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FERRUCCIO GAMBINO -- materiale word
Tipologia: Dispense
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Ferruccio Gambino (Bologna, 29.11.2011)
Possiamo davvero guardare al lavoro sul globo terracqueo da un satellite lanciato nello spazio? Forse si può, ma a condizione di rinunciare all’atteggiamento del poeta Lucrezio che scriveva attorno al 60 a.C.: “…nulla è più consolante che occupare sicuri i forti templi sereni elevati dalla dottrina dei saggi, donde tu possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli errare smarriti e alla ventura cercare la via della vita” 1.
Invece di arroccarsi in un aristocratico distacco nei confronti delle fatiche dei mortali, si può compiere un tentativo di rintracciare il senso e il nonsenso del lavoro contemporaneo nella sua globalità. Non è un’impresa facile per due ragioni: in primo luogo, soltanto con un arduo esercizio mentale riusciamo a osservare le tendenze meno evidenti di lunga lena; in secondo luogo, ci sarebbe necessario rimanere alle altezze satellitari in un arco temporale di anni per cogliere i grandi processi sociali. Per esplorare tali processi nel loro tran tran giornaliero occorrerebbe essere dotati di specialissimi radar sociali, proiettando sull’arco dei decenni i micromovimenti che per minime modificazioni quotidiane determinano epocali mutamenti nel corso dei tempi lunghi. Qui possiamo combinare modestamente una sorta di rudimentale cannocchiale e di ancor più rudimentale microscopio per l’osservazione sociale, cercando di evitare gli errori più grossolani.
Cominciamo affrontando la questione a distanza. Il globo terracqueo appare percorso incessantemente da umani che nella loro stragrande maggioranza si danno da fare per procacciarsi da vivere, non soltanto per terra ma anche per mare. Un’illustre ecologist/a qual è Susan George parla a nome di molti quando guarda al mondo del tempo presente come a un insieme di società governate da tre strutture, da tre cerchi concentrici, più un quarto cerchio che politicamente e socialmente conta poco. Il cerchio maggiore e più compatto sarebbe quello della finanza globalizzata; nel cerchio intermedio si situerebbe quello dell’economia reale, dove “la
(^1) Lucrezio, De Rerum Natura, a c. di Armando Fellin, Utet, Torino, 2005, p. 133, (II, 7-10)
gente investe, produce, distribuisce e consuma”. Il terzo cerchio andrebbe alla società, “che include il governo, il quale deve obbedire alle regole della finanza e dell’economia… I sistemi di protezione sociale e perfino la salute e l’educazione [istruzione] sono sotto attacco ovunque… E oggi ci si aspetta che la gente paghi di nuovo dopo aver già pagato il salvataggio delle banche”. Basta rammentare che dal 2007 a oggi per il salvataggio delle banche i governi occidentali hanno messo a disposizione una montagna di capitali pubblici, in parte reali e in parte fittizi. Il quarto cerchio, quello che, come dicevo, conta ben poco, sarebbe quello ambientale, considerato dai governi come un minuscolo ornamento che gli altri tre cerchi stringono. 2 Visto da lontano, il globo terracqueo rivela qua e là chiazze di arrossamento, in particolare in alcune regioni industrialmente inquinate dell’Asia , delle Americhe e dell’Europa. Procedendo a questa andatura di inquinamento il nostro pianeta può diventare davvero una palla infuocata. L’immagine di quei quattro cerchi concentrici è criticabile, come vedremo, ma ci aiuta a dimensionare il problema della sopravvivenza delle future generazioni. Intanto, va premesso che questo globo è il solo a poter ospitarci. La Terra ruota da quattro miliardi e mezzo di anni e non saranno gli umani a dissolverla nel nulla. Il guaio è che gli umani sono in grado di dissolvere se stessi, di farsi del male a tal punto da scomparire, trascinando nel vortice il resto delle specie viventi. Se giungeremo a tanto, quelli della nostra specie che spegneranno le luci –ammesso che di luci ne restino - dovranno concludere che siamo stati una progenie assai strana, nemica di noi stessi e dell’ ambiente - e distruttiva attraverso il lavoro industriale insensato. Soltanto a condizione necessaria ma non sufficiente che siamo capaci di voltarci indietro per valutare il senso e il nonsenso delle nostre fatiche quotidiane possiamo preservare la sfera del vivente sulla crosta terrestre.
Per contro, a distanza ravvicinata cominciamo dunque osservando alcuni macrodati sociali. Richiamo qui poche nozioni necessarie per chiarire le categorie di cui tratto. Per industria non intendo un settore di attività da contrapporre all’agricoltura o al terziario, ma un modo di produrre su grande scala a mezzo della combinazione di lavoro umano vivo e di macchine per la trasformazione della materia. Si può dunque stabilire che si è affermata un’agricoltura industriale – le fabbriche verdi - così come si è affermato un terziario industriale
che si trovavano in una situazione lavorativa vulnerabile furono assunti in parte dall’industria, in parte dalle migrazioni verso le Americhe e verso l’Australia. Ad esempio, dal 1820 al 1915 la Gran Bretagna si alleggerì di metà dell’incremento demografico di ogni anno con l’esodo massiccio di migranti che andavano oltreoceano. In totale, in quei 95 anni migrarono dall’Europa verso altri continenti circa 50 milioni di individui;. Un esodo di tali proporzioni non avvenne dall’Africa o dall’Asia, dalle quali nel medesimo periodo si usciva soltanto in catene o con contratti di servitù temporanea, per un totale di meno di dieci milioni d’individui. Stando alla situazione corrente, occorre richiamare l’attenzione sulla classificazione di “occupati vulnerabili”. Negli anni 1970 la Banca mondiale (Bm) diffuse il termine di “settore informale”. La Bm dava allora per scontato che questa forza-lavoro si sarebbe messa al passo della crescita economica e che sarebbe entrata nell’industria. Secondo la Bm, ai migranti che arrivavano dalle campagne occorreva semplicemente temprarsi ai ritmi del lavoro industriale, come era successo – più o meno – nel passato in Europa e nelle Americhe. Nel frattempo, non c’era da preoccuparsi dei redditi infimi che questa popolazione ai margini racimolava, poiché, secondo la Bm e altre istituzioni internazionali, le reti comunitarie tradizionali erano in grado di alleviare la loro miseria. Tuttavia il cosiddetto settore informale è venuto crescendo negli ultimi 40 anni, anche a causa sia delle misure di austerità fiscale sia dei cosiddetti “Aggiustamenti strutturali” imposti dalla Bm e dal Fondo monetario internazionale. Nel decennio scorso è diventato chiaro anche ai più caparbi propugnatori dell’industrialismo a tutti i costi che nella loro stragrande maggioranza le lavoratrici e i lavoratori informali non sarebbero entrate/i nel novero degli occupati regolari. La cartina di tornasole di questa mancata inclusione è costituita dalla crisi che ha colpito l’Asia sud-orientale nel 1977, con i suoi 50 milioni di individui gettati di colpo nella povertà.^4 Quali sono i lavori che gli occupati vulnerabili svolgono? Non quelli immaginati dai rapporti della Bm, secondo la quale il lavoratore informale è un imprenditore, in contrapposizione al lavoratore del settore cosiddetto formale che sarebbe il vero problema in quanto “troppo rigidamente” coalizzato (leggi: sindacalizzato). In realtà, gli occupati vulnerabili nei centri urbani lavorano per la fabbrica globale, ma lavorano in una specie di cottimo polverizzato, secondo il principio primitivo della manifattura moderna: tot pezzi (tanti), tot soldi (pochi). Nelle campagne, i vulnerabili in parte lavorano per l’autosussistenza, ma sempre più spesso per coltivazioni che poi affluiscono al commercio di lunga distanza. Ad esempio, alla fabbricazione di un prodotto apparentemente semplice come una camicia possono concorrere tre continenti: il cotone dell’agricoltura industriale in Asia, la
(^4) Cfr. John Bellamy Foster, Robert W. McChesney, and R. Jamil Jonna, “The Global Reserve Army of Labor and the New Imperialism”, Monthly Labor Review, vol. 63, No. 6 (Nov. 2011), pp. 1-31.
progettazione dell’indumento e i coloranti in Europa, i bottoni in America latina, il taglio e il cucito nei distretti dagli stressanti ritmi di lavoro ai quattro angoli della Terra, il trasporto verso i fruitori finali in navi di bandiera di comodo, la commercializzazione lungo le catene di distribuzione internazionale, la pubblicità nei grandi studi metropolitani. Per dare un’idea del carattere cruciale della pubblicità nelle metropoli e della sua distanza abissale rispetto al lavoratore/lavoratrice vulnerabile, cito il caso della Apple che per anni aveva rifiutato di comprare spazi sul quotidiano Wall Street Journal perché la Apple comprava spazi a stampa soltanto a condizione che i giornali stampassero su carta patinata. Alla fine, il Wall Street Journal si è inventato un inserto mensile di moda e oggettistica di lusso su carta patinata e ha potuto vendere spazi pubblicitari alla Apple. Così vediamo l’inserto patinato delle borse di lusso, con la fotografia di una famosa attrice occidentale sul barcone lungo il fiume Mekong – ovvero in un’area dove i salari dell’abbigliamento sono a livelli inferiori a quelli della Cina meridionale, quella Cina meridionale dove le operaie della Foxconn assemblano i prodotti della Apple in condizioni disumane. Persino le navi, come ci ha spiegato Devi Sacchetto 5 in un suo libro recente possono trasformarsi in punti di convergenza di parti staccate di prodotti finali che possono essere assemblate ormai indifferentemente in più punti del globo. Se una fabbrica dell’abbigliamento chiude alle Isole Marchesi, essa può ricomparire con le sue macchine da cucire a Wenzhou in Cina, o a Dacca in Bangladesh in tempi brevi, talvolta nel giro di poche settimane Oggi il vocabolo arbitrage sta sempre meno a significare la compravendita di titoli, merci, valute per lucrare sulla differenza e sempre più la ricerca a livello mondiale dei salari nei vari settori industriali. Com’è qui evidente, la ricerca forsennata a livello mondiale delle paghe infime riesce a sottrarre alla mistica delle borse un termine che fino a pochi anni fa apparteneva al gioco complesso con cui i singoli capitali finanziari si derubavano a vicenda. Sempre più arbitrage appartiene alla spoliazione di lavoratrici e lavoratori delle aree di maggiore sfruttamento, ossia in ultima analisi alla categoria dell’arbitrio salariale.
Scrutando il traffico marittimo si può notare come le parti staccate che comporranno il prodotto finale viaggiano da un capo all’altro del mondo puntando sul costo contenuto dei noli e del carburante inquinante. Ad esempio, il costo del trasporto marittimo di una bevanda in una comune lattina che viaggia da un porto della Cina meridionale all’Europa incide per un centesimo del prezzo di vendita ma per una stria di petrolio bruciato lunga circa cinquemila (^5) Fabbriche galleggianti, Jaca Book, Milano, 2009.
nella società. Questa metamorfosi è, almeno secondo me, la vera crisi del capitalismo mondiale.” 6
Si può forse aggiungere, ma altri, come Angela Pascucci in questo medesimo corso, potranno farlo con ben maggiore competenza della mia, che la situazione delle operaie e degli operai nella Cina attuale non è poi così lontana da quella indiana, pur con le rilevanti peculiarità che distinguono ciascuno dei due Paesi. In generale, va notato che la decolonizzazione in Africa e in Asia attorno e dopo la guerra 1939-45 ha comportato due conquiste fondamentali in molti – ma non in tutti - i Paesi a loro tempo colonizzati: l’istruzione elementare e il diritto di recarsi all’estero con un passaporto e non più per graziosa concessione delle potenze colonizzatrici. Come altri Paesi, tuttavia, l’India è ancora lontana dall’istruzione elementare per tutti/e. Soltanto nel 2010 è stata finalmente approvata una legge nazionale di obbligo scolastico universale – dunque destinata anche alle bambine e soprattutto alle bambine delle cosiddette “caste programmate” ovvero discriminate. In generale, l’istruzione –conquistata con enormi sacrifici nelle aree africane e asiatiche dove si è affermata – ha permesso alle multinazionali di trovare forza-lavoro addestrata e di trovarla a costo assai bassi. Tuttavia il reclutamento di tale forza-lavoro nella tecnologica informatica e in altri settori qualificati ha assorbito quote relativamente limitate di tecnici, mentre ha lasciato ai margini decine di milioni d’individui che sono affluiti nei grandi centri metropolitani e che hanno ingrossato le file dei /delle lavoratori/lavoratrici vulnerabili.
Sempre guardando dalle altezze satellitari nel lungo periodo si potrebbe notare che i flussi migratori sulla terra non sono cresciuti in misura rilevante nello scorso quinquennio. Nel 2010 i migranti, generalmente definiti come “residenti in un paese diverso da quello di nascita per più di un anno”, sono circa 214 milioni (di cui la metà donne), 7 cifra relativamente stabile della popolazione mondiale., essendo la percentuale cresciuta soltanto di meno dell’1% [chiedere a Devi una conferma] tra il 2005 e il 2010. Dunque, sugli attuali 7 miliardi di abitanti del globo 8 i migranti sono il 3,5%, certamente non una percentuale alta, anche se in tre Paesi essa risulta
(^6) Cit. da Aaron Benanay, “Lanscapes of Labour”, New Left Review, No. 61 (Jan—Feb. 2010), p. 232, che si riferisce al libro di Jan Breman, The Poverty regime in Village India, Oxford University Press, New Delhi, 2007. (^7) International Organization for Migration (Iom), World Migration Report 2010. The Future of Migration, Ginevra,, Iom, 2010, p. 115. (^8) United Nations Department of Economic and Social Affairs (Desa), Trends in Total Migrant Stock: 2008 Revision, Un Desa, New York, 2007.
superiore al 50% della popolazione. 9 Questi 214 milioni di individui sono disaggregabili in cinque categorie principali: (1) permanenti, ossia coloro che hanno deciso di stabilirsi definitivamente e legalmente nel loro nuovo Paese; (2) lavoratrici/lavoratori a contratto, che ricevono un permesso di soggiorno di pochi mesi o al più di pochi anni e che sono private/i del diritto di richiamare i propri familiari, come nel caso di gran parte di coloro che lavorano con il cosiddetto contratto nelle monarchie del Golfo persico/ arabo; (3) professionisti, solitamente impiegati presso compagnie transnazionali o in posti qualificati di imprese del Paese di destinazione; (4) lavoratrici/lavoratori senza documenti, ossia i cosiddetti irregolari, sia che all’ingresso in un Paese straniero risultino privi di documenti validi sia che si trattengano oltre la scadenza del visto; (5) coloro che sono registrate/i come rifugiate/i e come richiedenti asilo politico, ovvero “chi ha fondate ragioni per temere persecuzioni…”, secondo la definizione delle Nazioni Unite. 10 E’ ovvio che fra queste cinque le categorie menzionate possono sorgere sovrapposizioni. In generale le sovrapposizioni sono più frequenti tra i veri o presunti turisti che si trattengono nel Paese straniero oltre la scadenza del visto d’ingresso e tra le lavoratrici/i lavoratori in posizione irregolare nei vari sistemi nazionali d’impiego. In alcuni casi la/il migrante in regola diventa una/ un migrante irregolare semplicemente perché lo stato ospitante cambia le sue regole. Inoltre, non tutti i professionisti qualificati sono immuni da restrizioni; ad esempio, negli Stati Uniti molti di loro operano sotto contratto a tempo determinato e non godono del diritto all’immediato ricongiungimento famigliare.
Come in altre fasi storiche, anche nel primo decennio del ventunesimo secolo si assiste a vari conati di disciplinamento dei flussi a livello mondiale. Si tratta di una doppia selezione. Il filtro più severo è applicato contro l’immigrazione giudicata dai vari governi come socialmente pericolosa. Il filtro può diventare un blocco che si estende più o meno dichiaratamente a popolazioni di intere regioni, sottintendendo paure di terrorismo o di disordini pubblici, entrambi termini pigliatutto che andrebbero sempre vagliati e analizzati, poiché possono nascondere, tra l’altro, secondi fini discriminatori. Per contro, un filtro più opaco per selezionare forza-lavoro (^9) I tre Paesi sono il Qatar, gli Emirati arabi uniti e il Kuwait. Il primato della percentuale dei nati all’estero sul totale della popolazione spetta al Qatar, con l’ 86,5%, seguito dagli Emirati arabi uniti (70%) e dal Kuwait (68.8%). L’Arabia saudita è al decimo posto, con il 27,8%. In termini assoluti, gli Stati uniti mantengono il primato di residenti immigrati (42 milioni), seguìti dalla Federazione russa (12 milioni), dalla Germania (11 milioni) e dall’Arabia saudita (8 milioni). (^10) Del totale di 214 milioni di migranti , circa il 10-15% è la frazione di coloro che sono prive/i di documenti regolari.
le burocrazie dei Paesi da cui i migranti provengono fanno spesso finta di guardare altrove 14. Sui confini dell’Unione europea e al crescere del bisogno di braccia, alcuni centri e campi di raccolta di migranti privi di documenti (gli appellativi variano) possono trasformarsi in informali bacini di manodopera e dotarsi di rudimentali uffici di collocamento, ad esempio in Ucraina. All’interno dell’Unione europea, grazie ai decreti di espulsione ed episodicamente anche alle fughe dai centri di detenzione, coloro che sono privi del diritto di residenza si trasformano in parte in lavoratori irregolari, mentre i caporali diventano i loro opachi agenti di ingaggio. Riassuntivamente, nella lunga storia delle migrazioni moderne, ancora oggi le migrazioni libere si intrecciano con elementi di illibertà e d’irreggimentazione. Tali elementi non sono altro che l’ombra lunga proiettata dalle vicende delle migrazioni coatte, vicende tutt’altro che concluse. Dunque le migrazioni coatte non sono soltanto un pallido ricordo della tratta degli schiavi dei primi secoli della modernità o degli anni 1939-45 ma esse spiegano in parte tendenze e strategie correnti. Dopo il primo decennio del ventunesimo secolo, come si delineano le tendenze migratorie? Le due aree a maggiore crescita demografica fino al 2030 sono il subcontinente indiano e l’Africa subsahariana 15 Ammesso e non concesso che l’Europa occidentale,di cui l’Italia fa parte, continui ad attrarre potenziali migranti nel prossimo ventennio, sarà probabilmente da queste due aree che tenderanno a venire i/le migranti. La forza di attrazione di un Paese o di un gruppo di Paesi dipende da un insieme di fattori, tra i quali la congiuntura economica e il grado di accettazione della società che dovrebbe accogliere. Finora la forza di attrazione dei Paesi dell’Europa occidentale sugli aspiranti alla migrazione dall’Africa e dall’Asia è stata data per scontata, ma potrebbe attenuarsi – o addirittura azzerarsi - nel corso del tempo; e comunque è difficilmente prevedibile. Segno dei tempi avvenire sarà il grado di libertà e di assenza di irreggimentazione in cui la migrazione potrà svolgersi. Posso soltanto osservare che le aperture e le chiusure vanno di pari passo. Se ciascun Paese rimane abbarbicato alla propria corsa alla creazione di insensati e nocivi posti di lavoro, del complesso militare- industriale, del nucleare, una tale chiusura non sarà quasi certamente un buon viatico per la libertà e il benessere della popolazione tutta, e in particolare dei/delle migranti. Se, per contro, si
(^14) Sia la crescente vigilanza degli Stati Uniti lungo il confine con il Messico sia la persistente crisi dell’occupazione statunitense sia la diminuzione della natalità messicana hanno concorso a diminuire gli ingressi di migranti senza documenti dal Messico. Cfr. Miriam Jordan, “Illegal Immigration to the U.S. Plunges”, The Wall Street Journal Europe, December 13, 2011, p. 10. Nell’anno fiscale terminato alla fine di settembre del 2011 gli arresti effettuati lungo la frontiera con il Messico sono scesi a 340 mila, il livello più basso dello scorso quarantennio. (^15) Sulle prospettive demografiche a livello mondiale fino al 2030, v. Nicholas Eberstadt, “World Population Prospects and the Global Economic Outlook: The Shape of Things to Come”, The American Enterprise Institute, Working Paper Series on Development Policy, Number 5, February 2011: http://www.aei.org/docLib/ EberstadtAEIDevelopmentPolicyWorkingPaperFINAL.pdf.
apre un varco nel blocco della distruttività ambientale corrente, l’atteggiamento nei confronti dei viventi presenti e futuri è destinato ad aprirsi e, grazie a una rinnovata sensibilità, si potrà bene sperare per la libertà dei/delle migranti non soltanto nella società ma anche nei luoghi di lavoro, dove oggi i migranti tendono a essere occupati nei posti peggio pagati e più nocivi.
Dopo questo excursus ci si può domandare se lo schema interpretativo dei quattro cerchi concentrici di cui dicevo all’inizio siano ancora efficaci nel descrivere della situazione di potere nella società attuale. Si è detto: quattro cerchi concentrici, il maggiore dei quali è la finanza globalizzata; nel secondo cerchio si inscrive l’economia reale; nel terzo, la società, governi compresi; nel quarto, figlio di un dio minimo, la difesa e il miglioramento dell’ambiente. Chiamiamoli convenzionalmente Anelli. In realtà, come i tre Anelli del pianeta Giove, questi quattro Anelli si intersecano. Il cerchio che condiziona più pesantemente le nostre vite presenti e prevedibilmente future è quello dell’economia reale, ossia del nostro lavoro. La finanziarizzazione è essenzialmente il tentativo del capitale di emanciparsi dal lavoro riconosciuto e retribuito decentemente con un assalto ai quattro angoli della Terra alla ricerca di bassi e addirittura infimi salari. Così il capitale industriale scaraventa su lavoratrici e lavoratori disciplinati da regimi di accumulazione forzata la violenza sia di ritmi industriali insopportabili sia di un inquinamento ambientale che aggredisce tutta la sfera del vivente. Oso dunque insistere in conclusione sulla critica al sommo poeta e filosofo Lucrezio. Nessuno di noi può scampare rimanendo nell’isolamento del proprio abitacolo di osservazione. Soltanto insieme possiamo salvarci.