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Epidemiologia: Introduzione alle Malattie Infettive e Cronico-degenerative, Dispense di Psicologia Generale

riassunti completi delle lezioni

Tipologia: Dispense

2022/2023

Caricato il 01/06/2023

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Igiene Piana
L’ igiene è una parola che deriva dal greco (“buona salute”) ed indica quella disciplina
medica che studia la salute dell’individuo e della popolazione: non si occupa solo di
malattie, ma prevalentemente dello stato di salute, il quale comprende l’individuo, la
società e l’ambiente. L’igiene, infatti, si occupa di potenziare i fattori utili della salute e di
correggere i fattori responsabili delle malattie affinché tutta la popolazione possa
raggiungere il più alto livello di salute e benessere.
L’igiene è una disciplina clinica caratterizzata da tre peculiarità:
● L’oggetto del proprio interesse non è l’uomo malato bensì quello sano;
● E’ una disciplina bio-sanitaria in cui l’ambito di intervento non è limitato solo al singolo
individuo bensì esteso all’intera collettività;
● La tipologia degli interventi non sono limitati all’uomo bensì estesi all’ambiente fisico,
biologico e sociale nel quale esso si trova inserito.
Dal punto di vista didattico, l’igiene può considerarsi articolata in tre parti principali:
epidemiologia, prevenzione (Medicina Preventiva ed Igiene Ambientale) e medicina di
comunità o sanità pubblica). Per l’epidemiologia, chiamata anche parte della
conoscenza, si può considerare la parte d’igiene che ha lo scopo di studiare lo stato di
salute o di malattia delle popolazioni e, di conseguenza, come i fattori di rischio, di malattia
o di benessere incidono sulla stessa. Da un punto di vista etimologico, epidemiologia è
una parola di origine greca, che letteralmente significa “discorso riguardo alla popolazione”
ed è una disciplina che ha come oggetto di studio intere popolazioni nelle quali intende
valutare la frequenza, le modalità, la propagazione ed il meccanismo d’azione di tutti i
fattori in grado di influenzare lo stato di salute o di malattia dell’uomo.
L’obiettivo è l’individuazione dei fattori positivi di benessere e di quelli causali delle
malattie, le loro modalità di intervento e le condizioni che ne favoriscono o ostacolano
l’azione.
L’epidemiologia è propedeutica alla prevenzione, ossia ogni attività messa in atto per
evitare che, all’azione di agenti eziologici o fattori di rischio sugli individui, faccia seguito la
perdita della salute. La prevenzione, in particolare, si divide in tre parti: primaria,
secondaria e terziaria. La prevenzione primaria comprende interventi rivolti all’uomo
sano, non ancora interessato da malattie, finalizzati ad individuare i fattori di rischio delle
malattie perché siano eliminati. Servono, dunque, per evitare l’insorgenza delle malattie.
Esempio di prevenzione primaria è la vaccino profilassi: si inizia dal terzo mese di vita,
mentre fino a questo periodo è coperto dagli anticorpi materni. Altro esempio è
l’educazione sanitaria, ovvero educare la popolazione sana a fare delle scelte consapevoli
della propria salute: educare la popolazione per rimanere sana, per affrontare in modo
positivo determinate tematiche.
La prevenzione secondaria è rivolta all’uomo apparentemente sano, ovvero un uomo
che sta bene, ma che ha la malattia che ancora non si è manifestata, nella fase iniziale.
Classico esempio è la mammografia, per prevenire il tumore alla mammella. Altro esempio
è la colonscopia: dopo i 50 anni, le persone devono sottoporsi alla colonscopia.
La prevenzione terziaria è rivolta all’uomo già malato ed è rappresentata dalla medicina
riabilitativa che ha lo scopo di riabilitare l’individuo affetto da malattia e quindi da interventi
medici, fisioterapici, sociali e psicologici per il recupero della persona malata.
Un esempio in questo caso può essere la neoplasia, a seguito della quale serve un
intervento psicologico.
I livelli di prevenzioni son diversi a seconda della malattia. Abbiamo malattie infettive e
non infettive. Le prime sono quelle che vedono responsabili un microrganismo patogeno,
le quali vengono definite unifattoriali, in quanto hanno un unico responsabile. Inizia con
l’incontro del microrganismo e l’ospite sano; c’è un periodo di incubazione della malattia
che dura 5/7 giorni, dopodiché appaiono i sintomi per poi arrivare alla guarigione; in rari
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Scarica Epidemiologia: Introduzione alle Malattie Infettive e Cronico-degenerative e più Dispense in PDF di Psicologia Generale solo su Docsity!

Igiene – Piana L’ igiene è una parola che deriva dal greco (“buona salute”) ed indica quella disciplina medica che studia la salute dell’individuo e della popolazione: non si occupa solo di malattie, ma prevalentemente dello stato di salute, il quale comprende l’individuo, la società e l’ambiente. L’igiene, infatti, si occupa di potenziare i fattori utili della salute e di correggere i fattori responsabili delle malattie affinché tutta la popolazione possa raggiungere il più alto livello di salute e benessere. L’igiene è una disciplina clinica caratterizzata da tre peculiarità: ● L’oggetto del proprio interesse non è l’uomo malato bensì quello sano; ● E’ una disciplina bio-sanitaria in cui l’ambito di intervento non è limitato solo al singolo individuo bensì esteso all’intera collettività; ● La tipologia degli interventi non sono limitati all’uomo bensì estesi all’ambiente fisico, biologico e sociale nel quale esso si trova inserito. Dal punto di vista didattico, l’igiene può considerarsi articolata in tre parti principali: epidemiologia, prevenzione (Medicina Preventiva ed Igiene Ambientale) e medicina di comunità o sanità pubblica). Per l’ epidemiologia , chiamata anche parte della conoscenza, si può considerare la parte d’igiene che ha lo scopo di studiare lo stato di salute o di malattia delle popolazioni e, di conseguenza, come i fattori di rischio, di malattia o di benessere incidono sulla stessa. Da un punto di vista etimologico, epidemiologia è una parola di origine greca, che letteralmente significa “discorso riguardo alla popolazione” ed è una disciplina che ha come oggetto di studio intere popolazioni nelle quali intende valutare la frequenza, le modalità, la propagazione ed il meccanismo d’azione di tutti i fattori in grado di influenzare lo stato di salute o di malattia dell’uomo. L’obiettivo è l’individuazione dei fattori positivi di benessere e di quelli causali delle malattie, le loro modalità di intervento e le condizioni che ne favoriscono o ostacolano l’azione. L’epidemiologia è propedeutica alla prevenzione , ossia ogni attività messa in atto per evitare che, all’azione di agenti eziologici o fattori di rischio sugli individui, faccia seguito la perdita della salute. La prevenzione, in particolare, si divide in tre parti: primaria, secondaria e terziaria. La prevenzione primaria comprende interventi rivolti all’uomo sano, non ancora interessato da malattie, finalizzati ad individuare i fattori di rischio delle malattie perché siano eliminati. Servono, dunque, per evitare l’insorgenza delle malattie. Esempio di prevenzione primaria è la vaccino profilassi: si inizia dal terzo mese di vita, mentre fino a questo periodo è coperto dagli anticorpi materni. Altro esempio è l’educazione sanitaria, ovvero educare la popolazione sana a fare delle scelte consapevoli della propria salute: educare la popolazione per rimanere sana, per affrontare in modo positivo determinate tematiche. La prevenzione secondaria è rivolta all’uomo apparentemente sano, ovvero un uomo che sta bene, ma che ha la malattia che ancora non si è manifestata, nella fase iniziale. Classico esempio è la mammografia, per prevenire il tumore alla mammella. Altro esempio è la colonscopia: dopo i 50 anni, le persone devono sottoporsi alla colonscopia. La prevenzione terziaria è rivolta all’uomo già malato ed è rappresentata dalla medicina riabilitativa che ha lo scopo di riabilitare l’individuo affetto da malattia e quindi da interventi medici, fisioterapici, sociali e psicologici per il recupero della persona malata. Un esempio in questo caso può essere la neoplasia, a seguito della quale serve un intervento psicologico. I livelli di prevenzioni son diversi a seconda della malattia. Abbiamo malattie infettive e non infettive. Le prime sono quelle che vedono responsabili un microrganismo patogeno, le quali vengono definite unifattoriali , in quanto hanno un unico responsabile. Inizia con l’incontro del microrganismo e l’ospite sano; c’è un periodo di incubazione della malattia che dura 5/7 giorni, dopodiché appaiono i sintomi per poi arrivare alla guarigione; in rari

casi abbiamo il decesso o la cronicizzazione. Al contrario, le malattie non infettive o cronico-degenerative (tumori, infarto, diabete), sono malattie chiamate multifattoriali , perché hanno come responsabili più fattori di rischio, molti conosciuti, altri no. Dall’azione dei fattori di rischio fino alla malattia conclamata possono passare tantissimi anni: un fumatore avrà un tumore al polmone dopo 20 anni che fuma. Hanno, dunque una fase di latenza molto lunga e che può durare decenni, a differenza delle malattie infettive che hanno un breve periodo di incubazione. Gli interventi sono la prevenzione primaria per individuare tutti i fattori di rischio; la prevenzione secondaria per la diagnosi precoce facendo lo screening. Mentre fino a un po’ di anni fa le malattie infettive erano le più diffuse, oggi lo sono le malattie non infettive. Queste sono le prevalenti e dei nostri giorni. Il concetto di salute Il concetto di salute, nel corso degli anni, ha subito un’evoluzione storica: si è passati da una definizione molto semplicistica, ovvero salute che significa “assenza di malattia”, al 1948, quando l’OMS ha dato la definizione di salute di uno stato completo di benessere fisico, psichico e sociale. Questa definizione è stata molto apprezzata nel corso degli anni proprio per il coinvolgimento non solo della sfera fisica, ma anche psichica e sociale, ma criticatissima perché “stato di completo benessere”, rendeva la definizione non dinamica, ma statica, in quanto fa intendere che o si è in un completo stato di benessere fisico, psichico e sociale o non si può essere considerati sani: nel 1948, dopo la II Guerra Mondiale, secondo questa definizione, veramente pochi potevano essere considerati in uno stato di completo benessere. Negli stessi anni, all’art. 32 della Costituzione della Repubblica Italiana si parla di salute, dicendo che la salute è un diritto fondamentale di tutti i cittadini italiani e lo Stato deve fare in modo che tutti possano raggiungere il loro ideale stato di salute. E’ un diritto, dunque, che dev’essere garantito a tutti. Il limite è che un diversamente abile non rientra nella definizione fornita dall’OMS, in quanto c’è un evidente menomazione. Dunque, nel 1966 il prof. Seppilli , igienista ed esperto di educazione sanitaria, dà un’altra definizione di salute, dinamica, contrapposta a quella dell’OMS, statica: “ La salute è una condizione di armonico equilibrio funzionale fisico, psichico e sociale dell’individuo dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale ”. Questa definizione ci fa capire che la salute è un qualcosa che si può perdere e si può riacquistare. Per far capire meglio il concetto Seppilli pone l’uomo al centro di un triangolo in equilibrio sul proprio vertice e sui lati di questo triangolo viene esercitata una forza da parte dei fattori fisici, sociali e psichici, il tutto inserito nell’ambiente esterno. Se all’interno di questo triangolo si trova un diversamente abile o uno di questi fattori predomina sugli altri, il triangolo si rovescia: affinché si ritrovi l’’equilibrio e lo stato di salute e il soggetto possa riacquisire la condizione di benessere, è necessario esercitare una forza sugli altri lati del triangolo, sull’aspetto sociale e psicologico. La definizione di Seppilli viene apprezzata perché da quella staticità della definizione dell’OMS, si passa ad una definizione armonico equilibrio e di mutevolezza. Altre definizioni : La prima nel 1973 del prof. Giovanni Bo : “ stato di benessere fisico, psichico ed ecologico ”. Introduce un aspetto fondamentale, l’ambiente. Lui dice che se noi distruggiamo l’ambiente, questo contaminato, deteriorato e malato influisce negativamente sul nostro stato di salute. Oggi noi sappiamo che il 60% delle patologie prevalenti è dovuto allo stato di contaminazione dell’ambiente. Altra definizione fornita dall’OMS nel 1986 afferma che la salute è la capacità di sviluppare le proprie potenzialità per rispondere in forma positiva alle difficoltà dell’ambiente: molte specie animali, infatti, si sono estinte proprio perché avevano poco sviluppate queste

alle partecipanti, le quali hanno diritto ad una percentuale, per descrivere il loro stato di salute. Si sono aggiunte altre informazioni, come l’alimentazione o eventuali farmaci presi. Ad oggi, lo studio ha raggiunto la terza generazione : son state arruolate le nipote delle prime donne coinvolte nel 1976 e questo ha permesso di abbassare l’età target (inizialmente lo studio è partito con donne tra i 30 e i 45 anni). Il compito dell’epidemiologia, dunque, è quello di studiare la storia di una malattia e di vedere come questa si è evoluta nel corso degli anni, ricercare le cause e provare ad identificare dei potenziali fattori di rischio, valutare il rischio di ammalarsi di una malattia in una popolazione, così da intervenire preventivamente cercando di abbassare il rischio. Ovviamente, la realtà che si osserva in uno studio epidemiologia dev’essere chiara nella lettura: si deve tradurre la realtà in numeri, gli unici che danno una lettura obiettiva della situazione. Si parla, dunque, di indicatori sanitari , i quali servono per misurare lo stato di salute di una popolazione oppure una determinata caratteristica legata alla popolazione stessa. L’epidemiologia, dunque, è una grandissima fonte di dati e ci da tantissime informazioni sulla popolazione, ma richiede sia tempo che numeri. Infatti, pur avendo una grandissima potenzialità, molto spesso è difficile poter attuare gli studi epidemiologici perché mancano delle risorse economiche o di tempo. Altro problema di questi studi è soprattutto il fatto che indicare il fenomeno sulla popolazione completa è praticamente irrealizzabile. Dunque, si deve optare per un campionamento , recuperare dalla popolazione generale un campione, numero di unità statistiche sufficienti, che siano il nostro oggetto di studio. Il nostro studio sarà apportato sul campione e dopodiché i dati, se il campionamento è stato fatto in maniera corretta, potranno essere generalizzati a tutta la popolazione. La popolazione è l’insieme delle unità statistiche in cui si manifesta il fenomeno oggetto di studio. Il campione è il gruppo di unità statistiche opportunatamente estratto dalla popolazione dal quale trarre le informazioni oggetto dello studio. La qualità dello studio epidemiologico è vincolata in primis dalla qualità del campione statistico. Le caratteristiche principali che questo campione deve avere sono la rappresentatività : il gruppo di persone selezionato deve avere le stesse identiche caratteristiche della popolazione iniziale; la numerosità campionaria : ci sono dei metodi statistici che ci dicono quale dev’essere la numerosità campionaria esatta per poter effettuare lo studio. La numerosità campionaria è legata al numero della popolazione: se parto da una popolazione di migliaia di persone e ci son poche decine all’interno del campione non ci sono dati sufficienti per rendere lo studio attendibile. Diversamente, si può optare per quelli che vengono chiamati studi pilota , ovvero non quantificare esattamente il fenomeno, ma partire con un numero approssimativo e proseguire sui dati raccolti. Terza caratteristica importante è quella del campionamento casuale : le unità statistiche presenti all’interno della popolazione devono avere la stessa possibilità di essere estratte e inserite nel campione. Non ci dev’essere da parte del ricercatore una selezione o una sorta di pressione per optare su individuo con determinate caratteristiche. Quando gli studi epidemiologici si basano sui dati di un campione, se rispondono a tutti e tre i requisiti si può passare all’ inferenza statistica , ovvero il risultato ottenuto dal campione si può inferire e generalizzare a tutta la popolazione. I metodi di campionamento si possono dividere in due gruppi: il campionamento probabilistico e non probabilistico. Il non probabilistico implica che sia il ricercatore o chi conduce lo studio a decidere da chi sarà costituito il campione. Molto spesso, dunque, questi studi perdono di significatività e valore per un errore iniziale, il campione selezionato. Al contrario, nei campioni probabilistici è il caso a decidere chi farà parte del campione e, principalmente, i metodi utilizzati sono il campionamento causale semplice, il campionamento stratificato e il campionamento a grappoli. Il campionamento causale semplice si utilizza quando si ha possibilità di numerare e

nominare tutto l’elenco della popolazione: questo si può fare quando la popolazione non è troppo numerosa. Una volta che si è assegnato un numero a ciascuna unità statistica, tramite un’estrazione, si estraggono dei numeri che corrispondono all’unità statistica e, dunque, questa casualmente andrà a finire nel campione; nel campionamento stratificato , invece, si stratifica la popolazione per determinate caratteristiche. All’interno di questi strati, le caratteristiche all’interno sono omogenee. Da ognuno di questi strati si estrae un o più unità statistiche: in questo modo si raccoglie unità statistiche con le stesse caratteristiche all’interno dello stesso strato. Avendo un quadro complessivo di tutta la popolazione; il campionamento a grappoli o a causa, chiamato anche a truster (?), è che il gruppo con cui si divide la popolazione non è omogeneo, ma eterogeneo: in maniera random, si divide la popolazione in classi, e da ogni classe estraggo 2,3,10 soggetti e si inseriscono all’interno del campione. Con questo campionamento c’è il rischio di non avere quella rappresentatività iniziale che è richiesta, ma si guadagna tanto tempo. Per effettuare gli studi epidemiologici è necessario, inoltre, ricorrere all’utilizzo di misure internazionalmente riconosciute che permettono di descrivere quel determinato fenomeno biologico interpretabile a livello internazionale. Le misure più utilizzate sono: la frequenza, il rapporto, la proporzione, i tassi. Le frequenza possono essere assolute e relative. Le prime sono le frequenze assolute , le quali ci dicono il numero dei casi osservati all’interno della popolazione o del campione, ma non permettono, dando delle informazioni generali, di fare un confronto con altre realtà o periodi. Le relative indicano la proporzione tra il numero dei casi osservati e il totale dei casi. La frequenza relativa permette di fare dei confronti con altre realtà e periodi e questo concetto si può esprimere o in numeri decimali o in percentuale. Le frequenze relative sono date da rapporti, proporzioni e tassi. I rapporti consentono di mettere in relazioni due variabili tra loro indipendenti; le proporzioni consentono di mettere in relazioni due variabili tra loro dipendenti. I tassi , invece, aggiungono una componente fondamentale negli studi epidemiologici, ovvero la dimensione temporale: non si mette solo una variabile in relazione con un’altra, ma si tiene conto delle variazioni osservabili nel corso del tempo. Il calcolo dei tassi è dati dal numero dei casi osservati nel tempo fratto la popolazione di riferimento x 10k: i soggetti o gli eventi che figurano al numeratore sono presenti anche al denominatore; sia il numeratore che il denominatore devono provenire dalla stessa popolazione. Il tasso può essere di diverso tipo: i tassi grezzi, specifici e strandardizzati. Il tasso grezzo è il dato che si riferisce agli eventi verificatisi in un certo periodo nell’intera popolazione: è importante ma generico, è l’input per approfondire l’argomento (numero tot di morti/intera popolazione x 10k); il tasso specifico si riferisce a particolari gruppi di soggetti selezionati: è più attendibile e chiaro (numero tot di morti per malattia/ tot popolazione a rischio x 10k); il tasso standardizzato è utilizzato in tutti gli studi in letteratura scientifica e viene chiamato in inglese “Adjusted” perché da un’informazione corretta. E’ un confronto tra tassi e va a togliere tutti gli elementi confondenti, come se ripulisse le informazioni da altri dati e si focalizzasse esclusivamente su un dato. In epidemiologia i tassi vengono utilizzati molto spesso e servono per descrivere tre indicatori fondamentali nello studio delle malattie in generale: il tasso di natalità, di morbosità e di mortalità. Sicuramente il più utilizzato è la morbosità, la quale ci dice qual è la frequenza della malattia nella popolazione. Gli indicatori sono prevalenza e incidenza. Quando si parla di prevalenza si parla del numero totale dei casi (vecchi e nuovi) di una specifica malattia all’interno della popolazione in un determinato momento (numero di casi osservati/popolazione totale); l’ incidenza , invece, indica la frequenza dei nuovi casi di malattia in un determinato periodo di tempo. Questo è più preciso. Il concetto di prevalenza e incidenza, dalla metà del ‘900, vengono rappresentati con un imbuto in cui l’incidenza è data dal numero dei nuovi casi, chi entra all’interno dell’imbuto e

ogni 10 anni al capofamiglia a ad un individuo single ed era esteso a tutta la popolazione. Dal 2018, invece, il ritmo in cui viene inviato è annuale e solo ad un campione della popolazione. Il censimento, inoltre, ci fornisce la piramide delle età , ovvero un sistema di assi cartesiano: nelle ascisse mettiamo la frequenza della popolazione e quindi il numero degli individui divisi per età (più sono gli individui in quella fascia di età e più lunga è la striscia per il sesso femminile e maschile). Abbiamo fatto l’esempio della piramide dell’età che rappresenta l’Italia nel 1951, dove il numero dei nati era più alti del numero dei morti e dove si seguiva un andamento naturale all’interno della popolazione. Situazione completamente ribaltata nella piramide delle età del 2020. Le fonti non ufficiali sono invece le schede di morte e di nascita, denunce di malattie infettive, fonti ospedaliere, registri tumori e sono principalmente rappresentate da delle indagini, da dei questionari o delle interviste. Innanzitutto le interviste devono essere condotte da personale esperto, il quale deve essere nelle condizioni di saper porre le domande. Oppure si può optare per dei questionari pre-compilati, con domande a risposta multipla, che limitano la scelta e ci forniscono delle informazioni che il ricercatore calcola in precedenza. All’interno dell’epidemiologia descrittiva abbiamo, inoltre, una sorta di gerarchia degli studi che vengono fatti. I case reports vengono utilizzati per descrivere delle malattie emergenti ma, dal punto di vista scientifico hanno poca validità, perché si descrive un unico caso o pochi casi e i dati che emergono non posso generalizzarli per tutta la popolazione; gli studi ecologici sono sempre studi descrittivi e permettono una correlazione tra i dati sanitari e altre variabili; gli studi trasversali o di prevalenza hanno lo scopo di misurare la malattia o dei fenomeni all’interno della popolazione. I vantaggi principali dell’epidemiologia descrittiva sono dare delle misure che rispondono immediatamente all’esigenza dei servizi sanitari: ci dice quali sono le carenze, i bisogni della popolazione ecc. Lo svantaggio è che non ci dice quali possono essere le cause alla base di un determinato fenomeno. Questo studio, dunque, ci dice chi, dove e quando, ma non perché quella malattia è aumentata o diminuita all’interno della popolazione. Molto spesso l’epidemiologia descrittiva è il primo passo per andare verso studi sperimentali o analitici. L’epidemiologia analitica o investigativa L’ epidemiologia analitica o investigativa ha lo scopo di individuare quelle che sono le cause delle malattie e i fattori che ne possono favorire o ostacolare l’insorgenza o la loro diffusione nella popolazione presa in esame. Dunque, analizza la reazione causa effetto esistente tra fattori di rischio e malattia, da che cosa dipendono e da cosa sono determinati. Gli obiettivi dell’epidemiologia analitica sono definire i valori di prevalenza e incidenza delle malattie. L’incidenza è il numero dei nuovi casi presenti in una popolazione in un determinato periodo di tempo; la prevalenza è il numero di casi in totale, vecchi e nuovi, presi in un determinato momento all’interno di una popolazione. Altro obiettivo è definire le misure del rischio, strumenti che permetteranno di prevenire l’indagine; valutare il significato di uno o più fattori associati a quella determinata malattia indagata per confermare se quel determinato fattore di rischio può essere escluso o incluso nelle cause della patologia. Dunque, lo studio analitico ci dice la relazione che c’è tra la causa e l’effetto: la causa è il fattore di rischio, l’effetto è la malattia. Gli studi analitici si suddividono in trasversali o di prevalenza e longitudinali : i primi fotografano la situazione nell’istante in cui si manifesta la malattia. I vantaggi è che sono studi semplici, di breve durata e danno delle informazioni basilari per poter poi proseguire con studi più approfonditi. Gli svantaggi sono che non vengono utilizzati né per le malattie

rare, in quanto queste sono caratterizzate da un piccolo numero di partecipanti, mentre serve un numero elevato, sennò l’attendibilità potrebbe essere messa in discussione, né per le malattie di breve durata, in quanto mentre si sta svolgendo lo studio il paziente potrebbe essere già guarito; i longitudinali sono studi molto più lunghi e specifici e si suddividono in due tipi: studi longitudinali di tipo prospettico o di corte : si sceglie una popolazione e si valuta l’andamento e la situazione nel futuro. Vengono chiamati anche studi di corte; studi longitudinali di tipo retrospettivo : sono degli studi che si basano su dati che si hanno sul momento, ma per poter effettuare uno studio approfondito si deve andare ad indagare nel tempo. Questi tipi di studi vengono chiamati anche studi di caso controllo. Dunque, la differenza tra gli studi di tipo trasversale e longitudinale sta nella variabile del tempo, in quanto quelli prospettici partono dal presente e vanno ad indagare nel futuro, quelli retrospettivi dal presente si torna indietro, al passato. Gli studi longitudinali prospettici o di corte Per corte si intende un gruppo di soggetti che hanno in comune una o più caratteristiche: popolazione solo maschi di età compresa 20-30 anni, residenti a Sassari. La particolarità di questi studi è che all’interno della corte si devono avere due gruppi: uno costituito da degli individui sani esposti ai fattori di rischio, l’altro costituito sempre da individui sani ma non esposti al valore di rischio. Questa popolazione verrà seguita per un determinato periodo di tempo (follow-up) scelto dal ricercatore e si valutano, poi, gli effetti. Alla fine del periodo di tempo, si vedrà quanti individui si sono ammalati o meno tra gli esposti o i non esposti al valore di rischio. Questi studi interessano delle malattie cronico o neuro generative. Gli studi longitudinali, quindi, misurano la frequenza del verificarsi della malattie tra le persone esposte a diversi livelli di rischio. Dunque, bisognerà calcolare le misure del rischio, ovvero l’incidenza tra gli esposti e l’incidenza tra i non esposti (tabellina 2x2 *slide, min 22 della lez del 4 aprile) In base a questa tabellina, si calcolano le misure del rischio. Quali sono le misure di rischio in epidemiologia analitica? Rischio assoluto, rischio relativo e rischio attribuibile. Il rischio assoluto è l’incidenza della malattia tra gli esposti, la proporzione dei soggetti che sviluppano quella determinata malattia (A fratto Ac); il rischio relativo ci dice di quanto è maggiore è il rischio degli esposti rispetto ai non esposti ed è il rapporto tra l’incidenza degli esposti, che corrisponde al rischio assoluto, e quello dei non esposti (differenza tra rischio assoluto degli esposti e dei non esposti); il rischio attribuibile è la quantità di rischio supplementare che si può associare a quella malattia: ci dice la quota dei malati che potrebbero evitare quella malattia se non fossero completamente esposti a quel fattore di rischio. Il parametro più importante quando si parla di studi di corte è il rischio relativo , in quanto ci dice quanto è maggiore è il rischio degli esposti rispetto ai non esposti. Se il valore di rischio relativo è uguale a 1, significa che non esiste alcuna relazione: soggetti esposti e non sono uguali; se è uguale a 2 significa che abbiamo doppiamente la possibilità di andare incontro a quella malattia; se è inferiore a 1 significa che c’è la possibilità che l’esposizione a quel fattore di rischio sia un’esposizione protettiva. Gli studi di corte rappresentano un dato molto completo e vantaggioso in epidemiologia perché ci danno la distribuzione della malattia all’interno popolazione, in quanto si parte dal presente per poi studiare il futuro; lo svantaggio è che hanno un costo elevato dispendio economico, organizzativo, la popolazione dev’essere numerosa, quindi le malattie rare o di breve durata non possono essere studiate.

sufficiente per avere la malattia: infatti, oltre alla presenza del microrganismo dobbiamo prendere in considerazione i fattori ambientali e fattori dell’individuo che entra in contatto con il microrganismo che contribuiscono ad avere la malattia. Affinché si abbia uno stato di malattia, infatti, bisogna prendere il considerazione il triangolo epidemiologico delle infezioni che vede come fattori quelli relativi all’ambiente, al microrganismo e all’ospite sano. Per quanto concerne il microrganismo o l’agente eziologico , questo dev’essere patogeno, ovvero che abbia la capacità di creare malattia (virulento); l’ ospite si ammala, invece, secondo delle caratteristiche proprie e intrinseche dell’individuo (età, sesso, efficienza dei meccanismi di difesa, razza, costituzione) e delle caratteristiche contingenti (alimentazione, stress, traumi o interventi chirurgici, comportamenti); anche l’ ambiente contribuisce ad avere la manifestazione della malattia dal punto di vista fisico (temperatura, umidità, ossigeno, radiazioni), degli alimenti (di origine animale e vegetale) e dell’ambiente sociale (condizioni igieniche di abitazioni, luoghi di lavoro, collettività). Glossario Riserva o serbatoio di infezione : persona, animale od oggetto in cui un agente infettivo di norma vive e si moltiplica e da cui dipende per la sopravvivenza in maniera tale da poter essere trasmesso. Rappresenta l’habitat naturale nel quale il microrganismo trova le migliori condizioni per crescere e moltiplicarsi, ma resta confinato nel serbatoio di infezione. Questa definizione dà l’idea di staticità. Sorgente o fonte di infezione : persona, animale (non oggetto) che elimina nell’ambiente esterno il microrganismo patogeno; la persona o l’animale nel quale il microrganismo cresce, si moltiplica e viene emesso nell’ambiente esterno (dunque, a differenza della riserva di infezione, non resta confinato). Questa definizione dà l’idea di dinamicità. Infezione : penetrazione del microrganismo patogeno nell’ospite sano: radicamento ed attiva moltiplicazione di un microrganismo nell’ospite sano Malattia : quando, alla penetrazione del microrganismo, compaiono dei segni clinici. Contaminazione : contatto di un microrganismo patogeno con un elemento inanimato o con un distretto superficiale di un organismo vivente. Penetrazione di un microrganismo patogeno su un oggetto inanimato. Patogenicità : la capacità che ha un microrganismo di causare una malattia. Proprietà (posseduta o meno) di provocare una patologia caratteristica nell’uomo o in altre specie animali o vegetali. Virulenza : esprime non solo il concetto di patogenicità, ma anche il livello di gravità che riesce sa provocare. Da dove si originano le malattie infettive? Per rispondere a questa domanda, bisogna prendere in considerazione la catena epidemiologica delle malattie infettive , la quale procede per tappe: la sorgente di infezione, le vie di eliminazione dei microrganismi, la trasmissione, le vie di penetrazione, fino agli ospiti potenziali. La sorgente di infezione è l’uomo o l’animale malato o portatore che elimina nell’ambiente esterno il microrganismo patogeno. Il malato è la figura di sorgente di infezione più pericolosa che elimina nell’ambiente esterno il microrganismo patogeno e mostra i segni clinici di malattia (febbre, ghiandole ingrossate, mal di gola). La febbre è il sintomo più frequente ed è il momento in cui il microrganismo penetrato si sta

moltiplicando più attivamente. Il portatore è quella sorgente di infezione che elimina nell’ambiente esterno il microrganismo patogeno non manifestando sintomi. Abbiamo quattro diversi tipi di portatori: il portatore precoce , ovvero la sorgente d’infezione che si trova nella fase di incubazione della malattia, quella fase che precede la malattia vera e propria: il microrganismo è penetrato nell’ospite, ma ancora non sono comparsi i segni della malattia; portatore convalescente è invece la sorgente d’infezione che ha avuto la malattia, ha superato la fase acuta, non mostra più i segni clinici della malattia, ma ancora per un certo periodo di tempo continua ad eliminare il microrganismo patogeno nell’ambiente esterno; il portatore sano , ovvero la sorgente d’infezione che si infetta, ma che non manifesterà mai la malattia: anzi lui è inconsapevole di essere un portatore perché non mostra segni clinici. E’ evidente che tra i sistemi di difesa dell’ospite ed il microrganismo si crea una sorta di equilibrio , uno non prevale sull’altro. Dunque, né microrganismo riesce a sopraffare i mezzi di difesa dell’ospite, né i mezzi di difesa dell’ospite riesce ad eliminare completamente il microrganismo; il portatore cronico è un individuo che ha avuto la malattia, ha superato la fase acuta, non mostra più i segni clinici tipici della malattia, ma la malattia per un lungo periodo di tempo, anche per tutta la vita. E inoltre, lui sa di essere stato malato (portatore cronico di epatite B o C sa di essere stato malato, dunque deve mettere in atto i mezzi di difesa per non contagiare gli altri). Il microrganismo si è nascosto in un organo (nel fegato, nella cistifellea ecc) e li sta a riparo dall’azione immunitaria e da quella dei farmaci anche per tutta la vita. Tra queste figure la figura più pericolosa è sicuramente il malato, in quanto è più facile che possa contagiare. La seconda tappa è la via di eliminazione che il microrganismo segue per essere eliminato e son diverse dipendentemente dal tipo di infezione. Ad esempio la via cutanea, attraverso la cute (malattie localizzate, esantemi essudativi = morbillo, rosolia, varicella); genito-urinaria, attraverso l’apparato genitale (malattie veneree, infezioni urinarie = cistite); intestinale, attraverso le feci (salmonella, virus dell’epatite A); buccale, attraverso la bocca (stomatiti, herpes, virus parotite); respiratoria, attraverso la respirazione (malattie localizzate al naso, bronchi, faringe, trachea, polmoni, malattie generalizzate con esantemi = morbillo, rosolia, varicella, vaiolo); congiuntivale, attraverso gli occhi (tracoma); parenterale, attraverso il sangue (HBV, HIV, epatite B O C). La terza tappa della catena epidemiologica è la modalità di trasmissione , la quale si divide in verticale o orizzontale. La prima è da madre al prodotto del concepimento: attraverso la placenta la madre cede al futuro neonato le sostanze nutritizie per il suo nutrimento, gli anticorpi per proteggerlo, ma alcuni microrganismi possono passare dalla placenta della madre al prodotto del concepimento; la seconda è al momento del parto, quando il neonato ha imboccato il canale del parto per essere espulso dalla madre: se la madre è malata o portatore si può infettare anche il neonato. Quali sono le malattie che si trasmettono attraverso la via verticale? Si chiamano malattie del gruppo Torch , acronimo di Toxoplasma Rosolia Citomegalovirus eh Herpes. Il toxoplasmosi viene contratta attraverso anche il consumo di alimenti (formaggio, salsiccia): le donne in gravidanza, infatti, devono stare molto attente; la rosolia è una malattia che colpisce generalmente i più giovani, ma se contratta in gravidanza può essere causa di aborti; il citomegalovirus è invece una malattia che se contratta durante la gravidanza trasmette al bambino la malattia che lo fa nascere sordo, causa di sordità; anche l’herpes è causa di aborti spontanei. Dunque, son tutte malattie che vengono trasmesse dalla madre al prodotto del concepimento, con il passaggio del microrganismo attraverso la placenta. Una volta che il bambino è nato, invece, si parla di trasmissione orizzontale , la quale si divide a sua volta in tre tipi: trasmissione diretta, semidiretta, indiretta. Quella diretta avviene tra una sorgente d’infezione malato o portatore ed un ospite sano con il passaggio

fonte di infezione, a veicoli e vettori e relativi all’individuo sano. La profilassi diretta comprende una serie di misure, le quali si suddividono in due linee relative al malato o relative al portatore. Le misure relative al malato riguardano la denuncia, l’accertamento diagnostico, l’inchiesta epidemiologica, l’isolamento e la terapia. La denuncia consiste nel denunciare all’autorità sanitaria, al sindaco e al ministero della sanità il caso di malattia: una persona che ha avuto il covid deve fare denuncia al medico, al sindaco, all’igiene pubblica ecc. Per evitare che il malato possa diffondere la malattia, nella denuncia sono comprese le generalità del paziente (nome, cognome, residenza, data dell’inizio della malattia, diagnosi della malattia e tutto ciò che può essere utile per prevenire la diffusione). Dopo la denuncia, devono essere adottate tutte le misure che devono impedire la diffusione della malattia. Questo procedimento viene attuato non soltanto nei casi confermati di malattia ma anche nei casi sospetti. Il Servizio di Igiene Pubblica, una volta a conoscenza del malato, deve comunicare al medico provinciale, il quale a sua volta deve trasmettere la notifica a al Ministero della Sanità. Fase successiva alla denuncia è l’ accertamento diagnostico , il quale consiste nell’analisi degli esami sierologici e molecolari che hanno lo scopo di accertare che la malattia sia dovuta o meno ad un agente patogeno. L’ inchiesta epidemiologica riguarda quelle procedure che servono a delineare le modalità con cui è avvenuto il contagio: la fonte di contagio, il meccanismo d’infezione, i contatti. Dopodiché si procede con l’ isolamento o quarantena, quella pratica che permette di contenere la diffusione della malattia e di dare le possibili cure al malato. L’isolamento può essere di tre tipi: domiciliare, ospedaliero e contumaciale. Riguardo il domiciliare , il malato deve rimanere in casa attuando le norme di profilassi, non ricevere visite, disinfettare ciò che utilizza; riguardo l’ ospedaliero , il paziente è ricoverato il ospedale; il contumaciale è un isolamento che viene attuato nei confronti delle persone sane, sospette di aver contratto l’infezione (obbligatorio per chi viaggia nei paesi esotici). La durata dell’isolamento varia da malattia a malattia e dipende in base al periodo dell’incubazione dell’agente patogeno: nel caso dell’isolamento contumaciale, questo supera il periodo di incubazione dell’agente patogeno. Anche la terapia (terapie antibiotiche, immunoprofilassi e immunoterapie) varia da malattia a malattia e ha lo scopo di bloccare la diffusione, tutelare il paziente e riportarlo allo stato di salute. Le misure relative al portatore , invece, vengono effettuate tra individui che in passato hanno sofferto di quella determinata malattia di cui si conosce la pericolosità e questo porta a prevenire la diffusione della malattia attraverso l’individuazione di questi soggetti. Il portatore, non presentando sintomi, non sa di essere malato. Di conseguenza, è pericoloso perché infetta gli altri in modo subdolo. Gli interventi relativi all’individuo sano: le misure di vaccino profilassi La vaccino profilassi è una pratica che consente di formare un’immunità artificiale attiva nell’individuo e consiste nell’introdurre nell’individuo sano degli agenti in grado di creare una risposta anticorpale a quell’agente estraneo, senza creare danno al paziente. Un medico inglese, Edward Jenner , alla fine del XIII secolo (1796) aveva capito che il vaiolo aveva avuto un’incidenza ridotta della malattia nei confronti degli allevatori di bovini. Dunque, fu il primo a ipotizzare che si potesse avere la possibilità di immunizzare l’uomo dal questa malattia, inoculando del virus della malattia di bovini. Lui diceva che nell’uomo si poteva inoculare questo virus, simile a quello della malattia degli animali, prendendolo dalle vescicole di animali malati e inoculandolo nell’uomo. In questo modo si aveva un’azione protettiva della malattia nella persona malata. Poi, con Pasteur , a partire dal 1880 ha inizio l’era scientifica dell’immunizzazione attiva: lui dimostrò la possibilità di ottenere nei laboratori dei microrganismi di virulenza attenuata

che permettevano di proteggere l’organismo senza creare la malattia, il vaccino. Questa pratica di profilassi viene, dunque, attuata attraverso i vaccini e, con diverse somministrazioni e modalità, permettono di creare una protezione che dura nel tempo. I principali benefici sono la diminuzione dell’incidenza delle malattie e dei costi correlati, l’aumento della speranza di qualità della vita e la protezione dei soggetti non vaccinati. Ci sono diversi tipi di vaccini. Ci sono vaccini che riguardano i microrganismi uccisi. Vengono uccisi dal calore dei prodotti chimici: in questo caso, i microrganismi non hanno la capacità di replicarsi nell’individuo che riceve il vaccino, hanno scarsi effetti collaterali e creano un’immunità di breve durata, dunque necessitano di più dosi per mantenere l’immunità. Poi abbiamo i vaccini prodotti da prodotti batterici , definiti anatossine, tossine esposte ad agenti fisico chimici, in modo da perdere la capacità tossica e per bloccare quello che può essere un evento tossico nella persone che lo ricevono. Mantengono il loro potere immunizzante e sono facilmente assorbite delle sostanze che ne facilitano il deposito all’interno dell’organismo. Ci sono i vaccini costituiti da microrganismi vivi attenuati : sono vivi, ma hanno perso la loro virulenza. Tendono a provocare delle reazioni avverse rispetto ai microrganismi uccisi, ma sono molto più duraturi nel tempo. Esempio: morbillo, rosolio, varicella, febbre gialla. Poi abbiamo i vaccini costituiti da antigeni microbici come meningite, epatite B e vaccini costituiti da parti di microrganismi per tosse, influenza. Inoltre, i vaccini possono essere monovalenti , costituiti da un solo stipite o prodotto da anatossina; plurivalenti , costituiti da più stipiti della stessa specie, come il vaccino della meningite; multipli , ovvero più stipiti di specie diverse associati in un'unica dose. Poi ci sono diversi tipi di vaccino associati a diverse modalità di preparazione: un vaccino costituito da anatossine più germi uccisi. Questo permette di aumentare la risposta immunitaria. L’ autovaccino è un tipo particolare di vaccino che proviene dallo stesso soggetto che ha la malattia, si autovaccina. Oltre i diversi tipi di vaccino, abbiamo diverse modalità di somministrazione: la somministrazione parenterale , la quale viene suddivisa in intradermica o cutanea. In genere abbiamo una vaccinazione di base (dura 3 mesi), una di rinforzo e una di richiamo. Quali sono le caratteristiche che vaccino deve avere? Non deve provocare la malattia in chi lo riceve; deve avere una potenza elevata e facilmente misurabile e dev’essere capace di indurre una risposta specifica di lunga durata; non deve contenere sostanze contaminanti; non deve provocare reazioni avverse; dev’essere facile da produrre e da somministrare. I requisiti per i vaccini sono l’essere innocuo , puro e sterile. Per quanto riguarda l’ innocuità dei i vaccini vivi, non devono causare la malattia nell’organismo che lo riceve o comunque attenuarla. Non devono far riprendere la virulenza del virus e non devono trasmettersi da soggetto vaccinato a soggetto non vaccinato. Per quanto riguarda l’innocuità dei microrganismi uccisi o polisaccaridi, anche in questo caso non devono avere agenti tossici e non devono possedere reazioni pericolose. I vaccini vivi devono essere puri , cioè non devono essere contaminati da altri batteri, e sterili , cioè nella loro preparazione non ci deve essere la presenza di altri microrganismi, ma solo quello che serve per produrre il vaccino. Altro requisito è la capacità di impiego , cioè dev’essere ben accetto dalla popolazione sia per quanto riguarda il costo che il numero delle dosi. La popolazione si deve fidare di ciò che deve essere somministrato.

sono preparate dal siero di almeno 1000 donatori controllati e contengono anticorpi contro malattie batteriche, virali e contro tossine (epatite A e B, morbillo, rosolia ecc). Le immunoglobuline specifiche , invece, sono preparate da donatori immunizzati naturalmente o artificialmente verso uno specifico antigene (tetano, difterite): sono più costose ma più efficaci. Le vie di somministrazione possono essere intramuscolare o endovenosa. Chemioprofilassi E’ una somministrazione di antibiotici o chemioterapici ad individui sani, allo scopo di impedire l’attecchimento di infezioni (effettuata prima o contemporaneamente al contagi); di ostacolare la manifestazione della malattia (eseguita in fase di incubazione); bonificare i portatori (eliminazione di una sorgente di agenti infettivi pericolosi per la comunità). Come la vaccinoprofilassi e la sieroprofilassi, sono interventi rivolti all’individuo (su singoli soggetti che corrono elevato rischio di contrarre la malattia), al collettivo (in collettività dove si verifica un caso di malattia infettiva altamente contagiosa; si attua sui contatti e contatti di contatti) e alla massa (viene effettuata quando compare una malattia non endemica che possa dar luogo ad un numero elevato di casi); la durata della protezione è limitata al periodo di trattamento; bisogna fare una corretta scelta del farmaco in relazione alla provata attività sul microrganismo, all’eventuale ipersensibilità individuale e la mancanza di effetti collaterali. I rischi sono la selezioni di ceppi microbici resistenti, la determinazione di dismicrobismo nell’ospite (alterazione della flora batterica). Le chemioprofilassi più usate sono l’antitubercolare, la meningite meningococcica, la malattia reumatica e l’antimalatica. Malattie cronico-degenerative o malattie infettive In questa categoria rientrano quella serie di patologie che, a differenza delle malattie infettive, hanno un decorso più prolungato nella vita e sono caratterizzate da fasi alterne sia di acutizzazione che di remissione (le malattie infettive hanno invece una fase acuta che si manifesta poi con una serie di sintomi). Inoltre, mentre nelle malattie infettive riusciamo a identificare un unico agente eziologico (microrganismo che è in grado di dare infezione), in quelle croniche degenerative le cause di insorgenza possono essere molteplici per cui è difficile individuare un'unica causa All’interno di questa categoria è possibile includere: le patologie cardiovascolari, le broncopneumopatie (tutte quelle malattie a livello dell’apparato respiratorio) e i tumori maligni. Nel corso del XX secondo abbiamo assistito ad un cambiamento di rotta poiché, se fino a un secolo prima le malattie infettive erano la principale causa di malattia e di morte, nel corso del 1970 l’evoluzione della microbiologia ha notevolmente ridotto questa tipologia di malattie a favore delle malattie croniche degenerative ultimamente sempre in aumento. La conoscenza in dettaglio delle malattie croniche degenerative ha portato allo sviluppo di alcuni modelli preventivi e questi sono dati dalla realizzazione della Carta del Rischio. Infatti, nel momento in cui siamo a conoscenza dei fattori di rischio che intervengono nell’insorgenza di una malattia, possiamo prevedere da lì a 10 anni gli effetti che si potrebbero avere su un determinato individuo: potendoli dunque prevedere con così tanto anticipo si è in grado anche di correggerli e prevenirli. Questa tipologia di malattie, così come affermato per le malattie infettive, è prevenibile applicando tutta una serie di strategie atte a ridurre i fattori di rischio legati all’insorgenza delle malattie. Esempi di strategie di prevenzione sono in primis l’attività fisica e un corretto regime alimentare che portano a una riduzione netta di obesità e sovrappeso. Tra le altre strategie preventive rientrano anche la riduzione o eliminazione di esposizione a cancerogeni: intervenire su fattori quali l’alcol e il tabacco potrebbe portare ad una

riduzione dei casi. Tra i principali fattori di rischio che riconosciamo nello sviluppo delle malattie croniche degenerative, infatti, rientrano due caratteristiche principali: l’ invecchiamento della popolazione e l’ abuso di alcol e fumo. Per quanto riguarda l’ invecchiamento della popolazione , questa include una ridotta natalità, un allungamento della durata media della vita, un miglioramento delle condizioni igienico sanitarie (compresa l’assistenza sanitaria) e un maggiore benessere. Se da un lato si ha un decadimento psicofisico che è comunque fisiologico nella popolazione adulta, dall’altro si può anche intervenire andando a velocizzare o a rallentare quest’ultimo andando ad agire sui caratteri genetici, sociali e psicologici. Gli interventi da attuare per questa fascia di popolazione sono sicuramente interventi di prevenzione primaria, rappresentati principalmente dall’educazione sanitaria, e di prevenzione secondaria, secondo la quale si agisce sui modelli sanitari: ambulatori, consultori, day hospital e residenze sanitarie) Le strategie messe in atto hanno lo scopo di coinvolgere l’anziano all’interno della società senza andare a disperdere il bagaglio lavorativo e di esperienza personale, mantenendoli in forza. Inoltre, le abitazioni, sia pubbliche che private, devono rispondere a determinati criteri, garantendo buone condizioni di salute e accessibilità. Per quanto riguarda il consumo di alcol in Italia, questo interessa sia il sesso maschile che quello femminile. Secondo i dati di sorveglianza dell’I.S.S, tra il 2016 e il 2019 circa il 70% della popolazione abusa di alcol. Quest’amplia diffusione del consumo di alcol è sicuramente legata alla facile accessibilità che interessa anche le fasce più giovani, alle condizioni socio-economiche, al livello di istruzione, al sesso/età (tra i 35 e 50 si ha un consumo maggiore) e infine allo status psicologico. Per questo si parla di malattia multifattoriale perché intervengono fattori psicologici, fattori socio-culturali e fattori familiari. Gli effetti dell’alcol possono essere differenti e questi dipendono dalla percentuale della quantità di alcol presente nel sangue che va dallo 0,1 % e può superare lo 0,5% con conseguente coma etilico. Il principale danno per chi fa questo tipo di abuso è un danno a livello epatico e nervoso. Per quanto concerne il tabagismo , sappiamo bene che i rischi per la salute legate al fumo sono elevati e non interessano solo i polmoni ma anche altre patologie. In Italia dal 2008 si osserva un trend che è fortunatamente in diminuzione grazie a tutti quegli interventi di educazione sanitaria e alla normativa che ha previsto il divieto di fumare all’interno di ambienti lavorativi e non solo. Questo ha portato sicuramente a una netta riduzione ma rimane comunque una percentuale di circa 25% di fumatori a livello nazionale che dichiara di fumare 12 sigarette al giorno. Si stima che il consumo attuale di sigarette causerà fino al 2030 otto milioni di decessi all’anno. I fattori determinanti di malattia sono rappresentati dalla nicotina che svolge la sua azione tossica a carico dell’apparato circolatorio e del sistema nervoso e causa dipendenza e frequenza cardiaca, dalla benzopirene che ha una spiccata azione cancerogena e deriva dalla combustione della carta e infine dal monossido di carbonio che ha un’affinità per l’emoglobina umana. Dunque in generale, l’effetto del fumo sulla salute comprende tutta una serie di patologie, come ad esempio l’iperplasia e ipertrofia cellule ciliate, e aumenta il rischio di ischemie e malattie occlusive. Ha un vero e proprio effetto cancerogeno e provoca una mortalità elevata. Nell’ottica di tutelare la salute pubblica, è stata emanata una convenzione quadro per il controllo del tabacco che riconosce per la prima volta i danni prodotti dal tabacco stesso e alle aziende che lo producono. Questa convenzione mira a tutelare sia le generazioni presenti che future sulle conseguenze che si possono avere dal suo consumo sia a livello sanitario che ambientale. Su tutte le malattie descritte fino ad ora, vi è la possibilità di intervenire con tre livelli di

Non c’è più nessuno che impone il processo educativo, ma si crea un dialogo, una discussione bidirezionale con colui che ascolta, fa proprio quel pensiero e lo mette in pratica. Che cos’è l’ educazione alla salute? E’ ogni combinazione di esperienze di apprendimento. Questa definizione fa capire che la pratica educativa è trasversale, cioè abbraccia l’intera vita dell’individuo dal momento del concepimento. Questi interventi educativi, per migliorare il livello qualitativo di salute, non devono riguardare solo la persona sana, ma anche quella che ha già patologie. Con quale metodologia, dunque, possono essere fornite agli utenti le nozioni di tipo sanitario? Il processo informativo è un percorso che coinvolge l’emittente, la figura che eroga quel determinato concetto, e il destinatario. Il processo è unidirezionale, non c’è il rapporto diretto tra emittente, esperto e destinatario: l’emittente riceve informazioni in maniera passiva. Viene erogato tramite gli strumenti di massa, come la televisione, i quali suscitano l’interesse dell’utente ma non lo educano. Questo processo, dunque, serve semplicemente ad informare ed è efficace sugli esperti, i quali conoscono già l’argomento, mentre è poco utile su coloro che hanno necessità di essere educati (un non esperto non andrà mai spontaneamente ad un convegno sull’aids). Il processo formativo , invece, avviene sempre tra l’emittente e il destinatario, ma è bidirezionale, cioè il messaggio viene emesso dall’emittente, non sotto forma di conferenza, ma è uno scambio di opinioni tra tutti gli attori che prendono parte all’intero processo educativo. E’ uno scambio diretto tra emittente e destinatario, in quanto entrambi collaborano per raggiungere l’obiettivo della massima capacità di tipo comunicativo. Dunque, in ambito sanitario, la comunicazione è particolarmente importante. Di recente, è stato fatto uno studio da studiosi americani ai quali è stata fatta una domanda: “Qual è il tempo che intercorre dal momento in cui si siede il vostro paziente, al momento in cui lo interrompete e fate la diagnosi?” Il tempo medio è 18 secondi dal momento in cui inizia il racconto del paziente al momento in cui il medico formula la diagnosi. E’ un tempo brevissimo che può far interpretare al paziente uno scarso interesse e una scarsa attenzione, il quale porta ad una sfiducia nei confronti del medico di base. L’educazione sanitaria è, dunque, lo strumento che serve a rende consapevole l’individuo alle tematiche di salute attraverso bravi operatori che si confrontano con l’utente, affinché faccia delle scelte consapevoli per la propria salute. Quali sono i presupposti per una comunicazione efficace? Prima di tutto avere interesse per il soggetto con cui comunichiamo; volere ascoltare e quindi imparare a stare zitti, concentrarsi ad ascoltare l’utente; avere consapevolezza che non è semplice comunicare bene.: molto spesso non c’è quel feedback bidirezionale tra utene e operatore. Gli elementi per una comunicazione persuasiva e convincente per l’emittente sono ad esempio l’autorevolezza (professione, ruolo, storia, linguaggio, sicurezza e look) e la simpatia (interesse, capacità di ascolto, giovialità). Per una comunicazione convincente, però, è il messaggio che è fondamentale, il quale deve essere comprensibile a tutti; veritiero (il messaggio non può essere smentito dall’oggi al domani); numerosità e forza delle argomentazioni. Nella comunicazione, però, bisogna essere consapevoli che ci possono essere numerosi ostacoli:

  • disparità socio-culturale : diversa provenienza etnica, classe sociale, abbigliamento, linguaggio, religione, igiene, alimentazione, contraccezione, sesso (differenti approcci, interessi e valori).
  • Limitata recettività dell’utente che non vuole entrare in comunicazione con l’operatore per stato confusionale o handicap mentale, stanchezza, stress emotivo, distrazione o preoccupazioni, scarsa autostima e considerazione della propria

salute.

  • Atteggiamento negativo nei confronti dell’operatore: precedenti esperienze negative, mancanza di fiducia negli operatori che rappresentano le istituzioni, scarsa credibilità dell’operatore, vi percepiscono come un pericolo, credete di sapere tutto, non si vogliono affrontare argomenti spiacevoli o cambiare abitudini.
  • Comprensione e memoria limitate : lingua straniera o dialetto, analfabeta, limitata cultura e intelligenza, terminologia medica, dimentica quanto già discusso.
  • L’operatore non dà abbastanza importanza al suo intervento per mancanza di basi teoriche, esercizio formativo, autostima, impegni in altre attività, riluttanza a condividere le proprie conoscenze con gli utenti.
  • Messaggi contraddittori da parte di operatori sanitari o di familiari o amici, gli esperti cambiano idea man mano che si ampliano le conoscenze. Dunque, come superare le barriere determinate dal linguaggio?
  • Parlare chiaramente e lentamente
  • ripetere la frase che non è stata capita
  • parlare semplicemente usando le parole e frasi elementari
  • dire le cose secondo una sequenza logica
  • non usare espressioni colloquiali e dialettali
  • non utilizzare un linguaggio infantile
  • usare immagini, mimica e semplici istruzioni scritte
  • assicurarsi di essere stato compreso senza fare domande chiuse (capisce?) Le principali tecniche di comunicazione sono: la comunicazione non verbale che è quella che viene espressa con la mimica e non con le parole; è importante il contatto corporeo (stringersi la mano) e la vicinanza (spazio tra due persone), la posizione e l’orientamento (disposizione delle sedie in fila con oratore di fronte), il livello (parlare con qualcuno all’altezza differente può farlo sentire in posizione di svantaggio), la postura (modo in cui si sta in piedi, seduti o sdraiati può dare un messaggio di tensione o ansia), l’aspetto fisico (può inviare diversi messaggi: uniforme competenza professionale ma può dare immagine sgradita di autorità; abbigliamento trasandato può far intendere che non si considera importante il lavoro da fare), l’espressione del viso (tristezza, felicità, rabbia, sorpresa, perplessità), il movimento delle mani e della testa (scuotere la testa: accordo o disaccordo, guardare l’orologio, stare fermi con le mani rilassate), direzione dello sguardo e contatto visivo (importante guardarsi negli occhi). Ascoltare è un processo attivo in cui si aiuta l’utente a parlare della sua situazione in maniera non affrettata, senza interromperlo e permettendogli di esprimere ciò che prova per analizzare i suoi bisogni e capire le sue conoscenze, valori ed atteggiamenti. Non è semplicemente sentire le parole, ma prevede lo sforzo cosciente di ascoltare le parole, il modo in cui vengono dette, comprendere le sensazioni espresse e soprattutto quelle non espresse; è opportuno adottare una postura che non metta a disagio e stando possibilmente allo stesso livello fisico. Dunque, mentre ascoltiamo bisogna governare il proprio temperamento, mostrando pazienza, ascoltando fino in fondo senza eccessive interruzioni o aggiunte. Le p ersone si aiutano a parlare invitandole a parlare, dandole attenzioni, incoraggiandole, parafrasando le loro frasi, riflettendo le sensazioni, ripetendo il senso e riassumendo. L’aspetto forse più difficile è fare domande e ricevere un feedback. Le domande poste correttamente aiutano a dare risposte chiare, esaurienti e sincere. Le domande possono essere chiuse, le quali non sono appropriate quando si vuole incoraggiare a parlare più a lungo; aperte, le quali danno l’opportunità di ricevere risposte più ampie; distorte, guidano la risposta dell’utente in senso particolare; multiple, contengono più di una domanda,