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riassunto del libro Painter Jeffrey di geografia politica
Tipologia: Sintesi del corso
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Geografia politica Di A. Painter, A. Jeffrey Cittadinanza ed elezioni Il concetto moderno di cittadinanza si sviluppa parallelamente alla creazione dello Stato. Secondo Marshall (1950), il concetto moderno di cittadinanza è composto da tre aspetti, ognuno dei quali implica forme differenti di diritti: civili, politici e sociali. Storicamente, lo sviluppo di queste diverse forme di diritti segue l’evoluzione dello Stato inglese, dalla forma liberale, passando per quella liberaldemocratica, fino ad arrivare al welfare state socialdemocratico. Tuttavia, sarebbe un errore dare per scontato che la nascita dello Stato moderno implichi l’attribuzione ai residenti sul suo territorio dei pieni diritti di cittadinanza in maniera uniforme. La dimensione dei diritti civili è connessa alla dottrina liberale della protezione della libertà individuale. Per il liberalismo, lo Stato dovrebbe avere poteri abbastanza limitati da non restringere in alcun modo le libertà individuali, ma abbastanza efficaci da garantire queste libertà e proteggerle da altre minacce. La dimensione dei diritti politici, riguarda il diritto di prendere parte al governo della società, sia direttamente, che indirettamente (elezione dei rappresentati). La dimensione dei diritti sociali implica il riconoscimento, da parte dello Stato, del diritto dei cittadini ad un certo livello di benessere economico e sociale (istituzione di vari servizi all’interno del welfare state). È importante considerare questi aspetti della cittadinanza come oggetto di conflitti e di strategie politiche e sociali e chiarirne gli obiettivi. L’estensione della cittadinanza nelle varie fasi non è stata garantita dallo Stato senza un’esplicita pressione per l’ampliamento dei diritti espressa dai diversi gruppi sociali, e senza che si verificassero degli scontri per ottenerlo; del resto, una volta istituite determinate forme di cittadinanza, queste potevano essere utilizzate come risorse con le quali lottare per ottenerne altre. Inoltre, c’è un “discorso” sulla cittadinanza, che viene utilizzato e prodotto dai partecipanti alle battaglie politiche. Lo Stato cerca di definire in modo discorsi chi è un cittadino e chi non lo è, insistendo sul fatto che, per chi lo è, la cittadinanza è universale. Per contrasto, chi si batte per questi diritti usa lo stesso discorso sulla cittadinanza, lamentando però il fatto che, in realtà, alcuni gruppi vengono esclusi dai suoi benefici. Sia il significato, che le pratiche della cittadinanza sono mutevoli e discutibili. Gli spazi della cittadinanza I geografi sono stati i più attivi nel tentativo di contestualizzare le diverse concezioni della cittadinanza, con lo scopo di concentrarsi sui meccanismi attraverso i quali alcuni individui vengono esclusi dall’ottenere o dall’esercitare la propria cittadinanza. Il loro lavoro ha messo in evidenza il fatto che, il concetto di cittadinanza implica un continuo processo di separazione tra cittadini e non cittadini. Per concettualizzare quest’idea, si può parlare di limiti formali e limiti informali alla cittadinanza. I limiti formali si
riferiscono all’estensione legale della cittadinanza, secondo quanto viene definito in una costituzione. Nello stesso tempo, però, ci sono pratiche e meccanismi informali, che servono ad escludere determinati individui o gruppi dall’esercizio dei propri diritti di cittadini. Analogamente, possiamo distinguere tra cittadinanza de jure (secondo la legge) e cittadinanza de facto (in pratica). Questa condizione evidenzia il fatto che, anche se un individuo viene riconosciuto come cittadino secondo dei parametri legali, ci possono essere delle barriere sociali, che impediscono a questa persona di prendere parte attivamente alla vita civile; tuttavia, può avvenire anche l’opposto. Queste definizioni non sono fisse nel tempo o nello spazio, ma rappresentano strumenti attraverso i quali le rivendicazioni di cittadinanza dei singoli soggetti possono venire interpretate in casi specifici. L’assegnazione di una cittadinanza di de jure o de facto non è politicamente neutrale. L’esclusione di alcuni individui dall’esercizio dei propri diritti e delle proprie responsabilità come cittadini viene determinata da caratteristiche come il genere, la classe sociale, le origini etniche, il credo religioso, l’età, la disabilità, la sessualità ed il luogo di nascita. Analizzare il significato di tratti identitari così connotati e mutevoli ha richiesto un paziente sforzo intellettuale. In prima linea in questo tipo di studi, le autrici femministe hanno criticato l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, sia de facto, che de jure. Questi studi hanno quindi suggerito che il cittadino viene definito in quanto maschio. Al posto di questa concezione, le studiose femministe hanno dato voce a teorizzazioni più connotate e parziali delle dinamiche tra cittadinanza e genere. Di qui si è evidenziata la natura patriarcale della società capitalista occidentale, una struttura che discrimina le donne attraverso l’esclusione dalle posizioni di potere, la disuguaglianza dei salari e lo scarso interessi verso le tematiche femminili nella definizione delle politiche. Tuttavia, tra le studiose femministe c’è poco accordo su come provare a cambiare questo dato di fatto. A partite dagli anni Ottanta, un certo numero di geografe femministe si sono spostate dall’interesse specifico per le relazioni di genere, verso una considerazione più ampia delle esclusioni sociali di quanti deviano dalla visione teorica dominante di cittadinanza. L’esempio dell’esclusione delle persone sorde evidenzia la complessità delle geografie della cittadinanza. Da un lato, l’esclusione de facto dei non udenti dalla cittadinanza britannica, sulla base del fatto che le loro carenze uditive impediscono l’impegno nei dibattiti pubblici. Dall’altro, la loro cultura linguistica condivisa (BSL) contribuisce a creare nuovi spazi di cittadinanza, che operano sua su scala locale, che globale. Questo riporta alle osservazioni di Isin, secondo il quale l’atto di esclusione non è una semplice negazione, ma potrebbe diventare costitutivo di nuove forme di cittadinanza, che agiscono in spazi pubblici alternativi. Può essere vero, però, anche il contrario. Ovvero che degli individui, o dei gruppi, svolgano un ruolo attivo nella vita politica e civile, senza che ad essi vengano riconosciuti i benefici legali e le protezioni dovute alla cittadinanza. I lavoratori immigrati vengono spesso citati come esempio fondamentale di questo tipo di esclusione, nel momento in cui il loro lavoro rappresenta un elemento di grande valore per il funzionamento efficiente dello Stato, senza che ad essi vengano estesi i pieni diritti di cittadinanza. Ci sono due aspetti fondamentali da affrontare. Il primo è che i mezzi di comunicazione e la politica parlano spesso di queste esclusioni in termini economici, descrivendo le restrizioni nei confronti dei migranti come necessarie a
Stato avvengono per mezzo della competizione tra partiti che si contendono il voto popolare. In questo caso, Chatterton si rifà alla concezione di democrazia più radicale, definita “pluralismo antagonista”, basata su un invocato concetto di società civile globale, azione collettiva e messa in discussione dello Stato e del potere corporativo. Questa discussione sulla “cittadinanza emergente” scompiglia per due motivi la nostra concezione di cittadinanza come relazione tra un individuo e lo Stato. In primo luogo, si auspica lo sviluppo di una concezione di etica collettiva che non si fonda su una riforma dello Stato. Secondo, le lotte contro questioni globali richiedono nuove forme di solidarietà, che si estendono al di là dei confini dello Stato. Governance La governance indica una tipologia di governo fluida ed inclusiva, che tiene conto delle istante provenienti dal basso e che mobilità contemporaneamente diversi attori. Essi possono essere pubblici, si parla di governance multi – livello, per indicare la presenza di istituzioni di diversa scala territoriale nella gestione di alcuni settori, oppure privati, in accordo con il principio di sussidiarietà e la promozione di approcci dal basso e di partenariato pubblico – privato nella definizione e nell’applicazione delle politiche pubbliche. Rhodes individua sei modi diversi di intendere la governanrce:
servizi e nella vita dei cittadini;
istituzioni, pubbliche e private;
avvicinandolo alle regole del mercato e del settore privato;
dalle grandi organizzazioni internazionali;
dell’intervento integrato di tutti gli attori che partecipano al sistema stesso;
livelli, prendono parte al governo di un territorio e di una società. I cinque principi che stanno alla base della buona governance sono : apertura, partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza. La cittadinanza cosmopolita La cittadinanza viene spesso definita come appartenenza ad una comunità politica e lo Stato è considerato da sempre la forma principale di comunità politica. Questa concezione è ora messa in discussione. Il criticismo si concentra su un problema che viene percepito come centrale nella governance internazionale contemporanea. Mentre la cittadinanza ha una scala statale, molti dei temi politici più rilevanti oggi trascendono i confini nazionali. Si pensa che la democrazia stia fallendo a causa del suo essere fondata sullo Stato. Definita “deficit democratico”, questa critica si basa sul fallimento del sistema degli stati nel permettere ai cittadini di essere attivi politicamente su scala internazionale.
La cittadinanza transazionale si può analizzare mettendo in evidenza due concetti, attraverso i quali si potrebbe agire per ridurre il deficit democratico: una società civile globale ed una democrazia cosmopolita. Entrambi i concetti si fondano su pratiche politiche ed istituzioni già esistenti, al fine di indagare meccanismi alternativi di partecipazione nella sfera internazionale. Il concetto di società civile indica dei raggruppamenti sociali che non agiscono né all’interno dello Stato (processo formale di governo), né del mercato (per il profitto). Ma il concetto di società civile è soggetto a numerose contestazioni. Da un punto di vista storico, la definizione è nata dal vocabolario dei filosofi politici, quando si sono occupati di come le persone possano soddisfare bisogni individuali raggiungendo, nello stesso tempo, obiettivi comuni. Il rinnovato interesse politico ed accademico per la società civile negli anni Novanta, può essere ricondotto alla caduta del comunismo nell’Europa centrale e orientale, nel 1989. La capacità di gruppi pro - democrazia, nel definire le istituzioni degli stati dell’Europa centrale e orientale, è stata dipinta come una vittoria della “società civile”. La crescita dell’interesse nei confronti del concetto di società civile ha portato anche ad un profondo ripensamento della sua stessa definizione. Alcuni autori hanno cominciato ad analizzare cosa significhi parlare di società civile in un epoca di interconnessioni crescenti e flussi transazionali, con i relativi dubbi sulla supremazia dello Stato. Definito per primi da autori come Kaldor e Keane, il concetto di società civile globale si focalizza sull’istituzione e la difesa di norme e diritti comuni a tutta l’umanità. L’idea di società civile, quindi, concentra l’attenzione sulla comparsa di una coscienza globale comune, in un’epoca di presunta globalizzazione. I miglioramenti nella tecnologia e nei trasporti hanno permesso ad organizzazioni e movimenti molto distanti di unirsi, su tematiche comuni (proteste ambientaliste, movimenti pacifisti). Nel giudicare in modo critico l’azione della società civile globale, bisogna riportare nella nostra analisi la geografia, individuando tre aree di analisi spaziale. Primo, le azioni dei movimenti di protesta globale sono dirette verso le politiche di determinati Stati (movimento per la liberazione del Tibet). Secondo, le azioni di resistenza sono disomogenee nello spazio: chi possiede tempo sufficiente e risorse tecnologiche si trova nella posizione migliore per essere coinvolto e stabilire le priorità. I movimenti globali sono radicati in determinate geografie che spesso rispecchiano le geografie del potere (gli uffici di Amnesty International sono localizzati in prossimità dei centri di potere). In contrasto con la nozione di società civile globale, i teorici della cittadinanza cosmopolitica ricercano un modello più formale di partecipazione politica, strutturato intorno al concetto di cittadinanza globale. I teorici della democrazia cosmopolitica sostengono che l’aumento del numero degli stati democratici nel mondo abbia poca importanza per la democratizzazione dell’ordine mondiale. L’importanza crescente, alla scala globale, delle preoccupazione per l’ambiente, l’economia e i diritti umani, ha portato a richiede che si dia voce alla cittadinanza globale, nella definizione delle pratiche delle organizzazioni internazionali. Tuttavia, ci sono motivi sia logici che geografici per i quali un ordine democratico globale sarebbe molto difficile da istituire. In termini logistici, la prospettiva di una singola istituzione, che abbia la capacità di organizzare delle elezioni globali, solleva molti dubbi. In termini geografici, l’idea di istituire un governo liberaldemocratico che agisca al di sopra del livello dello Stato,
manchi un collegamento con la teoria sociale e, di conseguenza, sia incapace di contribuire alla comprensione delle dinamiche politiche spaziali delle elezioni (contro l’empirismo rampante). Negli ultimi anni gli studi sul comportamento di voto hanno diversificato i propri fondamenti teorici, utilizzando una gamma variegata di metodologie qualitative. Essi hanno contribuito a migliorare la comprensione dell’interazione tra le dinamiche spaziali ed i comportamenti di voto, collegando, in modo più sottile, i concetti di territorio e human agency. Molta attenzione è stata per esempio posta sul territorio, visto come costruito socialmente, concentrandosi quindi sul ruolo svolto dagli attori (human agents) nel continuo processo di produzione di territorio. Il lavoro del geografo politico Agnew ha avuto un’importante influenza nello sviluppo di concetti teorici più sofisticati, relativi ai comportamenti di voto. Agnew sostiene che il contesto sia importante soprattutto nel momento in cui il territorio, a diverse scale geografiche, viene utilizzato come strategia retorica, da parte dei partiti, come culla per i processi di influenza dei comportamenti e come elemento della geografia politica delle scelte elettorali. Quest’analisi sui comportamenti di voto è quindi servita ad arricchire la nostra capacità di comprendere la specificità storica dei modelli di voto, mettendo in relazione le variazioni nel sostegno ai partiti con le trasformazioni economiche e sociali che avvengono a diverse scale geografiche. Alcune critiche a questo approccio possono essere fatte in relazione al fatto che esso rispecchia un residuo attaccamento ai dati dei modelli statistici, necessariamente discontinui, ma non riesce ad essere coerente con l’insieme degli studi socio – culturali, che hanno messo in luce l’interrelazione e la costruzione sociale di etichette identitarie. L’interpretazione degli specifici contesti storici può contribuire ad animare le interrelazioni tra le diverse posizioni riguardo a quest’argomento, ma per capire i loro effetti politici più in dettaglio, è necessario un approccio maggiormente qualitativo nei confronti degli attori coinvolti. In questo caso, la geografia politica può avviare un rapporto produttivo con l’antropologia politica. L’approccio etnografico permette di sottolineare l’importanza delle testimonianze, individuali e collettive, nel far emergere i molteplici fattori economici, sociali e culturali che determinano l’appartenenza politica. Geografie della rappresentanza Gli aspetti spaziali delle elezioni hanno rappresentato un interesse di primaria importanza per i geografi. Ogni sistema elettorali uninominale del mondo divide il proprio elettorato in collegi definiti su base territoriale. I collegi vengono costituiti nel tempo e continuamente soggetti a revisioni. Esattamente come la scelta del sistema elettorale può favorire certi partiti rispetto ad altri, così anche il disegno dei collegi elettorali può influenzare il risultato delle elezioni. Il disegno dei confini dei collegi elettorali rappresenta quindi un tema di grande interesse per la geografia elettorale. Le potenzialità in questo processo nell’influenzare l’esito delle elezioni, vengono ben descritte dagli esempi del malapportioning (suddivisione del territorio in collegi non equa) e del gerrymandering. Il primo si riferisce ad una disuguaglianza nella rappresentanza, dovuta alle differenze nelle dimensioni dei collegi, ed è di particolare importanza quando i partiti dominanti sono due (Usa). Johnston sostiene che il malapportionment si può verificare per mezzo di volontà intenzionale, se un partito controlla il processo di suddivisione in collegi, creando collegi più grandi dove il partito oppositore è forte, oppure di un malapportionment strisciante, quando i cambiamenti,
intervenuti nel corso del tempo, nella suddivisione in distretti fanno sì che ci siano collegi più piccoli, dove un partito è più forte. Il gerrymandering si riferisce invece alla pratica di ridefinire l’estensione, o la popolazione di un collegio, con il proposito di ottenere un vantaggio elettorale. Questo espediente prende il nome da un Governatore americano del XIX secolo, Gerry, che stabilì la ridefinizione dei confini delle contee per ottenere un maggiore sostegno elettorale. Tuttavia, anche se il gerrymandering è diventato un tema centrale per i geografici elettorali, dobbiamo suggerire cautela. All’interno della geografia politica c’è una chiara tendenza a ridurre le attitudini di voto alla preferenze espresse nel giorno delle elezioni. Anche se questi sono dati che possono venire registrati, non possiamo mai assumere che l’espressione del voto sia rappresentativa della visione politica, sottile e spesso contraddittoria, degli individui. Viene utilizzato il termine “fluidità partigiana” per richiamare l’attenzione sulla natura mutevole della fedeltà degli elettori, sia nel tempo, sia in presenza di una ridefinizione dei confini dei collegi elettorali. Questi processi, infatti, possono a loro volta alterare le preferenze degli elettori, per il fatto che questi possono perdere fiducia nei confronti dei partiti al potere, proprio a causa dei loro tentativi di manipolare le geografie elettorali. Le preferenze politiche individuali non sono fisse e immutabili, ma piuttosto espressione di un processo fluido di identificazione, che si forma per mezzo di molteplici fattori sociali e geografici. La geografia elettorale in Italia Per tutta la Prima Repubblica, appare evidente la presenza di due aree più o meno omogenee dal punto di vista delle preferenze politiche, dominate dai due partiti principali dell’epoca: il Nordest “bianco”, caratterizzato da una netta maggioranza della Dc, ed il Centro “rosso”, roccaforte del Pci. Si tratta delle zone caratterizzate da un fitto tessuto di piccole medie imprese e da una rete di piccole città che fungono da cardini dello sviluppo economico territoriale, nelle quali svolgono un ruolo fondamentale le realtà associative che fanno riferimento alla Chiesa, nel primo caso, ed al movimento operaio ed alla sinistra, nel secondo. Il resto d’Italia vede invece una tendenza elettorale molto più variegata, legata alle contingenze temporali e alle specificità di ciascun territorio. In seguito allo scandalo di Tangentopoli e alla fine della Prima Repubblica, la geografia politica italiana si trova di fronte alla “conquista” da parte della Lega Nord delle province nelle quali un tempo dominava la Dc e alla nascita di Fi, movimento politico dalla struttura aziendale, legato ai mezzi di comunicazione nazionali e con legami apparentemente molto meno stretti con il territorio. Fi trova una propria “zona azzurra”, paragonata ad un arcipelago, costituito da “isole” di concentrazione del voto (Campania, Sicilia e alcune province del Nordovest). Negli ultimi anni la geografia elettorale italiana si è trovata a fronteggiare alcune evoluzioni politiche inedite. La prima è la nascita di due partiti a vocazione maggioritaria (Pd e Pdl), che appaiono sempre meno legati al contesto territoriale, anche se sembrano ricalcare la geografia elettorale dei propri predecessori. La seconda è la progressiva avanzata del fronte leghista nelle ex regioni “rosse”, con particolare evidenza nelle province più settentrionali dell’Emilia Romagna e della Toscana. A questo si possono aggiungere le concentrazioni geografiche delle presenze
un’area che si estende ben al di là del centro cittadino. Harvey sostiene che i datori di lavoro debbano adattarsi alla disponibilità di forza lavoro all’interno dei limiti di ogni regione urbana. Nel lungo periodo questi limiti non sono insormontabili grazie, ad esempio, lo spostamento della produzione in un altro Stato. A breve termine, però, gli imprenditori devono lavorare con la forza lavoro che hanno a portata di mano, la cui qualità diventa quindi determinante. Formare i dipendenti costa, e quindi, nel breve periodo, l’insieme delle qualifiche e capacità della forza lavoro urbana rappresenta una limitazione. I lavoratori altamente qualificati possono avere il potere di richiedere salari più alti, mentre i sindacati possono riuscire ad aumentare le paghe di quelli meno qualificati, attraverso l’azione collettiva. Il risultato, secondo Harvey, è un complesso insieme di lotte ed alleanze tra gli imprenditori, elite urbane, i lavoratori e le loro famiglie. Inoltre, la gran parte dei guadagni dei lavoratori viene spesa a livello locale. Ciascun mercato del lavoro urbano, quindi, sostiene una specifica serie di pratiche di consumo, che vengono determinate dalla distribuzione dei guadagni tra i diversi gruppi sociali. I limiti geografici, soprattutto alla scala urbana, influenzano sia il lavoro, che il capitale, con due risultati. Il primo è quello che Harvey definisce la tendenza alla “coerenza strutturata” delle regioni urbane, che riflette il modello dell’insieme di guadagni e consumi, rafforzato dalle infrastrutture fisiche e sociali della città (fisiche: buoni trasporti pubblici; sociali: buoni asili d’infanzia). Il secondo risultato è lo sviluppo di coalizioni di interessi sociali ed economici, che nascono dai conflitti e dai compromessi sui salati, le pratiche di consumo, la salvaguardia dei vantaggi competitivi e l’offerta di infrastrutture fisiche e sociali. Nel modello della pure competizione non ci sarebbe la necessità di alleanze politiche ma, nel mondo reale, influenzato dalle condizioni geografiche, le politiche urbane sono inevitabili. Questi processi non implicano il fatto che la città sia un attore politico unico: le classi sociali e le altre alleanze mutano in continuazione e l’insieme di limiti ed opportunità esistenti possono generare pressioni contrastanti. L’effetto principale, però, è la creazione di una regione urbana come spazio all’interno del quale possano emergere delle politiche urbane relativamente autonome. Da un lato, questo significa che le città sviluppano le proprie tradizioni politiche distintive ed interessi politici localizzati. D’altra parte, però, il contenuto delle politiche della città non può essere derivato direttamente da logiche economiche, ci sono aspetti che sono al di fuori della logica dell’accumulazione. Alcuni geografi politici, compreso Harvey, continuano il discorso, cercando di capire come le differenze nelle pratiche politiche urbane siano collegate ai processi di accumulazione del capitale. Altri, cercano invece di approfondire la portata e gli obiettivi di quelle politiche urbane relativamente autonome dalle dinamiche economiche. Urbanizzazione contemporanea Le agglomerazioni come San Paolo, Tokyo, Città del Messico, assomigliano alle regioni urbane funzionali descritte da Harvey e rappresentano anche una prova del passaggio dalle città come luoghi ben distinti ad una più generale urbanizzazione.
L’ammontare della popolazione non è il solo parametro di misura dell’importanza delle singole aree urbane. Taylor attribuisce più importanza alle funzioni delle città e ai collegamenti tra esse. Secondo lui, le città sono state plasmate nel tempo dai cambiamenti nel loro ruolo nel contesto internazionale. In questo tipo di approccio, i processi di globalizzazione sono fondamentali in ogni tentativo di comprendere le città e le loro politiche. Nello specifico, l’approccio di Taylor tiene conto della “capacità globale” delle città, definita dai servizi offerti al suo interno, in particolare quelli del settore economico e finanziario. La graduatoria rispecchia la concentrazione di imprese che offrono questi servizi in ciascuna delle città considerate. Quest’approccio è utile a mettere il luce le funzioni e il ruolo globale delle città. È importante riconoscere però che, anche se le mega – città esercitano una grande influenza economica, politica e culturale ed inglobano ingenti flussi di denaro, persone, beni e informazioni, la maggior parte degli abitanti delle città vive in realtà urbane più piccole e ordinarie. Nel mondo sono circa cinquanta le città che superano i cinque milioni di abitanti e ospitano complessivamente cinquecento milioni di persone, cioè solo il 15 % della popolazione mondiale. Considerando solo le mega – città simboliche rischiamo di perdere di vista gran parte della realtà. È inoltre evidente che non esiste un unico modello di crescita e sviluppo urbano. Realtà urbane compatte affrontano sfide diverse da quelle di una metropoli diffusa. La geografa Robinson sostiene che si dovrebbe dedicare più attenzione alle città ordinarie e all’ordinarietà della vita urbana e che anzi sarebbe utile considerare tutte le città come se fossero “ordinarie”. Le politiche urbane riguardano i conflitti e le controversie di tutti i giorni, tanto quanto l’indirizzo della crescita economica della città. E le politiche che sostengono quest’ultima spesso sono a loro volta ordinarie, poiché hanno effetto sulle nostre attività quotidiane e riguardano le attività più banali della vita urbana, tanto quanto azioni di livello più elevato. Le infrastrutture urbane Una crescente consapevolezza dell’importanza delle strutture materiali, che costituiscono l’ossatura di una città, ha portato lo studio delle infrastrutture urbane a distaccarsi dalle diramazioni meno note della geografia dei trasporti o della pianificazione urbana, per ritagliarsi un posto di rilievo nell’ambito della geografia urbana. Quest’evoluzione ha molte ragioni. Da un certo punto di vista, la repentina crescita urbana di molte città ha caricato di un peso sempre maggiore le reti materiali dalle quali dipende la loro vita quotidiana. In secondo luogo, queste reti sono sempre più interdipendenti. Le infrastrutture sono importanti dal punto di vista tecnico (lo si nota durante i grandi blackout), ma sono anche strettamente correlate alle pratiche sociali e politiche. Nell’ambito degli studi urbani e geografici, c’è una lunga tradizione di lavori che si occupano delle politiche della fornitura dei servizi collettivi. Negli anni Settanta e Ottanta, il noto sociologo urbano Castells ha affermato che i conflitti politici sul “consumo collettivo” costituiscono il vero nucleo centrale delle politiche urbane (Mumbai: chi vive nei quartieri informali, slums, ha come principale difficoltà quella dell’accesso a risorse fondamentali come l’acqua, i servizi igienici, l’elettricità, le scuole). Oggi i concetti di partnership e partecipazione (della comunità) sono diventati una sorta di mantra, quando ci si riferisce a nuove forme di realizzazione di servizi ed infrastrutture locali, in tutto il mondo. Questo discorso evidenzia alcune caratteristiche fondamentali delle politiche urbane contemporanee. In primo luogo, si mette
Si è discusso i modo acceso nell’ambito della geografia, riguardo ai diversi modi di considerare la gentrification, sia dal lato dell’offerta (economia urbana, immobiliaristi, mercato fondiario), che dal lato della domanda (correnti culturali, gusti e preferenze dei consumatori). Di recente, molti ricercatori hanno riconosciuto l’importanza di entrambi questi elementi, quello che è chiaro, comunque, è che la gentrification ha delle profonde ripercussioni sulle politiche urbane. Dal punto di vista degli urbanisti, degli amministratori cittadini, la gentrification viene solitamente vista molto positivamente, come “rinascimento urbano”. Spesso, per aggiungere lustro a questi cambiamenti del paesaggio urbano, vengono chiamati architetti di grido. In alcuni casi, a fornire l’occasione per ripianificare in solo colpo vaste porzioni di città, sono i mega – eventi. La gentrification parrebbe quindi generare un processo virtuoso di investimenti, miglioramenti dell’ambiente costruito, arrivo di nuovi residenti, aumento della qualità di vita media e una prospettiva diffusa che, si spera, possa incoraggiare nuovi ulteriori investimenti. Ora che il fenomeno si è consolidato gli effetti della gentrification hanno coinvolto molti aspetti della vita cittadina, oltre che il mercato immobiliare. In ogni caso, la gentrification non è un fenomeno esclusivamente positivo: per permettere alla nuova classe media di spostarsi all’interno della città, i gruppi sociali più poveri ne vengono espulsi (sfratti, demolizioni). Secondo Smith, la gentrification e gli spostamenti di abitanti non possono essere considerati separatamente da una serie di conflitti per gli spazi urbani, come il controllo intensivo dei comportamenti pubblici, le azioni di allontanamento nei confronti degli homeless e le discriminazioni nei confronti degli immigrati per quanto riguarda l’offerta dei servizi pubblici. Questa commistione di cambiamenti sociali, trasformazioni economiche e regolazione pubblica ha generato secondo la prospettiva di Smith, la città “revanscista”. Secondo Smith, la gentrification sarebbe proprio una vendetta della classe media, potente e in crescita, che si riprenderebbe la città che era stata occupata dai lavoratori, dai poveri e dai gruppi marginali. Quello dell’appartenenza di classe non è l’unico fattore di divisione sociale che si collega alla gentrification. Anche il genere è importante e, in molti casi, la razza. Il fenomeno della gentrification ci permette di far emergere molti aspetti chiave delle politiche urbane contemporanee. Dimostra che le politiche urbane non sono solo quelle che si determinano all’interno delle istituzioni formali dell’amministrazione cittadina. La gentrification ci rivela anche il passaggio da un approccio pubblico ad uno privato e orientato al mercato nei confronti dello sviluppo urbano. I fautori di questo cambiamento mettono l’accento sulla grande quantità di capitale che ora viene investito in zone prima fatiscenti e ritengono che i benefici potranno diffondersi ad altri quartieri svantaggiati. I critici puntano invece il dito contro le crescenti disuguaglianze che derivano dall’eccessiva fiducia nei confronti delle soluzioni del mercato e sostengono che ci siano ben poche prove della reale diffusione di effetti positivi in altri quartieri. Tutti sono d’accordo sul fatto che la gentrification sembra destinata a continuare, aumentando la propria portata e la propria estensione territoriale. Public cities e city publics
È necessaria qualche riflessione sull’idea di pubblico e sulla sua relazione con gli spazi urbani. Molti hanno associato i cambiamenti collegati alla gentrification con uno spostamento dal pubblico al privato. Gli spazi pubblici continuano ad esistere, ma sono sottoposti a regolamentazioni sempre più stringenti. Il significato di pubblico e privato viene dato per scontato, ma in realtà sono più complessi. Il pubblico viene fatto corrispondere a qualcosa di aperto a tutti, oppure di proprietà pubblica, mentre il privato viene associato a restrizioni nell’accesso o alla gestione di un individuo o di un’impresa. Il geografo Iveson ha analizzato in dettaglio questa problematica, a partire da un’importante distinzione tra approcci “topografici” e “procedurali” agli spazi pubblici. La definizione più comune di spazio pubblico urbano è topografica: si riferisce a determinati luoghi della città che sono aperti a tutte le componenti della popolazione urbana; tutti gli spazi pubblici collocabili su una mappa. Questo approccio presenta però due problemi. Il primo è che molte delle tesi in favore di un migliore accesso agli spazi pubblici vengono formulata in termini di perdita e rivendicazione. L’accesso agli spazi pubblici è sempre stato limitato e fonte di conflitti, spesso tra diverse componenti della stessa popolazione urbana. Il secondo problema dell’approccio topografico è che si tende a far coincidere il pubblico con lo stare in uno spazio pubblico. Iveson sintetizza queste problematiche suggerendo che l’approccio topografico combini insieme tre diversi aspetti del pubblico: il contesto dell’azione (spazio pubblico), il tipo di azione (orientamento pubblico) e un attore collettivo (il pubblico, la popolazione). Di qui l’idea che non esista una distinzione netta e rigida tra pubblico e privato. Una persona può svolgere delle attività pubbliche in uno spazio privato. Al contrario, in uno spazio pubblico, ci si può occupare di questioni private. L’altro approccio, quello procedurale, definisce come spazio pubblico qualunque luogo nel quale si realizzino alcune azioni di orientamento o di tipo pubblico. Con quest’espressione si possono intendere, per esempio, la comunicazione con un pubblico, attraverso testi scritti, discorsi, immagini o rappresentazioni (tenere un discorso in tv, rappresentazione teatrale in piazza). In questo caso siamo di fronte ad un paradosso: un’azione pubblica diventa tale solo perché si sta effettuando in pubblico. Il problema dell’approccio procedurale, però, è che minimizza l’importanza degli aspetti materiali degli spazi pubblici. Iveson sottolinea come qualunque spazio può diventare pubblico, senza difficoltà e senza differenze, semplicemente perché viene usato a questo scopo. Il suo lavoro dimostra invece come diverse tipologie di luoghi materiali possono diventare pubbliche in vario modo, a seconda dei gruppi di persone da cui vengono utilizzate e del modo in cui viene messo in atto. Le politiche urbane si occupano prevalentemente di cosa è pubblico e di cui sono i fornitori, nell’ambito di visioni contrastanti. Iveson ritiene che non ci sia una relazione diretta tra attività e tipologie specifiche di spazzi pubblici urbani. Esiste una relazione dinamica tra le azioni associate al pubblico e i diversi tipi di luoghi e spazi della città. La città, secondo Iveson, non è un palcoscenico, sul quale si reciti l’essere pubblico. Piuttosto, la città pubblica deve essere prodotta attraverso elaborazioni politiche, che cercano di creare ciò che è pubblico. Politiche dell’identità e movimenti sociali
processo determina anche una partecipazione diretta, attiva, della gente comune alla vita politica. Molti studiosi ritengono che i cambiamenti sociali siano il risultato di battaglie all’interno della società. Occupandoci dei movimenti sociali, possiamo capire più in concreto come sono avvenute queste battaglie e come hanno influenzato la geografia. Dagli anni Settanta, i geografi che studiavano i movimenti sociali hanno dedicato molta attenzione al concetto di “movimenti sociali urbani”, sviluppato da Castells, il quale sostiene che la città può venire identificata con l’arena nella quale avviene la riproduzione sociale della forza lavoro. Con lo sviluppo del capitalismo, gli strumenti della riproduzione sociale (abitazioni, servizio sanitario) sono stati sempre più spesso forniti dallo Stato e la città è diventata il luogo di battaglie e conflitti per questi servizi, con le amministrazioni cittadine che diventano il bersaglio delle lotte dei movimenti sociali urbani per ottenerne un loro miglioramento. Nei suoi lavori più recenti, Castells allarga l’oggetto del proprio interesse, ai numerosi nuovi movimenti sociali (new social movements). Questa definizione si riferisce a qui movimenti che hanno assunto una particolare importanza negli anni Sessanta e Settanta (femminismo, ambientalismo, diritti civili), che hanno preso piede in risposta al crollo delle comunità tradizionali conseguente allo sviluppo delle grandi città, alla rapida diffusione del progresso tecnologico ed alle sue crescenti minacce sugli equilibri ambientali e militari e all’incapacità degli stati di risolvere le contraddizioni tra la crescita economica ed i suoi effetti sociali, culturali ed ambientali. Approcci “oggettivi” e “soggettivi” ai movimenti sociali Esistono due diversi approcci all’interpretazione dei movimento sociali: quelli che mettono l’accento sulle condizioni “oggettive” che portano alla loro nascita e quelli che si concentrano invece sulle esperienze “soggettive”, che spingono le persone a prendere parte ai movimenti. Spesso sono le disuguaglianze oggettive a portare alla mobilitazione sociale. Entrambe queste prospettive hanno degli aspetti condivisibili. Chiaramente è probabile che le condizioni economiche e sociali nelle quali si sviluppano ed agiscono i movimenti influenzino in modo determinate le loro strategie ed il loro successo. Allo stesso modo, la politica dei movimenti sociali deve essere vista anche come il risultato delle visioni, delle emozioni e delle percezioni delle persone che ne fanno parte. Presi separatamente, però, entrambi questi approcci hanno dei limiti. Se si enfatizzano le condizioni oggettive, diventa difficile spiegare perché i movimenti sociali nascano in alcune situazioni e non in altre con condizioni “oggettive” apparentemente simili. Al contrario, è difficile rendere conto dello sviluppo di movimenti dalle caratteristiche analoghe in circostanza molto diverse tra loro. Attribuire maggiore importanza all’esperienza soggettiva sembra offrire, ad un primo sguardo, la soluzione a questo enigma. Forse, circostanze simili generano risultati diversi perché sono diverse le persone che partecipano agli eventi, così come le loro idee e le loro percezioni, che portano a leggere in modo diverso le situazioni. Quest’interpretazione, però, non spiega come queste idee e queste percezioni si siano formate inizialmente e poiché è probabile che queste siano fortemente influenzate dalle circostanze nelle quali si sviluppano, eccoci al punto di partenza. Può essere utile, dunque, combinar gli spunti di entrambi gli approcci: certamente le circostanze economiche e sociali sono
importanti, ma se da un lato influenzano lo sviluppo della coscienza civile, dall’altro essere vengono anche interpretate, con risultati diversi da questa stessa coincidenza. Qui, ci si concentra su come e perché determinati sentimenti umani, come l’appartenenza ad un gruppo, vengono messi in campo in una mobilitazione “politica” e come i contesti nei quali nascono questi movimenti sociali vengono utilizzati da questi per lo sviluppo di strategie politiche. Politiche dell’identità e differenze sociali Molti movimenti sociali sono strettamente associati alle identità individuali di chi ne fa parte ed alla politicizzazione di queste identità. Il femminismo implica la politicizzazione delle identità delle donne in quanto donne. In casi come questi, il legame tra il movimento e le identità personali è molto importante. Altre realtà (movimento ambientalista), al contrario, cercano di fare appello ad un sentimento condiviso di appartenenza al genere umano ed ambiscono ad essere universali. La tensione tra universalismo, da un lato, e l’enfasi sulle differenze d’identità, dall’altro, viene discussa in dettaglio negli studi della politologa Young, la quale descrive due approcci contrastanti, con i quali vengono affrontati i problemi delle disuguaglianze e dell’oppressione sociale. Questi due “paradigmi di liberazione in competizione” sono “l’ideale dell’assimilazione” e “l’ideale della libertà”. Secondo l’ideale dell’assimilazione, la liberazione dall’oppressione verrà raggiunta quando le differenze sociali cesseranno di avere un’importanza politica. L’ideale assimilazione agisce per una società nella quale tutte le differenze tra i gruppi sociali smettono di avere qualsiasi tipo di importanza. La Young sostiene il fatto che l’ideale dell’assimilazione sia stato molto importante in politica, sottolineando, il pari valore morale di tutte le persone e quindi il diritto di ognuno di partecipare e di non essere escluso da tutte le istituzioni e le posizioni di potere. Tuttavia, la Young preferisce l’alternativa “dell’ideale della diversità”, sottolineando che, anche se la posizione assimilazioni sta ha il suo fascino, rimane un’utopia e che, nella situazione attuale, i gruppi sociali considerano gli aspetti distintivi delle proprie identità come una forza. L’ideale della diversità predica il rispetto delle differenze, piuttosto che il loro annullamento, insistendo anche sul fatto che le differenze tra alcune componenti della società debbano portare a trattamenti differenziati. Secondo Young, l’importanza dell’enfasi sulle differenze sociali nasce sia dalla continua oppressione di alcuni gruppi su altri, sia dalla forza politica e culturale che proviene dalle identità di gruppo. La diversità diventa quindi un aspetto positivo della società e non deve essere la base di discriminazioni sistematiche. Altri autori sostengono che accordare eccessiva importanza alle differenze sociali rischi invece di portare “all’essenzialismo”, ovvero a concepire le differenze di identità come caratteristiche intrinseche e permanenti della società. L’essenzialismo potrebbe costringere ad una scomoda scelta tra l’oppressione permanente e la separazione. Young sostiene che dare importanza alle differenze non significa adottare una nozione essenziali sta di identità, definendo la differenza in termini di relazioni tra gruppi, piuttosto che di caratteristiche essenziali di questi. La formazione di gruppi non è un processo rigido ed oggettivo, nel quale gli individui possono venire assegnati ad un gruppo sulla base di identità fisse e permanenti, ma, al contrario, i movimenti sociali basati sulle identità collettive sono porosi e non esclusivi. La concezione che lei
può essere spesso impulsivo, abitudinario o influenzato dalle emozioni e che in ogni caso noi siamo in possesso di informazioni troppo scarse per calcolare con precisione in anticipo tutti i costi e i benefici di un’azione, quindi le nostre azioni possono essere non intenzionali o impreviste. Quindi è probabile che l’accesso a risorse materiali e simboliche sia fondamentale per spiegare il successo o il fallimento dei movimenti sociali, anche se il loro utilizzo potrebbe non essere stato pianificato razionalmente in anticipo. Tarrow sostiene che anche le opportunità politiche sono determinanti per la crescita o il declino di un movimento (movimenti che agiscono in ambiente politico favorevole cresceranno più facilmente). Le geografie dei movimenti sociali Spazi, luoghi e scale dei movimenti sociali Ogni movimento sociale ha una propria geografia. Ciascuno di essi agisce ad una determinata scala geografica o ad una combinazione di scale, ed è probabile che abbia più o meno forza oppure maggiore successo in alcuni luoghi piuttosto che in altri. I movimenti sociali sono inoltre strutturati su base geografica, in almeno tre modi. In primo luogo, ogni movimento sociale si sviluppa in uno specifico contesto geografico, che fornisce le risorse e le opportunità del suo sviluppo. Il contesto non è necessariamente ristretto e molte risorse ed opportunità possono essere disponibili in un’area vasta, ma nessuna è del tutto ubiquitaria (distribuzione delle possibilità di accesso alla pubblicità è disuguale ed alcuni movimenti sociali vi avranno più facilmente accesso). Secondo, i movimenti sociali hanno delle caratteristiche molto diverse nelle varie regioni del mondo. Infine, le recenti ricerche condotte in geografia hanno cominciato ad analizzare come i movimenti sociali utilizzino la geografia per raggiungere i propri obiettivi. Questo può implicare sforzi espliciti di aumentare la propria scala d’azione, di mettersi in rete con attivisti di altri territori o di radicare la propria attività in un contesto locale, concentrandosi su temi specifici del luogo. La scala La scala spaziale è un termine usato in riferimento allo spazio ed alla sua estensione. In geografia ci si riferisce ad essa, intesa come livello geografico di analisi di un fenomeno o della sua rappresentazione. Levy distingue tra scala cartografica e scala geografica. La scale cartografica definisce il rapporto tra la realtà e la sua rappresentazione sulla carta. A seconda del livello di dettaglio con il quale si vuole rappresentare o studiare un fenomeno territoriale si utilizzerà una carta a grande scala, che descrive un territorio fin nei più piccoli dettagli, oppure una carta a scala più piccola, che permette di visualizzare porzioni maggiori di territorio. La scala geografica riguarda invece le soglie spaziali di ogni azione, individuale o collettiva, dalla scala minima, quella dell’individuo e dei suoi immediati dintorni, fino alla scala globale. Sheppard e MacMaster individuano cinque tipi diversi di scala: cartografica, osservazionale (l’estensione spaziale dell’area di studio di un determinato fenomeno), di misura (risoluzione, la dimensione delle più piccole parti distinguibili di un oggetto), operazionale (l’estensione dell’ambito spaziale entro cui un soggetto o un processo agiscono), prodotta (scala costruita nell’azione sociale, come taglia, livello gerarchico o in relazione con le altre scale.
Uno degli apporti principali della geografia nello studio della realtà è l’utilizzo di un approccio multi scalare e transcalare. Il primo termine si riferisce ad uno sguardo analitico che tenga conto contemporaneamente delle diverse scale alle quali avviene un fenomeno, mentre il secondo pone l’accento in particolare sulla relazione tra le diverse scale di riferimento. Le geografie dei movimenti sociali: classe, identità e sindacalismo I sindacati sono dei movimenti del lavoro, organizzazioni collettive di lavoratori che operano insieme per far valere i propri interessi. La loro funzione principale è quella di negoziare con gli imprenditori, per quanto riguarda gli stipendi e le condizioni di lavoro. In Occidente, i sindacati moderni stanno diventando come altre associazioni e società, che offrono dei servizi in cambio di un’iscrizione, anche se le loro origini vanno cercate nei movimenti sociali creati dagli stessi lavoratori. I movimento sindacali si fondano su identità costruite a partire dal lavoro e dalla classe sociale. Come tutte le altre, anche le identità di classe emergono dalla relazione tra le diverse classi sociali e sono, in parte, il prodotto di costruzioni discorsive. Molti lavoratori dipendenti sentono fortemente la propria identità professionale. Affinché ci sia partecipazione ai movimenti sindacali deve esistere almeno un minimo di sentimento d’identità professionale che può essere legata ad un’identità di classe già presente, oppure, è la stessa identità di classe a svilupparsi in seguito alla partecipazione alle attività sindacali. In entrambi i casi, ciò che sta alla base dei movimenti dei lavoratori è anche prodotto da una costruzione discorsiva (discorsi retorici, propri eroi, proprie vittorie e sconfitte). Spazi, luoghi e movimenti sociali La nascita dei movimenti sindacali è parte del cambiamento nella produzione industriale e della formazione delle economie capitalistiche avvenuto nel XVIII secolo, in relazione al nuovo carattere assunto dagli stati, che hanno cercato di controllare lo sviluppo dei sindacati limitando la loro azione alle questioni economiche, senza permettere loro di sfidare l’ordine politico. Gli stati hanno spesso cercato un compromesso con i sindacati, che ha portato, alla nascita del welfare state. Il sindacalismo ha una geografia complessa, che è diventata un interessante argomenti di ricerca per i geografi, all’interno del campo della geografia del lavoro. Oggi siamo abituati a parlare dei movimenti sindacali in termini nazionali. Nelle fasi iniziali, però, i sindacati si occupavano di questioni molto più locali. Nel UK le unioni artigianali agivano spesso solo in determinate città, dove veniva praticato un certo tipo di artigianato. Il XX secolo ha visto la nascita in molti paesi di grandi sindacati generali, che rappresentavano i lavoratori non solo provenienti da diversi rami e professioni, ma anche da diversi settori. Si è verificato anche un grande aumento delle dimensioni del settore pubblico di molti paesi e della percentuale di forza lavoro al suo interno appartenente ad un sindacato. Entrambe queste tendenze hanno contribuito all’istituzione dei grandi sindacati nazionali. Sono evidenti, del resto, anche i tentativi di segno opposto di molti governi ed imprenditori, che puntano ad introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, incoraggiando o costringendo i sindacati e i lavoratori a negoziare le condizioni dell’impiego a livello di azienda, stabilimento, gruppo di lavoro o a livello individuale, anziché su scala nazionale o di settore.