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Evoluzione del Latino Volgare: Analisi Fonetica e Morfologica - Prof. Gresti, Appunti di Filologia romanza

L'evoluzione del latino volgare, analizzando i cambiamenti fonetici e morfologici che hanno portato alle lingue romanze moderne. Esempi concreti di come il latino parlato si è trasformato nel tempo, illustrando i processi di dittongamento, affricazione e sincope. Inoltre, vengono approfonditi concetti chiave come la declinazione bicasuale e l'articolo determinativo nelle lingue romanze.

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 10/03/2025

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Università Cattolica del Sacro Cuore
a.a. 2022/2023
FILOLOGIA ROMANZA
Prof. Paolo Gresti
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Università Cattolica del Sacro Cuore

a.a. 2022/

FILOLOGIA ROMANZA

Prof. Paolo Gresti

  • L’ Antigrafo → è un esemplare dal quale viene tratta una copia. Talora viene chiamato anche modello. Ho il mio testo, ne sto facendo la copia.
  • L’ Apografo → si intende una copia che si tratta direttamente dall’originale. Quindi l’originale funge da modello della copia. N.B. autografo e originale NON sono sempre la stessa cosa. Noi potremmo avere un originale non autografo qualora l’autore non scrive di suo pugno l’opera ma la detti ad uno scrivano professionista. Abbiamo l’originale (rispecchia la volontà dell’autore) ma non l’ha scritta di suo pugno→ non abbiamo un autografo. Possiamo avere un autografo e non considerarlo l’originale, perché risalente ad una fase dell’opera che non sia quella finale; possiamo avere la bozza autografa che non è la fase finale, bensì una fase intermedia. Non possiamo dunque considerarlo originale. Per quanto riguarda i testi dell’antichità classica di Cicerone o Virgilio non sono arrivati a noi autografi, anzi abbiamo delle copie anche relativamente tarde (in epoca Carolingia IX secolo abbiamo testi del I secolo a.C.). Per quanto riguarda il medioevo abbiamo qualche autografo, i più famosi sono quelli di Petrarca (Rerum Volgarum Fragmenta) e Boccaccio. Di Petrarca abbiamo il Vaticano latino 3195 (segnatura di un manoscritto), Biblioteca Apostolica Vaticana → manoscritto che conserva nella sua interezza il Canzoniere, detto Rerum Volgarum Fragmenta ). Il manoscritto è in parte autografo e in parte idiografo. Le edizioni moderne riproducono questo testo, poiché considerato l’ultima volontà dell’autore. Vaticano latino 3196 , sempre di Petrarca completamente autografo del Canzoniere , chiamato codice dell’abbozzo, parti di testi tutte di mano di Petrarca. Hamilton 90 della biblioteca di Berlino, autografo di Boccaccio del Decamerone. Manoscritto importante perché è l’ultima volontà di boccaccio Acquisti e Doni 325 → biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, Boccaccio, Teseida →autografo. Non abbiamo autografi dei poeti medievali, nulla di Dante ad esempio (Boccaccio era stato un suo grande, abbiamo molti manoscritti). Nulla dei poeti della scuola siciliana, solo di Giacomo da Lentini nella sua veste da notaio, nulla delle sue poesie. Poesia della scuola siciliana trasmesse oralmente. Errori d’autore Boccaccio era un autore che quando copiava sé stesso, commetteva un sacco di errori, come quelli di un qualunque copista, una parola per un'altra, invertire l’ordine delle parole, scrivere due volte la stessa parola, dimenticarsi dei pezzi… Poiché il nostro scopo è quello di eliminare gli errori di distrazione, ma bisogna ricordare che non tutti gli errori commessi possono essere corretti dal filologo, alcuni vanno lasciati. Esempio: Orlando Furioso , siamo in opera stampa. Nell’ Orlando Furioso 40, 73, Ruggero riconosce in un gruppo di personaggi: il re de Nasamona prigionero, Bambirago, Agricalte e Farurante, Manilardo e Balastro e Rimedonte, che piangendo tenean bassa la fronte.

Problema → tre personaggi che Ruggero riconosce (Agricalte, Bambirago e Balastro) Ariosto li aveva già uccisi tempo prima e li mette come personaggi viventi → errore d’autore. Che si fa? Dell’Orlando Furioso abbiamo tre stampe (1516; 1521; 1532 (la definitiva)). Nella stampa del 1521 Ariosto si accorge parzialmente dell’errore che ha commesso, aggiunge un errata-corrige e Bambirago→Balinverzo, Balastro→Clarindo; Agricalte rimane. Ma ne sostituisce due, i personaggi morti son tre→ si accorge parzialmente dell’errore. Nell’edizione definitiva del 1532 viene trascurata l’errata corrige e ricompaiono i tre nomi dei morti, vengono ignorati gli altri due corretti. Cosa bisogna fare? Edizione del 1964 di Segre, sostituisce i due nomi dei morti. È vero che nell’edizione definitiva del 1532 non aveva l’errata corrige dell’edizione precedente, ma esite, è una volontà di Ariosto. Possiamo ipotizzare che il trono in campo dei personaggi morti del 1532 sia un errore di distrazione, il filologo in questo caso deve usare l’errata-corrige e sostituire i nuovi personaggi inventati da Ariosto. Il problema resta il terzo personaggio e il filologo non si può mica inventare il terzo nome, l’errore resta tale, il filologo non può intervenire, lo si segnala con una nota. Esempio 2 Autore A. nella sua opera cita dei versi di un altro autore B. Però ci accorgiamo che l’ha fatta sbagliata sta citazione → magari ha utilizzato una copia contente quegli stessi errori, oppure perché cita a memoria. In entrambi i casi anche se sappiamo quale sarebbe la citazione giusta di B. non dobbiamo correggere il testo di A. è un errore di tipo culturale, commesso dall’autore ma non possiamo correggere perché non sappiamo cosa avesse in mano. Concetto delle varianti d’autore. Un errore è una porzione di testo sbagliata, una variante è una porzione di testo che è diversa. Aurelio Roncaglia, grande maestro di filologia romanza, scrive “le varianti d’autore trasformano la semplicità di un dato nella complessità di un processo”. Cosa vuol dire? L’opera in qualunque tempo è una realtà dinamica, è difficile che un’opera esca in un certo modo e così rimanga per sempre. L’autore interviene sempre nella propria opera → è come un processo che ha un suo percorso che noi individuammo attraverso le varianti che l’autore fa. quando si lavora su opere che non sono a stampa e non sono autografe è complicato individuare le varianti d’autore. Abbiamo però delle testimonianze che ci dicono in maniera inequivocabile che anche nel medioevo gli autori lavoravano, cambiavano le proprie opere. Abbiamo la prova che questo succedeva anche se quasi mai possiamo fotografare con certezza questo divenire dell’opera. Spesso i copisti intelligenti, anziché commettere un errore quando non si capisce cosa deve copiare allora ci mette una parola che ci sta bene. Un testo è un oggetto storico non è una verità metafisica , lo dice Roncaglia. Il testo puoi essere mutato del tempo, non è una relata metafisica immutabile. Esempio di variante d’autore → Dante, Vita Nova capitolo 34 Primo cominciamento Era venuta ne la mente mia la gentil donna che per suo valore fu posta da l'altissimo Signore nel ciel de l'umiltate, ov'è Maria. Secondo cominciamento Era venuta ne la mente mia quella donna gentil cui piange Amore. Entro 'n quel punto che lo suo valore vi trasse a riguardar quel ch'eo facia. Cambia tutto tranne che il primo verso.

Non abbiamo alcuna prova che i trovatori componessero oralmente le proprie canzoni, anzi abbiamo delle testimonianze che ci dicono che quando i trovatori eseguivano il loro testo spesso avevano una traccia medesima del testo stesso. Indice del fatto che veniva scritta e poi eseguita. Ciò stabilito resta un altro problema → è possibile che l’esecuzione orale, cantata, di un testo di un trovatore abbia lasciato tracce nella tradizione manoscritta? Metti che uno del pubblico mentre lo ascolta recitare la sua canzone, trascrive il testo. Metti che non ne capisce una parola e ne sostituisce un'altra che funziona → variante. Nella tradizione scritta in questo caso si affianca il testo del trovatore e il testo trascritto che poi viene ricopiato. In questo caso poi noi avremmo varianti dovute alla trasmissione orale della canzone, la verità però è che noi non abbiamo alcuna prova di questo. Perché si insiste su questo punto allora? La tradizione manoscritta dei trovatori che spesso è molto ricca, con la presenza di pochissimi errori e tantissime varianti, alcune senz’altro d’autore, molte di copisti, e secondo alcuni dovute al fatto che parte della tradizione manoscritta riflette la tradizione orale. Resta però solo un’ipotesi, non ci son prove. Abbiamo speso manoscritti molto più tardi rispetto all’effettiva composizione dell’opera. Es trovatori, abbiamo testimonianze tarde di secoli. Molto significativo. GUASTI MATERIALI : LACUNE Esempio fittizio: Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Copia A: Nel mezzo del cammin di vita Copia B: Nel mezzo del cammin di vita Supponiamo di avere due manoscritti A e B che ci trasmettono questi versi. Copia B anche se non lasciato lo spazio ci accorgiamo dell’errore perché mancano due sillabe per endecasillabo. Tutti e due i testimoni hanno una lacuna a grazie al testimone A possiamo localizzarlo. Se riusciamo a dimostrare che sono copie indipendenti, a non è la copia di B e B non è la copia di A, abbiamo la prova che entrambi provengono dallo stesso esemplare → hanno una medesima lacuna. La lacuna è un errore guida , ci permette di stabilire il legame tra due o più manoscritti, ci permette di dire che due o più manoscritti derivano dal medesimo esemplare che aveva quell’errore. Non tutte le lacune hanno queste caratteristiche ma la gran parte sì. Supponiamo però che sti tre versi ci arrivino da un unico manoscritto in cui non c’è nostra ma questa. In questo caso non possiamo capire che è un errore, il senso torna, funziona lo stesso. Per questo diciamo che ogni testimone racconta la sua versione del testo, in molti casi ci sono degli errori che non sono identificabili come tali. L’ATTO DELLA COPIA Per capire bene perché facessero tutti questi errori bisogna prima capire l’attività del copista→ consideriamo che lavora spesso in condizioni discutibili, seduto da ore, magari scomodo, con una luce scarsa, con una temperatura troppo bassa o torrida… Con lo schema di Roncaglia capiamo bene l’attività del copista.

Abbiamo il piano dell’esemplare , il piano della copia e il collegamento in mezzo dove:

  • X lettura dell’ esemplare
  • Y passaggio dal modello alla copia , fase di memorizzazione
  • W esecuzione , trascrivo ciò che ho letto
  • Z torno su dall’ esemplare Inizio leggendo piccole porzioni di testo → da A a B (passaggio x) poi passo dal modello alla copia (passaggio y), poi eseguo la trascrizione che ora si chiamerà A^1 B^1. Ora quindi passerò a leggere una nuova porzione di testo da B a C. Ognuno di questi momenti può portare ad errori:
  • Nella fase x si può commettere l’errore di lettura
  • Fase y può aver letto giusto ma può aver memorizzato sbagliato. Errore concretizzato nella copia.
  • Momento w potenziale errore, può leggere correttamente, memorizza bene poi però può sbagliare nell’auto dettatura, se lo ripete sbagliato, può semplicemente invertire una lettera per un’altra.
  • Nella fase z, posso riprendere da dove ho lasciato oppure torno su un punto sbagliato, magari ricopio la stessa frase e la sezione BC scompare. Anziché riattaccarsi al punto giusto magari ritorna al punto precedente. Oppure arrivato a b1 deve tonare a b ma sbaglia e va a C e allora salta una porzione del testo. Il filologo magari si accorge ma se ha una sola copia non può integrarlo, il discorso cambia nel caso in cui si avessero più copie. Parliamo in questi casi di errori di saldatura. Errore che succede nei testi abbastanza formulari, in cui tornano frequentemente le stesse parole o le stesse espressioni. ESEMPIO Supponiamo che la porzione di testo AB finisca con ugualmente , supponiamo che la sezione CD inizi con ugualmente. Il copista può facilmente saltare, nella lettura, nella memorizzazione e poi nella copia la parte compresa tra i due ugualmente. Errore che si chiama saut du meme au meme. Questo tipo di errore è abbastanza facilmente identificabile. È un tipo di errore che solitamente viene classificato come errore poligenetico → errore commesso da più copisti indipendentemente l’uno dall’altro. ESEMPIO Jean de Meun (secolo XIII seconda metà) autore del Roman de la Rose , reso in italiano Fiore. Traduce in antico francese le lettere di Abelardo ed Eloisa (originale in latino). Non abbiamo un autografo ma abbiamo una copia del volgarizzamento di Jean de Meun. In questa opera costantemente c’è un errore di un copista, un errore di lettura. Nell’originale c’è Paracliz , nome di una comunità monastica fondata da Abelardo, che costantemente diventa Paradiz. Errore di lettura. il gruppo consonantico cl se scritto vicino allora confuso per una d. il copista semplifica il termine colto Paracliz con il più semplice Paradiz , adatto comunque a una comunità monastica. Interviene in questo caso anche un fattore psicologico del copista, Paracliz è una parola più dotta che magari non conosce nemmeno, paradiz invece è una parola molto più semplice, allora si innesta il processo di banalizzazione. Una parola di difficile comprensione o rara può essere banalizzata dal copista, che si occupa di renderla con una parola a lui più nota, semplice che in questo caso funziona perfettamente.

ha bisogno di una rima. Poi messo lì così il verso non ha nemmeno senso → l’aggiunta non si spiega nemmeno dal punto di vista del contenuto. L’editore ha avuto la guida sicura dello schema metrico per agire. Se lavoriamo su testi in poesia bisogna sempre tener conto di uno schema metrico che in linea di massima il poeta rispetta → ci può far da guida. Al v. 23 leggiamo sia , ma il manoscritto riporta ria. L’editore lo corregge, vede che manca il verbo che però può essere anche sottinteso, cioè può esserci un’ ellissi verbale , da preferire in questo caso. L’ellissi verbale è più rara, se ci metti il verbo allora torna benissimo (sorta di banalizzazione, tensione a semplificare). Edizione uni testimoniale → edizione su un testimone solo, ma non perché lo si decida, ma solo perché di quell’opera è arrivato fino a noi solo quel testimone. Caso abbastanza diffuso per le opere del medioevo. Quando abbiamo davanti un testimone unico, la prima operazione da fare è separare le parole; nei manoscritti medievali c’è la scritio continua (parole non sono divise come facciamo noi). Già questo presuppone che si sia capito cosa sta dicendo il testo, infatti divisone delle parole primo atto interpretativo del testo. Poi si introducono tutti i segni di interpunzione a cui siamo abituati, compreso l’andare a capo alla fine del verso. La verticalizzazione dei versi, maiuscole, segni di interpunzione sono lavori del filologo. Si tende a rendere il testò il più graficamente possibile vicino al testo moderno. Le oscillazioni grafiche possono essere livellate → si lavora su testi in cui non esisteva una ferrea regola ortografica, si trascrive secondo l’uso moderno. Non si hanno cambiamenti dal punto di vista fonetico, nonostante la diversa ortografia. Può capitare che il testimone unico contenga degli errori, allora a meno che siano errori d’autore, l’editore deve intervenire → scopo di riportare il testo alla versione che supponiamo l’originale senza errori. Avere il testimone unico implica il fatto che in qualche caso non ci si accorga dell’errore; se abbiamo una lacuna la si lascia a meno che non si riesca plausibilmente a colmarla. Non abbiamo altri testimoni con cui confrontarci. Ci sono anche casi in cui non si capisce cosa vuol dire il testo, perché è pasticciato oppure perché … cerca di trovare delle soluzioni, con lingua, metro, stilemi dell’autore…che gli permettono di ipotizzare una possibile soluzione. ESEMPIO Sonetto anonimo Non me ne maraviglio, donna fina (Vat. Lat. 3793, foglio 114 recto (esite anche il fronte)) sentalatre mi parete il fiore = scriptio continua → se ‘ntra l’altre mi parete il fiore non è un endecasillabo, mentre il sonetto deve essere tutto endecasillabo. Soluzioni:

  • dialefe^3 , non faccio la normale sinalefe^4 , tra parete e il. Soluzione più semplice.
  • Leggere alt[ e ]re=“nobili”. Inserisco una e che può essere caduta in un momento di copiatura. Problema: il sintagma in fra l’altre è molto diffuso anche se magari il copista a forza di sentire questo sintagma potrebbe averlo ripetuto quasi involontariamente andando a togliere la e.
  • se ‘ntra l’altre [ ben ] mi parete il fiore. Soluzione più pesante delle altre due. Il pro è che la stessa espressione compare nella poesia di Giacomino Pugliese, Donna, per vostro amore , v. 42: «che ‘nfra l’altre ben mi pare la fiore » → verso praticamente lo stesso. Abbiamo la fiore per un provenzalismo, infatti in francese è la fleur. Posso ragionare sul fatto che (^3) Fenomeno che si verifica quando la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola successiva formano due distinte sillabe metriche (^4) Fusione in una sola sillaba metrica della vocale finale di una parola con la vocale iniziale della parola che segue

presumibilmente questo autore anonimo conoscesse la poesia siciliana ed è possibile che nella sua memoria poetica si sia sedimentato il verso di Giacomino Pugliese. Problema: intervento pesante perché si introduce un avverbio, anche se in realtà non intacca il senso del verso. Però c’è un problema prosodico, è un endecasillabo che ha l’accento sulla quinta sillaba. Endecasillabo con accento di quinta è rarissimo nella poesia, tipo di accentazione considerata poco elegante e che solitamente si evita. Prima di Dante un accento di quinta non era completamente rifiutato come dopo Petrarca (accenti secondari sono 4°/6° o 4°/7°, oltre a quello di 10° che definisce l’endecasillabo). La grafia può essere un problema. Chrétien de Troyes, noto come Lancillotto, Le chevalier de la charrette, vv. 1- 2 → abbiamo 4 testimoni P , P11 , Es , Pr P Puis que ma dame de Cha n paigne vialt que romans a feire an praigne P11 Des que ma dame de Cha m peigne velt que romanz a faire en preigne Es Des que la dame de Champaigne veut que ronmans a faire e(m)p(re)gne Pr Des ke ma dame de Champagne velt ke romans a faire e(m)pragne Traduzione: poiché la mia signora di champagne vuole che io intraprenda la scrittura di un romanzo Ke / que → differenza che que è una grafia latineggiante, ke è una grafia che tende a rispecchiare la pronuncia. Cha n paigne/Cha m peignen o m non cambia nulla, abbiamo la stessa pronuncia, sono semplicemente grafie alternative Verbo volere può essere reso in vari modi → in francese antico la l davanti a consonante si vocalizza, infatti si pronuncia u. Veut resa grafica di tipo fonetico, Velt si pronuncia veut uguale→ tra P11 ed ES non c’è alcuna differenza, solo grafia diversa. Vialt che si pronuncia viaut notiamo un dittongo diverso dovuto a una variante di tipo dialettale. Insomma, tutte le espressioni si equivalgono, all’editore non resta che considerare il manoscritto che considererà più vicino all’originale, il manoscritto base di cui può seguire le grafie, che in questo caso non hanno valore fonetico importante. An praigne/ En pragne. Anche qui è indifferente perché siamo di fronte a una forma etimologica e una forma fonetica, alla fine la pronuncia è la stessa la a non è altro che un tentativo di riprodurre la pronuncia, perché in realtà la a è nasalizzata. Il risultato non cambia anche in questo caso. Lettere tra parentesi vuol dire che in realtà le lettere non sono scritte, ma ci sono delle abbreviazioni. Abbreviazioni molto presenti nei manoscritti medievali, per scrivere più in fretta e risparmiare pergamena. Indicazioni riguardo la grafia:

  • distinzione di u da v , che nei manoscritti antichi si alternano indifferentemente
  • regolarizzazione delle grafie latineggianti: ct > tt , pt > tt ( precepto > precetto ), dv > vv ( adverso > avverso ) ecc.; nel Medioevo questi nessi si pronunciavano come si pronunciano ora, ma lasciandoli nella grafia si potrebbe indurre in errore il lettore meno avvertito

ESEMPIO

Il «saut du même au même» Arnaut Daniel, vida ...et amparet ben letras e ( deleitet se en [ trobar et abandonet las letras e ) fetz se joglar e pres una maneira de trobar en] caras rimas... …Imparò bene a scrivere poesie e (si dilettò nel [scrivere poesie e abbandonò lo studio delle lettere) e si fece giullare e prese un modo di scrivere poesie) in rime difficili… Sezione tra parentesi tonde e delimitata da letras e : manca al codice R (Paris, BNF, 22543) che legge: « et amparet ben letras e fetz se joglar pres una maneira de trobar en caras rimas » Sezione tra parentesi quadre e delimitata dalla preposizione en ( en trobar…trobar en ) manca a tre testimoni: A, B, a^2 : leggono: « et amparet ben letras e deleitet se en caras rimas » saut du même au même che non serve a dimostrare la parentela tra loro teoricamente, è un salto che un qualunque copista può aver commesso. Se poi i manoscritti^5 A, B, a^2 hanno altri errori in comune allora posso dire che anche il saut du meme au meme è presente anche nell’esemplare di partenza. Gli errori che mi permettono di stabilire i rapporti di parentele sono gli errori monogenetici, errori guida che devono essere significativi. Non devono essere banali, come semplici scambi di lettere o errori di trascrizione che qualunque copista può commettere. Devono essere errori che non possono essere ragionevolmente commessi da uno o più copisti. Devo avere errori di tale portata che mi permettono di dire che l’errore si trova nell’esemplare di partenza. Mi basta anche solo un errore di questo tipo. Questa operazione mi permette di raggruppare i testimoni di un testo in famiglie , ciascuna caratterizzata da propri errori. Gli errori significativi, che mi permetto di stabilire il rapporto di parentela tra due o più testimoni sono detti errori congiuntivi , perché congiungono due testimoni. Quest’errore che congiunge A e B deve essere significativo, però deve essere anche un errore in A e B che il copista di C non può aver corretto da solo perché ci dimostra che A e B fanno parte di quell’errore e che C sta a sé. Questo significa che questo errore è congiuntivo per quanto riguarda A e B ma è separativo per quanto riguarda C, lui non ha quell’errore non dipende dallo stesso esemplare di A e B. In linea di massima un errore congiuntivo è anche separativo. Prima di poter dire che A e B derivino dallo stesso esemplare devo prima scartare l’eventualità che A derivi da B o viceversa. Per dimostrare questo, e che quindi quell’errore che hanno deriva da un esemplare perduto devo dimostrare che i due oltre ad avere l’errore che li congiunge devono avere anche un errore che li separa. Per mostrare che due testimoni sono imparentati tra loro devono avere sia un errore congiuntivo sia separativo , deve contenere un errore che il copista dell’altro manoscritto non può aver corretto da solo. Gli errori congiuntivi provano un rapporto di connessione, si tratta errori non facilmente producibili, che si trovano indipendentemente in più testimoni, che i copisti singolarmente non possono aver commesso. Gli errori sperativi che invece escludono il rapporto di parentela sono errori che non sono facilmente correggibili. (^5) Manoscritti provenzali hanno delle sigle→ maiuscola per codici pergamenacei, minuscole per codici cartacei.

I due tipi di errore possono anche coincidere. Es errore presente in A e B ma non in C. resterebbe solo il problema di vedere il discorso di sopra (se i due manoscritti derivassero l’uno dall’altro). Archetipo → capostipite che ha già degli errori e dal quale dipendono tutti i testimoni di un testo, è ciò che si frappone tra i testimoni e l’originale. Per dimostrare l’esistenza di un archetipo ho bisogno di almeno un errore congiuntivo di tutti i testimoni. L’archetipo è ricostruito, non lo abbiamo. Subarchetipo → è un codice che si interpone tra l’archetipo e il testimone. È ricostruito, non ce l’abbiamo in mano. Esaminiamo alcuni stemmi: Nell’esempio 1) B è la copia di A (si dice descriptus ), quindi è copia di un testimone di cui disponiamo. B possiede tutti gli errori di A + i suoi propri. Nell’esempio 2) è A che deriva da B (situazione contraria). In nessuno di questi due primi esempi ci sono errori disgiuntivi, che ci permettono cioè di dire che non è vero che A derivi da B e B derivi da A. Chiaramente se devo fare un’edizione critica mi baso sull’originale e non sulla copia, che ha certamente più errori. In qualche caso, però, anche il descriptus può tornare comodo: se prendiamo l’esempio 1) e supponiamo che B sia stato copiato in una certa epoca, ma in un secondo tempo si è perso un pezzo di A. In questo caso B è utile perché colma quelle lacune che si sono generate in un secondo tempo in A ( descriptus sostituisce l’esemplare). Lo stemma 3) è diverso: A e B derivano entrambi da un esemplare alfa, che è andato perduto (negli stemmi tutto ciò che non è scritto in caratteri latini è andato perduto. Caratteri greci indicano subarchetipi). Confrontando A e B capisco che non sono la copia l’uno dell’altro, ma “figli” di un medesimo esemplare. Come lo dimostro? Innanzitutto, deve esserci un errore congiuntivo (cioè che non può essere stato compiuto indipendentemente dall’uno e dall’altro) e poi devo avere anche un errore disgiuntivo, che mi fa capire che non sono l’uno la copia dell’altro. Questi due presupposti ci fanno capire che derivano entrambi da uno stesso esemplare. Negli esempi qui sopra abbiamo quattro testimoni A, B C, D. Ho scoperto che A e B hanno errori congiuntivi e disgiuntivi, mentre C e D hanno errori congiuntivi e disgiuntivi diversi da quelli di A e B. Quindi i quattro testimoni derivano da fonti diverse (A e B derivano da alfa, mentre C e D derivano da beta).

Contaminazione: Peire Vidal Supponiamo che il copista sul suo scrittorio non abbia uno, ma due esemplari della stessa opera (diversi tra loro). Il copista può lavorare in due modi diversi: può copiare un po’ di qua un po’ di là, oppure copiare da un solo esemplare e confrontare in seguito la sua copia con l’altro esemplare, copiando le varianti a margine o in interlinea (questo secondo caso è raro). Nel secondo caso la contaminazione è evidente, mentre nel primo è difficile individuarla. Il secondo caso descrive però un lavoro che si faceva negli scrittoi ed era affidato ai copisti più abili: si chiamava editio variorum , che recava l’esemplare base e (a parte) le varianti. Nessuna di queste editio variorum è giunta fino a noi. Cosa se ne facevano di questi libri pieni di varianti? Li davano da copiare ai copisti. A questo punto però, il copista, con l’ editio variorum in mano, è come se disponesse di più opere. In questo caso il copista può o scegliere di seguire la base e basta, mischiare base e varianti oppure copiare sia base sia varianti (aggiungendole al testo e quindi allungandolo). Come dimostrare che queste editiones sono esistite? Si può dimostrare confrontando dei testimoni che sappiamo arrivare dal medesimo ambiente ma che presentano delle varianti tra loro. Per quanto riguarda la lirica trobadorica, è esistita una editio variorum messa assieme in uno scriptorium non identificato del Veneto. Da qui derivano numerosi canzonieri, poiché è una zona in cui la lirica trobadorica ha avuto molto successo, in particolare nel XIII secolo: non solo c’erano i trovatori che venivano dal sud della Francia nelle corti dell’Italia del Nord, ma c’è stata anche una fiorente attività di copiatura. Dall’ editio variorum veneta (siglata come epsilon greca) sono discesi molti canzonieri di cui oggi disponiamo. Prendiamo ad esempio Peire Vidal, trovatore vissuto a cavallo tra XII e XIII secolo, che ha frequentato le corti del nord Italia. Vediamo la sua canzone Dieus en sia grazitz ai vv. 14 - 18 (edizione a cura di D’A S. Avalle, Milano – Napoli, Ricciardi, 1960, p.129): e·l frugz es cars e bos et ieu torn amoros vas domnas e chauzitz tant qu’ enueu’ als maritz “Il frutto è bello, buono, dolce e saporito; ed io sono scelto dalle donne al punto che do fastidio ai mariti”. Testo a valle A E D 14 e·l es cars e bos^ e·l^ fruitz es cars e bos^ e·fruitz es quars e bos^ e·l^ fruitz es cars e bos 15 e dous e saboros;^ […………………..]^ […………………..]^ […………………..] 16 et ieu torn amoros^ et eu^ torn^ amoros^ et ieu^ tant^ amoros^ et ieu^ tant^ amoros 17 vas domnas e chauzitz^ vas dompnas e chauzitz^ vas donas e chausitz^ e dolz e saboros 18 tant^ qu’^ enueu’^ als maritz tant que enoia als maritz tan qu’enuei’als maritz et eu torn amoros vas domnas e chauzitz tan qu’enoi’als mariz Prendiamo tre testimoni, i manoscritti A, E, D (lettere maiuscole per canzonieri pergamenacei, minuscole per quelli cartacei). Tutti derivano da epsilon. Il primo è conservato nella Biblioteca vaticana, il secondo alla Biblioteca Nazionale di Parigi e l’ultimo nella Biblioteca di Modena. Sappiamo che sono stati copiati tutti in Veneto e che tutti e tre sono prodotti dell’ editio variorum epsilon. Osserviamo che:

  • Per il verso 14 abbiamo delle varianti grafiche (irrilevanti). In E manca l’articolo.
  • Il verso 15 è una lacuna in tutti i canzonieri.
  • Nel verso 16 abbiamo torn per A e tant per E e D.
  • Verso 17 diverso in D.
  • Il verso 18 è totalmente diverso in D. Il copista di D aveva a disposizione il testo e delle varianti. Evidentemente nel testo che stava copiando c’era un testo base con tant amoros e la variante con torn amoros: il copista non ha capito che si trattava di due alternative tra cui “scegliere”, come invece ha probabilmente capito A. A ha scelto una delle varianti (quella che ha più senso), E ha copiato tale e quale mentre D le ha messe tutte per andare sul sicuro. Per quanto riguarda il verso 18, D non ha scelto tra le varianti a disposizione e ha riportato tutte le possibili alternative → ha allungato il testo per riportarle tutte. Per questo la strofa copiata da D presenta dei versi di troppo. D è importante perché ci dice quali esemplari c’erano in quello scrittorio. I versi e dolz e saboros^1 e et eu torn amoros^2 sono probabilmente stati inseriti a margine dal correttore che ha messo insieme l’ editio variorum ε. A ha corretto solo una parte, D ha aggiunto le varianti marginali. (^1) inserito probabilmente per sanare la lacuna del v. (^2) inserito probabilmente per correggere il tant del v.16, inutile perché già presente al v. 18. Quando viene data ai copisti, i risultati sono stati diversi:
  • il copista di Α si è limitato a correggere tant con torn al v. 16
  • il copista di Ε ha lasciato cadere i suggerimenti di ε (o forse questa copia è stata eseguita prima che in fossero introdotte le correzioni)
  • Il copista di D non riuscendo forse a capire le intenzioni del correttore, o non capendo in quale punto le correzioni dovessero essere introdotte, ha trascritto i due versi di seguito al v. 16, fornendoci così una sorta di fotografia del suo esemplare Abbiamo un’altra possibile ipotesi: i copisti non si sono comportati in maniera diversa, ma hanno avuto sottomano l’editio in tempi diversi: le varianti presenti su epsilon potrebbero essere arrivate in un secondo tempo. A non ha copiato le varianti per sanare la lacuna semplicemente perché la variante non era ancora stata aggiunta. Il magister dello scrittorio avrebbe potuto aggiungere la variante da un altro manoscritto arrivato in un secondo momento. Quel che è certo è che D disponeva di tutte le varianti possibili nel momento in cui ha copiato. Inoltre, il manoscritto D è un canzoniere provenzale datato 1154 (il più antico che abbiamo) e conservato presso la Biblioteca estense universitaria di Modena. Come rappresentare la contaminazione? Vediamo lo stemma qui sotto. C’è almeno un errore congiuntivo tra tutti i testimoni (→ esiste X). ABCD hanno almeno un errore congiuntivo, ma disgiuntivo rispetto ad EFG (esiste α). All’interno di questa famiglia A e B hanno un errore congiuntivo tra loro e allo stesso tempo disgiuntivo rispetto a C e D (→ esiste γ). EFG hanno almeno un errore congiuntivo tra loro e disgiuntivo rispetto a ABCD (→ esiste β).

Altra ipotesi, completamente diversa, è che D discenda da un subarchetipo α^1 da cui discende anche β, che però presenta anche delle varianti provenienti da un esterno δ. A questo punto le lezioni che accomunano EFG derivano da α, mentre quello che distingue EFG da D può appartenere solo a β o derivare da δ. Questo stemma dimostra che D ha evidentemente un suo insieme di varianti ed errori che non permettono di collocarlo facilmente. Nell’ipotesi riportata dallo stemma qua a fianco D è prodotto di β, ma possiede anche caratteristiche che lo accomunano al ramo della tradizione che fa capo ad α. D ha ricavato il testo base da β e ha introdotto per contaminazione errori e lezioni caratteristici di α (per questo ha dei punti in comune con ABC). Poiché però non tutte le lezioni di β si trovano in EFG, ciò che differenzia DEFG può provenire da varianti esterne ricavate da delta (esterno). Individuato “ l’albero genealogico ” bisogna procedere eliminando le lezioni singolari, poiché sono verosimilmente il frutto di un’invenzione del copista. Distribuzione delle lezioni Se ho uno stemma robusto, fare un’edizione critica è facile. Perché? Osserviamo l’immagine qua. In che modo lo stemma può essermi utile per costruire il testo critico? Supponiamo che a un certo punto, nei testimoni che sto analizzando trovo quattro lezioni differenti:

  • Lezione k comune ad ABCE
  • Lezione x solo in D - Lezione y in F
  • Lezione w in GHI. Sono tutte lezioni buone, che possono essere tutte messe nel testo. Quale scelgo dunque? Lo stemma mi aiuta davvero nello scegliere la lezione corretta? In questo caso sì. Se sei certo che lo stemma è giusto, la lezione da scegliere è ABCE, che è senz’altro quella corretta. Perché? Perché applico il criterio della maggioranza. Attenzione però: il criterio della maggioranza non considera la maggioranza dei testimoni, ma delle famiglie. La lezione ABCE è la lezione che c’è in α e in β e che quindi congiunge le loro rispettive famiglie. La lezione in GHI rappresenta solo il ramo della famiglia di γ. Quindi, se lo stemma è giusto (e in questo caso ne sono certo), la lezione giusta è quella trasmessa dai testimoni ABCE. Se la lezione è finita in due famiglie diverse allora è quella buona; le altre sono innovazioni. In questo caso la scelta è meccanica e lo stemma ci aiuta. NB. Bisogna fare attenzione a una cosa: io ho un testimone trascritto in una data epoca e in un determinato luogo. Non bisogna però considerare più affidabile il manoscritto più antico rispetto a quello più recente. Se so che l’opera risale al 1250 e ho due testimoni, uno del 1270 e uno del 1580, non posso dare per scontato che il primo sia fedele all’originale solo perché più antico. Bisogna sempre analizzare i codici. Questo concetto è stato sintetizzato da Giorgio Pasquali nel suo volume Storia della tradizione e critica del testo con l’espressione recentiores non deteriores (i codici più recenti non sono necessariamente i peggiori). Ad esempio, c’è un canzoniere trobadorico a che risale al 1589 ed è diviso tra Modena e Firenze (nel senso che a un certo punto lo hanno diviso a metà e

portato in due città diverse). Sappiamo che è una copia di un canzoniere del XIII secolo che a fine Cinquecento era di proprietà di Leone Strozzi a Firenze e che poi è scomparso. Di fatto, la copia cinquecentesca è utilissima perché copia di un manoscritto antico. ELIMINAZIONE DEGLI ERRORI: EMENDATIO Lo scopo del filologo è quello di fare edizione critica dell’opera letteraria e l’editore vuole ricostruire il testo più vicino possibile all’originale. Bisogna eliminare gli errori e per farlo si fa la cosiddetta emendatio , cioè la correzione. Questa operazione può avvenire in due modi: ope codicum (attraverso i codici) oppure ope ingenii (attraverso l’ingegno). La seconda è molto complessa e per questo viene anche detta divinatio. Può capitare, soprattutto se abbiamo un testo unitestimoniale, che non riusciamo a risolvere l’errore: capiamo che c’è uno sbaglio, ma non capiamo come rimediarvi. Cosa si fa a questo punto? Si isola la porzione di testo che non si riesce a correggere attraverso due croci (una all’inizio e una alla fine), le cosiddette cruces desperationis. Emendatio ope codicum L’emendatio ope codicum si basa sulla maggioranza e sulle probabilità. Nello stemma qui a fianco abbiamo tre famiglie (poiché tre sono i testimoni). Supponiamo di avere una lezione x in A e B e una lezione y in C. Se lo stemma è corretto, l’editore dovrà scegliere la lezione x, perché in questo caso il criterio della maggioranza è abbinato a una maggiore probabilità che la lezione x sia quella giusta. Se così non fosse, dovremmo ipotizzare che A e B hanno prodotto indipendentemente una stessa lezione erronea, mentre C ha mantenuto quella giusta. Tuttavia, l’ipotesi è molto improbabile; è molto più probabile che sia stato C, per errori suoi, a produrre la lezione sbagliata. Varianti adiafore Se ho due lezioni, una AB e una C, entrambe plausibili, sono in difficoltà. In questo caso si parla di lezioni adiafore, cioè di lezioni equivalenti. Lo stemma in questo caso non mi serve a nulla. Dovrò scegliere attraverso criteri diversi, quindi non posso agire ope codicum, ma ope ingenii. In uno stemma di questo tipo, a due rami, dove il primo è α e il secondo è il testimone C. d alfa discendono A e B e siamo nella situa per cui valgono quanto C. Se ho due lezioni corrette, una lezione X che è quella di A e B e quella di Alfa e quella di C sono almeno apparentemente uguali dal punto di vista della bontà (non riesco a identificare degli errori) non posso mettere a testo più lezioni contemporaneamente. Lo stemma non mi aiuta. Non vale il criterio della maggioranza, perché va applicato non ai testimoni ma alle famiglie, non c’è in questo caso una maggioranza in nessuna delle due famiglie. Stemma a tre rami A, B e Alfa. Evidentemente anche in questo caso ho un errore comune a tutti e quattro i testimoni che dimostrano l'esistenza di X però poi effettivamente ho degli errori che congiungono C e D ma che disgiungono C e D da A e B e che dimostrano Alfa e ho anche degli errori che disgiungono A da B e B da A. abbiamo tre vere. Supponiamo di avere in un certo luogo del testo tre lezioni in tutto e per tutto equivalenti, x, y e z,