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Il corpo non dimentica, Appunti di Filosofia della Mente

Riassunto del testo "Il corpo non dimentica" del corso di Filosofia della Mente

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 26/01/2025

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Il corpo non dimentica
Cap. 1
L’uomo non ha mai smesso di interrogarsi sulle proprie origini e sul senso della propria vita, dando nel
tempo spiegazioni diverse, come i miti, che non sono solo un racconto, ma anche tradizione e
comunicazione.
Al cuore di ogni spiegazione vi è la ricerca delle cause, azione profondamente radicata nell’essere umano,
presente già dall’età paleolitica.
Questo perché le spiegazioni cercano di tradurre lo sconosciuto in conosciuto, anche perché l’ignoto può
essere perturbante. I miti quindi rassicurano l’uomo, danno sfogo e fanno emergere i desideri rimossi e le
paure dell’umanità.
Per i Greci i miti sono in primo luogo racconti: narrazioni meravigliose, che mescolano il divino e l’umano, il
quotidiano e lo straordinario, suscitando davanti ai nostri occhi immagini di eroi, dèi, fanciulle, mostri e
personaggi fiabeschi. Una schiera interminabile, perché più ci si addentra in questo fantastico mondo -
attraverso l’ausilio della voce, della scrittura o delle immagini - più ci si accorge che ciascuno di questi
racconti non è mai concluso in sé, ma rinvia sempre ad altri eventi, altri personaggi, altri luoghi, in un
raccontare infinito che chiede solo di diventare a sua volta immagine o scrittura. La mitologia ha infatti la
forma di una rete, in cui si intrecciano mille nodi. Nel corso del tempo, questa rete con i suoi molteplici
richiami narrativi è stata calata infinite volte nel mare della cultura e, trascinata sul fondo, ha raccolto nomi,
fatti, rituali, usi, costumi, regole, atteggiamenti, visioni del mondo. Per questo, raccontare o ri-raccontare
oggi i miti degli antichi significa entrare dalla porta principale nella memoria della loro, della nostra cultura
Ci sono diverse tipologie di miti. Uno è quello delle origini, dove centrale è il ruolo della nascita e a cui si è
fatto riferimento anche per le future teorie della psicologia, come il complesso di Edipo di Freud, che
riprende proprio dal mito di Edipo che uccise inconsapevolmente il padre e sposò la propria madre.
Edipo, per sua stessa definizione, nasce con una menomazione al piede che lo rende zoppo. Questo perché
nell’Antica Grecia, la zoppia rappresentava una condizione di eccezionalità che favoriva lo sviluppo di un
particolare acume intellettuale, dal momento che, non riuscendo a primeggiare con il corpo, ci si poteva
affermare solo con la mente, collegandosi a quanto enunciato da Adler, per cui è il senso di inferiorità che
porta il desiderio di affermarsi.
Riguardo questo mito, ci sono state tre diverse tipologie di letture proposte da Robert Emde.
La prima versione enfatizza la dimensione intrapsichica elaborata da Freud, perciò, Edipo è un provocatore
e il dramma esplode a causa dei suoi comportamenti individuali, dove la storia ha un carattere vittoriano
fatta di sensi di colpa e rimozioni legate agli impulsi sessuali.
La seconda visione amplia lo scenario anche al contesto familiare, dove Edipo lotta per farsi valere contro il
padre Laio, dove è quest’ultima la figura violenta e dove Edipo è vittima dell’abuso.
Nell’ultima lettura invece, centrale è la ricerca della verità della propria vita.
È importante sottolineare che nella realtà queste tre versioni si intrecciano perché, quando nasce un
bambino, la sua generazione e la sua nascita si collocano nella storia della famiglia e nelle fantasie dei
genitori, e ogni bambino avverte una spinta a conoscere il senso delle proprie origini.
In questo quadro, le pulsioni personali, che si trovano a cavallo fra la sua costituzione biologica e la sua
mente, giocano un ruolo fondamentale perché a volte sono insopprimibili.
Altri miti importanti in quest’ottica sono quelli di Mosè e di Romolo e Remo. Ciò che accomuna questi
personaggi, insieme ad Edipo, è il significato della loro nascita, che rappresenta una minaccia per le figure
paterne dovuto alla visione arcaica della famiglia.
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Il corpo non dimentica

Cap. 1 L’uomo non ha mai smesso di interrogarsi sulle proprie origini e sul senso della propria vita, dando nel tempo spiegazioni diverse, come i miti , che non sono solo un racconto, ma anche tradizione e comunicazione. Al cuore di ogni spiegazione vi è la ricerca delle cause, azione profondamente radicata nell’essere umano, presente già dall’età paleolitica. Questo perché le spiegazioni cercano di tradurre lo sconosciuto in conosciuto, anche perché l’ignoto può essere perturbante. I miti quindi rassicurano l’uomo, danno sfogo e fanno emergere i desideri rimossi e le paure dell’umanità. Per i Greci i miti sono in primo luogo racconti: narrazioni meravigliose, che mescolano il divino e l’umano, il quotidiano e lo straordinario, suscitando davanti ai nostri occhi immagini di eroi, dèi, fanciulle, mostri e personaggi fiabeschi. Una schiera interminabile, perché più ci si addentra in questo fantastico mondo - attraverso l’ausilio della voce, della scrittura o delle immagini - più ci si accorge che ciascuno di questi racconti non è mai concluso in sé, ma rinvia sempre ad altri eventi, altri personaggi, altri luoghi, in un raccontare infinito che chiede solo di diventare a sua volta immagine o scrittura. La mitologia ha infatti la forma di una rete, in cui si intrecciano mille nodi. Nel corso del tempo, questa rete con i suoi molteplici richiami narrativi è stata calata infinite volte nel mare della cultura e, trascinata sul fondo, ha raccolto nomi, fatti, rituali, usi, costumi, regole, atteggiamenti, visioni del mondo. Per questo, raccontare o ri-raccontare oggi i miti degli antichi significa entrare dalla porta principale nella memoria della loro, della nostra cultura Ci sono diverse tipologie di miti. Uno è quello delle origini, dove centrale è il ruolo della nascita e a cui si è fatto riferimento anche per le future teorie della psicologia, come il complesso di Edipo di Freud, che riprende proprio dal mito di Edipo che uccise inconsapevolmente il padre e sposò la propria madre. Edipo, per sua stessa definizione, nasce con una menomazione al piede che lo rende zoppo. Questo perché nell’Antica Grecia, la zoppia rappresentava una condizione di eccezionalità che favoriva lo sviluppo di un particolare acume intellettuale, dal momento che, non riuscendo a primeggiare con il corpo, ci si poteva affermare solo con la mente, collegandosi a quanto enunciato da Adler , per cui è il senso di inferiorità che porta il desiderio di affermarsi. Riguardo questo mito, ci sono state tre diverse tipologie di letture proposte da Robert Emde. La prima versione enfatizza la dimensione intrapsichica elaborata da Freud, perciò, Edipo è un provocatore e il dramma esplode a causa dei suoi comportamenti individuali, dove la storia ha un carattere vittoriano fatta di sensi di colpa e rimozioni legate agli impulsi sessuali. La seconda visione amplia lo scenario anche al contesto familiare, dove Edipo lotta per farsi valere contro il padre Laio, dove è quest’ultima la figura violenta e dove Edipo è vittima dell’abuso. Nell’ultima lettura invece, centrale è la ricerca della verità della propria vita. È importante sottolineare che nella realtà queste tre versioni si intrecciano perché, quando nasce un bambino, la sua generazione e la sua nascita si collocano nella storia della famiglia e nelle fantasie dei genitori, e ogni bambino avverte una spinta a conoscere il senso delle proprie origini. In questo quadro, le pulsioni personali, che si trovano a cavallo fra la sua costituzione biologica e la sua mente, giocano un ruolo fondamentale perché a volte sono insopprimibili. Altri miti importanti in quest’ottica sono quelli di Mosè e di Romolo e Remo. Ciò che accomuna questi personaggi, insieme ad Edipo, è il significato della loro nascita , che rappresenta una minaccia per le figure paterne dovuto alla visione arcaica della famiglia.

Da un punto di vista psichico, in queste dinamiche prendono corpo delle fantasie regressive che conducono ad uno stato di indifferenziazione, in cui non c’è spazio per la generatività. Qui, sono dunque le madri a contrastare la violenza del padre. Oggi gli scenari sono molto diversi ed i padri sono molto più presenti nella vita dei propri figli, ma a livello inconscio le esperienze del passato continuano ad influire sul funzionamento umano. Ad esempio, alcune ricerche hanno dimostrato come nel primo anno di vita, le madri riaffermano il proprio possesso del figlio svalutando invece i padri quando si occupano del bambino. Un altro elemento importante in questi miti è l’abbandono , che rappresenta un grave pericolo per il bambino. In particolare, René Spitz , individua due effetti legati alla deprivazione materna, ovvero l’ospedalismo e la depressione anaclitica. Ad esempio, l’ospedalismo si sviluppa nei bambini che non hanno mai avuto una madre o una figura sostitutiva e ciò genera un grave ritardo nello sviluppo fisico e psicologico che può anche portare alla morte. Anche Bowlby studia le reazioni comportamentali del bambino in relazione alla perdita delle figure di accudimento. Dopo la separazione dalla madre il bambino reagisce con un comportamento di protesta e se qui la figura di attaccamento non torna, egli prova uno stato di disperazione che si sedimenta nella memoria implicita e che può manifestarsi nel tempo attraverso tensione, tachicardia e sintomi psicosomatici. Secondo la teoria di Bowlby nella relazione madre-bambino si creano dei sistemi regolatori. Ciò è stato ripreso e maggiormente approfondito da Hofer che, attraverso ricerche sui topi, ha messo in luce l’attivazione di processi regolatori nascosti presenti fin dalla nascita e che costituiscono un ponte tra i processi senso-motori precoci e la successiva costruzione delle rappresentazioni mentali che organizzano le esperienze emozionali. Una prima conclusione importante, dunque, è che a seconda degli specifici comportamenti materni si attivano specifici sistemi psicobiologici nel figlio, che influiscono sul comportamento e sul funzionamento corporeo. Cap. 2 Già Leonardo da Vinci aveva iniziato a studiare in maniera sistematica il mondo della gravidanza e del feto, attraverso studi svolti tra il 1509 e il 1512, durante la sua permanenza a Milano. A differenza dei neonati, con i feti sono solo le madri a rilevarne i movimenti spontanei nel proprio addome e i suoi comportamenti hanno iniziato ad essere studiati solo dagli anni Trenta, grazie a nuove tecnologie come l’ecografia dove, attraverso ultrasuoni, si possono visualizzare espressioni e movimenti fetali e utilizzata per valutarne lo sviluppo. Si è quindi potuto notare di come nel primo semestre i movimenti del feto sono grossolani, mentre nel secondo semestre i movimenti aumentano notevolmente e compaiono le prime forme di espressione facciale utili per preparare i comportamenti neonatale. Ma si rifanno già alle sue sensazioni o no? Secondo Reissland il pianto non indica una sensazione sperimentata dal feto, mentre secondo altri ricercatori dopo 28-30 settimane i feti sarebbero già in grado di sperimentare il dolore. Janet Di Pietro , parlando della gravidanza scrive che “non c’è nessun altro periodo nell’ontogenesi in cui lo sviluppo fisiologico di un individuo è così strettamente legato all’adattamento fisiologico di un’altra persona.” Questo concetto è stato analizzato anche dal neurofisiologo Mauro Mancia , studiando lo scambio tra madre e feto. In questa interazione il contesto materno si caratterizza per molteplici aspetti, in primis attraverso il sistema vascolare. L’esperienza dei suoni ritmici crea una continuità rassicurante nel feto e nel neonato. Poi interviene anche la condizione del liquido amniotico, che gli permette di galleggiare.

L’aumento delle conoscenze sulle modalità di sviluppo del legame prenatale ha dunque permesso di strutturare programmi di intervento a sostegno dello sviluppo dell’attaccamento materno-fetale attraverso quei fattori che sono risultati a questo positivamente correlati. Si è infatti potuto constatare che l’attaccamento verso il feto può essere incrementato favorendo nelle madri un aumento della consapevolezza dell’esistenza del feto. In alcuni studi si ottenuto un incremento dell’attaccamento al feto attraverso appositi programmi educativi semplicemente mirati all’aumento delle conoscenze dei genitori rispetto allo sviluppo fetale o ad incrementare la percezione materna del feto. Quindi questo ambiente influisce notevolmente sullo sviluppo del feto, attraverso meccanismi complessi. Ad esempio, alcuni studi hanno evidenziato come l’esposizione materna agli stress psicosociali durante la gravidanza sia significativamente associata all’aumento di rischio di complicazioni legate alla gravidanza e al parto. In campi infantile, attraverso il contributo dell’ infant research , si è messo in discussione il modello unidirezionale che enfatizza il ruolo determinante dei genitori nello sviluppo infantile, a favore del modello transazionale elaborato da Sameroff , secondo cui lo sviluppo è collegato non solo dal bambino o dalle sue esperienze, ma è collegato all’intreccio tra caratteristiche individuali e l’esperienza. Infatti, ogni bambino è inserito in un contesto di relazioni sociali che amplificano o minimizzano determinate caratteristiche. Interviene quindi la famiglia, ma anche l ’ambiente. Nei mammiferi, l’interazione con la figura materna, che inizia nell’utero e prosegue nell’immediato periodo post partum, costituisce l’ambiente primordiale con cui l’individuo entra in relazione. Il periodo perinatale, caratterizzato da rapidi cambiamenti nell’organizzazione neurale, si presenta dunque come una finestra critica durante la quale le esperienze ambientali possono produrre effetti a lungo termine sul sistema nervoso e sul comportamento. Negli ultimi anni, un numero crescente di autori ha evidenziato come l’influenza della relazione primaria sullo sviluppo sia mediata da meccanismi epigenetici. Sameroff propone un'ottica secondo cui lo sviluppo di ogni persona è configurabile come un sistema regolato su due versanti principali, interno ed esterno, biologico e sociale. La componente biologica, espressione di un genotipo che fornisce la base per l'organizzazione comportamentale, domina alcune fasi dello sviluppo e dello svolgersi dell'esistenza, quali lo stadio prenatale e postnatale, la pubertà e la vecchiaia. Nei periodi intermedi sembra svolgere una regolazione silente. Il sistema sociale interagisce con la medesima intensità in tutte le fasi della crescita e per tutta la vita di un individuo, incarnato progressivamente dalle figure genitoriali, dalla famiglia, dalla società, operando con l'individuo per la formazione di modelli adattativi di funzionamento. Le relazioni hanno quindi un ruolo di primaria importanza, essendo lo strumento con cui si attuano le regolazioni evolutive che modificano le esperienze infantili in sintonia con le trasformazioni corporee e comportamentali. Attraverso scambi con i sistemi di regolazione i bambini acquisiscono via via competenze di autoregolazione biologica e comportamentale, rimanendo comunque per l'intero corso della vita ancorati a contesti interni ed esterni. Nella prima infanzia il percorso comune di queste regolazioni è attraverso il comportamento delle figure parentali, e soprattutto le prime figure di accudimento nelle loro relazioni con l'infante. Così le prime relazioni diventano cruciali nello sviluppo degli adattamenti normali o anormali dell'infante. Lo studio della psicologia fetale è una scienza relativamente recente. Per quanto il feto venisse considerato a tutti gli effetti un essere vivente fin dall'antichità, gli studi sulla sua psicologia sono sempre stati condizionati da pregiudizi e preconcetti. Per molto tempo ha dominato la convinzione che l'utero della madre fosse per il feto una sorta di paradiso, l'equivalente di un Eden perduto. Ai movimenti fetali percepibili venivano attribuite intenzioni particolari che, collegate a specifici sintomi materni, plasmavano le future caratteristiche comportamentali del nascituro. La superstizione dava anche adito a convinzioni sul modo in cui l'ambiente esterno poteva influenzare lo sviluppo fetale: erano considerati pericolosi, per esempio, il malocchio, l'invidia, il rifiuto materno. Queste convinzioni hanno resistito per secoli, influenzando diatribe di tipo morale, religioso e legale sullo status del feto. Analizzando il fenomeno da un

punto di vista storico, in certi casi, la soluzione veniva presentata attraverso un approccio sincretico alla questione: gli antichi egizi, per esempio, sapevano che il feto si muoveva prima della nascita, ma erano convinti che la magia avesse un ruolo importante nel plasmare il suo futuro comportamento. Nell'antichità classica, invece, l'interesse era focalizzato soprattutto sull'embriologia e la gestazione: Empedocle si domandava se la vita dell'embrione potesse essere simile a quella di un individuo indipendente; Platone riconosceva il feto come un essere vivente che si muoveva e si alimentava nel corpo della madre, e Aristotele scrisse un trattato di embriologia che ebbe una forte influenza sulle prime leggi riguardanti l'aborto. Successivamente, Leonardo Da Vinci ebbe modo di studiare le influenze materne sul feto, arrivando ad affermare che «la stessa anima governa i due corpi»: era convinto, dunque, che le emozioni della madre fossero condivise dal nascituro. Cap. 3 La voce dele madri rimane impressa nel ricordo e nel cervello dei figli già dalla gravidanza, percependo sia le alte che le basse frequenze. L’ascolto dipende innanzitutto dalla posizione della fonte sonora e dalla quantità di tessuto e di fluido che avvolgono il feto. I neonati sembrano reagire in modo diverso ai suoi familiari rispetto a quelli non familiari. Sullo sviluppo cerebrale non hanno rilevanza solo le melodie, ma anche la voce materna, ad es. con una modificazione del ritmo cardiaco ed in generale giocano un ruolo fondamentale il sistema simpatico e parasimpatico. Kisilevsky , attraverso una seria di studi ha affermato la comparsa di risposte fetali alla voce materna e il feto riesce a riconoscerne la stessa intonazione, rendendo quindi la sua voce molto importante, perché rende il suono familiare, ovvero appreso e memorizzato dal feto stesso. Ciò sembra confermare la tesi per cui le basi per la percezione dei suoni umani e per l’acquisizione dei ritmi del linguaggio si iniziano a sviluppare fin dalla gravidanza e non dipendono da moduli cerebrali innati, ma anche dall’esperienza nell’utero. Gli studi di Kisilevsky hanno dimostrato di come all’inizio del nono mese i feti rispondono in modo attendibile alla voce materna e che verso la fine della gravidanza rispondono con un aumento del battito cardiaco, cosa che avviene, secondo Hepper , anche con la voce dei padri. È quindi importante sottolineare che i movimenti motori fetali generano nelle madri una risposta neurovegetativa, documentata dall’aumento della conduttanza cutanea, a riconferma del carattere bidirezionale della relazione madre-feto. Il neurobiologo francese Jardri ha esplorato la specificità delle aree cerebrali fetali attivate dalla voce materna, individuando una maggiore attivazione del lobo temporale superiore sinistro. Ricerche recenti hanno mostrato che nei confronti di suoni familiari il feto attiva la corteccia uditiva e l’amigdala, importante per l’esperienza affettiva. Si può dunque ipotizzare che già le esperienze in gravidanza favoriscono l’attivazione di circuiti neurali di archiviazione, che rappresentano un prerequisito per il riconoscimento, la categorizzazione e la comprensione del linguaggio dopo la nascita. Quindi, la voce materna accompagna il figlio già dalla gravidanza e costituisce una guida che lo indirizzerà nel corso della vita. I neonati sono in grado di processare la voce materna prima ad un livello preattentivo, poi ad un livello cognitivo. In particolare, la voce materna interviene stimolando i processi rilevanti per il linguaggio, mentre quella di un estraneo stimolerebbe risposte specifiche per la voce. I neonati riescono dunque a pronunciare delle intonazioni melodiche simili a quelle percepire nel periodo prenatale. Queste osservazioni ci fanno ipotizzare che i neonati non solo sono in grado di memorizzare i pattern delle intonazioni vocali del linguaggio del proprio ambiente, ma sono anche capaci di riprodurre questi pattern nelle loro espressioni Cap. 4 Come scrive Piontelli: “I movimenti fetali durante le prime 25 settimane di gravidanza sono organizzati in modo diverso rispetto ai periodi successivi”. L’origine del movimento fetale ha sempre affascinato

Tutto questo è stimolato dalle motivazioni, fra cui la più importante è la spinta sociale ed esplorativa. In campo esplorativo, il primo aspetto riguarda la scoperta delle proprie capacità di azione, poiché ampliare le proprie competenze motorie genera piacere. Tuttavia, l’esplorazione dell’ambiente assume per il bambino anche carattere sociale , per cui esso gli fornisce informazioni, rassicurazioni e protezione. La ricerca in campo neurobiologico ha messo in luce che il sistema dei neuroni specchio si attiva sia quando viene effettuata una determinata azione finalizzata a un obiettivo sia quando la stessa azione viene osservata negli altri. Un esempio sono i movimenti oculari. Da un punto di vista neurofisiologico, i movimenti oculari vengono mappati su rappresentazioni motorie, dunque questi movimenti si sviluppano in connessione allo sviluppo delle azioni del braccio e della mano. La scoperta dei neuroni specchio si deve al gruppo di ricerca dell’Università di Parma, guidato da Giacomo Rizzolatti, che, tra gli anni ’80 e ’90, durante un esperimento condotto per studiare il ruolo della corteccia premotoria del macaco. Dalla loro scoperta, sono state numerose le ricerche volte ad indagare i rapporti tra neuroni specchio e linguaggio, anche in ragione della loro localizzazione, prossima all’area di Broca. Ciò ha condotto all’ipotesi che il linguaggio umano si possa essere evoluto a partire dai comportamenti gestuali e che il sistema mirror abbia permesso la loro comprensione e decodifica. Vittorio Gallese fu il primo a proporre un ruolo dei neuroni specchio sia nella comprensione delle emozioni delle altre persone sia nell’entrare in empatia con esse. Secondo l’ipotesi formulata da Iacoboni, i neuroni specchio sarebbero responsabili di una “imitazione interna” delle espressioni facciali osservate negli altri. Contemporaneamente, i neuroni specchio comunicherebbero coi centri emozionali localizzati nel sistema limbico. Come spiega Iacoboni, “i neuroni specchio si attivano quando vediamo gli altri esprimere le proprie emozioni come se fossimo noi stessi a porre in atto quelle espressioni facciali. Per mezzo di questa attivazione, i neuroni inviano anche dei segnali ai centri cerebrali emozionali del sistema limbico, facendo sì che noi stessi proviamo quel che provano le persone che abbiamo davanti”. Accanto alle capacità empatiche, sembra che il sistema dei neuroni specchio sia strettamente implicato nelle capacità sociali. Uno studio di ricerca condotto da Pfeifer e Dapretto (2008), ha mostrato che i bambini con più abilità sociali e relazionali, in un compito di neuroimaging che prevede l’osservazione e l’imitazione di fotografie di volti con espressioni emotivamente cariche, durante il compito d’imitazione hanno un’attivazione maggiore nelle aree dei neuroni specchio. In questo senso, il corpo diventa il terreno privilegiato dell’espressione personale , perché, oltre che con le parole, la nostra intimità viene svelata tramite i movimenti, i ritmi del corpo, le espressioni facciali, ecc… L’accesso alla comprensione del comportamento altrui avviene spesso implicitamente, senza la mediazione del linguaggio e quindi l’intercorporeità diviene il terreno dell’incontro e della reciproca conoscenza, sostenuto dal meccanismo della simulazione incarnata. Lʼarchitettura funzionale della simulazione incarnata sembra costituire una caratteristica di base del nostro cervello, rendendo possibili le nostre ricche e diversificate esperienze intersoggettive, essendo alla base della nostra capacità di empatizzare con gli altri. Quando osserviamo azioni eseguite da altri con la bocca, la mano, o il piede, attiviamo regioni del nostro sistema motorio fronto-parietale corrispondenti a quelle che entrano in gioco quando noi stessi eseguiamo azioni simili a quelle che stiamo osservando. Non ci limitiamo a vedere con la parte visiva del nostro cervello, ma utilizzando anche il nostro sistema motorio. I meccanismi di simulazione ci forniscono uno strumento per condividere a livello esperienziale gli stati mentali altrui. Da un certo punto di vista, la simulazione incarnata può essere considerata come il correlato funzionale dell’empatia. Lʼazione, dunque, non esaurisce il ricco bagaglio di esperienze coinvolte nelle relazioni interpersonali. Ogni relazione interpersonale implica, infatti, la condivisione di una molteplicità di stati quali, ad esempio, lʼesperienza di emozioni e sensazioni. Già Jean Piaget aveva messo in luce che, alla nascita, ogni forma di cognizione viene espressa attraverso l’azione. Si crea una connessione fra l’ambito sensoriale e quello motorio, che apre nuove opportunità di

sviluppo attraverso l’azione e l’esperienza, permettendo di adattarsi all’ambiente in modo più efficiente, attraverso quelle che lo stesso Piaget definisce come relazioni circolari. Cap. 5 La nascita è l’evento più critico nella vita del bambino, poiché marca un passaggio, una trasformazione del corpo. Gli eventi dinamici del parto sottolineano la presenza di una sintonizzazione corporea tra madre e bambino, che anticipano le future interazioni. Dopo questa prima fase, si presentano altri ostacoli, poiché vi sono cambiamenti nella respirazione, il sistema nervoso reagisce al cambiamento di ambiente e temperatura, proiettando il neonato in una dimensione completamente nuova e ciò richiede un aggiustamento dei programmi motori per rendere il proprio movimento più efficiente e coordinato con la madre. Ciò porta a sviluppare la sua intersoggettività , che ha un fondamento corporeo ed è per questo che è uno dei canali più antichi attraverso il quale il bambino ha un accesso all’esperienza dell’altro. Grazie alla risonanza magnetica, si può poi osservare che i circuiti cerebrali dell’adulto siano già tutti presenti alla nascita, tuttavia, i gradi maturazione della materia grigia e bianca dipendono, in parte, anche dall’esperienza. Riguardo lo sviluppo motorio, la corteccia motoria e le aree sensoriali primarie sono quello che maturano per prime, rendendo possibile lo sviluppo delle altre aree. Questo processo di sviluppo restituisce tre aspetti importanti nello sviluppo motorio, cognitivo e relazionale del bambino. Il primo è che, per compiere azioni complesse, ci sono tappe obbligatorie, dove il cervello deve costruire i mattoni. Il secondo è che alterazioni nello spessore della morfologia corticale hanno delle ripercussioni sullo sviluppo ed il terzo è che esistono periodi sensibili dello sviluppo in cui il nostro sistema nervoso centrale è maggiormente permeabile agli stimoli dell’ambiente. Riguardo il movimento, è importante sottolineare che nella nostra corteccia motrice il corpo non è rappresentato fedelmente, ma è distorto, con regioni corporee che sono rappresentate proporzionalmente alle funzioni motorie e alla complessità dei movimenti che devono controllare. Questa rappresentazione è stata chiamata, da Penfieldg, Homunculus. Esistono quindi aree corticali in cui i neuroni che codificano la mano, ad esempio, sono distribuiti in mezzo ad altri neuroni che codificano i movimenti della bocca e a volte, lo stesso neurone può attivarsi sia per un movimento della mano che della bocca. Ad esempio, alcuni studi hanno mostrato di come le zone della rappresentazione motoria della mano e della bocca siano molto estese, aumentando ancora di più dopo la nascita. Bisogna comunque sottolineare che lo sviluppo delle competenze motorie del bambino avviene mentre il suo cervello è immerso in un mondo di relazioni , aspetto che non sempre viene considerato, ma che dimostra la predisposizione innata del bambino a interagire con il mondo. Queste interazioni diventano poi più complesse nel tempo, ridisegnando nuove configurazioni di relazione tra madre e figlio. Ad esempio, non più suoni ovattati, ma nuove percezioni sensoriali, tra cui anche quelle visive. Il neonato scopre un nuovo mondo in cui gli elementi dominanti sono i volti. Il bambino, quindi, ha delle competenze straordinarie e una predisposizione alla relazione che è frutto della nostra storia evolutiva e questa sua predisposizione si esprime attraverso una complessa comunicazione con la madre e con l’interesse, fin dalla nascita, nei confronti degli stimoli sociali. Cap. 6 Fin dagli anni Ottanta, l’infant research ha iniziato ad esplorare lo scenario relazionale dei bambini nei primi anni di vita con le figure di attaccamento, dove protagonista non è solo la mente infantile, ma anche il corpo in via di maturazione.

Nelle prime 6-8 settimane le capacità attentive del bambino migliorano e in questa fase si intensificano gli scambi faccia a faccia con la madre. Il bambino, quindi, diviene sempre più in grado di seguire le espressioni del genitore e le sue stesse modalità di comunicazione diventano via via più complesse. È in questa fase che il genitore si accorge che qualcosa sta cambiando nel rapporto con il figlio, iniziando a sentire un senso sempre più forte di sintonia con il proprio bambino, come se riuscisse a capirlo. Il bambino, da parte sua, inizia ad essere più discriminato nelle sue interazioni con le altre persone e a familiarizzare con gli stili comunicativi dei genitori. Questi cambiamenti nelle interazioni faccia a faccia hanno un impatto importante nello sviluppo del bambino, perché questa interazione ha la funzione di attrarre l’attenzione dei genitori e stimolarne le cure parentali. Questi gesti vengono quindi accolti dal genitore, che cerca di rispondere con comportamenti che imitano quelli del neonato, attraverso forme di rispecchiamento , dove la madre restituisce al bambino quanto ha compreso. Oltre a queste, ne esistono altre in cui il genitore rimarca una particolare espressione o azione del bambino, il marking. In questo caso, l’azione del genitore è diversa da quella del neonato e l’obiettivo è quello di porre rilievo su ciò che egli compie. Dunque, il gesto del bambino viene ripreso e ampliato, incoraggiando il neonato a contribuire all’interazione. Facendo così, la madre comunica la propria disponibilità all’interazione e rimarca al figlio che è in grado di capire i suoi sforzi e l’unicità di questo momento condiviso. Le interazioni fra madre, padre e bambino hanno una fluidità e un’imprevedibilità che le rendono complesse anche se, come dic e Stern , si instaurano dagli schemi ripetitivi che cementano il senso del noi. Tuttavia, in questi schemi vengono inserite delle variazioni per mantenere viva l’attenzione del bambino ed evitare che l’abitudine gli faccia perdere interesse. Esistono inoltre anche dei turni di conversazione , creando quindi nell’interazione un gioco di attese, ascolti, stimoli e risposte, dove bambino e caregiver sono sia attori sia riceventi. Gli scambi precoci si inscrivono via via in un flusso temporale fatto di contingenze e di turni alternati. Infatti, le relazioni di contingenza e sincronia tra il comportamento del neonato e quello del genitore sono fondamentali per permettere al bambino di apprendere. Questa capacità di associazione temporale tra due o più eventi permetterà al bambino di apprendere, per esempio, che il sorriso materno è correlato al proprio comportamento motorio. Secondo Gergely e Watson , i bambini sarebbero forniti già dalla nascita di un modulo di riconoscimento di contingenza, che l’enfant research ha sottolineato essere sempre più importanti, specialmente nei primi mesi di vita. Ovviamente con il giusto equilibrio. Ad esempio, alti livelli di contingenza e di sincronia sono indicativi di stati ansiosi e stress materno e che ciò si ripercuote sullo sviluppo del bambino. Riguardo lo sviluppo sociale del bambino, gli studi sullo still-face indicano che il volto immobile della madre viola le regole dell’intersoggettività e della reciprocità che il bambino ha imparato a conoscere e che utilizza per regolare gli scambi effettivi. Quindi, tra le 6-8 settimane, il bambino attua comportamenti con un chiaro intento comunicativo, scambi che diventano sempre più ricche nelle settimane successive. Ma quali sono i meccanismi alla base di questa dimensione sociale? Esistono due modelli alternativi. Il primo si basa su una lunga tradizione nella storia delle teorie dello sviluppo del bambino, che valorizza la contingenza temporale della risposta dei genitori. Ciò è stato dimostrato nello studio fondamentale di Watson, dove si dimostra che i comportamenti infantili considerati proto-tipicamente sociali aumentano in frequenze nel corso delle prime settimane di vita grazie a feedback contingenti non necessariamente di tipo sociale. Il secondo modello, invece, enfatizza la natura dei processi di sviluppo predisposti all’esperienza , dove i bambini non solo sono predisposti a prestare attenzione agli stimoli contingenti, ma sono estremamente sensibili a specifici comportamenti del genitore, come quelli imitativi o di marketing, riflettendo la presenza di una struttura organizzata chiamata Architettura funzionale. Il rispecchiamento ed il marketin positivo, quindi, hanno come effetto immediato l’aumento dei comportamenti sociali del bambino.

Tuttavia, mentre il rispecchiamento favorisce i comportamenti sociali positivi ma non quelli negativi o non sociali, il marketing positivo ha un effetto più generale nell’aumentare la frequenza di comportamenti sociali e non sociali. Entrambi sono comunque fondamentali per lo sviluppo del bambino. Numerosi studi hanno dimostrato che un maggiore rispecchiamento materno, ad esempio, favorisce lo sviluppo dei meccanismi cerebrali di risonanza motoria e affettiva del bambino. Il suo sistema cerebrale è particolarmente ricettivo a queste forme di comunicazione materna, a dimostrazione di quanto sosteneva Stern, per cui il nostro sistema nervoso è costruito per agganciarsi a quello degli altri esseri umani. Winnicott sottolinea l’importanza di questa interazione perché, quando il neonato guarda il volto e gli occhi della madre, vede sé stesso riflesso e questo lo aiuta a sentirsi desiderato e oggetto d’amore per lei. Nel caso invece di casi clinici, ad esempio di schisi labiale, i bambini manifestano comunque le varie espressione del viso per comunicare con il genitore, ma lo sviluppo motorio di queste espressioni è rallentato. Questo rallentamento non è da attribuire all’anomalia morfologica, ma piuttosto ad alterazione della qualità degli scambi affettivi tra genitori e figli. Infatti, la diminuzione degli sguardi diretti al bambino è in parte responsabile delle ridotte risposte imitative materne. In situazioni cliniche come queste, i genitori mostrano, infatti, una maggiore apprensione per la condizione del bambino che porta quasi ad evitare il contatto con lui, per sfuggire a ciò che questo può evocare in termini di senso di colpa per il timore di aver danneggiato il proprio bambino. Altri elementi condizionanti possono derivare anche da traumi genitoriali, come nel caso di disturbi depressivi materni, dove la madre è generalmente meno responsiva e sensibile ai segnali del figlio, fatto che può generare effetti a lungo termine sullo stato emotivo del bambino, orientandolo in senso depressivo, cosa che potrebbe emergere in adolescenza. Questo perché il bambino mostra chiare difficoltà a tollerare le esperienze negative , portando problemi a lungo termine, come difficoltà del controllo emotivo. Cap. 8 Nell’esplorare il mondo, il bambino orienta il suo sguardo verso oggetti o persone che lo incuriosiscono , per cui i sistemi motori della testa, del collo e degli occhi sono continuamente attivati e ricalibrati per esplorare meglio un viso o un oggetto. Perciò, il riconoscimento di un oggetto richiedere necessariamente la possibilità di attivare specifici pattern motori. Come afferma il filosofo Noe “quello che conosciamo è determinato da quello che facciamo”. Vi è dunque un forte legame tra azione e percezione. Il bambino, grazie all’esperienza motoria, è in grado, secondo degli studi di Piaget, di interpretare le azioni altrui come dirette ad un fine, dimostrando come l’esperienza motoria modifica la capacità percettiva del bambino e la sua organizzazione cognitiva nell’interpretare le azioni altrui in maniera strutturata e finalizzata. Importante, in questo senso, è quindi l’osservazione di un’azione che, a sua volta, implica l’attivazione di una sua rappresentazione motoria, cosa che avviene grazie ai neuroni specchio. Sono stati svolti diversi studi su di essi, che hanno permesso di individuarne alcune caratteristiche. Un aspetto importante è la corrispondenza tra azione eseguita ed azione osservata, per cui lo stimolo visivo più efficace per compiere una determinata azione è quella di osservarla. Questo meccanismo attiva, anche inconsciamente, i sistemi di movimento dediti a quell’azione. Ad esempio, l’osservazione di un piede che calcia un pallone attiva la regione motoria della gamba e ciò avviene anche a livello inconscio. Numerosi studi suggeriscono che i neuroni specchio sono neuroni motori: non solo sono implicati nell’esecuzione dei movimenti e delle azioni esercitate dal soggetto stesso, ma si attivano alla percezione e all’osservazione di azioni compiute da altri. Si può dire che i neuroni specchio traccino le azioni altrui sulla base di rappresentazioni motorie già apprese in precedenza ma anche non apprese, e che è possibile apprendere anche osservando qualcuno compierle. Questo sistema interviene fortemente anche nelle relazioni sociali , perché il nostro corpo risuona continuamente nel corso delle nostre interazioni e non siamo mai spettatori passivi, ma attori sempre

Quello dei rettili è in grado di valutare i pericoli personali e ambientali attraverso il meccanismo della neuropercezione, senza che vi sia una necessaria consapevolezza cosciente. Le strategie adattive dei mammiferi, invece, utilizzano nelle interazioni sociali dei meccanismi neurali che coinvolgono anche la corteccia ed il cervello emotivo, attivando anche gli stessi meccanismi dei rettili. Sono quindi strategie che si basano sul bisogno di sicurezza tipico dei mammiferi. Nell’uomo si sono attivati tre distinti sottosistemi autonomici che riguardano la comunicazione sociale (espressioni, voce, ascolto), la mobilizzazione (comportamenti di attacco e di fuga) e l’immobilizzazione (sincopre). Di fronte a situazioni traumatiche si possono attivare le due modalità, che segnano le strategie di base della personalità. Nei mammiferi, il circuito più recente favorisce il comportamento sociale, che si articola soprattutto nell’uomo con una connessione tra faccia e cuore, nella quale la regolazione neurale dei muscoli striati della faccia è legata sul piano fisiologico alla regolazione neurale del sistema nervoso cardiovascolare. Nel caso di un pericolo estremo, entra in azione il sistema filogeneticamente più primitivo, condiviso con tutti i vertebrati, mediato dal sistema vagale dorsale, cioè dal vago non mielinizzato: l’immobilizzazione. Se non c’è possibilità di fuga, infatti, simulare la morte può spingere un eventuale predatore ad allontanarsi. L’organismo, quindi, si blocca: il cuore quasi si ferma, la respirazione rallenta moltissimo, si diventa insensibili al dolore (si blocca il cancello talamico, determinando una “dissociazione mente-corpo”), gli sfinteri si rilasciano. Se il pericolo è moderato, e quindi conviene agire per difendersi, si attiva il secondo livello, ovvero il sistema simpatico: grazie all’azione coordinata di ipotalamo, ipofisi e surrene, il corpo si prepara ad attaccare o fuggire, accelerando il battito cardiaco, aumentando la frequenza dei respiri e bloccando le attività digestive per permettere all’energia di essere utilizzata altrove. Se invece il pericolo è basso o assente entra in gioco il terzo livello, presente solo nei mammiferi e particolarmente sviluppato nell’uomo: è il vago filogeneticamente più recente, che controlla gli organi del torace (cuore e bronchi) e insieme i muscoli del viso e della testa promuovendo l’”ingaggio sociale”. In altre parole, in condizioni di relativa sicurezza, senza che ce ne rendiamo conto i muscoli del nostro corpo si predispongono a socializzare Per quanto riguarda il ruolo del sistema nervoso autonomo in gravidanza e dopo la nascita, è importante partire dal fatto che uno degli obiettivi primari durante la vita fetale è lo sviluppo delle funzioni autonomiche, che servono ad adattarsi ai compiti e alle richieste dell’organismo. Queste capacità si riflettono nella regolazione cardiovascolare e dei vari organi e che possono dare importanti informazioni diagnostiche sulla salute e sull’età cerebrale. Il battito cardiaco del feto è regolato dal sistema nervoso autonomo, che reagisce agli stimoli esterni. Alcuni studi hanno affermato che, verso la fine della gravidanza, i feti reagiscono differentemente con il battito cardiaco alla voce materna e a quella di un’estranea solo se il tono vagale è alto, riconfermando che il feto è in grado di discriminare il carattere della voce umana se interviene il nervo vago. Dopo la nascita, le interazioni tra madre e figlio avviene tramite i processi del sistema nervoso autonomo. Tra le varie funzioni del nervo vago vi è anche quella di innervare la muscolatura che interviene nella suzione, nella deglutizione, nella respirazione e nelle espressioni facciali. Per questo motivo, la suzione durante l’allattamento può facilitare la regolazione vagale e ciò sembra essere dimostrato da uno studio che ha mostrato che i bambini allattati al seno hanno una maggiore capacità regolativa rispetto a quelli alimentati con il biberon. Cap. 10 Nel corso della storia, l’uomo ha compiuto grandi salti evolutivi, uno dei quali riguarda la dimensione del cervello , perché un cervello più grande vuol dire capacità intellettive più potenti al servizio di una società più complessa. Tuttavia, un cervello più grande richiede più risorse e più tempo per maturare. Forse è per questo che le cure parentali si sono protratte nel tempo, con processi di maturazione dell’organismo particolarmente lenti.

Per potersi adattare all’ambiente poi, l’uomo ha capito che lo stare in gruppo era vantaggioso per difendersi dai predatori e sfruttare le risorse dell’ambiente. Ma questi legami si devono basare sulla fiducia, sull’empatia e sulla capacità di comunicare i bisogni, perché i legami e la dimensione empatica sono il collante delle nostre società. Quindi, gli stessi meccanismi che si generano nelle cure parentali sono stati riutilizzati e riadattati per rendere gli individui di una comunità più sensibile alle emozioni altrui. Per tutto il primo periodo della vita è il latte l’unica fonte alimentare dei mammiferi e rappresenta una risorsa costante per il piccolo. Oltre a ciò, il latte offre anche vantaggi secondari. Prima di tutto, il fatto che sia una risorsa costante rende meno necessario accelerare lo sviluppo del piccolo. Inoltre, la madre diviene sempre più importante per garantire la sopravvivenza del figlio. Inoltre, la secrezione del latte provoca specifici comportamenti ormonali, che vanno a condizione il comportamento materno, ad esempio per l’aumento di ormoni come l’ossitocina. Esso non solo stimola la madre a produrre il latte, ma ne condiziona anche i suoi comportamenti. Ad esempio, studi fatti negli anni Ottanta, hanno dimostrato che bastava iniettare dell’ossitocina in topoline femmine affinché si prendessero cuneo di topolini neonati estranei. Questo ormone non viene prodotto solo dalle mamme, ma anche dai papà, che diventano più affettivi e disposti al contatto fisico. Essendo comunque la madre la prima ad occuparsi del figlio, è necessario un lungo periodo di dedizione all’allattamento, alla protezione e alla cura del piccolo, che può durare mesi o anche anni, portando quindi ad un legame lungo e duraturo. Nell’essere umano, il ruolo centrale della madre nel prendersi cura dei figli e nel garantire la sopravvivenza della prole affonda le sue radici nel Paleolitico, quando il maschio cacciava e la femmina doveva accudire la prole. Le cure parentali sono fondamentali per la crescita del bambino, perché la separazione può creare ansia e stress. Ma queste azioni non si riducono all’allattamento, poiché indicano anche la protezione, la pulizia, il trasporto o le complesse interazioni sociali che sono alla base delle prime relazioni socio-emozionali. La madre diventa qui una “base sicura” e sono stati gli studi di Bowbly a inquadrare questa interazione. Il mantenere la prossimità con la madre e lo stimolare l’interazione con lei è il risultato di un processo di selezione naturale che ha determinato un aumento di probabilità di sopravvivenza del piccolo e di successo riproduttivo della madre. È importante comunque sottolineare che troppo affetto può anche essere danno, ma allo stesso tempo, gli studi di Bowbly hanno dimostrato di come l’assenza di contatto fisico con la madre abbia un effetto, in termini di deprivazione, sullo sviluppo mentale e fisico del bambino, poiché se la separazione è prolungato, quest’ultimo può provare un forte stati di angoscia e di ansia. Cap. 11 Le esperienze interazionali nel primo anno di vita sono organizzate e archiviate in un codice implicito che riguarda l’area della comunicazione non verbale, i movimenti e le sensazioni corporee, gli affetti e le aspettative. Secondo Fogel , la memoria implicita ha una funzione regolatoria che agisce in modo automatico e inconscio ed essa dipende dal contesto. Dunque, dal punto di vista neurobiologico il cervello del bambino dipende dal contesto. Ad esempio, durante l’allattamento si può cogliere il piacere sperimentato dal neonato, che crea invece uno stress fisico e affettivo se questo bisogno non viene soddisfatto o avviene tardivamente. Se ciò avviene raramente la situazione può essere riparata, entrando nel principio della disruption and repair , per cui queste esperienze di riparazione hanno una grande rilevanza nel mondo rappresentazionale del bambino perché creano delle aspettative fiduciose verso la madre favorendo lo sviluppo del senso del noi. Queste esperienze incrementano il senso personale di efficacia e favoriscono l’aspettativa che è possibile riparare insieme un mismatch. Sono dunque esperienze molto importanti per la regolazione

Il bambino che emerge nell’interazione congiunta e nell’esplorazione legata al contesto terapeutico ha una narrazione diversa rispetto a quella che emerge dalla ricerca osservata. Qui, l’esperienza affettiva rappresenta un’intersezione centrale tra infant research e psicoanalisi. Uno dei contributi più importanti portati dall’infant research è l’esplorazione della conoscenza rappresentazionale non simbolica. Mentre nel contesto bambino-caregiver la conoscenza relazionale implicita descrive le interazioni fra i due soggetti, nel contesto psicoterapeutico si verificano scambi intersoggettivi tra il terapeuta e il paziente fin dall’inizio. Un altro tema importante è la relazione teorica tra il concetto di conoscenza implicita e l’inconscio , che secondo la visione psicoanalitica rimane legato alla teoria delle pulsioni di Freud. Secondo la visione di numerosi studiosi, tra cui Stern, accanto all’inconscio dinamico di Freud che influenza la vita conscia e si manifesta sotto varie forme, la memoria implicita delle esperienze si lega all’ambito cognitivo. Stern distingue tra esperienza esplicita, che ha le caratteristiche dell’esperienza linguistica e cioè la capacità di utilizzare simboli, di oggettivare sé stessi in modo riflessivo e di usare le parole per eseguire resoconti della propria esperienza, ed esperienza implicita, un’esperienza prelinguistica, non verbale, non simbolica e che non presenta forme di coscienza riflessiva. Nella stratificazione dell’esperienza, tra i diversi livelli, vi è un punto di frattura che separa due tipi di esperienza qualitativamente differenti. Il punto di discontinuità è collocato tra i primi tre sensi del Sé e l’ultimo, cioè in prossimità della comparsa del linguaggio. I primi tre sensi del Sé appartengono a quella che Stern chiama l’esperienza implicita e il senso del Sé verbale all’esperienza esplicita. Tali dimensioni dell’esperienza costituiscono due sistemi distinti e paralleli. Non vi è un’evoluzione che nel tempo trasforma l’esperienza implicita in quella esplicita, come due periodi dello sviluppo, ma vi è una convivenza tra due sfere dell’esperienza che operano simultaneamente. In estrema sintesi, la conoscenza implicita è non simbolica, non verbale, procedurale e inconscia (nel senso che non è riflessivamente conscia), mentre quella esplicita è simbolica, dichiarativa, cosciente (in senso riflessivo), verbalizzabile e narrabile. Ciò che fa da spartiacque è la comparsa del linguaggio. Nel momento in cui un soggetto ha un’esperienza esplicita, infatti, essa è sempre accompagnata da tutta una serie di esperienze implicite che passano inosservate. Le esperienze implicite possono essere caratterizzate da un alto livello di attenzione e focalizzazione, oppure avvenire in modo automatico e inconsapevole, andando così a costituire quelli che Stern chiama i buchi di coscienza. Da un lato, dunque, vi sono quelli che Stern chiama i momenti presenti, brevi periodi temporali che formano unità percettive globali dotate di senso, in cui è possibile scomporre la nostra esperienza diretta del mondo e che, pur essendo impliciti, rimangono impressi nella memoria e recuperabili come oggetto di una successiva riflessione. Dall’altro lato vi sono i buchi di coscienza, ossia esperienze vissute che non si fissano nella memoria a lungo termine e non possono più essere recuperate. Tuttavia, vi sono solo problemi legati alla perdita di alcune caratteristiche, vi sono, come abbiamo detto, intere esperienze implicite che non possono essere catturate dal nostro linguaggio. Ancora Stern. Infine, esistono esperienze globali al livello della relazione nucleare e intersoggettiva (quale ad esempio il senso del Sé nucleare) che non si aprono al linguaggio in misura sufficiente da consentire un’operazione di trasformazione linguistica. Esperienze del genere, dunque, sono condannate a condurre una vita clandestina, non verbalizzata, e in una certa misura sconosciuta, ma tuttavia assolutamente reale. Non è dunque possibile pensare di trasformare l’intera esperienza implicita in esperienza esplicita effettuando un resoconto linguistico. La nostra cultura, tuttavia, influenzata dal modello classico, ha sempre privilegiato l’esperienza esplicita considerandola come la versione ufficiale della nostra esperienza. È proprio contro questa convinzione che si scaglia fortemente Stern (1985) mostrando, senza troppi giri di parole, di ritenere che la comparsa del linguaggio non sia solo una conquista positiva dello sviluppo ma comporti molti aspetti negativi, perché rende alcune parti delle nostre esperienze più difficili da comunicare.

Il modello di Winnicott Possiamo suddividere in tre fasi il percorso di sviluppo del bambino:

  1. Dipendenza assoluta (primi 6 mesi)
  2. Dipendenza relativa (6 mesi -2 anni)
  3. Verso l’indipendenza (2 anni - adolescenza Il processo non ha una rigida scansione temporale: possiamo comunque collocare la dipendenza assoluta nel primo semestre di vita, quella relativa tra i 6 mesi e i 2 anni mentre il percorso che porta verso l’indipendenza si estende fino all’adolescenza. Ogni fase richiede una rispondenza e un atteggiamento adeguati del caregiver alle esigenze di sviluppo del bambino. La finalità di tutto il processo è la costruzione dell’Io del bambino e la creazione di condizioni adatte all’espressione del suo sé. Il bambino nasce con una dotazione di potenzialità evolutive che ha un carattere ereditario e che comprende l’insieme delle sue inclinazioni le attitudini spontanee nonché la predisposizione a costruire uno schema corporeo, a vivere il senso della continuità del proprio essere e a costruire un proprio mondo interno separato dal mondo là fuori. In altre parole, questo Sé centrale , chiamato anche Sé potenziale con cui il bambino nasce, è il nucleo di tutte le potenzialità evolutive relative allo sviluppo delle funzioni corporee , all’unità tra psiche e soma, allo sviluppo della personalità, del carattere, delle capacità relazionali, della creatività individuale, delle capacità di incidere sul contesto culturale in cui l’individuo si troverà a vivere. Il vero Sé evolve all’interno dell’individuo se questi è in contatto con il mondo esterno e se quest’ultimo consente e agevola l’espressione spontanea delle potenzialità del vero Sé individuale. Inoltre, dato che il vero Sé rimane custodito all’interno dell’individuo, di cui custodisce il nucleo vitale, l’individuo costruisce un falso Sé, cioè un sistema di compiacenze alle richieste ambientali, che ha il compito di proteggere quello vero, nascondendolo e crescendo attorno ad esso come un guscio che lo ripara dai possibili effetti distruttivi del rapporto con l’ambiente. L’io coincide con l’organizzazione della realtà psichica dell’individuo che gli permette di pensare “Io sono”, cioè di viversi come unità soggettiva e di pensare la propria esistenza con un senso di continuità nel tempo. E’ quindi il centro esperienziale del soggetto, la condizione stessa per poter fare esperienza di sé e del mondo circostante. DIPENDENZA ASSOLUTA : in questa fase, il neonato (infante lo chiama Winnicott, dall’etimo latino che significa “privo di linguaggio”) e l’assistenza materna formano un tutto unico, si appartengono reciprocamente e la vita dell’infante dipende totalmente dalle cure materne. Ciò significa che, da un lato, l’infante non sa di ricevere delle cure, non può controllare che cosa gli viene fatto; dall’altro, la madre entra in empatia con i suoi bisogni fisiologici. La funzione materna descritta viene chiamata da Winnicott holding (sostenere, contenimento, supporto). La sua capacità di accudimento deve essere solo “sufficientemente buona”: la madre può sbagliare nel sentire ciò di cui ha bisogno il bambino in un dato momento, ma è sufficiente che si accorga di aver sbagliato e che non perseveri nell’errore. Le numerose inadempienze, seguite dalle cure che le riparano, si accumulano in un messaggio di amore da parte di una presenza umana costante che è lì proprio per prendersi cura del bambino. Winnicott postula due tipi di esperienza della madre da parte dell’infante: madre-oggetto (madre come contenitore degli oggetti parziali delle pulsioni del b.) e madre- ambiente (madre concreta che sostiene, che tiene al riparo dagli urti). Bowlby ha precisato che con madre non intende necessariamente la madre biologica. Possiamo pertanto dedurre che anche nelle famiglie arcobaleno si creino relazioni di attaccamento sicuro e di attaccamento insicuro. Solo successivamente il padre acquisisce un ruolo determinante nel calmare e rassicurare il bambino, ponendosi anch’egli come ulteriore fonte di rassicurazione, idoneo a generare l’effetto “base sicura”. Anche in una famiglia omoparentale, in virtù del monotropismo dell’attaccamento, si svilupperà una gerarchia nei legami del bambino. Anche in una coppia di gay vi sarà un genitore principale. Ainsworth evidenziò come nelle relazioni amorose tra persone delle stesso sesso fossero attivi meccanismi di attaccamento simili a quelli operanti nelle coppie eterosessuali DIPENDENZA RELATIVA: il bambino comincia a rendersi conto della sua dipendenza e delle cure materne di cui ha bisogno, e può inviare alla mamma dei segnali di richiesta per ottenere il soddisfacimento dei suoi bisogni. Mentre nella fase della dipendenza assoluta se la madre è lontana il bambino non se ne accorge ma

I tre processi descritti non sono consecutivi e in parte si sovrappongono. Inoltre, anche se sono presenti nelle prime fasi dello sviluppo, continuano per tutta la vita dell’individuo, con periodi di avanzamento e di regresso, e non possono mai dirsi definitivamente compiuti. Balint M. BALINT Michael Balint (Mihály Bálint, nato Mihály Móric Bergsmann), ebreo ungherese, era il primogenito in una famiglia di due fratelli. Il padre era medico. Collaborando con il padre fin da quando era giovane, egli osservò attentamente i pazienti, e studiò la natura della relazione medico-paziente. Dopo l’emigrazione a Berlino, a causa dell’ondata di antisemitismo (1920), dopo il crollo della Rep. Sovietica Ungherese, Balint seguiva un dottorato in biochimica nello stesso tempo in cui lavorava part-time all’Istituto di Psicoanalisi di Berlino e partecipò al cosiddetto Middle group insieme a Bowlby, Winnicott, Fairbairn ed altri. Negli anni ‘30 raccolse intorno a sé un certo numero di medici, allo scopo di integrare nella medicina le prospettive psicoterapeutiche. Queste riunioni furono anticipatrici dei gruppi di casework creati da Balint per i medici generalisti, dopo il suo insediamento a Londra. In Inghilterra, condusse una straordinaria ricerca su Le differenze individuali nel comportamento dei bambini ed il metodo oggettivo per registrarle, che anticipa gli attuali studi sull’attaccamento. Un suo libro: Medico, paziente e malattia , 1957, riguarda i problemi psicologici della professione medica. GRUPPI BALINT : Riunione periodica di medici internisti per discutere insieme i casi più impegnativi dal punto di vista psicologico. Un modo di mettere in comune le ansie e le angosce, di confrontarle, elaborarle insieme agli altri e evitare quello che oggi si chiama burn out, la sindrome dell’esaurimento che colpisce non solo i medici, ma tutti quelli che si occupano di aiuto professionale nei casi di malattie croniche o inguaribili e di assistenza ai malati terminali. Esiste un centro per la formazione di gruppi Balint ad Ascona in Svizzera. L’origine dei gruppi Balint può essere rintracciata attraverso 3 fonti: il lavoro dei seminari di casework per assistenti sociali, l’analisi dei gruppi che egli apprese nel 1947 attraverso Bion ed il lavoro di Ferenczi, nel 1921 parlava della necessità per i medici generalisti di comprendere i vantaggi della psicoanalisi. L’amore primario (1952) esprime la sua ipotesi di una condizione originaria dell’infante immersa nel legame di amore con la madre. Gli eventi traumatici delle frustrazioni e della separazione lo costringono ad affrontare e sviluppare i rapporti oggettuali. In Thrills and regressions (1959) distingue due tipi di relazione oggettuale che danno forma a due tipi di carattere che riguardano l’idea della sicurezza:

  1. Ocnofilico: gli oggetti sono sentiti come amichevoli e sicuri mentre i vuoti tra di essi come minacciosi ed ostili (illusione del raggiungimento della sicurezza attraverso la protezione dell’oggetto).
  2. Filobatico gli oggetti sono sentiti minacciosi ed ostili e gli spazi ed i vuoti sono sentiti amichevoli e sicuri (illusione della sicurezza in se stessi). La distinzione riguarda sostanzialmente le persone che si fidano solo di se stesse e le persone che invece hanno bisogno di sentirsi protette da un altro. Gli attuali studi sull’attaccamento (Bowlby, Ainsworth, Main) hanno ritrovato questa distinzione sia nel bambino che nell’adulto (atteggiamento evitante e ambivalente). Le due modalità di reazione costituiscono la conseguenza di ciò che Balint definisce difetto fondamentale (difetto nell’amore dei genitori). Ne Il difetto fondamentale (1968) Balint individua 3 aree della mente che possono essere contrassegante da numeri: Area 1: basata sulla relazione con sé stessi (one –person relationship). È l’area creativa dove ognuno di noi si realizza nei vari modi possibili, l’area in cui ci si sente appagati. Area 2: basata sulla relazione primaria con la madre (twoperson relationship). È l’area del difetto fondamentale. Area 3: basata sul conflitto edipico (three-person relationship). È l’area nevrotica dei conflitti emotivi studiati dalla psicoanalisi, l’area del complesso di Edipo, basata sulla ambivalenza nel rapporto con gli oggetti, come nella isteria o nella fobia. Il difetto fondamentale: La sofferenza nell’area 2 non è legata al conflitto emotivo come nell’area nevrotica, ma alla mancanza di qualcosa che nello sviluppo avrebbe dovuto esserci, un difetto nell’amore dei genitori, un difetto nella capacità della madre di essere sensibile e rispondere ai bisogni del bambino. Il difetto fondamentale di Balint è vicino alla concezione del falso sé di Winnicott. Dal punto di vista della terapia, per Balint, è importante che l’area del difetto fondamentale venga distinta dall’area creativa e nevrotica perché

essa non è fonte di conflitto ma di sofferenza che può solo essere riparata e non interpretata. Bisogna allora riconoscere la regressione benigna che mira al riconoscimento dei bisogni profondi del pz da parte degli altri, ed in analisi da parte dell’analista, distinguendola da quella maligna che mira invece alla gratificazione di essi per mezzo degli altri, ed in analisi per mezzo dell’analista. Bowbly L’opera principale di Bowlby è Attaccamento e perdita. Bowlby modificò la concezione corrente secondo la quale il legame materno è basato sulla fame e la nutrizione. La fame era considerata una pulsione primaria che regola la relazione di “dipendenza” tra madre e bambino. In questo senso, la dipendenza è stata considerata come un legame che deve essere progressivamente sciolto perché non acquisti un carattere esclusivamente regressivo. “Dipendenza” ha assunto quindi un significato peggiorativo. Proprio grazie all’osservazione del comportamento dei bambini separati dai loro genitori, integrate con alcune osservazioni tratte da ricerche etologiche, ha postulato l’esistenza di una tendenza innata nell’uomo, come negli animali, a ricercare la vicinanza protettiva di una figura ben conosciuta ogni volta che si vivano situazioni di pericolo, stress, dolore. Bowlby ha definito questa tendenza attaccamento. Egli distingue: l’attaccamento , che è una disposizione innata e che persiste cambiando solo molto lentamente, il comportamento di attaccamento , che la persona mette in atto di tanto in tanto per ottenere, mantenere , recuperare la prossimità con la figura da cui riceve protezione; persona particolare. Il comportamento di attaccamento è caratteristico della prima infanzia ma può essere osservato nell’ambito dell’intero ciclo di vita, specialmente nei momenti di emergenza, ed è presente in diverse specie di animali, funzione biologica assimilabile a quella della protezione dai predatori. Il comportamento di attaccamento corrisponde ad un sistema comportamentale, cioè ad un’organizzazione psicologica interna che comprende sia schemi di rappresentazione del sé e della/delle figura/e di attaccamento, sia schemi comportamentali che hanno delle radici biologiche. Il comportamento di attaccamento nel b. viene attivato soprattutto dal dolore, dalla fatica e da qualunque cosa lo impaurisca ed anche dal fatto che la madre sia o appaia inaccessibile; quindi, si attiva come reazione all’ansia di separazione. Bowlby osservò che, se l’assenza della madre era definitiva o si prolungava abitualmente oltre il limite della tollerabilità, il comportamento di attaccamento rischiava di essere disattivato. In questi casi il b., dopo un periodo di separazione dalla madre, quando questa si ripresenta la tratta come estranea. Dopo un po’ si aggrappa a lei molto angosciato di poterla perdere e arrabbiato. Si tratta di un’esclusione difensiva che si verifica quando il b. ormai si dispera della presenza della madre. Questo comportamento di evitamento diventa operante anche con madri che rifiutano sistematicamente il contatto fisico con il b. o sono indifferenti, insensibili. Il risultato è che si crea un blocco che impedisce di esprimere o perfino di provare il naturale desiderio di relazione intima, fiduciosa di cure, conforto e amore, cioè un attaccamento positivo. Importante è l’intensità e la qualità dell’emozione che accompagna il comportamento di attaccamento e che dipende dalla relazione fra le persone coinvolte. Se la relazione è buona, c’è gioia e un senso di sicurezza anche nella manifestazione del bisogno di attaccamento e nella ricerca di attenzione da parte della figura significativa. Ciò dipende dal comportamento dei genitori che corrisponde ad uno schema di comportamento genitoriale, in parte innato ed in parte appreso sia durante l’interazione con i bambini sia attraverso l’osservazione degli altri genitori, sia nella relazione con i propri genitori. Un atteggiamento positivo dei genitori fornisce ai figli quella che Bowlby chiama base sicura (Bowlby 1988), al tempo stesso li incoraggia all’esplorazione e all’autonomia. L’esperienza trasforma gli schemi senso –motori innati dell’attaccamento in schemi cognitivi propriamente detti, cioè si passa a semplici schemi comportamentali basati sull’attaccamento ad esperienze cognitive più evolute, basate anch’esse su schemi acquisiti attraverso i vissuti delle relazioni di attaccamento MODELLI OPERATIVI INTERNI Prendendo le distanza dalla psicoanalisi classica, Bowlby ha dunque integrato la sua teoria con contributi di altre scienze, come la cibernetica, la teoria dei sistemi, la teoria di Piaget e il cognitivismo, l’etologia. Modifiche fondamentali apportate dalla teoria di Bowlby al paradigma classico: