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Il concetto di responsabilità intergenerazionale, analizzando criticamente diverse teorie etiche che affrontano il tema del dovere verso le generazioni future. Vengono esaminate le prospettive contrattualistiche, utilitaristiche e comunitarie, evidenziando i punti di forza e di debolezza di ciascuna teoria. Una panoramica completa del dibattito etico sulla responsabilità intergenerazionale, fornendo spunti di riflessione e approfondimento.
Tipologia: Sintesi del corso
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Il tema intergenerazionale ha inizio dalla seconda guerra mondiale, infatti si può leggere nello Statuto delle Nazioni Unite “noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…” difendere e migliorare l’ambiente umano per le generazioni presenti e future è diventato un obiettivo. Altra menzione della responsabilità intergenerazionale la troviamo della Dichiarazione di Parigi del 2012 da parte dell’UNESCO, è considerata una responsabilità solenne, da assumere con serietà. Si è affermato la necessità di stabilire nuovi ed equi legami tra generazioni e promuovere la solidarietà intergenerazionale per la comunità dell’umanità. 1-la questione ambientale. A dichiarazione chiarisce che la tecnologia ha aumentato i rischi di degrado e distruzione dell’ambiente. 2-il tema dell’energia nucleare. Si pensi alle catastrofi di Chernobyl e Fukushima. 3-il problema dell’impoverimento della biodiversità. 4-inquinamento atmosferisco, contaminazione ambientale, cambiamento climatico. L’uso eccessivo di risorse minerarie causa il problema della scarsità di risorse a disposizione delle generazioni future. 5-difesa del patrimonio culturale, come interventi artificiali, storici, architettonici che testimoniano la presenza umana nei vari habitat del pianeta. 6-la questione delle biotecnologie. La capacità delle tecnologie ormai acquisite di intervenire e modificare il patrimonio genetico degli esseri viventi solleva un problema di riconoscimento e di tutela di un diritto all’integrità genetica. 7-gli aspetti economici. Si tratta di problematiche relative a politiche occupazionali, assistenziali e previdenziali, le quali hanno un pesante impatto sugli equilibri economici e possono provocare conflitti intergenazionali. Si deve pensare anche al tema del debito pubblico e della distribuzione della ricchezza. Il tema di responsabilità verso le generazioni future prende particolare importanza verso la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, ricordando in particolar modo Hans Jonas.
Nel corso degli anni si sono innalzate una serie di criticità attorno al tema dell’etica intergenerazionale. La prima è il problema della non esistenza. L’esistenza di un diritto presuppone l’esistenza di un interesse soggiacente. Avere un diritto presuppone che il suo titolare possa essere danneggiato. Si può dire che individui futuri non possono essere considerati tali da avere un interesse ed ancor meno un diritto. Poi va aggiunto che manca anche la reciprocità fra soggetti presenti e soggetti futuri. Tutte queste difficoltà fanno pensare alla stessa conclusione pronunciata da Groucho Marx e poi ripresa da Woody Allen: perché mai dovremmo fare qualcosa per le generazioni future quando loro non hanno fatto nulla per noi?. Poi vi è da aggiungere una dose di ignoranza riguardo agli stati futuri, ad esempio il crescente sviluppo tecnologico che potrebbe cambiare le generazioni. La teoria contrattualistica prevede l’esistenza di soggetti reali orientati al perseguimento dell’interesse personale, in un rapporto di reciprocità e compresenza e/o stipulare un accordo. Certo si può considerare anche generazioni future quelle che si intrecciano con quelle più anziane, eliminando il problema della non esistenza e non reciprocità. Le teorie di matrice contrattualistiche soffrono di più l’ostacolo della non esistenza, mentre a risentire dell’ignoranza sul futuro è l’impostazione utilitarista, nel momento in cui si trova davanti al compito di dover definire l’utilità da massimizzare in termini intergenerazionali. Pertanto la criticità predominante della teoria utilitarista risiede, in sede intergenerazionale, nel non riuscire a sapere cosa è utile o dannoso per il futuro. Ci sono due grandi linee predominanti: 1-contruactualist; 2-contractarian. La prima si fonda sullo status morale dei contraenti, la seconda invece si basa su accordi vincolanti condotti da agenti autonomi e razionali dotati da eguale titolo. La giustizia intergenerazionale e la scelta idealed di jhon Rawls. Secondo questo grande maestro il perseguimento di tale principio verrebbe realizzato da una procedura basata da un accordo nazionale effettuato da individui posti in una condizione di decisione ideale, e a sua volta, contrassegnata da equità e imparzialità.
Però nonostante tutto la modifica motivazionale di Rawls nei confronti dei discendenti più prossimi Rawls non sembra aver risolto la vera questione intergenerazionale, cioè quella che si estende al futuro remoto. Infatti Barry osserva che la teoria di stampo familiare inclusa da Rawls non contribuisce l’obbligo nei confronti dei discendenti più remoti. Anzi la teoria di Rawls provoca uno sleeper-effect, secondo cui un’azione compita ora potrebbe provocare benefici ai discendenti prossimi ma effetti distrastrosi dopo. La revisione del contrattualismo secondo David Richiards. Richards interpreta la situazione originaria in modo che essa accolga i rappresentanti di tutte le generazioni del corso della stroria della vita umana, pur dietro un velo di ignoranza che preclude la possibilità di conoscere a quale generazione specifica ciascuna di esse appartiene. Una critica che si muove attorno a tale teoria è che Richiards ritiene del tutto irrilevanti gli individui possibili. Difatti una qualsiasi scelta demografica in una determinata situazione originaria comporta che esisteranno individui futuri diversi da quelli che sarebbero esistiti se si fosse adottata una politica diversa. Quindi secondo Parfit si dovrebbe estendere la partecipazione dei contraenti non solo ai rappresentanti di generazioni esistenti, ma anche a quei rappresentanti di generazioni possibili, cioè esistenti solo se si fossero fatte scelte alternative. La soluzione intergenerazionale del contrattualismo di David Gauthier. Tale autore non deriva i possibili principi morali a partire da un’ipotetica e ideale situazione originaria. La situazione contrattuale iniziale di Gauthier si contraddistingue proprio per la sua effettività e concretezza: ciascuno dei contraenti siede al tavolino della contrattazione quale soggetto provvisorio di doti razionali e di un determinato potere contrattuale. Tale impostazione fa sorgere una critica e cioè se tutti i contraenti che hanno potere contrattuale possono sedere al tavolo dell’accordo, non vi è motivo di limitarsi o nuocersi e contrarre obblighi morali nei confronti di chi è sprovvisto di tale potere e tali capacità. Difatti le generazioni future non hanno alcun potere contrattuale. La teoria di Gauthier è basata su una cogente razionalità delle scelte nel contesto di una contrattazione effettiva e non ideale. Nella prosepttiva contractarian di Gauthier la giustificazione di una responsabilità verso le generazioni future è fondata da connotati strettamente razionali e concreti.
Stefan Gardiner sulla teoria razional-contrattuale di Gauthier la definisce una connessione a catena tra le diverse generazioni “la cooperazione localizzata fra generazioni adiacenti che si intersecano dà origine ad una catena di interazione che connette tutte le generazioni, includendo quelle non- intersecantesi. L’autore si esprime così “ogni persona interagisce con altre più anziane o più giovani, entrando così in una linea di interazione, che si estende al passato remoto fino al futuro più lontano dell’umanità. Una cooperazione reciprocamente vantaggiosa coinvolge, dunque, direttamente persone di diverse generazioni, che si intersecano, ma questo crea anche nessi cooperativi indiretti, che si estendono lungo l’intera storia. L’elaborazione contractarian di Gauthier lascia affiorare criticità di non poco momento. La prima criticità concerne lo sleeper-effect, cioè quelle azioni che Gardiner definisce vere e proprie bombe temporali, cioè azioni presenti che provocano danni improvvisamente a distanza di molto tempo. La seconda criticità rimprovera l’impostazione di Gauthier di non riuscire neppure a difendere un obbligo di responsabilità verso le generazioni più prossime. Difatti volendo supporre che una scelta razionale del massimizzatore vincolato bilancerà benefici attuali ed il rischio di una futura ritorsione da parte delle generazioni più giovani. Tale riflessione però non risulta così immediata e scontata, in quanto, un soggetto stratega potrebbe massimizzare i suoi benefici estendendoli fino al tempo più lungo possibile, ossia fino a ridurre il suo potere contrattuale. Pertanto più il massimizzatore approfitta della sua posizione attuale meno i soggetti che avranno potere contrattuale in futuro potranno rappresentatare una effettiva minaccia per lui, per cui i successori assisteranno i propri predecessori. E pensandoci bene tale situazione non appare troppo difforme alla realtà. Tali critiche mostrano quanto sia problematica la giustificazione di una responsabilità nei confronti delle generazioni future vedendola dalla prospettiva contractarian di Gauthier. È necessario difatti che il massimizzatore vincolato si impegni ad osservare la clausola limitativa. Sulla base di tale clausola, ai contraenti, per quanto motivati dal perseguimento del loro tornaconto, è preclusa quindi la possibilità di peggiorare la situazione altrui, tanto più quella delle generazioni future. È solo l’immissione della clausola limitativa a reggere l’intero peso della fondazione motivazionale della teoria di Gauthier estesa in senso intergenerazionale.
Altra critica fondamentale verte sui sacrifici infiniti delle generazioni attuali, si prenda come esempio, l’obbligo di procreazione nei confronti delle generazioni future. Si potrebbe pensare però ad esempio che un’altra vita sulla terra incide negativamente sulla felicità collettiva e futura. Per non parlare poi della conclusione aberrante a cui una tale impostazione conduce all’eliminazione di soggetti che abbassano il tasso di felicità. In conclusione la teoria utilitarista si trova ad affrontare, in tema intergenerazionale, una serie di problematicità a causa delle sue pretese di universalismo ed indifferenza temporale. Una teoria influente che giustifica una responsabilità intergenerazionale è quella costruita dallo studioso Pasmore, il quale basandosi sull’ignoranza nei confronti degli individui futuri, non nega obblighi volti a non danneggiare le generazioni future, ma vive una mancanza di capacità di conoscere come individui futuri possano valutare come bene e male. Si arriva pertanto a concludere come la generazione contemporanea può distinguere ciò che può essere danneggiante o vantaggioso e prendendo questi interessi a catena può arrivare di volta in volta alle generazioni interconnesse, come nella teoria Gauthier. Questa teoria si basa sui limiti della nostra conoscenza, ma ancor di più sulla capacità d’empatia, affinché la generazione attuale possa essere motivata a promuovere il benessere delle generazioni future, per cui è necessaria che tale generazione sia dotata dalla capacità di identificazione ed immedesimazione con i posteri con i loro interessi e le loro esigenze. Ne consegue che la nostra generazione non ha tale capacità per cui non vediamo veri e propri obblighi verso i posteri. Anche in questa argomentazione si giunge alla conclusione dell’esistenza di una responsabilità limitata, ovvero solo verso le generazioni più prossime. La teoria di Golding parte da impostazioni contrattualistiche e cioè non esistendo ancora e non potendo stabilire una situazione di reciprocità con le generazioni presenti non possono avanzare pretese nei confronti delle generazioni contemporanee. Ragion per cui Golding sostiene che l’unico modo di collegare la generazione presente e quelle future è il fondamento ideale cioè la generazione attuale debba percepire la stessa concezione di comunità morale per cui a sua volta di concezione del bene. Alla luce delle premesse fatte secondo Golding le generazioni presenti e future partecipando alla stessa comunità morale, hanno gli stessi principi e gli stessi ideali generando pertanto un sentimento d’obbligo nei confronti delle generazioni future.
Da tale teoria però deriva che le generazioni man mano che si allontano si allontanano anche le medesime concezioni idealistiche e con esse gli obblighi derivanti intergenerazionali. Ed anche in tale prospettiva soltanto obblighi verso generazioni più vicine sono accolti. Secondo lo studioso Beckerman le generazioni future non hanno alcun diritto, pertanto gli interessi delle generazioni future non possono essere protetti o promossi all’interno della cornice di qualsivoglia teoria della giustizia. In egual modo anche Zagrebelsky, il quale scrive che le generazioni future non hanno alcun diritto da vantare nei confronti di quelle contemporanee e per cui i danni a loro provocati non hanno rilevanza giuridica. Quando cominceranno ad esistere i loro predecessori non esisteranno più e non potranno essere portati in giudizio. Pertanto si arriva alla conclusione che obblighi intergenerazionali hanno rilevanza soltanto morale, come nell’opera di Derek Parfit “Non Identity Problem”. In linea con la teoria utilitarista- conseguenzialista l’autore parte dalla premessa che forme di obbligo sono moralmente rilevanti. Parfit non è da ritenersi un detrattore della responsabilità intergenerazionale, ma un sostenitore nella misura però in cui contiene anche l’ostacolo della non identità. Parfit ammette di aver fallito a trovare il principio sul quale esistano obbligano intergenerazionali, ma intuisce che esistono obblighi di natura morale e scrive che nulla esclude che si possa sempre riuscire a trovare il principio richiesto. Perche’ l’approccio giusnaturalista non funziona. Il giusnaturalismo trova reperimento nella normativa iscritta nella natura stessa delle cose. L’intergenerazionalità d’ispirazione giusnaturalista punta alla pretesa universalistica radicata sul carattere meta-temporale dei principi fondativi. I giusnaturalisti Angius e Hans Jonas sostengono che ogni essere umano è accomunato ad ogni dalla stessa essenza umana che ne fa derivare la necessaria condivisione di un destino comune. Angius recita “ è soltanto l’unità e la solidarietà del genere umano a fornire l’unico fondamento solido per asserire l’esistenza di un obbligo da parte delle presenti generazioni di prendersi cura delle generazioni future possibili e probabili. Una tale strategia argomentativa si fonda sull’essere e dover essere e presenta gravi difficoltà. Vi è una mancanza di congiunzione tra carattere derivativo fra essere e dover essere definita fallacia naturalistica.
Jonas parte da un presupposto ontologico dell’essere umano per derivarne l’esperienza etica della responsabilità, ma nel momento in cui tale esperienza deve essere qualificata come degna di responsabilità, non può che essere connotata attraverso l’assegnazione di un valore. Quando poi questo valore è emerso, quello che accade è il suo retroattivo risospingimento ad un piano ontologico primordiale, entro il quale si presume che questo valore sia stato sempre iscritto. “l’essere di questo o di quello è ciò per cui la singola azione si assume la responsabilità” scrive Jona s è pertanto l’essere ciò con cui la responsabilità ogni volta è sempre a che fare. In questo caso, diversamente dal primo che prende una piega del tutto ontologica, lo slittamento è in senso etico, giacché si deve verificare una condizione preliminare affinché accada. Tale condizione consiste nel fatto che la pretesa di un essere di valore diventi concreta per me, in quanto soggetto pratico. È cil accade solo quando questo essere è un essere vulnerabiule. Nella seconda parte del saggio Jonas, rimarcando il profilo ontologico estendendola in ambito intergenerazionale, appoggia la tesi che la responsabilità verso i poteri derivi dalla perduranza dell’uomo che può volere la stessa preservazione per il futuro: “la responsabilità vincola in sé i suoi vattuali detentori a rendere possibile l’esistenza dei futuri. Perché òa responsabilità non scompaia devono esserci anche uomini futuri. Quindi la prima condizione perché essa sia rappresentata è l’esistenza fisica degli uomini. Jonas descrive un sentimento misto tra paura e colpa, paura per la previsione di di qualcosa di spaventoso e colpa perché siamo consapevoli del nostro ruolo di causa. Attraverso questo passo di Jonas si percepisce una responsabilità totalmente etica di una percezione di colpa. Per trovare una giustificazione alla responsabilità per le generazioni future non ci si può rifare ad una concezione di tempo pre4sente né a un tempo sospeso, bensì a un tempo che fa risuonare in tutta la sua incidenza etica un futuro capace di interpellarci. La responsabilità intergenerazionale iscritta in un’ontologia della possibilità e della relazione. Anche in questo caso ci sono impostazioni giusnaturalistiche che cercano di trovare una conciliazione tra piano etico ed ontologico. Tra gli esponenti bisogna ricordare Michele ILLECITO, il quale cerca di rafforzare il piano etico- fenomenologico. In sintesi ILLECITO definisce l’ontologia in termini di un’ontologia della possibilità.
Si tratta di un’ontologia che perde la sua sostanza di stampo metafisico grazie all’innesto della possibilità. Secondo ILLECITO “utilitarismo e contrattualismo estromettono il futuro dalle decisioni relative al presente e pertanto risultano inadeguate a soddisfare diritti di chi non c’è ancora”. Secondo ILLECITO un’ontologia della relazione e della sostanza non deve essere confusa con un’ontologia della sostanza. E qui che assume valore il peso della generatività in seno all’etica dell’intergenerazionalità, perché generativa è la specificazione ontologica della relazione. Detto in termini poveri la responsabilità discende dalla relazione della generatività ossia dalla proprietà di generare discende un obbligo di generatività. Si evince pertanto che il primo diritto delle generazioni future è quello di essere generate. Anche per ILLECITO, come per JONAS, dalla natura si fa discendere l’obbligo. Tuttavia a tale approccio bisogna ricordare la critica più importante e cioè che un’etica di derivazione ontologica alla fine riassorbe tutta la problematica temporale e di conseguenza il problema dell’intergenerazionalità va risolta con l’appello. CAPITOLO QUARTO. La reciprocità indiretta e quella asimmetrica. Arrivati fin qui siamo giunti a conclusione che né il presentismo etico analizzatop sulla base del contrattualismo, Nè con le teorie utilitariste e giusnaturaliste, basate sull’approccio meta-temporale, è stato risolto il nodo della responsabilità verso i posteri, ora ci dedichiamo alla reciprocità indiretta. Sulla scorta di tale teoria, in pratica, si fa carico alle generazioni presenti di trasmettere a quelle future quanto abbiano ricevuto dalle generazioni precedenti. Facendo così si da luce ad una catena di obblighi nel corso del tempo. Così infatti secondo Brian BARRY: visto che abbiamo ottenuto benefici dai nostri predecessori, una qualche nozione di equità esige da noi di fornire benefici ai nostri successori. Secondo tale teoria bisogna dare qualcosa alle generazioni future sulla scorta di quanto ricevuto dalle generazioni precedenti, ovvero bisogna trasmettere almeno l’equivalente di quanto le generazioni precedenti hanno trasmesso. Anche tale teoria però presenta non pochi interrogativi. Infatti tale teoria pretende che le generazioni presenti trasferiscano solo l’equivalenti di ciò che hanno ricevuto, indipendentemente da quanto alla generazione precedenti sia potuto costare il procurarsi il lascito. Per cui ipotizzando che precedente generazione abbia attuato una teoria di estrema parsimonia, ciò non impone che quest’ultima debba imitare uno sforzo del genere.
Reciprocità asimmetrica. L’esponente di questa pensiero filosofico è Fritsch che convoca all’appello Mauss e Jaques Derrida. La reciprocità asimmetrica rappresenta la connessione dono-obbligo. Secondo questa logica dal dono deriva la forza, da parte del donatore da un lato e dall’altro dal ricevente a passare il dono in futuro. Infatti Fritsh spiega magnificamente come dal dono emerga l’obbligo dei predecessori verso i successori, attraverso l’effetto di eccedenza del dono, che eccede ogni ricevente, anche quella del donatore originario, spingendolo a proseguire in avanti. In tale anche gli assenti del futuro incidono eticamente sul futuro. La teoria di Fritsch viene associata ad una macchina che viaggia e viene spinta da un motore a trazione. Questo potrebbe considerarsi il primo punto debole di questo discorso. Egli infatti, nonostante prenda le distanze dalla reciprocità indiretta, in realtà affonda la sua teoria nel passato. Secondo tale autore la vera sorgente dell’obbligo è il passato, ma un passato caratterizzato da una connotazione etica e non empirica. Inoltre, aggiunge, il dono possiede una forza spirituale, in quanto il ricevente, quanto il donatore, non la posseggono pienamente, pertanto, non soltanto li precede, ma li eccede anche e da ciò deriva che debbono passarla oltre. Questa forza che deriva dal passato per rendere il rapporto indiretto col futuro in rraltà finisce per neutralizzarlo. Freud descrive questo rapporto che nasce dal passato e che per inerzia spinge verso il futuro “un modello idraulico”, una sorta di “scarica etica”. Quindi potremmo concludere che nell’analisi del nostro autore si consuma una neutralizzazione della temporalità etica. In conclusione nonostante il nostro autore dichiara esplicitamente di abbraccia una teoria levinessiana in realtà fa emergere i profili respinti da Levinas, ossia un futuro neutro che quest’ultimo descrive futuro senza volto. Detto ciò la nostra analisi deve far posare una giustificazione di un’etica intergenerazionale più che nel passato, sarebbe più opportuno nel futuro, svincolando così una predominante dipendenza dal passato ed abbracciare una tesi secondo la quale il volto d’altri che mi guardi o non mi guardi comunque mi riguarda. Capitolo 5
In questo tipo di analisi, rispetto a quella precedente, il soggetto è caratterizzato da connotati intersoggetivi, si tratta di una condizione tale per cui il soggetto si ritrova in diverse forme e si ritrova ad essere sempre interpellato e chiamato a rispondere alle istanze dell’aterità, pfroveniednti dal futuro, ancor prima di pervenire pienamente a se stesso, quindi prima di decidere se farne o meno di una controparte di un contratto. È una situazione che rimette il soggetto in una relazione non reciproca, in uno spazio intersoggettivo non simmetrico. Diacronia etica e responsabilità intergenerazionale:convocati dall’avvenire. Diacronia è lo studio dei fatti linguistici che si succedono nel tempo. La diacronia etica rompe la presenza a sé del soggetto, spingendolo verso un passato immemoriale. Riduce il senso di responsabilità intergenarazionale come un’ingiunzione dall’alterità. Questa relazione con l’aterità comporta una trasgressione del presente verso un passato inassimilabile. A riscontro di tale inassimilabilità del passato emerge una trasgressione estatica del presente, esercitata dal futuro. Quindi viene da chiedersi: in che senso il futuro può sottrarsi al presente risultando così un’effrazione di quest’ultimo? Per cogliere il senso di una ingiunzione o interpellazione etica che viene dal futuro è necessario fare riferimento all’opera di Levinas “Totalità ed infinito”, laddove proprio l’estasi temporale trova predominante sottolineatura nella descrizione strutturale della relazione con altri. La relazione con altri viene posta sotto il segno della temporalità in cui è l’avvenire a detenere un posto eccezionale, in quanto ciò di cui non è possibile appropriarsi è l’avvenire. “la relazione con l’avvenire è la relazione con l’altro”. L’altro, da parte di Levinas è concepito per mezzo dell’avvenire e non l’avvenire per mezzo dell’altro. Quindi per Levinas una relazione con altri, è l’assenza dell’altro, un’assenza in un orizzonte di avvenire, un assenza che è il tempo. Un’assenza temporale, che caratterizzata dall’appello dell’altro, che la colora fin dall’inizio, non potrà mai essere trasformata in una dinamica di carattere formale e anonimo, come (187)abbiamo visto accadere ai rapporti di concatenazione intergenerazionali descritti da Fritsch. Pertanto, per quanto intuitivamente difficile da raffigurarsela, una forma di ingiunzione innescata dal futuro, “una domanda proviene dall’avvenire” questa è la giusta locuzione usata da Derrida..
futuro ha un volto, non lo ha unicamente nella persona dell’altro, epperò certamente non senza l’altro, nel quale soltanto il futuro stesso assume la sua configurazione in carne ed ossa. Un esempio lampante per cogliere il senso è quello del cambiamento climatico, che è imprevedibile, però persiste lo sforzo nelle previsioni, o nelle stime sugli eventuali effetti delle azioni o delle politiche attuali. Se così non fosse non si spiegherebbe per quale motivo dovremmo preoccuparcene, quando non conosciamo nessuno a cui tutto ciò può causare un danno. Fintantoché lo facciamo il futuro avrà lasciato traccia d’alterità concreta nel presente, tenendo viva la speranza di non restare intrappolati nella tirannia della contemporaneità. CAPITOLO 6 – DAL SOGGETTO ALLA COMUNITA’. L’esperienza etica dell’invocazione dell’alterità del futuro dell’altro, non può limitarsi al solo vissuto del soggetto singolo. Secondo Waldenfels l’esperienza prende le mosse da quanto mi accade, non a me in quanto singolo ma a noi.ogni affezione implica così una co-affezione. L’individualità consiste non nel fatto che ognuno risponde da solo, ma piuttosto nel fatto che ognuno risponde a modo suo. Da eventi come la guerra, disastri ecc…, eventi di rottura, si origina un futuro, un futuro in senso comune. Ecco quindi che la questione etica intergenerazioale, dal tratto individuale, viene calata in un’esperienza collettiva, un vissuto del Noi. La teoria comunitaria di Golding si fonda sul principio di un obbligo intergenerazionale derivabile da un impianto sociale che connette le generazioni e tale connessione è imposta dalla generazione contemporanea. Si conclude, perciò, le comunità future che si allontanano sempre di più da quella contemporanea, vengono schiacciate. Su tale teoria tesse la sua considerazione il filosofo israeliano, DE SHALIT, fondata sulla collaborazione tra generazioni, in vista di un progetto di permanenza della comunità nella storia. Gli obblighi verso le generazioni future, per de-Shalit sono motivati dal fatto che ogni membro di una comunità contemporanea deve impegnarsi affinché ai membri futuri possa esser data la stessa possibilità di partecipare al progetto collettivo intertemporale. Thompson commenta il discorso di De-Shalit, deducendo che i membri futuri, non solo non sono mezzo per mantenere la comunità, ma non abbiamo nessuna responsabilità diretta con loro. A questo punto nemmeno tale modello proposto da De-Shalit è capace di superare il problema della contemporaneità e della presenza.
Thompson riconduce ogni impulso motivazionale comunitario verso il futuro all’interesse, dice che gli interessi hanno la capacità di motivare. Il problema a questo punto risiede nel fatto che secondo questa autrice, gli interessi appartengono agli attori, quindi è un discorso improntato sul possesso. Quindi è un orientamento che non supera il presentismo. Ma vi è ancora un altra critica al discorso di Thompson, infatti, a differenza di quanto sostiene l’autrice, noi siamo motivati ad agire a beneficio dell’alterità, in quanto siamo in possesso di un interesse essendo parte di una comunità politica. È stato già visto con la filosofia di Lenvinas e con le analisi fenomenologiche di Waldenfels che il soggetto è esposto all’appello dell’altro e ciò fa sorgere impulsi motivazionali nei confronti del futuro. In effetti di quale interesse potremmo essere in possesso nei casi in cui una generazione contemporanea sia orientata a sconfiggere una malattia i cui beneficiari siano le generazioni future? e su questo ordine che la logica dell’interesse fallisce, per quanto se ne estenda l’ampiezza semantica fino ai limiti. Quindi ne i modelli imposti da Golding, né quelli di De-Shalit, né tanto meno quello di Thompson, sono stati capaci di giustificare un essere in comune che non sia chiuso incastrato nel presentismo. Comunità e natalità: il futuro dell’altro come appello alla responsabilità. L’autrice Arendt ricosctruisce il suo modello comunitario connettendo due lineamenti costitutivi ed emblematici cioè quelli della pluralità e della natalità. Arendt si ispira n alle polis greche, perché solo in un modello del genere è offerta agli individui la possibilità dell’immortalità ed ad individui futuri è data l’opportunità di costruire qualcosa basandosi su quanto tramandato dal passato. Per Arendt l’agire in comune mira ad ottenere un mondo politico durevole e lo fa per preservare la costituzione di uno spazio collettivo in cui viga la condizione della partecipazione plurale. Il pensiero di tale autrice non andrebbe letto in modo con l’atteggiamento paternalistico e centrato sul presente, volto a procurare tracce d’immortalità alle gesta dei contemporanei, ma andrebbe innestata su un’altra articolazione: quella scandita dal rapporto che stesso la Arendt instaura tra pluralità e condizione della natalità. La natalità infatti imprime un carattere futuro alla comunità, infatti, per rendere effettivo il carattere plurale di ogni comunità politica presuppone che quest’ultima sia pronta ad accogliere richieste alteranti ed appelli inaspettati. La natalità è l’inaspettato venir al mondo del nuovo nato, che con la sua iniziativa riesce ad alterare stati di fatto consolidati.
La responsività, infine, elimina i problemi derivanti dal presente e si dirige il sacrificio a beneficio dell’avvenire, in quanto noi che rappresentiamo l’avvenire dobbiamo comportarci in modo responsabile e sostituirci ai nuovi venuti. Riconoscimento asimmetrico dell’alterità futura. Circa il riconoscimento deve essere visto in modo asimmetrico. A questo punto si deve richiamare il lavoro dell’autore Lindahl che parte da un soggetto connotato da un o spossessamento ed estraneità originarie. Richiama una soggettività di carattere istituzionale , con un tratto asimmetrico. Lo studio di tale autore è fondato sull’identità politica. Tale identità politica è caratterizzata da processi di inclusione e di esclusione ed implica che non potendo mettere in simmetria tutti i partecipanti di un pieno riconoscimento reciproco, lascia sempre aperte delle zone d’ombra. Però esistono forme d’alterità che anche se completamente scartate in un determinato momento possono affiorare in un altro momento con una tale pressione da ottenere riconoscimento. Ed in tale prospettiva Lindhal apre a una duplice modalità di rapporto asimmetrico una doppia asimmetria. La prima direttrice del rapporto asimmetrico è quella delineata da Waldelfels, secondo la quale ogni soggettività politica, essendo dotata di responsività limitata, nell’essere esposta ad appelli da parte dell’altro, non può che rispondere dal repertorio di risposte in esso contenute. Ne consegue che ogni unità collettiva nel rispondere all’alterità si comporta come un “noi” dell’altro in quanto uno di noi. L’altro lato asimmetrico per Lindhal si realizza per il fatto che ogni compagine collettiva, essendo dotata di responsività limitata e finita non può lasciare fuori qualcos’altro solo nella forma di una possibilità latente (che non si manifesta all’esterno)e quindi sempre riconducibile alla propria sfera. Insomma se di responsività finita si tratta deve lasciare all’esterno anche possibilità completamente impercepite. E sono proprio queste ultime che riaffiorano negli ordinamenti istituzionali di volta in volta per ottenere un riconoscimento che non può limitarsi ad includere soltanto “uno di noi”. Insomma non proietta la nostra presenza nel futuro, ma nell’accogliere invocazione futura giunge, come asserisce Lindhal, ad esporre se stesso all’altro fino a stravolgerlo. Tale opinione impone un vero e proprio rivoluzionamento, giacché l’introduzione di principi di tutels costituzionali per soggetti futuri, che possono anche assumere forme di entità non umane, può richiedere uno stravolgimento dello status quo.
Che poi nel concreto questo impegno venga realizzato nel modo più giusto e con l’intensità che gli dovrebbe corrispondere questa è un’altra storia. Di certo un punto resta fermo e cioè che nel riconoscimento dell’altro futuro a livello istituzionale, non ci si può limitare ad includere l’altro in quanto uno di noi, ma ci si deve arrischiare in una vera e propria esposizione centrifuga, quella insomma di un noi comunitario che attira l’invocazione dell’altro dal futuro. ----FINE! L’EMERGENZA DEL FUTURO I DESTINI DEL PIANETA E LE RESPONSABILITA’ DEL PRESENTE due immagini sono da tenere presente a tal proposito, una ritratta da un passante con lo smartphone di un’anatra con i suoi piccoli che sfilava lungo il ciglio di una strada deserta del centro di una cittadina del Nord-Est. Tale immagine rappresenta la presenza degli animali che si riappropriano degli spazi dai quali sono stati costantemente scacciati. L’altra immagine ritrae in vari blog e testate giornalistiche una giovanissima studentessa, Greta Thumberg, nella sua azione di sciopero, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del cambiamento climatico ed ad incitare le autorità del suo paese e non solo ad adottare decisioni diverse. Una delle forme di proteste giovanili più nutriti e trasversali che la storia abbia conosciuto sono i Fridays for Future. È una protesta di giovani di massa che sono la voce dei vulnerabili e degli invisibili, insomma gli emarginati dagli spazi pubblici. In entrambi le immagini si vede come soggetti invisibili acquistano, anche solo per un momento, la forza di rendersi visibili. La situazione della pandemia del Covid-19 ha registrato devastanti effetti. Così in un momento dove l’uomo si sentiva nel mondo a casa propria, eliminando distanze e confini. Infatti sopratutto nelle prime settimane di lockdown alla sensazione di onnipotenza dell’uomo nel mondo si è opposta la necessaria reclusione forzata nelle 4 mura domestiche e la negazione di esercitare le più semplici delle esperienze, come stringere la mano ad un caro amico. Freud chiamerebbe tale situazione il non essere più a casa propria, ciò che si intravede nella prima immagine invocata ad inizio discorso, delle anatre che sfilano indisturbate in un paesaggio urbano deserto, non più propriamente nostro. Tali immagini insegnano che il nostro mondo è un’istituzione che include alcune forme di soggetti escludendone altri. Ma in verità questo mondo si rivela dimora anche dell’estraneo, ovvero luogo d’altri, più specificatamente, d’altri vulnerabili, tanto dei soggetti non umani che quelli appartenenti alle generazioni future la cui vita dipende dalle generazioni di oggi, come nel caso delle proteste