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Etica applicata: l'etica della comunicazione, Sintesi del corso di Etica

L'importanza dell'etica nella comunicazione, distingue due approcci: deontologico e intrinseco alla comunicazione stessa. Il primo si riferisce ai codici etici per gli addetti alla comunicazione, il secondo alla comprensione etica implicita nel discorso. i criteri di William Howell per valutare l'utilità di un sistema etico della comunicazione.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 07/12/2021

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denisa-celaj 🇮🇹

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Fabris
Che cos’è l’etica?
In Occidente fin dall’antichità la riflessione filosofica che si rivolge ai nostri atti, al nostro agire, al
nostro atteggiamento viene chiamata etica. Ma “etica” nella lingua comune non indica solamente
solo questa riflessione sull’agire ma si rivolge anche, e soprattutto, ai criteri che guidano l’azione,
ai principi e le consuetudini che regolano i comportamenti del singolo o della comunità. Di solito
tali principi non sono scelti in maniera consapevole, ma costituiscono lo sfondo condiviso dei
nostri comportamenti quotidiani. Quindi, questo vocabolo da una parte esprime l’adesione
immediata a criteri di comportamento che sono solitamente condivisi da altri esseri umani e senza
i quali non ci si potrebbe orientare nell’agire quotidiano, mentre dall’altro indica la riflessione su
questo agire, grazie alla quale non solo si è in grado di diventare consapevoli di tali criteri, ma si
può anche, quando necessario, metterli in discussione e magari anche rigettarli. La parola deriva
dal greco ethos che significa comportamento, consuetudine, costume: l’agire infatti si può
consolidare in un’abitudine, in un costume che perlopiù è condiviso dalla comunità, quello capace
di identificare quest’ultima nei suoi specifici caratteri. Le domande principali dell’etica riguardano
principalmente il che cosa sia quello che si fa, in che modo lo si fa, da quale istanza è spinto il
nostro agire e con quale scopo si fa una determinata azione.
[la mossa filosofica che viene compiuta fin dall’antichità è quella che consenta di condurre un
discorso che valga non solo per il singolo, ma per tutti gli uomini; non solo per un agente
individualmente considerato ma per ciascun agente pensato come essere razionale, quindi è
inteso come un concetto che pretende di avere una validità universale].
Il tentativo di Aristotele di definire l’agre e di descriverne i processi si ricollega alla concezione che
egli sviluppa del bene in generale e del rapporto che l’agire ha con il bene. Il bene è lo scopo
dell’azione umana e la struttura stessa dell’agire dell’uomo è quella di un processo che mira a
realizzare uno scopo e, ancora di più, lo stesso essere dell’uomo tende alla realizzazione di un
bene alla ricerca di mezzi che possano consentire il raggiungimento di tale scopo: solo così l’essere
umano può arrivare alla virtù. Quindi per Aristotele si tratta di un tendere naturale, che è insito,
cioè, nella natura dell’uomo. Il disaccordo che può emergere, però, riguarda i beni che vengono
perseguiti: ogni uomo infatti tende a perseguire ciò che è bene per sé stesso, in quanto
corrisponde specificatamente ai suoi desideri e alle sue inclinazioni; questo disaccordo da cui
possono sorgere in base a differenti concezioni di bene per ogni individuo viene risolto
individuando un bene in sé, un bene supremo al quale ogni essere razionale per natura tende e
per garantire il raggiungimento ditale bene viene stabilito un ordine tra le facoltà proprie
dell’uomo, tra quelle che possono allontanare dal perseguimento del bene e quelle invece grazie
alle quali è possibile ottenerlo. (felicità: concepita quale bene supremo dell’essere umano, ovvero
quale suo scopo naturale). L’etica di Aristotele si contraddistingue quindi per il tentativo di
instaurare un doppio equilibrio, quello interno al singolo essere umano e quello fra tutti gli esseri
umani in cui i mezzi per ottenere il bene individuale mirano all’eliminazione di ogni forma di
conflitto. L prospettiva di Aristotele è quella di una vera e propria armonia dell’uomo con il mondo
e con gli altri uomini. (manca pag 19)
Il problema che l’etica del dovere si trova ad affrontare è quello di giustificare il perché, in ogni
caso, bisogna ubbidire a ciò che si presenta in maniera così assoluta. È proprio questa la questione
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Fabris

Che cos’è l’etica? In Occidente fin dall’antichità la riflessione filosofica che si rivolge ai nostri atti, al nostro agire, al nostro atteggiamento viene chiamata etica. Ma “etica” nella lingua comune non indica solamente solo questa riflessione sull’agire ma si rivolge anche, e soprattutto, ai criteri che guidano l’azione, ai principi e le consuetudini che regolano i comportamenti del singolo o della comunità. Di solito tali principi non sono scelti in maniera consapevole, ma costituiscono lo sfondo condiviso dei nostri comportamenti quotidiani. Quindi, questo vocabolo da una parte esprime l’adesione immediata a criteri di comportamento che sono solitamente condivisi da altri esseri umani e senza i quali non ci si potrebbe orientare nell’agire quotidiano, mentre dall’altro indica la riflessione su questo agire, grazie alla quale non solo si è in grado di diventare consapevoli di tali criteri, ma si può anche, quando necessario, metterli in discussione e magari anche rigettarli. La parola deriva dal greco ethos che significa comportamento, consuetudine, costume: l’agire infatti si può consolidare in un’abitudine, in un costume che perlopiù è condiviso dalla comunità, quello capace di identificare quest’ultima nei suoi specifici caratteri. Le domande principali dell’etica riguardano principalmente il che cosa sia quello che si fa, in che modo lo si fa, da quale istanza è spinto il nostro agire e con quale scopo si fa una determinata azione. [la mossa filosofica che viene compiuta fin dall’antichità è quella che consenta di condurre un discorso che valga non solo per il singolo, ma per tutti gli uomini; non solo per un agente individualmente considerato ma per ciascun agente pensato come essere razionale, quindi è inteso come un concetto che pretende di avere una validità universale]. Il tentativo di Aristotele di definire l’agre e di descriverne i processi si ricollega alla concezione che egli sviluppa del bene in generale e del rapporto che l’agire ha con il bene. Il bene è lo scopo dell’azione umana e la struttura stessa dell’agire dell’uomo è quella di un processo che mira a realizzare uno scopo e, ancora di più, lo stesso essere dell’uomo tende alla realizzazione di un bene alla ricerca di mezzi che possano consentire il raggiungimento di tale scopo: solo così l’essere umano può arrivare alla virtù. Quindi per Aristotele si tratta di un tendere naturale, che è insito, cioè, nella natura dell’uomo. Il disaccordo che può emergere, però, riguarda i beni che vengono perseguiti: ogni uomo infatti tende a perseguire ciò che è bene per sé stesso, in quanto corrisponde specificatamente ai suoi desideri e alle sue inclinazioni; questo disaccordo da cui possono sorgere in base a differenti concezioni di bene per ogni individuo viene risolto individuando un bene in sé, un bene supremo al quale ogni essere razionale per natura tende e per garantire il raggiungimento ditale bene viene stabilito un ordine tra le facoltà proprie dell’uomo, tra quelle che possono allontanare dal perseguimento del bene e quelle invece grazie alle quali è possibile ottenerlo. (felicità: concepita quale bene supremo dell’essere umano, ovvero quale suo scopo naturale). L’etica di Aristotele si contraddistingue quindi per il tentativo di instaurare un doppio equilibrio, quello interno al singolo essere umano e quello fra tutti gli esseri umani in cui i mezzi per ottenere il bene individuale mirano all’eliminazione di ogni forma di conflitto. L prospettiva di Aristotele è quella di una vera e propria armonia dell’uomo con il mondo e con gli altri uomini. (manca pag 19) Il problema che l’etica del dovere si trova ad affrontare è quello di giustificare il perché, in ogni caso, bisogna ubbidire a ciò che si presenta in maniera così assoluta. È proprio questa la questione

sollevata nella seconda metà dell’Ottocento da Nietzche, il quale avanza il problema del senso che un principio morale deve avere e mostra che tale senso non può essere giustificato a partire da qualcosa che semplicemente si impone, come la rivelazione divina oppure l’imperativo categorico. Il senso delle nostre azioni risiede, secondo Nietzche, nel nostro stesso volere: un volere incondizionato che crea di volta in volta i propri principi, il senso quindi finisce per identificarsi con questo stessa volontà che è poi in Nietzche la volontà di potenza, e dunque in definitiva non ha più senso che venga posto il problema del senso: questo è ciò che Nietzche pensa come l’avvento del nichilismo. Con tali esiti nichilistici della religione e della morale si confronta il pensiero del ‘900: di fronte a esso si presenta il problema del senso dell’agire, ovvero l’individuazione delle motivazioni che spingono l’individuo a fare qualcosa. La riflessione contemporanea segue soprattutto due strade: da un lato cerca di giustificare la possibilità che un senso, non nei modi dell’imposizione bensì in quelli del coinvolgimento, si possa dare elaborando una vera e propria “logica del senso”, quella all’interno della quale finiamo comunque per muoverci nel nostro agire e nel nostro pensare. Dall’altro lato invece essa rinuncia alla ricerca di un senso complessivo e si dedica invece ad un’analisi dei diversi modi in cui l’agire trova concretamente la propria esplicitazione. Quest’analisi mira a fornire una spiegazione dei comportamenti umani e delle scelte che li determinano attraverso modalità ed approcci diversificati, tra i quali discutendo ad esempio le forme di linguaggio in cui esprimiamo i nostri comportamenti. Nonostante questo, però, l’etica contemporanea si trova comunque a fare i conti con il problema del senso, del perché, della motivazione. [Inoltre, gli sviluppi tecnologici hanno trasformato radicalmente i modi in cui le azioni vengono compiute e i criteri in base ai quali possono essere pensate e ne consegue n’analoga trasformazione che riguarda le tradizionali domande dell’etica. Il duplice volto della tecnologia infatti per un verso ci fa abitare il mondo in maniera sempre più comoda, per un altro invece è in grado di modificare radicalmente questo mondo stesso]. Questo ha sollecitato il riproporsi delle tradizionali domande dell’etica (cosa, come, perché lo faccio) non solo in merito all’agire in generale, bensì all’agire che si compie nell’età della tecnologia. Di fronte a tali questioni, in quanto trasformazione, allargamento di applicazione dell’etica generale, sono nate le cosiddette etiche applicate. I limiti dei modelli di etica che erano stati elaborati in filosofia che vengono messi in discussione (a causa dei recenti sviluppi tecnologici) sono principalmente tre:

  1. Il limite relativo al potere dell’uomo di incidere sul mondo, sull’ambiente, sull’esistenza o meno degli altri uomini e di sé stesso; oggi infatti grazie all’uso delle tecnologie l’uomo è davvero in grado di trasformare radicalmente la vita sulla terra. Allo stesso modo, grazie ai progressi delle scienze biomediche è in grado di modificare in maniera significativa i processi che riguardano la nascita, lo sviluppo e la fine degli esseri viventi.
  2. Non c’è più una netta differenza tra ciò che è “naturale” e ciò che risulta “artificiale”.
  3. Viene meno il limite che poteva essere imposto da un essere superiore, che fosse la voce della coscienza o un ordine divino. L’essere umano, liberato da ogni costrizione e grazie al potere di cui si appropria può decidere di creare, distruggere, consumare ecc e in assenza di riferimenti, di orientamento, tali azioni vengono compiute e basta, senza scopo e senza senso.

qualcosa di dinamico e si apre in questo modo una prospettiva che considera la comunicazione stessa come un agire e ne analizza processi e scopi, sulla scia di quanto fanno ad esempio la pragmatica e la retorica. Riassumendo, nel primo caso si parla di un approccio deontologico alle questioni comunicative e di un’etica della comunicazione concepita in senso proprio (come definizione delle strutture del linguaggio e della comunicazione, ed è la ricerca di cui si occupa la linguistica), mentre nel secondo caso è più corretto fare riferimento all’idea di una comunicazione che racchiude già in sé specifici riferimenti etici: un’etica, cioè, che risulta nella comunicazione stessa. Che cosa significa comunicare? Le scienze del linguaggio presuppongono una concezione del comunicare tanto ovvia da risultare il modello comunicativo standard , ovvero quello a cui si riferiscono quasi tutte le definizioni del termine “comunicazione” presenti nel dizionario. È quello, cioè, per cui comunicare significa originariamente “trasmettere” (pensieri, idee, notizie, informazioni, dati, in una parola: messaggi). La situazione di base propria dell’agire comunicativa è quella della “trasmissione pura e semplice” (cit. Volli); è possibile, da qui, definire i vari passaggi della comunicazione, gli elementi in cui questo atto può essere scomposto e i distinti soggetti che ne sono coinvolti: ecco la “teoria standard della comunicazione”. La trasmissione si sviluppa in un rapporto tendenzialmente unilaterale, fra emittente e destinatario , il quale riceve un messaggio. Tale messaggio è a sua volta trasmesso in virtù di un vero e proprio contatto fra emittente e ricevente (più precisamente un canale), si configura secondo un codice ben preciso (es. una determinata lingua) e si riferisce di solito ad un certo contesto. In realtà, la tesi secondo cui comunicare vuol dire trasmettere ha un’origine storica ben precisa. Colui che per primo ha svolto questa concezione è stato Jakobson e lo ha fatto con riferimento alla teoria dell’informazione sviluppata nel secondo dopoguerra dal matematico americano Shannon; lo scopo di S. era di massimizzare il rendimento informazionale, cioè di ricercare il metodo più efficace per trasmettere segnali evitando disturbi e rumori di fondo. J. Applica questa teoria all’ambito della linguistica e la trasforma di fatto in un modello soggetto ad essere esteso ad ogni dimensione comunicativa; ecco perché comunicare “bene” significa in questo senso (secondo il modello standard della comunicazione) trasmettere informazioni in maniera pienamente efficiente. Oggi, i modelli di comunicazione dominanti che si rifanno al modello standard sono quelli che riguardano il mondo della pubblicità (pubblicità costituisce un’evidente e diffusa esemplificazione del modello standard). In essa, infatti, un messaggio viene trasmesso da un emittente ad un ambito di potenziali riceventi (consumatori); il messaggio poi è reso ulteriormente persuasivo attraverso l’intervento di un testimonial ; (chi è destinato a ricevere il messaggio viene definito un target, un “bersaglio” che il messaggio deve “colpire” e l’emittente deve tenere conto delle reazioni del target, di ciò che lo può interessare, e il target dal canto suo interviene su quanto gli è stato trasmesso interpretando il messaggio che gli viene inviato). Seguendo il modello standard di c., una pubblicità è buona quando risulta efficace ed efficiente, cioè quando raggiunge il proprio target con il minor nr di errori e con il minor spreco di risorse. Bisogna specificare, però, che comunicare ovviamente non si limita ad un’attività volta a fornire informazioni. L’informare può anche essere uno dei caratteri della comunicazione, ma nell’ambito comunicativo accade qualcosa di più, si verifica un vero e proprio coinvolgimento, un legame che va oltre al semplice scambio di informazioni. La differenza di fondo tra il modello dell’informazione e quello della comunicazione sta nel fatto che nel primo caso l’iniziativa è sempre dell’emittente e

il feedback è successivo all’effetto prodotto, quindi la trasmissione di informazioni viene concepita come unilaterale e secondo il paradigma temporale della successione mentre nel secondo caso l’interazione è caratterizzata da una tendenza di simultaneità e il coinvolgimento è previsto dall’inizio, viene presupposto, e anzi richiesto e nella dinamica del comunicare è sempre insita l’intenzione di raggiungere un’ intesa. Si tratta di un coinvolgimento in cui ogni locutore è considerato sin da subito interlocutore. Non il semplice destinatario di un’informazione, bensì colui che coopera sempre nel contesto comunicativo contribuendo alla sua attivazione, al suo mantenimento e alla sua realizzazione. Difatti, il termine “comunicazione” deriva dal latino communicatio e indica in generale il “mettere a parte”, il “far partecipi” altri di ciò che si possiede: communico quindi significa “mettere in comune”, “creare uno spazio comune”. Ciò che bisogna precisare è quali forme concrete la comunicazione può assumere e possiamo individuarne tre che consentono di gestire lo spazio comune fra gli interlocutori: la deontologia professionale, l’etica della comunicazione intesa in senso proprio e l’etica che è insita negli stessi processi comunicativi, ovvero l’etica nella comunicazione.

1. La prima forma dell’etica della comunicazione: l’approccio deontologico Il termine deontologia rimanda alla sfera del dovere, a ciò che bisogna o meno fare nella misura in cui è prescritto da un’istanza riconosciuta come normativa. Poiché emerge l’esigenza di una regolamentazione dei processi comunicativi e di codificare dei limiti precisi entro cui gli addetti in questo caso alla comunicazione possano svolgere la loro attività, nascono i vari codici deontologici: nel caso della comunicazione, si tratta di indicazioni di comportamento rivolti agli operatori della comunicazione nelle quali viene stabilito ciò che è lecito e ciò che non è lecito fare nell’esercizio della professione e le sanzioni a cui si può andare incontro in caso di trasgressione. (son codici di autoregolamentazione che investono le varie categorie professionali, non sono imposti dall’esterno). È necessario, dopodiché, elaborare un’etica della comunicazione che non interessi solamente gli addetti ai lavori, bensì tutti coloro che sono coinvolti nei processi comunicativi. A parte l’area professionale a cui eventualmente un individuo può appartenere, ciascun interlocutore risulta caricato di una sua personale responsabilità, il che significa che trova in sé stesso la motivazione del proprio agire. Il termine responsabilità è collegato etimologicamente al verbo “rispondere” e nella lingua italiana si può “rispondere a” qualcosa o qualcuno e “rispondere di” qualcosa o qualcuno e sono entrambe concezioni che rimandano ad un inequivocabile senso di responsabilità. (p.48-51) 2. La seconda forma: l’etica della comunicazione propriamente detta All’interno della dimensione comunicativa chi agisce in maniera eticamente responsabile deve sapere dall’inizio il significato delle nozioni morali più frequenti, quali “buono”, giusto e virtuoso, in base ai quali poi poter scegliere un determinato comportamento piuttosto che un altro: questo rientra nell’elaborazione di un’etica della comunicazione concepita in senso stretto: fissare un lessico morale attraverso cui poter definire le azioni che possono essere considerate etiche nel processo comunicativo. Questa nozione di “agente responsabile” è ciò che rende possibile l’elaborazione di un’etica della comunicazione in senso proprio, ma non basta: oltre a questo, infatti, bisogna anche individuare i comportamenti comunicativi che sono stati assunti in un

vincoli etici insiti nel discorso (e il loro effettivo riconoscimento). Tale problema, quindi la domanda anche relativa al senso del nostro agire morale e del perché dover essere buoni rimane senza risposta effettiva sia nella prospettiva di A che in quella di H; potremmo solo dire che si delinea uno sazio di libertà all’interno del quale ciascuno di noi è in grado di essere fedele o meno ai principi etici insiti nella comunicazione e di ricercare, di conseguenza, le motivazioni e il senso che giustificano tale fedeltà. Sia A che H non sembrano saper giustificare le motivazioni morali che stanno alla base dell’utilizzo concreto dei principi dell’etica della comunicazione e quella del discorso.

3.Che cosa significa comunicare bene?

L’esigenza primaria è quella di capire quale fra i 5 modelli etici precedentemente individuati è in grado più degli altri di giustificare e di motivare il concreto agire comunicativo. L’idea base di tutti e 5 è comunque quella per cui comunicare significa creare uno spazio comune.

1. L’essere umano comunicativo per natura Secondo questo modello, l’uomo è considerato in possesso, per sua natura, di alcuni caratteri che possono favorire una comunicazione e che rendono l’individuo aperto al riconoscimento delle esigenze altrui. D’altra parte, però, l’individuo può anche rinunciare a quest’apertura assumendo un atteggiamento egoista: tutto dipende da come viene considerata questa specifica “natura”. 2. Il dialogo quale modello di comunicazione È il modello di cui facciamo pratica costantemente nella nostra esperienza quotidiana. Formare un’etica della comunicazione a partire dal concetto di dialogo lo si può fare partendo dal presupposto che il dialogo costituisce il paradigma di ogni modello comunicativo, nella misura in cui, dialogando, la conversazione si realizza nella maniera più adeguata. Ma, che cosa vuol dire dialogare? Innanzitutto, affinché ci sia dialogo, ogni interlocutore deve riconoscere le buone ragioni dell’altro, quindi sapendo che la propria posizione non è mai assoluta, definitiva e immodificabile. Nel modello dialogico infatti le ragioni dell’altro non sono funzionali semplicemente alla riconferma della propria tesi, bensì sono capaci di indurre ad un reale mutamento di idee. Per dialogare, dunque, bisogna essere disposti all’ascolto e dialogando ci si espone all’altro: è solo su queste presupposizioni che si ottiene il raggiungimento di un’intesa. Molti autori (es. Martin Buber, Franz Rosenzweig, Ferdinand Ebner, Hans-Georg Gadamer, Guido Calogero) sono convinti che pensare significhi innanzitutto comunicare e che comunicare voglia dire espressamente dialogare. Nel dialogo, infatti, si attua quella relazione che unisce gli uomini fra di loro, e nel caso degli autori che assumono una prospettiva religiosa, il rapporto dell’uomo con Dio. In altre parole, il pensiero dialogico è un pensiero nel quale domina il principio del rapporto fra gli esseri. Tuttavia, anche di fronte a questi esiti sorge la domanda sulla validità, per l’etica della comunicazione, del modello dialogico. Nella natura stessa del dialogo sono racchiusi alcuni principi di comportamento, quali l’attenzione ed il rispetto per l’interlocutore, l’ascolto delle sue ragioni, la volontà di raggiungere un’intesa e soprattutto l’idea che il linguaggio non sia solo un mezzo che consente di trasmettere informazioni, bensì di il luogo di una “messa in comune” di esperienze in grado di trasformare gli stessi interlocutori. Tuttavia, pure all’interno di questo paradigma, non

viene giustificata la motivazione che spinge l’individuo ad optare per il dialogo nell’interazione comunicativa. I teorici del dialogo hanno provato a rispondere a tale quesito in due modi: da una parte facendo riferimento ad uno sfondo teologico, mentre dall’altra, in una prospettiva decisamente più laica, facendo riferimento all’”essenza” dialogica dell’uomo. Nel primo caso, bisogna dialogare perché è Dio per primo che si rivolge all’uomo adottando forme dialogiche, mentre nel secondo caso, partendo dal presupposto che la natura dell’essere umano risulta di per sé capace di dialogo, allora praticando il dialogo l’essere umano trova la sua piena realizzazione. Entrambi, però, risultano difficilmente accettabili pienamente ed universalmente in quanto il primo vale solo se si fa riferimento ad una prospettiva religiosa e si limita quindi a coinvolgere solo l’uomo di fede, mentre il secondo ad un altro modello di etica, ovvero quello che fa riferimento all’essere umano comunicativo per natura.

3. Il paradigma retorico di riferimento all’audience Per questo paradigma la buona comunicazione è quella che va comunque incontro all’interlocutore, quella che tiene in conto in primo luogo dell’audience. In questo caso è fondamentale l’attenzione e il rispetto per l’audience: una buona comunicazione deve tenere conto (e rispettare) delle diverse opinioni, credenze, conoscenze dell’audience e per essere considerata una comunicazione riuscita deve comportare la condivisione di tali contenuti, anche se da prospettive diverse. Se questo invece non accade, se il modo in cui qualcosa è comunicato prende il sopravvento, ne risultano esiti deleteri. Nell’ambito giornalistico ad esempio, l’etica del primato dell’audience fa sì che lo stile con cui viene riportata una notizia diventa alla fine più importante della notizia stessa: la forma diviene sempre più autonoma rispetto al contenuto. Bisogna, quindi, ripensare la nozione di “retorica” e fare riferimento alla distinzione fra “buona” e “cattiva” retorica, di cui si fa portavoce il Socrate platonico. Si potrebbe definire buona retorica quella in cui l’intenzione persuasiva e quella di regolare il discorso in base alle esigenze dell’audience risultano subordinate alla necessità di “dire la verità”; mentre per cattiva retorica si intende quella in cui la volontà di raggiungere il proprio target risulta prioritaria, indipendentemente dal contenuto comunicato: in questo caso il rischio è che lo scopo della comunicazione sia solo la persuasione. È importante, inoltre, fare riferimento alla codificazione di retorica che offre Aristotele. Nei tre libri dell’opera omonima, Retorica , Aristotele offre una precisa articolazione di questa disciplina per quanto riguarda i suoi aspetti di “tecnica” e “arte”, facendo una distinzione fra retorica deliberativa , retorica epidittica e retorica giudiziaria e presenta delle indicazioni utili a costruire un discorso che risulti efficace per l’uditorio. Mostra, inoltre, la stretta connessione che c’è fra retorica ed etica, in quanto quest’ultima è ritenuta parte della politica. Secondo A. il compito del discorso retorico è quello di mettere in opera l’adeguato modello d persuasione conforme a ciascun argomento, e questo non tanto per ottenere una persuasione a tutti i costi, quindi fine a sé stessa, quanto per offrire consigli e informazioni, competenza che il retore deve possedere, sulle quali l’uditorio è chiamato poi a decidere: A. identifica con questo modo di fare una persuasione efficace (parte dal presupposto che il retore conosce il bene e sa che cos’è la virtù). La retorica nella prospettiva aristotelica non può svincolarsi dalla politica e dall’etica, ma rappresenta un modo valido di promuoverne i rispettivi contenuti: in questo modo l’arte retorica, la pratica dell’attenzione e del rispetto nei confronti dell’audience, diviene funzionale alla promozione di contenuti e regole condivise. Anche in questo caso, però, è difficile

Questo modello di etica della comunicazione si richiama al principio della comunità della comunicazione e lo abbiamo affrontato in riferimento al pensiero di Apel, che per primo ha elaborato questa dottrina, e Habermas. La tesi che A. sostiene è quella secondo cui all’interno dell’ambito comunicativo e nell’esercizio stesso della comunicazione è possibile vedere all’opera principi morali ben precisi: essi sono la norma fondamentale della giustizia, la solidarietà e la co- responsabilità e tutti e tre si verificano (e intervengono di volta in volta a regolare la comunicazione)ogni volta che vi è una relazione comunicativa nella quale gli interlocutori sono in grado di argomentare e di proporre le loro discussioni in forme condivisibili da tutti. Questo significa non solo che si possono individuare alcuni principi che regolano i processi comunicativi (sulla scia di quanto propone un’etica della comunicazione propriamente detta), ma soprattutto che alcuni criteri morali sono già insiti nell’agire comunicativo: si delinea così l’etica nella comunicazione. A. sostiene che ogni parlante è membro di una comunità illimitata della comunicazione e che per ogni essere razionale l’argomentare, con tutte le pretese di validità, le regole e i presupposti essenziali in esso impliciti, non può essere aggirato in alcun modo. Anche chi mette in dubbio questa concezione finisce comunque per riaffermarla dal momento che, anche per aggirare l’argomentazione (la comunicazione), bisogna comunque avvalersi di essa. Il problema che emerge è l’effettiva applicazione dei criteri morali impliciti nella comunicazione nei concreti contesti culturali, politici, sociali: è IL problema che A. individua nel collegamento fra quello che chiama la “parte A”, ideale, e la “parte B”, reale, della sua etica della comunicazione. A. affronta tale problema partendo dal presupposto che l’applicazione dei principi ideali al mondo della comunità comunicativa reale risulta un “obbligo” (dovere) e facendo poi riferimento alla responsabilità di ciascun interlocutore. Alla base di tale questione ci sta anche il duplice modo in cui le norme fondamentali della comunità della comunicazione vengono intese nel sistema apeliano: da una parte sono sempre state riconosciute (già insite, implicite), mentre dall’altra l’individuo, in quanto argomentante, le impone a sé stesso in un atto di autonoma autolegislazione. La proposta di A. però, non sembra dare una risposta univoca al problema riguardante il senso del comportamento morale di ciascun interlocutore, non sembra chiarire la motivazione che spinge l’individuo a prendere decisioni etiche quando comunica, anche perché se l’applicazione dei principi ideali al mondo della comunità comunicativa reale è un obbligo, si rischia che la realizzazione di quest’ultima risulti un dovere incondizionato per ogni uomo (non va bene perché l’uomo deve essere libero di scegliere). Il modello di A. può essere valido a patto che i criteri morali insisti nella comunicazione vengano considerati non come necessità, bensì come un’opzione, quindi a patto che l’accordo comunicativo garantito dai principi di giustizia, solidarietà e co-responsabilità risulti un accordo possibile e non obbligatorio: nella misura in cui l’individuo ha la possibilità di scegliere di realizzarlo concretamente nel processo comunicativo, movendo dalla consapevolezza che è possibile comportarsi moralmente e privilegiare l’intesa piuttosto che il fraintendimento (tramite il linguaggio). Quindi riassumendo: ciò che A considera un passaggio necessario o un compito che ciascun parlante deve inevitabilmente assumersi ( obbligo ) è opportuno che venga trasformato in una possibilità, ovvero in un’occasione in cui i principi morali insisti nella comunicazione vengono applicati alle situazioni vissute di volta in volta dagli interlocutori. A sottolinea che questi ultimi sono chiamati alla loro responsabilità di parlanti: sono ricondotti a quella libertà che li pone in condizione di scegliere se realizzare o meno ciò che comunque risulta già implicito nella comunicazione. Questi principi etici che sono propri dell’atto comunicativo possono essere definiti come criteri che, al di là dei possibili fraintendimenti, promuovono il legame dell’intesa; non ci sono però regole imposte che ci guidino verso una

direzione già stabilita: in ciò consiste proprio quella responsabilità di cui parla A. (Non vi è qui un principio universale già dato, com’è il caso invece delle dottrine del comunicare che si richiamano alla natura dell’essere umano o che presuppongono un mondo ideale, non universalità ma universalizzabilità, p83). In sintesi: fra i criteri che abbiamo visto vi sono quelli che 1) si rifanno ad un’essenza dell’uomo già da sempre fissata, alla quale sarebbe da ricondurre lo stesso atto del comunicare; 2) all’esperienza del dialogo come modello di riferimento; 3) all’attenzione più o meno esclusiva per l’audience; 4) al raggiungimento, grazie alla comunicazione, di risultati utili all’individuo o alla comunità; 5) questo dell’etica nella comunicazione. Il problema che questi modelli di EC non riescono a risolvere è quello che riguarda la questione del senso , perché ci si dovrebbe regolare su un modello piuttosto che su un altro e perché si debba comunicare “bene”. A tali domande una risposta può essere data solo nel caso in cui venga riconosciuta l’esistenza di un’istanza etnica già presente nel processo comunicativo e nel caso in cui il comunicare venga inteso come creazione di uno spazio comune: questo, però, non deve presentarsi come un dato di fatto già stabilito, bensì come collegato ad una possibilità, quella di scegliere di volta in volta, nelle varie concrete situazioni comunicative in cui ci si trova coinvolti, una comunicazione finalizzata all’intesa e alla condivisione. In questo modo, nonostante la pluralità di modelli etici c, è possibile delineare un paradigma generale di EC. Nell’esperienza concreta, tutto ciò può verificarsi (applicarsi) attraverso il riconoscimento di una serie di implicazioni etiche che possono essere identificate in tutto ciò che intende privilegiare il legame rispetto alla separazione e che tendono a trasformare il linguaggio in occasione di intesa piuttosto che di fraintendimento. Questo significa che i criteri del comunicare con le loro implicazioni etiche non dipendono da qualcosa di previamente fissato, bensì dalla struttura stessa della comunicazione, concepita nel suo aspetto funzionale e dinamico. (non si può dare una risposta precisa alla domanda del senso, ma si possono dare delle ragioni per sostenere l’adozione di una scelta morale). (Nella sfera comunicativa, tuttavia, la decisione per l’intesa non è qualcosa di arbitrario ma risulta fondata sulla struttura stessa del linguaggio: scegliere l’intesa significa accordarsi con la possibilità di accordo che è inscritta nell’atto stesso del comunicare).

4. L’etica della comunicazione oggi

(p87-94)

2. Verità e menzogna in senso morale La questione della verità è un problema che risulta centrale per chiunque voglia elaborare un’EC. (Questo argomento ha una lunga storia a livello filosofico: es. dibattito a distanza fra Benjamin Constant e Kant: il primo è attento a quali possano essere le conseguenze per chi dice la verità, mentre K considera il dire la verità un principio incondizionato, in ogni caso e ogni contesto). Nell’ambito dell’EC, che muove dal principio di salvaguardare uno spazio comune che può essere condiviso da tutti gli interlocutori, bisogna tenere conto dei diversi modi in cui il termine “verità” è inteso e bisogna distinguere infatti tra verità e veridicità: la prima è normalmente definita nei termini di una corrispondenza fra ciò che dico e ciò che è, l’obiettività e la correttezza di fatto di ciò

Il giornalista contribuisce anche a costruire un’immagine della realtà, che non coincide con la realtà stessa: questo fa sì che i giornalisti elaborino nuovi modi di registrare gli eventi, di dar conto di essi e di fornire una lettura complessiva. Questo accade soprattutto quando si parla di giornalismo televisivo. Per quanto riguarda l’ambito televisivo, bisogna aver chiaro le trasformazioni che subiscono i vari soggetti coinvolti, a partire dal telespettatore che cessa di essere un semplice destinatario di un atto comunicativo e diventa, in un’ottica di commercializzazione sempre più diffusa, una vera e propria merce. Ciò che contraddistingue il mezzo televisivo è la sua capacità di moltiplicare immagini e di ampliare la possibilità di immaginare e pensare e le immagini non sono copie/ rappresentazioni effettive della realtà ma hanno un loro autonomo sviluppo che giunge anche a ricreare la realtà stessa, quindi c’è questa commistione (e confusione anche direi) tra realtà e irrealtà<. Tutto è finzione e tutto allo stesso tempo risulta vero, in quanto il grande potere dell’immagine è quello di avere un forte impatto, tanto da risultare vera. Inoltre, dal momento che tutto è spettacolo viene ancor di più meno questa distinzione tra realtà e apparenza. E diciamo che ormai si sperimenta anche questa indifferenza anche di far caso e di distinguere fra ciò che è reale e ciò che appare, è come se tutto si manifestasse e scomparisse in successione, un istante dopo l’altro, sotto uno sguardo indifferente dello spettatore: tutto questo non ha uno scopo, è assolutamente insensata, però forse proprio per questo attrae e coinvolge, proponendosi solo come immagine, quindi esibizione e basta e in quest’ottica non stupisce che la stessa informazione si sia trasformata in uno spettacolo. I problemi di comportamento legati a questo ambito sono questioni concrete che riguardano ad esempio il rispetto del pluralismo, la correttezza dell’informazione, la protezione delle fasce più deboli, il rispetto alla privacy, il corretto trattamento delle minoranze e così via. Per affrontare queste situazioni sono stati elaborati specifici codici di autoregolamentazione: la Rai, ad esempio, ha stabilito da tempo una Carta dell’informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del servizio pubblico radiotelevisivo e un’iniziativa analoga è stata intrapresa anche da Mediaset. Per quanto riguarda i codici relativi alla tutela dei minori invece è stata elaborata la Carta di Treviso e c’è un Comitato di controllo sull’applicazione del codice di autoregolamentazione Tv e minori. Ovviamente affinché questi codici vengano rispettati realmente non basta un comitato di controllo o lo stabilire sanzioni sempre più dure, ma spetta anche al senso di responsabilità dell’operatore radiotelevisivo e la stessa cosa vale anche per l’utente. Con questo, l’etica della tv, almeno per quanto riguarda l’utente (lo spettatore), può essere ricondotta alla scelta di determinati programmi. Nel mondo della spettacolarizzazione e della riduzione di ogni cosa ad apparenza, c’è il rischio per la tv che ogni scelta sia indifferente e oltre a questo deve prevedere 8la tv) anche la possibilità che l’utente spenga l’apparecchio. 5.Etica e internet: il problema della realtà virtuale L’applicazione delle nuove tecnologie ha portato non solo un potenziamento dei media tradizionali, ma anche la nascita di nuovi media. Nel caso dei new media le domande dell’etica non riguardano solo il modo in cui tali mezzi di comunicazione debbano essere utilizzati, ma soprattutto gli effetti delle loro procedure e i cambiamenti che possono esercitare sull’uomo e sul mondo. (p107). Non si ha solo una realizzazione del reale, ma anche l’inverso, ovvero una sempre più virtualizzazione del reale, una perdita di consistenza dell’esistente. Nel virtuale la realtà viene decostruita e si aprono nuovi, molteplici scenari. Si possono individuare, qui, dei criteri morali da

assumere? Diciamo che sono stati elaborati vari codici di regolamentazione che tendono a salvaguardare determinate categorie (es minori) o ad orientare determinati comportamenti che bisogna tenere in rete, però rispettare questi codici vuol dire farlo per continuare a far parte di una comunità virtuale altrimenti si rischia di essere esclusi, e non per scelta personale. Inoltre, dal momento che internet non è gestito da alcun supervisore unico e riconosciuto, quindi non è possibile identificare un’istanza suprema di controllo, ogni utente finisce per essere chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e soprattutto a trovare in sé stesso le motivazioni che lo inducono ad assumere un comportamento corretto. Nella misura in cui internet non può essere delimitato entro precisi confini geografici, è difficile applicare alla rete valide leggi entra la giurisdizione degli Stati nazionali. 6.L’etica disattesa Lo stesso atto comunicativo può risultare, nelle sue varie forme, un atto etico. I modelli di EC si collocano al di là dei vari codici deontologici, i quali possono sicuramente offrire indicazioni di comportamento utili, anche se spesso insufficienti a motivare l’azione; mentre l’etica mette in gioco la responsabilità di chi comunica e la capacità di scegliere come comunicare indica di per sé assunzione di responsabilità, e proprio in questo è implicito il riconoscimento della persona come soggetto morale. Perché scegliere come paradigma il modello di etica nella comunicazione, quello che considera la comunicazione un’apertura di spazio comune e condivisibile e volto alla creazione di un legame capace di espandersi indefinitamente fino a configurarsi come virtualmente universale? (modello di A e H). Perché questa possibilità è insita nella struttura stessa del comunicare, è data dalla stessa prospettiva trascendentale che il modello apre. Non è inerente alla “natura” dell’essere umano, ma è implicita nel concetto stesso di comunicazione. Il fraintendimento e la menzogna sono anch’esse possibilità insite nel linguaggio. In questo senso, il linguaggio ha funzione sia di separazione che di collegamento. Perché, dunque, privilegiare il legame? Il legame va promosso ed è riconosciuto come “buono” perché attraverso di esso viene salvaguardato non solo il sé, ma anche l’altro, perché in questo modo si apre e si mantiene uno spazio di comunicazione in cui ognuno ha diritto di parola e perché in questo modo si realizza progressivamente l’universale.