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Microclima ottimale nei vari ambienti ospedalieri, Dispense di Patologia

Informazioni dettagliate sul quadro normativo di riferimento relativo al microambiente in un ospedale, inclusi i valori di temperatura, umidità e ricambi d'aria necessari per mantenere un microclima ottimale. Inoltre, vengono descritti i metodi per mantenere il microclima stabile e le misure di igiene ambientale necessarie per prevenire le malattie infettive. Particolarmente utile per chi lavora nell'ambito della sanità o della gestione degli ospedali.

Tipologia: Dispense

2023/2024

Caricato il 23/04/2024

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Cos’è il microclima
ospedaliero
Il concetto di microclima ospedaliero si riferisce ad un insieme di parametri
ambientali, che condizionano lo scambio termico tra un individuo e l’ambiente
circostante in un luogo chiuso, come un ospedale.
Il comfort microclimatico all’interno di un ospedale è di estrema importanza perché, non
solo condiziona le capacità lavorative dello staff medico e degli operatori sanitari, ma può
influire anche sullo stato di sofferenza fisiologica dei pazienti.
Quali parametri considerare per
valutare il microclima in un
ospedale
Il microclima dunque è quell’atmosfera artificiale presente all’interno di un ambiente
confinato e determinata da alcuni parametri fisici, chimici e microbiologici dell’aria in essa
contenuta, e cioè:
1.Purezza;
2.Temperatura;
3.Umidità;
4.Ventilazione o movimento;
5.Pressione.
In un ambiente confinato come quello ospedaliero lavorano e sostano delle persone.
Queste respirando modificano l’aria in esso contenuta: l’ossigeno diminuisce e l’anidride
carbonica aumenta.
Il limite tollerabile di respirabilità dell’aria confinata è dato proprio da quest’ultima, che
non deve superare l’1 per mille parti.
Per pazienti allettati che tendono ad avere una ridotta produzione di calore, la
temperatura ottimale deve essere tra i 20 e i 24°C in inverno e 22 e 26°C in estate.
L’umidità relativa deve essere contenuta in una percentuale che va dal 35% al 70%.
La velocità dell’aria è indispensabile per favorire il benessere dell’organismo. I valori
accettabili devono essere compresi tra i 40 e 50 cm al secondo in periodi caldi, mentre nel
periodo invernale la velocità non deve superare i 12 cm al secondo.
I tre parametri (velocità, umidità e temperatura) devono essere confrontati tra di loro
perché la modifica di uno deve prevedere modifica degli altri.
In ambienti ospedalieri dove non ci devono essere scambi con l’esterno, per esempio negli
ambienti che devono mantenere la sterilità, un altro fattore da prendere in considerazione
è la pressione. In questo caso, essa deve avere valori leggermente maggiori di quella
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Scarica Microclima ottimale nei vari ambienti ospedalieri e più Dispense in PDF di Patologia solo su Docsity!

Cos’è il microclima

ospedaliero

Il concetto di microclima ospedaliero si riferisce ad un insieme di parametri

ambientali, che condizionano lo scambio termico tra un individuo e l’ambiente

circostante in un luogo chiuso, come un ospedale.

Il comfort microclimatico all’interno di un ospedale è di estrema importanza perché, non solo condiziona le capacità lavorative dello staff medico e degli operatori sanitari, ma può influire anche sullo stato di sofferenza fisiologica dei pazienti.

Quali parametri considerare per

valutare il microclima in un

ospedale

Il microclima dunque è quell’atmosfera artificiale presente all’interno di un ambiente confinato e determinata da alcuni parametri fisici, chimici e microbiologici dell’aria in essa contenuta, e cioè:

  1. Purezza;
  2. Temperatura;
  3. Umidità;
  4. Ventilazione o movimento;
  5. Pressione. In un ambiente confinato come quello ospedaliero lavorano e sostano delle persone. Queste respirando modificano l’aria in esso contenuta: l’ossigeno diminuisce e l’anidride carbonica aumenta. Il limite tollerabile di respirabilità dell’aria confinata è dato proprio da quest’ultima, che non deve superare l’1 per mille parti. Per pazienti allettati che tendono ad avere una ridotta produzione di calore, la temperatura ottimale deve essere tra i 20 e i 24°C in inverno e 22 e 26°C in estate. L’umidità relativa deve essere contenuta in una percentuale che va dal 35% al 70%. La velocità dell’aria è indispensabile per favorire il benessere dell’organismo. I valori accettabili devono essere compresi tra i 40 e 50 cm al secondo in periodi caldi, mentre nel periodo invernale la velocità non deve superare i 12 cm al secondo. I tre parametri (velocità, umidità e temperatura) devono essere confrontati tra di loro perché la modifica di uno deve prevedere modifica degli altri. In ambienti ospedalieri dove non ci devono essere scambi con l’esterno, per esempio negli ambienti che devono mantenere la sterilità, un altro fattore da prendere in considerazione è la pressione. In questo caso, essa deve avere valori leggermente maggiori di quella

esterna. È del tutto ovvio specificare che, questi parametri vanno monitorati costantemente ed eventualmente corretti, per evitare che possano influenzare in negativo

il microclima che si crea all’interno di un ospedale.

Il quadro normativo di riferimento relativo al microambiente è dettato da: Normativa di riferimento  Dlgs n.81 del 2008 (Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro);  Norma tecnica UNI EN ISO 7730-2006. Il titolo VIII del T.U. definisce il microclima come uno degli agenti di rischio fisico e ribadisce l’obbligo alla valutazione delle misure atte a minimizzare tale rischio. Pur riportando nell’allegato IV i parametri microclimatici di comfort valutabili, non indica criteri quantitativi ed indicazioni su come valutare questo rischio. La normativa tecnica, invece, stabilisce metodo e criteri per una valutazione del comfort/discomfort microclimatico, in base ad indicatori sintetici di qualità: PMV (Predicted Mean Vote) e PPD (Predicted Percentage of Dissatisfied). Si tratta, rispettivamente, del giudizio medio di qualità termica relativo alle condizioni microclimatiche in esame e la percentuale di soggetti insoddisfatti dalle condizioni microclimatiche valutate. Il microclima negli ambienti ospedalieri La salubrità di un ambiente confinato come un ospedale è essenziale per garantire il benessere e la salute delle persone che vi sono all’interno. Un ospedale è strutturato in diversi ambienti, ciascuno con una sua funzione specifica. Quelli che vengono ritenuti maggiormente rilevanti, ed in cui va fatta un’attenta e costante valutazione del microclima, sono:

  1. Sala operatoria
  2. Area di degenza
  3. Pronto soccorso ospedaliero
  4. Punto nascita-Sala parto
  5. Rianimazione e terapia intensiva;
  6. Terapia intensiva neonatale;
  7. Medicina nucleare;
  8. Farmacia ospedaliera;
  9. Servizio mortuario. Ciascuno di questi ambienti, secondo le direttive del DPR del 14 gennaio 1997, deve possedere e mantenere alcune fondamentali caratteristiche microclimatiche, che variano in base alle attività che si svolgono al loro interno e ai loro particolari requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi. Le modalità di verifica dei parametri del microclima ospedaliero all’interno delle strutture sanitarie sono di competenza delle regioni, assieme alla verifica stessa che dovrebbe essere praticata almeno ogni cinque anni o quando si reputa necessaria.

Gestione del riscaldamento (in inverno) e dei condizionatori (in estate), per evitare sbalzi eccessivi di temperatura e/o umidità tra interno ed esterno o da un ambiente all’altro;  Illuminazione , deve essere adeguata, diffusa ed omogenea in ogni ambiente;  Ricambi d’aria , almeno 2 ogni ora, da garantire anche quando manca l’aerazione naturale. Sistema di termoregolazione Il sistema di termoregolazione del corpo umano, situato nella zona del cervello denominata ipotalamo, svolge la funzione di regolare gli scambi termici tra corpo umano e ambiente e mantenere costante la temperatura interna. Quando fa troppo caldo, il sistema di termoregolazione innesca una serie di meccanismi in grado di cedere calore all'esterno, mentre quando fa troppo freddo, interviene limitando la dispersione del calore. Il microclima può influenzare gli scambi termici tra individuo e ambiente e in alcune situazioni ostacolare i meccanismi di termoregolazione. Ad esempio elevati valori di umidità dell'aria in estate possono aumentare il disagio correlato alla sensazione di caldo: l'elevata presenza di vapore acqueo nell'aria ostacola l'evaporazione dell’acqua contenuta nel sudore, che rappresenta il processo fondamentale per il corpo umano per disperdere il calore in eccesso. Ciò spiega come mai in presenza di afa, una situazione climatica caratterizzata da un alto valore di umidità relativa, il corpo umano tolleri di meno il disagio del caldo e la temperatura percepita sia superiore alla temperatura ambientale effettiva (misurata dal termometro). La ragione per cui il vento può aumentare il disagio correlato alla sensazione di freddo è legata al fatto che esso aumenta la velocità con cui il corpo perde calore. La cosiddetta temperatura percepita, ossia la sensazione di "caldo" o di "freddo", è quindi legata non solo alla temperatura effettiva ma anche alle altre condizioni ambientali. Benessere termico Quando il corpo umano, con minimo impegno dei meccanismi di termoregolazione, non prova sensazione di freddo o di caldo, l’individuo viene a trovarsi in uno stato di soddisfazione nei confronti dell'ambiente detto " benessere termico ". Tale condizione ottimale si verifica solo se i parametri ambientali temperatura, umidità relativa e velocità dell'aria sono opportunamente graduati. La ventilazione, può influenzare i parametri microclimatici e svolge un ruolo importante nel processo di termoregolazione del corpo umano e nel garantire situazioni di comfort ambientale. Benessere microclimatico e comfort ambientale si riferiscono alla condizione ambientale in cui l'aria interna è percepita come ottimale dalla maggior parte degli occupanti dal punto di vista delle proprietà sia fisiche (temperatura, umidità, ventilazione) che chimiche (aria "pulita" o "fresca").

Nella seguente tabella si riportano le condizioni microclimatiche ottimali di un ambiente, per attività fisica moderata (sedentaria), abbigliamento adeguato e in assenza di irraggiamento, in cui la maggioranza degli "occupanti", si trova in una sensazione di benessere termico. Condizioni microclimatiche ottimali Stagione Temperatura dell'aria (T) Umidità Relativa(UR) Velocità dell'aria(V) Inverno* 19-22°C 40-50% 0,01- 0,1 m/s Estate* 24-26°C 50-60% 0,1-0,2 m/s Cosa deve controllare l'operatore socio sanitario per far sì che tal equilibrio rimanga stabile le cose che possono modificare il microclima sono:

  • illuminazione della stanza , non deve essere troppo debole ma neanche troppo abbagliante e soprattutto deve essere diffusa in maniera costante in tutto l'ambiente.
  • ventilazione della stanza , può avvenire attraverso aperture naturali ma anche attraverso sistemi climatizzanti. L'importante è assicurare il ricambio dell'aria nella stanza. Questi devono essere almeno due per ora in caso di scambio aria attraverso porte e finestre e fino a 6 ore in caso di aria prodotta con climatizzatore.
  • riscaldamento della stanza , deve essere distribuito in maniera uniforme e mantenersi nei valori di temperatura sopra riportati.
  • condizionamento , in caso di utilizzo di mezzi artificiali per l'aria bisogna controllare che questi mantengano i valori ambientali idonei per quanto riguarda la temperatura e l'umidità e che siano disposti in modo da distribuire l'aria uniformemente nella stanza. In merito alla presenza di polveri e microrganismi bisognerà intervenire con tutte le procedure legate alla pulizia, sanificazione, disinfettazione, ecc.

disinfezione. I prodotti comunemente usati per le operazioni di sanificazione sono i detergenti, cioè sostanze di origine sintetica, i tensioattivi, la cui azione è quella di rimuovere lo sporco dalle superfici. Per rendere più efficace questa azione, e ottenere quindi la massima detersione, devono concorrere, in uguale misura, quattro elementi: azione chimica del prodotto, azione meccanica, temperatura dell’acqua, tempo di contatto. Nella scelta dell’uno o dell’altro detergente deve essere posta sempre attenzione ai seguenti elementi:  La motivazione dell’impiego;  Le caratteristiche dell’area da sanificare (basso, medio, alto rischio); L’interazione tra i detergenti, evenienza che può dar luogo a una riduzione della loro efficacia.  La capacità di formare schiuma;  La solubilità in acqua e olio;  La capacità di resistenza all’acqua dura;  La capacità di penetrazione  Il pH;  La sospensione e il frazionamento dello sporco. Per usare correttamente le diverse tipologie di detergenti è importante consultare sistematicamente le indicazioni d’uso (dosi, concentrazioni, diluizioni, conservazione, smaltimento ecc) che si trovano solitamente sull’etichetta posta all’esterno del contenitore. MATERIALE PER LA SANIFICAZIONE: garze, mollettoni, strofinacci, frange ecc. in genere materiale monouso, fatta eccezione per le frange devono essere mantenuti in luoghi dedicati, puliti e asciutti. E’ controindicato l’impiego di spugne perché si contaminano e possono diventare veicoli per la trasmissione dei microorganismi. STRUMENTI PER LA SANIFICAZIONE: anche i diversi strumenti come i materiali vanno mantenuti puliti e conservati in luoghi dedicati. Tra quelli più frequentemente usati vi sono:  La scopa a trapezio, formata da una base trapezoide, sulla quale viene montata una garza monouso, usata per l’asportazione della polvere dai pavimenti;  Il carrello mop, costituito da due secchi di plastica (uno solitamente di colore blu e l’altro di colore rosso), disposto su un supporto su ruote snodate. Questo viene di solito utilizzato per la detersione giornaliera dei pavimenti;  La monospazzola una macchina fornita di spazzola circolare. Questa può essere utilizzata per le decerature dei pavimenti, per il trattamento di pavimenti protetti da cera (durante le pulizie a fondo);

 La macchina lavasciuga una macchina dotata di spazzole di pulizia, di un serbatoio per l’acqua e il detergente, di un serbatoio per l’acqua sporca e di un dispositivo aspira liquidi. Usato solitamente per il trattamento di ampie superfici. La sanificazione si realizza attraverso operazioni quotidiane, la pulizia giornaliera, e operazioni periodiche, la pulizia di fondo. A differenziare la sanificazione nelle diverse aree, in relazione al livello di rischio, sono le modalità, solo per alcuni aspetti, e la frequenza. UNITA’ OPERATIVA E STANZE DI DEGENZA È quel complesso di ambienti utilizzati 24 su 24 nei quali soggiornano gli ammalati. Nel passato:  Corsie con camere a più letti (almeno 6 ed oltre) Bagni fuori dalle stanze  Pochi spazi per eseguire le pratiche assistenziali Oggi:  Stanze da 2 – 4 letti  Bagno in camera  Locali adibiti per le pratiche assistenziali (ambulatorio, guardiola, soggiorno, studio medici, ecc) UNITA’ DI VITA DEL MALATO È composta dal letto, il comodino, il tavolino da letto, la sedia, l’armadio, il sistema di chiamata. IL LETTO: il letto ospedaliero ha dei componenti che lo caratterizzano e lo differenziano da quello di casa e che riguardano il materiale di costruzione, le dimensioni, l’altezza del piano, l’agibilità e la manovrabilità. Il letto maggiormente utilizzato è il letto articolato. È in materiale lavabile e disinfettabile e provvisto di ruote con sistema frenante; la sua struttura e le sue caratteristiche consentono al paziente una certa autonomia nei cambi di posizione e al personale di assistenza una buona facilità di manovra. Le posizioni ottenibili con la variazione dei diversi segmenti del piano di giacenza sono  Posizione supina  Posizione secondo trendelenburg (il piano di giacenza è inclinato in modo da abbassare la testata e alzare la parte inferiore)  Posizione anti-trendeleburg (il piano di giacenza è inclinato in modo da alzare la testata e abbassare la parte inferiore  Posizione seduta o semi seduta con gli arti inferiori orizzontali o abbassati, “posizione spezzata”  Posizione semi-seduta e seduta

in genere è di cotone, di colore bianco, verde o tinta pastello. In luoghi particolari, come le sale operatorie, può essere impiegata biancheria da materiali particolari quali il TNT (tessuto non tessuto) o la microfibra. Questi materiali, per le loro caratteristiche di permeabilità ed idrorepellenza, contribuiscono alla prevenzione delle infezioni in sala operatoria. COMODINO, ARMADIO, SEDIA E TAVOLINO DA LETTO tali accessori sono costruiti in materiale facilmente lavabile e disinfettabile; SISTEMA DI CHIAMATA: ne esistono di diversi tipi: luminosi, sonori, con citofono. Questo strumento permette alla persona assistita di segnalare, attraverso la chiamata, la necessità di aiuto al personale di assistenza e, a quest’ultimo, di individuare rapidamente la provenienza e quindi di assicurare una risposta tempestiva e mirata. La pulizia dell’unità del malato deve essere eseguita ⦁ Quotidianamente sulle superfici, impiegando un panno imbibito di acqua e detergente (a umido) ⦁ Alla dimissione sulle superfici e all’interno con acqua e detergente ⦁Al bisogno con acqua e detergente ⦁ Vi sono condizioni patologiche specifiche, quali per esempio le malattie infettive, che, alla dimissione o al trasferimento della persona assistita, possono rendere necessario sottoporre l’unità di vita del paziente a disinfezione. Questa misura va sempre effettuata dopo un’accurata pulizia e detersione di ogni singolo elemento componente l’unità di vita Tutto quello che abbiamo descritto è utile al benessere del paziente a cui stiamo dando assistenza ed aiutarlo a curare la sua malattia. Ma cosa si intende per salute e/o malattia?

La salute è una condizione di benessere, cioè di armonico equilibrio, fisico, psichico e

sociale dell’individuo e non consiste solo in un’assenza di malattia o di infermità. Tutti gli organismi, per rimanere nella condizione di salute, devono mantenere un complesso equilibrio dinamico od omeostasi, in quanto sono costantemente sottoposti a sollecitazioni da parte di forze avverse interne ed esterne.

La malattia intesa come ‘modello medico è caratterizzata da un processo patologico, da

una deviazione da una norma biologica. Intrinseca in questa definizione vi è una oggettività che permette ai medici di vedere, toccare, misurare il processo patologico. Di solito è accompagnata dalla malattia come esperienza soggettiva, ma non necessariamente. In generale, con il termine malattia viene definito uno stato patologico per alterazioni delle funzioni di un organo o di tutto l’organismo. Attualmente, viene intesa come un’alterazione dei fenomeni biochimici o fisiologici dell’organismo, provocata da un fenomeno esterno all’organismo stesso o da un fenomeno interno di natura genetica. Una malattia che colpisce l'organismo può essere:

 congenita: le malattie e le malformazioni già presenti nel feto al momento del parto  stata acquisita tramite contagio (malattie infettive)  sorta a causa dell'esposizione dell'organismo a determinate radiazioni o sostanze  dovuta all'accumulo o alla carenza di determinate sostanze nell'organismo (ad es. argiria, scorbuto)

Le malattie genetiche sono malattie causate da un'alterazione del patrimonio genetico

(DNA) che, nella maggior parte dei casi sono ereditarie. Non tutte queste patologie sono trasmesse alle generazioni successive in quanto il patrimonio genetico di un individuo può subire modificazioni, mediante fattori esterni (es.: radiazioni nucleari, vaccinazioni, farmaci ecc.), anche dopo la nascita e, se queste mutazioni non coinvolgono le cellule germinali (spermatozoi nel maschio e ovuli nella femmina), la persona che ne è portatore non la trasmetterà ai propri figli. È questo il caso del cancro, malattia genetica in genere non ereditaria. Le malattie genetiche si possono dividere in monogeniche o mendeliane (alterazione di un singolo gene), cromosomiche (alterazione del numero o della struttura di uno o più cromosomi), multifattoriali (concorrono più geni ed intervengono fattori esterni affinché si instauri la malattia); a queste si aggiunge una categoria particolare, quella delle malattie mitocondriali (del mitocondrio).

Una malattia ereditaria viene trasmessa dai genitori ai propri figli, non può essere

contratta come se fosse una malattia infettiva. Le acquisizioni scientifiche degli ultimi decenni hanno dato un notevole incremento alle conoscenze delle basi biologiche di molte malattie dette "ereditarie". In particolare, gli studi compiuti sul DNA hanno permesso di individuare i difetti molecolari di numerose malattie genetiche e di mettere a punto test genetici che consentono di effettuare diagnosi precise anche in epoca prenatale. E tuttavia sono ancora molte le malattie genetiche di cui si conoscono le caratteristiche cliniche e le modalità di trasmissione, ma non il difetto molecolare. Ciò implica che, per queste patologie, non siano disponibili test genetici specifici. Esistono inoltre molte malattie genetiche di cui si conosce la modalità di trasmissione e il difetto molecolare, ed è disponibile un test genetico, ma per le quali non esiste ancora una terapia efficace. Infine, vi sono malattie genetiche definite complesse, che sono quelle maggiormente diffuse nella popolazione generale, come ad esempio il diabete e le malattie cardiovascolari. Queste patologie sono causate da più geni alterati che, insieme a fattori ambientali, contribuiscono allo sviluppo della malattia. Per esse non sono disponibili test genetici specifici.

Per criterio temporale

Malattia acuta

Una malattia acuta è un processo morboso funzionale o organico a rapida evoluzione, cioè comparsa di sintomi e segni violenti in breve tempo e di cui in genere si dà un riscontro causale diretto (ad esempio l'influenza e il virus influenzale). La guarigione in questo caso è molte volte possibile in modo relativamente rapido grazie sia ai meccanismi di difesa insiti nel corpo umano, sia a cure mediche tempestive. Una malattia acuta in un corpo con

Esistono tre livelli di prevenzione, che si riferiscono ad atti e fasi diverse:

  1. Prevenzione primaria : è la forma classica e principale di prevenzione, focalizzata sull'adozione di interventi e comportamenti in grado di evitare o ridurre a monte l'insorgenza e lo sviluppo di una malattia o di un evento sfavorevole. La maggior parte delle attività di promozione della salute verso la popolazione sono misure di prevenzione primaria, in quanto mirano a ridurre i fattori di rischio da cui potrebbe derivare un aumento dell'incidenza di quella patologia. Frequentemente la prevenzione primaria si basa su azioni a livello comportamentale o psicosociale (educazione sanitaria, interventi psicologici e psicoeducativi di modifica dei comportamenti, degli atteggiamenti o delle rappresentazioni). Un esempio di prevenzione primaria è rappresentato dalle campagne antifumo promosse dai governi.
  2. Prevenzione secondaria : si riferisce alla diagnosi precoce di una patologia, permettendo così di intervenire precocemente sulla stessa, ma non evitando o riducendone la comparsa. Lo strumento cardine è lo screening, che permette la precocità di intervento e aumenta le opportunità terapeutiche, migliorandone la progressione e riducendo gli effetti negativi. Un esempio di prevenzione secondaria è lo svolgimento del pap test e mammografia nella popolazione femminile sana.
  3. Prevenzione terziaria : relativa non tanto alla prevenzione della malattia in sé, quanto dei suoi esiti più complessi; la prevenzione in questo caso è quella delle complicanze, delle probabilità di recidive e della morte. Con prevenzione terziaria si intende anche la gestione dei deficit e delle disabilità funzionali consequenziali ad uno stato patologico o disfunzionale. La prevenzione e la trasmissione di malattie infettive Gli agenti patogeni giungono all’ospite provenienti da una sorgente di infezione (uomo o animale, oppure mezzi inanimati come l’acqua, gli alimenti, oggetti vari). L’attitudine del

microrganismo a diffondersi dalla sorgente all’ospite (uomo) è chiamata infettività.

Perché si possa avere l’infezione è comunque necessaria una certa quantità di microrganismi; tale quantità viene chiamata carica microbica. Una volta che il microrganismo patogeno è penetrato nell’ospite, questi può diffonderlo e trasmetterlo durante il periodo di incubazione, durante la malattia, durante la convalescenza. Grande importanza, per la trasmissione delle malattie infettive, rivestono le vie di eliminazione e di penetrazione del microrganismo; tra le principali ricordiamo:  l’apparato respiratorio  l’apparato digerente  le mucose

 la cute. Normalmente, le vie di eliminazione e di penetrazione del microrganismo coincidono: ad esempio, se un patogeno viene eliminato attraverso la via respiratoria, penetrerà nell’ospite recettivo attraverso la stessa via (naso o bocca). A seconda dei microrganismi e della loro localizzazione, vengono distinte diverse modalità di trasmissione:

TRASMISSIONE DIRETTA (o per contatto): ad esempio attraverso i rapporti sessuali,

trasfusioni di sangue, scambio di siringhe infette. Il microrganismo patogeno viene trasmesso per contatto diretto tra un soggetto infetto, malato o portatore, e un soggetto sano recettivo. Malattie che caratteristicamente vengono trasmesse con questa modalità sono ad esempio: AIDS, sifilide, gonorrea, epatite virale B, epatite virale C

TRASMISSIONE INDIRETTA : il patogeno viene eliminato e disperso nell’ambiente esterno

e penetra in un nuovo organismo lontano (nel tempo e nello spazio) dalla sorgente di infezione. Esempi di malattie trasmesse con tale modalità: tubercolosi, febbre tifoide, epatite virale A. La trasmissione indiretta si serve di veicoli e vettori. I veicoli sono rappresentati da substrati inanimati che vengono contaminati dai germi patogeni e che fanno da tramite per la trasmissione delle malattie infettive (esempio acqua, alimenti, aria, stoviglie, fazzoletti, ecc.). I vettori sono invece esseri animati (ad esempio alcuni insetti come mosche, zanzare) i quali possono trasportare attivamente il patogeno (vettori obbligati o attivi, come ad esempio la zanzara Anopheles responsabile della trasmissione della malaria) o passivamente (vettori passivi o meccanici, come ad esempio le mosche le quali trasportano il patogeno semplicemente con le zampe sporche). Inoltre, per quanto riguarda la trasmissione indiretta, possiamo ulteriormente distinguere le malattie infettive in malattie a trasmissione:

AEREA , ad esempio la difterite, l’influenza, il morbillo, la parotite, la rosolia, la pertosse, la

tubercolosi, ecc., per le quali il veicolo è rappresentato, appunto, dall’aria. Si tratta di malattie caratterizzate da una elevata contagiosità in quanto trasmesse dal soggetto infetto all’individuo sano attraverso la tosse, gli starnuti, la fonazione; a volte il contagio viene mediato dall’aria indoor che consente la trasmissione di microrganismi in grado di sopravvivere a lungo sospesi in microscopiche goccioline aerodisperse (es. Mycobacterium tubercolosis). L’incidenza di tali malattie è maggiore nei mesi invernali.

NB: Da queste diverse modalità di eliminazione dei microrganismi si intuisce che non tutte le malattie infettive sono sempre contagiose, ma che la contagiosità dipende strettamente dal modo con cui avviene la trasmissione. Infezioni ospedaliere COSA SONO LE INFEZIONI OSPEDALIERE Chiamate anche con l’acronimo I.O. Le infezioni ospedaliere sono la complicanza più frequente e grave dell’assistenza sanitaria. Si definiscono così infatti le infezioni insorte durante il ricovero in ospedale, o dopo le dimissioni del paziente , che al momento dell’ingresso non erano manifeste clinicamente, né erano in incubazione. Sono l’effetto della progressiva introduzione di nuove tecnologie sanitarie, che se da una parte garantiscono la sopravvivenza a pazienti ad alto rischio di infezioni, dall’altra consentono l’ingresso dei microrganismi anche in sedi corporee normalmente sterili. CONSEGUENZE DELLE INFEZIONI OSPEDALIERE: Le infezioni ospedaliere molto spesso determinano un aumento dei giorni di degenza (con costi economici aggiuntivi). Le persone a rischio di contrarre I.O. sono in primis i pazienti e con minore frequenza il personale Oss , il personale sanitario, gli assistenti volontari, studenti e tirocinanti. LE PRINCIPALI SEDI DELLE INFEZIONI OSPEDALIERE SONO:  30% VIE URINARIE  25% FERITA CHIRURGICA  20% BASSE VIE RESPIRATORIE  10% SISTEMA VASCOLARE  8% PIAGHE DA DECUBITO  0,8% OSSA ED ARTICOLAZIONI I SOGGETTI MAGGIORMENTE SUSCETTIBILI SONO:

Pazienti sottoposti ad interventi chirurgici (rappresentano il 40% dei ricoverati) che sviluppano il 70% di tutte le infezioni ospedaliere Pazienti ricoverati in terapia intensiva (rappresentano il 5-10% dei ricoverati) sviluppano il 20-25% delle infezioni ospedaliere Trapiantati Trasfusi Ustionati Prematuri Dializzati Pazienti oncologici Immunodepressi o immonocompromessi Politraumatizzati COME SI TRASMETTONO LE INFEZIONI OSPEDALIEREContatto diretto tra una persona sana e una infetta. Soprattutto tramite le mani, esse sono un veicolo importante di microrganismi. Il lavaggio delle mani è il mezzo più semplice, immediato e sicuramente più importante per combattere la trasmissione delle infezioni, deve essere effettuato in tutte le situazioni in cui può esserci trasmissione di infezioni al paziente.  Esistono tre tipi di lavaggio delle mani, il lavaggio sociale, antisettico e chirurgico. Il sociale è quello standard, l’antisettico si usa per distruggere la flora transitoria e ridurre la flora residente, infine il chirurgico va fatto prima di interventi chirurgici in misura minore coinvolge l’operatore socio sanitario Oss, in maniera preponderante invece tutta l’equipe che entrerà in sala operatoria.  Contatto tramite le goccioline. Emesse nell’atto del tossire o starnutire da una persona infetta a una suscettibile che si trovi a meno di 50 cm di distanza.  Contatto indiretto. Attraverso un veicolo contaminato (per esempio endoscopi o strumenti chirurgici).  Trasmissione dell’infezione a più persone contemporaneamente. Attraverso un veicolo comune contaminato (cibo, sangue, liquidi di infusione, disinfettanti, ecc).  Via aerea. Attraverso microrganismi che sopravvivono nell’aria e vengono trasmessi a distanza. CAUSE: Per quanto riguarda i microrganismi coinvolti, variano nel tempo. Fino all’inizio degli anni ottanta, le infezioni ospedaliere erano dovute principalmente a batteri gram-negativi (per esempio, e. Coli e klebsiella pneumoniae). Poi, per effetto della pressione antibiotica e del maggiore utilizzo di presidi sanitari di materiale plastico , sono aumentate le infezioni sostenute da gram-positivi (soprattutto enterococchi e stafilococcus epidermidis) e quelle da miceti (soprattutto candida), mentre sono diminuite quelle sostenute da gram-negativi.

Il lavaggio delle mani è considerato la misura più efficace per il contenimento delle cosiddette infezioni nosocomiali, ovvero le infezioni d’insorgenza ospedaliera. Le mani sono infatti il veicolo più comune con il quale vengono trasmessi i microorganismi. Si distinguono due tipi di flora microbica:

  • Flora microbica residente: rappresenta la normale flora colonizzatrice di un individuo e raramente può causare infezioni, piuttosto spesso protegge il corpo umano da altri microrganismi patogeni. Risiede negli strati più profondi della cute, quindi non viene facilmente rimossa con il semplice lavaggio delle mani.
  • Flora microbica transitoria : si deposita sulle mani dopo il contatto con pazienti o fonti ambientali infette. Una volta entrata in contatto con un ospite suscettibile provoca facilmente infezioni. Questo tipo di batteri, però, vivono meno di 24 ore sulla cute e possono essere rimossi con il lavaggio delle mani. Possiamo distinguere tre tipi di lavaggio delle mani :  Il LAVAGGIO SOCIALE delle mani (durata dai 40 ai 60 sec) Quando eseguirlo:
  • All’inizio e alla fine del turno di servizio;
  • Prima di procedure pulite e non invasive (distribuzione cibo, farmaci, pressione arteriosa); – Dopo il rifacimento dei letti;
  • Dopo qualsiasi contatto con i pazienti;
  • Prima e dopo avere indossato i guanti;
  • Dopo l’accidentale esposizione ad un liquido biologico;
  • Dopo aver tossito, starnutito, soffiato il naso, toccato i capelli.
  • Dopo l’uso dei servizi igienici;
  • Prima e dopo aver mangiato;
  • Dopo aver fumato. Obiettivi del lavaggio sociale: -Rimuovere fisicamente lo sporco ed eliminare sino al 90% della flora microbica transitoria. -Prevenire il passaggio di microrganismi dall’ambiente ospedaliero al paziente e dal paziente all’operatore sanitario e viceversa. Materiale occorrente:
  • Acqua corrente tiepida;
  • Detergente liquido (sapone) erogato da dispenser con valvola unidirezionale;
  • Salviette di carta monouso;
  • Lavandino preferibilmente con apertura a gomito o pedale, o ancora meglio dotato di fotocellula. Procedimento:
  • Arrotolare le maniche fino al gomito;
  • Togliere anelli, bracciali e orologio;
  • Inumidire mani e i polsi con acqua tiepida (37°-38°C);
  • Applicare una dose di detergente;
  • Frizionare vigorosamente le superfici insaponate per almeno 15 secondi; Procedimento: –Risciacquare accuratamente sotto acqua corrente;