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Riassunto dell'esame di igiene generale e applicata
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Disturbo della circolazione sanguigna caratterizzato dall’aumento stabile della pressione arteriosa, cioè della forza esercitata dal sangue sulle pareti delle arterie. La pressione sanguigna è dovuta alle pulsazioni del cuore, che normalmente generano una spinta, o pressione, sufficiente a far scorrere il sangue in tutto il corpo; nell'ipertensione, invece, tale spinta è superiore alle normali esigenze dell'organismo. Cause: nella maggior parte dei casi non è possibile individuare una causa dell'ipertensione (ipertensione essenziale o primitiva ). Sintomi: l' ipertensione è generalmente asintomatica. Solo in casi estremi può manifestarsi con cefalea, sudorazione, vertigini ed emorragie nasali. Diagnosi: la diagnosi di ipertensione si basa sulla misurazione della pressione arteriosa, eseguita dal medico o dal farmacista con uno sfigmomanometro. Cure: per trattare l'ipertensione, in alcuni casi sono sufficienti modifiche dello stile di vita ( una dieta sana, una moderata attività fisica, la riduzione dello stress ), che in ogni caso vanno associate alla terapia farmacologica. Questa si basa su diverse categorie di farmaci ( diuretici, beta-bloccanti, ACE-inibitori, calcio-antagonisti, antagonisti del recettore dell’angiotensina II ) che possono essere utilizzati da soli o, se necessario, in combinazione, modulando il trattamento sul singolo paziente.
Il paziente diabetico non è in grado di metabolizzare, in parte o del tutto, gli zuccheri, il cui tasso aumenta nel sangue per passare poi nelle urine attraverso il filtro renale. La malattia, che ha una forte componente di familiarità, si manifesta in due forme principali: il diabete di tipo 1 e di tipo 2. Diabete di tipo 1 Il diabete di tipo 1 insulino dipendente, caratteristico soprattutto dei giovani e per questo definito anche “diabete giovanile”, ma possibile anche negli adulti e negli anziani come forma primitiva o per progressiva involuzione delle cellule beta, che diventano atrofiche e si caratterizza per una carenza totale di insulina.
Il termine tumore è stato coniato sulla base dell'aspetto macroscopico della maggior parte delle neoplasie, che si presentano frequentemente, ma non sempre, con una massa rilevante ( tumor , «rigonfiamento») sul sito anatomico di origine. Il termine neoplasia , che letteralmente significa «nuova formazione», è sinonimo del precedente, ma prende in considerazione, più che l'aspetto esteriore della massa, il contenuto cellulare della stessa, costituito da cellule di "nuova formazione". La manifestazione in forma maligna di un tumore può essere definita anche cancro o "carcinoma". Il termine, derivante dal greco karkinos , ("granchio") è stato coniato dal padre della Medicina. La patogenesi delle neoplasie è riconducibile a mutazioni del DNA che incidono sulla crescita cellulare e sull'eventuale sviluppo di metastasi. Le sostanze che causano mutazioni del DNA sono conosciute come mutagene; tali sostanze che causano tumori sono noti come agenti cancerogeni. Sostanze particolari sono stati collegati a specifici tipi di tumore. Il fumo è associato a molte forme di cancro e causa il 90% dei tumori del polmone. Le tre neoplasie infantili più comuni sono la leucemia (34%), i tumori cerebrali (23%) e i linfomi (12%). I tassi di tumori maligni infantili sono aumentati dello 0,6% all'anno, tra il 1975 e il 2002 negli Stati Uniti, e del 1,1% l'anno tra il 1978 e il 1997 in Europa.
Le neoplasie sono principalmente attribuibili a fattori ambientali e in parte alla genetica. Per fattori ambientali, si intendono qualsiasi fattore eziologico che non venga ereditato geneticamente, non solo l'inquinamento. Alcuni comuni fattori ambientali che contribuiscono alla mortalità da cancro includono il fumo (25-30%), l'alimentazione e l'obesità (30-35%), le infezioni (15-20%), le radiazioni (sia ionizzanti che non, fino al 10%), lo stress, la mancanza di attività fisica e gli inquinanti ambientali.
Insieme composito di patologie e condizioni molto disomogenee, che non hanno una unica causa eziologica, ma che hanno in comune appunto l’evoluzione cronico (sintomi costanti nel tempo e nessuna cura risolutiva) – degenerativa (progressivo e in genere inarrestabile peggioramento), caratterizzate da: -eziologia multifattoriale -riconoscimento di fattori di rischio complessi derivanti da interazioni geni-ambiente -gravità delle lesioni acquisite che una volta insorte assumono caratteri di irreversibilità -lunga latenza patogenetica -con l’aumentare dell’età progressivo aumento nella diffusione di quasi tutte le malattie con una
accelerazione a partire dai 45 anni di età; eccezione le malattie allergiche che sono maggiormente diffuse tra la popolazione più giovane. Principali responsabili della mortalità e della invalidità prevalente (importanza sociale per gravità, diffusione e costi). Considerando che negli ultimi anni le principali cause di morte sono dovute a malattie da stile di vita, è evidente come sia importante migliorare la condizione di vita della persona, limitando i fattori di rischio di queste malattie come fumo, alcool, inquinamento, inattività fisica e specialmente ridurre i fattori ossidanti endogeni contrastandoli con i fattori antiossidanti. E’ naturalmente importante la fase di screening, e quindi individuare la persona malata in tempo, vista anche l’impossibilità di guarirla in fasi più avanzate della malattia. Le malattie da stile di vita, legate al processo di invecchiamento, si confermano principali cause di morte (Relazione sullo stato sanitario del Paese 2009 – 2011). Prima causa di morte sono le malattie cardiovascolari, sia nei maschi (ma solo dal 2008) che nelle femmine, poi i tumori.
Le malattie croniche, o non trasmissibili, sono responsabili del più alto tasso di mortalità e morbosità sia all’interno dei Paesi europei che a livello globale. Esse comprendono un ampio insieme di patologie. Le cause delle malattie croniche si possono ricondurre ai classici stili di vita non corretti in termini di salute quali, ad esempio, un’alimentazione non sana, il fumo di tabacco, l’eccessivo uso di alcol o la dipendenza da sostanze psicotrope. Queste cause possono condurre ai cosiddetti fattori di rischio intermedi quali, tra gli altri, l’ipertensione, l’eccesso di colesterolo e l’obesità. A fianco agli stili di vita non corretti e ai fattori di rischio intermedi, comunque modificabili per mezzo di strategie di prevenzione di tipo primaria o secondaria, ci sono anche fattori che sono immodificabili, come la predisposizione genetica o l’età. La promozione di stili di vita sani sembra comunque la risorsa principale da utilizzare contro l’ascesa delle malattie croniche nel contesto globale. In effetti, l’adozione di abitudini salutari diminuisce in modo significativo in ogni essere umano il rischio di sviluppare queste malattie.
Il fumo di sigaretta provoca dipendenza sia di tipo fisico sia di tipo psicologico. Il craving è il desiderio irrefrenabile di fumare, dovuto alla dipendenza psichica da nicotina che si instaura nel fumatore.La classica sigaretta è composta da molti elementi che durante la combustione sprigionano circa 4 mila sostanze chimiche perlopiù tossiche, irritanti e cancerogene. Si tratta di una miscela eterogenea che si sviluppa dal processo di combustione delle foglie di tabacco. Le
mentre quelli dell’infarto durano assai di più e possono non passare con i farmaci che solitamente risolvono i sintomi dell’angina. I dolori legati all’angina compaiono spesso come conseguenza di un maggior lavoro cardiaco, quale uno sforzo fisico, un intenso stress emotivo o anche più semplicemente con l’esposizione al freddo. Quando il dolore persiste per più di 5-10 minuti deve far immediatamente sospettare un infarto e quindi indurre il paziente a chiedere assistenza medica. I disturbi dell’infarto, invece, spesso possono essere localizzati a livello dello stomaco, simili a quelli di una indigestione per la comparsa di nausea e vomito. I fattori di rischio che predispongono all’insorgenza di questa malattia, e che possono essere ridotti con uno stile di vita adeguato, sono i valori di colesterolo superiori alla norma, l’ipertensione arteriosa, il fumo di sigaretta, il diabete, lo stress e la vita sedentaria. Anche la familiarità, il progredire dell’età e il sesso maschile sono considerati importanti fattori di rischio, ma questi, naturalmente, non sono suscettibili di modificazioni. Prevenzione della cardiopatia ischemica
Il concetto di salute formulato nel 1948 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è ancora oggi alla base della definizione ufficiale del termine "salute". La definizione formulata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è da più di 50 anni la seguente: "La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattia o di infermità". L’igiene attraverso il potenziamento dei fattori utili alla salute e l’allontanamento o la correzione dei fattori responsabili delle malattie, tende a conseguire il miglior stato di benessere possibile dei singoli e della collettività. L’igiene agisce in due modi 1 Promuovendo la salute con l’introduzione di fattori protettivi e il potenziamento dei sistemi di difesa dell’organismo.
2 Evitando o correggendo i fattori di rischio. Poggia su tre principali pilastri disciplinari:
La prevenzione può essere definita come un insieme di attività, interventi ed opere attuati con il fine prioritario di promuovere e conservare lo stato di benessere ed evitare l'insorgenza delle malattie. Si distinguono, usualmente, tre livelli di prevenzione: Primaria, Secondaria e Terziaria. Prevenzione primaria Comprende tutti gli interventi destinati ad ostacolare l’insorgenza della malattia nella popolazione, combattendo le cause e i fattori predisponenti. Si attua attraverso: ← progetti mirati di educazione alla salute; ← profilassi immunitaria; ← interventi sull’ambiente per eliminare o correggere le possibili cause delle malattie; ← interventi sull’uomo per rilevare e correggere errate abitudini di vita (es. fumo); ← individuazione e correzione delle situazioni che predispongono alla malattia (es. obesità). Prevenzione secondaria Comprende tutte le misure destinate ad ostacolare l’aumento del numero di casi di una malattia nella popolazione, riducendone la durata e la gravità. Ha come obbiettivo l’individuazione precoce dei soggetti ammalati o ad alto rischio per poter ottenere la guarigione o impedirne l’evoluzione. Lo strumento essenziale è la diagnosi precoce rivolta a persone ritenute a rischio. Gli interventi di prevenzione secondaria rivolti a gruppi di popolazioni sono definiti screening La diagnosi precoce è fondamentale perché rende ancora attuabili interventi terapeutici in grado di condurre alla guarigione. Lo SCREENING, è una tecnica di ricerca e selezione degli ammalati in fase preclinica. Il test di rapida esecuzione atto a identificare, seppur in modo presunto, una patologia o un'anomalia funzionale non riconosciute in un determinato soggetto sino a quel momento.
di Down dovuta alla trisomia del cromosoma 21. Le cause genetiche da alterazione di un singolo gene agiscono con meccanismi mendeliani e determinano malattie ereditarie trasmissibili in senso verticale (dai genitori alla prole) come caratteri dominanti, recessivi o legati al sesso Cause chimiche Le sostanze ed i composti chimici che causano alterazioni patologiche nell'organismo umano sono numerosi. Alcune sostanze sono conosciute da lungo tempo e sono responsabili di specifiche intossicazioni e malattie acute o croniche. Cause fisiche Il calore, i rumori, i traumi, le radiazioni ionizzanti e non, sono tutti agenti fisici responsabili di malattie e di eventi patologici. Di notevole importanza epidemiologica e sociale sono, in particolare, le morti e le invalidità causate da traumi per incidenti domestici, stradali e del lavoro. Fattori causali Diversi fattori comportamentali ed ambientali svolgono un ruolo eziologico nei riguardi di diverse malattie. Essi, pur non possedendo tutti i requisiti delle "cause" (unicità, indispensabilità, specificità, sufficienza), hanno con la malattia un rapporto di causa ed effetto. Tra i fattori comportamentali che caratterizzano l'attuale "stile di vita" nei paesi sviluppati, quelli che hanno maggiore rilevanza epidemiologica sono: il fumo di tabacco, l'abuso di bevande alcoliche, il consumo eccessivo di alimenti (Tabella 1). Il fumo di sigaretta è ritenuto responsabile dell'80-90% delle morti per cancro del polmone e per broncopneumopatie croniche ostruttive, nonché del 30% delle morti per cardiopatia ischemica. In effetti nel fumo è presente una serie di sostanze cancerogene (idrocarburi policiclici aromatici, nitrosammine, ecc.), irritanti per le vie respiratorie (aldeidi, fenoli, ossidi di azoto, ecc.), lesive per le arterie e il muscolo cardiaco (nicotina, ossido di carbonio). Ciascuna di queste sostanze può essere considerata "causa" di un diverso danno all'organismo e ciò spiega l'apparente mancanza di specificità del fattore causale fumo di tabacco. Fattori di rischio Un fattore di rischio è una specifica condizione che risulta statisticamente associata ad una malattia e che pertanto si ritiene possa concorrere alla sua patogenesi, favorirne lo sviluppo o accelerarne il decorso .Un fattore di rischio non è pertanto un agente causale, ma un indicatore di probabilità che lo stesso possa associarsi ad una determinata condizione clinica; la sua assenza non esclude la comparsa della malattia, ma la sua presenza, o la copresenza di più fattori di rischio, aumenta notevolmente il rischio di malattia
La promozione della salute ingloba due grandi aree di azione: 1 protezione della salute 2 educazione sanitaria La prima è formata da una serie di obblighi di legge:
Preparazione rivolta a indurre la produzione di anticorpi protettivi da parte dell’organismo, conferendo una resistenza specifica nei confronti di una determinata malattia infettiva. All’agente patogeno (batterio, virus o tossina) viene tolta la CAPACITA’ PATOGENA (fare danni) lasciando intatta la CAPACITA’ IMMUNOGENA. BATTERI E VIRUS: possono essere UCCISI, INATTIVATI e ATTENUATI. TOSSINE: vengono “svelenate”, cioè private del loro potere patogeno (ANATOSSINE)
I vaccini vanno iniettati disciolti in un “veicolo”: Idrovaccini: sciolti in acqua. Somministrazione agevole, ma assorbimento scadente (breve persistenza nel punto di iniezione). Lipovaccini: sciolti in olio. Somministrazione dolorosa e rischio di infezioni ma ottimo assorbimento (lunga durata dello stimolo immunitario). Vaccini adsorbiti: sciolti in acqua ma legati ad idrossido di alluminio. Hanno i vantaggi di entrambe i precedenti.
In genere, i vaccini a base di agenti vivi attenuati sono più efficaci di quelli costituiti da agenti uccisi o inattivati. Nella valutazione occorre tenere presenti i seguenti requisiti:
Le vaccinazioni vanno rinviate in presenza di malattie febbrili in atto o anche solo se i soggetti da vaccinare non sono in ottimali condizioni di salute. I soggetti con malattie croniche, tumori, leucemie, e quelli trattati con farmaci cortisonici e immunosoppressori non devono assumere preparati a base di agenti vivi o vivi attenuati.
La risposta del soggetto alla vaccinazione si manifesta in due fasi:
Sono possibili alcuni tipi di reazioni indesiderate ai vaccini, che sono: 4.2 dolore al punto di iniezione: 10% dei casi, comparsa immediata, durata alcune ore 4.3 crisi anafilattica: rari casi, comparsa immediata 4.4 febbre e cefalea: variabile da vaccino a vaccino, comparsa entro 24 ore, durata 1-2 giorni 4.5 esantema: 2-5% morbillo, 5-10% rosolia, comparsa fino a 12 giorni dopo, durata 2-3 giorni 4.6 dolori articolari: 5-10% rosolia, comparsa entro 24 ore, durata 1-2 giorni 4.7 altre complicanze (cutanee, neurologiche etc.): casi rarissimi, comportamento variabile
Viene attuata inoculando per via parenterale (intramuscolare o endovenosa) sieri, cioè estratti del sangue, ricchi di anticorpi. I sieri possono essere:
Si produce una PROTEZIONE IMMEDIATA (gli anticorpi sono belli e pronti) rispetto a quella ottenuta con i vaccini ma DI BREVE DURATA (durano max 2-3 settimane) Si ricorre a questa pratica come misura di emergenza (es.: ferita a rischio per il tetano).
La somministrazione di sieri immuni può produrre due principali reazioni:
L’epidemiologia utilizza molto spesso il metodo statistico per descrivere i dati di popolazione, per impostare gli studi epidemiologici e per analizzare i dati ed altre informazioni. L’epidemiologia può avere tre differenti modalità: epidemiologia descrittiva epidemiologia analitica epidemiologia sperimentale
La fase descrittiva dovrebbe rappresentare il primo passo di ogni studio epidemiologico e dalla descrizione dello stato di salute di una popolazione dovrebbe partire qualsiasi intervento programmatorio in sanità. L’epidemiologia possiede gli strumenti necessari: -per scegliere le fonti di dati più congrue, -per raccogliere i dati in maniera corretta, -per descriverli con le più opportune misure di frequenza. Lo studio descrittivo è generalmente semplice, rapido e poco costoso: il ricercatore raccoglie, elabora e interpreta dati già disponibili, riguardanti la frequenza e la distribuzione di un determinato fenomeno (malattie) in popolazioni tra loro differenti. In genere lo studio si basa sulla raccolta e l’analisi di dati provenienti da statistiche correnti (in particolare dati di morbosità e mortalità) e da altre fonti ufficiali (censimento, anagrafe comunale). Gli studi descrittivi condotti con tecniche adeguate possono portare a formulare ipotesi su eventuali relazioni causa-effetto esistenti fra fattori di rischio e patologie.
Le eventuali ipotesi formulate attraverso l’osservazione dei fenomeni morbosi possono essere confermate (o smentite) attraverso l’esecuzione di studi analitici. Epidemiologia analitica, però, presenta alcuni limiti, infatti, stabilire l’esistenza di un’associazione statistica fra una causa e un effetto spesso non è sufficiente a sancire una reale associazione causale;
Solo la valutazione epidemiologica dei risultati di uno studio analitico può confermare l’esistenza di un vero nesso causa-effetto. Consiste “nella ricerca di correlazioni tra la situazione di salute/malattia e l’azione di una numerosissima serie di fattori che si può logicamente presumere abbiano una influenza su tale situazione...” In particolare definiamo esposizione come la situazione in cui sono presenti insieme agente (o fattore di rischio) e ospite: sono possibili l’incontro e l’interazione tra essi. L’effetto, invece, è il risultato della interazione tra agente (o fattore di rischio) e ospite.
Con l’epidemiologia sperimentale si entra nel campo della valutazione dell’efficacia. La validità nel metodo sperimentale risiede nel controllo diretto da parte del ricercatore sulla assegnazione dei soggetti ai gruppi di studio. Negli studi osservazionali, invece, il ricercatore accetta essenzialmente la situazione così come si presenta al fine di valutare l’efficacia di interventi. Gli studi sperimentali, a differenza di quelli descrittivi e analitici che sono studi puramente osservazionali, prevedono invece un intervento diretto da parte dello sperimentatore.
In ogni studio epidemiologico e in ogni attività di sorveglianza epidemiologica è necessario utilizzare indicatori che permettano di valutare l’impatto di una malattia o di un altro evento sanitario. Per studiare la frequenza delle malattie occorrono tre misure fondamentali: o prevalenza o incidenza cumulativa o tasso d’incidenza (densità d’incidenza) Spesso si fa confusione sulla terminologia utilizzata. Sentirete o avete sentito spesso applicare il temine “tasso” (in inglese “rate”) a tutte le misure utilizzate in epidemiologia. In realtà, come vedrete, la prevalenza e l’incidenza cumulativa sono proporzioni, mentre i tassi hanno caratteristiche peculiari.
La misura di prevalenza viene utilizzata in epidemiologia per esprimere il numero di eventi o di malati effettivamente presenti o “attivi” in un certo periodo di tempo.
Con il termine virulenza si indica, appunto, il diverso grado con cui si esprime la patogenicità a seconda del microorganismo in causa: essa può essere valutata in rapporto alla gravità del decorso clinico della malattia. Essa dipende dalla capacità di un microrganismo patogeno di penetrare, attecchire e moltiplicarsi nell'ospite ed è indicata come infettività. Per contagiosità, invece, possiamo intendere la capacità di un microrganismo patogeno di passare da un soggetto recettivo ad un altro, a seguito della sua eliminazione all'esterno dell'ospite nel corso del processo infettivo.Le malattie infettive contagiose sono quelle causate da agenti patogeni (ad esempio: virus influenzali, della rosolia, del morbillo, batteri del tifo, della dissenteria, ecc.) che vengono eliminati per vie diverse dall'ospite e che in modo diretto o indiretto giungono ad altri soggetti recettivi. Nelle malattie infettive non contagiose, invece, gli agenti responsabili non vengono eliminati nell'ambiente e la loro trasmissione richiede l'intervento di appositi vettori o particolari evenienze.
Le malattie a trasmissione sessuale sono l’insieme, assai variegato, delle patologie che colpiscono la zona genitale e non, le vie urinarie, e si trasmettono prevalentemente tramite rapporti sessuali.Le principali patologie a trasmissione sessuale sono: l’AIDS, la sifilide, l’ulcera molle, la gonorrea, la tricomoniasi, le infezioni da clamidia, i condilomi, l’herpes genitale, le infezioni da miceti (candida e dermatofiti), la scabbia, la pediculosi e l’epatite, ecc.
L'AIDS (Acquired Immuno-Deficiency Syndrome - Sindrome da Immuno-Deficienza Acquisita) è una malattia infettiva causata dal virus HIV. Sono stati identificati un virus HIV 1 e un altro HIV 2 isolato in pazienti africani. Il virus si moltiplica all'interno dei linfociti, le cellule deputate a difendere il nostro organismo dalle aggressioni dei germi provenienti dall'ambiente esterno. La distribuzione di queste cellule determina un indebolimento del sistema immunitario che causa l'insorgenza di una serie di malattie infettive, spesso sostenute da microrganismi che non sono in grado di resistere all'azione di un sistema immunitario normalmente funzionante (infezioni opportunistiche). Viene inoltre facilitata la comparsa di tumori, soprattutto di neoplasie della cute (sarcoma di Kaposi), degli organi linfatici e del sangue.
L'AIDS si trasmette per contagio tra persone. Il virus è presente in numerosi liquidi organici, ma quelli più pericolosi sono il sangue e il liquido seminale. Il virus si trasmette infatti attraverso lo
scambio di sangue infetto proveniente da malati o da portatori sani e per via sessuale, sia omo che eterosessuale
L'AIDS ha un lungo periodo di incubazione. Tra il momento del contagio e la comparsa dei primi sintomi possono trascorrere diversi anni. In questo periodo il soggetto è definito "sie-ropositivo". Sembra che non tutti i sieropositivi debbano necessariamente sviluppare la malattia, ma la percentuale di quelli che si ammalano è certamente elevata. Nella sua forma conclamata l’AIDS si manifesta con l'insorgenza ripetuta di malattie infettive e, talora, con la comparsa di neoplasie. Questa fase è quasi sempre preceduta dalla comparsa di sintomi aspecifici come febbricola, diarrea, dimagrimento, ingrossamento delle linfoghiandole.
Il metodo più semplice e più sicuro per rilevare la presenza del virus all'interno dell'organismo consiste nel sottoporsi a un esame del sangue che è in grado di svelare l'avvenuto contatto col virus. Il test può essere effettuato nelle ASL e nei centri specializzati degli ospedali, ai quali è comunque necessario rivolgersi nel caso risulti positivo.
La prevenzione rappresenta a tutt'oggi la migliore terapia contro l'AIDS. Una forma di protezione è rappresentata dall'uso del profilattico che costituisce una barriera efficace, anche se non completamente sicura, alla diffusione del virus attraverso il rapporto sessuale.
Non esiste a tutt'oggi una terapia efficace contro l'AIDS. L'unico farmaco disponibile capace di rallentare la progressione della malattia è l'AZT, non privo, purtroppo, di numerosi effetti colla- terali.
La sifilide (o Lue) è una complessa infezione sessualmente trasmissibile causata dal batterio Treponema pallidum. La sifilide è un’infezione genitale che causa ulcere ed escoriazioni e facilita la trasmissione dell’HIV. Si sviluppa in diversi stadi, ciascuno caratterizzato da sintomi e decorso diverso. Dal momento che alcune fasi della malattia hanno un lungo decorso senza manifestazioni cliniche