









Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
RIASSUNTO DEL LIBRO IL GIOCO DURO DELL'INTEGRAZIONE DI ZOLETTO
Tipologia: Prove d'esame
1 / 17
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!










La società multiculturale si incontra anche in pubblico. La presenza di immigrati nei luoghi pubblici è qui vista come occasione per creare incontri interculturali. Giochi e sport veicolavano valori dominanti, oggi possono invece creare spazi comuni al di là delle appartenenze. Giocare negli spazi pubblici può essere esercizio pratico di cittadinanza. Ricerca svolta tra il 2007 e il 2009 in città del nord est in Lombardia e nel Lazio.
Siamo in un campo sportivo pubblico in un piccolo paese dell’Italia settentrionale. Come in tutti i campi gestiti in maniera informale chi arriva per primo ha il diritto di giocare. Un giorno dei ragazzini bengalesi arrivano per primi e iniziano a giocare a cricket. Successivamente arrivano degli italiani che protestano perché vorrebbero giocare a pallone. L’amministrazione,sensibile ai temi interculturali, invita i ragazzi stranieri a costituirsi in un’associazione sportiva e assegna loro il campo per dei giorni prestabiliti settimanali. Ma per non creare segregazionismo il cricket inizia ad essere insegnato in inglese nelle ore motorie scolastiche. La partita dell’interazione tra stranieri e italiani passa anche per i luoghi pubblici, i contesti educativi non formali. l’educazione interculturale ha bisogno del contesto extrascolastico, di un sistema educativo integrato che colleghi una pluralità di contesti. I bambini e ragazzi italiani giocano
sempre meno nei luoghi pubblici, oggi percepiti sempre più come spazi insicuri, privi di controllo (e spesso lo sono). Oggi tali spazi vengono ripopolati dagli stranieri. Si chiede più regolamentazione di questi spazi, si chiede più biopolitica ovvero norme che disciplinino la vita di ogni giorno. Il paradosso è che l’aumento di regole non diminuisce il nostro senso di insicurezza. Bisogna riuscire a toccare le relazioni tra le persone che occupano tali spazi. Non è rendendo gli spazi pubblici più sicuri che si torna a giocarci, ma è tornando a giocare che tali spazi diventano sicuri. Bisogna fare in modo che a tali luoghi si possa accedere tutti ed insieme. Un gioco come il cricket è peculiare per la sua ambivalenza: occasione di incontro o ghetto perché percepito come lo sport degli immigrati. Ad esempio le squadre di cricket italiane solo spesso composte da immigrati di stessa provenienza, e raramente da stranieri e immigrati. D’altra parte non bisogna rendere superficiale il potenziale integrativo del giocare contro gli altri, ed impiegare nello sport il proprio tempo libero. Gioco e sport possono essere una cartina tornasole della società (non sono cioè svincolati dal contesto sociale in cui si inseriscono. Il modo in cui i migranti giocano ad uno sport nei luoghi pubblici è legato ad almeno due aspetti:
Allenamento di una squadra di cricket locale (tutti dello Sri Lanka)Due persone abitano e sentono entrambe di appartenere al quartiere. La squadra sceglie, proprio per tale appartenenza di chiamarsi come la città in cui gioca. nell’insicurezza contemporanea attaccare l’uso che gli stranieri fanno di uno spazio pubblico aiuta ad ancorare l’identità: di essere diversi da loro. Lo stesso vale per gli immigrati che nel gioco del cricket riconfermano la loro identità. È quello che alcuni chiamano approccio essenzialistico all’identità. Se spostiamo tale approccia a gruppi, avremo l’idea di un’identità come sé collettivo, come popolo. A tale approccio Stuart Hall ne contrappone uno che chiama posizionale: parte dalla posizione, dal ruolo che le persone hanno o vorrebbero avere nel mondo. Le identità sono prodotto di particolari contesti. Lo sport non ha a che fare con qualche essenza, ma col modo in cui i protagonisti che lo praticano cercano di farsi spazio nel luogo in cui vivono. Se guardiamo a chi pratica uno sport in modo essenzialistico ci chiediamo “da dove viene”, in un modo posizionale “che cosa vuole diventare”.La realtà è più sfumata degli approcci teorici, ma per ottenere integrazione bisogna dimenticare le proprie radici in quanto esse tenderanno sempre a dividerci. Bisogna alleggerire il peso delle radici e cercare qualcosa che ci accomuna, da condividere. Le squadre del campionato di cricket di serie Baiutano a capire cosa sia uno sguardo posizionale: i nomi delle squadre coniugano la provenienza con i nomi delle città italiane. l’identità serve a prendere posizione in un certo contesto. Nel caso dei nomi ci si vuole presentare sia come immigrati che come residenti. Abbracciare un approccio posizionale ci invita a focalizzare l’attenzione sulla concretezza delle posizioni. Vi sono infatti una serie di vincoli quotidiani che rendono tali posizioni meno libere ed arbitrarie. Tra questi vincoli c’è quello che Sayad ha chiamato lo stigma dell’immigrazione: per i marchi della diversità alcuni gruppi ed individui, come sosteneva Goffman, vengono valutati negativamente. Per Sayad quando un gruppo o un individuo cerca di prendere posizione ha scelta limitata per via dello stigma che dipende da una serie di relazioni che intercorrono tra le posizioni sociali occupate dagli individui. Lo stigma influenza relazioni di dominio pre esistenti. Parlare di approccio posizionale significa fare attenzione agli stigmi connessi alle posizioni disponibili in un dato contesto sociale. Per l’autore lo
bassa pianura, un campo da cricket, il migliore della provincia nel nulla a 20 km dalla campagna. Esempio di multiculturalismo dei giochi: ciascuno giochi a quello che vuole, ma a casa propria. Il multiculturalismo privilegia le culture e i diritti delle comunità alle persone e alle loro concrete interazioni quotidiane. Esso nasce in un preciso quadro storico e porte ad un’importante democratizzazione, ma ne suoi approcci ci sono molte ambiguità denunciate proprio dagli stessi discriminati. Uno dei più pericolosi e duraturi di tali ambigui assunti è che le culture siano immobili,rigide e predeterminate. Ma le culture sono sempre in mutamento: la pluralità delle esperienze biografiche fa in modo che non ci possa essere una cultura a monopolizzare la vita individuale. Nelle società italiane la cultura è diventata un teatro di ascesa politica. I gruppi e le persone fanno fatica nel panorama contemporaneo ad accedere alle risorse simboliche e materiali che permettono loro di sentirsi parte di un gruppo e si crea antagonismo tra gruppi. Gli spazi pubblici sono una risorsa materiale contesa tra italiani e stranieri oggi. Si tratta si di luoghi fisici che di spazi simbolici perché rappresentano l’identità di un posto. Rivendicare il loro uso significa rivendicare controllo su un territorio, la competenza e la forza della propria identità. La prospettiva multiculturalista accetta l’idea che dietro ad uno sport e ad un gioco ci sia una rigida cultura, e la sua risposta consiste nel riconoscere tali rivendicazioni culturali (cricket pakistano vs calcio italiano). Le soluzioni che si trovano sono quelle di concedere la piazza agli autoctoni, e per gli immigrati si individua un’area verde in cui possano praticare il loro gioco. Lo spazio cittadino si trasforma in una riserva, quello fuori dalla città in un ghetto. In tale approccio ci rimettono le persone reali che non si identificano mai completamente con questa idea di cultura a cui si vorrebbe appartenessero. Una volta creati questi spazi, i ragazzini stranieri chen on possono accedere ai ghetti si trovano comunque escluse le riserve. In questa idea multiculturalistica si presuppone che le persone giochino a determinati giochi perché essi sono legati ad una cultura specifica. Secondo il sociologo Caillois ogni cultura conosce un gran numero di pratiche e di giochi di tipo diverso. Conoscere che giochi si pratica permette di scoprire di che cultura si è. Questa sociologia dei giochi può oggi ampliarsi alla società multiculturale, ma correndo il rischio di insabbiarsi nell’ambiguità gioco = cultura. Marinetti sosteneva:
donne, buoi e giochi dei paesi tuoi. Il multiculturalismo dei giochi dei giochi è molto diffuso anche nei processi di educazione interculturale. Ad esempio l’awele si presenta come tipico gioco africano, sottolineandone l’esotismo come si sottolinea la povertà dei giochi di latta. Si sottolinea un’immagine stereotipata di un continente, e la cosa è assai più pericolosa quando in classe ci sono studenti che arrivano da quel continente; invece di valorizzare la loro cultura ne diamo un’immagine superficiale dell’Africa che non tocca il vissuto di quei studenti e che rafforza l’idea di una presunta superiorità degli italiani. quest’uso dei giochi ha una lunga storia e si intrecci con quella dell’orientalismo. È Said a mostrarci la storia a mostrarci la storia della costruzione dell’altro orientale da parte dell’occidente,soffermandosi a lungo sull’opera di Williams Lane (i modi e le abitudini degli egiziani moderni).l’approccio orientalista al gioco si intreccia spesso col razzismo (come nella propaganda fascista).Ciò che possiamo definire un razzismo multiculturalista anche se tende a non dare giudizi espliciti dis uperiorità ed inferiorità imprigiona e separa gli individui in gabbie culturali ben definite, associate a stereotipi potenti. Ad esempio l’idea che certe persone siano più adatti a certi sport per la loro provenienza. Appadurai: Ranji grande giocatore perché indiano, non per le sue qualità. L’intellettuale James si è sempre schierato contro tale razzismo latente. Per resistere a questo razzismo del multiculturalismo giochi e sport vanno sottratti all’equiparazione con le culture: ad esempio mostrare la prospettiva storica dell’awele. Al multiculturalismo dei giochi possiamo provare a sostituire un’intercultura che parta dai giochi. Il primo cerca di estrapolare dai giochi rigide caratteristiche culturali, la seconda pensa ai giochi come inseriti in contesti storici mutevoli e con protagonisti con un vissuto culturale altrettanto vario. l’esperienza di giocare è ci unisce, tutti i giochi sono simili, e l’altro è più simile a noi di quanto pensavamo. Tale approccio guarda ai giochi come un territorio in cui le culture riprendono forma. Non si guarda dentro ma tra le culture. Ci aiuta a dare un’immagine delle culture meno standardizzata e caricaturale: non sono le culture che giocano, sono le persone.
Wittgenstein sosteneva che le regole di un gioco possono modificarsi mentre si gioca. È ciò che accade ai ragazzi di seconda generazione: essi imparano le culture dai genitori e dai coetanei, ma poi nel gioco possono cambiare le regole imparate. È importante non avere un’idea troppo rigida dei processi di socializzazione, delle culture e dell’apprendimento. Non tutte le regole si possono modificare in tutti i momenti.
Gli sport e i giochi possono avere una grande rilevanza in una rilettura interculturale e territoriale dei curricoli.Cortili e palestre scolastiche sono stati spesso luoghi privilegiati per socializzare le nuove generazioni ai valori privilegiati di una data società. Molti intellettuali concordano che sia proprio questo potenziale educativo ad aver fatto nascere gli sport moderni. La prima istituzionalizzazione degli sport moderni risale infatti al loro utilizzo educativo ottocentesco. I valori di allora erano i tipici valori di epoca vittoriana: autostima, resistenza fisica, lealtà di gruppo. La socializzazione delle nuove generazioni passa anche attraverso l’acquisizione di una certa idea del corpo, e su come una certa idea di come questo vada gestito, soprattutto in pubblico. Spivak ha scritto che le culture umani sono modi di controllare i corpi, soprattutto quelli femminili. Impariamo a gestire il corpo sulla base del sesso, ovvero impariamo a gestire il rapporto tra sessi. Impariamo giocando il gender. In India tra ragazzi prendersi per mano non è considerato sconveniente ad esempio. In palestre, spogliatoi, piscine il corpo è protagonista, e con il corpo emergono da subito i pregiudizi più duri. Okin ha sostenuto che il multiculturalismo sia un male per le donne: stabilendo rigidi confini tra le culture si finisce con inglobarci i soggetti più vulnerabili. Critica al cricket come sport maschilista: non tiene conto della vita quotidiana delle donne in un contesto altro, ma soprattutto fa credere che maschilismo e patriarcato siano germi degli altri e assenti nella nostra cultura. Il maschilismo nel cricket deriva da lontano, probabilmente dagli stessi valori vittoriani occidentali. Nel maschilismo sportivo occidentale l’unico corpo femminile ammesso è quello da pin-up, ovvero quello che richiama messaggi erotici e salutistici dominanti. Il capitolo si conclude con l’immagine di donne straniere presenti sulla scena come educatrici, madri e non come straniere: nel gioco dell’integrazione le regole non devono essere solo maschili.
I media giocano un ruolo importante nella costruzione delle culture e delle appartenenze. Partendo dal concetto di mediorami di Appadurai, possiamo dire che giochi e sport non sono mai qualcosa solamente di praticato, ma se ne parla, si guardano, si raccontano. Non dobbiamo però essere troppo rigidi nell’analizzare il consumo e l’utilizzo di questi flussi mediatici globali. La relazione tra mediorami e vissuti personali non è mai schematica. I media possono offrire agli immigrati modi per sperimentare una doppia appartenenza: da un lato con le culture e con i luoghi di provenienza, dall’altro con il luoghi e le culture di immigrazione. Come direbbe Anderson stiamo però parlando, in entrambi i casi, non di comunità reali mai immaginate. La doppia appartenenza passa attraverso i media. I giovani consumatori sono perfettamente in grado di costruirsi da soli la dieta mediatica che preferiscono, ma esperienze come quella di Mtv. Desi esprime come il mondo mediatico sia attento al vissuto di questi giovani dalla doppia appartenenza. Se nell’epoca d’oro della programmazione televisiva pre-satellitare la comunità immaginata proposta era quella dello stato nazionale monoculturale, oggi le nuove forme televisive, l’effetto nazionalistico dei mediorami si sta dissipando. Non c’è più una sola comunità immaginata, ma al suo fianco se ne articolano altre, su satellite o in streaming. I media mediano culture, cosicché siano al tempo stesso oggetti simbolici e materiali.
il senso di appartenenza comune. I suoi limiti sono il rischio di una normalizzazione e controllo di processi partecipativi.
Nella maggior parte dei luoghi pubblici italiani i giochi stanno ormai scomparendo, per riemergere separatamente in luoghi lontani dalle città. L’esclusione di giochi e sport dalle città non riguarda solo quelli percepiti come “degli immigrati”.Ciò dipende anche da fattori molto pratici come il traffico. Anche le aree verdi hanno un destino analogo. Come mostra Bale la stessa evoluzione storica dello stadio mostra come esso si diventato un luogo di maggior segregazione e separazione, sia dal contesto urbano che al suo interno. Molti hanno visto nei luoghi dove si pratica sport un esempio della società disciplinare di Foucault.Questo tipo di lettura trova sostegno anche nella nascita dei centri polisportivi in cui vige una forma di controllo più sottile: il salutismo. Ronsaldo ci mostra le problematiche legate all’accesso dei luoghi pubblici, mostrando come nella multiculturalissima California si sviluppino relazioni conflittuali in pubblico tra chicani e bianchi. L’autore evidenzia il collegamento tra un’idea troppo astratta di cittadinanza e una troppo omogenea di spazio pubblico: dietro la presunta uguaglianza dei cittadini si nascondono nel caso analizzato pratiche escludenti. L’idea di cittadinanza si è sempre sposata con quella dei luoghi pubblici come spazi omogenei e uniformi, ma la realtà dei fatti è ben lontana da questa immagine utopica. Alcuni studiosi hanno proposto di lavorare sull’idea di comunità come spazio pubblico: accettare un riferimento condiviso ma senza che si costituisca attraverso l’esclusione dell’estraneo o dello straniero. Il tentativo è quello di pensare a forme di comunità che non si chiudano su sé stesse. Per costruire forme di interazione diventano preziose quelle forme inedite di comunità che si formano in spazi formali come spazi e luoghi pubblici. Bisogna sentirsi spaesati per risentirci a casa mantenendo la porta aperta agli altri. Multiculturalismo, allontanamento ed internamento dei giochi rappresentano forme di regolamentazione dell’altro di cui parla Certeau. L’intercultura invece è in linea con il tentativo di riportare i giochi in piazza. Difficile dire quale approccio avrà la meglio, anche se l’ibridismo sta vincendo la separazione.