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Passaggio da feudalesimo a industrializzazione
Tipologia: Tesine universitarie
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Un' analisi preliminare delle caratteristiche geografiche e demografiche del Giappone, vasto arcipelago prevalentemente montuoso e avido di risorse, può fornire una comoda chiave di lettura per meglio comprendere gli avvenimenti storici e gli assetti geopolitici che hanno portato il paese del Sol Levante, in poco più di tre decenni, a trasformarsi da paese frammentato, arretrato tecnologicamente e politicamente a potenza industriale imperialista in grado non solo di competere economicamente e militarmente contro le grandi potenze occidentali, ma soprattutto di sottomettere intere regioni dell'area pacifica. Situato nel Pacifico a largo della costa sino-coreana e costituito da oltre tremila isole, di cui le principali quattro costituiscono oltre il 90% dell'intero territorio, il Giappone si presenta come un paese dalla conformazione territoriale irregolare, povero di aree coltivabili, circa il 13% del territorio, con un sistema idrologico assai ridotto e dalle risorse minerarie molto limitate; le condizioni climatiche e geologiche inoltre contribuiscono a rendere quest' area geografica ancora più ostile: monsoni stagionali, tifoni, maremoti, terremoti e eruzioni vulcaniche si susseguono periodicamente, condizionando in tal modo le attività produttive e economiche dell' intera popolazione. L' insieme di queste caratteristiche morfologiche e climatiche, la scarsità delle risorse unitamente alla elevata densità di popolazione, hanno caratterizzato sin dalle origini la civiltà giapponese, la cui storia è un lungo susseguirsi di lotte intestine e stravolgimenti politici finalizzati al dominio del territorio e delle sue preziose risorse.
Alla vigilia della restaurazione Meiji: il bafuku di Edo
Per comprendere i meccanismi che hanno portato il Giappone feudale dell' '800 a trasformarsi in poco più di tre decenni in una potenza industriale capitalista, è necessario esaminare le premesse storiche di questa rapida e prodigiosa trasformazione. I fattori determinanti per questo processo furono la crisi interna della società feudale e soprattutto la pressione esterna esercitata dalle potenze occidentali, che dopo aver sottomesso la quasi totalità dei paesi del continente asiatico, guardavano al Giappone come un nuovo porto commerciale da sfruttare. L' unificazione del Giappone e l'istituzione del governo militare centrale furono il risultato di secoli di guerre e spartizioni territoriali, durante i quali le famiglie più potenti del paese si contesero il potere una volta detenuto dall' imperatore, ormai spogliato di ogni potere e solo formalmente capo dello stato. Il completamento del processo di unificazione avvenne all' inizio del XVII secolo, ad opera di Tokugawa Ieyasu (1524-1616), capostipite dell' omonima dinastia, il quale istituì una serie di regimi militari autoritari con l'aiuto delle altre maggiori famiglie feudali che contribuirono all' unificazione del paese. La realtà sociale e politica che si definì nel corso dei due secoli di egemonia Tokugawa fu caratterizzata da una rigida struttura gerarchica che incatenava ogni membro della comunità alla propria classe di appartenenza, in una situazione di immobilità sociale tipica dei più severi regimi dittatoriali. Ogni classe era rigidamente disciplinata da una serie di codici che regolavano ogni aspetto della vita sociale, dalla religione all' abbigliamento. Data la natura militare delle istituzioni, anche il codice penale distingueva i Samurai , classe di guerrieri colti e aristocratici al servizio del loro signore, dai nobili e dai normali cittadini. I motivi principali di questa severa organizzazione della società possono essere riscontrati nella filosofia politica di tipo feudale dei Tokugawa, in netto contrasto con le aspirazioni delle emergenti classi commerciali all' interno del paese, e timorosa nei confronti degli europei, commercianti o missionari, avvertiti come una minaccia politica e morale. Dopo il 1640 tutti gli stranieri vennero espulsi dal paese, ad eccezione di alcuni mercanti olandesi, cinesi e coreani, confinati nell' isola artificiale di Deshima (Nagasaki), solo tre anni prima lo shogunato dispose il divieto per tutti i giapponesi di lasciare il paese. Il Giappone del Sakoku, letteralmente “chiusura del paese” era così alienato dal mondo esterno e rigidamente diviso in territori controllati dalle famiglie principali sottoposte ai Tokugawa. La sola famiglia regnante
disponeva di circa un quarto del territorio e controllava le principali città della regione, compresa la
mercante in poco tempo passò dall' essere considerata la più spregevole a rispettabile e persino
invidiabile: non è un caso che numerose famiglie impoverite cominciarono ad organizzare matrimoni con famiglie di mercanti, instaurando un processo che vedeva favorite entrambe le parti, una per ragioni economiche e l'altra per ragioni sociali. Le ripercussioni sociali provocate dall' ascesa della classe mercantile non tardarono a manifestarsi: il processo di accumulazione di capitale, embrione della nuova economia capitalista in Giappone, fu il primo di una serie di elementi che portarono al declino e al sovvertimento del regime Tokugawa e del sistema feudale. A sopportare il peso di questa società e sostenere l'intera popolazione era la classe contadina. L'agricoltura era la principale attività del paese e base economica del governo e dei feudi. La classe contadina era la più sottoposta a regolamenti e leggi, sia del governo centrale che dei singoli daimyo, finalizzati allo stimolo della produzione ma soprattutto al controllo degli agricoltori, obbligati a una vita di lavoro forzato e privati sia dei mezzi di produzione che dei profitti. Abolita la proprietà privata, il Bafuku era costantemente impegnato a spogliare i contadini di ogni diritto che permettesse anche la più minima accumulazione di beni, in modo tale da disporre di una classe abbastanza forte per lavorare ma non così organizzata da opporsi al governo. L'imposizione di tasse proibitive e il crescente utilizzo della moneta costringevano i contadini a rivolgersi ad usurai che vedevano di buon occhio la loro miserabile condizione. Questi infatti potevano usufruire della terra data loro in pegno dai contadini che non erano in grado di pagare i prestiti o le tasse, assumendo nuovi contadini e accrescendo i suoi guadagni netti. La proprietà della terra, sebbene vietata dal governo, passava così nelle mani di pochi personaggi che si fecero strada nella società: gli usurai proprietari. In una situazione di tale disagio, le reazioni della classe contadina si tradussero in due tipi di resistenza: attiva e passiva. La resistenza attiva era ovviamente la rivolta armata, ciò avveniva particolarmente durante i periodi di carestia e il suo cronicizzarsi fu uno dei problemi più difficoltosi da affrontare per il Bafuku. Forme di resistenza passiva consistevano invece nella pratica dell' infanticidio, chiamato anche “dimagrimento”, o nel trasferimento dalle campagne alle città, fenomeno assai frequente seppur vietato da specifiche leggi governative. Il risultato della crescente economia monetaria e l'assenza di produttori indipendenti portò rapidamente il sistema feudale alla bancarotta. Non essendo in grado di pagare i propri dipendenti, lo shogun e i daimyo favorirono l'aumento delle proteste da parte di tutti gli oppositori del governo quali samurai nostalgici, ronin, feudatari in rovina o daimyo ribelli. Cominciava a profilarsi una lotta nelle classi e tra le classi che per la prima volta nella storia del Giappone assunse una connotazione squisitamente politica. Fu proprio tra le fila dei samurai di rango inferiore che si delineò la prima figura di una reale opposizione al governo del Bafuku. Impoveriti dai loro signori e allontanati dalla loro condizione di nobili guerrieri, questi personaggi furono i protagonisti della Restaurazione e tra i promotori della filosofia nazionalista che fu alla base della crescita ed espansione dell' impero giapponese. Ben presto al fianco dei samurai si unirono i kuge , membri dell'aristocrazia della corte imperiale, da tempo alienati dalla vita politica del paese e impoveriti dal Bafuku. Questa classe in declino, sebbene scevra di ogni potere, racchiudeva in se alcuni tra gli intellettuali più influenti del paese, disprezzati dal Bafuku, ma visti come un importante punto di riferimento per la legittimazione ideologica della lotta intrapresa dalla classe dei samurai. Quando nel 1862 venne attenuato il sistema del sankin-kotai, alcuni daimyo colsero l' occasione per effettuare frequenti visite alla corte imperiale di Tokyo, fino ad allora interdetta alla quasi totalità della popolazione, e per intessere rapporti segreti con alcuni dei kuge più autorevoli e formare la prima autentica unione politica contro lo shogunato. Bisogna precisare che, nonostante alcuni dei daimyo godessero di un' ottima reputazione negli ambienti cortigiani, essi vennero presto scavalcati dai samurai di rango inferiore. Questi da lì a poco si sarebbero infatti imposti come gli unici interlocutori per la Restaurazione, in netto contrasto con i loro signori che, altrettanto desiderosi di deporre lo shogun, avevano mire nettamente contrastanti con quelle dei loro sottoposti. Il bafuku si trovò di fronte a una situazione inedita in cui gli oppositori, al grido di Son-no, “fedeltà all' imperatore”, auspicavano a un ritorno del sovrano come capo politico, lo stesso capo politico al quale paradossalmente il governo dello Shogun giurava fedeltà assoluta. La figura dell'imperatore e di tutta la sua corte, durante lo shogunato Tokugawa, era completamente in secondo piano rispetto
condizione claustrale, giustificava tale comportamento con la necessità di mantenere pura la sua natura divina e allontanarlo dagli affari di stato; è anche vero però che lo Shogun, nonostante il suo potere quasi assoluto, non si permise mai di affrontare o sfidare il suo sovrano, al quale spettava il diritto inalienabile di sedere sul trono. Attorno alla corte imperiale iniziarono a maturare alcune delle correnti di pensiero che influenzarono pesantemente tutto il periodo della restaurazione Meiji: ostinato nazionalismo e segni di apertura all' occidente erano gli ingredienti di una nuova classe intellettuale formata da storici e letterati. Alcuni dei kokugakusha , propagandisti membri della Scuola nazionalista, denunciarono la troppa influenza cinese nei confronti della cultura locale, esaltando invece i valori giapponesi di fedeltà all'imperatore e alla sua famiglia. Questo nazionalismo doveva però fare i conti con la necessità di prendere in prestito alcuni elementi dalle demonizzate culture straniere; era necessario insomma trarre insegnamento dalla cultura dei barbari che, da oltre un secolo, avevano sottomesso alle loro logiche commerciali il potente impero cinese, ormai ridotto a terra di conquista. Di questo avviso erano molti dei membri della nuova emergente classe intellettuale: molti di loro, ma anche numerosi ronin, si dedicarono allo studio delle scienze occidentali, specialmente di quelle portate dagli olandesi, gli unici ammessi nel territorio giapponese. La necessità di acquisire questo tipo di conoscenze era motivata dal timore di incorrere nello stesso destino dei vicini cinesi. La burocrazia civile in Cina, gelosa dei valori confuciani e contraria a qualsiasi contaminazione con l'arroganza della cultura occidentale, si chiuse in se stessa limitandosi a garantire la propria autonomia, non effettuò le riforme necessarie a salvaguardare l'economia che crollò inevitabilmente sotto il peso dell'enorme divario tecnologico e organizzativo delle potenze occidentali. Lo stesso nazionalismo si manifestò invece in Giappone dove, però, la burocrazia era in mano ai militari; questi poterono agevolmente affrontare la sfida della modernizzazione superando gli ostacoli di un' amministrazione lenta e poco efficace. I protagonisti della restaurazione Meiji, ponendo l'accento sullo spirito di sacrificio e sui valori della nazione, riuscirono ad organizzare l'intero paese e realizzare le riforme necessarie per la salvaguardia della sovranità nazionale. La differenza principale tra la classe dominante in Cina e quella in Giappone risiedeva nella natura diversa delle loro funzioni: se in Cina i mandarini e gli altri funzionari venivano reclutati dalla società civile tramite il sistema degli esami secondo modelli rigidamente confuciani, in Giappone il requisito fondamentale per far parte della burocrazia era invece l'appartenenza al bushi , la classe guerriera. È evidente quindi come di fronte alla minaccia di una presenza esterna i due tipi di burocrazia abbiano reagito in modo diametralmente opposto: la prima rifiutando a priori ogni elemento appartenente ai “barbari” e sopprimendo sul nascere ogni tentativo di rivoluzione dal basso; la seconda facendo propri quegli stessi elementi dal quale avrebbero dovuto difendersi. Se le minacce provenienti dall' estero alimentarono i venti di protesta e il desiderio di riforme radicali tra gli ambienti intellettuali, la disastrosa situazione economica favorì l'insorgere di un sentimento di disprezzo e diffidenza tra la classe contadina, che ben presto si tradusse in rivolta armata. All'inizio del XIX secolo, la maggioranza dei contadini, caduti in miseria a causa una serie di terribili carestie e calamità naturali, venne ulteriormente impoverita dal Bafuku: le finanze del governo infatti provenivano principalmente dai raccolti. La classe mercantile venne inevitabilmente coinvolta in questa situazione: sebbene molti mercanti riuscirono ad arricchirsi proprio grazie alla crisi economica, la politica di chiusura del paese e il ricorso da parte del governo a prestiti obbligatori o prelievi forzosi trascinarono questi in una pericolosa condizione di incertezza e precarietà. La minaccia al governo proveniva quindi da tutte le classi sociali. Contadini, guerrieri, mercanti e nobili erano tutti accomunati dallo desiderio di estromettere il bafuku. La risposta di questo fu un inutile richiamo alla morale confuciana, ormai indebolita dalle logiche di mercato e inapplicabile in una situazione diffusa corruzione e impoverimento.
La fine del Sakoku
Grazie alla sua posizione isolata rispetto al continente asiatico e alla barriera dell' impero russo il Giappone rimase per secoli al sicuro dalle penetrazioni degli occidentali. Tuttavia lo spauracchio dell' India e della Cina, sottomesse dalle potenze imperialiste, faceva intuire che prima o poi anche il Giappone avrebbe dovuto confrontarsi con il mondo esterno. I primi tentativi di avvicinamento alle regioni giapponesi furono ad opera dell' impero russo verso la fine del XVII secolo. Dapprima nelle isole settentrionali come Hokkaido e successivamente più a sud, come nell' isola di Tsushima, per decenni i russi tentarono a più riprese l' ingresso nel paese. Le ottime difese organizzate dai giapponesi e la situazione di instabilità nel continente europeo portarono però le autorità russe ad arretrare e rinunciare, per il momento, all' espansione verso oriente. Più efficaci dal punto di vista strategico furono le mosse dell' Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti. Le compagnie commerciali della corona britannica si espansero rapidamente in India e lungo le coste cinesi per arrivare a quelle giapponesi. Gli inglesi desideravano sostituire i mercanti olandesi stazionati a Nagasaki, la quale madre patria venne inglobata dalla Francia di Napoleone, anch' egli desideroso di ottenere il prezioso porto. Grazie all' astuzia dell' agente Hendrick Doeff gli olandesi riuscirono a conservare la loro posizione e a neutralizzare i piani di Lord Raffles, l'architetto della corona britannica. Numerosi scontri tra le popolazioni locali e le ondate di marinai occidentali convinsero il Bafuku a promulgare, nel 1824, l' Uchi-harai rei , una legge che imponeva la reazione armata contro qualsiasi tentativo di violazione del sakoku. Questa decisione spinse gli inglesi a concentrarsi sulle aree circostanti come l' Indonesia e la Cina, sbaragliando le difese imperiali di quest' ultima e imponendo il primo dei trattati diseguali, quello di Nanchino. Consapevole dell' inferiorità militare del Giappone e del fatto che l' Uchi-harai rei avrebbe solamente inasprito i rapporti con gli europei, il Bafuku decise nel 1842 di permettere alle navi straniere l'approdo ad alcuni porti per il rifornimento di provviste. Quest' inversione di marcia del governo rafforzò ulteriormente la posizione di quella fazione politica che aveva fatto dello slogan “via i barbari” il grido di battaglia per la restaurazione imperiale e la cacciata del Bafuku. Con la quasi totalità dei maggiori porti commerciali asiatici in mano agli inglesi, gli Stati Uniti, di poco inferiori in quantità di navi e mezzi, decisero che era giunto il momento di intromettersi negli affari del pacifico. I progetti del commodoro Perry esprimevano bene la natura della politica americana: approfittare dei tumulti che coinvolgevano gli altri imperi in Europa e realizzare in tempi brevi l'impresa fallita dalle concorrenti. Una flotta di quattro navi da guerra comandate dal commodoro entrarono così, nel 1853, nella baia di Edo per consegnare un messaggio del presidente americano Fillmore al Bafuku. Gli americani chiedevano l'apertura dei commerci e concessero un anno di tempo per avere una risposta. L'esito fu positivo e solo cinque anni più tardi il Bafuku stipulò il primo trattato commerciale internazionale del Giappone. In poco tempo il Giappone venne invaso di prodotti esteri mentre le enormi esportazioni di materie prime andarono ad arricchire, grazie alle apposite disposizioni del trattato, i commercianti stranieri. La reazione xenofoba non tardò a manifestarsi incrinando ancora di più il potere del bafuku: la situazione economica nel paese oramai aperto al commercio estero era disastrosa. La fallimentare politica economica del bafuku, sommerso dai debiti interni ed esteri, portò a una rapida svalutazione della moneta e all' aumento dei prezzi dei beni di consumo. I primi a subire le conseguenze di questa crisi furono i samurai, ormai caduti in miseria per i salari minimi o addirittura inesistenti, e colmi di rancore nei confronti dei daimyo e dello shogun che avevano svenduto il paese. In molte parti del paese vigeva ormai uno stato di anarchia in cui i samurai venivano meno ai loro obblighi nei confronti del signore, i ricchi mercanti assumevano quindi guardie del corpo private per proteggersi dai tanti debitori ormai ridotti alla fame. Le ragioni per le quali un paese come il Giappone, ancora incardinato in un feudalesimo quasi primitivo e in terribili condizioni economiche e sociali, riuscì ad evitare il destino della Cina sono da ricercare nel complesso intreccio di interessi delle potenze coinvolte. La seconda metà del XIX vide infatti le principali potenze occidentali impegnate in conflitti che per circa vent' anni distrassero queste dall' espansione in estremo oriente. La debolezza dell' impero cinese e le sue
ignorarono il povero, seppur inesplorato, mercato giapponese. Il Giappone ebbe così il tempo necessario per smantellare il sistema feudale che portò in rovina la popolazione e concentrarsi sulla nascita dell' industria.
La Restaurazione L'alleanza feudale-mercantile e la nuova burocrazia illuminata
I Samurai di basso rango e i ronin furono i principali protagonisti del rovesciamento dello shogunato e della Restaurazione Meiji. Provenienti da tutti i clan che si opposero al Bafuku, in particolar modo quelli delle regioni occidentali, centinaia di guerrieri si unirono per sconvolgere le gerarchie feudali e ripristinare il governo imperiale. Spalleggiato dalla Gran Bretagna, il fronte antishogunale vedeva di buon occhio l' apertura ai commerci, a patto che questo non favorisse il governo. Lo shogun Yoshinobu, ottenuto il potere nel 1866 dopo la scomparsa del padre, prese in considerazione la possibilità di accordarsi con la Francia che si proponeva come partner del governo per la futura modernizzazione del paese. Tuttavia Yoshinobu, preoccupato per l'eventuale scoppio di una guerra civile e la probabile vittoria della coalizione dei clan di Satsuma e Chōshū, accolse la proposta del clan Tosa, presentatosi come mediatore, di dimettersi dalla sua carica e rimettere il mandato nelle mani di un consiglio di daimyo e nobili. Lo shogun si presentò quindi davanti all' Imperatore per la rinuncia alla carica, ciò non fu però sufficiente a fermare l'avanzata delle truppe dei clan verso la capitale. Il 3 gennaio 1868 venne così abolito lo shogunato e ripristinato il potere imperiale. In poco meno di due anni venne definitivamente neutralizzata ogni forza di opposizione alla restaurazione, mentre la famiglia Tokugawa venne privata di tutto il suo patrimonio. Il governo venne stabilì a Edo, gia sede del bafuku, che venne ribattezzata Tokyo, “capitale orientale”. Al fianco dei samurai anche i grandi mercanti contribuirono alla Restaurazione. Armati solo di spada e ardore rivoluzionario, i samurai non sarebbero mai riusciti a realizzare questa impresa senza gli enormi aiuti finanziari forniti dai chonin. Il nuovo governo infatti dovette affrontare da subito il problema degli enormi debiti che il Bafuku aveva contratto negli anni portando il paese in bancarotta. Grandi mercanti da tutto il paese elargirono generosi prestiti inserendosi di diritto tra le fila dei resaturatori. Questa alleanza tra samurai di rango inferiore e mercanti fu il punto di forza della modernizzazione del Giappone, e delineò tutta la politica economica del futuri decenni. È necessario precisare che il rapporto tra classe mercantile e classe guerriera non era un elemento nuovo. Sin dall' inizio del feudalesimo in Giappone i grandi chonin erano i principali creditori dei signori feudali e dei samurai e dipendevano di conseguenza dalla sopravvivenza di questi. Le dinamiche dell' economia feudale non permettevano ai grandi mercanti di allargare il mercato interno. Il divieto di acquisire terre, la mancanza di una moneta unica diffusa e la miseria dei contadini costringevano i mercanti a fare affidamento sui feudatari e i loro dipendenti e quindi sul sistema feudale stesso. È evidente che se l'unica fonte di guadagno per i feudatari era la riscossione delle tasse dei contadini, lo sgretolamento del feudalesimo avrebbe portato inevitabilmente alla rovina i mercanti. Nonostante il sentimento di disprezzo che l'aristocrazia nutriva nei confronti dei mercanti, molti feudatari si rivolsero proprio a loro per sostenere le spese dei propri territori. I debiti contratti a tassi di interesse elevati si traducevano immediatamente in un controllo indiretto del creditore su tutte le finanze del feudo. Il potere dei mercanti veniva così riconosciuto, seppur disprezzato, dalla classe dominante. Matrimoni e adozioni avvicinarono quindi i mercanti ai guerrieri, introducendoli di diritto all'interno della casta dominante. L' ingresso dei chonin nelle gerarchie feudali fu un elemento fondamentale e indispensabile per la restaurazione. L'infiltrazione di mercanti nella classe guerriera favorì la propensione di questa ad avvicinarsi alle logiche del capitalismo, e a rendere protagonisti i samurai e i chonin dell' imminente processo di industrializzazione.
La spinta modernizzatrice durante la Restaurazione Meiji fu data principalmente dai clan che per ragioni storiche e geografiche erano più vicini all' occidente. I clan di Satsuma, Choshu e Hizen
disponevano infatti di industrie ben avviate e di tecnologie superiori in campo agrario e minerario