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L'inizio della filosofia occidentale
Tipologia: Dispense
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Filosofo (n. forse 624 o 623 a.C.- m. tra 548 e 545 a.C.). Secondo la tradizione dossografica fu il più antico filosofo greco, fondatore della Scuola di Mileto, di cui avrebbero poi fatto parte Anassimandro e Anassimene, non legati da rapporti di discepolato ma da un comune atteggiamento nella ricerca. Poche e incerte le notizie sulla sua vita; inattendibili le attribuzioni delle opere di T., che fu considerato il primo dei Sette sapienti e viene rappresentato dalla tradizione come uno scienziato, distaccato dalla vita quotidiana, e insieme come un abile politico e uomo pratico. Un aneddoto narrato da Platone nel Teeteto (➔) (174 a) ricorda come, assorto nella contemplazione degli astri, T. ‒ archetipo del sapiente dedito alla pura speculazione teorica ‒ fosse caduto in una buca, suscitando le risa della serva di origine tracia. Aristotele nella Politica (I, 11) racconta invece come T. ‒ prevedendo un abbondante raccolto di olive ‒ avesse comprato tutti i frantoi disponibili, ricavando una cospicua ricchezza. Entrambi gli aneddoti sembrano restituire una visione del sapiente elaborata più tardi dal pensiero greco, in partic. nel contesto della discussione circa il fine dell’uomo e la sua conquista della felicità. Aristotele, nella ‘storia del pensiero’ tracciata nella Metafisica (➔) (I, 3, 893 b; framm. 12 Diels-Kranz) considera T. come l’iniziatore della ricerca dell’ἀρχή, del «principio», da cui tutte le cose si sarebbero generate. Tale principio, inteso in senso del tutto empirico, sarebbe secondo T. l’acqua, da cui tutte le altre cose avrebbero tratto origine. Quindi egli è da considerare come il primo «filosofo», nel senso in cui appunto vengono considerati «filosofi», nella tradizione greca, anche i primi indagatori delle scienze naturalistiche, matematiche, astronomiche, nell’ambito delle quali, del resto, gli vengono attribuiti molti teoremi e scoperte (secondo la tradizione, anche la predizione ‒ negli anni della sua ἀκμή ‒ dell’eclisse solare del 28 maggio 585, che coincise con la battaglia tra Medi e Lidi sul fiume Halys e che permette di collocare secondo alcuni le date di nascita e di morte rispettivamente tra 624 o 623 e 548 o 545 a.C.). Nessun frammento è superstite delle opere che gli vengono attribuite, e cioè una
Ναυτικὴ ἀστρολογία, manuale di conoscenze astronomiche a uso dei navigatori, attribuito peraltro anche a Foco di Samo; un Περὶ ἀρχῶν («Sui principi»); un Περὶ τροπῆς («Sul solstizio»); un Περὶ ἰσημερὶας («Sull’equinozio»). Le indagini di T. pare si orientassero soprattutto alla speculazione naturalistica e cosmologica e al sapere astronomico-matematico, e ciò ha contribuito a farne il primo dei physiologoi, cioè di quei primi pensatori greci che incentrarono la loro ricerca sui problemi della filosofia naturale e dell'origine del cosmo. Tratto saliente della cosmologia taletiana è la definizione dell'acqua come materia primordiale, come caos primigenio padre di tutti gli esseri naturali. L'elemento umido fu concepito da T. come radice cosmica che tutto produce e nutre, e come principio divino che tutto contiene e anima.
Dal gr. ἀρχή «principio, origine», termine il cui uso risale ai primordi della tradizione filosofica. La scuola ionica designa infatti con il nome di a. la sostanza primordiale, da cui pensa derivate tutte le cose. Il termine conserva però qui il suo originario significato temporale. Ma la priorità cronologica è insieme priorità di valore, in quanto il «principio» si presenta come più reale di tutte le cose che ne derivano, e anzi come unica vera realtà, le cose particolari potendo anche apparire come sue apparenze transitorie. Il termine a. viene così ad assumere il significato più generale di «fondamento» o «ragion d’essere»: e già Platone parla, per es., di un «principio del divenire» e di un «principio del movimento» in senso essenzialmente ideale (per quanto dall’ordine ideale dipenda poi anche l’ordine temporale). Tuttavia la fortuna del termine è soprattutto legata all’opera di Aristotele. Questi, adopera il termine a., da un lato, come equivalente di αἰτία («causa»), dando anche il nome di «principi» ai momenti metafisici determinanti l’essere e il divenire delle cose, e consolidando così il significato più propriamente realistico e metafisico del termine (così si parlerà, per es., nel Medioevo di principium individuationis, per designare il fondamento metafisico dell’individualità del reale). Poiché, d’altra parte, l’ordine logico corrisponde all’ordine reale, e la dimostrazione
nella Filosofia moderna e contemporanea, la ricerca di un principio originario permane, seppur in forme più astratte e teoriche. L’arché, dunque, non è solo un concetto storico, ma un ponte verso le domande fondamentali sulla realtà e sull’essere. Studiare l’arché significa interrogarsi su come l’uomo abbia da sempre cercato di dare senso al mondo. È un concetto che aiuta a riflettere sulle origini della Filosofia, sulla natura della realtà e sul ruolo della ragione nella conoscenza. Comprendere l’arché permette anche di cogliere la continuità tra il pensiero antico e le moderne indagini scientifiche e filosofiche, mostrando come l’umanità sia costantemente alla ricerca di principi che spieghino l’esistenza e l’ordine dell’universo.
Dal gr. μόνος «solo». Dottrina tendente alla riduzione della pluralità degli esseri a un unico principio o un’unica sostanza. L’introduzione nel linguaggio filosofico del termine monista sembra sia dovuta a Wolff che così lo definiva: «si chiamano monisti (monistae) i filosofi che ammettono un solo genere di sostanza». Wolff quindi riferiva il termine alla dottrina metafisica che riconduce tutti gli esseri a un unico principio (spirituale o materiale), contrapposta a ogni forma di dualismo. Ma nell’uso il termine è entrato più tardi ed è stato applicato in modi diversi per indicare disparate prospettive filosofiche in cui si individuava la riduzione della pluralità degli esseri a un’unica sostanza, o essere, staticamente o dinamicamente intesi. Così è stato usato per indicare la filosofia hegeliana (già in Carl F. Göschel, Der Monismus des reinen Gedankens, zur Apologie der gegenwärtigen Philosophie, auf dem Grabe ihres Stifters, 1832) e poi varie forme di idealismo hegeliano (Bradley, Croce, Gentile), ma non senza sfuggire a equivoci come quando certa storiografia ha usato il termine m. per indicare disparate posizioni filosofiche antiche (per es., eleatismo) o moderne (per es., Spinoza). Il termine ha avuto larga fortuna nel positivismo e The monist si intitolò la rivista di orientamento positivista fondata (1888) da Edward C. Hegeler e Paul Carus. Haeckel ha usato il termine per indicare la propria concezione filosofico-scientifica (Der Monismus als Band
zwischen Religion und Wissenschaft, 1893; trad. it. Il monismo, quale vincolo fra religione e scienza) e quindi Deutscher Monistenbund si chiamò l’associazione fondata dallo stesso Haeckel con Ostwald.
Dal gr. ὕλη «materia» e ζωή «vita». Termine designante in generale le dottrine per le quali il principio vitale è originariamente intrinseco alla materia, che non necessita quindi di altro movente esterno per il suo divenire. Nell’età più antica il termine si può considerare coincidente con ilopsichismo e panpsichismo, in forza della parificazione animistica del concetto di vita con quello di anima: così Talete, che si può considerare il primo ilo- zoista, afferma che l’Universo è «animato». E in questo senso si può dire che siano ilozoisti gli stoici, per quanto il loro concetto del «pneuma» come anima cosmica implichi una certa distinzione tra principio attivo, informante, e principio passivo, materiale. Nell’età moderna il motivo ilozoistico riapparve più volte (per es., in Telesio, Bruno e Campanella): e fu il platonico inglese Cudworth a coniare il termine in riferimento alla filosofia di Stratone di Lampsaco e di Spinoza. Ma l’uso della parola si venne man mano restringendo alla designazione della semplice vitalità interiore della materia, mentre i due termini derivati dal concetto di ‘psiche’ sono stati applicati di preferenza alle dottrine che considerano l’Universo come complesso d’innumerevoli centri di coscienza.
Composto dei termini gr. πάν «tutto» e ϑεός «dio». Ogni dottrina che consideri divina la totalità delle cose o che identifichi la divinità con il mondo. Il termine entrò in uso agli inizi del Settecento: il deista inglese Toland parlò per la prima volta di pantheists «panteisti» nel suo Pantheisticon (1705; trad. it.). Il panteismo filosofico
unità del Tutto; tale concezione può costituirsi anche anteriormente a ogni pensiero speculativo, e proprio nelle più indifferenziate figure di esseri supremi delle religioni primitive si potrebbero ravvisare i germi di un’identificazione spontanea della divinità con il mondo sentito come unità. Tuttavia questa idea religiosa implica ancora una netta distinzione tra dio (o mondo) e uomo, cioè un rapporto «io-tu» tra l’uomo e dio. Questo rapporto resta per lo più inalterato anche in quelle approssimazioni religiose al p. che sorgono in seno alle religioni politeistiche, quando una crescente tendenza sincretistica porta all’identificazione dapprima di alcune, infine di tutte le divinità, come avviene nell’antico Egitto, dove per es. Amun, dio supremo della capitale del Nuovo Regno, Tebe, finisce per essere concepito come identico al dio sole Ra, a Osiride e via via a tutte le divinità del pantheon. Tuttavia, anche dall’antico Egitto abbiamo testimonianze di una concezione più decisamente panteistica, in cui il dio unico e identico all’Universo pervade anche il soggetto adorante: «non c’è in me un solo membro privo di dio», dice un passo del Libro dei morti. L’approssimazione massima al p. è in una particolare corrente del brahmanesimo, espressa soprattutto dalle Upaniṣad, in cui però hanno ormai gran parte i motivi speculativi; qui viene esplicitamente affermata l’identità tra Brahman (concepito come dio universale, comprendente in sé tutte le divinità e manifestantesi nel cosmo) e l’ātman, cioè l’essenza dell’Io. Sospendendo il rapporto io-tu tra uomo e dio e negando la trascendenza della divinità rispetto al mondo, il p. religioso può sfociare nell’irreligiosità, in quanto l’uomo, partecipando della natura divina, non prova più il bisogno dell’adorazione. Accenni a una tendenza panteistica non mancano neanche in altre religioni, benché si trovino, per lo più, in una sfera intermedia tra religione e filosofia: così, nella Grecia antica, gli orfici esaltavano Zeus al punto da identificarlo con il Tutto.
Filosofo greco, che fiori a Mileto verso il 570 a. C. Proprio nella scuola di Mileto ebbe luogo il passaggio dal mito alla scienza, la creazione della scienza, in quanto all'influsso di singoli esseri
spirituali dell'animismo primitivo si sostituisce l'opera di cause naturali, le leggi eterne e costanti della natura. E genialmente vi si afferma la maschia figura di Anassimandro, il diadoco e discepolo di Talete: a cominciare dall'ardita descrizione della terra abitata, in un quadro perfezionato poi da Ecateo, fino all'intuizione arditissima della nascita dell'uomo da antecedenti animali inferiori: attraverso le conoscenze astronomiche, onde non gli furono ignoti lo gnomone, i tropici e gli equinozî, i pianeti e le stelle fisse, l'inclinazione dello zodiaco, le eclissi solari e lunari, il sorgere e tramontare di alcune costellazioni. Come costanti e immutabili sono le leggi della natura, così deve pure essere costante e immutabile la sostanza della natura stessa. Attenendosi a quello che appare ai nostri sensi, i quali vedono immutabilmente gli eterni contrari caldo-freddo, umido-asciutto, A. pensa che appunto siffatti contrarî sono la sostanza immutabile delle cose di tutto il mondo. Egli adopera, primo, il termine principio (ἀσχή); il principio delle cose, dice, è l'ἄπειρον, l'"infinito", che è eterno e imperituro, come gli eterni contrarî che lo costituiscono. "Da quello onde viene la nascita delle cose, egli prosegue, in quello va anche la loro morte secondo la necessità. Esse pagano a vicenda il fio e la pena della loro ingiustizia secondo l'ordine del tempo" (fr. 9 Diels). Ossia: necessariamente nascono e muoiono i singoli fenomeni del mondo; con la medesima necessità il mondo intero nasce da un principio e muore nello stesso principio; gli esseri tutti sono affaticati da un fato ineluttabile, e la loro morte necessaria dimostra che la loro esistenza è una colpa. Eterno, quindi, è anche il loro movimento, che ora, con le nascite, produce la separazione degli eterni contrarî, ora, con le morti, la loro unione, in infiniti mondi, che si succedono l'uno all'altro nel tempo infinito. Nel contrario umido, poi, si formano i primi animali, i pesci o animali simili a pesci; e da questi i primi uomini, giunti a pubertà, escono fuori: la prima concezione, in certo modo, evoluzionistica della nostra specie. Filosofo e scienziato (610 - 547/546 a.C.). È il rappresentante della scuola ionica immediatamente successivo a Talete. Ebbe notevole fama, come legislatore, consigliere politico e scienziato. A lui vengono attribuite l’invenzione dello gnomone od orologio solare, grazie al quale avrebbe scoperto l’inclinazione dello zodiaco, e il
diversi elementi corporei, ognuno con particolari qualità, ma è la primitiva sostanza materiale in cui gli elementi non sono ancora differenziati. Nella successiva riflessione filosofica l’illimitato è stato inteso sia in senso positivo (come infinito inesauribile che trascende ogni limite, e quindi perfezione assoluta ), sia in senso negativo (materia prima priva di determinazioni, e quindi informe).
Filosofo (585 o 584 - tra 528 e 524 a.C.). Fu forse condiscepolo di Anassimandro e suo ideale successore nella scuola di Mileto. In stile semplice e piano, nel nativo dialetto ionico, diffuse le conoscenze astronomiche della scuola ionica, dallo gnomone alle eclissi. Nell’ambito della ricerca dell᾿ἀρχή, ossia di quel «principio» delle cose che tutti i filosofi ionici indagano, A. lo individua – come Talete e a differenza di Anassimandro – in una delle cose particolari, ossia nell’aria. Si tratta tuttavia dell’elemento che meno sembra fornito di limite e di forma, e ciò dimostra che in qualche modo egli avrebbe tenuto presente la dottrina di Anassimandro. Dall’aria, secondo A., derivano tutte le cose e nell’aria tutte le cose si dissolvono: ciò avviene attraverso un duplice e antitetico processo di condensazione (che conduce alla generazione di venti, nuvole, acqua, terra, ecc.) e di rarefazione (che dà origine al fuoco). L’aria è sempre in movimento, e il caldo e il freddo non sono qualità a sé stanti, bensì effetti secondari del movimento: la concezione di A. costituisce quindi un passo importante verso una concezione interamente meccanicistica dell’Universo. L’aria è anche quel respiro che indica la vita del corpo organico e che secondo i primitivi è l’anima; così egli può considerare l’aria come principio promotore e conservatore della vita cosmica. Filosofo greco, fiorito, a quanto sembra, verso il 546/5 a. C., e morto nell'olimpiade LXIII (528/5). Giovane amico di Anassimandro, contribuì pure fortemente alla creazione della scienza nella scuola di Mileto. In stile semplice e piano, nel nativo dialetto ionico, egli diffonde le conoscenze astronomiche della scuola dallo gnomone alle eclissi pur in mezzo alla strana concezione che gli astri non passino sotto la terra, ma si muovano intorno ad essa, allo stesso
modo che il cappello si muove intorno alla testa. Educato alla scuola di Anassimandro, riconosce anche Anassimene il movimento eterno in cui si trovano travolte le cose tutte nei loro incessanti mutamenti, specie nei fenomeni fisici e meteorologici. D'altra parte, nell'intuizione di Anassimandro, erano appunto i fenomeni fisici e meteorologici fatti derivare tutti, quasi, come da causa prima, dal vento che spira dal flusso dell'aria: omnia ad spiritum retulit, dice Censorino. Non era, perciò, naturale indurne, ch'era precisamente l'aria, nel mutamento delle cose tutte, quello che vi rimane costante, e ne costituisce, quindi, la sostanza immutabile, la loro essenza? "Come l'anima nostra, egli dice, è aria e ci tiene insieme per questo, così l'aria e il soffio contengono insieme il mondo intero" (framm. 2 Diels). Tanto più che la facilità, propria all'aria, di trasformarsi era ben adatta a spiegare la mutevolezza delle cose. I contrarî, voluti da Anassimandro come essenza delle cose, il caldo e il freddo, l'umido e l'asciutto, Anassimene non li nega, ma ammette che essi siano trasformazioni (πάϑη) dell'unica sostanza aria. L'aria compressa e condensata è il freddo: l'aria rarefatta e flaccida, egli dice, è il caldo. Nasce così la dottrina della rarefazione e della condensazione, la quale da Teofrasto viene attribuita in proprio ad Anassimene, e la quale ha avuto, poi, una parte così notevole nella fisica posteriore. L'aria, inoltre, è infinita, come l'απειρον di Anassimandro. E dall'aria infinita nascono "le cose presenti e passate e future e le cose divine e gli dei" nei mondi che si succedono infinitamente "secondo determinati periodi di tempo".
Matematico e filosofo ionico (vissuto 6°-5° sec. a.C.). Filosofo, matematico, fondatore di una setta religiosa in cui vengono praticati riti orfici, Pitagora è una delle figure più enigmatiche del mondo greco. Vissuto nel VI sec a.C., nasce a Samo e viaggia a lungo in Oriente, fino a insediarsi a Crotone, nella Magna Grecia, dove si svilupperà una scuola che manterrà un’influenza filosofica nei secoli successivi.
principio del 5° sec.); la seconda, più violenta, e assai posteriore (forse di quasi un secolo) alla prima, determinò la fine del pitagorismo crotoniate (un’altra tradizione unifica invece i due eventi, riportando anche il secondo all’età del primo). L’insegnamento Quasi certamente P. non scrisse nulla e devono considerarsi spuri i Tre libri e i Versi aurei attribuitigli; secondo Giamblico (Vita di Pitagora, 199) fu infatti Filolao il primo tra i pitagorici a rendere pubblici i suoi scritti. La tradizione più antica relativa a P. è costituita da pochi frammenti di Alcmeone, di Filolao e di Archita; tra le altre testimonianze, vanno ricordate quelle di Platone e di Aristotele, ma se il primo nomina P. una sola volta (Repubblica, 600 b, dove P. è indicato come il fondatore di un modello di vita, detto appunto pitagorico) e sembra implicitamente alludervi in un passaggio del Filebo (16 c), il secondo, parlando dei «cosiddetti Pitagorici» (οἱ καλούμενοι Πυϑαγόρειοι), mostra con questa formula quanto egli ritenga incerta e generica tale designazione. Limitandosi a quegli aspetti del più antico insegnamento pitagorico, che nella loro generalità si possono considerare sottratti alle controversie che investono gli sviluppi più tardi, è anzitutto evidente che il dettato pitagorico è anzitutto etico-religioso. I membri della comunità sono soggetti a norme rigorose: devono osservare il sacro silenzio e riconoscere l’autorità dogmatica della tradizione risalente a P. (l’ipse dixit, αὐτὸς ἔφα, è anzitutto una formula pitagorica), inoltre devono obbedire a regole pratiche. Il pitagorismo, infatti, è decisamente segnato dalla concezione dell’aldilà e dalla dottrina (propriamente pitagorica, più ancora che orfica) della metempsicosi, secondo cui le anime vivono varie esistenze corporee, trasferendosi in organismi umani o animali a seconda del maggiore o minore affrancamento dalle passioni corporee manifestato nell’esistenza precedente. Con tale idea è connesso il divieto di cibarsi di alcuni alimenti, in partic. di carne, per quanto a questo proposito la tradizione offra notizie molto divergenti. Ma non c’è dubbio che, oltre ai motivi etico- religiosi, siano impliciti già nel più antico pitagorismo interessi scientifici, in primo luogo per le ricerche matematiche e musicali.
Diverse testimonianze, tra cui quella di Proclo, attestano come P. sia stato lo ‘scopritore’ del teorema che porta il suo nome e che in realtà era già noto agli antichi babilonesi; se è possibile che egli avesse elaborato una forma di filosofia nella quale i concetti di numero, armonia, uno e limite rappresentavano i fondamenti di una visione unitaria della realtà, non dimostrata appare invece la fondazione teorica della matematica come scienza autonoma e tanto meno la dimostrazione di teoremi particolari. Matematico e filosofo del sec. 6º a. C. Figlio di Mnesarco, nato a Samo nella prima metà del VI sec. a. C. Apollodoro colloca la sua acmè nel 532-531 a. C. Fu scolaro di Ferecide e di Anassimandro. Un dato di rilievo è il suo trasferimento dalla Grecia in Italia meridionale (forse intorno al 529 a.C.) dove fondò, a Crotone, una celebre scuola filosofica - che è considerata fonte e origine della cosiddetta «filosofia italica» - nelle forme di una comunità religiosa con intenti di rigenerazione morale e politica. La dottrina che caratterizza, più comunemente, la filosofia pitagorica è quella che considera il numero come essenza di tutte le cose, in quanto ogni aspetto del reale veniva ricondotto a una reciproca relazione o armonia di quantità numerabili (modello per eccellenza era ritenuta la concordanza dei suoni, la synphonia, realizzata nella musica attraverso intervalli matematici). Tutti i numeri, per i Pitagorici, erano suddivisi in due classi, dei pari e dei dispari (una terza era quella del parimpari, individuata nell'uno-monade). La tradizione che lo riguarda è così collegata con quella concernente il pitagorismo posteriore che è assai difficile isolare, in essa, i dati che si possono considerare come costituenti autentici della fisionomia del pensatore ionico. Circa la personalità di P. è tuttavia possibile ricavare alcune indicazioni sicure da qualche menzione di scrittore antico, o suo contemporaneo o di poco posteriore (Senofane, Eraclito, Erodoto): cosa che esclude il sospetto che la sua figura possa dissolversi in quella di un eroe eponimo della comunità pitagorica e rende possibile considerare la tradizione concernente la sua vita come presupponente un effettivo nucleo storico. Secondo la tradizione, P., figlio di Mnesarco, nacque a Samo nella prima metà del sec. 6º a. C. Scolaro di Ferecide e di Anassimandro, si recò in Egitto per apprendervi la sapienza di quei
per accentuarne le affinità con l'insegnamento cristiano (corpo come carcere, l'anima immortale rinchiusa in esso nell'attesa della liberazione verso una beatitudine di vita incorporea, in un mondo più alto), ora per drammatizzarne le differenze (negazione dell'individualità dell'anima umana, sua uguaglianza con quella degli animali bruti, vegetali e miniere, ecc.). La dottrina cosmologica considerava al centro del cosmo il fuoco e attorno a esso, in orbite concentriche, i vari pianeti fino alla sfera estrema, racchiudente il tutto, formata anch'essa di materia ignea. Tra la Terra e il fuoco centrale era collocata l'antiterra (ἀντίχϑων), che girava solidalmente alla Terra intorno al fuoco in 24 ore. In tal modo l'antiterra impediva che i raggi del fuoco raggiungessero direttamente la Terra e risultava invisibile dall'emisfero abitato, perché questo, nella sua rotazione, era sempre rivolto verso l'esterno della sfera. I raggi del fuoco centrale pervenivano all'emisfero abitato solo perché riflessi dal sole (che ruotava in un'orbita più ampia). Quando la terra si trovava dalla parte del sole si aveva il giorno, in caso contrario la notte. Ipse dixit locuz. lat. (propr. «l’ha detto egli stesso»). – Formula latina con cui ci si richiama all’autorità indiscussa di qualcuno: usata dapprima dai pitagorici (gr. ἀυτός ἔϕα) nei confronti di Pitagora, ripresa poi nel medioevo con riferimento ad Aristotele, negli ambienti ove egli era considerato come suprema autorità nella filosofia e nella scienza, oggi, in relazione al ripudio del principio di autorità, è assunta polemicamente come simbolo del dogmatismo di chi fonda i proprî argomenti sull’autorità altrui, o di chi vuole imporre come indiscutibili e assolute proprie opinioni e affermazioni teoriche.
Dal gr. μετεμψύχωσις, comp. da μετά (prep. che indica il trasferimento), ἐν («dentro») e ψυχή («anima»). Credenza propria di alcune dottrine religiose secondo cui, dopo la morte, l’anima trasmigra da un corpo all’altro, fin quando non si sia completamente affrancata dalla materia. Originaria dell’antica India e attestata già nelle Upaniṣad (in cui è connessa alla teoria del karma), questa dottrina fu accettata in parte e perfezionata dal buddismo (➔). In Occidente la dottrina della m. si ritrova nella religione mistica degli orfici (da cui è poi passata nella filosofia greca), per la quale la m. non termina, come nel buddismo, con l’annientamento dell’individualità umana, ma con il trionfo completo dello spirito – concepito come eterno – sulla materia, nella quale era stato imprigionato (σῶμα=σῆμα) e da cui riesce finalmente a liberarsi. Il termine m. è tardo e compare per la prima volta negli scrittori della prima età cristiana (per es., in Alessandro di Afrodisiade, De anima, 27, 18; Porfirio, De abstinentia, IV, 16; Proclo, In Platonis Rempublicam, ed. Kroll, II, 340); talvolta la credenza è indicata con il termine – ritenuto più corretto da Olimpiodoro (Commento al Fedone, 81, 2) – «metensomatosi», che si legge in Plotino (Enneadi, I, 1, 12; II, 9, 6; IV, 3, 9). La dottrina è comunque professata in ambito pitagorico, attestata in Empedocle, Platone, Plotino, in diversi neoplatonici e, in ambiente cristiano, sostenuta da gnostici, manichei e, nel Medioevo, dai catari; essa assume nei vari contesti sfumature diverse. Necessaria alla purificazione dell’anima e interpretata come punizione per una vita non vissuta come si addice all’uomo, la m. si inserisce nell’orfismo nel ciclo cosmico della generazione e del rinnovamento e in quello escatologico-soteriologico nella tradizione che va da Pitagora a Platone, passando per Empedocle (fr. 115, 117, 119). Nel Fedone (➔) (70 c) la dottrina della m. è attribuita a un’antica tradizione, mentre nel Fedro (➔) (248 c-d) la legge di Adrasteia, il Destino, vincola l’uomo al ciclo delle rinascite in corpi diversi, a seconda del grado di reminiscenza delle cose divine contemplate nel mondo delle idee; nella Repubblica (➔) (617 b) Platone sostiene la responsabilità dell’anima nella scelta del corpo in cui si incarnerà. Quanto al sostrato corporeo che accoglierà l’anima nel ciclo delle reincarnazioni, si possono rintracciare posizioni differenti. Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, VIII, 4-5) ricorda come la tradizione