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Filottete tragedia greca, Guide, Progetti e Ricerche di Greco

Elaborato di Matilde De Rossi sulla tragedia

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2019/2020

Caricato il 18/05/2020

Matildederossi4ac
Matildederossi4ac 🇮🇹

4 documenti

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FILOTTETE, Sofocle
Il dramma sofocleo inizia con la presenza dell’astuto Odisseo e del giovane
Neottolemo, figlio di Achille, incaricati di persuadere l’eroe ripudiato Filottete a
tornare a combattere; infatti Filottete, figlio di Peante, è il detentore della armi
magiche di Eracle, senza le quali Troia non sarebbero mai riusciti a conquistarla. I
due sbarcano sulla terra di Lemno, una terra “non calpestata da piede umano” e agli
occhi dei due Achei è palese fin da subito la solitudine in cui è costretto a vivere il
povero Maliaco(l’isola è disabitata, senza traccia di orma umana). Infatti lo
sventurato venne abbandonato dopo essere stato morso da un serpente sacro che, pur
non uccidendolo, gli creò una ferita putrescente ad un arto. Le grida di dolore erano
talmente forti e l’odore della piaga talmente insopportabile, che i capi Achei decisero
di abbandonare l’eroe nella disabitata isola di Lemno, lasciandogli come solo
compagno l’arco donatogli dal dio Eracle. Sicuramente i tratti mostruosi e selvaggi
attribuiti a Filottete possono essere ricondotti ad un’altra figura della letteratura
greca: Polifemo. L’uomo e il mostro vengono rappresentati come simili (l’uomo
assimila in sé tratti mostruosi come la perdita del logos, e il mostro assimila in sé
tratti umani) e come profondamente diversi allo stesso tempo (l’uomo non è un
mostro e il mostro non è un uomo). Polifemo non è umano, ,ma il suo comportamento
animalesco può essere quasi giustificato viste le sue caratteristiche. La violenza di
Polifemo è sì atroce e mostruosa, ma pur sempre un tentativo di rispondere al
comportamento di Odisseo; Filottete vive come un animale, quindi ha perso la sua
umanità, tuttavia non è un animale, ma un uomo vittima di una malattia che l’ha
costretto a diventare ciò che è (forse perde la sua umanità proprio nel momento in cui
viene abbandonato, quindi anche qui si arriva forse a giustificare i suoi
comportamenti); tenta di rimanere costantemente attaccato alla sua umanità anche ne
semplice gesto di lasciare appesi i panni sporchi, come per cercare di ricordare a sé
stesso quella piccola parte umana che saldamente tiene ancorata a sé. In conformità
con la sua violenza animale però, come è stato spesso osservato, Polifemo non agisce
secondo le regole rispettate dagli esseri umani; la bestialità di Polifemo è enfatizzata
nel nono libro dell’Odissea anche dal fatto che egli non pratica l’agricoltura. Ma il
mostro in qualche modo assimila in sé l’uomo, è legato al suo montone, conosce
come gli umani una sorte di tecnologia (forse più rudimentale), non è solo mostro. In
Filottete il tratto mostruoso non è intrinseco nella persona, è un fatto derivante dalla
sua condizione che ha giocato a suo sfavore, è in tutto e per tutto un eroe(Polifemo è
un ciclope e la sua mostruosità è innata). Entrambi vivono isolati, sia il ciclope che
l’eroe, non fanno parte di una comunità ma sono in completa solitudine. Filottete
dorme su un giaciglio di foglie, si comporta come un’animale sempre pronto ad
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FILOTTETE, Sofocle

Il dramma sofocleo inizia con la presenza dell’astuto Odisseo e del giovane Neottolemo, figlio di Achille, incaricati di persuadere l’eroe ripudiato Filottete a tornare a combattere; infatti Filottete, figlio di Peante, è il detentore della armi magiche di Eracle, senza le quali Troia non sarebbero mai riusciti a conquistarla. I due sbarcano sulla terra di Lemno, una terra “non calpestata da piede umano” e agli occhi dei due Achei è palese fin da subito la solitudine in cui è costretto a vivere il povero Maliaco(l’isola è disabitata, senza traccia di orma umana). Infatti lo sventurato venne abbandonato dopo essere stato morso da un serpente sacro che, pur non uccidendolo, gli creò una ferita putrescente ad un arto. Le grida di dolore erano talmente forti e l’odore della piaga talmente insopportabile, che i capi Achei decisero di abbandonare l’eroe nella disabitata isola di Lemno, lasciandogli come solo compagno l’arco donatogli dal dio Eracle. Sicuramente i tratti mostruosi e selvaggi attribuiti a Filottete possono essere ricondotti ad un’altra figura della letteratura greca: Polifemo. L’uomo e il mostro vengono rappresentati come simili (l’uomo assimila in sé tratti mostruosi come la perdita del logos, e il mostro assimila in sé tratti umani) e come profondamente diversi allo stesso tempo (l’uomo non è un mostro e il mostro non è un uomo). Polifemo non è umano, ,ma il suo comportamento animalesco può essere quasi giustificato viste le sue caratteristiche. La violenza di Polifemo è sì atroce e mostruosa, ma pur sempre un tentativo di rispondere al comportamento di Odisseo; Filottete vive come un animale, quindi ha perso la sua umanità, tuttavia non è un animale, ma un uomo vittima di una malattia che l’ha costretto a diventare ciò che è (forse perde la sua umanità proprio nel momento in cui viene abbandonato, quindi anche qui si arriva forse a giustificare i suoi comportamenti); tenta di rimanere costantemente attaccato alla sua umanità anche ne semplice gesto di lasciare appesi i panni sporchi, come per cercare di ricordare a sé stesso quella piccola parte umana che saldamente tiene ancorata a sé. In conformità con la sua violenza animale però, come è stato spesso osservato, Polifemo non agisce secondo le regole rispettate dagli esseri umani; la bestialità di Polifemo è enfatizzata nel nono libro dell’Odissea anche dal fatto che egli non pratica l’agricoltura. Ma il mostro in qualche modo assimila in sé l’uomo, è legato al suo montone, conosce come gli umani una sorte di tecnologia (forse più rudimentale), non è solo mostro. In Filottete il tratto mostruoso non è intrinseco nella persona, è un fatto derivante dalla sua condizione che ha giocato a suo sfavore, è in tutto e per tutto un eroe(Polifemo è un ciclope e la sua mostruosità è innata). Entrambi vivono isolati, sia il ciclope che l’eroe, non fanno parte di una comunità ma sono in completa solitudine. Filottete dorme su un giaciglio di foglie, si comporta come un’animale sempre pronto ad

attaccare e uccidere. Il suo antro ha due bocche da cui può entrare la luce, questo suo giaciglio e pochi rozzi utensili. Quello del ciclope è un antro ricco di cibo e bevande, è molto grande e non viene descritta delineandone caratteristiche spaventose, anzi sembra quasi la dimora accogliente di un pastore. La grotta di Polifemo è il luogo dove il ciclope detiene quel poco di umano che ha, i suoi averi e le sue piccole ricchezze; preserva quasi un ordine. La grotta di Filottete invece è povera, presenta due ingressi, davanti ai quali d’inverno si può stare seduti scaldati dal sole, mentre d’estate permettono il passaggio di una fresca brezza che favorisce il sonno; vi è inoltre, subito in basso, una fonte di limpida acqua sorgiva, ha poche cose, rispecchia fortemente quello che purtroppo è diventato l’eroe a causa della sua malattia, al suo interno il suo letto è povero fatto di foglie, i suoi utensili sporchi e melodoranti sono creati da un artigiano non esperto e quindi molto semplici. Una figura che rispetto alla tradizione viene quasi completamente stravolta è quella di Odisseo, che da navigatore dalla mente colorata passa ad essere crudele e meschino contro un altro eroe.Infatti qui usa l’astuzia, una delle caratteristiche che lo contraddistinguono insieme alla sua intelligenza, per diventare un tessitore di inganni; eppure, emerge già nei primi versi una sorta di dubbio circa la legittimità di un tale abbandono, e proprio per bocca dell’eroe originario di Itaca che lascia trapelare una sorta di amarezza per l’azione compiuta, sebbene per ordine di autorità a lui superiori .Allo stesso modo, la tendenza di Ulisse a spostare l’attenzione sull’arco invece che su Filottete, enfatizza l’oggetto da sottrarre invece che la vittima del furto, come se non desse peso assolutamente alla persona che si trova di fronte a lui. Crudelmente le descrizioni date da Odisseo sono di un eroe selvaggio che appare come colui che urla, disturba e manda cattivo odore, mentre quello che sente Neottolemo è il discorso di un uomo distrutto dalla sua condizione di irragionevolezza. L’obbiettivo del’eroe acheo dell’Odissea, espresso negativamente attraverso l’inganno,altro non è che acquisire ciò che serve per adempiere alla profezia e per far ciò, egli sarà disposto a mentire, a rubare e abbandonare ancora il suo lato vulnerabile; Odisseo, quindi, si sente legittimato a rubargli l’arco e ad abbandonarlo. La durezza e disumanità dell’acheo sono scioccanti per chi ha letto l’Odissea, sembra un altro uomo, un altro eroe per la crudeltà espressa nei confronti di chi è bisognoso di aiuto e non può difendersi. La consapevolezza che senza l’arco e le frecce, Filottete è destinato a morire non fermano Odisseo dai suoi intenti, riversando sul primo la responsabilità del suo stesso atroce destino. Il linguaggio e l’azione nei confronti del povero ex eroe emarginato divengono aperta prepotenza. Diventa veramente assurdo come Odisseo di fronte all’evidente stato di vulnerabilità di Filottete non si senta minimamente toccato, è davvero distante e distaccato nei suoi

è accompagnata dall’insopportabile e lancinante dolore alla ferita. La situazione a Lemno è immobile nella solitudine, così come è immobile Filottete nella sua infermità, e la solitudine a lui imposta lo costringe a non poter intrattenere i consueti rapporti umani alla base della vita politica greca. L’eroe compare subito nel suo aspetto più selvaggio e incivile, nulla viene detto della sua precedente condizione di guerriero e sulle sue doti eroiche, anzi le tracce della piaga compaiono sulla scena prima ancora dell’ingresso dell’eroe. Il fetore della sua piaga e le tracce della sua impurità sono i primi elementi che vengono messi in evidenza dalle parole di Odisseo(non a caso): il suo è un corpo malato, macchiato dall’impurità, piegato dalla sofferenza. L’isolamento fisico di Filottete a Lemno è necessario a causa della sua condizione fisica e corrisponde simbolicamente al suo allontanamento dalla sfera sociale causato dal veleno che infetta il suo corpo e lo rende “impuro”. Gli effetti della piaga al piede si esprimono mediante il linguaggio del disordine: la puzza, la putredine, l’incapacità di camminare eretto e le grida selvagge. Le fattezze selvagge di Filottete e la mostruosità del suo aspetto sono la conseguenza della brutalità della malattia che sconvolge la sua esistenza e lo costringe all’impotenza e all’infermità. Le due figure di Odisseo e Filottete all’interno del dramma sono estremamente opposte,questa contrapposizione segna quasi un conflitto tra i due. Da una parte Odisseo che disprezza apertamente l’ex eroe acheo e ne delinea i tratti spregevoli senza indugiare; dall’altra Filottete, consapevole della propria condizione, consapevole di essere quasi impotente e di non poter sfuggire a ciò che è diventato. Questa contrapposizione è creata per suscitare la commiserazione del lettore verso Filottete, e inasprire gli animi verso colui che si approfitta della condizione malata dell’eroe per ingannarlo e ottenere solamente ciò che risulta necessario per l’utile dell’esercito, tralasciando la dimensione umana e la naturale compassione che dovrebbe sorgere. Odisseo diventa l’incarnazione dei disvalori della degenerazione della polis. Sicuramente si sottolinea più volte l’esclusione del diverso, in questo caso Filottete, e quanto dura sia l’esclusione di questo individuo dal resto della società; d’altro canto il protagonista è chiuso e recluso in una dimensione di solitudine più totale, è stato abbandonato a causa di quello che potremmo definire un deficit e per questo motivo la sua bestialità emerge ancora di più. Si potrebbe dire che viene abbandonato a sé stesso dalla società che non è in grado di prendersi cura di lui. Anche se sembrerebbe tutto risolversi con l’intervento divino di Eracle, in realtà alla fine della tragedia Filottete vede Lemno come il luogo sicuro e protetto in cui rifugiarsi dalla dimensione degenerata della città o dell’esercito, ora spinto solo dall’interesse verso l’utile. L’intervento di Eracle sembrerebbe appunto risolvere lo snodo della vicenda; infatti tramite l’intervento ex-machina il dio sembra

accontentare tutti: promette a Filottete che la sua sofferenza è stata meritoria di una pronta guarigione e lo convince così a imbarcarsi con gli achei. Ma l’ex eroe volge una riflessione a quell’isola che fino a quel momento lo aveva ospitato, e con un po’ di nostalgia la saluta. Per quanto riguarda il tema della polis invece i due eroi che dovrebbero e sembrerebbero rappresentare al meglio i valori e incarnarne addirittura i principi sono Neottolemo e Odisseo. Se leggiamo attentamente tutta quanta l’opera però in realtà negli atteggiamenti di Odisseo vediamo che questo personaggio incarna invece i disvalori della degenerazione della polis. Un altro passaggio che credo sia chiave per questo tema è quello del reinserimento di un individuo, in questo caso Filottete, nella dimensione pubblica della polis. Infatti il protagonista in tutta l’opera è narrato come un esempio di bestiale brutalità molto lontana dalla polis, anche fisicamente (infatti è isolato in un’isola in solitudine), ma alla fine sappiamo che verrà riportato in quella civiltà di cui ormai aveva perso ogni sembianza. Matilde De Rossi, 4AC.