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i sette saperi necessari, Sintesi del corso di Scienze dell'educazione

riassunto dei sette saperi di Edgar Morin per il corso in "fondamenti del lavoro educativo"

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 23/01/2022

chiara.vinci2000
chiara.vinci2000 🇮🇹

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I SETTE SAPERI NECESSARI ALL’EDUCAZIONE DEL FUTURO (Edgar Morin)
1. LA CECITA’ DELLA CONOSCENZA: L’ERRORE E L’ILLUSIONE
La conoscenza umana è soggetta a vari errori e illusioni per cause interne ed esterne all'uomo. Errore e
illusione esistono nella mente umana fin dalla comparsa dell’uomo sapiens. Marx e Engels in un loro
testo hanno enunciato che gli uomini hanno sempre elaborato false concezioni di se stessi, di ciò che
fanno, di ciò che devono fare, del mondo in cui vivono. !
Il tallone di Achille della conoscenza!
La conoscenza non è uno specchio sul mondo esterno. Tutte le percezioni che noi abbiamo sono
ricostruzioni cerebrali, segni captati e codificati attraverso i sensi. All’errore di percezione si aggiunge
quello l’errore intellettuale. La conoscenza è il frutto di una traduzione/ricostruzione attraverso i mezzi
del linguaggio e del pensiero, perciò sperimenta il rischio dell’errore. Le proiezioni dei nostri desideri o
delle nostre paure provocate dalle nostre emozioni moltiplicano i rischi di errore. "
Si potrebbe però provare ad eliminare il rischio di errore rimuovendo ogni singola aettività. Il
sentimento, l’odio, l’amore, in eetti sono sentimenti che possono accecarci, non sempre controllabili.
L’aettività potrebbe soocare la conoscenza, ma allo stesso tempo potrebbe anche arricchirla (anello
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La conoscenza scientifica è un potente mezzo per individuare gli errori e lottare contro le illusioni. Ma in
primis è l’educazione che deve individuare le fonti degli errori, delle illusioni e degli accecamenti. !
Gli errori mentali!
Il cervello non ci permette di distinguere l’allucinazione dalla percezione, il sogno dalla sveglia,
l’immaginario dal reale. "
In ogni mente umana esiste la possibilità di mentire a se stessi (self- deception), fonte permanente di
errori e illusioni. L’egocentrismo, il bisogno di auto giustificazione, la tendenza a proiettare sugli altri le
cause del proprio male, fanno si che ognuno menta a se stesso. "
Anche la nostra memoria è soggetta a numerosi fonti di errori. La nostra mente, inconsciamente, tende
a selezionare i ricordi vantaggiosi e a rimuovere quelli sfavorevoli, scomodi. In tal modo, la memoria,
fonte insostituibile di verità, può essere soggetta a illusioni e errori. !
Gli errori intellettuali"
I nostri sistemi di idee (teorie, dottrine, ideologie) non soltanto sono soggetti all’errore, anche
proteggono gli errori e le illusioni in essi radicati. Le teorie resistono all’aggressione delle teorie nemiche
o delle argomentazioni avverse. Mentre le dottrine, teorie chiuse su se stesse e assolutamente convinte
delle loro verità, sono invulnerabili a ogni critica. !
Gli errori della ragione "
Ciò che ci permette di distinguere tra veglia e sogno, tra immaginario e realtà, tra soggettivo e oggettivo
è l’attività razionale della mente. La razionalità è correttrice. "
La razionalità è la miglior barriera contro l’errore e l’illusione. Da una parte vi è la razionalità costruttiva,
che elabora teorie coerenti, dall’altra parte, vi è la razionalità critica che si basa sugli errori e sulle
illusioni delle credenze, delle dottrine e delle teorie. "
Ma la razionalità porta anche una possibilità d’errore e d’illusione quando si trasforma in
razionalizzazione."
La razionalizzazione è chiusa, la razionalità è aperta. La razionalizzazione attinge dalle stesse fonti della
razionalità, ma costituisce una delle più potenti fonti di errore e illusione. "
La razionalità conosce i limiti della logica, sa che la mente umana non può essere onnisciente (non può
conoscere tutte le cose) e che la realtà comporta mistero. "
La mente umana non è solo critica ma anche autocritica. La razionalità non è una qualità posseduta solo
dalle menti scientifiche e tecniche. "
L’Occidente europeo si è a lungo creduto proprietario della razionalità, vedendo solo errori, illusioni e
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I SETTE SAPERI NECESSARI ALL’EDUCAZIONE DEL FUTURO (Edgar Morin)

1. LA CECITA’ DELLA CONOSCENZA: L’ERRORE E L’ILLUSIONE

La conoscenza umana è soggetta a vari errori e illusioni per cause interne ed esterne all'uomo. Errore e illusione esistono nella mente umana fin dalla comparsa dell’uomo sapiens. Marx e Engels in un loro testo hanno enunciato che gli uomini hanno sempre elaborato false concezioni di se stessi, di ciò che fanno, di ciò che devono fare, del mondo in cui vivono. Il tallone di Achille della conoscenza La conoscenza non è uno specchio sul mondo esterno. Tutte le percezioni che noi abbiamo sono ricostruzioni cerebrali, segni captati e codificati attraverso i sensi. All’errore di percezione si aggiunge quello l’errore intellettuale. La conoscenza è il frutto di una traduzione/ricostruzione attraverso i mezzi del linguaggio e del pensiero, perciò sperimenta il rischio dell’errore. Le proiezioni dei nostri desideri o delle nostre paure provocate dalle nostre emozioni moltiplicano i rischi di errore. Si potrebbe però provare ad eliminare il rischio di errore rimuovendo ogni singola affettività. Il sentimento, l’odio, l’amore, in effetti sono sentimenti che possono accecarci, non sempre controllabili. L’affettività potrebbe soffocare la conoscenza, ma allo stesso tempo potrebbe anche arricchirla (anello intelletto affetto). La conoscenza scientifica è un potente mezzo per individuare gli errori e lottare contro le illusioni. Ma in primis è l’educazione che deve individuare le fonti degli errori, delle illusioni e degli accecamenti. Gli errori mentali Il cervello non ci permette di distinguere l’allucinazione dalla percezione, il sogno dalla sveglia, l’immaginario dal reale. In ogni mente umana esiste la possibilità di mentire a se stessi ( self- deception ), fonte permanente di errori e illusioni. L’egocentrismo, il bisogno di auto giustificazione, la tendenza a proiettare sugli altri le cause del proprio male, fanno si che ognuno menta a se stesso. Anche la nostra memoria è soggetta a numerosi fonti di errori. La nostra mente, inconsciamente, tende a selezionare i ricordi vantaggiosi e a rimuovere quelli sfavorevoli, scomodi. In tal modo, la memoria, fonte insostituibile di verità, può essere soggetta a illusioni e errori. Gli errori intellettuali I nostri sistemi di idee (teorie, dottrine, ideologie) non soltanto sono soggetti all’errore, anche proteggono gli errori e le illusioni in essi radicati. Le teorie resistono all’aggressione delle teorie nemiche o delle argomentazioni avverse. Mentre le dottrine, teorie chiuse su se stesse e assolutamente convinte delle loro verità, sono invulnerabili a ogni critica. Gli errori della ragione Ciò che ci permette di distinguere tra veglia e sogno, tra immaginario e realtà, tra soggettivo e oggettivo è l’attività razionale della mente. La razionalità è correttrice. La razionalità è la miglior barriera contro l’errore e l’illusione. Da una parte vi è la razionalità costruttiva, che elabora teorie coerenti, dall’altra parte, vi è la razionalità critica che si basa sugli errori e sulle illusioni delle credenze, delle dottrine e delle teorie. Ma la razionalità porta anche una possibilità d’errore e d’illusione quando si trasforma in razionalizzazione. La razionalizzazione è chiusa, la razionalità è aperta. La razionalizzazione attinge dalle stesse fonti della razionalità, ma costituisce una delle più potenti fonti di errore e illusione. La razionalità conosce i limiti della logica, sa che la mente umana non può essere onnisciente (non può conoscere tutte le cose) e che la realtà comporta mistero. La mente umana non è solo critica ma anche autocritica. La razionalità non è una qualità posseduta solo dalle menti scientifiche e tecniche. L’Occidente europeo si è a lungo creduto proprietario della razionalità, vedendo solo errori, illusioni e

arretratezze nelle altre culture, giudicando ogni cultura attraverso le proprie scoperte tecnologiche fatte. In ogni società, comprese quelle arcaiche, c’è mito, magia, religione e allo stesso tempo anche razionalità. Gli accecamenti paradigmatici Un paradigma può essere definito con: la selezione dei concetti dominanti dell’intelligibilità. Cosi, l’Ordine delle concezioni che determinano la Materia nelle concezioni materialiste, lo Spirito nelle concezioni spiritualiste, la Struttura nelle concezioni strutturaliste sono i concetti dominanti. Il livello paradigmatico è dunque quello del principio di selezione delle idee che sono o integrate nel discorso e nella teoria, o escluse e rifiutate. Il paradigma svolge un ruolo allo stesso tempo sotterraneo e sovrano in ogni teoria, dottrina o ideologie. Il paradigma è inconscio, ma nutre il pensiero cosciente, lo controlla ed è anche sovra cosciente. In breve, il paradigma istituisce le relazioni primordiali, determina i concetti, domina i discorsi e le teorie. Il paradigma cartesiano distingue il soggetto e l’oggetto, ciascuno con la propria sfera: da una parte, la filosofia e la ricerca riflessiva, dall’altra, la scienza e la ricerca oggettiva. Un paradigma può chiarire e accecare, rivelare e occultare allo stesso tempo. Imprinting e normalizzazione Le possibilità di errore per cause esterne sono dovute all’imprinting culturale, che segna gli esseri umani, fin dalla nascita, dapprima con il sigillo della cultura familiare, poi scolastico, professionale e sociale. La noologia: possessione Le credenze e le idee non sono solo prodotti della mente, ma hanno anche vita e potenza e quindi possono possederci. Con la comparsa dell’uomo sulla terra è comparsa anche la noosfera, sfera delle cose della mente, con la manifestazione dei miti, degli dei, che hanno trascinato l’uomo a deliri, massacri, crudeltà, adorazioni ed estasi del mondo animale. La noosfera nasce interamente nelle nostre anime e nelle nostre menti, quindi è in noi, e noi siamo nella noosfera. Miti, Idee, Fantasmi/ Dei, procurano emozioni, amore, esaltazione, estasi, ma anche incomprensioni, odio, per cui gli uomini possono morire o uccidere per un'idea, per un dio. Le società addomesticano gli individui attraverso i miti e le idee che a loro volta addomesticano la società. L’Idealità è necessaria all’idea per tradurre il reale; L’Idealismo è una presa di possesso del reale da parte dell’idea. L’inatteso… L’inatteso è qualcosa che ci sorprende, qualcosa non programmata, non prevista. E una volta giunto l’inatteso, si dovrà essere capaci di rivedere le nostre teorie e idee. L’incertezza della conoscenza L’incertezza uccide la conoscenza semplicistica, è il disintossicante della conoscenza complessa. L’educazione deve fornire elementi indispensabili alla conoscenza per cercare di non farla cadere in errore, che a sua volta deve essere per l’educazione un principio e una necessità permanente. Le possibilità di errore e di illusione sono molteplici: quelle nate all’esterno, culturale e sociale impediscono la ricerca della verità e inibiscono l’autonomia della mente; quelle nate all’interno, annidate nei nostri migliori strumenti di conoscenza, fanno si che la mente si autoinganni. Così il problema cognitivo è di importanza antropologica, politica, sociale e storica. È compito capitale dell’educazione armare ciascuno nel combattimento vitale per la lucidità.

I problemi essenziali Disgiunzione e specializzazione chiusa Il fatto di specializzarsi solo su un’unica disciplina impedisce di vedere il globale, ma solo delle particelle del globale. La conoscenza specializzata estrae un oggetto dal suo contesto e dal suo insieme, e ne taglia i legami e le interconnessioni con gli altri oggetti circostanti, e va ad inserirlo in un settore compartimentato. Cosi l’economia, è una scienza arretrata, si è astratta(isolata) dalle scienze sociali, storiche, politiche, e per questo motivo i suoi esperti non riescono a prevedere gli andamenti economici, anche a breve termine. Si ha quindi l’errore economico. Riduzione e disgiunzione Il principio di riduzione porta a ridurre il complesso al semplice. Poiché la nostra educazione ci ha insegnato a separare, compartimentale e isolare la varie conoscenze, mettendole insieme avremo un puzzle che non si riuscirebbe a comprendere. L’incapacità di unire il sapere compartimentato porta all’atrofia della nostra mente. L’intelligenza parcellare (divisa in parti) spezza il complesso del mondo in frammenti, separa ciò che è legato. Distrugge sul nascere la possibilità di comprensione e di riflessione, e quindi rende incoscienti e irresponsabili. La falsa razionalità L’uomo dipende sempre più dalle intelligenze artificiali, che sono impiantate profondamente nelle nostri menti. È incapace di gestirsi e decidere da solo. Di fatto, la falsa razionalità trionfa su tutte le terra. Per decine di anni, le soluzioni apportate da esperti convinti di operare a vantaggio della ragione e del progresso, hanno solo impoverito e distrutto tutto. Lo sradicamento degli alberi su migliaia di ettari contribuiscono allo squilibrio idrico e alla desertificazione delle terre. Le grandi monocolture hanno eliminato le piccole colture di sussistenza, aggravando le carestie. La pseudo funzionalità, che non tiene conto dei bisogni ha moltiplicato le periferie e le città nuove, che divengono rapidamente isolate, sporche, degradate e piene di delinquenza. Nell’ ex Unione Sovietica per esempio, si è deviato il corso dei fiumi per irrigare, anche nelle ore più calde ettari di terreni. Il mare d’Aral è stato quasi interamente prosciugato. Da tutto ciò derivano catastrofi umane. Così il XX secolo ha vissuto sotto il regno di una falsa razionalità che ha atrofizzato la comprensione, la riflessione della mente. Da ciò deriva un paradosso: il XX secolo ha generato progressi giganteschi in tutti gli ambiti della conoscenza scientifica e tecnica; nel contempo, ha prodotto una nuova cecità verso i problemi globali, e quindi errori e illusioni negli scienziati e negli specialisti. Perché? La parcellizzazione e la compartimentazione dei saperi rendono incapaci di percepire “ciò che è tessuto insieme”. Si tratta di sostituire un pensiero che separa e che riduce con un pensiero che distingue e che collega. Non si tratta di abbandonare la conoscenza delle parti per la Conoscenza delle totalità, né l’analisi per la sintesi: si deve coniugarle.

3. INSEGNARE LA CONDIZIONE UMANA L’educazione dovrebbe comprendere un insegnamento che verta sulla condizione umana. Conoscere l’umano vuol dire innanzi tutto collocarlo in un determinato posto nell’universo. Interrogare la nostra condizione umana vuol dire in primo luogo interrogare la nostra situazione nel mondo. Chi siamo? Dove siamo? Da dove veniamo? I progressi della cosmologia, della scienza della terra, dell’ecologia, della biologia negli anni Sessanta e Settanta hanno modificato le idee dell’universo, sulla terra, sulla vita e sull’uomo stesso. Ma questi apporti non sono ancora collegati tra loro. Le scienze umane sono frazionate e compartimentate. Cosi, la complessità umana diviene invisibile e l’uomo svanisce come una traccia sulla sabbia. Di qui la necessità di un grande riaccorpamento delle conoscenze, al fine di situare la condizione umana nel mondo.

Radicamento sradicamento umano: Siamo nello stesso tempo radicati nella natura e sradicati dalla natura. La condizione cosmica Siamo in un gigantesco cosmo in espansione, costituito da miliardi di galassie e di stelle, dove la nostra terra è una minuscola trottola che gira intorno al sole. Le particelle dei nostri organismi sarebbero comparsi circa 12 miliardi di anni fa, gli atomi si sarebbero formati in uno o più soli anteriori al nostro. Questa epopea cosmica dell’organizzazione, soggetta continuamente alle forze della disorganizzazione e di dispersione, è anche l’epopea della reliance ( relier : legare; alliance : alleanza), che da sola ha impedito al cosmo di disperdersi o di svanire appena nato. La condizione fisica La vita è solare e nasce dalla macerazione marina, preparazione chimica e scariche elettriche di una certa quantità di sostanza fisica. Noi viventi, siamo una piccola parte della diaspora cosmica, qualche briciola dell’esistenza solare e dell’esistenza terrena. Condizione terrestre Facciamo parte del destino cosmico ma occupiamo una posizione marginale: la nostra terra è il terzo satellite di una galassia. Il nostro pianeta si è creato probabilmente 5 miliardi di anni fa da detriti cosmici nati dall’esplosione di un sole anteriore. La Terra si è autoprodotta e auto organizzata nella dipendenza dal sole. Siamo allo stesso tempo esseri cosmici e terrestri. La vita si è sviluppata non solo in specie diverse ma anche in ecosistemi diversi, generando così la catena della vita e della morte. Essendo esseri viventi di questo pianeta siamo dipendenti in modo vitale dalla biosfera terrestre: la nostra identità è quindi terrestre, ma anche molto fisica e molto biologica. L’umana condizione Animalità e umanità costituiscono insieme la nostra condizione. La storia ci mostra come la comparsa dell’uomo sia avvenuta milioni di anni fa in modo discontinuo: apparizioni di nuove specie, e scomparsa di altre. Il concetto di uomo ha due significati: uno è un concetto biofisico e l’altro psico-sociale- culturale, perché siamo nati dal cosmo, dalla natura, dalla vita ma a causa della nostra stessa umanità, della nostra cultura, della nostra mente siamo divenuti estranei a questo cosmo. Il fatto stesso di considerare razionalmente e scientificamente l’universo ci separa da esso. L’umano dell’umano Unidualità L’uomo è allo stesso tempo super e ipervivente: ha sviluppato tutte le potenzialità della vita. L’uomo è un essere biologico, ma se non disponesse pienamente dalla cultura, sarebbe un primate del rango più basso. L’anello cervello-mente-cultura l’uomo si realizza come essere pienamente umano solo attraverso la cultura e nella cultura. Non c’è cultura senza cervello umano ma non c’è mente, ossia la capacità di coscienza e pensiero, senza cultura. La mente umana è un’emergenza che nasce e si afferma nella relazione cervello-cultura. Una volta emersa, la mente interviene nel funzionamento cerebrale e retroagisce su di esso. Vi è dunque una triade ad anello tra cervello mente cultura, dove ogni termine è necessario a ciascuno degli altri. L’anello ragione-affetto-pulsione Il cervello umano, nel corso dell'evoluzione della specie, ha integrato in sé: il paleo encefalo ereditato dai rettili e sede dell'aggressività, della fregola (eccitazione sessuale), delle pulsioni primarie; il

4. INSEGNARE L’IDENTITA’ TERRESTRE

Dalla fine del XX secolo siamo nella fase della mondializzazione, cioè l’emergenza di un oggetto nuovo, il mondo in quanto tale. Ma più siamo presi dal mondo, più il mondo ci risulta difficile da capire. Nell’epoca delle telecomunicazioni delle innumerevoli informazioni sul mondo, veniamo soffocati, abbiamo difficoltà a conoscere il nostro mondo, perché il nostro pensiero, la nostra capacità di contestualizzare e globalizzare è atrofizzata. L’età planetaria Tutte le razze umane dispongono degli stessi caratteri fondamentali dell’umanità, ma hanno però una straordinaria diversità di lingue, di culture, di destini. Alla fine del XV secolo la Cina dei Ming e l’India erano le civiltà più potente del globo. L’Islam in Asia e in Africa era la religione più diffusa sulla Terra. L’impero Ottomano diviene una grande potenza europea. A partire dal 1492 l’avventura, la guerra, la morte danno vita all’era planetaria che mette in comunicazione i cinque continenti nel bene e nel male. La dominazione dell’occidente europeo sul resto del mondo provoca enormi catastrofi , distruzioni e schiavitù. L’era planetaria si sviluppa cosi con la violenza. Gli europei importano mais, patate, fagioli, cacao, tabacco. Portano in America i montoni, bovini, cavalli, cereali, viti, ulivi e piante tropicali, riso, caffè. L’industria e la tecnica hanno uno sviluppo che nessuna civiltà ha ancora conosciuto. Nella seconda metà del XIX sec 21milioni di persone hanno attraversato l’Atlantico verso le due Americhe. Flussi migratori si producono anche in Asia, dove i cinesi si imbarcano per la California. Con la planetarizzazione nel XX secolo si hanno due guerre mondiali e due crisi economiche mondiali. Magellano ha impiegato ben 3 anni per fare il giro del mondo, nel XIX Sec invece bastano solo 80 giorni in auto. In aereo solo 24 ore. Ma soprattutto, tutto è presente da un punto all’altro del pianeta, grazie ai telefoni, alla tv al pc. Mentre però l’europeo vive in un circuito di comfort, gli africani, asiatici e sud americani vive in miseria e povertà, e subiscono i contraccolpi del mercato mondiale che influenzano le quotazione del cacao, caffè, zucchero, materie prime prodotte nei loro paesi. Così, nel bene e nel male, ogni essere umano porta in sé, senza saperlo, l’intero pianeta. La monopolizzazione è nel contempo evidente, subcosciente, onnipresente. La mondializzazione è certamente unificante, ma è anche conflittuale nella sua assenza. Il mondo diviene sempre più uno solo, ma allo stesso tempo sempre più diviso. Gli antagonismi fra nazioni, fra religioni, fra laicità e religione, fra modernità e tradizione, fra democrazia e dittatura, fra ricchi e poveri, si nutrono a vicenda, e a ciò si mescolano gli interessi strategici ed economici antagonisti delle grandi potenze e delle multinazionali votate al profitto. Così il XX secolo ha, nello stesso tempo, creato e frazionato il tessuto planetario unico. Le eredità del XX secolo L’eredità del progresso e delle barbarie È evidente che il XX secolo ha compiuto progresso spaventosi in ambito scienti fi co, medico (farmaci), chirurgico, meccanico (automobili). Ma il XX secolo è stato anche il secolo di un’alleanza tra due barberie: la prima porta guerre, massacro, deportazione; la seconda proviene dall’interno di una razionalizzazione che conosce soltanto il calcolo e ignora gli individui, i loro sentimenti, le loro anime. Per superare questa barberia, bisogna riconoscere la sua eredità, cioè cosa porta con se: morte e nascita. L’eredità di morte → Kafka diceva: l’evoluzione umana è una crescita della potenza di morte. La morte introdotta dal XX secolo, non è solo la morte dovuta alle guerre, allo sterminio sovietico e nazista, ma anche la possibilità si morte globale, di tutta l’umanità per mezzo dell’arma nucleare (1). I nuovi pericoli → Un’altra causa di morte è la morte ecologica (2). Una morte dovuta quindi all’inquinamento terrestre, ai nuovi virus nati nell’ultimo secolo, come l’aids, virus ancora non debellato.

Molti batteri sono tornati di nuovo, più resistenti di prima agli antibiotici. La morte guadagna sempre piu posto all’interno delle nostre anime; l’uso di droghe pesanti come l’eroina hanno contribuito a ciò. Morte della modernità La civiltà nata in Occidente pensava di dirigersi verso un futuro di progresso e innovazione. Ma la civiltà del benessere ha portato con se anche malessere, lo sviluppo industriale ha comportato devastazioni culturali. Tutto ciò ha portato alla morte della modernità. La speranza Si spera che per il terzo millennio si possa intravedere una possibilità di una nuova creazione, quella di una cittadinanza terrestre. L’educazione che è nel contempo trasmissione del passato e apertura della mente per accogliere il nuovo, è al centro di queste nuove missioni. L’apporto delle contro-correnti → il XX secolo ha lasciato alcune contro-correnti rigeneratrici. Tutte le aspirazioni, che hanno alimentato le grandi speranze rivoluzionarie del XX secolo, che sono andate deluse possono rinascere sotto forma di una nuova ricerca di solidarietà e di responsabilità. Potremmo sperare che il bisogno di ritorno alle origini possa farsi più profondo; ma la vera trasformazione potrà compiersi solo quando tali correnti si trasformeranno a vicenda le une con le altre, operando così una trasformazione globale. Si può sperare in una politica al servizio dell’essere umano che apra la strada per civilizzare la terra concepita come casa e giardino comune dell’umanità. Nel gioco contraddittorio dei possibili → gli sviluppi delle tecnoconoscenze, hanno permesso a tutti i punti del globo di essere in comunicazione immediata, assicurando a tutti gli abitanti un minimo di benessere, ma hanno creato allo stesso tempo condizioni di morte e distruzione. Dan Simmons nella sua saga di fantascienza Hyperion, ipotizza che in un millennio futuro le intelligenze artificiali (IA) avranno addomesticato gli uomini. Il romanzo descrive peripezie sorprendenti, al termine delle quali un ibrido umano annuncia una nuova saggezza. Il problema del XX secolo è: saremo noi a essere assoggettati dalle nuove tecnologie, o riusciremo a vivere in simbiosi? Il XX secolo ha sofferto molto della mancanza di amori, di indifferenza e crudeltà. Ma anche prodotto un eccesso di amore verso miti sbagliati, amore verso le illusioni, le valse divinità. Si può sperare nelle possibilità cerebrali dell’essere umano, in un progresso nelle relazioni tra esseri umani, individui, gruppi e etnie. L’identità e la coscienza terrestre L’unione planetaria ha bisogno di un sentimento di reciproca appartenenza che tenga uniti gli uomini alla Terra , considerata come prima e ultima Patria. Abbiamo tutti un’identità genetica, cerebrale, che attraversa le nostre diversità individuali, culturali, sociali. Ma noi non dobbiamo appartenere solo ad una cultura, ma essere anche terrestri. Dobbiamo impegnarci, non a dominare, ma a prenderci cura, migliorare, comprendere. Dobbiamo inscrivere in noi:

  • la COSCIENZA ANTROPOLOGICA: dobbiamo essere uniti nella nostra diversità.
  • la COSCIENZA ECOLOGICA: la coscienza di abitare, con tutti gli esseri mortali, una stessa sfera vivente.
  • la COSCIENZA CIVICA: la coscienza della responsabilità e della solidarietà per i figli della Terra.
  • la COSCIENZA DIALOGICA: la coscienza di critica e autocritica, e di comprenderci gli uni con gli altri. Tutte le culture hanno le loro virtù, le loro esperienze, le loro saggezze e nello stesso tempo anche le loro ignoranze. Il nord e il sud, l’occidente e l’oriente devono assorbire un po’ di tutte le culture, devono complementarsi per vivere nel modo migliore. Doppio imperativo antropologico: salvare l’unità umana e salvare la diversità umana. Civilizzare e solidarizzare la Terra: trasformare la specie umana in vera umanità diventano l’obiettivo fondamentale e globale di ogni educazione che aspiri al progresso e anche alla sopravvivenza dell’umanità. L’educazione dovrà comprendere un’etica della comprensione planetaria.

Un mondo incerto Alla fine del XX secolo abbiamo appreso che ad un Universo obbediente a un’origine impeccabile dobbiamo sostituire un Universo frutto di una dialogica fra l’ordine, il disordine e l’organizzazione, ovvero la relazione allo stesso tempo antagonista, concorrente e complementare. Affrontare le incertezze Dobbiamo imparare ad affrontare l’incertezza. L’educazione deve riconoscere le incertezze legate alla conoscenza, poiché valgono: A. Un principio di incertezza cerebro-mentale, derivante dal processo di traduzione/ricostruzione proprio di ogni conoscenza; B. Un principio di incertezza logica. Come sostiene Pascal: “Nè la contraddizione è contrassegnata da falsità, né la contraddizione è contrassegnata da verità”; C. Un principio di incertezza razionale, poiché la razionalità, se non mantiene la vigilanza autocritica, sfocia nella razionalizzazione; D. Un principio di incertezza psicologica; rappresentata dall’impossibilità di essere totalmente consapevoli di ciò che accade nella sala macchine della nostra mente, la quale conserva sempre qualche cosa di fondamentalmente incosciente. Di qui deriva la difficoltà di autoesame critica in cui la nostra sincerità non è garante di certezza e incontra inevitabilmente i limiti di ogni autocoscienza; L’incertezza della conoscenza La conoscenza è un’avventura incerta, che comporta in se stessa e permanentemente il rischio di illusione e di errore. Nelle certezze dottrinali, dogmatiche e intolleranti si annidano le peggiori illusioni. Al contrario, la coscienza del carattere incerto dell’atto cognitivo costituisce un’opportunità di giungere ad una conoscenza pertinente, che richiede esami, verifiche, convergenze degli indizi. La conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze. L’incertezza del reale La realtà non è mai leggibile in modo certo. La realtà non è altro che la nostra idea della realtà. E’ importante essere realisti nel senso complesso del termine: comprendere l’incertezza del reale, sapere che il reale comprende un possibile ancora invisibile. Le incertezze e l’ecologia dell’azione L’azione è decisione, scelta, ma è anche scommessa. Qui interviene l’ “ecologia dell’azione”. Dal momento che un individuo intraprende un’azione, quale che sia, questa comincia a sfuggire alle sue intenzioni. L’azione entra in un universo di interazioni e, alla fine, è l’ambiente che se ne impossessa nel senso che essa può divenire contraria all’intenzione iniziale. Questo ci obbliga a controllare l’azione, a cercare di correggerla. L’ “ ecologia dell’azione ” significa tener conto della complessità che essa comporta con i suoi rischi, con i suoi casi, con le sue iniziative, con le sue decisioni, con i suoi imprevisti, e richiede inoltre la coscienza delle derive e delle trasformazioni. Il teorema di Arrow stabilisce l’impossibilità di aggregare un interesse collettivo a partire dagli interessi individuali nonché di definire un piacere collettivo a partire dalla somma dei piacer individuali. L’ “ecologia dell’azione” comporta TRE principi di incertezza:

1. L’anello rischio-precauzione : (doppia necessità del rischio e della precauzione). Per ogni azione intrapresa in ambiente incerto, vi è contraddizione fra il principio di rischio e il principio di precauzione, essendo sia l’uno sia l’altro necessari; si tratta di poterli connettere malgrado la loro opposizione, secondo il motto di Pericle: “Noi (ateniesi) sappiamo dar prova di estrema audacia e nello stesso tempo sappiamo dar prova di non intraprendere nulla se non dopo matura riflessione. Negli altri l’ardimento è un effetto dell’ignoranza mentre la riflessione genera l’indecisione” [Tucidide, “La guerra del

Peloponneso”]

2. L’anello fini-mezzi : (i fini e i mezzi inter-retro-agiscono gli uni su gli altri, pertanto è inevitabile che mezzi ignobili al servizio di fini nobili pervertano questi ultimi e finiscono per sostituirsi ai fini). L’astuzia, la menzogna, la forza al servizio di una giusta causa possono preservare quest’ultima senza contaminarla, a condizione che si tratti di mezzi eccezionali e provvisori. All’opposto, è possibile che azioni perverse portino, appunto per le reazioni che provocano, a esiti felici. Non è dunque assolutamente certo che la purezza dei mezzi porti ai fini desiderati, né che la loro impurità sia necessariamente nefasta. 3. L’anello azione-contesto: (ogni azione sfugge alla volontà del suo autore entrando nel giuoco delle inter-retro-azioni dell’ambiente cui essa interviene - Principio caratteristico). L’azione rischia non solo l’insuccesso ma anche la deviazione o la perversione rispetto al senso iniziale, e può anche rivoltarsi contro i suoi iniziatori. Perciò l’azione può avere tre tipi di conseguenze inopinate, come argomenta Hirschman: 1. L’effetto perverso : nefasto, inatteso, più importante dell’effetto benefico sperato; 2. L’inanità dell’innovazione : più cambia e più rimane uguale; 3. La messa a rischio delle acquisizioni raggiunte : si è voluto migliorare la società, ma si è riusciti solo a sopprimere libertà e sicurezze. L’imprevedibilità a lungo termine Si possono certamente considerare o prevedere gli effetti a breve termine di un’azione, ma i suoi effetti a lungo termine sono imprevedibili. Non è mai certo che un’azione operi nel senso dell’intenzione da cui è nata. L’ecologia dell’azione ci invita tuttavia non all’inazione ma alla scommessa che riconosce i rischi e alla strategia che permette di modificare se non di annullare l’azione intrapresa. La scommessa e la strategia L’incertezza dell’azione può essere affrontata attraverso due vie: A. la piena coscienza della scommessa che la decisione comporta; B. Il ricorso alla strategia. ***** Una volta stabilita la scelta meditata di una decisione, la piena coscienza dell’incertezza diventa piena coscienza di una scommessa; ****** La strategia deve prevalere sul programma. Il programma stabilisce una sequenza di azioni che devono essere eseguite senza variazione in un ambiente stabile, ma, dal momento che vi è una modifica delle condizioni esterne, il programma è bloccato. La strategia deve, talvolta, privilegiare la prudenza, talvolta l’audacia e, se possibile, entrambe assieme. La strategia può e deve essere effettuare compromessi. Enorme difficoltà risiede nella strategia al servizio di una finalità complessa come quella indicata dalla massima “libertà, uguaglianza, fraternità”. Questi tre termini complementari sono, nello stesso tempo, antagonisti; la libertà tende a distruggere l’uguaglianza; questa, se è imposta, tende a distruggere la libertà; infine la “fraternità” non può essere né imposta né decretata, ma incoraggiata. Il desiderio di liquidare l’ “Incertezza” può apparirci come la malattia propria della nostra mente, e ogni cammino verso la grande “Certezza” potrebbe essere solo una gravidanza isterica. Il pensiero deve dunque armarsi e agguerrirsi per affrontare l’Incertezza. Tutto ciò che comporta possibilità comporta rischio, e il pensiero deve riconoscere le possibilità dei rischi come i rischi delle possibilità. Occorre sperare nell’insperato e operare per l’improbabile.

dei suoi tratti. Se esso è favorevole, vi sarà misconoscimento degli aspetti negativi della personalità. Se sfavorevole, vi sarà misconoscimento dei tratti positivi. In entrambi i casi vi sarà incomprensione. L’etica della comprensione È un’arte di vivere che richiede il grande sforzo di comprendere in modo disinteressato e non può aspettarsi alcuna reciprocità. L’etica della comprensione richiede di comprendere l’incomprensione; richiede di argomentare, di refutare anziché scomunicare e anatemizzare. Se sappiamo comprendere prima di condannare, saremo sulla via dell’umanizzazione delle relazioni umane. Ciò che favorisce la comprensione è:

1. Il ben pensare → permette di apprendere insieme, il testo e il contesto, l’essere e il suo ambiente, il locale e il globale, il multidimensionale; in breve, il complesso. 2. L’introspezione → la comprensione delle nostre proprie debolezze o mancanze è la via per la comprensione di quelle altrui; ci permette una relativa decelerazione rispetto a noi stessi, quindi di riconoscere e di giudicare il nostro egocentrismo. Ci permette di non elevarci a giudici di tutte le cose. La coscienza della complessità umana La comprensione degli altri richiede la coscienza della complessità umana. L’apertura soggettiva (simpatetica) agli altri Il cinema fa sì che simpatizziamo e comprendiamo coloro che ci sarebbero estranei o antipatici, mentre nella vita siamo quasi indifferenti. L’interiorizzazione della tolleranza La vera tolleranza non è indifferenza. Presuppone una convinzione, una fede, una scelta etica e l’accettazione che siano espresse idee contrarie alle nostre. Comporta una sofferenza nel tollerare che siano espresse idee nefaste. Vi sono quattro gradi di tolleranza:

  1. rispettare il diritto di proferire un discorso;
  2. il rispetto delle idee antagoniste (inseparabile dall’opzione democratica);
  3. la concezione secondo cui il contrario di un’idea profonda è un’altra idea profonda (rispettare la verità insita nell’idea antagonista alla nostra);
  4. la coscienza del fatto che gli umani sono posseduti dai miti. Comprensione, etica e cultura planetaria L’etica della comprensione tra persone va connessa all’etica dell’era planetaria che richiede di mondializzare la comprensione. Le culture devono imparare le une dalle altre. Nel caso dell’arte, della musica, della letteratura, del pensiero, la mondializzazione culturale non è omogeneizzante. La cultura occidentale può apparire alle altre culture nello stesso tempo non comprensiva e incomprensibile. Ma la razionalità aperta e autocritica nata dalla cultura europea permette la comprensione e l’integrazione di ciò che altre culture hanno sviluppato. La comprensione tra società presuppone società democratiche aperte; ma anche in queste rimane il problema epistemologico della comprensione: perché vi sia comprensione tra strutture di pensiero, occorre acquisire una metastruttura di pensiero che comprenda le cause dell’incomprensione delle une rispetto alle altre e che possa superarle. 7. L’ETICA DEL GENERE UMANO Gli individui sono più che semplici prodotti del processo riproduttivo della specie umana, perché questo processo è prodotto da individui. Le interazioni tra individui producono la società e questa retroagisce sugli individui. Così individuo società specie non sono soltanto inseparabili, ma si coproducono gli

uni con gli altri. Ciascuno di questi termini è nello stesso tempo mezzo e fine degli altri. Non si può fare di uno solo di essi il fine supremo della triade: questa è in se stessa rotatoriamente il proprio fine. Di conseguenza queste istanze non potrebbero essere dissociate. L’antropoetica presuppone la decisione cosciente ed illuminata di: assumere la condizione umana (triade) nella complessità del nostro essere; realizzare l’umanità in noi, nella nostra coscienza; assumere il destino umano nelle sue antinomie e nella sua pienezza. Missione antropologica del millennio è: operare per l’umanizzazione dell’umanità; obbedire alla vita e guidarla; realizzare l’unità planetaria nella diversità; rispettare negli altri la differenza e l’identità a sé; sviluppare l’etica della solidarietà e della comprensione. L’antropoetica è coscienza individuale oltre l’individualità. L’anello individuo società: insegnare la democrazia Individuo e società esistono reciprocamente. La democrazia consente la loro relazione ricca e complessa. La democrazia si fonda sul controllo dell’apparato di potere da parte dei controllati, riducendo l’asservimento. Le società autoritarie o totalitarie colonizzano gli individui; nella democrazia, l’individuo è cittadino, persona che esprime i suoi desideri e i suoi interessi, è responsabile e solidale con la sua città. Democrazia e complessità La democrazia non può esse definita in modo semplice. La sovranità del popolo comporta l’auto eliminazione attraverso l’obbedienza alle leggi e il trasferimento di sovranità agli effetti. Nel contempo, comporta l’autolimitazione dell’influenza dello stato, attraverso la separazione dei poteri, la garanzia dei diritti individuali e la protezione della vita privata. L’esperienza dei totalitarismi ha messo in rilievo un carattere fondamentale della democrazia: il suo legame vitale con la diversità. La democrazia presuppone e nutre la diversità degli interessi come delle idee. Essa non piò essere identificata come la dittatura della maggioranza sulle minoranze. Essa ha bisogno di conflitti d’idee e di opinioni; le danno una vitalità e produttività che però possono manifestarsi solo nella obbedienza alla regola democratica. Esigendo nel contempo consenso, diversità e conflittualità, la democrazia è essa stessa un sistema complesso di organizzazione e civilizzazione politiche: alimenta e s’alimenta dell’autonomia intellettuale degli individui, della loro libertà di opinione e espressione, del loro senso civico; alimenta e s’alimenta dell’ideale di libertà-eguaglianza-fraternità, che comporta una conflittualità creatrice fra i tre termini inseparabili. Lo sviluppo delle complessità politiche, economiche e sociali alimenta lo sviluppo dell’individualità e, attraverso tale sviluppo, l’individualità si afferma nei suoi diritti e acquisisce libertà essenziali. La dialogica democratica Tutti i tratti importanti della democrazia hanno un carattere ideologico che unisce in modo complementare termini antagonistici: consenso e conflittualità, comunità nazionale e antagonismi sociali e ideologici... le democrazie sono fragili, vivono di conflitti che possono sopraffarle: resteranno minacciate nel XXI secolo. Inoltre le democrazie esistente non sono ancora compiute; vi sono ancora limiti alla democratizzazione all’interno delle organizzazioni la cui efficienza è fondata sull’obbedienza, come nell’esercito. Possiamo chiederci se non si potrebbe acquisire maggiore efficienza facendo appello all’iniziativa e alla responsabilità di individui o gruppi. Esistono processi di regressione democratica che tendono a espropriare i cittadini dalle grandi decisione politiche, che tendono ad atrofizzare le loro competenze, a minacciare la diversità, a degradare il senso civico. La politica si frammenta in diversi campi e la possibilità di concepirli insieme diminuisce o scompare. Nello stesso tempo vi è depoliticizzazione della politica, che si auto dissolve nell’amministrazione, nella tecnica (calcoli), nell’economia, nel pensiero quantificante (sondaggi, statistiche). La politica in briciole perde la comprensione della vita, delle sofferenze, delle miserie, dei bisogni non quantificabili. Tutto ciò contribuisce a una gigantesca regressione democratica. Il futuro della democrazia → Gli sviluppi disciplinari delle scienze non hanno arrecato solo i vantaggi della divisione del lavoro, ma anche gli inconvenienti della superspecializzazione, della