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La concezione dell'arte e della retorica
Tipologia: Appunti
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Nelle precedenti dottrine si è parlato dei rapporti che intercorrono fra mondo sensibile e iperuranio. Resta ora specificare come l’uomo possa accedere conoscitivamente all’intelligibile. Il primo problema legato alla conoscenza viene risolto da platone all’interno del menone. Platone cercò di superare l’aporia degli eristi secondo cui la ricerca e la conoscenza sono impossibili: infatti, non è possibile cercare e conoscere qualcosa che non si conosce, perché anche se lo si trovasse, non sarebbe riconoscibile. Platone, dunque, definì la conoscenza come anamnesi, cioè ricordo di qualcosa che esiste da sempre nell’intimità dell’anima umana. La teoria della anamnesi ha una duplice materia: una mitica e una dialettica.
Mitica: La prima materia si rifà alle dottrine orfico-pitagoriche, secondo le quali l’anima è immortale e vive più vite. La morte è il termine della vita dell’anima, così come la nascita è il ricominciare di una nuova vita che si aggiunge a quelle precedenti. Dopo la morte, e prima di reincarnarsi in un nuovo corpo, l’anima (collocata nel mondo metafisico) ha la possibilità di contemplare le idee perfette di tutto ciò che esiste nel mondo sensibile; reincarnatasi porta dentro di sé quella conoscenza. Pertanto, per apprendere e conoscere l’anima deve trarre da se medesima la verità che possiede da sempre. [ esempio delle schiavo nel menone] Gli studiosi hanno spesso ritenuto che la dottrina dell’anamnesi è nata in platone da influssi orfico- pitagorici; ma, dopo l’esempio dello schiavo, è chiaro come in realtà essa derivi dalla maieutica socratica. La verità deve sussistere nell’anima. La virtù dell’anima è la conoscenza. Un’ulteriore riprova dell’anamnesi platone l’ha fornita nel fedone. Noi tutti constatiamo con i sensi l’esistenza di cose uguali, maggiori, minori, quadrate, circolari, etc. Ma con un’attenta riflessione scopriamo che i dati forniti dall’esperienza non corrispondono in maniera perfetta all’idea che noi abbiamo di quella cosa nella nostra mente. Ad esempio, se vedo una cattedra posso dire con certezza che è di forma rettangolare; tuttavia l’idea di rettangolo che ho nella mente non è identica alla cattedra che vedo con i miei occhi; vuoi che il legno si sia gonfiato con l’umidità o gli spigoli si siano smussati col tempo.
Quindi, la nostra mente corregge l’imperfezione dei sensi trovando la conoscenza perfetta di quella cosa di cui abbiamo esperienza grazie ai sensi. Secondo alcuni studiosi, la reminiscenza delle idee è la prima scoperta occidentale dell’a-priori. Ciò può essere corretto se ci si riferisce ad un a-priori oggettivo e non soggettivo, tipico dell’idealismo kantiano. Le idee sono infatti realtà oggettive, sono delle forme, costituiscono l’oggetto specifico del nostro pensiero che si impongono mediante l’anamnesi. E poiché la mente coglie e non produce le idee, e le coglie indipendentemente dall’esperienza, possiamo parlare del primo a-priori della filosofia occidentale.
E’ evidente, tuttavia, che l’anamnesi è una dottrina limitata, perché spiega soltanto la radice della conoscenza, come possiamo conoscere. I modi specifici del conoscere restano ancora da determinare. Platone li spiega nella repubblica. Il filosofo parte dal principio secondo cui la conoscenza è proporzionale all’essere: l’essere è conoscibile, il non-essere è inconoscibile. Tuttavia, noi sappiamo che esiste una realtà intermedia tra essere e non-essere, ovvero l’essere in divenire. Pertanto, esiste una forma di conoscenza intermedia tra espisteme e ignoranza. Per meglio dire, tra episteme e ignoranza esiste la forma di conoscenza più bassa, la doxa. L’episteme (scienza) è legata alla conoscenza dell’essere puro, ovvero le idee; mentre la doxa è legata al sensibile.
L’opinione è però poco affidabile, perché legata ai sensi, è labile. Bisognerebbe dunque legarla con il ragionamento e quindi legarla alla conoscenza delle idee: ma allora essa cesserebbe di essere doxa e diventerebbe espisteme. Ma platone specifica ulteriormente che tanto la doxa quanto l’episteme hanno ciascuna come due gradi: la doxa si divide in eikasìa (immaginazione) e in pìstis (credenza), mentre la scienza si divide in diànoia (conoscenza mediana) e nòesis (pura intellezione) L’eikasìa corrisponde alle immagini e alle ombre degli oggetti sensibili, mentre la pìstis agli oggetti sensibili stessi. La diànoia si riferisce alla conoscenza delle realtà matematico-geometriche, mentre la nòesis è dialettica delle idee, conoscenza dei rapporti che intercorrono tra le idee.
Dialettica: gli uomini comuni si fermano api primi due gradi della conoscenza sensibile: eikasìa e pìstis; i matematici salgono alla diànoia; solo il filosofo accede alla nòesis. L’intelletto, lasciate le sensazioni e tutto ciò che ha a che fare con il sensibile, colgono la realtà intelligibile, le pure idee, tutti i loro rapporti e risalgono da idea a idea fino a cogliere il principio primo e supremo, l’uno, ovvero il bene. E questo processo che permette all’intelletto di passare dal sensibile all’intelligibile è definito dialettica. Platone specifica che esiste una dialettica ascensiva e una discensiva. Quella ascensiva parte dal sensibile e arriva alla conoscenza del bene passando per il piano delle idee; mentre quella discensiva parte dal bene fino a cogliere gli oggetti sensibili e le loro immagini.
Per quanto concerne l’essenza, la funzione e il valore dell’arte, platone si è sempre e solo preoccupato di stabilirne il grado di verità, ossia se e in quale misura essa si avvicini al vero, se renda migliore l’uomo, e se abbia un valore dal punto di vista pedagogico. Le sue risposte sono tutte negative. Cerchiamo di capire il perché. Platone, sin dai suoi primi scritti, ha avuto un atteggiamento negativo nei confronti della figura del poeta e della poesia in generale. L’origine di questo suo accanimento va ricercato nel fatto che il poeta non diventa tale per conoscenza, bensì per intuizione: egli è inspirato e non sa dar ragione di ciò che fa. Concezione più precise dell’arte vengono esposte da platone nel libro decimo della repubblica. L’arte, in tutte le sue espressioni, è, dal punto di vista ontologico, una mimesi, ovvero un’imitazione. La poesia e l’arte figurativa descrivono uomini, cose, situazioni ed eventi di vario genere, cercando di riprodurli tramite parole, colori e rilievi plastici. Ora, dal punto di vista ontologico, le cose sensibili non sono altro che copie imperfette delle corrispettive idee perfette presenti nell’iperuranio. Ebbene, se l’arte a sua volta è imitazione delle cose sensibili, allora ne consegue che essa viene a essere un’imitazione di un’imitazione ed è tre gradi lontana dalla verità. L’arte dunque inganna l’uomo, è deplorevole, si rivolge alla parte meno nobile dell’uomo, e deve,
pertanto, essere bandita dallo stato ideale o, per lo meno, sottoposta alle leggi della filosofia. La concezione dell’arte secondo platone ha suscitato numerose polemiche legate all’adulazione dello stesso platone nei confronti dell’idea di bello: l’unica idea visibile in tutte le realtà intelligibili. In realtà, l’arte, per il filosofo, non ha nulla a che vedere con il bello e con l’idea di bello. Infatti l’allievo di socrate collega la bellezza non tanto all’arte quanto all’eros e all’erotica, che hanno altro senso e altra funzione. Un ultimo punto da chiarire riguardo alla concezione dell’arte è che platone non ne nega il potere, ma negò che dovesse valere solo per se stessa