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I poetae novi, Dispense di Letteratura latina

poetae novi

Tipologia: Dispense

2015/2016

Caricato il 22/07/2016

paolastot15
paolastot15 🇮🇹

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I “POETAE NOVI”
L’inusso alessandrino
Dopo le tre guerre mitridatiche (88-63 a.C.) di Silla, Lucullo e Pompeo, aumentò decisamente la penetrazione della cultura
ellenistica nel mondo latino. Fu soprattutto il poeta elegiaco Parteni, greco di Nicea, condotto a Roma come schiavo, a diondere le
nuove teorie estetiche e le liriche di alcuni altri poeti greci: Callimaco di Cirene, Apollonio Rodio, Teocrito, Euforione di Calcide, tutti
vissuti nel sec. III a.C. alla corte dei Tolomei ad Alessandria d'Egitto, centro principale della cultura greca postclassica. Gli
alessandrini, in particolare Callimaco, erano i sostenitori di una lirica breve, fortemente individuale ed erudita, dalla elaborazione
formale ranata, che aveva già trovato in Roma, almeno in parte, dei seguaci in Lutazio Catulo e negli scrittori del suo "circolo".
La nuova sensibilità
Agli alessandrini si ispirò un gruppo di autori, i poëtae novi (poeti nuovi), che Cicerone chiamò con polemico disprezzo neóteroi ,
termine greco che signica letteralmente "più giovani", e anche cantores Euphorionis, cioè ripetitori di Euforione, poeta greco di
Calcide, amante di dotti neologismi e notoriamente oscuro. Legati da un'amicizia raorzata dall'origine comune (provenivano quasi
tutti dalla Gallia Cisalpina) e da una uniformità di intenti e di vita, essi costituirono un cenacolo esclusivo, una èlite fortemente
culturalizzata volutamente isolata dal pubblico più vasto. Questa "scuola" di giovani poeti, ansiosa di evadere dall'urto delle
passioni politiche per dedicarsi al culto di una rinnovata poesia, riutò l'impegno civile e sociale e i relativi ni e interessi collettivi
propri della tradizione letteraria, rappresentata dalla tragedia e dal poema epico. Si allontanò anche dalla poesia a vasto respiro per
dedicarsi a liriche brevi, decisamente personali, di argomento in genere erotico, autobiograco o mitologico ed eziologico,
elaborate in forma ranata e impreziosite da notazioni dotte. Del resto vasta cultura, liriche brevi e disimpegnate, cura speciale
della forma erano proprio le caratteristiche esposte da Catullo in un suo carme. Gli epilli, gli epigrammi, le elegie e i giambi, che
sono i generi della loro produzione, mostrano una forte sperimentazione linguistica e sono scritti con un tono delicato, leggero,
ironico, satirico.
I poeti neóteroi
A eccezione di Catullo, di gran lunga il più importante, poco si conosce degli altri esponenti del gruppo: Valerio Catone, Furio
Bibaculo, Elvio Cinna, Licinio Calvo, Varrone Atacino, Tìcida e Quinto Cornicio, perché di essi rimangono solo pochi frammenti.
Publio Valerio Catone (nato ca 100 a.C.). Originario della Gallia Cisalpina, in seguito alle consche compiute da Silla si stabilì a
Roma, dove si dedicò allo studio e all'insegnamento della grammatica, diventando un famoso maestro di poesia; trascorse gli ultimi
anni della sua lunga vita in povertà, secondo quanto è detto in alcuni epigrammi di Furio Bibaculo. Divenne il caposcuola dei
neóteroi e compose, oltre a libri di grammatica, due opere poetiche di cui rimangono solo scarsi frammenti: Lydia, probabile
raccolta di elegie d'amore per una donna omonima, e Diana o Dictynia , un epillio di carattere mitologico. Gli autori antichi lo
apprezzavano, ma l'esiguità dei frammenti pervenuti non consente un giudizio critico obiettivo.
Marco Furio Bibaculo (nato a Cremona ca 103 a.C.). Fu amico di Catullo e di Valerio Catone, come attestano alcuni epigrammi a
lui rivolti, di tono ironico e aettuoso. Compose un perduto poemetto epico mitologico Aethiopis (Etiopide), sulle avventure dell'eroe
troiano Mèmnone glio dell'Aurora, un poema epico-storico sulla guerra gallica (Annales sive Pragmatia belli gallici), di cui restano
pochi versi. Questi lavori, probabilmente giovanili, furono criticati da Orazio per il tono magniloquente. I contemporanei ricordano i
suoi sarcastici epigrammi contro Ottaviano; resta anche solo il titolo di una sua opera in prosa forse di carattere erudito
Lucubrationes (Veglie). Morì molto vecchio.
Gaio Licinio Calvo (Roma 87-47 a.C.). Figlio dell'annalista Licinio Macro fu amico di Catullo, che gli dedicò versi aettuosi nel suo
Liber. Scrisse epilli, epigrammi, elegie, epitalami (canti di nozze), ma della sua produzione rimangono solo pochi frammenti. Quasi
nulla è rimasto anche dell'epillio Io, che narrava il mito della giovane Io amata da Giove e trasformata in giovenca da Giunone.
Compose degli epigrammi di invettiva politica, ma se ne è salvato solo uno satirico contro Pompeo, accusato di omosessualità.
Quasi nulla resta delle elegie in memoria della moglie morta, Quintilia, commossi e dolenti canti d'amore tanto ammirati da
Properzio.
Praticò anche con grande successo l'eloquenza: le sue orazioni, secondo la testimonianza di Quintiliano erano di grande ecacia e
di perfetta eleganza formale, tanto da essere lette per tutto il sec. I d.C.
Gaio Elvio Cinna (nato forse a Brixia, oggi Brescia, sec. I a.C). Originario della Gallia Cisalpina, fu uno dei maggiori poeti del
gruppo dei neóteroi, almeno secondo gli antichi che lo stimavano molto. Con l'amico Catullo, seguì il propretore Gaio Memmio in
Bitinia (57 a.C.). Per nove anni attese alla composizione del suo capolavoro, Zmyrna (Mirra), un epillio sul mito dell'amore
incestuoso di Mirra per il bellissimo padre Cinica; di questo poemetto mitologico, oscuro, ranatissimo nella forma e di grande
erudizione, che fu l'opera più importante dei neóteroi, rimangono solo tre versi. Elvio Cinna scrisse anche alcuni epigrammi e un
Propempticon ("poemetto di accompagnamento") per l'uomo politico e scrittore Asinio Pollione (76 a.C.-4 ca d.C.), che si recava in
Grecia.
Publio Terenzio Varrone Atacino (82-35 a.C.). Nacque nella Gallia Narbonese (l'odierna Francia meridionale) sulle rive del ume
Atax, da cui derivò il soprannome. Della sua produzione poetica rimangono frammenti per poco più di 40 versi. Compose
inizialmente un poema epico-storico di tipo tradizionale, alla maniera di Ennio, il Bellum Sequanicum , sulla campagna militare del
58 a.C. di Cesare contro i sequani e Ariovisto, e delle Saturae a imitazione di quelle di Lucilio. Entrato nel cenacolo dei neóteroi, si
diede allo studio del greco e della cultura alessandrina; scrisse una raccolta di elegie d'amore per una certa Leucadia, uno
pseudonimo che, secondo le norme poetiche, doveva essere metricamente uguale al nome vero della donna. Suoi sono anche il
poemetto didascalico geograco Chorographia ("descrizione della terra"), in cui trattava dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa, le libere
traduzioni delle Argonautiche del poeta e grammatico greco Apollonio Rodio e delle Ephemeris (Eemeridi) del poeta greco Arato
(320 ca-240 a.C.).
Tìcida e Quinto Cornicio Di questi due poeti, minori nel gruppo dei neóteroi, non rimane quasi nulla: il primo cantò poesie
d'amore per una non meglio identicata Metella con lo pseudonimo di Perilla; del secondo, uomo politico e oratore, si sa che scrisse
liriche d'amore e un epillio, Glaucus (Glauco), sugli amori del re del mare Nettuno, per Scilla.

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I “POETAE NOVI”

L’influsso alessandrino Dopo le tre guerre mitridatiche (88-63 a.C.) di Silla, Lucullo e Pompeo, aumentò decisamente la penetrazione della cultura ellenistica nel mondo latino. Fu soprattutto il poeta elegiaco Parteni, greco di Nicea, condotto a Roma come schiavo, a diffondere le nuove teorie estetiche e le liriche di alcuni altri poeti greci: Callimaco di Cirene, Apollonio Rodio, Teocrito, Euforione di Calcide, tutti vissuti nel sec. III a.C. alla corte dei Tolomei ad Alessandria d'Egitto, centro principale della cultura greca postclassica. Gli alessandrini, in particolare Callimaco, erano i sostenitori di una lirica breve, fortemente individuale ed erudita, dalla elaborazione formale raffinata, che aveva già trovato in Roma, almeno in parte, dei seguaci in Lutazio Catulo e negli scrittori del suo "circolo".

La nuova sensibilità Agli alessandrini si ispirò un gruppo di autori, i poëtae novi (poeti nuovi), che Cicerone chiamò con polemico disprezzo neóteroi , termine greco che significa letteralmente "più giovani", e anche cantores Euphorionis, cioè ripetitori di Euforione, poeta greco di Calcide, amante di dotti neologismi e notoriamente oscuro. Legati da un'amicizia rafforzata dall'origine comune (provenivano quasi tutti dalla Gallia Cisalpina) e da una uniformità di intenti e di vita, essi costituirono un cenacolo esclusivo, una èlite fortemente culturalizzata volutamente isolata dal pubblico più vasto. Questa "scuola" di giovani poeti, ansiosa di evadere dall'urto delle passioni politiche per dedicarsi al culto di una rinnovata poesia, rifiutò l'impegno civile e sociale e i relativi fini e interessi collettivi propri della tradizione letteraria, rappresentata dalla tragedia e dal poema epico. Si allontanò anche dalla poesia a vasto respiro per dedicarsi a liriche brevi, decisamente personali, di argomento in genere erotico, autobiografico o mitologico ed eziologico, elaborate in forma raffinata e impreziosite da notazioni dotte. Del resto vasta cultura, liriche brevi e disimpegnate, cura speciale della forma erano proprio le caratteristiche esposte da Catullo in un suo carme. Gli epilli, gli epigrammi, le elegie e i giambi, che sono i generi della loro produzione, mostrano una forte sperimentazione linguistica e sono scritti con un tono delicato, leggero, ironico, satirico.

I poeti neóteroi A eccezione di Catullo, di gran lunga il più importante, poco si conosce degli altri esponenti del gruppo: Valerio Catone, Furio Bibaculo, Elvio Cinna, Licinio Calvo, Varrone Atacino, Tìcida e Quinto Cornificio, perché di essi rimangono solo pochi frammenti.

Publio Valerio Catone (nato ca 100 a.C.). Originario della Gallia Cisalpina, in seguito alle confische compiute da Silla si stabilì a Roma, dove si dedicò allo studio e all'insegnamento della grammatica, diventando un famoso maestro di poesia; trascorse gli ultimi anni della sua lunga vita in povertà, secondo quanto è detto in alcuni epigrammi di Furio Bibaculo. Divenne il caposcuola dei neóteroi e compose, oltre a libri di grammatica, due opere poetiche di cui rimangono solo scarsi frammenti: Lydia, probabile raccolta di elegie d'amore per una donna omonima, e Diana o Dictynia , un epillio di carattere mitologico. Gli autori antichi lo apprezzavano, ma l'esiguità dei frammenti pervenuti non consente un giudizio critico obiettivo.

Marco Furio Bibaculo (nato a Cremona ca 103 a.C.). Fu amico di Catullo e di Valerio Catone, come attestano alcuni epigrammi a lui rivolti, di tono ironico e affettuoso. Compose un perduto poemetto epico mitologico Aethiopis (Etiopide), sulle avventure dell'eroe troiano Mèmnone figlio dell'Aurora, un poema epico-storico sulla guerra gallica (Annales sive Pragmatia belli gallici), di cui restano pochi versi. Questi lavori, probabilmente giovanili, furono criticati da Orazio per il tono magniloquente. I contemporanei ricordano i suoi sarcastici epigrammi contro Ottaviano; resta anche solo il titolo di una sua opera in prosa forse di carattere erudito Lucubrationes (Veglie). Morì molto vecchio.

Gaio Licinio Calvo (Roma 87-47 a.C.). Figlio dell'annalista Licinio Macro fu amico di Catullo, che gli dedicò versi affettuosi nel suo Liber. Scrisse epilli, epigrammi, elegie, epitalami (canti di nozze), ma della sua produzione rimangono solo pochi frammenti. Quasi nulla è rimasto anche dell'epillio Io, che narrava il mito della giovane Io amata da Giove e trasformata in giovenca da Giunone. Compose degli epigrammi di invettiva politica, ma se ne è salvato solo uno satirico contro Pompeo, accusato di omosessualità. Quasi nulla resta delle elegie in memoria della moglie morta, Quintilia, commossi e dolenti canti d'amore tanto ammirati da Properzio. Praticò anche con grande successo l'eloquenza: le sue orazioni, secondo la testimonianza di Quintiliano erano di grande efficacia e di perfetta eleganza formale, tanto da essere lette per tutto il sec. I d.C.

Gaio Elvio Cinna (nato forse a Brixia, oggi Brescia, sec. I a.C). Originario della Gallia Cisalpina, fu uno dei maggiori poeti del gruppo dei neóteroi, almeno secondo gli antichi che lo stimavano molto. Con l'amico Catullo, seguì il propretore Gaio Memmio in Bitinia (57 a.C.). Per nove anni attese alla composizione del suo capolavoro, Zmyrna (Mirra), un epillio sul mito dell'amore incestuoso di Mirra per il bellissimo padre Cinica; di questo poemetto mitologico, oscuro, raffinatissimo nella forma e di grande erudizione, che fu l'opera più importante dei neóteroi, rimangono solo tre versi. Elvio Cinna scrisse anche alcuni epigrammi e un Propempticon ("poemetto di accompagnamento") per l'uomo politico e scrittore Asinio Pollione (76 a.C.-4 ca d.C.), che si recava in Grecia.

Publio Terenzio Varrone Atacino (82-35 a.C.). Nacque nella Gallia Narbonese (l'odierna Francia meridionale) sulle rive del fiume Atax, da cui derivò il soprannome. Della sua produzione poetica rimangono frammenti per poco più di 40 versi. Compose inizialmente un poema epico-storico di tipo tradizionale, alla maniera di Ennio, il Bellum Sequanicum , sulla campagna militare del 58 a.C. di Cesare contro i sequani e Ariovisto, e delle Saturae a imitazione di quelle di Lucilio. Entrato nel cenacolo dei neóteroi, si diede allo studio del greco e della cultura alessandrina; scrisse una raccolta di elegie d'amore per una certa Leucadia, uno pseudonimo che, secondo le norme poetiche, doveva essere metricamente uguale al nome vero della donna. Suoi sono anche il poemetto didascalico geografico Chorographia ("descrizione della terra"), in cui trattava dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa, le libere traduzioni delle Argonautiche del poeta e grammatico greco Apollonio Rodio e delle Ephemeris (Effemeridi) del poeta greco Arato (320 ca-240 a.C.).

Tìcida e Quinto Cornificio Di questi due poeti, minori nel gruppo dei neóteroi, non rimane quasi nulla: il primo cantò poesie d'amore per una non meglio identificata Metella con lo pseudonimo di Perilla; del secondo, uomo politico e oratore, si sa che scrisse liriche d'amore e un epillio, Glaucus (Glauco), sugli amori del re del mare Nettuno, per Scilla.