animo ma sono io soggetto giudicante che provo una certa disposizione d’animo nei confronti dell’oggetto giudicato sublime, esso mi provoca una disarmonia che mi turba. Si possono distinguere due tipologie differenti di sublime:
distinguere in arte in generale e in particolare ovvero bella ( kunst –shene kunst ). Ma da questa divisone ne viene fuori un problema: i giudizi di gusto puri ed empirici si occupano di giudicare la bellezza sia naturale (giudizio di gusto puro) sia artistica (giudizio di gusto empirico), il problema è che questo lascia non affrontata la tematica delle arti belle ed in particolare della loro produzione. Se il senso comune è il principio sul quale noi possiamo insistere per l’universalizzazione della nostra esperienza del bello, ci occorre un altro principio per pensare alla produzione di quel tipo di arte che è l’arte bella e proprio per questo Kant introduce la nozione di genio. L’arte in particolare è l’arte in senso proprio; Kant distingue tra arte in generale ed arte estetica; quest’ultima verte sul sentimento e non sul giudizio riflettente; poi all’interno dell’arte estetica distingue tra
arte gradevole e bella e dalla prima ci interessa ottenere qualche cosa che è sottoposta a giudizi di gusto empirici mentre la seconda qualcosa che è sottoposta a giudizi di gusto puri.
Nel genio opera un’immaginazione produttiva tramite cui il genio riesce a creare la regola a cui ricondurre il particolare. Caratteristiche del genio :
Kant si occupa del razionale nella Critica della Ragion Pura , la quale si conclude con una dialettica trascendentale. Dopo essersi occupato di sensibilità e dell’intelletto, Kant ci parla delle idee che sono propriamente dei costrutti razionali tali per cui non è possibile individuare alcun riempimento intuitivo, Kant ci dice che sono costrutti della ragione rispetto ai quali non possiamo mai individuare un’intuizione sensibile adeguata cioè ad esempio l’idea di Dio, di un’anima immortale o del mondo come totalità sono tutte idee che vengono dalla nostra esperienza ma che non trovano mai un riempimento specifico per cui io mi trovo nella dialettica trascendentale a dibattere tra teorie a sostegno dell’immortalità dell’anima e argomenti che demoliscono l’immortalità dell’anima ad esempio; le idee della ragione sono appunto proprie della ragione e non dell’intelletto questo fa sì che io non possa trovare un’intuizione ma esse sfuggono a qualsiasi controllo empirico ma tuttavia Kant se da una parte le boccia dal punto di vista epistemologico dall’altra considera questi concetti come importantissimi ad esempio noi non possiamo conoscere l’animo, Dio e il mondo ma essi sono concetti che possono guidare la nostra conoscenza. Le idee estetiche hanno delle analogie con quelle razionali: ■ Sono prodotte dall’immaginazione produttiva e non dalla ragione ■ Queste idee non hanno mai un riscontro nell’esperienza che le determini in maniera univoca questo per Kant è testimone della fecondità delle idee estetiche esse sono interpretabili in maniera molteplice, le idee sono foriere di nuove possibilità, ci fanno affacciate a interpretazioni sempre nuove ■ Questa cosa ovvero che non abbiamo una chiarificazione completa ed esauriente non è un limite ma una loro forza -PAG.311- questa pagina è importantissima!!!
Siamo nel 1795, sono passati cinque anni dalla pubblicazione della Critica del Giudizio che è il presupposto di queste lettere di Schiller, lui che è un lettore della terza critica di Kant e questa pesa sia per il lessico che per i concetti adottati, per i problemi individuati anche se Schiller avanza questioni proprie che imprimono alla sua riflessione un carattere molto originale e che avrà una grande influenza sugli autori successivi. Per esempio Marcuse utilizza Schiller a piene mani nel suo tentativo di mettere insieme estetica e politica, un altro autore che usa Schiller in maniera consistente è Heiddeger. Schiller non è solo filosofo, ma anche poeta e drammaturgo, è un amico di Goethe di cui considera in maniera molto positiva la sua concezione della natura, è molto vicino al Panteismo di Goethe e sulle sue lettere pesa non solo il pensiero di Kant ma anche quello di Fichte in particolare quando ci parla dell’azione
Parla della scissione creata dalla cultura (Vedi libro) VII LETTERA È necessario rinnovamento morale prima di quello politico IX LETTERA È necessario imitare l’artista che si salva dalla corruzione del suo tempo (Vedi libro) X LETTERA Una via trascendentale alla bellezza, Quali criteri possiamo avere per giudicare qualcosa come bello? Schiller vuole fondare il giudizio sulla bellezza su un giudizio più solido. La bellezza dovrebbe poter presentarsi come una necessaria condizione dell’umanità. XI-XII LETTERA In queste lettere enuncia la DOTTRINA DEI DUE IMPULSI ; spiega il passaggio da una grecità dove l’individuo era pienamente realizzato ad ora dove l’uomo è dilaniato da impulsi opposti. Ci sono due presupposti secondo Schiller: ■ La persona aspetto che permane uguale a se stessa nell’evolversi della sua vita e nel variare delle situazioni ■ (^) Lo stato invece che è in continuo cambiamento a seconda delle situazioni
A partire da questo presupposto Schiller individua due impulsi: ■ L’impulso alla materia o istinto materiale stofftrieb impulso sensibile dove sensibilità non è base della costituzione epistemologica ma è l’ambito di ciò che desideriamo o rifiutiamo che deriva dalla natura naturale animale dell’uomo tendono a collocare l’uomo nel tempo e a dargli una materia rispetto alla quale è ricettivo e passivo essa rischia di annullare la mia struttura identitaria e mi lascia in balia delle necessità fisiche, se questi impulsi diventano dominanti io divento passivo e perdo la mia personalità, è istanza vitale e incentrata sul tema del desiderio è un’istanza sensuale ■ L’ impulso alla forma o istinto formale formtrieb deriva dalla natura razionale dell’uomo tende a liberarlo dai vincoli materiali e a mantenere una personalità sottratta al mutamento è l’attività umana del pensiero e della volontà è sottoposto alla necessità morale mi dà criteri di orientamento molto stabili. Deriva dagli aspetti razionali, ragione come capacità dell’uomo di riferirsi al mondo che ci circonda come mondo noumenico e non fenomenico. Secondo Schiller siamo schiavi sia se ci lasciamo completamente guidare dall’impulso materiale sia se siamo costretti nella necessità in cui ci spingerla ragione a controllare gli elementi che ci circondano Per Schiller però i due elementi sono coessenziali non pensa mai ad una subordinazione Impulsi divergenti ma che non sono strutturalmente contraddittori, questi impulsi sono entrambi strutturali per la realizzazione dell’uomo Secondo Schiller questa lacerazione che affligge l’uomo moderno sia un evento storico e che sia necessario lavorare per ripristinare questa lacerazione XIII LETTERA Schiller qui parla della funzione mediatrice della cultura Aisvilun > educando La cultura deve avere due fini: ■ (^) Attraverso l'educazione alla facoltà del sentimento ■ Attraverso l’educazione alla facoltà della ragione XIV LETTERA Istinto del gioco come impulso mediatore; la cultura ha una funzione mediatrice: essa ci induce ad affermare un istinto intermedio tra materiale e forma che è l’ impulso a giocare (Kant aveva insistito sul libero gioco delle facoltà tra immaginazione e intelletto); l’impulso al gioco è visto da Schiller come mediatore tra impulsi razionali e materiali. XV - XX – XXI LETTERA Vedi schemi su libro
XXIII – XXIV LETTERA “Verso la differenziazione dell’estetico?”
XXVI LETTERA
“L’apparenza è estetica solamente in quanto è schietta (rinuncia espressamente a ogni pretesa di realtà) e unicamente in quanto è autonoma (fa a meno di ogni aiuto della realtà)”
Hegel dal 1817 al 1829 tiene lezioni sull’ estetica ; è un periodo non statico sebbene questa sua riflessione sia stata fatta durante la sua maturità, dopo la sua morte sono i suoi allievi si adoperano per ricucire insieme i materiali esistenti e a pubblicare libri sulle sue lezioni. Tra gli alunni spicca Hoto che mette insieme materiali eterogenei e li confeziona in un libro dando un ordine diverso rispetto a quello originario e li accorpa aggiungendo titoli e sezioni. Gadamer stesso dirà che l’edizione di Hoto fu estremamente brillante.
Questa sfasatura è molto importanti per due motivi:
Hegel concepisce la filosofia secondo uno sviluppo dialettico che si divide in tesi , antitesi e sintesi quest’ultima superiore ai due elementi precedenti i quali vengono superati in quest’istanza superiore appunto la sintesi. Nelle lezioni di estetica questa triade è occupata da arte , religione e filosofia. Hegel pensa che l’ arte sia il luogo di manifestazione sensibile dell’assoluto però una manifestazione che arriva a irretire l’assoluto in quanto nella sensibilità riscontra un limite alla sua assolutezza ma anche nella sede interiore di manifestazione in dell’infinito Nella fenomenologia dello spirito del 1807 l’arte non ha una posizione autonoma nello sviluppo dialettico dello spirito, non è uno dei momenti dello spirito assoluto, ma compare negli ambiti della religione e della filosofia. In questo caso invece il posto dell’arte è il primo della triade relativa allo spirito assoluto ed intermedia nello sviluppo triadico della religione, è una delle forme più avanzate della manifestazione dello spirito quando esso non è più mero pensiero nè pensa alla realtà come meramente contrapposta ad esso ma scopre di essere assoluto, di aver da sempre tolto da se ogni vincolo, legame che potesse limitarlo l’arte quindi occupa una posizione molto avanzata di maturazione dello spirito, di sviluppo dialettico dello spirito e con l’arte comincia il processo di riconoscimento di se nella forma dell’assolutezza. Il fine dell’arte è il fine metafisico ovvero la manifestazione sensibile dell’assoluto, ovvero una manifestazione dell’assoluto che perviene alla conoscenza di se in una occasione sensibile. Nell’arte lo spirito si fa più vicino alla dimensione umana e questo è un fattore che potremmo definire di luce dell’arte, mentre il fattore di ombra è il medesimo l’arte è il momento in cui lo spirito si manifesta in un’occasione sensibile dunque ci è poi vicino ma è anche il luogo in cui lo spirito perviene ad una consapevolezza di se nella forma più limitata, perché la dimensione sensibile ostacola la piena affermazione dell’assolutezza da parte dell’assoluto.
Anche la manifestazione sensibile dell’assoluto non è data una volta per tutte per Hegel, bensì è mossa da un’intima dinamicità. Questa dinamicità porta l’assolutezza dello spirito a manifestarsi secondo gradi diversi nel mezzo sensibile (questa non è una scansione dialettica) : può trovare una manifestazione ostacolata dalla massa, dalla materia sensibile che la fa gravare eccessivamente verso il basso questo avverrebbe nell’ arte simbolica quella primitiva (statuaria assirobabilonese) che lascerebbe lo spirito incollato a terra, questa tappa destinata ad essere sorpassata nell’ arte classica (statuaria greca) dove assoluto trova piena manifestazione di se in una dimensione sensibile pienamente equilibrato armonicamente aderente all’assolutezza dello spirito si tratta del momento più felice ma anche questo momento viene superato perché lo spirito non può dal punto di vista della dialettica non può trovare limitazione nella
contrapposta ma questa contrapposizione è falsa perché lo spirito è autore anche dell’opposizione quindi questa opposizione è superata.
II PARAGRAFO Hegel qui arriva a dire molte cose: In queste lezioni di estetica Hegel è approdato ad una nuova riformulazione dove l’arte appartiene alla fase dello sviluppo dialettico dello spirito in cui lo spirito si manifesta nella sua assolutezza, come absolutus, sciolto da vincoli, che sembra limitare lo spirito dall’esterno. Nella fenomenologia dello spirito l’arte era vista nel ruolo della religione rivelata mentre con le lezioni di estetica Hegel sostiene che nello sviluppo dialettico dello spirito che si fa assoluto :
sensibile in cui il credente avverte, nel suo intimo, la presenza dell’assoluto in particolare Hegel pensa alla religione protestante post riformista. Ma anche in questo caso sia esso antitetico rispetto a quello artistico perché c’è una tensione ad esprimersi non nell’esteriorità ma nell’interiorità, lo spirito procederà oltre verso forme esenti da vicoli; la forma massima è la filosofia in quanto essa si muove nell’elemento del pensiero e questo consente all’assoluto di darsi a vedere in piena trasparenza. Dalla fenomenologia dello spirito leggiamo una parte che si occupa della religione rivelata in cui l’arte fa la sua comparsa. Nell’arte, lo spirito trova un luogo privilegiato per la manifestazione di se ma al contempo limitato che deve essere superato. In questo volume che fu scritto da Hegel stesso al contrario dell’estetica, egli mentre ci parla del carattere di passato dell’arte, afferma che l’arte appartiene al passato dell’uomo perché ormai il nostro modo di fare esperienza dell’arte è cambiato. “ Le statue sono adesso cadaveri da cui è fuggita l’anima vivificante, mentre gli inni non sono più preghiere ma parole da cui è volta via la fede. Le mense degli dei non hanno più cibo e bevanda spirituale, nei giochi e le feste restituiscono più alla coscienza la gioia unità di se con l’essenza. Alle opere della musa, infine, manca la forza dello spirito, il quale aveva guadagnato l’autocertezza a partire dall’annientamento di dei e uomini. Tutto ciò è adesso quello che era già per noi, bei frutti staccati dall’albero, frutti che un destino amico ci ha dati in offerta allo stesso modo in cui una fanciulla sa presentarli. Non c’è più la vita reale della loro esistenza, non c’è più l’albero su cui erano cresciuti, non la terra, n’è gli elementi che costituivano la loro sostanza, n’è il clima che contribuiva alla loro determinatezza, né infine l’alternarsi delle stagioni che governavano il processo del loro divenire. E così con le opere di quell’arte il destino non ce ne restituisce il mondo, non ce ne restituisce la primavera, la vita etica in cui fiorirono e maturarono ma ci lascia soltanto il velato ricordo di quelle realtà. La nostra attività nel godere queste opere perciò non è più quella del culto divino nel qual caso la nostra coscienza diverrebbe la libertà piena e perfetta di se stessa, adesso piuttosto la nostra attività è quella esteriore che deterge quei frutti da qualche goccia di pioggia o granello di polvere”. Il nostro approccio nei confronti dell’arte è spesso impostato alla salvaguardia del patrimonio artistico ingessato e che registra solo parzialmente ciò che è stato ed ha significato. Si tratta di opere che noi ci limitiamo a detergere, restaurare, pulire per mettere in bella mostra per farli semplicemente vedere e non portano più le impronte della fede, quelle etiche che avevano perché una volta manifestavano le norme e i principi della comunità che ne fruita e in cui essa si identificava. Questo modo di concepire e fruire l’arte è la morte dell’arte cioè l’annunciarsi di un modo di fare esperienza che è ignoto alla maggior parte delle culture umane. Oggi da una parte ci limitiamo a pulire e a conservare in un tempo astratto rispetto alla quotidianità ciò che ci viene dal passato, mentre altra parte della produzione artistica viene intesa come semplice abbellimento o arricchimento del nostro tempo libero e non della nostra vita quotidiana. Gadamer mette il dito in questa piaga e la mostra in tutta la sua evidenza.
L’introduzione all’estetica è una specie di condensato della idee salienti di Hegel, riassunto dei punti focali ( Pag. 20 della dispensa )
PARAGRAFO II (.2) Il posto dell’arte in rapporto alla religione e alla filosofia ( pag. 138 della dispensa) Nell’itinerario dello spirito verso se stesso, Hegel iscrive l’arte tra le stazioni di questo itinerario che riguardano lo spirito assoluto, Hegel individua delle fasi non ancora mature dello spirito, in cui esso si pone come elemento esclusivo del pensiero e quindi esso viene esperito come soggettivo e si sviluppa a partire dall’opposizione di se stesso inteso come interiorità logica rispetto alla mera esteriorità, ovvero lo spirito oggettivo. Lo spirito assoluto è quel livello di sviluppo dello spirito in cui esso coglie che è questa contrapposizione è solo apparente in realtà sia la tesi (lo spirito soggettivo) che l’antitesi (lo spirito oggettivo) sono posti dallo spirito stesso che proprio per questo si riconosce come assoluto.
Il comprendere non va inteso come una disposizione di tipo epistemologico, ma come uno dei modi fondamentali di essere dell’uomo in quanto è aperto al mondo , collocando quindi in un contesto ontologico e non primariamente epistemologico. L’idea di base è quella del ruolo strutturale dei pregiudizi : secondo Gadamer la comprensione si basa sempre su presupposti ( forurtanier ), i pregiudizi lungi dal costituire materia che dovrebbe essere completamente spunta dal ragionamento in modo da garantire un’oggettività massima, sono al contrario momenti strutturali della nostra comprensione. La nostra comprensione ed in particolare la conoscenza esplicita si basa sempre su presupposti impliciti che riguardano il come stanno le cose, riguardano le nostre assunzioni a livello antropologico e ontologico, il nostro aspetto più profondo. C’è sempre secondo Heiddeger, una nostra precomprensione dell’essere che è operante nei nostri giudizi espliciti. La presunzione epistemologica di garantire il massimo rigore attraverso la messa fuori gioco di tutti i pregiudizi è fallace e destinata al fallimento. È fallace perché presume che la conoscenza parta da un punto zero e che come tale possa essere rigorosa quando in realtà è sempre debitrice di un certo atteggiamento antropologico e ontologico. È impossibile perché quando noi comprendiamo ci siamo già messi in una certa disposizione rispetto a ciò che ci circonda. Di qui nasce oltre la Riabilitazione dei pregiudizi su cui Gadamer insiste proprio in “ verità e metodo ” c’è un altro punto molto importante che raccorda Heiddeger a Gadamer, che è testimonianza della frequentazione di alcune lezioni che risalgono al 1927, ovvero quando Gadamer ci parla del circolo ermeneutico in cui sostiene che la nostra comprensione si muove in circolo: noi comprendiamo sulla base non solo di una precomprensione implicita delle cose con cui ci confrontiamo ma anche comprendiamo anche in vista di un certo fine, per raggiungere un altro scopo, con altri elementi, cioè il nostro comprendere è sempre declinato secondo una serie di preposizioni (comprendere a partire da, in vista di…) che mostra come il comprendere sia sempre contestuale, inserito in una situazione e come questa situazione sia sempre designata in modo pratico, pragmatico. Heiddeger propone l’esempio del martello: solo la mentalità estraniante del filosofo può pensare che io innanzitutto comprendo il martello andando a verificare quale sia il concetto di martello magari dal vocabolario. Io comprendo invece che cosa sia il martello tramite la sua funzione (mezzo per piantare chiodi). Questo modo di essere, questa mera presenza è un essere secondo Heiddeger difettivo rispetto a quello che pensava Heiddeger come modo primario cioè risponde a certe funzioni. “Verità e metodo” è caratterizzato proprio dal titolo che ci di parla di verità e metodo, dove la congiunzione “e” può essere letta sia come congiunzione che coordina sia come congiunzione avversaria e quindi verità o metodo. La vecchia opposizione tra scienze dello spirito e della natura , ci diceva già Diltain, hanno modi di conoscenza diversi perché si occupano di contesti ontologici diversi, discontinui tra loro e prevedono forme di conoscenza diverse da una parte la spiegazione, il chiarimento dall’altra la comprensione. Gadamer riprende questa distinzione ovvero se la verità può avvenire in un solo modo o in più modi. Il senso della correlazione tra verità e metodo è il senso di una domanda: la verità accade solo in forma metodica come è tipico delle scienze della natura o anche in forma extra metodica? Gadamer risponde nel 1960 ed egli sostiene che dobbiamo pensare a modi diversi dell’accadere della verità e uno dei modi secondo Gadamer in cui la verità accadrebbe in forma extra metodica è proprio l’ arte. Gadamer si pone in aperta contrapposizione con la cultura estetica, con le teorie dell’arte elaborate prima di lui e si chiede: “ È legittimo continuare ad opporre l’arte alla conoscenza concettuale? È legittimo riservare la verità al dominio di quest’ultima o dobbiamo ripensare tutto questo ?” Attraverso questo approccio critico alla tradizione estetica filosofica, Gadamer formula la tesi della differenziazione dell’estetico in chiave critica e avanza in maniera propositiva la tesi della non differenziazione dell’estetico. Gadamer ha un approccio a questa tradizione critico e sostiene che l’estetica non sia differenziato. Gadamer sostiene che Kant abbia aperto la strada ad una soggettivizzazione radicale dell’estetica e che questo abbia fatto epoca. “ Ma soprattutto siamo dominati dalla filosofia morale di Kant che ha voluto purificare l’etica da tutti i momenti di estetici e sentimentali” Quando l’etica è stata intaccata dall’estetica e dal sentimentale? Nell’umanesimo!
Se si guarda la parte avuta dalla Kantiana critica del giudizio nella storia delle scienze dello spirito si deve che la sua fondazione trascendentale dell’estetica ha avuto importanti conseguenze in due direzioni e che ha avuto una vera censura tra passato e futuro” Gadamer si concentra sul tracciare le caratteristiche dell’umanesimo e la concezione di gusto: “il gusto non era percepito come l’ambito del giudizio in cui si giudica se qualcosa è bello” Bello in totale assenza di riferimenti epistemologici, etici, politici, pratici; il giudizio di gusto può essere puro solo se recede da qualsiasi legame e riferimento. “Essa significa la rottura di una tradizione ma anche l’inizio di un nuovo sviluppo. Da un lato questo ha ristretto il concetto di gusto ad un campo entro al quale esso come principio specifico poteva rivendicare una validità autonoma ed indipendente e dall’altro ha ristretto il concetto della conoscenza all’uso teoretico e pratico della ragione. ” “ Il gusto in ambito umanistico era sempre un tipo di orientamento che metteva insieme una sensibilità etica con una estetica ” ci dice Baldasar Grasian “ prima che queste fossero rigidamente separate ”. Con Kant si arriva ad una radicale soggettivizzazione del gusto. Il gusto con Kant viene separato dalla sfera etica e infatti nella seconda critica vediamo che la regola a cui deve rispondere il comportamento morale ineccepibile è una regola che mi fa prescindere da qualsiasi condizionamento. L’autonomizzazione dell’etica di Kant e l’insularità del gusto avrebbero provocato una discontinuità decisiva rispetto al pensiero umanistico. Fondazione trascendentale dell’estetico vuol dire dare un fondamento, giustificare dal punto di vista Kantiano l’universalità del giudizio di gusto, la pretesa che un giudizio valga per tutti , giustificare questa sulla base di una radicale soggettivizzazione dell’estetico. Quando Gadamer ci parla della fine di una cultura si riferisce a quella umanista e l’inizio della cultura estetica. Il gusto diventa criterio in assenza di altri riferimenti e riguardo questo punto chi fa una svolta decisiva è Schiller. La colpa di cui Gadamer carica Kant è quella di riuscire a tenere la posizione sulla universalità dei giudizi di gusto ma a scapito della portata conoscitiva.
Per Kant il gusto è una categoria estetica trascendentale ( a priori ), ci consente di discernere cos’è bello e cosa no a prescindere da ogni pretesa epistemologica. Quindi Gadamer dic che il giudizio di gusto così come inteso da Kant non mi dice niente sul mondo perché è una Zweckmäβigkeit ohne Zweck ovvero la finalità senza scopo. “Ma il prezzo pagato da Kant per questa giustificazione della critica nel campo del gusto consiste nel fatto che egli è costretto a negare al gusto ogni significato conoscitivo .” Quindi è un gusto riflesso. Nella cultura umanistica secondo Gadamer il gusto non è una facoltà di giudizio estetica, ma riguarda una modalità di orientamento nel mondo che nasce da un impulso sensibile, libero di selezionare una possibilità piuttosto che un'altra.
Verso il primato del genio sul gusto Quello che Kant ci dice sul giudizio di gusto puro non riguarda l’arte, il giudizio di gusto sull’arte deve ambire a valere per tutti, per questo egli introduce la categoria del genio. Gadamer sa che per Kant il genio non è un istanza soggettiva ma un talento naturale. Nel caso di Kant l’istanza del genio viene prodotta per completare la definizione di arte. Il genio artistico è colui che è capace di creare dal nulla, perciò è antagonista alla natura. Quindi Gadamer sostiene che i successori di Kant riescono a comprendere meglio cos’è il genio, subordinando il giudizio di gusto ad esso. “ La fondazione della facoltà del giudizio estetico su un a priori della soggettività era destinata ad assumere un significato totalmente nuovo con il mutare del senso della riflessione trascendentale presso i successori di Kant. Quando non sussiste più lo sfondo metafisico che, in Kant, fondava la superiorità del bello di natura e legava alla natura il concetto di genio, anche il problema dell’arte si pone in un senso nuovo. Già il modo in cui Schiller recepì la Critica del giudizio e impegnò tutta la veemenza del suo temperamento morale-pedagogico nello sviluppare l’idea di una educazione estetica comportava uno venire in primo piano dell’arte rispetto al giudizio e alla facoltà di giudicare. Dal punto di vista dell’arte il rapporto dei concetti kantiani di gusto subisce una modificazione radicale. Il concetto più comprensivo doveva divenire quello di genio, e per converso il fenomeno del gusto doveva perdere valore. ”
γ) il concetto di “ Erlebnis”