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Fichte Missione del dotto, Sintesi del corso di Filosofia

Riassunto Fichte "La missione del dotto"

Tipologia: Sintesi del corso

2014/2015

Caricato il 02/09/2015

camillobenso
camillobenso 🇮🇹

4.1

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28 documenti

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FICHTE E LA MISSIONE DEL DOTTO*
I. «Qual è la missione del dotto? Qual è la relazione in cui egli si trova
verso l’umanità intera, nonché verso le singole classi in essa esistenti? Con quali
mezzi può egli più sicuramente realizzare la sua altissima missione?
Il dotto si può chiamare così solo in quanto viene contrapposto ad altri
uomini che non sono tali: il concetto che noi ne abbiamo sorge dalla
comparazione, dalla relazione tra lui e la società; e per società qui si vuole
intendere non puramente lo Stato, ma in generale ogni aggregazione di uomini
ragionevoli che vivano vicini nello spazio e si trovino perciò in relazioni
scambievoli.
In conseguenza la missione del dotto, in quanto egli è tale, è
concepibile soltanto nella società. E quindi la risposta alla domanda: Qual è la
missione del dotto? presuppone la risposta ad un’altra, cioè alla seguente: Qual
è la missione dell’uomo nella società?
La risposta a questa domanda presuppone a sua volta che sia data
risposta ad un’altra domanda, ancor più alta, e cioè: Qual è la missione
dell’uomo in sé?, ossia dell’uomo in quanto viene considerato puramente come
uomo, puramente secondo il concetto di uomo in generale, vale a dire isolato e
concepito al di fuori di ogni relazione che non si trovi necessariamente inclusa
in tale concetto».
II. «Sottomettere a noi tutto ciò che esiste di irragionevole, dominarlo
liberamente e secondo la legge a noi propria, è il fine ultimo dell’uomo; fine
ultimo il quale è affatto irraggiungibile e rimarrà eternamente irraggiungibile
tranne che l’uomo non debba cessare d’essere uomo e divenire Dio. È
implicito nel concetto stesso di uomo che il fine ultimo debba essere
irraggiungibile, la sua via verso di esso infinita. La missione dell’uomo, quindi,
non è di raggiungere questo fine. Ma egli può e deve avvicinarsi sempre più alla
sua meta: or dunque l’avvicinarsi infinitamente a questa meta è la vera missione
dell’uomo in quanto uomo, cioè in quanto essere ragionevole ma finito, in quanto
essere sensibile ma libero.
Se si designa ora come perfezione, nel senso più alto della parola, quel
completo accordo dell’essere ragionevole con se stesso (e si può certamente
designarlo così), allora la perfezione è per l’uomo la meta più alta ed
irraggiungibile; il perfezionamento all’infinito è invece la sua missione. L’uomo
esiste per divenire egli stesso sempre migliore moralmente e per rendere
migliore materialmente e (se consideriamo l’uomo nella società) moralmente
tutto quanto lo circonda, conquistandosi così una felicità sempre maggiore».
III. «Ma avvicinarsi a questa meta, avvicinarsi ad essa all’infinito –
questo è ciò che l’uomo può e deve. A questo avvicinarsi alla completa unità e
* Johann G. Fichte, La missione del dotto [1794], Lezioni I-III.
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FICHTE E LA MISSIONE DEL DOTTO*

I. «Qual è la missione del dotto? Qual è la relazione in cui egli si trova verso l’umanità intera, nonché verso le singole classi in essa esistenti? Con quali mezzi può egli più sicuramente realizzare la sua altissima missione? Il dotto si può chiamare così solo in quanto viene contrapposto ad altri uomini che non sono tali: il concetto che noi ne abbiamo sorge dalla comparazione, dalla relazione tra lui e la società; e per società qui si vuole intendere non puramente lo Stato, ma in generale ogni aggregazione di uomini ragionevoli che vivano vicini nello spazio e si trovino perciò in relazioni scambievoli. In conseguenza la missione del dotto, in quanto egli è tale, è concepibile soltanto nella società. E quindi la risposta alla domanda: Qual è la missione del dotto? presuppone la risposta ad un’altra, cioè alla seguente: Qual è la missione dell’uomo nella società? La risposta a questa domanda presuppone a sua volta che sia data risposta ad un’altra domanda, ancor più alta, e cioè: Qual è la missione dell’uomo in sé?, ossia dell’uomo in quanto viene considerato puramente come uomo, puramente secondo il concetto di uomo in generale, vale a dire isolato e concepito al di fuori di ogni relazione che non si trovi necessariamente inclusa in tale concetto».

II. «Sottomettere a noi tutto ciò che esiste di irragionevole, dominarlo liberamente e secondo la legge a noi propria, è il fine ultimo dell’uomo; fine ultimo il quale è affatto irraggiungibile e rimarrà eternamente irraggiungibile tranne che l’uomo non debba cessare d’essere uomo e divenire Dio. È implicito nel concetto stesso di uomo che il fine ultimo debba essere irraggiungibile, la sua via verso di esso infinita. La missione dell’uomo, quindi, non è di raggiungere questo fine. Ma egli può e deve avvicinarsi sempre più alla sua meta: or dunque l’avvicinarsi infinitamente a questa meta è la vera missione dell’uomo in quanto uomo , cioè in quanto essere ragionevole ma finito, in quanto essere sensibile ma libero. Se si designa ora come perfezione, nel senso più alto della parola, quel completo accordo dell’essere ragionevole con se stesso (e si può certamente designarlo così), allora la perfezione è per l’uomo la meta più alta ed irraggiungibile; il perfezionamento all’infinito è invece la sua missione. L’uomo esiste per divenire egli stesso sempre migliore moralmente e per rendere migliore materialmente e (se consideriamo l’uomo nella società) moralmente tutto quanto lo circonda, conquistandosi così una felicità sempre maggiore».

III. «Ma avvicinarsi a questa meta, avvicinarsi ad essa all’infinito – questo è ciò che l’uomo può e deve. A questo avvicinarsi alla completa unità e

  • (^) Johann G. Fichte, La missione del dotto [1794], Lezioni I-III.

consentimento interiore di tutti gli individui possiamo dare il nome di unificazione. L’unificazione dunque, un’unificazione che divenga sempre più salda nell’intimo sentire, sempre più vasta quanto all’estensione, è la vera missione dell’uomo nella società: questa unificazione però è resa possibile solo dal perfezionamento all’infinito, giacché gli uomini non sono e non possono essere concordi che per quanto riguarda la loro missione ultima. Possiamo dire quindi in modo equivalente: il perfezionamento attraverso la vita in comune, il perfezionamento di noi stessi dovuto all’influenza liberamente accettata degli altri su di noi, e il perfezionamento degli altri mediante la nostra corrispondente influenza su di essi, quale si deve esercitare su esseri liberi, questa è la nostra missione nella società».

IV. «Per giungere al compimento di questa nostra missione, per giungervi sempre meglio, abbiamo bisogno di una capacità che possiamo acquistare ed accrescere solo mediante la cultura, e precisamente una capacità di due specie: attitudine a dare, ossia ad agire sugli altri come si può agire su esseri liberi, e capacità di ricevere, ossia di trarre il miglior profitto possibile dall’azione degli altri su di noi. […] E dobbiamo specialmente cercare di conservarci quest’ultima, anche se già si possiede la prima in alto grado; altrimenti ci si arresta nel progresso e perciò stesso si torna indietro. Raramente un individuo è così perfetto da non poter essere ulteriormente perfezionato da qualsiasi altro uomo, per qualche parte che forse gli era sembrata poco importante o che gli era sfuggita. Poche idee più sublimi io conosco, o Signori, dell’idea di questa influenza esercitata dall’intera umanità su se stessa attraverso l’opera di tutti i suoi membri, di questo scorrere incessante di vita, e di questo tendere verso l’alto, di questa gara ardente per dare e per ricevere quanto di più nobile è dato in sorte all’uomo, di questo universale ingranarsi l’una nell’altra di innumerevoli ruote che hanno come motore comune la libertà, e insomma della bella armonia che da tutto questo risulta.

  • Chiunque tu sia – così può dire ognuno – se porti sembianze umane, sei tu pure un membro di questa grande comunità; e, per quanto innumerevoli siano i tramiti per cui si va trasmettendo la mia azione, io agisco tuttavia, per ciò stesso, sopra di te e tu sopra di me; nessuno, purché porti nel volto l’impronta della ragione, e sia pure in un’espressione rozza e primitiva, esiste in vano per me. – Ma io non ti conosco né tu conosci me. – Oh, quanto è certo che noi abbiamo comune la missione di essere buoni e di diventar sempre migliori, tanto è certo, occorrano pure milioni e bilioni di anni (che è mai il tempo?), tanto è certo che alla fine un momento verrà in cui io trascinerò anche te nella cerchia della mia attività, in cui potrò beneficare anche te e ricevere da te benefizi, in cui il mio cuore sarà legato anche al tuo col più bello dei vincoli, quello del libero e reciproco scambio di bene!».

V. «È ovvio che noi vediamo […] che c’è fuori di noi un’unione di esseri tale che nessuno può lavorare per sé medesimo senza lavorare per tutti