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LINGUISTICA - GLOTTOLOGIA Glottologia è un sinonimo di linguistica ( sinonimia : indica due lessemi con significato identico ma diversi nel significante). Nelle lingue è rarissimo trovare dei sinonimi puri, cioè lessemi che rispondano alla definizione di sinonimia, e dunque una definizione generale e assoluta di sinonimia che però non tiene conto di una realtà articolata, perché in realtà la sinonimia pure è limitata a casi come ad esempio:
- La preposizione “tra/fra”, che hanno un’espressione differente ma significato identico.
- Forme verbali come “io devo” e “io debbo”, in cui dal punto di vista grammaticale sovrapponibile, ma la forma “debbo” è allocata e dunque il suo livello di lingua è più arcaico rispetto alla forma “devo”. Le condizioni in cui uno stesso parlante usa “devo” possono non essere le stesse in cui usa “debbo”.
- Padre e madre > appartengono a contesti d’uso più formali rispetto a “mamma/papà”. c’è una variabile in più, la variabilità dialettale, perché al nord si sceglierà in un contesto informale “papà”, invece in un luogo come la Toscana il termine per indicare padre in maniera informale è “babbo”. Anche qui c’è una differenza di contesti, per la diversità di situazioni come formale/informale ( differenze diafasiche , formale/alto/ufficiale/non formale/intimo), ma su queste differenze si insediano differenze diatopiche , differenze dialettali, legata alla differenza dei luoghi, ci sarà anche una differenza diastratica perché riguarda le differenze sociali, tra ambiente e classi d’età, livello di istruzione e strati sociali differenti. Noi abbiamo dei quasi sinonimi per dar conto del fatto che i lessemi si differenziano sulla base di diverse variabili anche quando sembra che il contenuto sia lo stesso, e ciò lo vediamo perché non possono sostituirsi l’uno con l’altro attraverso dei fattori. Glottologia e linguistica sono quasi sinonimi perché non è possibile vederli come sinonimi puri, perché non si possono sostituire l’uno all’altro in qualsiasi contesto, non si possono sovrapporre i due termini. Attraverso il breve dizionario di linguistica alla voce lemma — voce dizionariale, indica la forma del lessema scelta a rappresentare l’entrata lessicale nel dizionario. È una parola organizzata come uno degli elementi del lessico, ed è la forma che la tradizione linguistica sceglie a rappresentare nel repertorio dizionariale per le forme flesse di una parola. ES: in latino nel dizionario si cerca il nominativo singolare per i nomi e la 1. Pers. sing dell’indicativo presente. Oppure in inglese sul dizionario un verbo si cerca attraverso l’infinito >> dunque la tradizione linguistica sceglie la propria forma. Glottologia e linguistica non sono sovrapponibili, la ragione è una vicinanza che ci permette di capire qualche differenza:
- Nel dizionario di linguistica viene detto che Glottologia indica: “Termine equivalente a linguistica, usato in Italia per indicare in particolare lo studio storico delle lingue indoeuropee”, ed effettivamente glottologia è un termine metalinguistico, quindi un’espressione tecnica del linguaggio specialistico della linguistica, che è legato strettamente alla tradizione di studi in Italia delle scienze del linguaggio. Indica lo studio storico delle lingue indoeuropee, ma è anche un indirizzo di ricerca che confronta le lingue storiche per trarre da questo confronto delle informazioni che vanno nella direzione di una affinità genetica e familiare tra le lingue; dunque c’è un’attenzione maggiore nella diacronia.
- La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio verbale, cioè della facoltà umana specie-specifica e delle lingue storico-naturali, cioè dei prodotti concreti storico-sociali di quella facoltà del linguaggio. È la scienza che studia il linguaggio umano e le lingue storico-naturali, in cui per naturali si intende che se la facoltà verbale del linguaggio è umana è dunque naturale per la nostra specie, è un dato ontologico (nel senso di proprietà del singolo) che deriva da un fatto filo-genetico. Ciascuno di noi come membro della specie homo sapiens sapiens è per la sua natura votato al linguaggio verbale, a meno che non ci siano patologie o a meno che l’esposizione alla lingua dei membri della propria specie non sia inibita, nel senso che per tante persone lontane dall’esposizione della lingua e che quindi non hanno avuto uno scambio comunicativo, non arriveranno mai alle competenze della lingua e delle abilità linguistiche possedute da parlanti. La glottologia è quindi sovrapponibile ma bisogna anche segnare la differenza; e quindi che non si parla solo del linguaggio come facoltà umana, quindi homo sapiens sapiens, ma si cerca anche di rintracciare i dati storico-comparativi delle varie lingue. LE RAGIONI DELLA GLOTTOLOGIA Ascoli, padre della glottologia, Gorizia, 1829 - Milano, 1907, era a Milano come professore della Accademia scientifico-umanitaria. Ascoli è quindi il primo a usare Glottologia, anche se, questo termine esisteva già dal 1700, infatti ci sono dei dizionari che registrano il lemma glottologia ma per indicare qualcosa che non è ciò
che Ascolti intendeva. Indicava, infatti, nel 1700, un’area della medicina, e in particolare la parte della fisiologia che si occupa della formazione della voce, e dunque la dimensione fonica del nostro agire comunicativo. Al contrario, Ascoli comincia a usare Glottologia, più o meno dagli anni ’50 dell’Ottocento, non nell’accezione tecnica medica ma per indicare la scienza della lingua, e dal 1867 sancisce per scritto un uso di Glottologia come termine tecnico per indicare la scienza della lingua, sostituendo definitivamente linguistica. glottologia —> glotto (dal greco “glotta” lingua, come codice e come parte anatomica) + logia (dal greco “logos” discorso o scienza). È una parola composta, e dunque una parola complessa (costruito tramite regola), combinata grazie all’accostamento di due semiparole, di tradizione greca dotta, che possono ricorrere anche autonomamente rispetto a quel composto mantenendo il loro contenuto semantico, perché nelle lingue d’origini i due termini, o più in generale i termini di parole composte, esistevano in autonomia. Il termine glottologia deriva da: Sprachwissenchaft = sprach- > lingua + wissenschaft- > scienza = scienza della lingua. Sul piano morfologico glottologia è un calco strutturale della parola tedesca “Sprachwissenschaft”. Il calco strutturale è l’imitazione di un modello di una lingua modello. L’imitazione più semplice è quella dei prestiti perché è l’imitazione di una parola o espressione modello sul piano del contenuto e dell’espressione. Quando si parla di calco il livello di imitazione è più complesso, è comunque un’imitazione tra un modello alloglotto > quindi una lingua differente, e il termine della lingua replica, la lingua imitante, ma è un processo imitativo che ha un grado di complessità maggiore perché richiede da parte del parlante che crea quel calco una conoscenza maggiore delle strutture della lingua modello. Un calco è il prodotto di una imitazione che il parlante della lingua replica fa di una parola o di un’espressione della lingua modello, ma questa imitazione non riguarda il significante fonico-acustico ma viene fatta utilizzando una parola o un’espressione della lingua replica che viene modellata sulle parole o espressione della lingua modello. Nel caso di glottologia l’imitazione è strutturale, perché imita la struttura morfologica e sintattica della parola sprachwissenschaft, entrambe le parole sono un calco strutturale di composizione perché riproduce il composto del modello tedesco tenendo il significato. Nel calco quindi non c’è un’identità o somiglianza a livello di espressione, ma una somiglianza di costruzione. Il calco può essere anche di derivazione: stellina è un derivato di stella, ma se pensiamo all’accezione di stellina come giovane promessa della danza, il modello è Starlight in inglese che per primo ha sviluppato questa accezione. In ambito germanofono la cultura scientifica al linguaggio e alle lingue aveva la sua patria d’elezione, quando quindi sceglie Glottologia, dalla parola composta tedesca, pensa anche ad un modello culturale in cui il termine Glottologia italiano potesse riconoscersi nel prestigio scientifico-culturale delle Università tedesche. LA VARIAZIONE Il linguaggio verbale umano è una facoltà costituita per la nostra specie, però le lingue cambiano per due fenomeni: variazione e mutamento. La variabilità è il presupposto del mutamento, è l’anticamera del mutamento perché il mutamento muta ciò che viene esposto intrensicamente, e porta ogni mutamento a sfruttare gli effetti della variabilità delle lingue storico-naturali. Sono quindi due parole di significato diverso. Il mutamento è il cambiamento delle strutture su vari livelli (morfologico, sintattico e così via) nell’organizzazione che si fa risorsa del sistema. Ciascun parlante può modificare una lingua perché è modificatore di variabilità. Le lingue storico-naturali sono dei codici comunicativi che risentono di un fatto innegabile ed ineliminabile, e studiando bisogna studiare una variabilità linguistica, poiché sono il codice attraverso cui i singoli parlanti comunicano con i membri della propria comunità, le lingue sono sottoposte alle variabili che sono di ogni singolo parlante, e si riflettono poi nel codice (un sistema articolato ed estremamente complesso, fatto nei sistemi differenti). Questi fattori di variabilità derivano da come il singolo comunica, e ciò si riflette sulla struttura del codice del linguaggio. La glottologia è una facoltà che ha dei caratteri universali tali da individuare i comportamenti e varietà linguistiche di un qualunque parlante, indipendente dalla lingua che è sua, dall’ambiente in cui nasce, dall’area del mondo in cui si trova e così via. La variazione dipende da:
- Diacronia : una lingua è sottoposta a una variazione nel tempo. Diacronia è una parola composta da due semiparole: dia (prep. greca: presso) + cronia (dal greco: tempo). Quindi la possibilità, con il passare del tempo, che le strutture cambino perché esposte a una variazione. E ciò ci porta ad osservare la variazione
sue forme. Un segno è sempre un’entità a due facce/piani inscindibili, e quindi non separabili, ciò significa che un segno è biplanare, che sono:
- Espressione/significante = dalla parola francese “signifiant”, proveniente dalla riflessione di De Saussure, ed espressione che è stata utilizzata da uno studioso danese. Il significante è ciò che porta la nostra percezione a qualcosa, che è corrispondente all’altra faccia. È quindi la dimensione concreta che manifesta in modo percepibile ai nostri sensi ciò che è l’altra faccia, la quale altra faccia, se non avesse la manifestazione dell’espressione, non sarebbe di per sé capace di manifestarsi perché non ha caratteristiche che le permettono di essere condivisa.
- Contenuto / significato = o in francese “signifié”, è un fatto concettuale, è una nozione/idea/concetto, è un contenuto mentale e di conseguenza astratto perché è nella nostra mente ed è possibile richiamarlo grazie all’espressione che in qualche modo gli consente di avere una manifestazione concreta. È un’inscindibile relazione tra un contenuto nozionale astratto ed un’espressione materiale e percepibile che permette di comunicare il contenuto. ES: “5” > contenuto a cui penso, questo è un significato di ordine numerico e matematico. Come faccio ad esprimerlo? Grazie al significante, con le mani facendo il numero 5, posso scriverlo utilizzando il numero arabo “V”, e con altri mezzi sensoriali. Quindi questi mezzi concreti ci rimandano ad un contenuto che però è astratto. L’una faccia senza l’altra non ha senso, perché un segno è sempre e soltanto bi-planare, sempre dotato di espressione e contenuto. Un segno per essere ciò che è, e quindi un supporto alla comunicazione, deve avere il contenuto mentale, che senza manifestazione del significante, rimarrebbe astratto e quindi inesprimibile concretamente, anche la relazione opposta senza la corrispondenza tra le due facce, rimarrebbe inesprimibile; infatti se io ho un significante, questo deve essere il significante di qualcosa, deve avere un contenuto. Il referente è l’entità del mondo esterno/che ci circonda a cui io posso riferirmi, quindi nel mondo che ci circonda esistono degli oggetti di cui si può parlare attraverso l’uso del segno. ES: quando dico che il contenuto di “libro”, non è l’oggetto libro di fatto, ma è la nozione concettuale, e quindi un manufatto umano destinato a trasmettere contenuti. Il libro oggetto, è ciò a cui tramite il segno “libro” io posso riferirmi parlando. Quindi l’oggetto libro, che è referente, esiste e se ne può parlare attraverso l’uso del segno libro. Il contenuto è diverso dal referente, perché il contenuto è la dimensione ineludibile/ineliminabile di natura mentale e concettuale che in modo essenziale costituisce il segno, perché ogni segno è costituito anche del contenuto, i segni devono essere classificati, perché dipende a seconda del linguaggio verbale e ciò che è presente anche in altri sistemi. Quindi espressione e contenuto sono coesistenti e cooperanti affinché un segno esista, come entità che fa da supporto alla comunicazione. Mentre il referente è un’entità che non appartiene al mondo linguistico, ma al mondo extra-linguistico perché entità del mondo esterno che viene richiamata attraverso l’uso di segni come comunicazioni inscindibili. Il codice è un sistema di segni, ed è una dimensione astratta. È codice ogni sistema di comunicazione, e di quest’ultimo ce ne sono tantissimi, basta pensare alle lingue, che sono sistemi organizzati di segni. Il codice è l’organizzazione di segni tra loro, ed è dunque un sistema organizzato formato anche da regole che raccoglie e organizza i segni che una comunità condivide e utilizza per instaurare una comunicazione tra i membri di essa. ES: fiore = forma e colore del fiore contribuiscono a manifestare un contenuto e sono entrambi codici. Ci sono segni di tipo diverso e dunque occorre fare una classificazione; bisogna fare riferimento alla classificazione di un filosofo, Charles Pierce, il quale dice che il segno è qualcosa che agli occhi di qualcuno sta per qualcos’altro sotto qualche aspetto. La classificazione che Peirce propone è basata su due criteri o parametri:
- Motivatezza : ci serve a capire la relazione o la non relazione, se motivata o immotivata, conoscibile o non conoscibile, tra espressione e contenuto del segno.
- Intenzionalità : guarda alla volontà o meno dell’emittente o del ricevente di formulare un segno e interpretarlo. Non sempre c’è intenzionalità; nelle lingue verbali c’è sempre intenzionalità nel senso che tra ricevente ed emittente c’è sempre un’intenzione, ma non è sempre così per tutti i codici.
I segni sono in una sequenza volontaria, perché dall’icona al segno in senso stretto, la motivatezza viene progressivamente meno, mentre per quanto riguarda al parametro dell’intenzionalità si arriva ad un grado in cui sia ricevente che mittente sono in relazione:
- Icona = dal greco eicòn: immagine. ES: se io disegno un gatto/ho una foto di un gatto >> è un’icona, perché ho un’espressione con un contenuto. Tra espressione e contenuto la motivatezza è massima, perché l’espressione, cioè il significante in un’icona, richiama per somiglianza diretta immediatamente comprensibile, la forma o la struttura del contenuto, quindi la motivatezza risiede nella riconoscibilità. Non basta la motivatezza perché c’è da chiedersi se è intenzionale o meno; in un’icona l’intenzionalità è massima da parte dell’emittente e anche dal ricevente.
- Indice = L’indice è un segno non intenzionale perché l’emittente dell’indice non ha intenzione di creare un segno, il destinatario però interpreta quel segno, e lo interpreta facendo un percorso a ritroso tra effetto-causa.
- ES: se noi vediamo dall’aula delle persone con l’ombrello, è espressione che è effetto di una
motivazione che magari non conosciamo perché non ci siamo accorti che sta piovendo, ma ne deduciamo la causa, che è il contenuto, che sennò non sarebbe riconoscibile.
- ES: di mattina sono in vacanza e vedo delle impronte di animale sulla neve passato durante la notte;
l’animale che ha fatto quelle impronte non aveva intenzione di farle, però il ricevente, quindi io che guardo le impronte le interpreto come appartenenti ad un animale > faccio un percorso a ritroso di causa-effetto perché le impronte sono l’effetto del passaggi dell’animale, un contenuto “passaggio di un animale nella notte”, che non conosciamo ma che intuiamo dal suo effetto impronte, in quanto causa di quell’effetto. Differenza tra icona e indice : l’icona è motivata da una corrispondenza immediata, riscontrabile tra espressione e contenuto con un’intenzionalità nell’emittente e nella volontà del ricevente di interpretare, mentre nell’indice questa motivatezza è solo di relazione causa-effetto, e quindi l’indice è motivato solo per una ragione di sequenzialità che porta ad avere un emittente non volontario e un ricevente che intuisce.
- Segnale = il rapporto tra espressione e contenuto è lo stesso di un indice, ma è intenzionale. Nel parlare di una motivatezza nei fatti effetto-causa, è qualcosa di meno concreto rispetto alla motivatezza provabile in un’icona quando riconosciamo una somiglianza strutturale, c’è una componente astrattista perché nell’icona si attua un processo di intuizione. ES: come il segnale di fumo prodotto volutamente da un emittente per segnalare la propria posizione.
- Simbolo = è sicuramente intenzionale ed è anche motivato; intenzionale perché ad esempio il colore dell’arcobaleno come simbolo di rappresentatività, è certamente un simbolo. Ma ci sono anche simboli culturali specifici, come ad esempio i simboli dei colori > ES: nella cristianità la sposa è vestita di bianco, ma in altre culture il bianco indica il lutto. Dunque c’è una certa intenzionalità, perché voluta da chi lo emette e produce e viene intenzionalmente interpretato dai destinatari, ed è anche motivato da un punto di vista culturale, ideologico e politico (spostandoci sempre di più verso l’astrazione). ES: la colomba = simbolo che ha un valore legato a consuetudini sociali.
- Segno in senso stretto = il segno dei nostri codici verbali, che è intenzionale un segno linguistico ha un emittente che ha intenzione di usarlo e un destinatario altrettanto consapevole. I segni linguistici sono intenzionali ma fortissimamente immotivati quando si guarda alla relazione espressione/contenuto >> questo perché un segno linguistico per un parlante/emittente, e per il ricevente, non manifesta nessuna ragione specifica e pensabile che costituisca il perché della relazione bi-planare tra espressione e contenuto, dunque usano un segno linguistico senza necessità di comprendere la ragione che lega espressione e contenuto, cioè quel concetto a quei suoni che costituiscono l’espressione di quel segno. ES: in francese ho cheval e in italiano ho “cavallo”, e in inglese ho “horse” >> il contenuto può essere sempre lo stesso, ma questo concetto è immotivato, totalmente arbitrario se si guarda il rapporto che intrattiene con i suoni attraverso cui nell’espressione linguistica viene associato. Cioè, non c’è alcuna relazione tra il contenuto di cavallo nella parola in lettere cavallo. Le proprietà caratterizzanti il linguaggio verbale umano sono le seguenti: fonoacusticità, linearità, arbitrarietà, doppia articolazione, economicità, combinatorie, discretezza, ricorsività, produttività e metalinguistica. Queste proprietà fanno del linguaggio verbale umano un codice con caratteristiche specifiche rispetto ad ogni altro codice posto per comunicare qualcosa. Queste proprietà si riflettono nelle proprietà delle singole lingue storico naturali. Non esiste lingua al mondo che non abbia queste proprietà, perché ogni lingua indipendentemente da epoca, luogo e natura del codice risponde a delle caratteristiche che derivano a quella lingua il fatto di essere una manifestazione socio-storica di una facoltà naturale.
Ma ci sono differenze di sostanze di espressione tra le diverse lingue: in italiano non si realizzano gli stessi suoni che invece sono presenti in altre lingue e viceversa -> la forma dell’espressione che scelgono le diverse lingue è appunto diversa, i sistemi linguistici la fanno rientrare nella loro forma (selezione), ciascuna lingua ritaglia dalla stessa sostanza di espressione comune alla specie porzioni diverse di suoni che formano la forma dell’espressione di quella determinata lingua rispetto ad un’altra. Alcune lingue danno molta pertinenza alla brevità o lunghezza (= durata) delle vocali o delle consonanti, soprattutto confrontando inglese e tedesco o nel latino. Ciò crea e dà significati diversi (es. Stadt – statt) -> sono tutti suoni possibili, articolabili e percepibili ma la sostanza è generale e la forma è particolare: è un modo per ritagliare diversamente la stessa sostanza dell’espressione (comune a tutte le lingue) facendo una scelta (mutabile nel tempo) e dando una diversa forma alla stessa sostanza. Qui sta l’arbitrarietà: arbitrario di un codice qualunque rispetto ad una sostanza dell’espressione che in quanto connaturata alla specie, è a disposizione di tutti i locutori. Se la sostanza dell’espressione è l’insieme dei suoni possibili dell’umano, allora quella branca della linguistica che studia la sostanza dell’espressione è la FONETICA: la scienza dei suoni naturali che possiamo produrre e percepire data la nostra costituzione anatomica. Essa è infatti sempre generale perché spiega i fenomeni della fono-acusticità indipendentemente dalle scelte di forma delle singole lingue. La FONOLOGIA, invece, studia la forma dell’espressione, come le singole lingue danno forma specifica e mutabile nel tempo ai suoni possibili: in questa operazione di organizzazione c’è la scelta arbitraria. Quindi, essa studia la scelta arbitraria che nel corso della storia le lingue fanno dando pertinenza ad alcuni suoni rispetto che ad altri. Il mutare delle lingue è proprio resa possibile grazie all’arbitrarietà. ES: diversamente dal latino, dal tedesco o dall’inglese, l’italiano non prevede il ricorso alla lunghezza vocalica a fine distintivo (o fonologico), cioè per individuare parole di significato diverso:
- lat. nom. sing. m. pŏpulus “popolo” con /ŏ/ ~ nom. sing. f. pōpulus “pioppo” con /ō/
- lat. nom./voc. sing. puellă con /ă/ [a] ~ abl. sing. puellā con /ā/ [a:]
- ted. (die) Stadt “città” con /ă/ [a] ~ (der) Staat “stato” con /ā/ [a:]
- ingl. meat “carne” e (to) meet “incontrare” con /ī/ [i:] [mi:t] ~ mitt “manopola, guanto (da baseball o da boxeur)” con /ĭ/ [i] [mit]; analogamente ingl. (to) beat [bi:t] “battere, percuotere” ~ bit [bit] “pezzetto” La sostanza del significato è tutto ciò che umanamente possiamo pensare, concettualizzare, che faccia riferimento a fatti concreti o astratti (potenzialmente infinito). Ma le lingue danno ancora una volta, arbitrariamente, una forma diversa alla sostanza dando luogo a specifiche forme del contenuto. La forma del significato: i codici linguistici ritagliano porzioni del pensabile in modo autonomo. Ad esempio l’italiano dà una forma diversa alla medesima sostanza del contenuto rispetto al latino: il latino aveva a disposizione 4 aggettivi che esprimevano dimensioni del cromatismo del nero, in particolare due lessemi per indicare nero lucido e due per nero opaco. Questa opposizione valeva anche per il cromatismo del bianco -> la medesima sostanza del contenuto viene formata in un modo in latino e in un altro modo in italiano dove si hanno solo due aggettivi (nero e bianco) e dove è possibile definirli ulteriormente ma con articolazioni complesse -> è una forma diversa data alla medesima sostanza. ES: l’area concettuale che il latino ritaglia (‘forma’) tramite le coppie ater/niger e albus/candidus, rispettivamente “nero opaco” e “nero lucido”, “bianco opaco” e “bianco brillante”, è diversamente strutturata in italiano, attraverso la coppia “ nero/bianco“. Ancora:
- it. ‘nipote’ rispetto ad ingl. grandchild “nipote di nonno e di nonna” e nephew/niece “nipote di zio e di zia”.
- it. sposare rispetto al lat. nubere (detto della donna) e uxorem ducere (detto dell’uomo)
- it. andare rispetto al ted. fahren “andare con un mezzo meccanico” e gehen “andare a piedi”
- it. dita rispetto all’ingl. fingers (della mano) e toes (del piede).
De Saussure ci invita a fare uso della gradualità, nel senso che bisogna distinguere la gradualità di arbitrarietà tra assoluta e relativa:
- Arbitrarietà assoluta = mancanza assoluta di motivazione che leghi espressione e contenuto all’interno di un determinato segno, di cui fanno parte la stragrande maggioranza di segni non derivati delle lingue.
- ES: il numerale per “Venti”, venti è un esempio di segno totalmente immotivato, perché che
relazione c’è tra v-e-n-t-i e il contenuto? Nulla, anche pensando alla radice etimologica che deriva dal latino “viginti”, cosa significa in termini di chiarezza? Niente, perché individuiamo l’etimologia della parola, e scopriamo che dal numerale latino “Viginti” vengono forme di aree romanze di lingue diverse, ma non c’è una motivazione. Quindi Venti è un segno totalmente immotivato, perché la relazione tra espressione e contenuto non è conoscibile.
- Arbitrarietà relativa = presenza/possibilità di intravedere una motivazione del collegamento tra una determinata espressione e un determinato contenuto.
- Composizione : l’asse orizzontale opera anche verticalmente provando a ricostruire possibili combinazioni con scambio d’identità, questo perché un composto è sempre più interpretabile delle parole semplici di cui si compone, che si possono trovare anche isolatamente o in altre combinazioni, ma per rispettare una regola morfologica di combinazione, in cui ciascuna componente porta il suo valore semantico, si rende conoscibile.
- ES: “Dix-neuf” 19, è un composto, e provando a pensare ai due assi, già per il fatto di essere un
composto, se consideriamo l’asse orizzontale di questi due termini, nella composizione del numerale si richiamano l’uno l’altro, diciamo che almeno il parlante ha modo di riconoscerne almeno uno perché può pensare a “neuf” isolato o a “dix” isolato, ma può pensare anche a “vingt- neuf” in cui ritrova “neuf”; quindi orizzontalmente parlando, il parlante riesce a interpretare qualcosa di più in “dix-neuf” che a “vengt” perché grammaticalmente riconoscerà “dix” e “neuf”, ma l’asse orizzontale mette in atto anche l'asse verticale perché il parlante cercherà di interpretare “dix-neuf” anche alla luce di “vingt-neuf” in cui sostituisce “dix” a “vingt”.
- Derivazione : è un altro processo morfologico; in cui forme di derivazione o flessione aiutano, quando è possibile, a ricostruire la struttura e incrementare il novero delle forme relativamente arbitrarie, che sono segni relativamente motivati e non totalmente arbitrari. Quindi la morfologia delle parole complesse, ma anche la morfologia flessiva quando permette la modifica di un elemento fonico che abbia valore morfologico, dà la possibilità di interpretare i segni. Un composto e un derivato sono parole relativamente arbitrarie, perché la morfologia ha nella derivazione e nella composizione la possibilità di creare parole complesse dove vigono relazioni orizzontali sintagmatiche tra i costituenti, e verticali tra i sostituenti che aiutano il parlante a interpretare quella forma.
- ES: punta-lapis > scomposizione: punta + lapis = scomponendolo ci viene da pensare che sia
qualcosa che fa la punta e la matita. Oltre alla relazione orizzontale che costituiscono il composto punta-lapis di cui conosciamo un elemento, provando a sostituire uno dei due elementi o tutti e due, quindi attraverso la sostituzione verticale, si può giungere a capire il contenuto della parola punta-lapis. Quindi nella sostituzione verticale posso dire anche “punta-matite” o “tempera-lapis/ tempera matite”
- ES: luminoso/fangoso > ho aggettivi formati con il suffisso di derivazione -os, a partire da basi
nominali (noia-noioso). Fangoso è più interpretabile di fango, perché c’è fango + oso, infatti -os viene utilizzato per creare dei derivati aggettivali a partire da basi che sono nomi. 3) Flessione : non crea parole nuove ma attualizza le parole esistenti, le modifica per esprimere dei valori morfo-sintattici, relativi alle categorie grammaticali. A partire da un lessema, se ad esempio si forma il plurale quest’ultimo risulta essere la flessione della prima parola e tramite questa trasformazione il lessema si concretizza ed esprime categorie grammaticali precise.
- ES: singolare uomo, plurale uomini >> questo plurale è meno interpretabile del plurale che posso
fare di “tavolo/tavoli”, ho una variazione di un elemento morfologico flessionale alla fine, che interpreto perché vedo modificarsi in base al lessema. Ma in uomo/uomini nessun parlante riesce a ritrovare una regola che è alla base di quella flessione, che noi sappiamo avere ragioni storiche.
- ES: ship > ships = il parlante riconosce che l’aggiunta “-s”, quindi un morfema flessivo, ricorre
per formare altri plurali (ES: book/books), dunque questo è un esempio di arbitrarietà relativa. Ma “man/men” o “ship/sheep” non sono due casi di arbitrarietà relativa; infatti il parlante in questi casi non è in grado di trovare relazione tra i due in quanto non sia presente la “-s” o un altro morfema simile.
- Onomatopee : sono un tipo di segno linguistico che è meno arbitrario. De Saussure direbbe che è relativamente arbitrario, perché “Tic tac” ha una relazione limitativa tra espressione/contenuto. Un onomatopea è meno arbitraria dei segni arbitrari delle lingue, anche perché le onomatopee sono poche e dunque sono un’area ristretta, ma le parole onomatopeiche subiscono le regole (morfologiche, fonetiche, e fonologiche) del sistema linguistico a cui appartengono.
- Le onomatopee per origine sono secondarie e la loro origine simbolica è in parte contestabile; sono secondarie perché sono poche e perché in realtà non sfuggono alle regole di formazione e d’uso di un codice linguistico e quindi dei segni arbitrari di un codice linguistico. Infatti De Saussure pone due obiezioni: la scelta del significante non è sempre arbitraria, c’è sempre un fine limitativo, ma esse non sono mai elementi organici in un sistema linguistico.
- Anche una forma onomatopeica, che riproduce un contenuto di realtà, viene inglobata in una classe di nome che l’italiano forma in un certo modo per indicar che fanno riferimento a situazioni ripetute e di piccolo impatto. Viene trattata come una parola pienamente arbitraria
fisiologiche che servono a produrre foni e a percepirli con una fonazione e articolazione che va in carico a organi che fanno contemporaneamente altro e la ricezione dei suoni, svolta dalle nostre orecchie. La dimensione di fonazione, ricezione e articolare, è una dimensione primaria del significante, anche se il parlante è abituato a usare lettere e dunque anche se riteniamo che la nostra dimensione primaria sia grafica, ma questa dimensione è un fatto secondario e scelto, la realizzazione grafica è una scelta culturale, sociale e storica, che non tutte le civiltà hanno fatto e che non tutte le civiltà fanno. É dunque proprietà esclusiva rispetto alla scrittura, del linguaggio verbale umano e delle lingue, nel senso che solo secondariamente e se i popoli lo decidono, possono optare per la grafia. La fonoacusticità, è prioritaria e primaria come dotazione della nostra specie. Nel senso che la nostra specie ha nella fonoacusticità, una peculiarità che riconosce al parlato un ruolo primario rispetto alla scrittura. Quindi filologicamente, dal punto di vista della razza, la fonoacusticità è primaria. La priorità ontogenetica del parlato è la priorità della dimensione del produrre e dell’udire in ciascuno di noi. Se i sistemi di scrittura fonologici, non riproducono mai il significante fonico acustico; non esiste un alfabeto al mondo che abbia un numero di lettere (grafemi) pari corrispondente uno a uno ai suoni (foni) di quella stessa lingua. La scrittura si apprende attraverso un esercizio didattico progressivo che è legato a una volontà didattica, mentre la fonoacusticità si impara nell’interazione immediata. LINEARITÀ Quando produciamo un suono, articoliamo dei suoni in successione, in modo tale che sono nella fase di risoluzione di un suono e già gli organi articolari sono impostati sulla produzione di quello dopo. Impostiamo il suono successivo nella fase di soluzione del precedente, in una continuità che è lineare, in cui, nella fase di conclusione di un suono, per motivi economici, dipaniamo l’articolazione del successivo. La nostra fonoacusticità la elaboriamo attraverso una successione continua di movimenti che si dispone lungo una ideale linea orizzontale e in un tempo successivo, nonché sequenziale e fatto di successioni. La sequenzialità la troviamo soprattuto nei sistemi di scrittura, come alfabeti, ma anche nei sistemi pittografici. È una proprietà del significante. DOPPIA ARTICOLAZIONE proprietà del significante. Le lingue sono articolate e complesse a causa dell’articolazione di segmenti più piccoli. la diarthrosis > dia = presso + arthrosis = componente/elementi dal greco, o dal latino: aritculatio, indica la costruzione attraverso elementi, l’idea che una lingua sia costruita da più entità, che sia articolata e abbia una scansione in elementi più piccoli ha un’origine antica, greca. Nel 1949 Martinet, studioso francese, scrive un articolo “la doppia articolazione linguistica” che è un punto di svolta nella linguistica generale perché fa capire che le lingue sono articolate su due piani, e che quindi le lingue hanno una doppia articolazione: al primo livello ci sono i segni (unità portatrici di significato che vengono riutilizzate per formare altri segni e che non sono più scomponibili in elementi più piccoli che rechino ancora un proprio significato) mentre al secondo ci sono i sub-segni (unità che non sono più segni perché non sono più biplanari. Le unità di prima articolazione sono morfemi > associazioni di un significante e un significato, sono ancora segni, i segni più piccoli. A un secondo livello c’è la seconda articolazione, che sono a loro volta scomponibili in unità più piccole che non sono più portatrici di significato autonomo e che combinandosi insieme in successione danno luogo alle entità di prima articolazione. Questi elementi che non hanno più un significato sono definiti fonemi , i quali costituiscono le unità minime di seconda articolazione. Ogni segno linguistico è analizzabile e scomponibile in unità minime di seconda articolazione > ES: l-a-n-o- n-n-a-s-f-o-r-n-a-l-a-t-o-r-t-a. Morfologia ES: foglietto > come faccio a capire se è scomponibile? Si confronta una forma non identica a questa per vedere ciò che cambia e ciò che resta stabile. Avendo “Foglietto” > foglio = di uguale ci sono le prime 5 lettere “Fogli” + etto. “Fogli” > il confronto che isola le due parole ci fa vedere che è comune alle due parole, posso fare un’altra articolazione, ma nel sistema non c’è niente più piccolo di “fogli” che mi dia le proprietà di “Fogli”, perché “Fogli” è l’unica sequenza di suoni che associa a quei suoni un contenuto che è la nozione di superficie naturale e vegetale, divenuta poi superficie di scrittura. “Fogli” è un morfema. Se a foglietto tolgo “o”, ETT ha lo stesso significante in ETT di “libretto”, ed è dunque un diminutivo, mentre “o” è presente sia in foglio che in foglietto >> di “o” e di “ett” posso dire più cose: 1) ETT ha un significante e un significato (perché applicato alla base
“fogli” permette di creare una nuova parola, suffisso per creare un diminutivo, anche ETT è un morfema, perché associa un significante a un significato, dice che foglietto è più piccolo di foglio),
- “o”, che è dotato di significante, è un suono, che indica il genere maschile (è fogliO e non fogliA, non ho fogliettA ma fogliettO), quindi anche O è un morfema. Fogli + ett + o = 3 morfemi. Il morfema è un segno in quanto minima associazione tra significante e significato. L’unità di natura segnica, cioè formata da espressione e contenuto, che rappresenta l’unita minima della prima articolazione, ed è un’unità minima, perché nella sua minima associazione espressione/contenuto ci garantisce di avere un segno. Ci sono morfemi di tipo diverso, c’è una classificazione, perché stante il fatto che il morfema è l’unità minima di articolazione, ci sono significati di natura diversa. I morfemi si inseriscono tra pareti graffe. Esistono morfemi lessicali e morfemi grammaticali:
- Morfema lessicale = o referenziale, perché il significato non sta nella lingua ma rinvia al mondo esterno, è un significato extra-linguistico. Fa riferimento a una nozione che non è linguistica perché non fa parte del repertorio delle informazioni grammaticali ma del mondo delle conoscenze esterne. ES: albero = alber + o ha come contenuto referenziale e oggettivo, perché è un contenuto “essere entità di natura vegetale”, ma il contenuto “alber” è oggettivo, perché è una nozione che fa riferimento ad una realtà del mondo esterno e non della lingua. È un contenuto di realtà che è il concetto che viene arbitrariamente associato al morfema alber, e questo contenuto lo ritroviamo ogni volta che c’è “alber”.
- Morfema grammaticale = “ett”/“o” danno anche loro un contenuto, perché “ett” dice in una parola come “maglietta/foglietto” la stessa cosa, e anche la “o” di foglio/foglietto” dice le stesse cose della “o” di “tavolo”. Entrambe danno informazioni relative al sistema linguistico di riferimento, cioè al codice di quelle forme. I morfemi grammaticali sono segni, ma hanno contenuto diverso dai lessicali perché sono coerenti e danno informazioni sulle regole grammaticali di quella lingua e solo di quella, quindi realizzano contenuti specifici di un codice.
- ETT ed o hanno due specificità differenti:
- Morfema grammaticale derivativo/derivazione = il quale ha la funzione di creare parole nuove derivate, a partire da lessemi esistenti, o da basi lessicali esistenti. Ci sono morfemi grammaticali derivativi perché hanno la funzione di creare lessemi nuovi di tipo complesso chiamati “derivati”. Porta il suo contenuto che p grammaticale, mirato a modificare la natura e la semantica della base a cui si applica (ES: significato di foglietto è diverso a quello di foglio > è ETT a creare questa differenza).
- Morfema grammaticale flessionale = le informazioni grammaticali che ci da O sono due: numero e genere. Perché il loro contenuto è grammaticale, ed esprimono i valori della flessione e della coniugazione; processo della morfologia che dà conto delle diverse forme flesse in cui un lessema può trovarsi nei diversi contesti d’uso. La flessione è un processo che non tutte le lingue hanno, che modifica e crea diverse forme flesse di un lessema, che sono obbligatorie. Dà informazioni su categorie come: persona, tempo, modo e numero, caso, grado, definitezza, aspetto >> categorie che non troviamo in tutte le lingue. Martinet usava un’altra terminologia, parlava di monemi = morfemi, e parlava di semantema = morfema lessicale e distingueva tra morfemi grammaticali quello che noi abbiamo distinto in derivazioni e flessioni. Le unità di seconda articolazione: se scomponiamo un’unità di prima articolazione arriviamo pian piano alla seconda, la quale è l’unità minima non segnica (non è un segno), non ulteriormente scomponibile, che posso ottenere scomponendo un’unità di prima articolazione fino ad arrivare ad un’entità costituita minimamente dal significante. È frutto della scomposizione progressiva della prima, fino ad aggiungere solo significante e non più significato. ES: scompongo “ett” ma non ottengo più un segno, e poi se penso ad una prima scomposizione et- t, posso comunque riscomporlo in e - t- t. ES: one = diventerebbe o - n - e >> scomponibile in tre unità minime non ulteriormente scomponibili, ho raggiunto il livello di seconda articolazione. Fonema = unità minima di seconda articolazione, dotata di significante ma non di significato. Le unità di seconda articolazione sono dei non segni, ma non è più un segno è un sub-segno perché ha solo la faccia dell’espressione non è più biplanare.
Maria che pensa a Luigi scrive e così via, stanti i limiti posti dalla natura umana alla ‘gestione’ di parole lunghe e complesse, e alla memorizzazione, elaborazione e processazione di messaggi. Le proprietà strutturali fin qui elencate sono solo una parte di quelle ascrivibili al linguaggio verbale e alle lingue storico-naturali, quella su cui c’è maggiore convergenza tra gli specialisti. Altre proprietà sono produttività, trasponibilità di mezzo, trasmissibilità culturale, libertà da stimoli esterni, onnipotenza semantica (o onniformatività). PRODUTTIVITÀ O apertura, creatività, non finitezza, rende ragione del fatto che possiamo dar vita ad un numero infinito di frasi ed interpretare messaggi mai sentiti prima. Ancora, ricordiamo: Trasponibilità di mezzo, che spiega perché possiamo realizzare il significante o attraverso l’oralità oppure attraverso la scrittura, la trasmissibilità culturale, che riconosce come una lingua venga trasmessa come bene culturale tra le generazioni di una data società, il distanziamento, cioè la possibilità di parlare di fatti lontani nel tempo e nello spazio indipendentemente dalla localizzazione spazio- temporale dell’evento comunicativo, la libertà da stimoli esterni, cioè l’indipendenza da condizionamenti esterni alla situazione comunicativa, l’onnipotenza semantica (o onniformatività), che in teoria consente di esprimere ogni contenuto attraverso le lingue storico-naturali. I CINQUE ASSIOMI STRUTTURALI Da questa serie di proprietà discendono cinque assiomi strutturali concordemente riconosciuti come distintivi del linguaggio verbale umano rispetto a qualunque altro meccanismo in grado di trasmettere informazioni:
- Livelli di analisi: ogni lingua storico-naturale è un sistema complesso, articolato su più livelli, gerarchicamente e sistematicamente ordinati, sebbene come è naturale esistano molti fenomeni di interfaccia tra i diversi livelli. Tradizionalmente distinguiamo fra
- livello dei suoni: fonetica e fonologia studiano i suoni del linguaggio e le loro combinazioni, nonché i rapporti che i suoni hanno tra loro nei sistemi fonologici delle diverse lingue;
- livello delle parole: morfologia studia le parole, il modo in cui sono strutturate e il loro modificarsi in rapporto all’espressione di specifici valori funzionali;
- livello delle frasi: sintassi studia la struttura delle frasi e gli schemi di collegamento tra parole e sintagmi;
- livello dei significati: semantica studia il significato e i rapporti di designazione).
- Per ogni livello arbitrariamente individuato esistono unità minime, non ulteriormente scomponibili: fono/fonema, morfo/morfema, sintagma, lessema.
- Gerarchia dei livelli: ogni livello è formato dagli elementi del livello inferiore e, con le proprie unità, costituisce il livello superiore.
- Segmentazione: ogni livello dell’enunciato può essere scomposto in unità successive, fino ad arrivare all’unità minima per quel determinato livello.
- Principio di economia e ricorrenza, Per ciascun livello di analisi le unità minime sono in numero limitato e possono combinarsi tra loro dando luogo a unità del livello superiore. FERDINAND DE SAUSSURE Uno studioso franco, nato e morto a Ginevra, Ferdinand De Saussure , che ha dato molto per quanto concerne l’indagine indoeuropeistica e di linguistica storica, viene ricordato anche per aver ricostruito il sistema vocalico dell’indoeuropeo. Ha dato anche un contributo scientifico alla linguistica intesa come linguistica generale e teorica, ma che ha anche una caratteristica; noi abbiamo materiali manoscritti delle lettere dalle quali ricostruiamo una parte del pensiero di De Saussure sulla linguistica generale, ma sono testi frammentari. Riguardo alle nozioni di arbitrarietà, langue, parole e altre ancora, De Saussure non ha lasciato molto, forse proprio perché si era reso conto del carattere scardinante di queste sue nozioni rispetto agli anni nelle quali le manifestava (1909-1013). Diversi studiosi che frequentavano il corso tenuto da De Saussure a Ginevra, prendevano appunti delle sue lezioni, e decisero poi di raccogliere i loro appunti. Dopo la morte del maestro nel 1913, li hanno collazionati, operazione di filologia testuale secondo cui a partire dal confronto di più testi del medesimo contenuto, vedono ciò che è diverso e sulla base dei principi della filologia, ne fanno una versione proponibile come testo, con un relativo grado all’originale. Questo grado di vicinanza rispetto a ciò che diceva De Saussure a lezione, non era poi cosi vicino, e questo lo si vedrà negli studi che verranno fatti su di
lui. Però, grazie a questa collazione, hanno reso possibile per altri studiosi di apprendere il pensiero del maestro. Noi dunque possediamo un’edizione del 1916, una seconda del 1922, e una traduzione con commento fatta da uno dei più illustri studiosi di linguistica, Tullio De Mario, il quale tradusse già dal 1967 il volume “Cours de linguistique Generale” e a cui ha aggiunto un’introduzione e un commento di grandissima rilevanza. Langue - parole L’innovazione del singolo deve trovare almeno un altro singolo a cui condividerla volutamente, ed è questa la comunicazione; le innovazioni si originano così, lo stesso De Saussure dice che l’innovazione è un fatto individuale, che nasce nell’atto specifico del singolo che lui definisce parole ma resterebbe confinato alla parole, e quindi destinato a perdersi se non ci fosse una condivisione che fa passare l’innovazione dall’atto del singolo della parole a un fatto strutturale del codice, delle regole e delle identità, la langue. È una distinzione e non un’opposizione binaria, perché sono dimensioni distinte che delineano l’assetto delle lingue verbali e il compito a cui il parlante fa riferimento quando deve comunicare verbalmente. Langue e parole si dividono un’area che mette in rapporto la dimensione delle strutture presenti alla mente del parlante, quindi quelle regole che ciascun parlante di una lingua ha, in quanto membro della comunità che parla questa lingua e che gliela trasmette. C’è una prima dimensione fatta di strutture e regole condivise, un bene ereditario ed ereditato, e l’altra dimensione che riguarda l’uso concreto, ciò che il parlante fa di quelle strutture e regole nel parlato. Quando noi comunichiamo con gli altri, facciamo degli atti concreti nei quali attualizziamo e concretizziamo ciò che il codice a cui facciamo riferimento ci permette di avere e di usare per comunicare dei contenuti. Quando noi parliamo e compiano un atto linguistico concreto, compiamo un atto di parole, che è sempre diverso ed è soggettivo, perché è inerente al singolo individuo nella sua relazione “ciò che vuole dire, come lo vuole dire” nella modalità che sceglie. In questo atto di parole arriva a concretizzarsi tutto ciò che si conosce di quel codice perché si condivide, quindi si concretizzano delle strutture potenziali che appartengono al repertorio delle nostre conoscenze, e che appartiene alla langue. La langue resta nella sfera mentale fino a che non la usiamo attraverso la parole. L’una arriva a ottimizzare le strutture dell’altra, e l’una ha bisogno dell’altra, perché se possiedo un atto di parole significa che possiedo delle strutture pregresse che vengono attualizzate. Per de Saussure, la langue è un’eredità sociale che conosciamo grazie ai più grandi di noi che ci hanno trasmesso un codice, quindi è un sistema storico e sociale che è un’eredità che si trasmette da locutore a locutore. Inoltre chiama in causa un terzo elemento, il language , come facoltà del linguaggio, che è universale e della specie. Saussure è consapevole del fatto che tutto ha luogo, sede, nella parole; è quando il parlante fa un atto concreto linguistico che può avvenire tutto, e per tutto si intende che innanzitutto il locutore passa dal livello nozionale al livello dell’uso concreto, ma anche perché è solo quando s ifa un atto di parole che si può incidere e modificare le strutture della langue. Perché la langue, in quanto potenziale, nell’uso linguistico il singolo può introdurre tutto ciò che dipende dal suo essere uomo, che parla con determinate competenze di istruzione, di una determinata classe sociale e di un determinato sesso, quindi tutte quelle variabili situate nelle mani di un parlante quando compie un atto di parole. Anche la langue quindi muta, ma muta solo grazie alla parole, cioè al fatto che un parlante annida più o meno consapevolmente nel proprio uso linguistico i segni del mutamento. ES: il plurale della parola inglese di sorella è “sisters”, quindi sister + s per esprimere la pluralità, “brothers” invece è il plurale di fratelli > ma c’è un’altra forma di plurale che è “bredren” (confratelli) in cui la pluralità viene indicata dalla -n. Quindi se “sister” fa “sisters” allora “brother” fa “brothers”, anche se inizialmente si utilizzava la forma più antica “bredren”, dunque c’è stata una polarizzazione semantica in cui la forma più antica viene utilizzata per indicare un rapporto tra fratelli non di sangue, i confratelli di una fede religiosa. ES: “cow” > cows = per metafonia in passato c’era un altro plurale per indicare le mucche, ma è avvenuto un atto di parole che è diventato una struttura di langue tale per cui oggi si riconosce in cows il plurale di cow e non in un’altra parola.
sono organi che non hanno la produzione di suoni come prima funzione, ce l’hanno come seconda, come funzione sussidiaria, perché i polmoni e i bronchi sono necessari alla respirazione e nella cavità orale dove c’è la lingua, denti e palato si parla di masticazione > queste sono le funzioni primarie. L’evoluzione è tipica dell’homo sapiens sapiens, quindi la fonazione è una funzione sussidiaria che si ritrova in un’area che continua a fare la funzione primaria. Noi abbiamo un apparato uditivo che fa solo quello significa anche qualcos’altro; prima della nascita il nostro apparato uditivo è attivo e completo, il feto già dal settimo mese sente rumori esterni e voci, e i neonati hanno una capacità uditiva perfetta ed estremamente raffinata, discriminano con finezza i suoni linguistici, mentre il nostro apparato fonatorio è in corso di costruzione perché di fatto il feto va progredendo in queste strutture e si completa. L’udire e il parlare, sono dimensioni non equilibrate, sono da considerarsi in un rapporto gerarchico. Se guardiamo al lessico delle lingue troviamo che il lessico dell’udire è meno rilevante del lessico legato alla produzione, perché quello che risulta è che la dimensione uditiva finisce in secondo piano. ES: se cade un sasso/albero cosa ci dà la consapevolezza di ciò che è caduto oltre alla vista? Il suono, perché se non vediamo l’albero che cade ma sentiamo il tonfo, abbiamo percezione di quell’evento, senza l’udito in qualche modo non c’è la voce. L’apparato uditivo nasce per la nostra sopravvivenza, perché udire è anche sopravvivere. Non c’è voce se non viene recepita come tale. Quando passiamo al rapporto tra oralità e scrittura, bisogna tenere a mente che è più importante la fonoacusticità che la codificazione scritta. La scrittura è un sistema di segni, classificabile, e i segni sono diversi per contenuto. Si parla di grafemi quando si fa riferimento all’unità grafica tipo dei sistemi di scrittura fonologici che si distinguono da quelli non fonologici: I sistemi fonologici = quando il segno grafico indica o un singolo suono o gruppi di suoni, in articolar modo un sistema fonologico che abbia la possibilità di indicare singoli suoni o gruppi di suoni è un sistema che non veicolerà mai un contenuto concettuale.
- Sistema fonologico di tipo alfabetico = abbiamo un segno, grafema/lettera, il cui contenuto è un fono. Il segno grafico > grafema, lettera, e il suo contenuto non è un concetto ma è un suono.
- Sistema fonologico di tipo sillabico = ha per propri segni i sillabogrammi. Ad esempio la scrittura lineare B è un sillabario, fatto di simboli che hanno una faces significante che rinvia ad una contenuto che è la sillaba. La ratio, il modello è fonologico, perché il contenuto della lettera o del sillabogramma è solo un suono o un gruppo di suoni di natura sillabica, non contenuti o nozioni complesse com’è nell’altra area delle scritture, quelle scritture non fonologiche dette ideografiche. I sistemi non fonologici:
- Pittografico = il segno nel complesso è un pittogramma perché è un segno grafico che ha una rassomiglianza con un insieme di nozioni complesse.
- Logografico = da logos = parola, il segno che è il logogramma (nozione specifica espressa in una certa lingua per una certa parola) esprime un contenuto lessicale, riferibile a una parola che è associata ad un certo concetto per rappresentarlo linguisticamente. Viene detto anche ideografico. FONETICA Fonetica (gr. ant. «voce, suono»): scienza che si occupa della voce, cioè dei suoni o foni prodotti e percepiti dall’essere umano nella comunicazione verbale. È il livello dell’analisi linguistica che riguarda la sostanza dell’espressione (per il linguista danese Louis T. Hjelmslev 1899-1963) e si occupa quindi dell’universo fonico umano descrivendone le caratteristiche. Il fono è l’unità minima della fonetica e lo si rappresenta tra [ ]. L’atto comunicativo prevede tre fasi: una di produzione di suoni, una di trasmissione del suono entro un mezzo (principalmente l’aria) e uno di ricezione. Ad esse corrispondono tre prospettive: fonetica articolatoria , fonetica acustica e fonetica uditivo-percettiva ; questo significa che ci deve essere sinergia tra formazione del suono e la ricezione del suono, con però la gerarchia che discende dai fatti sia dei componenti uditivi sia vocali. Sono tre fasi di una sequenza di cinque, di cui la prima e l’ultima sono atti mentali, perché gli atti mentali partono e dalla concezione di un messaggio alla quale segue la fase di produzione a quei contenuti secondo le strutture della lingua.
Il linguaggio verbale è strutturato in modo da garantire la comunicazione di un messaggio tra un emittente e un destinatario che prendono parte attiva e consapevole all’atto comunicativo. Si tratta di un atto complesso, e da tale complessità discende il fatto che la fonetica è anch’essa scienza complessa, che indaga le fasi del processo comunicativo corrispondenti a produzione, trasmissione entro un mezzo e ricezione. Un atto comunicativo coinvolge sempre componenti distinte, che sono:
- una componente mentale, che coincide con l’ideazione del messaggio da comunicare da parte dell’emittente e con la codifica (elaborazione centrale);
- una componente meccanica, che coincide con l’articolazione di una data sequenza di foni da parte dell’emittente;
- una componente fisica, che coincide con la trasmissione del suono (cioè le onde sonore) in un mezzo, che in genere è l’aria;
- una componente fisiologica, che coincide con la percezione del segnale acustico da parte del ricevente, grazie al suo apparato uditivo, e con l’elaborazione che ne consegue al fine di trarre dal segnale informazioni salienti;
- una componente mentale, connessa all’interpretazione e alla decodifica del messaggio da parte del ricevente (elaborazione centrale). Di queste componenti, la fonetica guarda ai suoi dati distinguendo tre prospettive di indagine: articolatoria, acustica e percettiva. Fonetica articolatoria = descrive il processo di produzione dei suoni linguistici (descrive i foni, cioè i suoni più piccoli, nel processo di produzione) e, nello specifico, descrive l’anatomia e la fisiologia dell’apparato fonatorio umano, cioè del complesso di organi (o mobili o fissi) che, con i loro movimenti e la loro configurazione, consentono la produzione delle onde sonore che veicolano il messaggio linguistico. Fornisce i parametri di descrizione e classificazione dei suoni, vocalici e consonantici. I movimenti, gli assetti, che gli organi articolatori compongono il complesso dell’apparato fonatorio inducono onde sonore che si propagano dall’interno all’esterno (quindi per questa propagazione del flusso d’aria dall’interno all’esterno, i suoni linguistici sono egressivi); pochissimi suoni sono ingressivi, cioè si ottengono inspirando l’aria. I movimenti sono fondamentali e ci aiutano a discriminare le entità dei singoli suoni. Fonetica acustica : studia il segnale linguistico (cioè le onde sonore) per come si trasmette in un mezzo che, in genere, è l’aria; descrive le caratteristiche di tali onde sonore, con riguardo alla consistenza fisica dei suoni (altezza, frequenza, ampiezza, intensità ...) e al loro propagarsi dall’emittente al destinatario. Questa prospettiva è la controparte applicativa della fisica acustica, di cui condivide i presupposti e usa gli strumenti (come lo spettrografo). Fonetica uditivo-percettiva : descrive il processo con cui l’ascoltatore percepisce i foni e come il segnale acustico è percepito e decodificato linguisticamente; tratta dell’anatomia e fisiologia dell’apparato uditivo (in specie di come la vibrazione di molecole d’aria è analizzata dall’orecchio e trasformata nell’impulso neurale che il sistema nervoso trasmette al cervello). L'oralità è primaria alla scrittura con un ruolo essenziale nell’udito. Nel compito del destinatario c’è l’impegno di percepire e interpretare quello che viene dall’emittente perché la voce ha un ruolo importante nella variabilità della comunicazione. I ruoli, ovviamente, poi si rovesciano e il destinatario diventa emittente, questo fa sì che non esista lingua al mondo che non esprime l’io e il tu. L’apparato fonatorio è frutto di adattamento evolutivo, che ha portato il meccanismo della respirazione a modificarsi per consentire in simultanea la fonazione. Forse la scelta della fonoacusticità rispetto ad altri tipi di significante percepibile è correlata alle proprietà e ai vantaggi che la voce mostra rispetto ad altri tipi di espressione, come la gestualità o la mimica (che pure accompagnano la comunicazione verbale). La fonazione avviene in contemporanea con altri comportamenti, è poco dispendiosa sul piano energetico, è ‘portabile’ e dipende poco dalle condizioni ambientali in cui avviene, può raggiungere un numero assai elevato di destinatari, è continua e modulabile. Il meccanismo della fonazione (lato sensu) prevede: respirazione (con i polmoni che come un mantice spingono l’aria verso l’esterno e la richiamano verso l’interno), fonazione, articolazione. È opportuno distinguere tra fonazione e articolazione:
- La fonazione è la produzione della voce umana nella laringe, dove una perturbazione del flusso di aria polmonare che attraversa l’apparato fonatorio genera il segnale acustico, che sarà poi modificato durante il percorso ulteriore (articolazione). In questo tratto (detto vocale) l’energia viene convertita in suono percepibile.
perché grazie al movimento di mantice che i polmoni inspirano ed espirano l’aria e questo
consente anche la fonazione. La fonazione avviene propriamente nella fase di espirazione >
nel momento egressivo , quindi quando il polmone spinge l’aria dall’interno verso l’esterno,
che si ha la possibilità id produrre suoni linguistici, ma in realtà possiamo produrre suoni
prendendo l’aria dall’esterno, in modalità inspiratoria, ma sono poche tipologie di suoni
linguistici e sono poco diffusi nelle lingue come suoni funzionali.sono contenuti nella
gabbia toracica che è chiusa nella parte bassa dal muscolo diaframmatico, il quale è
fondamentale nella respirazione ma aiuta anche nella fonazione perché i polmoni sono
sottoposti ad un continuo movimento di espansione e riduzione > da un lato l’aria può
arrivare fino agli alveoli, e poi può essere spinta fuori. Quando noi respiriamo, ad esempio a
riposo, non c’è nessuno sforzo muscolare specifico e i polmoni riescono ad espandersi, fase
di ampliamento, perché c’è un movimento attivo da parte del diaframma che si contrae e si
abbassa, questo abbassamento determina un ampliamento della gabbia toracica. Per legge
fisica, legata agli spostamenti delle masse di gas, c’è uno spostamento di masse di gas
dall’esterno verso l’interno, e durante l’espirazione il volume aumenta, mentre la pressione
diminuisce. L’espirazione è un movimento passivo, perché il rilassamento dei muscoli
espiratori intriseci porta ad un innalzamento del diaframma e questo riduce lo spazio nei
polmoni che hanno necessità di liberarsi, ma l’espirazione permette la fonazione,
raggiungendo prima i bronchi, poi la trachea e infine la laringe.
2) Laringe = nel tratto vocale è l’organo più importante; è posta nella parte antera-inferiore del
collo. È ciò che contiene le fondamentali strutture della fonazione, cioè le pliche vocali. Le
pliche vocali sono delle strutture muscolo-tendine, piuttosto elastiche, e che si inseriscono a
partire dalla cartilagine cricoidea alla cartilagine tiroidea. Sono ricoperte da un muscolo
detto muscolo vocale, che permette di osservare cosa succede nella fonazione. Le pliche
vocali sono sensibili, intanto determinano uno spazio definito glottide , che si trova
all’interno della laringe perché è lo spazio che si determina tra le due pliche vocali e grazie
ai movimenti che la glottide assume, si possono avere suoni di tipo diverso. Ci sono
posizioni differenti per la glottide; quando siamo in una posizione di respirazione normale di
tipo egressivo e le pliche, che delimitano la glottide, sono accostate ma non si toccano e
quindi lasciano un passaggio per l’aria affinché raggiunga il canale vocale sopraglottidale,
produciamo suoni sordi. Invece abbiamo una situazione differente quando, per effetto
dell’aria respiratoria e quindi gli effetti dell’aria egressiva, le pliche vibrano, quindi la
pressione subglottidale è maggiore della pressione che è al di sopra delle pliche accostate e
quindi apre lo spazio, creando una fessurazione, e l’aria che riesce a passare fa cambiare le
condizioni pressorie, e quindi abbiamo una produzione di suoni sonori (di cui fanno parte le
consonanti sonore e alcune vocali), perché le pliche si accostano e si discostano
continuamente.
2) Tratto vocale sopraglottidale = va dalla laringe esclusa in su (cavità faringe, cavità orale [con
organi fissi e mobili > ugola, palato molle/duro, lingua, denti] e cavità nasale). Una volta creato
l’effetto sonoro arrivano le modifiche che rientrano nella fase del processo articolatorio, il quale
avviene nelle tre cavità.
1) Faringe = organo appartenente alle strutture dell’apparato respiratorio e digerente; è un
canale membranoso e muscolare ed è la prosecuzione della laringe che comunica con le
cavità nasali. Ha un ruolo importante nel contribuire nella produzione dei suoni nasali o dei
suoni vocalici nasali.
2) Epiglottide = permette che il cibo passi attraverso l’esofago verso lo stomaco ed è situata
all’interno della cavità faringale.
3) Cavità nasali = quella parte della faringe che comunica con le cavità nasali si chiama
rinofaringe. Le cavità nasali servono alla respirazione e alla percezione olfattiva ma servono
anche come organo risuonatole per l’articolazione. Abbiamo due cavità nasali dette naso
interno, una a destra e una a sinistra, e hanno una struttura rigida perché formate da ossa.
Sono importanti perché se il palato molle è sollevato non c’è contatto tra le cavità nasali e il
resto del tratto vocale e quindi se non c’è il passaggio, l’aria passa attraverso le cavità
boccali. Quando invece si abbassa, il canale è aperto e l’aria può passare sia dalla cavità
boccale che dalle cavità nasali. Il movimento del palato, innalzato o abbassato, determina la
possibilità di far passare l’aria attraverso entrambe le cavità o solo la cavità nasale. Questo
determina la realizzazione di determinati suoni: i suoni nasali sono determinati
dall’abbassamento del velo del palato.
4) Cavità orale = è un’area piuttosto importante perché ci sono tanti articolatori, e ospita la
gran parte dell’apparato di articolazione.
1) Lingua = ad esempio è importante perché in un adulto è un organo che riempie la gran
parte della cavità orale e ed è semi-mobile perché è attaccata all’osso ioide grazie alle
fibre muscolari che la rendono in parte fissa, mentre il resto la rende mobile, ed è di fatto
l’organo più mobile del nostro organismo perché innervato di muscolatura soprattutto
nella parte posteriore. Quando la lingua è rilassata, la punta della lingua si contrappone
ai denti e agli alveoli, mentre il dorso della lingua corrisponde al palato puro e la sua
radice è ciò che sta di fronte alla laringe. La lingua può spostarsi sia in un asse
orizzontale che in uno verticale, mentre il movimento laterale non è usato
nell’articolazione, ma pure questa mobilità estesa dà origine a variazioni importanti sul
piano aritcolatorio, perché se la lingua non si muove e rimane nella posizione di
massimo abbassamento, produciamo una “a”.
2) Palato = suddiviso in palato molle e duro, che ha una struttura che lo rende molle perché
è una struttura cartilaginea. Viene definito duro perché ha una struttura fissa con
un’architettura ossea, che offre un’ampia superficie e alla fine del palato duro si trovano
gli alveoli.
3) Alveoli = nel margine più esterno del palato duro, dove sono collocati i denti, di cui utili
all’articolazione sono gli incisivi della zona superiore.
4) Labbra = sono estremamente mobili e fondamentali per la produzione di consonanti e
vocali, anche nello stesso momento come le nasali.
Sono detti organi articolari e sono o fissi, come i denti, alveoli, palato duro, o anche mobili o
relativamente mobili, come la lingua. Ma tutto nasce nel tratto vocale perché ci sono i polmoni,
bronchi, trachea e laringe.
Vocoidi e contoidi
Pike, uno studioso di fonetica statunitense, usa i due termini vocoidi e contoidi: quando li usiamo
con riferimento alla terminologia di Pike, facciamo riferimento al fono nella sua natura di
articolazione linguistica, di elemento fonico prodotto dall’apparato articolatorio. Guardiamo
all’entità fono dal punto d visita della sua materialità, per come è prodotto e per come possiamo
descriverlo sul piano acustico. Mentre i termini vocali e consonanti sono usati ella descrizione della
funzione dei vocoidi e contoidi all’interno di una sillaba.
Con questi articolatori possiamo produrre due tipi di suoni/foni linguistici, e sono le due uniche
realizzazioni possibili di suoni linguistici producibili dal complesso dell’apparato articolatorio, che
hanno una sola differenza:
1) Vocali = quando produco un vocoide, l’aria polmonare o flusso egressivo, non trova nessuno
ostacolo. L’aria dai polmoni fa il percorso che la porta a uscire dalla bocca o dal naso (se è
vocale nasalizzata), ma non ha restrizioni o ostacoli. E il fatto che nella produzione della vocali
siano attive con effetto di sonorità le pliche vocali nella glottide, non è un ostacolo, ma è una
modalità che dà origine al segnale acustico che procede e verrà modificato nella bocca, ma tutto
ciò che entra in gioco nella realizzazione dei vocoidi non produce ostacoli.
2) Consonanti = il contrario della realizzazione dei vocoidi, si producono per intervento di un
diaframma (e quindi un ostacolo), un articolatore o più articolatori, dato dalla presenza di un