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Riassunto del libro Il manoscritto inesistente che riguarda i protocolli dei Savi di Sion
Tipologia: Sintesi del corso
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Cesare G. De Michelis Sin dalle prime righe dell’introduzione de Il manoscritto inesistente l’autore, Cesare G. De Michelis, mette in chiaro l’obiettivo della ricerca, che non è quello di illustrare la formazione del mito del “complotto ebraico”, né la storia della sua enorme fortuna attraverso la diffusione dei Protocolli dei savi di Sion (in russo Protokoly sionskix muderkov , per comodità abbreviato in “PSM”); ma è quello di cercare origine, datazione ed attribuzione di questo falso. Questi aspetti sono rimasti fermi alle considerazioni di settant’anni prima di Henri Rollin, le quali sono state ribadite da V. Skuratovskij. Tali considerazioni hanno portato all’ipotesi, in sé plausibile ma mai dimostrata, della compilazione dei Protocolli dei savi di Sion a Parigi attorno al 1897, a cura di Pyotr Ivanovic Rachkovskij e con lui della sezione estera dell’ Oxrana , la polizia segreta zarista. La premessa storica alla ricerca di De Michelis è costituita dai lavori che tra le due guerre mondiali hanno indagato sulla questione dei PSM, ma di grande importanza per l’autore è risultata anche una rivisitazione dei materiali di quello noto come “Processo di Berna” degli anni 1934- 19 35. Ad ogni modo, dopo essere stati editi in Russia una ventina di volte tra il 1903 e il 1912, i PSM cominciarono a diffondersi in Europa nel 1919 con le edizioni tedesca, svedese, polacca, inglese, ungherese e francese; mentre per la prima edizione italiana si dovette aspettare il 1921, a cui seguirono poi traduzioni nelle lingue più disparate. Tanto che oggi viene considerata la “Bibbia dell’antisemitismo”. L’origine del PSM, tuttavia, è sempre rimasta ignota; l’unica cosa a parere certa è che essi derivassero da un manoscritto francese, sottratto o copiato negli ambienti del complotto, ovvero compilato dai “servizi” russi, che tuttavia non risultava più accessibile. Nasce da qui l’ipotesi che il manoscritto stesso possa aver fatto parte esso stesso della mistificazione. I primi editori L’autorevole parere di due studiosi dei PSM, cioè Norman Chon e Pierre-André Taguieff, vorrebbe, con certezza praticamente assoluta, che i “Protocolli” siano stati fabbricati in Francia nel 1897 o nel 1898, a Parigi, dai servizi della polizia segreta dello Zar, l’ Oxrana , diretta in Francia da Pyotr Ivanovic Rachkovskij. Tuttavia, per cercare di risolvere gli enigmi all’origine del PSM niente deve essere dato per scontato, ma bisogna volgere l’attenzione al testo e alla sua trasmissione^1. (^1) De Michelis C. G., Il manoscritto inesistente. I “protocolli dei savi di Sion” un apocrifo del XX secolo, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.
L’opinione più accreditata conferma che i PSM sarebbero la traduzione russa di un testo steso originariamente in francese. Tale testo è stato tramandato in diverse redazioni: quella “completa” e “corretta” del 1905 di Sergej Aleksandrovich Nilus; quella ridotta e “guastata” pubblicata prima da Pavel Krushevan nel 1903, poi da un Anonimo nel 1905, e quindi da Georgij Butmi nel 1905-1906. La traduzione russa risalirebbe al 1901. Le opinioni degli esperti divergono sulla storia del testo a monte dell’archetipo, poiché alcuni sostengono che esso sarebbe il manoscritto fortunosamente tratto in salvo dagli atti di una misteriosa organizzazione ebraica e/o massonica, mentre per altri non sarebbe altro che la mistificazione escogitata da Rachkovskij. De Michelis, a questo punto, passa in rassegno i cinque testimoni noti e le due “redazioni brevi” con lo scopo di stabilire i rapporti tra di loro e, di conseguenza, avanzare ipotesi concrete su datazione e paternità del testo. Edizione Krushevan (K) I PSM comparvero per la prima volta nel settembre del 1903, in nove puntate, su un quotidiano di estrema destra di Pietroburgo, Snamja , fondato da Krushevan, un giornalista antisemita di origine moldava. Questa edizione, benché anonima, sarà citata con l’iniziale del suo nome (K). Il titolo di giornale era Programma della conquista del mondo da parte degli ebrei, ma dalla presentazione e dalla nota finale si trae come titolo del documento la dizione Protocolli delle sedute dell’alleanza mondiale dei frammassoni e dei savi di Sion. Il testo consta di 22 capitoli, come l’Apocalisse. La nota conclusiva dell’editore afferma che la “seconda parte” fosse pubblicata con tagli: da qui l’affermazione che si tratti di un’edizione ridotta rispetto ad un testo completo, il quale sarebbe tramandato dalle altre edizioni. Inoltre, sono riscontrabili alche altrove nel testo. Ciò implica che per una qualche ragione la pubblicazione di K sia stata affrettata, da un testo non ancora considerato definitivo, e questo viene confermato da alcune peculiarità testuali, di cui la più rilevante è la sua abnorme natura linguistica, in particolare a causa di anomalie lessicali, morfologiche e/o sintattiche e della presenza di ucrainismi^2. Tuttavia va escluso che anomalie di questo tipo vadano tutte imputate al proto, e che un testo steso in russo corretto sia stato sistematicamente corrotto dall’editore, bisogna ritenere che K rifletta la stesura primitiva, dunque la più vicina al protografo: la più vicina, non “il” protografo come mostrano i brani omessi. Nel 1904 il 1° protocollo di K venne riedito nel secondo volume della 3° edizione di “Il Talmud e gli ebrei” ( Talmud i evrei ), nel quale era presentato come estratto dai protocolli massonico-sionisti tradotti dal francese. Il testo è identico con la correzione degli errori più marcati. (^2) De Michelis, 2004, Il manoscritto , op. cit., p.
“salomonica” dei PSM; vengono accentuate le caratteristiche francesi del testo; vengono attuati ulteriori spostamenti temporali nella sequenzialità del piano, introducendo una modifica notevole di senso nel testo. Perfezionata la “pulizia linguistica”, accentuati i tratti “francesi” del progetto giudaico del dominio mondiale e spostata l’attenzione sui savi che non sono più quelli del tempo di Salomone, ma del movimento sionista, N aveva tutti i crismi per soppiantare le edizioni precedenti e acquisire il ruolo di testimone privilegiato del PSM. La storia della sua fortuna, a partire dal primo dopoguerra, coincide quasi completamente con quella stessa dei PSM. L’edizione Butmi (B) La quinta edizione dei PSM si deve a Georgij Vasil’evich Butmi de Kacman. B apparve verso la fine del 1905 o inizio 1906 nel libello Requisitorie. I nemici del genere umano edito dall’ Alleanza del popolo russo , di cui Butmi era uno dei fondatori, con titolo di Protocolli tratti dai depositi segreti della Cancelleria Centrale di Sion. B ha avuto una discreta importanza nella storia del PSM: in Russia esercitò una sua funzione all’epoca della loro comparsa, ma ebbe qualche fortuna anche in Germania e in Francia. Prima redazione breve (R) Nel 1905 la rivista di Xar’kov, Il lavoro pacifico , pubblicò una “redazione breve” dei PSM esposta da Mordvinov a Pietroburgo ad una riunione del Circolo russo come discorso di uno dei dirigenti e amministratori del popolo giudeo, letto nelle riunioni dei capi del Sionismo. Tale redazione aveva il titolo I segreti della politica, i mezzi delle sue azioni e i risultati da essa conseguiti grazie alla scienza e allo pseudo liberalismo. R, quindi, è un riassunto elaborato dei PSM, e riapparve a puntate del corso del 1906 su un periodico e su un volumetto, e attesta uno stadio ancora confuso della storia dei PSM. La seconda redazione breve Lo studioso Juri Begunov riporta infine un’altra redazione breve dei PSM, apparsa, assieme ad un documento massonico antirusso dato per steso negli Stati Uniti nel 1871, in una brochure pubblicata a Mosca nel 1917, da titolo Estratto dai protocolli del I Congresso sionista, tenutosi a Basilea nell’agosto 1897, esposti al consiglio degli anziani dal “Principe dell’esilio” Teodor Herzl. Si tratta di una raccolta di brani estratti da alcuni protocolli; lo stesso Begunov è convinto che si tratti di un documento originale, capitato in Russia all’epoca del viaggio di Theodor Herzl, ma è evidente come in realtà si abbia a che fare con un estratto di N.
Si arriva quindi ad un altro punto dell’indagine di De Michelis. Esistono infatti varie testimonianze secondo le quali le edizioni dei PSM precedentemente descritte dipenderebbero da precedenti testimoni, che tra le altre cose proverebbero l’esistenza del testo prima del 1903; tuttavia nessuno di questi risponde ad un nome, di conseguenza l’autore vi si riferisce come “testimoni sconosciuti”. Il primo di questi testimoni, Protocolli antichi e moderni delle riunioni dei savi di Sion , risalirebbe agli anni tra il 1895 e il 1897; l’editore (da cui deriverà l’abbreviazione “S”) era Filipp Petrovich Stepanov, consigliere effettivo di Stato e procuratore della sezione moscovita del Santo Sinodo e membro della Alleanza del popolo russo. In una testimonianza resa in Jugoslavia nel 1927, Stepanov dichiarò che nel 1895 un suo conoscente (il maggiore a riposo Aleksej Nikolaevich Suxotin) gli avrebbe trasmesso una copia manoscritta dei PSM, aggiungendo che questa era stata trovata da un’anonima signora a Parigi. Questa signora avrebbe avuto il documento da un suo amico ebreo, per poi tradurla e portarla in Russia, consegnandola al suddetto Suxotin. Stepanov, ottenuto il documento, avrebbe poi stampato questa edizione dei PSM in un’imprecisata tipografia nel 1897; Nilus avrebbe quindi successivamente ristampato questi protocolli in una sua opera con un proprio commento. L’anonima signora venne poi indicata in Justina Glinka, figlia di un diplomatico e già collaboratrice dell’Oxrana. Questa storia appare molto sospetta, ma ottenne credito grazie ad una nota dello stesso Nilus che indicava Suxotin come fonte. Norman Cohn, invece, ricorda che una copia del testo, conservata a Mosca, esisteva ancora all’epoca del Processo di Berna del 1934; le autorità sovietiche ne mandarono una copia di quattro pagine al Tribunale svizzero. Esiste tutt’oggi una traduzione tedesca dell’estratto inviato a Berna, da cui si deduce che il testo deve essere stato praticamente identico a quello curato in seguito da Nilus. Inoltre la storia di Stepanov diverge dalle precedenti versioni dell’origine dei PSM: De Michelis fa notare che se essi fossero giunti in Russia nel 1895, per di più già tradotti, non si sarebbe potuto poi collegarli al I Congresso sionista del
afferma di aver letto non è quello che noi conosciamo; solo così si spiega la sua denuncia del “falso”, come di un testo non riferibile al tempo di Salomone benché spacciato per tale. Concludendo, nell’aprile 1902 i PSM erano ancora in fase di elaborazione, e lo erano sotto forma di “vero falso” (un falso, attribuito a Salomone e ai “suoi savi”, che sarebbe stato veramente compilato da misteriosi ebrei), mentre successivamente, forse per la difficoltà di mantenere una parvenza di plausibilità, già compromessa da quel “929 a.C.”, sono stati realizzati sotto forma di “falso vero”, cioè un falso documento da attribuire agli ebrei odierni, come vera guida del loro agire collettivo. Da qui deriverebbe anche lo slittamento delle coordinate temporali: il “vero falso” risalente al X secolo a.C. sarebbe stato tanto più credibile quanto più avesse portato tracce di rielaborazioni fino ai giorni del “furto”, mentre per accreditare il “falso vero” bisognava fissare la stesura in tempi recenti ed in un luogo preciso, ma non più modificabili. Anzi, uscendo allo scoperto si aggiungeva la preoccupazione di retrodatare il più possibile tale momento per evidenziare il carattere “profetico” dei PSM in relazione alla rivoluzione in atto. Si è finito così per scegliere, in linea di massima, la Francia dell’affare Dreyfus, all’epoca del I Congresso sionista del 1897. Introduzione alla lettura Taguieff introduce allo studio del PSM proponendo quattro punti di vista: si posso studiare nel quadro d’una storia, tipologia e psicosociologia delle teorie del complotto, connesse con il fenomeno delle società segrete moderne come fatto e come mito; possono essere studiati nel quadro di una storia dell’antisemitismo, e più precisamente nel quadro di una storia delle elaborazioni ideologiche antiebraiche nell’età moderna e contemporanea; possono essere studiati in quanto falso, nel quadro di una storia delle fabbricazioni legate a delle manipolazioni poliziesche o ancora nel quadro di una storia delle imposture testuali e delle mistificazioni letterarie; e infine possono essere studiati nel quadro di una storia o di un’antropologia delle credenze demoniache^3. Tuttavia, secondo De Michelis, Taguieff offre un’analisi non adeguata alla loro esegesi. Nonostante ciò compie un passo avanti rispetto al modello interpretativo di Cohn che, assumendo come fondate la categoria della “psicologia collettiva”, finiva per trasferire sul terreno psicanalitico una intricata questione critico-testuale e storico-culturale. De Michelis procederà in maniera simile ma riformulando la questione in modo da porre al centro dell’attenzione il testo piuttosto che gli ideologemi, le convenzioni scrittorie e le peculiarità letterarie più che la psicologia individuale o collettiva. (^3) De Michelis, 2004, Il manoscritto , op. cit., p. 79
Mistificazione, narrazione, verosimiglianza I PSM si presentano come un “apocrifo” nel senso di “scritto nascosto, segreto”, ma l’autore sostiene che lo sono nel senso di “testo falsamente attribuito ad un’epoca o a un autore”. Dunque un falso, ma di tipo particolare. Ciò è dovuto a circostanze imponderabili al momento della stesura, in particolare con la sua fruizione su scala mondiale a più di quindici anni di distanza, con una guerra e una rivoluzione devastanti nel mezzo. I PSM sarebbero “veridici”, al di la della loro autenticità, perché rispecchierebbero la vera natura dell’ebraismo e dei suoi fini che sarebbe veramente quella indicata dai PSM. Dunque la veridicità dei PSM sarebbe stata garantita dal fatto che si trattava si di un falso, ma escogitato veramente da moderni ebrei. In anni recenti è stata elaborata una spiegazione a ciò: prima o poi l’egemonia ebraica nel mondo finanziario e produttivo alla fine del XIX secolo sarebbe divenuta palese, e ciò avrebbe indotto il mondo non ebraico a trarne deduzioni sgradite; per aggirare l’ostacolo, gli autori sionisti dei PSM avrebbero così dato un quadro ipertrofizzato del predominio ebraico, collegando allo stesso tempo ai PSM tutte le possibili considerazioni in merito. Da allora ogni forma di antisemitismo si sarebbe potuta dichiarare ispirata a questo documento provocatorio. La potenzialità persuasiva dei PSM, rimasta indenne a decenni di confutazioni, si fonda in realtà su un meccanismo tipico dei mitologemi, di trovare al proprio interno autoreferenzialità sistematica. Teologia e antiteologia I PSM sono intessuti di pseudo-teologemi, cioè di espressioni e concetti tratti dalla cultura religiosa giudaico-cristiana, senza però un intento di genuina riflessione teologica. Ciò riguarda anche la loro cornice e la lettura ad essi dedicata. L’aspetto religioso dei PSM è stato spesso avanzato a sostegno della loro affidabilità. La natura del referente concettuale dei PSM è storico-teologica, o meglio di una particolare teologia della storia, con un riferimento implicito alla “terza Roma”. Quindi, secondo De Michelis, lo studio andrà condotto in termini di “critica teologica”, ricorrendo, almeno in parte, ad una delle indicazioni di Taguieff di cui sopra, in particolare quella che afferma che i PSM vanno affrontati nel quadro di una storia delle idee teologiche. Ciò per almeno due ragioni: perché l’orizzonte semiotico entro cui si situa il preteso piano della cospirazione ebraica è quello veterotestamentario del “popolo eletto”; perché l’ottica dalla quale il falsario asserva questo orizzonte è quella della “civiltà cristiana”, che sarebbe minacciata per l’attuarsi del piano stesso. I PSM non saranno una Bibbia compendiata, ma sicuramente hanno molte caratteristiche, anche formali, per essere recepiti come duplicati di libri biblici, a cominciare dal numero dei capitoli. In realtà l’autore afferma che esaminando il testo
chiama la “terza caratteristica” della “subcultura dell’antisemitismo russo”, dice che la “Volontà Superiore” che dirigerebbe il mondo non è identificata con Dio, ma nei suoi sostituti secolarizzati come il “governo mondiale ebraico”, “i savi di Sion”, il “gabinetto nero”. Si avverte qui la maggiore distanza tra i PSM e il Segreto dell’ebraismo , che invece richiama il “deicidio” e definiva il complotto ebraico come ideato dagli Esseni al fine di affrettare il ritorno degli ebrei nella grazia divina. In conclusione, nel loro profondo e nelle loro potenzialità i PSM sono un libro anticristiano, antigiudaico, ateo; sotto tale profilo essi appaiono il prototipo di quella pseudoteologia che ha mantenuto una considerevole influenza sullo sviluppo dei moderni movimenti totalitari. Il complotto “giudaico-massonico” Il mito del complotto massonico e di quello giudaico hanno una lunga storia alle spalle dei PSM. L’aspetto in comune è la formazione dell’idea della sinergia giudico-massonica; ma va rilevato che la versione giudaico-massonica del complotto sia già presente alla fine del Settecento; ciò non solo sposta di molto indietro la formazione del mito rispetto alla sua manifestazione francese di secondo Ottocento, ma precede anche la prima formulazione russa, che Dudakov ritiene originale quando sostiene che il primato nella denuncia di un complotto giudaico-massonico spetti ad un russo e risalga al 1831. La sinergia protestante-massonica verrà denunciata da Smakon nel 1912; ma nel corso del XIX secolo erano giunte in Russia molte fonti ad avvalorare anche l’idea del complotto giudaico- massonico e all’inizio del XX l’estensore dei PSM aveva a disposizione un vasto repertorio, nel quale trovavano posto le tradizioni più disparate; tale tematica, che aveva il fascino del sapere iniziatico, venne poi ripresa da personaggi implicati nella compilazione del PSM. Non solo: da modello complottologico, il nesso tra il “piano dei Savi” (i PSM) e la massoneria (le società segrete) si trasforma in motivazione per spiegare l’origine stessa dei PSM, sia nella variante apologetica che in quella critica. Nel testo dei PSM si parla della massoneria essenzialmente come metafora di forme occulte di connivenza, prossima alla nozione di solidarnost’ ovvero come di uno strumento interamente nelle mani dei “superiori sconosciuti” del complotto, ovviamente gli ebrei. Di fatti i “savi di Sion”, com’è indicato dal 12° protocollo, si ripromettono di non far sopravvivere l’organizzazione massonica all’istaurazione del “regno della stirpe di Davide”; il suo uso da parte della “centrale ebraica” è dunque strumentale e transitorio. Queste affermazioni sono sostanzialmente incompatibili con il titolo di K, secondo il quale i “savi di Sion” siederebbero nella stessa organizzazione dei massoni: essendo i protocolli frutto delle loro
riunioni congiunte, è poco probabile che i “savi di Sion” facciano sapere ai massoni di avere intenzione di servirsene per poi eliminarli. Tuttavia, la variante giudaico-massonica dei PSM era stata elaborata in un paese dove la massoneria non esisteva. Il complotto giudaico-massonico così come risulta dei PSM che ne vorrebbero essere la più evidente testimonianza, si rivela dunque un ideologema di natura e valenza specificatamente russa, che stempera la sua eccentricità in un insieme concettuale dai connotati tanto più minacciosi quanto più distanti dalla concretezza storica del fenomeno cui fa riferimento. Machiavellismo e anti-machiavellismo Il machiavellismo presente all’interno dei PSM è, secondo De Michelis, di tipo “machiavellico” e non “machiavelliano”, poiché riprende quasi alla lettera un passo del Machiavelli-Napoleone di Joly, senza però avere un riscontro preciso ne Il Principe né in altri testi di Machiavelli. Ma in ciò risiede tutta l’ambiguità del discorso dei PSM, nel senso che esso viene attribuito ai “savi di Sion” in relazione al loro piano di conquista del mondo, ma insieme rispecchia le convinzioni della destra radicale russa in ordine al potere autocratico e ai mezzi per conservarlo. Questa affermazione è autoreferenziale nel senso che il falsario sta usando contro i modelli rivoluzionari del suo tempo un modello elaborato dalle frange estreme del movimento rivoluzionario russo di fine Ottocento, cioè appunto il machiavellismo. Il nesso che viene dato per scontato, sta nell’identificazione dello spirito ebraico con machiavellismo, da un lato, e col nihilismo dall’altro. Tale identificazione non è originale dei PSM, ne ad essi peculiare: era già stata ampiamente tematizzata da Osman Bey trent’anni prima^4. La convinzione che l’ebraismo sia per sua natura “machiavellico” è poi passata all’antisemitismo occidentale, in particolare nei testi che, in sintonia con i PSM, sono all’origine del nazismo. De Michelis sottolinea che per capire al meglio questo incastro occorre fare brevemente la storia dei termini che erano in gioco. Nella Russia imperiale, post-petrina, gli scritti di Machiavelli sono sempre stati colpiti da una forte interdizione. In realtà nell’ideazione dei PSM il ruolo della pubblicistica politica è relativamente secondario rispetto a quello svolto dell’invenzione romanzesca. Difatti il filone letterario nel quale si iscrivono tutti i romanzi e i racconti che contribuirono a fondare in Russia il mito del complotto ebraico è quello del “romanzo antinihilista”, il cui stereotipo venne elaborato già alla fine degli anni Sessanta. Dunque, sia per via ideologica che per via letteraria, il “brodo di coltura” da cui nascono i PSM è quello della polemica contro il movimento estremista nato sul filone del “radicalismo populista” (^4) De Michelis, 2004, Il manoscritto , op. cit., p. 139
negli anni in cui il governo Disraeli pareva attestare la sotterranea sinergia anglo-ebraica. Il suo contributo più celebre alla causa fu il pamphlet sugli ebrei alla conquista del mondo del 1873 che gli valse la fama di mistificatore paranoico ma anche un certo credito da parte della polizia. Tuttavia dopo la rivoluzione russa del 1917 fu scoperto negli archivi un memorandum del conte Lamzdorf datato 1906, in cui le fantasia di Osman Bay venivano completamente accettate. L’edizione italiana del suo pamphlet non passò inosservata. Ma, nonostante le numerose critiche, i suoi scritti ebbero un certo riscontro: le sue rivelazioni sul nihilismo furono riprese nel libretto sulla Russia di un ex combattente di Crimea, e Gli ebrei alla conquista del mondo fu riesumato negli anni delle leggi razziali proponendolo come antesignano della causa. L’antisemita russo di maggior rilevo attivo in Italia fu Nikolaj Davidovic Zevaxov, passato quasi inosservato. Il suo libro sui PSM resta uno dei pochi testi dell’antisemitismo russo apparsi in Italia, e lo ritroviamo tra i libri che Mussolini aveva con sé all’epoca della RSI. I “protocolli” e l’antisemitismo italiano In Italia i PSM apparvero subito dopo la guerra e in traduzioni secondarie; la prima notizia certa risale al 1920. A giugno il marchese P. Misciattelli presentò su “Il Resto del Carlino” la prima edizione inglese dei PSM; affermava di non essere antisemita tuttavia le macchinazioni degli ebrei spiegavano cosa stava succedendo nel mondo. Insieme a “Il Resto del Carlino” anche altri giornali italiani pubblicarono la notizia della pubblicazione dei PSM, avvallandone la veridicità senza schierarsi sulla loro autenticità. Copie dattiloscritte dei PSM in varie lingue cominciarono a circolare tra i delegati alla Conferenza di pace di Versailles, e cominciarono ad apparire anche sulle scrivanie dei ministri e funzionari di diverse città occidentali, compresa Roma. Lo scopo sarebbe stato di convincere le potenze vincitrici ad intensificare il loro intervento in Russia. De Michelis non ha trovato riscontri a questa notizia per quanto concerne l’Italia, tuttavia il ministero degli Esteri seguiva i fenomeni di antisemitismo durante la guerra civile, e non va escluso che anche i PSM siano passati per le mani della nostra diplomazia^6. In generale, le traduzioni italiane dei PSM sono state cinque, tutte riprese dalla traduzione in inglese del testo di Nilus. Dunque la questione è quanto il testo italiano corrisponda a quello originale di Nilus, l’autore segnala alcune divergenze nella traduzione rispetto all’originale. (^6) De Michelis, 2004, Il manoscritto , op. cit., p.
La fortuna dei PSM in Italia ha avuto un andamento discontinuo, con picchi all’epoca della loro acquisizione e delle prime traduzioni (1920-1924), dell’utilizzazione nella campagna razziale (1937-1945), poi del riemergere in ambienti neofascisti e cattolici reazionari (1971-1976), fino ad una ripresa della riflessione critica in anni più recenti. Questi momenti corrispondono grosso modo alle varie fasi della fortuna dei PSM su scala mondiale: dopo la prima apparizione in Russia (1903-
ristampe dovute a gruppi neofascisti e cattolici tradizionalisti. Ma la modalità di lettura di allora si sono perpetuate senza alcun reale stimolo critico. In conclusione, la fruizione dei PSM in Italia risulta viziata da molteplici fattori: da traduzioni che distorcono il senso non solo dell’archetipo, ma anche della redazione da cui dipendono; da una sostanziale sordità al pur presente referente italiano: dall’origine duplice dell’antisemitismo che vi si era radicato; dalla inadeguatezza storico-culturale ad apprezzarne la specificità russa. La stessa “subcultura antisemita”, dai primi anni Venti agli anni Trenta e Quaranta, fino agli anni Settanta- Novanta, è rimasta prigioniera di istanze mitico-storiosofiche; e, nella convinzione che sia più importante il “cosa” che il “come”, ha introdotto distorsioni non marginali proprio nel “che cosa” dicono i PSM.
Bibliografia