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Teatri italiani del 500: Vincenzo Scamozzi e i teatri di Vicenza e Sabbioneta, Appunti di Storia del Teatro e dello Spettacolo

L'attività di vincenzo scamozzi come architetto scenografo nella seconda metà del cinquecento in vicenza, sabbioneta e firenze. Il documento illustra come scamozzi si ispirò ai teatri classici per progettare il nuovo teatro di sabbioneta, e come il suo lavoro fu influenzato dallo studio dei rilievi e disegni di teatri ideali di andrea palladio. Il documento include anche informazioni sulla decorazione interna del teatro olimpico di vicenza e del teatro di sabbioneta, e sulla paternità di palladio e scamozzi per le diverse parti del progetto.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 26/08/2020

Hopram
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I teatri italiani del 500
1. Vincenzo Scamozzi fu attivo come architetto scenografo nella seconda metà del 500: operò a
Vicenza, Sabbioneta e Firenze.
2. L’allievo di Andrea Palladio viene ricordato soprattutto per l’intervento all’Olimpico di Vicenza e
l’edificazione del teatro di Sabbioneta. Due luoghi che segnarono il passaggio da luogo a edificio
teatrale in area veneto-padana. A Firenze il Buontalenti allestiva il perduto teatro degli Uffizi (1586-
89). Se a Vicenza l’antico splendore era riportato alla luce dalla renovata urbe della scena.
Teatro Olimpico di Vicenza: Palladio e Scamozzi riesumarono il De Architectura di Vitruvio e ne seguirono i
dettami. L’Olimpico sorge sulle prigioni del Castello di San Piero: la cavea semiellittica coronata da un
peristilio dove si alternano colonne e semicolonne, l’orchestra affondata nel terreno come nei teatri romani
e circondata da un muretto, il proscenio con ampie versure con un soffitto a lacunari e la scena fronte
classica sono un chiaro tentativo. Gli accademici olimpici affidavano i lavori sul loro nuovo teatro stabile al
settantaduenne Andrea Palladio ‒ socio fondatore dell’Accademia Olimpica ‒ che aveva già raggiunto una
fama enorme con altri progetti. Il disegno che progettò Palladio esprime il tema teatrale in una maniera di
maturità pratica e teorica. L’architetto vicentino si ispirava ai teatri classici per progettare lo schema per il
nuovo teatro, un sogno che Palladio aveva già dal suo primo viaggio a Roma nel 1541: Il teatro all’antica era
il modello al quale il Palladio si riferì quando progettò il teatro per l’Accademia Olimpica. L’esempio più
concreto della tradizione classica che controllò l’ideazione di Palladio era il teatro romano che Vitruvio ‒
trattatista e architetto latino del primo secolo a. C. ‒ ha teorizzato nell’opera De Architectura. Un esempio
molto ben accettato dei Accademici Olimpici perché Vitruvio fu noto da loro come Vitruvius alter”
Formandosi e maturando nell’ambiente veneto dell’umanesimo della prima metà del Cinquecento con
personaggi come Giangiorgio Trissino, Daniele Barbaro e Alvise Cornaro, Palladio ebbe per quarant’anni la
possibilità di studiare diversi disegni e rilievi concernente un teatro ideale. Non soltanto lo studio dei rilievi
e disegni aiutavano l’architetto famosissimo di formare una sua idea, anche la rielaborazione delle vestigia
dei teatri classici come il teatro romano a Verona, il teatro di Marcello a Roma e anche del teatro Berga di
Vicenza influì la progettazione. Palladio progettò il suo teatro in adattamento alla sostanza muraria
preesistente delle antiche prigioni comunali: Il progetto innovativo palladiano segue allo schema prescelto
ma allo stesso tempo rappresenta una soluzione che pur essendo fedele alle organizzazioni geometriche di
Vitruvio riesce a tradurre lo schema circolare del modello in un complesso preesistente ellittico, cioè la
determinazione della cavea ‒ lo spazio semiellittico degli spettatori ‒ e la sua inclinazione verso la fossa
dell’orchestra sono aumentate al massimo. Questo legame strettissimo sembra l’elemento di chiave per la
costruzione del Palladio. Anche il colonnato si piega alla massima curvatura. Palladio valutò il proscenio con
la massima importanza. Caratteristiche del disegno sono una fedeltà assoluta al modello classico e
l’adattamento allo spazio angusto. All’inizio i lavori procedevano con la massima rapidità ma la morte
improvvisa di Palladio, il 19 agosto 1580, ferma i lavori. Dopo la morte di Andrea Palladio l’Accademia
Olimpica e Leonardo Valmara affidavano i lavori ad Vincenzo Scamozzi ‒ anch’esso architetto vicentino
della generazione successiva ‒ che era già impegnato in diversi altri progetti prestigiosi. Per quanto
riguardo la paternità di Palladio: Essa si può confermare per l’aula teatrale, resa certa non solamente
tramite l’iscrizione sulla fronte ma anche tramite dei elementi stilistici, mentre le prospettive che
conducono del arco centrale e delle due porte ‒ che fiancheggiano esso ‒ nella profondità i studiosi hanno
attribuito queste parti per un periodo a Scamozzi per cambiare questa attribuzione più tardi a favore della
mano palladiana e a quella del suo figlio Silla. A Scamozzi invece si possono attribuire altre zone:
l’organizzazione dell’orchestra, la copertura del teatro, la messa in opera del palcoscenico ‒ che fanno
parte di una serie di interventi di completamento, oltre l’effettuazione della scenografia e l’illuminotecnica.
Oltre l’illuminotecnica dello Scamozzi ‒ della quale ci restano tutt’oggi i corpi illuminati ‒ tutti gli elementi
(la simulazione spaziale con il finto cielo della copertura e l’esedra colonnata, poi i materiali modesti che
tramite il procedimento tecnico sembrano di essere marmo prezioso, fino alle statue che simboleggiano i
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I teatri italiani del 500

  1. Vincenzo Scamozzi fu attivo come architetto scenografo nella seconda metà del 500: operò a Vicenza, Sabbioneta e Firenze.
  2. L’allievo di Andrea Palladio viene ricordato soprattutto per l’intervento all’Olimpico di Vicenza e l’edificazione del teatro di Sabbioneta. Due luoghi che segnarono il passaggio da luogo a edificio teatrale in area veneto-padana. A Firenze il Buontalenti allestiva il perduto teatro degli Uffizi (1586- 89). Se a Vicenza l’antico splendore era riportato alla luce dalla renovata urbe della scena. Teatro Olimpico di Vicenza: Palladio e Scamozzi riesumarono il De Architectura di Vitruvio e ne seguirono i dettami. L’Olimpico sorge sulle prigioni del Castello di San Piero: la cavea semiellittica coronata da un peristilio dove si alternano colonne e semicolonne, l’orchestra affondata nel terreno come nei teatri romani e circondata da un muretto, il proscenio con ampie versure con un soffitto a lacunari e la scena fronte classica sono un chiaro tentativo. Gli accademici olimpici affidavano i lavori sul loro nuovo teatro stabile al settantaduenne Andrea Palladio ‒ socio fondatore dell’Accademia Olimpica ‒ che aveva già raggiunto una fama enorme con altri progetti. Il disegno che progettò Palladio esprime il tema teatrale in una maniera di maturità pratica e teorica. L’architetto vicentino si ispirava ai teatri classici per progettare lo schema per il nuovo teatro, un sogno che Palladio aveva già dal suo primo viaggio a Roma nel 1541: Il teatro all’antica era il modello al quale il Palladio si riferì quando progettò il teatro per l’Accademia Olimpica. L’esempio più concreto della tradizione classica che controllò l’ideazione di Palladio era il teatro romano che Vitruvio ‒ trattatista e architetto latino del primo secolo a. C. ‒ ha teorizzato nell’opera De Architectura. Un esempio molto ben accettato dei Accademici Olimpici perché Vitruvio fu noto da loro come Vitruvius alter” Formandosi e maturando nell’ambiente veneto dell’umanesimo della prima metà del Cinquecento con personaggi come Giangiorgio Trissino, Daniele Barbaro e Alvise Cornaro, Palladio ebbe per quarant’anni la possibilità di studiare diversi disegni e rilievi concernente un teatro ideale. Non soltanto lo studio dei rilievi e disegni aiutavano l’architetto famosissimo di formare una sua idea, anche la rielaborazione delle vestigia dei teatri classici come il teatro romano a Verona, il teatro di Marcello a Roma e anche del teatro Berga di Vicenza influì la progettazione. Palladio progettò il suo teatro in adattamento alla sostanza muraria preesistente delle antiche prigioni comunali: Il progetto innovativo palladiano segue allo schema prescelto ma allo stesso tempo rappresenta una soluzione che pur essendo fedele alle organizzazioni geometriche di Vitruvio riesce a tradurre lo schema circolare del modello in un complesso preesistente ellittico, cioè la determinazione della cavea ‒ lo spazio semiellittico degli spettatori ‒ e la sua inclinazione verso la fossa dell’orchestra sono aumentate al massimo. Questo legame strettissimo sembra l’elemento di chiave per la costruzione del Palladio. Anche il colonnato si piega alla massima curvatura. Palladio valutò il proscenio con la massima importanza. Caratteristiche del disegno sono una fedeltà assoluta al modello classico e l’adattamento allo spazio angusto. All’inizio i lavori procedevano con la massima rapidità ma la morte improvvisa di Palladio, il 19 agosto 1580, ferma i lavori. Dopo la morte di Andrea Palladio l’Accademia Olimpica e Leonardo Valmara affidavano i lavori ad Vincenzo Scamozzi ‒ anch’esso architetto vicentino della generazione successiva ‒ che era già impegnato in diversi altri progetti prestigiosi. Per quanto riguardo la paternità di Palladio: Essa si può confermare per l’aula teatrale, resa certa non solamente tramite l’iscrizione sulla fronte ma anche tramite dei elementi stilistici, mentre le prospettive che conducono del arco centrale e delle due porte ‒ che fiancheggiano esso ‒ nella profondità i studiosi hanno attribuito queste parti per un periodo a Scamozzi per cambiare questa attribuzione più tardi a favore della mano palladiana e a quella del suo figlio Silla. A Scamozzi invece si possono attribuire altre zone: l’organizzazione dell’orchestra, la copertura del teatro, la messa in opera del palcoscenico ‒ che fanno parte di una serie di interventi di completamento, oltre l’effettuazione della scenografia e l’illuminotecnica. Oltre l’illuminotecnica dello Scamozzi ‒ della quale ci restano tutt’oggi i corpi illuminati ‒ tutti gli elementi (la simulazione spaziale con il finto cielo della copertura e l’esedra colonnata, poi i materiali modesti che tramite il procedimento tecnico sembrano di essere marmo prezioso, fino alle statue che simboleggiano i

committenti olimpici) seguono il principio dell’illusionismo. Anche le prospettive ‒ ideate per l’inaugurazione con l’Edipo tiranno di Sofocle come le sette vie di Tebe, dov’è ambientata la tragedia, ma allo stesso tempo simboleggiano i scorci di Vicenza ‒ che vanno ben dodici metri nella profondità fanno parte di quest’illusionismo spaziale. Per questo si può dire che il motivo dell’illusione è un altro principio di chiave sia per Palladio, sia per Scamozzi. L'interno del teatro è decorato con novantacinque statue, realizzate in pietra oppure stucco e rappresentanti i personaggi legati alla fondazione dell'Accademia Olimpica o del teatro stesso. La grandiosa frons scenae d'ordine corinzio è ispirata allo schema degli archi trionfali romani a tre fornici. La struttura è rinascimentale, di impronta manieristica. Nell'attico della frons scenae in undici riquadri sono raffigurate le dodici fatiche di Ercole. Al centro, tra due Fame con le trombe, è lo stadio con la corsa delle bighe, insegna dell'Accademia e ricordo dei Giochi Olimpici, istituiti da Ercole, protettore del sodalizio vicentino e simbolo dell'uomo che, tramite la virtù, acquista la gloria. Sopra si legge il motto, di origine virgiliana, Hoc opus, hic labor est. Lo stemma di Vicenza è retto da due giovanetti. La cavea ellittica è recinta da una balaustra con statue paludate all'eroica. Nella nicchia centrale sopra la cavea sta la statua di Leonardo Valmarana, Principe dell'Accademia e promotore della costruzione, rappresentato con vesti ed insegne imperiali (richiamo diretto alla figura dell'imperatore Carlo V d'Asburgo).

  1. Il 6 Maggio 1584 la cavea fu coperta e fu introdotto il sipario. Scamozzi fu fondamentale per l’ultimazione del teatro e introdusse:  La porta sul cortile che affiancava quella palladiana  Retropalco ↓ Si capiscono le entrate diversificate a Sabbioneta Riguardo alla vexata questio della copertura operata nel XVIII sembra sia stato Scamozzi ad applicare un velario di stoffa; L’architetto Inigo Jones (1613) fa riferimento ad un “telone” che si sposava al soffitto a lacunari sopra la scena. Nel 1584 si lavorava al cielo delle prospettive e l’anno successivo fu messa a punto la scena prima del 30 Gennaio 1585. La scena prospettica delle 7 vie di Vicenza-Tebe attribuita a Scamozzi dalla critica, gli fu negata da alcuni che la attribuirono a Silla Palladio. La paternità gli fu ridata da Pompeo Trissino, testimone oculare “Fatte ad opera dal Signor Vincenzo Scamocio”. Nel progetto palladiano (1579-80) sembra che le strutture plastiche della scena prospettica fossero destinate solo alla zona della ianua regia (porta principale) e pannelli dipinti negli hospitalia (porte laterali). L’illuminotecnica era fondamentale: Fu chiamato Antonio de Pasi detto il Montagna raccomandato dal Guarini agli olimpici impiegò lumini ad olio e specchi rifragenti per la scena. Esse però non erano poste sulla scena lignea ma nelle ali di muratura del boccascena-architrave palladiano. Scamozzi realizzò poi l’Odeo tra il giugno del 1608 e il marzo dell’anno seguente su commissione di Pompeo Trissino che faceva le veci del principe. Scamozzi dedica l’ottavo libro dell’ Idea (1615) agli olimpici che ringrazia per avergli concesso il privilegio di costruire l’odeo, il teatro, per aver accolto sua maestà Maria d’Austria e per l’illuminotecnica.
  2. La prima rappresentazione fu piena di simboli, l’Atene periclea tanto compianta da Sofocle divenne la nostalgia per il Carolus asburgico dopo l’ospitata di Maria di quattro anni prima. Fu accolta in gran pompa dal Valmara con ritratti di Filippo II e di Carlo V. La statua del Valmara-Carlo V è al centro del peristilio e in corrispondenza della ianua regia e sovrastata da una statua equestre (oggi non più in loco) che ritroviamo nella scenografia di fondo.
  3. Anche Vespasiano Gonzaga Colonna fu devoto agli Asburgo come gli olimpici; Nella sua statua, situata nella chiesa dell’Incoronata, viene ritratto come un imperatore romano (Marco Aurelio e Ferrante I Gonzaga?) con un libro e l’aquila asburgica. Teatro di Sabbioneta: Fu edificato da Scamozzi sulla via Giulia, ex decumano “Roma quanta fuit ipsa ruina docet”: frase coniata dall’architetto Sebastiano Serlio fu resa celebre da Vespasiano Gonzaga