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Tommaso d'Aquino: Etica e Virtù nel Contesto della Critica Post-Moderna, Dispense di Filosofia

La riflessione etica di tommaso d'aquino sulle virtù umane e la sua posizione nella critica post-moderna avviata da nietzsche. Il filosofo americano alasdair macintyre immagina una catastrofe che colpisca la scienza e la morale, e la riflessione su tommaso d'aquino si chiede se sia ancora rilevante nel contesto di questa critica. La virtù, secondo tommaso, è una capacità stabile di agire bene, una conformità dell’agire alla regola stabilita dalla ragione. Le virtù morali sono quelle che hanno a che fare con la gestione e il governo degli affetti, e consistono in un giusto mezzo tra eccesso e difetto. La virtù della prudenza opera la gestione sapiente degli affetti, determinando il giusto mezzo in funzione delle situazioni. Tommaso assegna a questa virtù una importante funzione euristica, consistente nel determinare il giusto mezzo in funzione delle situazioni sempre diverse e imprevedibili.

Tipologia: Dispense

2018/2019

Caricato il 01/06/2019

Michelle.98
Michelle.98 🇮🇹

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La vita virtuosa .
Attualita del pensiero di Tommaso
In un saggio degli anni ’80, che ha suscitato un notevole dibattito sia in ambito statunitense che in
quello europeo, il filosofo comunitarista americano Alasdair MacIntyre immaginava un’enorme
catastrofe che si abbatte sulle scienze naturali, colpendo i principali luoghi e istituzioni in cui si
pratica la ricerca del sapere. Laboratori scientifici e centri di ricerca vengono incendiati, università e
istituzioni accademiche distrutti, libri e strumenti di ricerca scientifica eliminati. Più tardi un gruppo
di persone illuminate e amanti del sapere cercano di riportare in vita la ricerca e la pratica
scientifica, ma ciò che ormai hanno a disposizione non sono altro che frammenti di sapere del tutto
staccati dal loro contesto originario, parti di teorie senza legami con le altri parti che possiedono,
pagine di libri o di articoli neppure sempre leggibili, perché strappate o bruciacchiate .
In questo contesto gli scienziati e i ricercatori continuano ad utilizzare termini ed espressioni
scientifiche come “massa”, “neutrino”, “peso specifico”, ma esse hanno ormai un senso molto
diverso dall’uso originale che se ne faceva precedentemente, e in ogni caso non immediatamente
intellegibile per un ascoltatore. L’ipotesi avanzata da MacIntyre è che anche il nostro discorso in
tema di etica e di teoria morale si trovi nella stessa condizione in cui si troverebbe la scienza dopo
una catastrofe come quella immaginata: continuiamo ancora ad utilizzare termini e concetti
appartenenti alla sfera e alla riflessione morale, ma abbiamo del tutto smarrito il senso originario e
il contesto in cui quei termini erano sorti; continuiamo a utilizzare frammenti del discorso morale,
ma facciamo fatica a elaborare una teoria organica e uno sguardo di insieme .
Il concetto di “virtù”, che ci interessa in questa occasione più da vicino, non sfugge all’ipotesi
“inquietante” tratteggiata da MacIntyre. La critica della morale (e in particolar modo della morale
cristiana) avviata da Nietzsche, fa pensare immediatamente a una condotta incentrata sulla
mortificazione di sé e dei propri affetti, su un atteggiamento fondamentale di ostilità alla vita e al
libero gioco delle sue energie espansive e creative. In uno degli aforismi de La gaia scienza la
morale viene collocata sullo sfondo di una «vendetta sullo spirito» che trova i suoi avvocati più
pericolosi in gente annoiata e disgustata della vita, persone che disprezzano se stesse e che
prendono quasi una rivincita verso e verso gli altri agitando continuamente frasi e discorsi
morali. La virtù viene quindi considerata alla stregua di una pratica mortificante e repressiva, che ha
come retroterra psicologico quello di un sentimento di rivalsa verso di sé e verso gli altri, dovuto a
una fondamentale incapacità di gustare le gioie della vita e fronteggiarne le sfide. In un altro
aforisma sempre de La gaia scienza il concetto di “virtù” viene attaccato da Nietzsche in quanto fa
pensare a un tipo di condotta seriale e ripetitiva incapace di dare spazio alle esigenze di creatività e
di originalità del singolo. Come infatti non esiste un concetto unico di “salute” valido
universalmente e a priori per tutti, in quanto ciascun individuo ha un particolare organismo e
costituzione corporea, la cui salute dipende dal peculiare equilibrio delle forze vitali di
quell’individuo; così non può esistere un concetto unico di “virtù” valido sempre e per tutti,
dovendo piuttosto ciascuno scoprire e costruire la propria virtù sulla base delle esigenze singolari e
specifiche del suo spirito. In questo secondo caso il concetto di “virtù” non viene contestato in se
stesso, ma per la sua astrattezza e generalità che sembra non lasciare spazio all’esistenza e al
cammino concreto del singolo individuo, esigendo piuttosto una condotta uniforme e omologante.
In tempi più vicini a noi chi ha proseguito questa “decostruzione” della morale (e in particolare
della morale cristiana) è stato Michel Foucault (1926-1984) filosofo ed epistemologo delle scienze
umane francese tra i più importanti del secolo scorso. Nei tre volumi dedicati a quella che egli
chiama una “Storia della sessualità” (La volontà di sapere, L’uso dei piaceri, La cura di sé),
Foucault oppone spesso l’approccio dei Greci al tema dell’uso dei piaceri, incentrato su un’arte
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La vita virtuosa.

Attualita del pensiero di Tommaso

In un saggio degli anni ’80, che ha suscitato un notevole dibattito sia in ambito statunitense che in quello europeo, il filosofo comunitarista americano Alasdair MacIntyre immaginava un’enorme catastrofe che si abbatte sulle scienze naturali, colpendo i principali luoghi e istituzioni in cui si pratica la ricerca del sapere. Laboratori scientifici e centri di ricerca vengono incendiati, università e istituzioni accademiche distrutti, libri e strumenti di ricerca scientifica eliminati. Più tardi un gruppo di persone illuminate e amanti del sapere cercano di riportare in vita la ricerca e la pratica scientifica, ma ciò che ormai hanno a disposizione non sono altro che frammenti di sapere del tutto staccati dal loro contesto originario, parti di teorie senza legami con le altri parti che possiedono, pagine di libri o di articoli neppure sempre leggibili, perché strappate o bruciacchiate.

In questo contesto gli scienziati e i ricercatori continuano ad utilizzare termini ed espressioni scientifiche come “massa”, “neutrino”, “peso specifico”, ma esse hanno ormai un senso molto diverso dall’uso originale che se ne faceva precedentemente, e in ogni caso non immediatamente intellegibile per un ascoltatore. L’ipotesi avanzata da MacIntyre è che anche il nostro discorso in tema di etica e di teoria morale si trovi nella stessa condizione in cui si troverebbe la scienza dopo una catastrofe come quella immaginata: continuiamo ancora ad utilizzare termini e concetti appartenenti alla sfera e alla riflessione morale, ma abbiamo del tutto smarrito il senso originario e il contesto in cui quei termini erano sorti; continuiamo a utilizzare frammenti del discorso morale, ma facciamo fatica a elaborare una teoria organica e uno sguardo di insieme. Il concetto di “virtù”, che ci interessa in questa occasione più da vicino, non sfugge all’ipotesi “inquietante” tratteggiata da MacIntyre. La critica della morale (e in particolar modo della morale cristiana) avviata da Nietzsche, fa pensare immediatamente a una condotta incentrata sulla mortificazione di sé e dei propri affetti, su un atteggiamento fondamentale di ostilità alla vita e al libero gioco delle sue energie espansive e creative. In uno degli aforismi de La gaia scienza la morale viene collocata sullo sfondo di una «vendetta sullo spirito» che trova i suoi avvocati più pericolosi in gente annoiata e disgustata della vita, persone che disprezzano se stesse e che prendono quasi una rivincita verso sé e verso gli altri agitando continuamente frasi e discorsi morali. La virtù viene quindi considerata alla stregua di una pratica mortificante e repressiva, che ha come retroterra psicologico quello di un sentimento di rivalsa verso di sé e verso gli altri, dovuto a una fondamentale incapacità di gustare le gioie della vita e fronteggiarne le sfide. In un altro aforisma sempre de La gaia scienza il concetto di “virtù” viene attaccato da Nietzsche in quanto fa pensare a un tipo di condotta seriale e ripetitiva incapace di dare spazio alle esigenze di creatività e di originalità del singolo. Come infatti non esiste un concetto unico di “salute” valido universalmente e a priori per tutti, in quanto ciascun individuo ha un particolare organismo e costituzione corporea, la cui salute dipende dal peculiare equilibrio delle forze vitali di quell’individuo; così non può esistere un concetto unico di “virtù” valido sempre e per tutti, dovendo piuttosto ciascuno scoprire e costruire la propria virtù sulla base delle esigenze singolari e specifiche del suo spirito. In questo secondo caso il concetto di “virtù” non viene contestato in se stesso, ma per la sua astrattezza e generalità che sembra non lasciare spazio all’esistenza e al cammino concreto del singolo individuo, esigendo piuttosto una condotta uniforme e omologante. In tempi più vicini a noi chi ha proseguito questa “decostruzione” della morale (e in particolare della morale cristiana) è stato Michel Foucault (1926-1984) filosofo ed epistemologo delle scienze umane francese tra i più importanti del secolo scorso. Nei tre volumi dedicati a quella che egli chiama una “Storia della sessualità” (La volontà di sapere, L’uso dei piaceri, La cura di sé), Foucault oppone spesso l’approccio dei Greci al tema dell’uso dei piaceri, incentrato su un’arte

dell’esistenza e su un processo di problematizzazioni successive che portano ciascuno a costituirsi come “soggetto” dell’esperienza morale, alla morale cristiana, che inquadra invece tale tematica all’interno di codici prescrittivi puntuali e dettagliati. Si tratta di un processo che inizia a partire dal XIII° secolo, e che porta progressivamente a una «fortissima giuridificazione» dell’esperienza morale, abbandonando così l’approccio patristico del cristianesimo dei primi secoli, nel quale si potevano cogliere «strettissime continuità tra le prime dottrine cristiane e la filosofia morale dell’Antichità». La critica di Foucault non tende quindi ad amalgamare in un concetto unico la “morale cristiana”, ma a distinguere diverse periodizzazioni e svolte nel corso dei secoli, e a rivolgere soprattutto una critica ad una determinata figura storica di cristianesimo, che si inscrive a sua volta in una più generale critica della Modernità. Ora, posta la pertinenza e la puntualità di una tale critica, la domanda che qui ci interessa in questa sede in cui riflettiamo su un autore come Tommaso d’Aquino: la riflessione tommasiana sull’agire umano rientra davvero nel bersaglio della critica post-moderna avviata da Nietzsche e proseguita dagli autori che lavorano sul crinale della “decostruzione”? Si tratta davvero di una “morale” codificata e giuridificata, che non lascia spazio al cammino e alla creatività individuale? (…) La dimensione etica traspare poi dall’accento e dalla centralità della riflessione sulle virtù rispetto alla dimensione degli obblighi e dei precetti. Soffermandoci più strettamente sulle virtù umane (in merito alle quali è più facilmente possibile un confronto con il pensiero laico) cerchiamo di rispondere alle critiche provenienti dal pensiero contemporaneo e post-moderno cha abbiamo visto nella prima parte. La virtù è definita da Tommaso «un abito operativo(…)buono, fatto per compiere il bene», cioè una capacità stabile della persona di agire bene, di compiere azioni che “riescono bene”. “Riuscita” non ha qui solo un significato etico, nel senso di “buono”, ma anche una sfumatura estetica, nel senso di bello, del resto già presente nel termine greco aretè , che indica splendore, bellezza, oltre che eccellenza in senso morale. La sede delle virtù è la mente (l’anima nel linguaggio di Tommaso), di cui le virtù perfezionano le attitudini (le “facoltà”) intellettive o caratteriali. Già da questo primo tratto si percepisce come la virtù non sia un “freno”, una limitazione rispetto alle capacità operative della persona, ma piuttosto un loro rafforzamento in vista dell’oggetto specifico cui ciascuna tende. In particolare le virtù “morali” (virtù del carattere) sono quelle che hanno direttamente a che fare con la gestione e il governo degli affetti (passioni nel linguaggio tommasiano, ma anche della riflessione filosofica in generale). Tommaso chiarisce fin dalla trattazione sugli atti umani in generale (qq. 1-21 della Prima Secundæ) che il governo che la ragione esercita sulla sfera del sentire «non mediante un “dominio dispotico”, qual è quello del padrone sullo schiavo, ma mediante un “dominio politico o regale ” qual è quello su uomini liberi, che non sottostanno pienamente al comando».

In tale ottica si comprende come tutta una serie di equivoci da parte di autori anche contemporanei, che nascono dal volere applicare al rapporto tra razionalità e affettività la dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello Spirito hegeliana oppure la categoria moderna di “sovranità” , sono espressamente esclusi dal testo di Tommaso che chiarisce in maniera inequivocabile che tale rapporto non può essere pensato in termini di rapporto «del padrone sullo schiavo». Il rapporto della razionalità all’affettività non ha nulla di una relazione di dominazione o di signoria (meno che mai di una forma di sottomissione o di violenza), ma piuttosto è quello di una guida sapiente, che tramite la persuasione e il consiglio cerca di orientare gli affetti stessi, affinché possano realizzarsi e esprimersi al meglio. Se quindi si vuol cercare un paradigma per inquadrare tale rapporto, esso andrebbe individuato piuttosto sul versante della relazione maestro-discepolo caratterizzata dalla libertà e dal riconoscimento, che non su quello del rapporto servo-padrone. La virtù (morale) viene definita da Tommaso come una conformità dell’agire alla regola stabilita dalla ragione. Dal punto di vista degli affetti (o delle passioni) che ha ad oggetto, la virtù consiste in un «giusto mezzo» tra un eccesso e un difetto cui tendono per loro stessa natura le passioni. Così ad

e l’epoca di Tommaso dalla nostra, la sua riflessione può ancora offrire ancora spunti e orientamenti per un itinerario formativo integrale ed esigente dal punto di vista della radicalità dell’impegno e delle mete che si prefigge, ma aperto anche a fare spazio alla diversità delle persone, delle circostanze, delle situazioni sempre diverse e mai del tutto inquadrabili a priori della vita. Un’arte, quindi, più che un codice fatto di regole e imperativi; un percorso educativo in cui si possono dare degli orientamenti e delle linee-guida, ma mai una risposta dettagliata a tutte le sfide che la vita possa presentare. Un itinerario ancora significativo in questo tempo segnato dalla sfida dell’«emergenza educativa» perché capace di tracciare un cammino integrale, grazie alla sua capacità di integrare la dimensione teologale (…), quella intellettuale e quella caratteriale dell’esistenza umana e di guardare alla crescita e alla realizzazione completa della persona in vista di una vita compiuta e felice. (…).

p. Daniele Aucone op