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Giulio cesare canfora sintesi, Sintesi del corso di Storia Romana

Sintesi della storia di Giulio Cesare, ripercorsa da Luciano Canfora.

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 26/07/2016

tommaso_stefanachi
tommaso_stefanachi 🇮🇹

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Giulio Cesare
Ascesa e caduta di un Dittatore
O possente Cesare, giaci tu sì basso! Sono tutte le tue conquiste ridotte a sì piccola misura?
Così parlava Shakespeare nella sua opera Giulio Cesare dipingendoci questo personaggio come un
uomo che fece non solo conquiste militari, ma anche politiche. Ma come egli arrivò a lasciare una
così vasta orma sul mondo intero? L'analisi della sua politica e delle sue scelte sono capillari per
capire il lascito di questo grande uomo.
Le prime esperienze politiche
La primissima vita politica di Cesare si svolge sotto la dittatura di Lucio Cornelio Silla, capo della
fazione degli ottimati che sta eseguendo opere di epurazione verso i popolari. Tra questi c’è anche
Cesare stesso, che vanta di essere il nipote del celebre Gaio Mario, il capo popolare sconfitto da
Silla. Ritiene allora opportuno lasciare Roma, per recarsi in oriente dove svolgerà alcune battaglie
al fianco di generali per sedare gli ultimi focolai di resistenza di Mitridate, re del Ponto, re
fortemente antiromano .
Torna a Roma subito dopo la morte di Silla e sceglie di combattere la fazione degli ottimati con una
serie di cause in tribunale e cercando di restaurare le cariche precedenti alla dittaura, eliminando la
costituzione sillana, anziché seguire Lepido nella sua ribellione armata in Spagna. Questo fatto ci fa
già capire come Cesare abbia un occhio “clinico” nei confronti di altri politici, sapendo discernere
tra chi persegue obiettivi senza possibilità di successo (Lepido) e come invece combattere i nemici
dando una parvenza di legittimità.
Si parla i parvenza in quanto le sue lotte giuridiche sono per lo più lotte di partito, e non certo
un’opera moralizzatrice.
Nel 66 a. C. è questore e secondo al governo della Spagna Ulteriore. In questa occasione cerca di
allacciare dei rapporti con i potenti locali, per assicurarsi un valido appoggio nella sua scalata al
potere, proprio come la sua controparte, Pompeo, sta facendo in Oriente.
Divenuto edile e membro del Senato nel 65 tenta di avvicinare Crasso e Pompeo, gli uomini più
influenti di Roma, appoggiando diverse leggi da loro proposte. Essendo edile inizia una serie di
opere pubbliche per assicurarsi la benevolenza del popolo romano.
Nel 63 ottiene la carica di Pontefice Massimo, sconfiggendo alle elezioni altri due candidati ben più
vecchi di lui: è evidente che fu la concussione la sua arma vincente, non certo le sue superiori doti
morali. Egli però è in contraddizione con la sua carica: Cesare aderiva infatti alla corrente politica
e filosofica epicurea, secondo la quale gli dei non hanno nessun ruolo nella vita dei mortali. Perché
allora sceglie di diventare Pontefice Massimo? Senza dubbio un’altra astuta mossa per entrare nelle
grazie del popolo. Questa simpatia che provoca nei confronti della plebe gli sarà fondamentale
come aiuto materiale, ma anche come pretesto per legittimare il suo potere, durante la futura guerra
civile.
Già nei primi anni di esperienza politica vediamo dunque un Cesare previdente che guarda al futuro
e inizia a costruire la sua fortuna di trascinatore di folle con queste apparentemente piccole azioni,
ma di altissimo valore politico.
L'altra faccia della medaglia: le difficoltà economiche
Le campagne elettorali di Cesare, unite alle sue opere per ingraziarsi il popolo, prosciugano
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Giulio Cesare Ascesa e caduta di un Dittatore

O possente Cesare, giaci tu sì basso! Sono tutte le tue conquiste ridotte a sì piccola misura? Così parlava Shakespeare nella sua opera Giulio Cesare dipingendoci questo personaggio come un uomo che fece non solo conquiste militari, ma anche politiche. Ma come egli arrivò a lasciare una così vasta orma sul mondo intero? L'analisi della sua politica e delle sue scelte sono capillari per capire il lascito di questo grande uomo.

Le prime esperienze politiche

La primissima vita politica di Cesare si svolge sotto la dittatura di Lucio Cornelio Silla, capo della fazione degli ottimati che sta eseguendo opere di epurazione verso i popolari. Tra questi c’è anche Cesare stesso, che vanta di essere il nipote del celebre Gaio Mario, il capo popolare sconfitto da Silla. Ritiene allora opportuno lasciare Roma, per recarsi in oriente dove svolgerà alcune battaglie al fianco di generali per sedare gli ultimi focolai di resistenza di Mitridate, re del Ponto, re fortemente antiromano.

Torna a Roma subito dopo la morte di Silla e sceglie di combattere la fazione degli ottimati con una serie di cause in tribunale e cercando di restaurare le cariche precedenti alla dittaura, eliminando la costituzione sillana, anziché seguire Lepido nella sua ribellione armata in Spagna. Questo fatto ci fa già capire come Cesare abbia un occhio “clinico” nei confronti di altri politici, sapendo discernere tra chi persegue obiettivi senza possibilità di successo (Lepido) e come invece combattere i nemici dando una parvenza di legittimità. Si parla i parvenza in quanto le sue lotte giuridiche sono per lo più lotte di partito, e non certo un’opera moralizzatrice.

Nel 66 a. C. è questore e secondo al governo della Spagna Ulteriore. In questa occasione cerca di allacciare dei rapporti con i potenti locali, per assicurarsi un valido appoggio nella sua scalata al potere, proprio come la sua controparte, Pompeo, sta facendo in Oriente.

Divenuto edile e membro del Senato nel 65 tenta di avvicinare Crasso e Pompeo, gli uomini più influenti di Roma, appoggiando diverse leggi da loro proposte. Essendo edile inizia una serie di opere pubbliche per assicurarsi la benevolenza del popolo romano.

Nel 63 ottiene la carica di Pontefice Massimo, sconfiggendo alle elezioni altri due candidati ben più vecchi di lui: è evidente che fu la concussione la sua arma vincente, non certo le sue superiori doti morali. Egli però è in contraddizione con la sua carica: Cesare aderiva infatti alla corrente politica e filosofica epicurea, secondo la quale gli dei non hanno nessun ruolo nella vita dei mortali. Perché allora sceglie di diventare Pontefice Massimo? Senza dubbio un’altra astuta mossa per entrare nelle grazie del popolo. Questa simpatia che provoca nei confronti della plebe gli sarà fondamentale come aiuto materiale, ma anche come pretesto per legittimare il suo potere, durante la futura guerra civile. Già nei primi anni di esperienza politica vediamo dunque un Cesare previdente che guarda al futuro e inizia a costruire la sua fortuna di trascinatore di folle con queste apparentemente piccole azioni, ma di altissimo valore politico.

L'altra faccia della medaglia: le difficoltà economiche

Le campagne elettorali di Cesare, unite alle sue opere per ingraziarsi il popolo, prosciugano

letteralmente le sue finanze: nonostante tutte le glorie derivate dal pontificato massimo il discendente di Iulo è indebitato più che mai. Trovare nuovi finanziatori delle sue elezioni nell'Urbe è estremamente difficile oltre che insufficiente. La soluzione che trova è quella di saccheggiare città alleate o sottomesse a Roma durante il suo governo in Spagna nel 60, accusandole ingiustamente di disobbedienza al Senato. Altro denaro viene da regnanti stranieri legati alla Repubblica, che sperano di entrare nelle grazie di un uomo la cui influenza sta crescendo a dismisura.

Catilinario?

Nel 63 un evento gravissimo scuote Roma: la congiura di Catilina. Catilina, membro della nobilitas e della fazione popolare, aveva più volte tentato di divenire Console, ma era sempre stato boicottato dagli ottimati. Progetta così una congiura contro tutti i magistrati di parte avversa, in modo da assicurarsi la carica di dittatore e instaurare un regime sul modello sillano, ma alcuni tra i congiurati, pentiti, denunciano la questione al console Marco Tullio Cicerone. Catilina viene quindi portato in tribunale e processato dallo stesso Cicerone. Tra i nomi che i pentiti fanno tra i complici della congiura c’è però anche quello di Giulio Cesare, il quale, disperato, invoca l’aiuto di Cicerone per difenderlo. Cicerone sceglie di aiutare Cesare, benché con grosse probabilità colpevole: egli infatti sarebbe rimasto al fianco di Catilina per poi ritirarsi poco prima della strage, avendo capito l’inconsistenza del piano. Mossa molto lungimirante per Marco Tullio quella di difendere Cesare: l’ottimo console è conscio del potere sempre crescente di Cesare nella politica romana. Caio Giulio viene allora scagionato, ma nello stesso processo cercherà di evitare la condanna a morte di coloro che in parte furono suoi complici.

Ci si chiede ora se Cesare non abbia tentato di salvare almeno la vita ai catilinari perché era un loro conoscente ed è rimasto al loro fianco fino quasi alla fine nella congiura, o perché era un leader che sa affrontare con distacco anche la più delicata delle questioni, senza divenire oltremodo brutale.

Il consolato e il "mostro a tre teste"

Il 59 è un anno importante nella vita del futura dittatore di Roma: diviene Console, ma, cosa più importante, stringe un patto con Pompeo e Crasso, il famoso triumvirato, grazie al quale riuscirà a divenire uno degli uomini più potenti di Roma in grado di decidere le sorti delle elezioni degli anni futuri, e rendendo impotente la fazione degli ottimati guidati da Catone. Non si è certi su chi sia stato il primo a contattare gli altri due; certo è che Cesare aveva bisogno di validi appoggi su cui contare politicamente ed economicamente, mentre Pompeo e Crasso avevano bisogno di Cesare per ottenere l’appoggio del popolo. Tutti gli scritti dell’epoca danno di questo accordo privato un giudizio fortemente negativo, poiché è stata una delle cause che ha portato la Repubblica Romana allo sfascio, e lo definiscono “il mostro a tre teste”. Da allora infatti nessuna magistratura poteva definirsi autonoma dall’influenza di questo mostro.

Il consolato di Cesare potrebbe definirsi sine collega: è ormai infatti divenuto talmente popolare che Bibulo, Console fatto eleggere dagli ottimati per contrastare Cesare, non ha alcuna influenza sulle decisioni dello Stato. Riesce allora a far approvare diverse leggi “popolari”: la distribuzione di terre ai nullatenenti, l’abbassamento dei debiti e una forte legge contro la concussione, cioè contro lo strapotere dei governatori di provincia che tassano i cittadini più del dovuto; in pratica continua a costruire sapientemente il consenso del popolo tanto prezioso in tempi di sconvolgimenti politici.

Res Militaria: la conquista della Gallia

Grazie all’alleanza con Pompeo e Crasso, Cesare ottiene nel 58 il governo della Gallia Citeriore, ovvero dei territori dell’attuale Austria e Svizzera. Questa occasione è d’oro per Cesare: può infatti guadagnarsi la fiducia di un esercito, di luogotenenti , ma soprattutto ingenti ricchezze per sostenere

Cesare si muove subito per protestare: Pompeo infatti sarebbe già proconsole di Spagna, benché non sia mai andato in quella provincia rimanendo sempre a Roma, e non può avere una carica simile. Anche qui sarà capillare la differenza tra la dittatura pompeiana e cesariana: la prima costituzionalmente illegale, mentre la seconda legittimata dal popolo e dal pretore rimasto a Roma nel 49, carica più alta in assoluto in quanto i consoli sono fuggiti in Macedonia con Pompeo.

Cesare dunque, con il pretesto di ottemperare al decreto del Senato di arruolare legioni per combattere le rivolete, recluta nuove truppe in Gallia e le porta sul pomerio, il limite invalicabile a qualsiasi generale in armi: il Rubicone. Gli ottimati non perdono occasione di sferrare un colpo a Cesare, sottraendogli la proroga per la carica di proconsole delle Gallie e costringendolo a rientrare a Roma come privato cittadino per colpirlo con una serie di cause giudiziarie per distruggerlo. Secondo il disegno del triumvirato, Cesare avrebbe dovuto rimanere in carica fino al 50, per poi diventare console nuovamente nel 49, rispettando l’intervallo di tempo imposto dalla legge tra un consolato e l’altro e rimanendo così inattaccabile. Ma Pompeo non si oppone alla decisione Senatoria, dato che ormai, con la morte di Crasso a Carre, il triumvirato è decaduto, e i due più influenti uomini di Roma sono in guerra aperta.

Il pretesto per muovere definitivamente guerra alla Repubblica arriva per Cesare con la fuga presso di lui dei tribuni della plebe e dei senatori a lui fedeli. Ostentando questa fuga come una dovuta all’aggressività degli ottimati, il conquistatore della Gallia attraversa il pomerio con la motivazione di difendere la libertà delle istituzioni repubblicane, anche se in realtà lo fece per non essere trascinato e distrutto in tribunale, e forse anche per un’antica aspirazione alla tirannide. Ma arrivati a questo punto, le motivazioni personali contano ben poco, con il conflitto alle porte.

La lunga guerra civile

Per Cesare la guerra civile inizia con una serie brillante di vittorie, grazie alle quali l’Italia sarà presto conquistata. Egli però non fa ne uccidere ne imprigionare i comandanti di Pompeo, ma li lascia liberi per avere il consenso dei Senatori, che stanno prendendo in considerazione di fuggire assieme a Pompeo in Macedonia. Quando il Magno fugge infatti, molti esponenti del Senato rimangono al fianco di Cesare, tra i quali l’illustre Cicerone, apertamente contrario alla guerra civile. Questa lungimirante mossa politica pone Cesare nelle grazie dei senatori, che ora non lo considerano più come una minaccia, ma come garante di un roseo futuro. Lo stesso Senato, su pressione del popolo e dei pretori, nomina il conquistatore della Gallia dittatore.

Cesare ora però deve sconfiggere le legioni Pompeiane in Spagna, dove ci sono molti alleati del suo avversario che lo possono attaccare alle spalle, stringendolo in una morsa con le legioni Macedoniche. Una volta sconfitte quelle a Marsiglia, salpa da Brindisi verso la baia di Durazzo, dove ingaggia con Pompeo una terribile battaglia navale, che riesce a vincere solo grazie alle truppe di Marco Antonio, che costringono Pompeo alla ritirata presso Farsalo. Qui i due eserciti si scontrarono e l’esercito di Cesare vince nonostante in inferiorità numerica, riuscendo ad arginare ogni tentativo di accerchiare il suo schieramento da parte di Pompeo.

Ora però il nuovo dittatore deve lanciarsi all’inseguimento del nemico, benché meno pericoloso poiché senza un esercito, che sta cercando di raggiungere le sue clientele in Oriente. Pompeo cade però nella trappola di Tolomeo d’Egitto, che lo fa assassinare e ne presenta la testa a Cesare. Questi però, sfoggiando ancora una volta la sua abilità politica, si mette a piangere alla vista della testa del nemico, per far intendere a Tolomeo che non gli sarà debitore. Soggiorna ad Alessandria per assicurarsi che in Egitto non ci siano altri pompeiani e qui appoggia, forse per amore, o per liberarsi dello “scomodo” Tolomeo, la regina Cleopatra nella lotta alla successione. Tolomeo e gli egizi assediano allora il dittatore nella sua reggia ad Alessandria, da cui riesce però a

fuggire con una terribile battaglia navale e a raggiungere l’Isola di Faro. Da qui annienta l’esercito egizio con l’aiuto di un’armata composta da soli Ebrei.

Dopo la vittoria parte per le province d’Oriente per consolidare il suo potere, visto che con la sconfitta di Pompeo a Farsalo molte di queste province avevano cambiato bandiera, divenendo cesariane e bandendo ogni pompeiano. In questo periodo respingerà persino un tentativo di invasione di Farnace, re del Ponto, che sconfigge a Zela, assicurandosi così l’assenso di tutte le città in oriente, salvate in extremis.

La guerra contro gli ottimati non era però finita: Catone sta riorganizzando le sue forze in Africa, mentre i figli di Pompeo stanno fomentando una rivolta in Spagna. Cesare opta nel 47 di attaccare prima Catone, ma giunge con pochi soldati alla sua postazione più a sud delle forze repubblicane, visto che è stato colto da una terribile tempesta. Ricongiuntosi con il grosso delle sue forze, tenta di usare la superstizione dei locali a suo favore, presentandosi come l’erede di Gaio Mario, di cui i Numidi hanno molto rispetto, e anche quella dei romani, arruolando tra le sue file uno Scipione, poiché si diceva che uno Scipione non poteva mai essere sconfitto sul suolo africano.

Dopo la vittoria su Catone, che finisce suicida, grazie a questi fattori, si reca nel 46 in Spagna, dove deve combattere i figli del suo più grande nemico. Questi capiscono che Cesare è troppo potente per affrontarlo in campo aperto, e optano inizialmente per la ritirata, finchè non trovano una fortezza vicino a Munda, in posizione sopraelevata apparentemente impossibile da cingere d’assedio. Secondo lo stesso dittatore della Repubblica, quella di Munda fu la battaglia più difficile della sua carriera militare, battaglia che rischiò fino all’ultimo di perdere. Nonostante le difficoltà, questo accanito scontro termina con la sua incondizionata vittoria e pone ufficialmente fine alla lunga guerra civile.

Opere politiche durante la dittatura

Torna a Roma nel 45, quando ormai tutti i focolai della guerra civile sembrano spenti. Finalmente può adempire ai suoi doveri di dittatore. Cesare vuole però distaccarsi dall’ideale di tiranno che Silla aveva dato, ma non voleva nemmeno sembrare un altro Catilina che elargiva promesse troppo popolari pur di avere per sé il potere. Promulga in questo senso delle leggi sul debito, facendo sì che debba essere onorato con i valori che vigevano prima delle guerra civile, che naturalmente erano aumentati; reintegra allo stesso tempo nella vita politica i Senatori banditi per concussione, visto che quelli erano stati allontanati per lo per processi di lotta politica e non opere moralizzatrici. In questo modo sia plebe urbana sia l’alto Senato sono quasi completamente dalla sua parte ed egli può affermare che il suo potere è legittimo, cosa che ha sempre mirato a dimostrare.

Il "cesaricidio"

Arriva l’anno 44 e Cassio, un pompeiano passato a Cesare per convenienza, inizia a reclutare Senatori ostili a Cesare per una congiura. Tra questi figura Bruto, pompeiano durante la guerra civile, ma risparmiato da Cesare a Farsalo per via dei rapporti di parentela tra i due. Bruto è il personaggio chiave della vicenda: può infatti unire le due correnti presenti nell’associazione di Cassio, gli ex pompeiani e i cesariani scontenti, in un’organizzazione coordinata, essendo lui l’incarnazione di questi due filoni. Per convincere Bruto, nient’affatto d’accordo con i metodi della congiura, Cassio e i suoi useranno persino delle scritte su edifici pubblici di Roma, che lo accusano di essere stato comprato e ammorbidito dal tiranno. Alla fine Bruto accetta l’invito e tutti i congiurati si dicono pronti a passare all’azione.