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Una panoramica sulla letteratura italiana del novecento, esplorando i movimenti dell'ermetismo, del neorealismo e delle avanguardie. Analizza le influenze straniere, come quelle di parigi e degli stati uniti, e le figure chiave come pirandello, gadda e montale. Vengono esaminate le caratteristiche distintive di ciascun movimento, le opere principali e le tematiche affrontate dagli autori, fornendo un quadro completo del panorama letterario italiano del periodo. Si discute anche il ritorno all'ordine dopo la prima guerra mondiale e l'evoluzione della poesia e della narrativa.
Tipologia: Sintesi del corso
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1- Profilo del XX secolo Nel Novecento sono numerose le sovrapposizioni tra movimenti e poetiche, spesso coesistenti, sia pure magari in contrasto. Su quest'evoluzione hanno pesato fattori storico-politici e socioculturali. Sul primo versante durante il ventennio fascista la libera circolazione delle idee è stata impedita o limitata, perciò il dibattito letterario è stato condizionato soprattutto nel rapporto intellettuali/politica, tornando in primo piano alla fine della seconda guerra mondiale con una massiccia adesione degli scrittori alle ideologie di sinistra. Sul versante socioculturale, la grande influenza del filosofo e critico Benedetto Croce, fra i pochissimi intellettuali a rimanere indipendente dal fascismo, fece si che la critica accademica non si aprisse a stimoli provenienti da altri Pacsi europei. Ma anche sotto il regime fascista rimase vivace l'interesse per il confronto con le novità europee, grazie soprattutto ai gruppi riuniti intorno alle riviste fiorentine come Solaria, a cui collaboravano Gadda e Montale. In contrasto con l'estetica di Croce, molti giovani proponevano letture e valutazioni autonome dei nuovi scrittori: Giacomo Debenedetti, saggista aperto alle connessioni con altre discipline (dalla psicanalisi alle scienze) e Gianfranco Contini, filologo acutissimo. Una scansione del Novecento letterario deve mettere in rilievo le dominanti senza però eliminare gli elementi di contrasto. Spesso i risultati più alti vengono da scrittori fuori dai circuiti di moda, come Svevo o Fenoglio. Del resto sotto grandi etichette come ermetismo o neorealismo convivono autori che hanno molto in comune ma anche molte diversità. Da tenere in considerazione anche il rapporto tra la letteratura italiana e le tendenze internazionali. Con la fine del XIX e l'inizio del XX secolo la formazione dei nostri scrittori avviene spesso anche grazie ai contatti con movimenti e autori attivi altrove, soprattutto a Parigi nelle fase della avanguardie e poi negli Stati Uniti nei decenni successivi. Sono scambi che avvengono a volte in concomitanza, per esempio il futurismo viene lanciato in Francia e in Italia dal Marinetti in parallelo ad altre forme di avanguardia e sperimentazione antitradizionalista. Alla fine del secolo le sperimentazioni postmoderne di Calvino o di Eco divengono le più autorevoli tra quelle degli anni Settanta e Ottanta. Svevo pubblica il suo capolavoro un anno dopo l'Ulisse di Joyce, che contribuisce alla fortuna del suo Zeno in Francia. In generale la letteratura italiana del secolo scorso ha sofferto per la marginalità della nostra cultura artistica rispetto ad altre, e quindi molte opere tra cui quelle di Gadda e Montale hanno fatto fatica ad imporsi. Ciò non toglie che il rapporto fra letteratura italiana e quelle straniere sia caratterizzato da una forte interazione che può indurre alla modificazione della scelta poetica. Emblematico il caso di Pirandello, più modernista che avanguardista, che corregge I sei personaggi in cerca d'autore sulla base dei contatti con registi e movimenti d'avanguardia del teatro europeo. 2- I caratteri fondamentali Di grande rilievo è stata l'interazione fra la lingua nazionale, impostasi dopo l'Unità (1861) e la creazione di un sistema scolastico di base, e i dialetti. Tutto ciò dà origine a forme di mescolanza che negli autori maggiori, primo fra tutti Gadda, arriva a una forma di espressionismo che Contini considera intrinseco allo sviluppo della nostra letteratura sin dalle origini e dalla Commedia dantesca. Però la scelta della lingua italiana, cioè del toscano manzoniano, non è mai stata scontata. Anzi, la difesa dei dialetti implicava spesso un bilinguismo evidente per esempio nei poeti del primo Novecento come il veneto Giacomo Noventa. Dalla seconda meta del secolo la scelta dei dialetti risulta soprattutto difensiva, o per nostalgia di una società in via di estinzione, o per denuncia contro la massificazione e la globalizzazione: emblematico il caso di Pasolini che, dopo aver esordito come poeta in friulano, distrugge o riscrive i versi giovanili in quanto inattuali rispetto alla mutazione antropologica dovuta al capitalismo. Le motivazioni però possono essere altre, come un ritorno agli strati più profondi del linguaggio e dell'inconscio umano. L'intersezione con i dialetti diventa, nel secondo Novecento, più affine al plurilinguismo colto, basato anche sul rapporto con lingue morte. Un'altra caratteristica della nostra letteratura è la divaricazione tra poesia e prosa: mentre la prima è dotata di una tradizione che porta al confronto inevitabile con i grandi modelli quali Dante, Petrarca e Leopardi, la seconda appare di continuo rinnovata e azzerata. Non è vero che non esiste una narrativa italiana di alto valore, semmai essa si identifica maggiormente con il racconto breve o lungo che non con il grande romanzo, di cui pure abbiamo indiscutibili esempi (La coscienza di Zeno, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana). È vero però che è difficile che il romanzo italiano svolga una funzione simile a quella che ha avuto ad esempio negli Stati Uniti, cioè quella di proporre una ricostruzione di una società nel suo insieme, nei suoi aspetti caratteristici. Questo avviene anche per la difficoltà a ricostruire fenomeni di portata nazionale in una lingua che non risultasse troppo artificiosa o personale. Per cui sarebbe difficile tracciare una linea comune alla narrativa italiana, mentre è più facile parlare di eccezioni e di medie. Nella lirica, un tratto distintivo è il rifarsi alla tradizione nazionale, spesso europea, unendo un linguaggio marcato e poi stilizzato dai singoli autori, a una dimensione di referenzialità, cioè la connotazione simbolica degli oggetti o delle situazioni. E proprio questo tratto a distinguere la poesia italiana da quella francese, che passa dal simbolismo al surrealismo, e ad avvicinarla semmai a quella anglosassone, per esempio della linea metafisica o oggettuale sostenuta da Thomas S. Eliot. In questa tendenza si è riconosciuto, negli ultimi anni, un processo analogo a quelli del modernismo, che raggruppa autori che coniugano un rapporto con la tradizione a una volontà sperimentale. La linea oggettuale italiana può però trovare un antecedente in Pascoli e si incarna bene nel modello della poesia di Montale, degli Ossi e delle Occasioni, dove si coglie il rapporto con la poesia metafisica anglosassone. Nel frattempo negli anni Venti si rafforza una tendenza antinovecentesca (o dello stile semplice), ostile ai caratteri sperimentali del primo Novecento, che trova il suo punto di riferimento nel Canzoniere di Umberto Saba. A partire dalla fine degli anni Cinquanta è però di nuovo la sperimentazione a dominare nella poesia, rinforzata dagli apporti dello strutturalismo linguistico e psicanalitico. Però i risultati più duraturi non sono ottenuti dalle
forme estreme (come i futuristi negli anni Dieci o il Gruppo 63 negli anni Sessanta), bensi dalle elaborazioni attente alla tradizione e pronte al rinnovamento. E il caso delle raccolte Gli strumenti umani di Vittorio Sereni (1965) e La Beltà di Andrea Zanzotto (1968). Altra variabile significativa è la progressiva influenza del cinema (e dopo della televisione) sulla narrativa scritta, già dalla fine della seconda guerra mondiale, quando il primo neorealismo ad affermarsi è quello di Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica. Importante anche il prevalere della poesia popolare, come quella dei testi per musica, o il legame del teatro italiano con letterati che scrivono anche per il teatro, almeno fino agli anni Settanta (Dario Fo e Mario Martone). Va sottolineata anche la prosa saggistica, che secondo alcuni raggiunge risultati superiori a quelli della narrativa. Si ricordano il critico d'arte Roberto Longhi, il triestino Claudio Magris, senza tralasciare i critici dalla prosa efficacissima Contini e Debenedetti. Il saggismo entra a far parte della scrittura di molti nostri autori, in particolare di chi ha riflettuto più in profondità sulle tragedie del secolo scorso, come Primo Levi con Se questo è un uomo. 3- Linee interpretative Si riparte la letteratura italiana novecentesca in cinque periodi. Alcune date simbolo sono il 1903 per la poesia, quando giungono al culmine le parabole di Pascoli e D'Annunzio e si avvia il movimento crepuscolare, e il 1904 per la prosa, quando Pirandello pubblica Il fu Mattia Pascal. Si segnaleranno poi i caratteri fondamentali delle avanguardie o dei movimenti sperimentali, che mettono in evidenza tratti come l'inettitudine o la volontà rivoluzionaria dell'io, oppure l'artificiosità delle trame e dei personaggi 'realistici'. Emblematici in questo senso i testi L'Allegria di Ungaretti e I sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello. Con quest'ultima opera siamo negli anni Venti, quando le avanguardie si stanno spegnendo o allineando con movimenti politici. Intanto si è consolidata la tendenza al classicismo paradossale, con il Canzoniere di Saba o Ossi di seppia di Montale. Sempre Montale, con le Occasioni, costituisce il modello per la tendenza metafisica o oggettuale, ricollegabile a Baudelaire o Robert Browning ed Eliot. Negli anni Trenta molti privilegiano l'ermetismo. In ambito narrativo il realismo incontra l'opposizione fascista e una difficoltà a raggiungere un pubblico largo. Sarà Gadda con il Pasticciaccio a superare i limiti, proponendo un plurilinguismo e pluristilismo per indagare i vari aspetti del reale. Nel secondo dopoguerra nasce la necessità ideologico-politica di un impegno, sentito in con un rinnovamento immediato della lirica. Forte fu invece il dibattito sulle nuove forme di realismo in narrativa. Un capolavoro a suo modo realistico è il 'libro grosso' di Beppe Fenoglio, scritto tra il 55 e il 58, pubblicato postumo con il titolo il partigiano Johnny. In questi anni iniziano ad essere rilevanti fenomeni socioculturali come il sempre maggior peso delle città più attive nell'industria editoriale, tra cui Torino, Roma e Milano. Dal 1963 comincia una nuova stagione sperimentale, che coincide solo in parte con il movimento del Gruppo 63. Da questo gruppo, tra cui vi erano Edoardo Sanguineti e Umberto Eco, nacquero molte provocazioni significative di quegli anni, ma i risultati migliori vennero da esponenti non allineati su posizioni distruttive, come Alberto Arbasino o Amelia Rosselli. Alcuni degli esiti più alti di questo periodo sono raggiunti da autori che sintetizzano una formazione variegata e modificata nel tempo, come Mario Luzi con Nel magma, Vittorio Sereni con Gli strumenti umani o Andrea Zanzotto con La Beltà. Nel corso degli anni Settanta le spinte sperimentali tendono a smorzarsi e il primo a modificare il suo stile è Calvino. Un successo inaspettato e addirittura mondiale è Il nome delle rosa di Eco, opera che meglio sintetizza il postmodernismo letterario e che dal 1980 rappresenta il modello principale di un'originale concezione del rapporto autore-testo-lettore.
'gabrieledannunziano"', rivelandosi invece come 'un coso con due gambe / detto guidogozzano L'abbassamento del nome proprio al nome comune, senza maiuscole e senza separazioni, indica emblematicamente il raggiungimento del nadir, posizione opposta allo zenit. Si tratta di antisublime, in Gozzano non si trova solo la rinuncia o il grigiore ma la 'vergogna' della poesia viene rappresentata attraverso il gusto per il paradosso, come in La signorina Felicita. Mentre si riduce a 'coso', Gozzano riscatta la sua posizione mettendo in rilevo la falsità di quelle superomistiche in voga, grazie anche a un gioco raffinato con la tradizione letteraria. L'eros viene del tutto evitato o bloccato sul nascere, oppure solo ipotizzato in rapporto a donne irraggiungibili, o ancora ridotto ad avventura. Si coglie la tentazione di un annullamento nichilistico che non porta al suicidio solo in virtù di una sorta di fatalismo. 2.2. Il futurismo La prima avanguardia in Italia è il futurismo, che nasce in rapporto alle tendenze parigine. A Parigi si forma Marinetti (1876-
capacità di impiegare elementi tradizionali e per la sua analisi della sofferenza esistenziale, costituirà un punto di riferimento per poeti più giovani come Montale. 3- Giuseppe Ungaretti 3.1 La formazione culturale Giuseppe Ungaretti (1888-1970) di origini lucchesi visse a lungo ad Alessandria d Egitto, e poi studio a Parigi tra il 1912 e il 14, entrando in contatto con molti esponenti delle avanguardie, in particolare con Apollinaire. Nella sua formazione interagiscono interessi letterari (il simbolismo di Mallarmé e il futurismo di Papini) ma anche politici, che lo indussero a partecipare alla prima guerra mondiale. Questa esperienza lo portò alla stesura di Il porto sepolto nel 1916. Al termine del conflitto Ungaretti strinse rapporti con l'ambiente fiorentino dove uscì nel 1919 Allegria di naufragi, e poi con quello di Roma, dove si trasferì aderendo al fascismo. Riadatto i suoi versi su una forte impronta nazionalistica e religiosa e tornò a impiegare immagini fortemente simboliche, specialmente nella seconda raccolta Il sentimento del tempo (1933). In seguito continuò ad allargare la sua conoscenza dei classici italiani e stranieri grazie anche a numerosi viaggi all'estero e a un'intensa opera di traduzione. Le sue raccolte poetiche non ottennero consensi pari alle prime, sebbene Vita di un uomo, che doveva raccogliere la sua opera omnia, sia continuato sino alla morte. 3.2 L'Allegria L'Allegria è il libro poetico più rilevante della fase primo-novecentesca. Al nucleo costituito dal Porto sepolto (1916) si aggiunsero varie sezioni nell'edizione uscita a Firenze col titolo Allegria di naufragi (1919), che assunse definitivamente il titolo L'Allegria nel 1942. Già dal Porto sepolto alla poesia viene assegnata una funzione di ascendenza simbolista, lontana sia dall'ironia e malinconia crepuscolare, sia dal futurismo. Lo stesso porto, che rimanda a quello antico di Alessandria, appare un luogo orfico. Grazie all'apparente contraddizione fra il nulla e l'inesauribilità del mistero poetico, brilla la magia della parola lirica, capace di sublimare persino il niente dell'esistenza del singolo. Questo niente si sostanzia nelle poesie scaturite dal dramma dell'autore soldato di trincea. Vi è l'ansia di giustificare un terribile trauma personale che porta l'io- poeta a chiedersi quale sia il suo rapporto con Dio e quale può essere il luogo in grado di ridonare una pace effettiva al corpo e allo spirito. In questa prospettiva, la poesia può apparire "la limpida meraviglia / di un delirante fermento". Ecco riaffermato il valore simbolico e insieme salvifico della parola poetica, ed ecco perché spesso la versificazione del primo Ungaretti fa coincidere un singolo vocabolo con un verso. La frantumazione della metrica ridotta a versicoli mira a ridonare una autonomia agli aspetti fonico-semantici. Con Allegria di naufragi confluiscono nuovi testi, compresi alcuni in prosa. Ungaretti accentua l'uso dell'analogia e delle metafore lasciando spesso le parole isolate, la sintassi viene semplificata al massimo e anche scompare quasi la punteggiatura. Sebbene l'antecedente di questi procedimenti possa essere rintracciato nelle teorie futuriste, lo scopo non è lo scardinamento beffardo dell'istituzione letteraria, bensi quello di ridare un senso all'esperienza di un singolo, poeta-soldato sofferente e insieme poeta-evocatore e creatore di immagini. Nelle sue liriche in francese, a volte autotraduzioni, alcuni testi sono ridotti a una semplice frase in prosa lirica, mentre risultano ancora più elaborati la disposizione grafica e l'uso degli spazi bianchi. 3.3 Il sentimento del tempo Nelle versioni successive dell'Allegria (1931 e 1942), Ungaretti tenderà a riportare molti versi a una scansione più piana. Il poeta ha compiuto una parabola esistenziale che l'ha portato non solo ad aderire al fascismo e al cattolicesimo, ma anche a riscoprire l'importanza della tradizione letteraria. Nella seconda raccolta, Sentimento del tempo (1933) il gusto per l'analogia tende a farsi più raffinato, e deriva da un'attenta lettura di Petrarca e Leopardi. La poesia assume un valore sublime in sé e tende a creare metafore preziose, al limite del barocco. Anche la metrica viene ricondotta a misure concrete, mentre il lessico risulta depurato. Il Sentimento non può nascondere la perdita della dimensione esistenziale-tragica, nonché di quella sperimentale. Molto forte è invece la dimensione mitologizzante per il confronto diretto con miti antichi ma anche per la presenza di figure che rappresentano in maniera mediata la condizione del poeta. La seconda raccolta costitui un punto di riferimento specie per la poesia ermetica. 3.4 Le altre opere poetiche e saggistiche Nelle opere successive tornano a volte i drammi personali, come la morte del figlio Antonietto, uno dei temi fondamentali de Il dolore (1947) e delle sezioni Giorno per giorno e Il tempo è muto; ma pure i drammi del secondo conflitto mondiale emergono in testi come Mio fiume anche tu. Ungaretti aveva iniziato sin dal 1935 un'altra raccolta, La terra promessa, che doveva costituire la terza tappa, l'autunno, del suo poema complessivo: il testo esce solo nel 1950 come insieme di vari frammenti in cui si fondono miti antichi e virtuosismi barocchi. Le raccolte successive chiudono alcuni percorsi tematici e simbolici presenti sin dai componimenti giovanili, come la dialettica luce-memoria/buio-oblio, sino al trionfo del ricordo e della vita sulla morte. Tutti i componimenti ungarettiani vengono a formare un intero canzoniere, intitolato Vita d'un uomo. Alle poesie furono poi affiancati, in altri volumi, i saggi e gli interventi critici di Ungaretti, per esempio su Virgilio, Petrarca, Leopardi, il barocco e i grandi scrittori europei del Seicento. Nelle traduzioni, di recente raccolte in un volume, è notevole la resa soprattutto di metafore e analogie. Sono apprezzate soprattutto quelle di Gongora e Racine, ma anche di Shakespeare, Blake e Mallarmé. 4- La narrativa e il teatro 4.1 Tendenze del periodo La narrativa si presenta in Italia dotata di una tradizione molto meno forte rispetto alla lirica e dominata per lungo tempo dal modello affermatosi per ragioni linguistico-politiche, I promessi sposi. Nel primo Novecento continuano a occupare la scena della narrativa più stimata autori come D'Annunzio e Fogazzaro, mentre si fanno notare scrittori adatti a un'editoria che tende a espandersi grazie all'ampliamento della scolarizzazione, come De Amicis. Non mancano opere che intersecano la tradizione del verismo ottocentesco con una nuova sensibilità per gli aspetti inconsci della psiche. Rappresentativi sono i romanzi della
disgregazione della sua individualità e cerca di annullarsi per uniformarsi al ritmo della natura-madre. Si colgono qui gli effetti delle propensioni antirazionalistiche pirandelliane. Le novelle. Nel 1922 Pirandello progettò le Novelle per un anno, in 15 volumi, al cui interno vi sono novelle comiche, drammatiche, surreali, umoristiche, ecc. L'assurdità dei comportamenti dei singoli e in genere dell'esistenza stessa emerge con forza in numerose novelle (La rallegrata, La giara). Sono spesso dominanti i monologhi o i dialoghi, e questo ha favorito la loro riscrittura per il teatro. 5.3 La produzione drammaturgica Le opere teatrali sino al 1920. A partire dal 1915-16 venne approfondita la costruzione del personaggio teatrale, che può riuscire a incarnare le riflessioni dell'autore, in particolare riguardo alla funzione dell'umorismo, liberatoria e dissacrante nei confronti delle forme e delle convenzioni sociali. La produzione del 1917-18 riguarda i primi drammi 'grotteschi*, come Cosi è (se vi pare) o II giuoco delle parti. L'ambientazione borghese lascia il posto a situazioni grottesche in cui non è possibile distinguere tra vero e falso. L'autore comincia a raccogliere questi drammi dal 1918 sotto il titolo di Maschere nude: fondamentale l'uso dei dialoghi e dei monologhi, del linguaggio enfatico e ripetitivo. I Sei personaggi e la fase maggiore. La fase più importante del teatro pirandelliano si apre con il 1921, con i Sei personaggi in cerca d'autore. Viene riutilizzato l'espediente del teatro nel teatro (la scena si apre su una compagnia teatrale guidata da un Capocomico) e l'intera azione riguarda la natura stessa della finzione teatrale, su cui il testo stesso riflette, proponendo aspetti metateatrali. Il dramma è una sorta di 'opera da fare': i sei personaggi sono in realtà idee dell'autore che ha rifiutato di materializzare in un testo, e queste figure non-nate si presentato al Capocomico per poter vedere la luce nel palcoscenico. Mentre il Capocomico cerca di trovare spunti torbidi e accattivanti nella vicenda dei sei personaggi, tentando di ricondurli a forme concrete ma nello stesso tempo false, il Padre in vari modi afferma che essi, nella loro condizione 'potenziale', sono le uniche persone perfette e complete. L'individuo non solo appare scomposto ma si giunge a decretare il rovesciamento del rapporto fra realtà e finzione, per cui la sola idea dello scrittore appare autentica. Più che avanguardista, Pirandello può essere considerato un modernista, libero rielaboratore più che li liquidatore della tradizione. Sino al 1930 continuò sullo schema del teatro nel teatro con Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a soggetto. Considerevole è il dramma Enrico IV (1922) in cui il tema della pazzia viene posto al centro dell'azione. Il protagonista, che per molti anni ha creduto di essere Enrico IV, è rinsavito ma continua a fingere di essere pazzo per potersi vendicare di un rivale in amore e per poter mettere in crisi la presunta razionalità dei sani I drammi dell'ultimo periodo. Nell'ultima parte degli anni Venti, Pirandello tentò di uscire da questo filone, per tornare a sondare aspetti mitologico-simboliei. Fra i drammi di quest'ultima fase il più suggestivo sembra l'incompiuto I giganti della montagna, scritto tra il 1930 e il 1933. Gioca sull'inconscio e sulla possibilità di liberarlo dalle repressioni morali e sociali. Questa forza si troverebbe nell'arte, rappresentata dagli attori, capaci di azioni quasi magiche, ai quali si contrappongono i giganti, brutali e distruttivi. Questa riscoperta del mito è apparsa in linea con gli sviluppi dell'ultima avanguardia, il surrealismo. 6- La critica e il dibattito culturale 6.1 L'idealismo di Benedetto Croce e la critica letteraria Con la sua Estetica (1902), Croce teorizzò che l'arte doveva rimanere autonoma da qualsiasi finalità pratica. Nella letteratura si doveva ricercare la liricità in senso assoluto cosicché lo scopo della critica diventava quello di individuare i momenti di autentica poesia di un opera, ovvero di perfetta sintesi di intuizione ed espressione. Spesso Croce attaccò con sferzante abilità polemica, le sperimentazioni e gli eccessi, e soprattutto Pirandello. Le posizioni crociane furono accolte anche per il prestigio personale del filosofo, punto di riferimento della cultura antifascista. Tuttavia la loro rigidità bloccò per molto tempo lo sviluppo di una critica accademica attenta alle nuove discipline come la sociologia e la psicanalisi. 6.2 La critica militante. Le riviste Fra gli interlocutori di Croce si contano vari letterati impegnati in riviste militanti (ovvero attente soprattutto alla letteratura contemporanea) come gli animatori de La Voce. In particolare uno dei direttori, Giuseppe Prezzolini, si avvicinò alle teorie crociane, che in qualche misura si potevano coniugare con la propensione al frammentismo. Vi furono anche voci differenti come Renato Serra, che nelle sue letture cercava di ricostruire la personalità dei nuovi autori ritornando all'ideale ottocentesco di coniugare l'uomo e l'opera. Da citare anche Giuseppe De Robertis, sostenitore di poeti come Ungaretti, e Carlo Michelstaedter. Altre riviste a Firenze furono il Leonardo, il Regno e Hermes, promosse o sostenute da Prezzolini e Papini, uno degli animatori della rivista Lacerba. Queste riviste contribuirono ad ampliare il dibattito intellettuale, ma alla fine della prima guerra mondiale i vari curatori assunsero posizioni diverse. Cominciò a prevalere la tendenza a un ritorno all'ordine, che ebbe i suoi inizi prima nell'ambito culturale che in quello politico-sociale.
realtà gia sviluppatosi dal 1919 grazie a intellettuali come André Breton e Paul Eluard. Il surrealismo prendeva spunto dalle teorie psicanalitiche freudiane e poi junghiane per dare spazio a tutti gli ambiti della creatività, derivati dall'inconscio e non dalla razionalità. Potè assumere quindi forme molto diverse siano a trovare una nuova vitalità con la contestazione giovanile degli anni Cinquanta e Sessanta: i suoi risultati maggiori vennero, più che da tentativi estremi come quelli di scrittura automatica (cioè senza controllo razionale), da una forte connessione tra le opere letterarie e quelle pittoriche o cinematografiche, fra testi scritti e testi visivi (basti ricordare i film del regista Luis Bunuel, ai quali collaborò Salvador Dali). In Italia il fascismo condizionò il dibattito culturale. I margini per una libera espressione si annullarono dal 1925. A parte Benedetto Croce furono pochi i punti di riferimento per gli antifascisti, spesso costretti all'esilio o confinati in altri paesi o imprigionati, come Gramsci. Più di frequente, la non adesione al fascismo riguardo la scelta dei temi a volte astratti e simbolici, come quelli dell'ermetismo, oppure più allegorici o realisti, come quelli di Montale o Saba. Molti scrittori aderirono al regime, da D'Annunzio a Pirandello a Ungaretti. Solo dal 43 gli antifascisti poterono tornare a esprimere le loro opinioni. Varie furono le tendenze in ambito poetico nel periodo fra le due guerre, già nel 1919 a Roma venne pubblicata la rivista La Ronda, che propugnava un ritorno classicistico alla tradizione italiana, rapporto fondamentale per Montale e Saba. La linea della prosa d'arte, che dovrebbe ricondurre a una scrittura raffinata, lirica, viene ben presto contrastata da una volontà di ritornare a una narrazione diretta, sostenuta sin dal 1921 dal critico Giuseppe Antonio Borgese: venne messa in pratica da Alberto Moravia o da scrittori schierati nel cosiddetto 'fascismo di sinistra'. Ma in pochi sapranno mostrare un respiro narrativo davvero originale. In primis l'isolato Italo Svevo, che pubblica il suo capolavoro La coscienza di Zeno nel 1923. Negli anni Trenta matura e poi emerge il plurilinguismo di Carlo Emilio Gadda. L'editoria di massa privilegiava semmai i testi privi di allusioni alla concreta realtà. Solo con il 1943-44 si irrobustirà un nuovo filone realistico, dapprima però grazie al cinema. 2- La poesia 2.1 Il 'ritorno all'ordine' classicista Tra i principali promotori della rivista romana La Ronda, edita tra il 1919 e il 1922, si contano il critico e scrittore Emilio Cecchi, il romanziere e poeta Riccardo Bacchelli e il laziale Vincenzo Cardarelli. Quest'ultimo iniziò a pubblicare opere in versi e in prosa sulla rivista La Voce, ma poi propugnò una sempre più netta distinzione tra i due ambiti, prendendo a modello il Leopardi dei Canti e delle Operette morali. Cercava in sostanza un nuovo classicismo, tale da nascondere un vuoto esistenziale con un'esteriorità perfetta. Spesso affronta temi perenni come la caducità del vivere o il passare delle stagioni. Con La Ronda si esplicita dunque una tendenza opposta a quelle di tipo avanguardistico. 2.2 Le poetiche fra anni Venti e Trenta La Ronda rappresentò un punto di riferimento per molte delle poetiche che si svilupparono tra gli anni Venti e Trenta. A Roma, agli intellettuali di regime era imposta l'adesione ai miti romani e imperiali del fascismo dittatoriale; tuttavia restarono alcuni margini per un confronto con le culture straniere, in particolare francese e inglese nell'ambito della rivista 900. Le componenti sovversive del primo fascismo rimasero vive in riviste come Il Selvaggio, promossa dallo scrittore Curzio Malaparte. La cultura fiorentina di città era comunque quella più vivace, grazie a numerose riviste fra cui Solaria, e prestigiose case editrici. Fu aspro il dibattito fra i letterati aperti al confronto con modelli italiani e stranieri, e quelli che puntarono a un distacco dall'impegno politico e una scrittura criptica, definita già ermetica. 2.3 L'ermetismo Negli anni Trenta riprende forza il filone tardosimbolista, il quale trovava nell'Ungaretti del Sentimento del tempo un punto di riferimento sicuro. Questo filone, cui viene dato il nome di ermetismo (con il quale si voleva sottolineare il carattere oscuro, ermetico, di questo tipo di poesia) presenta caratteristiche distinte: da una parte si può individuare un ermetismo di giovani autori toscani, legati alla rivista Frontespizio e in particolare al critico Carlo Bo, che mirava a contrapporre i valori religiosi e umanistici della poesia alla crudezza del regime fascista; da un altra parte l'ermetismo di vari autori del Sud, più propenso alla metaforicità, ad analogie ardite, non prive di contatti con il surrealismo francese. In comune mostrarono la tendenza a un uso simbolico del linguaggio, che riduce la possibilità di identificazione di fatti e oggetti concreti. Fra gli esponenti più puri dell'ermetismo vanno segnalati Salvatore Quasimodo e Alfonso Gatto, che operarono a Firenze soprattutto negli anni Trenta. Quasimodo ottenne un ampio successo con la sua prima raccolta Acque e terre (1930), cui ne seguirono altre poi riunite nel 1942 sotto il titolo Ed è subito sera. L'accensione cromatica e l'evocatività tardosimbolista di molti versi appaiono insufficienti a sostenere nuclei tematici piuttosto vaghi. Altri autori toscani propongono un ermetismo più colto, nel quale risuona la lezione di Mallarmé, e assunse presto un ruolo di rilievo Mario Luzi (1914-2005), ermetico solo per le primissime raccolte, in specie Avvento notturno (1940). Ai margini dell'ermetismo vanno collocati Leonardo Sinisgalli e Carlo Betocchi. Tutti gli ermetici furono spinti, già nell'immediato dopoguerra, ad abbandonare i temi più tardosimbolisti, per affrontare in modi stilisticamente retorici gli eventi drammatici del conflitto. Esemplari le raccolte di Quasimodo, Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è sogno (1949). 2.4 Altri percorsi. La poesia dialettale Un esempio di altri percorsi nella poesia italiana tra le due guerre è dato dalla lirica narrativizzata, che impiega versi lunghi alla maniera del poeta statunitense Walt Whitman. Fondamentale la raccolta Lavorare stanca (1936) di Cesare Pavese. Rilevante è l'apporto dei dialetti, avversati dal regime fascista. La loro rivendicazione è dettata spesso da ragioni peculiari, a volte la difesa di culture minacciate dall'unificazione,a volte l'opposizione esplicita all'italianizzazione forzata, come opposizione al regime. 3- Umberto Saba 3.1 La formazione culturale Umberto Poli, che assunse dal 1910 lo pseudonimo-cognome Saba, di ascendenze ebraiche, nacque a Trieste nel 1883. L'abbandono del padre, il rigore della madre israelita e l'affetto della nutrice, costituiscono presupposti influenti sulla sua
È il caso della metrica, in cui vi è un'ampia presenza di endecasillabi o settenari, quasi sempre imperfetti a causa di sillabe in soprannumero o in difetto. E anche le rime regolari si alternano con assonanze e consonanze. L'io lirico degli Ossi si presenta come un inetto, che però non enuncia la sua condizione in modo malinconico o ironico, come i crepuscolari. Confronta la sua condizione con quella moderna del genere umano, e denuncia il 'male di vivere', la sofferenza esistenziale di chi è ormai privo di fede e di una reale volontà di agire, e ciononostante continua a cercare la possibilità di incontrare il divino e quindi la salvezza dalla banalità quotidiana. Gli Ossi propongono la narrazione di una serie di azioni mancate, di speranze deluse per l'io. Si tratta di un rovesciamento della mitologia dannunziana proposta nell'Alcyone: lo stesso paesaggio ligure, scabro e assolato, è simbolo di una realtà dura e dissonante rispetto a quella evocata dalla Versilia di D'Annunzio. Alcyone, con la sua strutturazione spazio-temporale, costitui il modello rilevante per Montale, che suddivise gli Ossi in quattro grandi sezioni (Movimeti, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi e ombre). L'ultima, che venne più volte rivista, ha al suo centro un evento fondamentale per tutta la raccolta: la 'fine dell'infanzia, la perdita di un rapporto diretto e ingenuo con la natura, sostituito dalla consapevolezza che la vita è crudele. La raccolta nell'insieme ricava la sua forza dall'alternanza di tonalità e di registri, tutti controllati dalla potente stilizzazione, che garantisce una forma compiuta, classica e moderna insieme. 4.3 Le occasioni Nel 1927 Montale si trasferi a Firenze, dove entrò in contatto con i più autorevoli scrittori e critici, diventando direttore del Gabinetto Vieusseux, da cui fu rimosso per la mancata adesione al fascismo. La vicinanza con questo ambiente spinse il poeta a una rilettura dei grandi classici, corroborata dalla vicinanza del critico Gianfranco Contini o dalla stesura di traduzioni. In questo periodo Montale incontra due donne ben presenti nella sua poesia, Drusilla Tanzi, in seguito sua sposa (la Mosca delle ultime raccolte) e la dantista statunitense Irma Brandeis (la celebre Clizia). Le Occasioni, pubblicate per la prima volta nel 1939, si orientano verso l'oscurità tipicamente otto-novecentesca. Si rafforza l'importanza degli oggetti, non più ricavati dalla natura (come gli stessi 'ossi di seppia') ma più di frequente frutto di lavoro artigianale o tecnico. Si coglie l'adesione a una poesia di tipo 'metafisico' di autori secenteschi come John Donne, o di Baudelaire, o di Robert Browning, che non mirava a nascondere la realtà storica, bensi a farne la fonte concreta di una poesia 'oggettiva'. Le Occasioni mostrano i segni di una personalissima rilettura dell'intera lirica europea: le fonti si moltiplicano e possono presentarsi come arricchimenti colti. La sostenutezza formale degli Ossi risulta corroborata da scelte lessicali preziose ma nello stesso tempo ampie, e da una sintassi molto più contratta rispetto alla prima raccolta. Spicca l'esaltazione del tema modernistico dell'epifania miracolosa, dell'occasione che porta allo svelamento di una verità oltre le apparenze terrene, che all'io-poeta può manifestarsi grazie all'intervento di Clizia, la donna-angelo dai tratti stilnovistici, e mediante i tanti 'oggetti salvifici'. La raccolta ripete in parte la prima, con una lirica proemiale e quattro sezioni, delle quali due centrali (Mottetti e Tempi di Bellosguardo) corrispondono idealmente a quella degli Ossi brevi e Mediterraneo. Mottetti contiene una ricercatezza musicale: il 'mottetto' è un tipo di componimento della musica medievale e rinascimentale. Nei Tempi, più che il rapporto con la natura conta quello con la civiltà umanistica. Molti dei temi di fondo degli Ossi si ripropongono nelle Occasioni, modificati non solo per azione della donna-angelo e dei 'fantasmi liberatori', ma anche per la consapevolezza della necessito di difendere la cultura consegnataci dalla tradizione, che permette di superare le difficoltà della storia. Nuove stanze è una poesia a sfondo allegorico in cui una scacchiera attorno alla quale giocano l'io e la donna amata, arriva a significare l'intero corso della storia, con allusioni chiare al nazifascismo e alla guerra imminente. Per questo le Occasioni possono essere considerate una raccolta centrale nello svolgimento della lirica italiana del Novecento. 4.4 La bufera e altro Montale dopo le Occasioni scrisse componimenti che alludevano alla seconda guerra mondiale, raccolti nel 1943 e nel '45 in Finisterre. Da questi testi deriva la terza raccolta montaliana, uscita nel 1956 e intitolata La bufera e altro. Nel frattempo Montale aveva attraversato una breve fase di impegno politico nel Partito d'Azione, ben presto schiacciato dalla Democrazia Cristiana e dai Partiti comunista e socialista. Si era poi trasferito a Milano nel 1948, diventando redattore del Corriere della sera. Nella Bufera si accentuano i tratti manieristici e barocchi, applicati alla realtà storica della guerra (la 'bufera' appunto) e del dopoguerra. Emerge ancora Clizia, sublimata come nuova Beatrice, in La primavera hitleriana, e poi sostituita dalla più terrena Volpe (la poetessa Maria Luisa Spaziani). Sono più frequenti i testi interpretabili in senso allegorico, è il caso di Iride, ma anche di Il gallo cedrone e L'anguilla. La struttura d'insieme, pur mantenendo analogie con le precedenti, e un andamento autobiografico-narrativo, si complica: le parti sono sette e una, Intermezzo, propone brevi testi in prosa. La sezione in cui si colgono le più forti tensioni è Silvae, che presenta testi in parte dedicati ancora a Clizia, che vorrebbe spingere il poeta a una scelta in senso religioso, ma l'io-lirico preferisce tornare alle incertezze e alla concretezza della vita terrena, nella quale predomina la sensuale Volpe. Significativa è la parte finale della Bufera, dal titolo Conclusioni. L'io rivendica una dignità morale e una propria autonomia di giudizio nel tempo delle contrapposizioni tra 'chierici rossi e neri", ovvero tra l'ideologia comunista e quella clericale-conservatrice. Inoltre il tema della disarmonia e del male di vivere si sostanzia nella storia presente. L'io-pocta adotta qui un linguaggio basso-comico, intriso di espressioni quasi gergali che anticipano la prossima impossibilità, secondo Montale, di una lirica nella società di massa. 4.5 Satura e le ultime raccolte Satura viene edito per la prima volta nel 1971. Lo stesso autore dirà che corrisponde a una sorta di rovesciamento ironico, a volte parodico, dei suoi temi antecedenti. Lo stile diventa quello comico-satirico, anche se il termine 'satura' dovrebbe essere riferito alla varietà degli argomenti e degli stili. Tuttavia, una componente satirica è ben evidente, sono molti i testi dove si combattono le assurdità della società di massa, i luoghi comuni, le posizioni ideologiche massimaliste, le arti neoavanguardiste, ecc. Gli interventi sempre più conservatori sul Corriere della sera diventano qui il sottofondo per una resa poetica basata su figure retoriche e sua una metrica non priva di tratti grotteschi. La prosa acquisisce il sopravvento sulla lirica, e l'io-poeta si riserva il ruolo di ironico esaminatore delle storture sociali. Non mancano le frecciate contro altri poeti. Le due sezioni degli
Xenia sono dedicate alla moglie Mosca, morta nel 1963. L'affabilità e la grazia consentono di individuare componimenti sostenuti stilisticamente e di sicuro valore, come Ho sceso, dandoti il braccio. I tratti riscontrati in Satura si ripropongono nelle raccolte successive, riuniti nell'edizione critica L'opera in versi, curata da Contini e Rosanna Bettarini, cui andrebbe aggiunto il Diario postumo. L'impossibilità di una poesia alta nell'epoca della massificazione risulta ribadita, mentre i temi diventano sempre più moralistico-sociologici. Tra le varie figure femminili montaliane, prende qui il sopravvento quella di Arletta o Annetta, che dovrebbe riferirsi a una fanciulla morta giovane. 4.6 Altre opere Montale non fu solo un poeta di primaria grandezza, sancita, oltre che dal Nobel nel 1975, dall'influsso esercitato sulle generazioni successive di poeti, ma anche un critico intelligente, capace di individuare valori misconosciuti, come quelli di Saba e di Svevo. Fu inoltre critico musicale e d'arte, inviato culturale all'estero e autore di numerosi interventi di taglio politico- culturale. Vanno segnalati gli scritti in prosa narrativa come La farfalla di Dinard, raccolta di racconti che costituiscono le versioni in prosa delle occasioni poetiche, con un accentuazione dei tratti più lievi e ironici rispetto a quelli alti e tragici della lirica. 5- La narrativa, il teatro e il cinema 5.1 La narrativa fra anni Venti e Trenta Dopo la fine della prima guerra mondiale emersero nella narrativa due linee in parte contrastanti. La prima promossa dalla rivista La Ronda e puntava a una 'prosa d'arte', che prendeva spunto dal frammentismo e dal saggismo raffinato già diffusi dalla Voce, ma li inseriva in racconti e novelle. Questa linea venne seguita da autori come Vincenzo Cardarelli e Riccardo Bacchelli. La seconda linea venne invece sostenuta dal critico Giuseppe Antonio Borgese, che nel 1921 pubblicò il romanzo Rubé, nel quale si cercava di interpretare il comportamento degli italiani nel periodo bellico e postbellico attraverso quello di un giovane moralmente disorientato. L'antifascismo di queste posizioni si coniugava con la ricerca di un nuovo tipo di realismo, che ponesse in primo piano l'interpretazione della realtà storica e della psicologia dei personaggi. Questo ritorno alla narrativa fu accolto solo in parte, per una vera rinascita di questa narrativa occorrerà attendere il 1943-44. Ma il caso più clamoroso di romanzo nuovo, a suo modo realistico ma soprattutto umoristico-sperimentale arrivò nel 1923 dal triestino Italo Svevo. Invece l'esito più alto della linea fondata u una scrittura raffinata e complessa fu raggiunto fra anni Trenta e Quaranta da Carlo Emilio Gadda. 5.2 La prosa d'arte, il realismo magico, il fantastico La narrativa breve, catalogabile sotto l'etichetta di prosa d'arte, trova a Firenze la sua patria d'elezione. Fra gli autori più interessanti si possono ricordare Arturo Loia e Giovanni Comisso. Molto presenti i temi dell'infanzia e del tempo passato, sulla scorta di una lettura di Proust e poi anche di Virginia Woolf. Sempre a Firenze si mosse anche Romano Bilenchi, nel secondo dopoguerra esponente della cultura marxista. Nell'opera Gli anni impossibili esaminò in modo acuto e quasi spietato soprattutto il periodo dell'adolescenza, con l'esplosione dei contrasti fra io e mondo. Si differenziano dal filone della prosa d'arte, privilegiando un'idea di realismo magico, se non di scrittura fantastica o surreale, Massimo Bontempelli, direttore della rivista 900, e Alberto Savinio, fratello di Giorgio De Chirico. Decisamente surrealisti i testi di Antonio Delfini. Più semplificate ma ricche di componenti fantastiche e addirittura di sfumature kafkiane le opere del bellunese Dino Buzzati, il cui testo più celebre resta Il deserto dei Tartari (1940). Infine l'autore che meglio sintetizzo sia le tendenze a una scrittura fantastica sia surreale è Tommaso Landolfi, ottimo conoscitore della lingua e della letteratura russa, nei suoi testi si coglie una pulsione autodistruttiva che rinvia ai romanzi dostoevskiani. I nuclei tematici fondamentali sono quelli della morte e delle ossessioni. In Il mar delle blatte e altre storie (1939) viene proposto un bestiario in parte inventato, mentre aumentano gli elementi misteriosi e allucinanti. 5.3 Prime forme di un nuovo realismo Negli anni Trenta si registrano vari esempi di un tipo di realismo legato alla volontà di documentare la vita italiana, a volte con finalità polemiche nei confronti del regime fascista. Tra realismo e decadentismo si muovono i racconti di Sodoma e Gomorra (1931) dello scrittore Curzio Malaparte, che pubblicò opere interessanti e nello stesso tempo irritanti, per la volontà di esibire un io anarchico-dannunziano nel bel mezzo delle rovine della guerra. Tra i testi che godettero di più ampia fortuna tra gli antifascisti ci fu Fontanamara (1933) dell'abruzzese Ignazio Silone, esiliato in Svizzera, la storia della lotta dei 'cafoni' in un immaginario ma verosimile paesino della Marsica. Subito considerato 'disfattista' dal regime fu invece Tre operai (1934) di Carlo Bernari. Un diario romanzato della vita in trincea è Un anno sull'altipiano (1938) di Emilio Lussu. In questa fase pubblicarono le loro prime opere anche Alberto Moravia ed Elio Vittorini. 5.4 Il teatro e il cinema In ambito teatrale le novità del periodo fascista sono limitate: mentre prosegue sino al 1936 la parabola di Pirandello, e mentre il melodramma, dopo la morte di Puccini, stenta a rinnovarsi, vengono proposti drammi tra il grottesco e il surreale oppure rivisitazioni del filone del realismo ottocentesco. In questo ambito si colloca l'opera del napoletano Eduardo De Filippo. Intorno alla metà degli anni Quaranta risalgono quasi tutti i suoi drammi più noti, quali Napoli milionaria (1945). Il regime impiegò il cinema come strumento di propaganda, puntando a valorizzare attori e registi italiani da contrapporre a quelli stranieri. Il cinema diventò negli anni Trenta un polo di attrazione per molti letterati: dopo D'Annunzio, che collaborò alla progettazione di Cabiria nel 1914, Pirandello e altri scrittori cominciarono a far ricavare sceneggiature da loro testi. Molti si inserirono nella neonata Cinecittà. 6- Italo Svevo 6.1 La formazione culturale Italo Svevo è lo pseudonimo assunto da Hector Schimtz, nato nel 186l a Trieste da una famiglia di ascendenza ebraica. Il padre lo avviò agli studi tecnici e presto dovette impiegarsi in una banca. Tuttavia continuò a coltivare la sua passione per la letteratura e il teatro. Trieste era ancora sotto il dominio asburgico.
trama non è più il punto essenziale di un romanzo, che invece vive soprattutto della sua capacità di interpretare il mondo attraverso il linguaggio. Per questo autore, che dichiara di aver bisogno di tutte le potenzialità linguistiche, compresi i sinonimi più lambiccati, la mescolanza delle lingue e degli stili è l'unico modo di riuscire a rappresentare l'infinita complessità, ovvero la 'baroccaggine" del mondo. La cognizione si apre nel fantastico paese sudamericano del Maradagal, simile alla Brianza, in cui imperversano reduci di guerra che mai hanno visto il fronte, profittatori e speculatori. Il protagonista è don Gonzalo Pirobutirro, ingegnere che vive in una villa dissestata con la vecchia madre, deve subire angherie e minacce, diventando nevrotico ed esasperato. Le parti satirico-grottesche si alternano con altre più dolorose e drammatiche, come il dialogo fra Gonzalo e un medico, nel quale il primo rivela il suo 'male oscuro'. Nella quinta parte viene adottato il punto di vista della madre, e si comprende il suo rammarico di non riuscire a stabilire un rapporto con il figlio. La madre viene trovata agonizzante, forse a causa di un'aggressione di estranei o forse del figlio. La stravaganza nevrotica di Gonzalo non è dovuta soltanto alla complessità del legame filiale, ma pure alla sua incapacità di adattarsi all'imperfezione del mondo, alle ingiustizie e ai soprusi. Tra i tanti registri stilistici si possono riscontrare il tragico, il lirico, il parodico, il grottesco, il satirico, ecc. E pure i linguaggi variano dal falso spagnolo, al fiorentino colto, al napoletano. Proprio attraverso l'elaborazione stilistica Gadda riesce a sostanziare la sua 'conoscenza sicura' della vita. 7.3 Quer pasticciaccio brutto de via Merulana Negli anni della seconda guerra mondiale, Gadda soggiorna a Roma, dove compone Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, edito parzialmente su Letteratura nel 1946-47 e poi in volume nel 1957. Il testo si presenta in forma di giallo, incentrato su un delitto avvenuto in pieno regime fascista, nel 1927. La vittima è Liliana Balducci, residente in un signorile palazzo di via Merulana, figlia di un profittatore di guerra. Il commissario Francesco Ingravallo viene incaricato delle indagini: si conferma vera una delle stravaganti teorie del singolare detective, e cioè che le inopinate catastrofi sono il frutto di un groviglio di concause. Più che l'indagine concreta conta quella conoscitiva di Ingravallo, che alla fine sembrerebbe approdare alla scoperta di una responsabile, ma senza che ciò sia confermato. Non a caso, nelle varie redazioni, il finale cambia. Domina qui una narrazione che procede alternando al romanesco popolare, molti gerghi tra cui quello malavitoso. In questa polifonia si collocano parti stilisticamente molto marcate, come quella barocca in cui viene descritto il cadavere di Liliana: è l'occasione per far capire quale 'pasticciaccio' è nato con l'assassinio, perché se un ordine si è perso, ne va ricercato un altro. Il romanzo poliziesco nasconde in realtà la ricerca di un ordine perfetto. La trama è un canovaccio libero, le deviazioni dall'inchiesta principale sono numerose: per seguire un furto di gioielli, per approfondire la biografia di personaggi secondari, per proporre descrizioni. Dietro i delitti si celano forze violente tra eros e odio, in grado di distruggere qualunque ordine. Gadda non mancò qui di concretizzare la sua abilità polemico-satirica contro un obiettivo preciso: il fascismo. Lo scrittore si mostrò inizialmente vicino agli ideali fascisti ma poi si accorse di quanto retorico, vaniloquente e ingiusto fosse il governo mussoliniano. 7.4 Altre opere Gadda cominciò a rimaneggiare le sue opere, facendole uscire in forma di lunghi frammenti o racconti più o meno compiuti. È il caso delle Novelle dal Ducato in fiamme (1953) e Accoppiamenti giudiziosi (1963). I racconti più riusciti descrivono ambienti del milanese con la consueta vivacità linguistica ricca di umori. Un tema che ricompare è quello della passione amorosa tra due classi sociali diverse, e la problematica sessuale. Nel 1955 Gadda decide di rivelare un altro dei suoi tragici trascorsi esistenziali concedendo la pubblicazione del Giornale di guerra e di prigionia. Nel 1958 si registra l'edizione della raccolta di saggi I viaggi, la morte, e vanno citati Lingua letteraria e lingua dell'uso (1942), dove lo scrittore afferma che è necessario contorcere il linguaggio per ricavarne un senso autentico, e Come lavoro (1949), nel quale definisce il suo un 'impiego spastico' del linguaggio. Va infine citato un saggio, Eros e Priapo: da furore a cenere (1967) nel quale Gadda scatena la sua virulenta satira contro Mussolini, appellato nei modi più stravaganti e accusato di essere soltanto il collettore di pulsioni erotiche represse. Il linguaggio perfido, mostra i lati più osceni del potere. 8- La critica e il dibattito culturale 8.1 La cultura sotto il fascismo In posizione contrapposta a Benedetto Croce si schierò Giovanni Gentile, sostenitore del valore assoluto dello Stato: il suo apporto al regime fascista fu determinante per una vasta riforma scolastica. Avversari del fascismo furono Piero Gobetti, già citato per la sua rivista Il Baretti, e Antonio Gramsci, destinato a morire nelle carceri del regime, non senza aver scritto fondamentali riflessioni nei suoi Quaderni. Nonostante le restrizioni, numerose furono le riviste letterarie attive sotto il fascismo, tra cui Solaria a Firenze, Letteratura e 900. A fianco dei giornali, il mezzo di comunicazione più diffuso ed efficace diventò la radio. Cominciarono poi a uscire i primi gialli e poi i neri dal colore della copertina dei libri stampati dalla Mondadori. Il filone rosa trovò in Liala un'autrice di culto, per il genere erotico Pitigrilli. Un altro tipo di cultura popolare fu quello della musica leggera. 8.2 La critica I critici militanti più quotati nel periodo tra le due guerre sono Emilio Cecchi, Giuseppe A. Borgese, Giuseppe De Robertis, Giacomo Debenedetti e Benedetto Croce. Aumentano in questa fase gli studiosi di solida formazione che si occupano anche di letteratura contemporanea, tra cui Gianfranco Contini uno dei primi interpreti di Gadda e Montale. Al suo fianco va ricordato Roberto Longhi. Contini fece un grande lavoro specificamente filologico ed erudito. La critica italiana in questo periodo porta a compimento molte opere di grande valore per l'interpretazione di Dante, Ariosto e Manzoni, per mano di Michele Barbi e Santorre Debenedetti. Vittore Branca invece fu tra i più grandi studiosi di Boccaccio.
Dopo la seconda guerra mondiale e la fine delle dittature nazifasciste, lo scenario internazionale ne esce profondamente modificato. Gli accordi di Jalta sancirono una divisione in due zone di influenza, una liberale-capitalistica e una comunista, che ben presto sfocio nella guerra fredda. L'Europa si trovò divisa tra i due blocchi con una lacerazione emblematica, quella decretata dal muro di Berlino (1961). L'Italia più di altre nazioni fu influenzata dalla politica statunitense e, dopo la Costituzione della nuova Repubblica nel 1946, venne governata a lungo dalla Democrazia Cristiana. In questo momento di trapasso, moltissimi scrittori avvertirono il bisogno di far sentire la loro voce: l'impegno fu la richiesta prioritaria soprattutto da parte delle ideologie progressiste, che cercarono o un consenso incondizionato (attraverso imposizioni politiche in Unione Sovietica, che esercitava il controllo sui paesi comunisti e alleati) oppure un'azione politica di rottura nei confronti degli schemi borghesi. Quest'ultima linea fu accolta da intellettuali, soprattutto in Francia con Jean-Paul Sartre e Albert Camus, esponenti dell'esistenzialismo laico. In Italia si apri lo spazio per il libero dibattito: le riviste promosse da scrittori e intellettuali, i giornali, la radio e la televisione (dal 1954) che promossero interventi culturali, le case editrici che cominciarono a tradurre opere contemporanee fondamentali. Le scelte degli uomini di cultura andarono verso le sinistre. La linea di tendenza più forte fu quella del realismo, motivata dalla spinta a descrivere l'enormità degli eventi appena accaduti, compresi gli abomini dei lager e della bomba atomica. La fase delle avanguardie e dei modernismi, nei primi decenni del Novecento, contribui a conferire elementi sperimentali che si colgono negli autori del neorealismo. Molte delle opere più importanti del periodo tra la fine della guerra e i primi anni Sessanta, come quelle di Italo Calvino, di Pier Paolo Pasolini o di Beppe Fenoglio, interpretano la tendenza al realismo ma in modi spiccatamente personali, sia in quanto a modelli sia in quanto a lingua. La poesia cercò di trovare altre strade davanti alla fioritura della prosa. Quasi tutti gli esponenti dell'ermetismo sentirono il bisogno di rinnovare il loro stile per affrontare i drammi del presente, come vediamo alla fine degli anni Cinquanta con le raccolte di Mario Luzi. Anche poeti estranei alla corrente ermetica si rinnovarono, nell'ambito della poesia 'semplice' antinovecentesca, come Giorgio Caproni. Da ricordare, oltre ai poeti più autorevoli tali Saba e Montale, le tendenze neorealistiche e sperimentali in poesia, tra cui Le ceneri di Gramsci di Pasolini, o le raccolte di Tonino Guerra. In questo periodo si assiste a uno spostamento degli interessi verso il cinema, incentrato sulla condizione italiana alla fine della guerra, come i film di Roberto Rossellini e di Vittorio De Sica. Non a caso quasi tutti i nuovi scrittori collaborarono con l'industria cinematografica sia per trasporre le loro opere, sia per la stesura di sceneggiature originali, per esempio quelle scritte da Ennio Flaiano per Federico Fellini. Il cinema italiano diventa sempre più famoso in questi anni, ma non può essere paragonato ad Hollywood, con le sue produzioni costose e l'impiego dei suoi divi. La potenza dell'industria culturale comincia a condizionare le scelte e i gusti del pubblico di massa. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta la cultura d'élite torna a proporre testi inquietanti e sperimentali come quelli per il teatro dell'irlandese Samuel Beckett, o la poesia espressionista- surrealista di Paul Celan, di origini ebraiche ma che in seguito allo sterminio della famiglia sceglie di scrivere in tedesco. Negli Stati Uniti i giovani della beat generation saranno un punto di riferimento per le nuove forme di ribellione degli anni Sessanta. Anche in Italia si prepara il terreno per una nuova fase avanguardistica che esploderà nell'anno-simbolo 1963. 2- La poesia 2.1 Il nuovo clima del dopoguerra. Mario Luzi Prosecuzioni e sviluppi. Nell'immediato dopoguerra l'ermetismo lascia il posto a una lirica più diretta e concreta, che può sfociare nella retorica, come nel caso di Quasimodo. E Montale a diventare il modello più seguito. A Saba invece si ispirano poeti antinovecenteschi. Mario Luzi. Come caso esemplare seguiamo l'esempio di uno dei più rappresentativi esponenti dell'ermetismo fiorentino, Mario Luzi (1914-2005). Dopo aver raggiunto uno degli apici manieristici del movimento con Avvento notturno (1940), comincia ad avvicinarsi a una poetica sostanziata di riferimenti alla realtà sin dalla seconda metà degli anni Quaranta, con le raccolte Primizie del deserto (1952) e Onore del vero (1957), fino al culmine segnato da Nel magma (1963), con una trama fitta di rimandi al Purgatorio dantesco. I dubbi esistenziale dell'io-lirico vengono esaminati in componimenti polifonici e dai versi lunghi e irregolari. Qui spazia dell'impegno politico alla fede religiosa, con la presenza di vocaboli colloquiali. Nelle ultime raccolte prevale una tendenza all'astrazione e al dettato mistico-religioso. Luzi è stato anche saggista e autore di testi teatrali. Il neorealismo in poesia. La propensione al neorealismo si sostanzia, in poesia, di caratteri quotidiani e riferimenti storici, mentre da un punto di vista formale prevalgono versi lunghi e linguaggio semplice. Anticipati da Cesare Pavese con il suo Lavorare stanca i poeti neorealisti non si allontanano da alcuni modelli, come Walt Whitman o Edgar Lee Masters, che con le sue Antologie di Spoon River (1915-24) dava direttamente voce a numerosissimi personaggi minori, che parlavano attraverso i loro epitaffi. Questi modelli vennero applicati a temi scelti sulla spinta di un'esigenza di impegno sentita da molti, per esempio Roco Scotellaro con la raccolta E' fatto giorno (1954), il miglior esempio di lirica neorealistica a favore del socialismo. 2.2 La linea antinovecentesca: Sandro Penna, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci Sandro Penna. Riprende vigore la linea dello 'stile semplice', che aveva trovato in Saba il suo maggior esponente. Questa tendenza antinovecentesca era seguita dal perugino Sandro Penna. Nelle sue liriche domina una percezione ingenua degli attimi vitali, spesso connotati dalla dialettica fra nascita e appagamento/frustrazione dei desideri. Questa dialettica trova gli esiti più compiuti in poesie brevissime, dal tono aforistico. Si tratta di una poesia immediata. D'altra parte, l'apparente facilità si converte spesso in effettiva oscurità per eccesso di chiarezza, specie quando si evocano temi riguardanti la sessualità adolescenziale-omoerotica. Giorgio Caproni. Ancora all'antinovecentismo si può ascrivere la lirica del livornese Giorgio
protagonista è il passivo Michele Ardengo, la cui madre Mariagrazia è l'amante dell'abile profittatore Leo Merumeci, che ha ipotecato la sua abitazione e che vorrebbe lasciarla, essendosi invaghito di sua figlia Carla. Venuto a sapere della tresca, Michele, incapace di azioni decise, arriva a sparare a Leo con una pistola scarica. Il gesto diventa grottesco e permette di cogliere il presupposto del testo: la borghesia è ormai priva di valori e i giovani si adattano, disposti ai compromessi perché indifferenti a tutto. Moravia si rivela un attento interprete dell'interiorità, fra i suoi modelli principali non a caso si trova Dostoevskij. Negli anni successivi, il giovane scrittore continua a pubblicare, passando da racconti realistici ad altri fantastico- surreali. Dopo aver sposato nel 1941 la scrittrice Elsa Morante, pubblica il romanzo breve Agostino (1944). È la storia di un adolescente della buona borghesia che, durante una vacanza in Versilia, viene iniziato al sesso. La fluidità della trama non asconde le implicazioni psicanalitiche, soprattutto nel rapporto tra il ragazzo e la bella madre. Negli anni successivi, lo scrittore proporrà testi sempre più legati alla storia italiana del dopoguerra, con La romana (1947) e La ciociara (1957). Negli anni Sessanta lo scrittore sente il bisogno di rinnovarsi, cercando di adattarsi alle nuove istanze del romanzo sperimentale, in particolare l'analisi del vuoto esistenziale e morale della borghesia, nonché del rapporto fra denaro, sesso e società. Nasce così La noia (1960), storia del contrastato rapporto fra Dino, pittore privo di ispirazione, e la sua vitalissima modella Carla. La conclusione porterebbe alla necessità di contemplare più che sperimentale la vita: un'idea dietro la quale si nasconde un crescente pessimismo. Nel periodo fino al 1990, anno della morte, Moravia tende a ripetere le sue posizioni, giungendo di rado a risultati innovativi. La sua capacità di anatomizzare i mali della borghesia, è riuscita a fornire per lungo tempo una rappresentazione non scontata della società italiana. 3.3 Elio Vittorini| Anche l'attività letteraria del siciliano Elio Vittorini (1908-1966) inizia durante il Ventennio fascista. Operò a Firenze come organizzatore culturale, prima di trasferirsi a Milano e di aderire alla lotta resistenziale. Fra il 1938 e il '39 pubblicò su Letteratura il suo capolavoro, Conversazione in Sicilia, un romanzo a sfondo simbolico-allegorico, nel quale il rientro in Sicilia del protagonista-narratore. Silvestro diventa l'occasione per una riflessione sia sul proprio ruolo politico, sia sulla condizione dell'Italia e in specie delle zone più emarginate. Vittorini senti subito la necessità di trovare nuove forme di impegno nel dopoguerra, promuovendo una rivista progressista come Il Politecnico. Dopo un dissidio con Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, rivendicò l'autonomia degli intellettuali rispetto alla politica, e promosse iniziative con la casa editrice Einaudi. Lo scrittore fu tra i più fervidi sostenitori dei giovani autori, perseguendo un rinnovamento sia nei modelli, da lui privilegiati quelli statunitensi, sia nei temi. Oltre a saggi e interventi polemici, raccolti in Diario in pubblico, scrisse Le donne di Messina e l'incompiuto Le città del mondo. 3.4 Cesare Pavese Presso l'Einaudi si pose, sino al tragico suicidio nel 1950, Cesare Pavese. Nato nel 1908 nelle Langhe, si formò a Torino, entrando presto in contatto con intellettuali ostili al fascismo, riunitisi intorno a Giulio Einaudi. Il suo primo interesse riguardo la letteratura angloamericana, che iniziò a tradurre. In particolare nelle poesie di Lavorare stanca (1936) si colgono subito gli effetti della cultura americana: i metri lunghi e immagini metaforico-mitologiche. Intanto Pavese ha dovuto subire due anni di confino per sospetto antifascismo: la sua salute è peggiorata tanto da lasciarlo in depressione. Nel dopoguerra aderisce al Partito comunista e rafforza la sua collaborazione con l'Einaudi, ideando collane di carattere etnologico. Il mito, in quanto fondo primitivo e inconscio da riscoprire dietro alla razionalità, ritorna costantemente nelle sue opere. Gli eventi reali sono si trattati, però mai come base unica della narrazione. Il suo primo romanzo importante, Paesi tuoi, era già uscito nel 1941: l'ambientazione di tipo realista-verista, lascia spazio ad aspetti simbolici e antropologici, come il rapporto tra violenza e amore. Propone un esame della psicologia borghese nella trilogia sotto il titolo di La bella estate (1949). Una serie di brevi testi in cui compaiono personaggi della mitologia greca, i Dialoghi con Leucò (1947), trattano argomenti come il rapporto parole/cose o la questione dell'origine. Le opere più fortunate di Pavese furono però quelle riguardanti la storia contemporanea, organizzate in una tetralogia che comprende Il compagno (1947), Il carcere (1949), La casa in collina (1949) e La luna e i falò (1950). Nel primo, l'intellettuale Corrado, rifugiatosi in collina durante la fase più tragica della guerra, s'interroga sul rapporto con Cate e con suo figlio, che potrebbe essere il frutto di una loro relazione; persino di fronte ai soprusi nazifascisti, Corrado non riesce a prendere posizione e rinvia il momento della sua maturità. Se La casa in collina si chiuse su una desolata richiesta di senso per tutti i morti del conflitto, nel successivo romanzo breve La luna e i falò, le lotte della guerra civile sembrano già collocarsi su uno sfondo lontano, rievocate solo in conclusione dal protagonista Anguilla, vissuto a lungo negli Stati Uniti, e dal suo coetaneo Nuto, rimasto invece nelle Langhe. Gli elementi della cronaca vengono reinterpretati in una prospettiva mitica, caratterizzata dalla lontananza candida e materna della luna, che però può apparire diversa nel Nuovo o nel Vecchio mondo, e insieme al fuoco distruttore-rigeneratore dei falò. Anche il sacrificio di Santa, uccisa dai partigiani per tradimento, sancisce l'impossibilità di trovare un luogo nel quale non ci sia macchia di violenza, e nel quale sia possibile radicarsi. Numerosi i testi postumi, fra cui la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951) e il diario Il mestiere di vivere (1952). 3.5 Tra neorealismo e memorialsimo Vasco Pratolini, Carlo Cassola. Possiamo parlare genericamente di neorealismo, sebbene siano pochi gli scrittori integralmente inseribili entro strette categorie. Tra i neorealisti citiamo il fiorentino Vasco Pratolini (1913-1991), che pubblicò romanzi legati alla vita dei quartieri poveri di Firenze. Pratolini progettò la trilogia Una storia italiana, incentrata sulle lotte politiche e sociali tra Ottocento e Novecento. Nelle opere successive Pratolini tende all'allegoria, proponendo strutture narrative più sperimentali. Altro autore di successo fu Carlo Cassola (1917-1987), nato a Roma ma vissuto in Toscana, che narrò le violenze della guerra e del dopoguerra nel suo romanzo più celebre La ragazza di Bube (1960). Apprezzati anche i racconti lunghi come il taglio del bosco. Giorgio Bassani, Natalia Ginzburg. Vicino a un'idea di letteratura come ricordo, non priva di affinità con la Recherce proustiana, è il ferrarese Giorgio Bassani (1916-2000), attivo a Roma dal 1943, consulente editoriale oltre che narratore e poeta. La sua condizione di ebreo, duramente colpito dal regime fascista, trapela in molte opere a cominciare delle Cinque storie ferraresi,
radunate con altri testi, compreso il fortunatissimo Il giardino dei Finzi-Contini (1962), nel ciclo Il romanzo di Ferrara (1974). Alla condizione ebraica fa riferimento pure Natalia Ginzburg (1916- 1991), inserita nell'ambito einaudiano e attiva fra Torino e Roma. Il suo testo più famoso, Lessico famigliare (1963), fornisce un quadro delicato del periodo del regime, facendo ricorso a forme verbali idiolettiche (cioè tipiche della sua famiglia) e a ricordi efficacemente trattati. Carlo Levi. La memorialistica di guerra. Si entra decisamente nel campo della memorialistica con Cristo si è fermato a Eboli (1945), l'opera più fortunata del torinese Carlo Levi (1902-1975), confinato dal governo fascista in Lucania. Si tratta di un resoconto scarno e incisivo di quell'esperienza, volto a dimostrate l'arretratezza del Sud d'Italia. Nel dopoguerra, Levi si è impegnato politicamente per risolvere i problemi meridionali, pubblicando opere giornalistiche e saggistiche. Straordinario successo arrise a Il sergente nella neve (1953) del veneto Mario Rigoni Stern (1921-2008), rievocazione della terribile tragedia dell'Armata italiana in Russia. Numerosissimi i diari-resoconti, di forte impatto Banditi (1946) del filosofo Pietro Chiodi. Ma il memoriale più famoso, testimonianza pacata e insieme intensa dell'esperienza del lager nazista, resta Se questo è un uomo di Primo Levi. 3.6 Primo Levi La testimonianza e il ricordo: Se questo è un uomo e La tregua. Formatosi come chimico, il torinese di origini ebraiche Primo Levi (1919-1987) venne catturato durante la guerra di Resistenza e deportato ad Auschwitz, dove rimase sino al gennaio 1945. L'esperienza del lager risultò cruciale per tutta la sua vita anche se Levi cercò a più riprese di tornare a comprendere quell'evento, invece di limitarsi a ricordarlo e stigmatizzarlo. Da uno sfondo di ripensamento nacque il diario- memoriale Se questo è un uomo (1947). L'animo razionalista di questo scrittore lo spinge a chiedersi come sia stato possibile arrivare agli estremi da lui provati, e ricostruiti in diciassette capitoli che presentano l'intero 'universo concentrazionario con le sue leggi scritte o meno. Vengono proposti confronti con l'Inferno di Dante, modello di paragone rispetto all'inferno terreno realizzato dai nazisti. Un tono assai più comico-picaresco si coglie nel secondo libro leviano dedicato all'esperienza della Shoah, ossia La tregua (1963). Questo memoriale si apre con la liberazione del lager a opera dell'Armata rossa e narra le vicissitudini sopportate da Levi prima di poter rientrare a casa. Il viaggio attraverso molti paesi dell'Est durante tutto il 1945 porta alla conoscenza di realtà impensabili e di personaggi da opera buffa, ma anche, a ritrovare i tedeschi connazionali degli aguzzini, ancora incapaci di chiedere perdono. Le altre opere letterarie e saggistiche. I sommersi e i salvati. Primo Levi si misura con il racconto, il saggio, la poesia e con il romanzo. In filigrana si coglie spesso l'esperienza del mondo concentrazionario, tuttavia emerge nei nuovi testi quella di uno scrittore-scienziato, sensibile alla materialità caotica del reale: fra i classici più amati da Levi sta il concretissimo Francois Rabelais, con il suo Gargantua e Pantagruel (1532-52). Ecco dunque le raccolte di racconti Storie naturali (1966), Vizio di forma (1971), Lilit (1981), intrisi di toni grotteschi e surreali, pur nella sostanziale razionalità stilistica. Ancora più legati all'esperienza tecnica e commerciale Il sistema periodico (1975) e La chiave a stella (1978): nel primo si ripercorre, attraverso ventuno elementi chimici, una storia che è insieme autobiografica e relativa all'intero destino dell'umanità; nel secondo il montatore di tralicci Faussone ricorda le sue tante battaglie per vincere il caos della materia indistinta. Come raccolta poetica va ricordata Ad ora insolita (1984), e per la saggistica L'altrui mestiere (1985). Lo sforzo narrativo più elaborato di Levi è il romanzo Se non ora, quando? (1982). Basata su testimonianze della lotta degli ebrei contro il nazifascismo, quest'opera è costruita in maniera classica e in sottofondo si colgono riferimenti alla Bibbia e in specie all'Esodo. L'opera più efficace dell'ultima produzione leviana, uscita nel 1986, prima del suicidio, è I sommersi e i salvati. Levi ripensa all'intera realtà concentrazionaria, individuando aspetti sfuggiti a lui e agli altri singoli testimoni, per esempio l'esistenza di una vasta 'zona grigia' di connivenza con gli oppressori. Le testimonianze non sembrano bastare a comprendere gli estremi raggiunti dalle persecuzioni naziste, perché coloro che li hanno subiti, ossia i 'sommersi", non hanno potuto raccontarle. 3.7 Beppe Fenoglio La produzione sino alla metà degli anni Cinquanta. Ancora nell'ambito della narrativa legata all'esperienza della guerra si colloca l'opera di Beppe Fenoglio (1922-1963). Nativo di Alba, Fenoglio frequenta il ginnasio e acquisisce una buona conoscenza della narrativa anglosassone, nonché della filosofia contemporanea. Colto di sorpresa dall'armistizio dell' settembre 1943 rientra nelle Langhe dove si unisce alle formazioni partigiane, e partecipa alla vittoria degli antifascisti nel 1945. Subito scrive un diario romanzato di alcune delle sue vicende: gli Appunti partigiani (1944), un testo segnato dal tono gioioso del sopravvissuto. La vocazione letteraria non è sufficiente a garantirgli un lavoro per cui deve impiegarsi in una ditta enologica. Il suo romanzo breve La paga del sabato (1949-50), influenzato dai narratori statunitensi, non trova un editore. Viceversa la raccolta di racconti I ventitre giorni della città di Alba viene approvata e pubblicata da Einaudi nel 1952. Nonostante le critiche per l'apparente dissacrazione della Resistenza, raffigurata nella concretezza e a volte bassezza della quotidianità, questi racconti rappresentarono una delle interpretazioni più forti ed efficaci della 'guerra civile'. Vari testi riguardano la vita nelle Langhe, le storie proposte trovano un efficacissima stilizzazione a metà fra il testo scritto e il racconto orale-popolare. Su questa linea si colloca il romanzo breve La malora (1954), che narra le misere vicende di Agostino Braida, giovane contadino delle Langhe. La crudezza della narrazione si coniuga con un interesse forte per le radici familiari. Il grande progetto: Il partigiano Johnny e Primavera di bellezza. La malora non convinse Vittorini, e Fenoglio tentò nuove strade. Impostò quindi, probabilmente a partire dal 1955-56, un 'libro grosso' che doveva raccontare l'intero periodo 1940-45. Decise di stenderlo preliminarmente in inglese, o meglio in un suo linguaggio a base anglosassone ma ricco di coniazioni ricavate dall'italiano, chiamato spiritosamente dalla critica 'fanglese'. A causa delle perplessità del suo nuovo editore, Livio Garzanti, Fenoglio decise di ripulire il dettato e usci cosi nel 1959 Primavera di bellezza, in cui il protagonista Johnny, dopo la formazione militare a Roma, fugge dopo l'Armistizio e si unisce nell'autunno del 1943 ai ribelli sulle colline sopra Alba, ma viene ucciso. Ma
La narrativa meridionale vive una stagione di validi risultati, specie a Napoli e in Sicilia. Fra gli autori da citare il siracusano Vitaliano Brancati, dapprima vicino al fascismo e poi, nel dopoguerra, satirico e fuori dagli schemi. In Don Giovanni di Sicilia (1940) viene irriso il comportamento dei mariti siciliani, mentre il mito del maschio isolano trova un gustosa satira in Il bell'Antonio (1949), il cui protagonista non riesce a consumare il matrimonio. Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un caso a sé stante è quello del Gattopardo, romanzo storico del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), uscito postumo nel 1958 dopo vari rifiuti degli editori. Il principe Fabrizio di Salina, attraversa il periodo della spedizione garibaldina e della fine del Regno delle Due Sicilie. Ai nuovi governanti del Regno d'Italia che lo vorrebbero in Senato, don Fabrizio oppone le sue considerazioni sull'impossibilità di cambiare la storia siciliana, fatta di millenni di dominazioni straniere. "Tutto cambi perché nulla cambi" pare la filosofia implicita nell'opera, contestata dai critici di sinistra. Il romanzo ottenne però un grande successo grazie anche alla trasposizione cinematografica di Luchino Visconti nel 1963. Oggi è riconosciuto il valore dell'opera, specie per la sua sensibilità psicologica, malinconica e segnata dal senso della fine. 3.10 Il teatro e il cinema L'attività teatrale. Nel teatro del dopoguerra prende consistenza un filone incentrato sull'analisi psicologica e interiore, con sfumature esistenzialiste o inquietamente religiose. Fra i drammaturghi più noti si possono citare il marchigiano Ugo Betti con il suo Corruzione al palazzo di giustizia (1949), e il romagnolo Diego Fabbri che in Processo a Gesù (1955) riesamina le ragioni della fede cattolica. Innovativi risultati vengono anche dalle messinscene di drammi classici di Giorgio Strehler, splendidi infine gli allestimenti dei melodrammi di Verdi curati da Visconti. L'attività degli scrittori nel cinema. L'importanza del cinema nel dopoguerra si amplia enormemente: a Roma, Cinecittà diventa un polo di attrazione per numerosi scrittori. Dopo i capolavori neorealistici, i film più validi degli anni Cinquanta vennero da registi come Michelangelo Antonioni e Federico Fellini, coadiuvati per la sceneggiatura da scrittori quali Ennio Flaiano, Tonino Guerra, Pasolini. A Fellini si deve il film-simbolo di questi anni, La dolce vita (1960), che riesce a far comprendere l'evoluzione della società italiana dallo stato di distruzione postbellica agli inizi del boom economico, sottolineando la perdita dei valori tradizionali. Su un piano significativo sul versante sociologico, si collocano i film della cosiddetta 'commedia all'italiana", capaci di proporre figure-tipo, incarnate da abili attori come Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Molti dei film più fortunati nascono da opere degli scrittori come Vasco Pratolini o Alberto Moravia, la cui Ciociara venne interpretata da Sophia Loren nel 1960. Non vanno dimenticate serie di film popolari, per esempio quelli di Don Camillo e di Totò, questi ultimi per la loro comicità grottesca e i testi basati su buffi giochi linguistici. 4- La critica e il dibattito culturale Le riviste militanti. Nel 1945 s'iniziano le pubblicazioni del milanese Politecnico, fondato da Elio Vittorini che propugna nuove forme di impegno degli intellettuali anche fuori dagli schemi umanistici. Ben presto però la relativa autonomia mise in contrasto Vittorini con il segretario del Partito comunista Palmiro Togliatti. Lo scontro portò alla chiusura della testata nel 1947 ma l'esperienza fu ripresa all'interno della casa editrice Einaudi, dove Vittorini ideo un'altra rivista di approfondimento culturale, Il Menabò. L'attività fu promossa anche da Italo Calvino. Su un piano di vivace interpretazione del marxismo, del realismo e della sperimentazione letteraria si colloca la bolognese Officina (1955-59), con la quale collaborò il saggista Franco Fortini. A un ideale di sperimentazione più libera si ispira invece Il Verri, fondato a Milano nel 1956 dal critico e teorico Luciano Anceschi, sostenitore della neoavanguardia. La critica letteraria. L'opera di Anceschi portò a una nuova interpretazione di autori come Dante, Boccaccio, Manzoni e Leopardi, grazie a studiosi che coniugavano presupposti ancora crociani con un'ideologia progressista, o con competenze filologico-erudite, o con una raffinata sensibilità interpretativa. Gli spazi culturali nei mass media. Va ricordata l'importanza di altre riviste non allineate sulle posizione di sinistra, come Tempo presente (1956-68), diretta dallo scritto Ignazio Silone, ma anche degli interventi scritti per le terze pagine dei quotidiani, per la radio, e dal 1954 per la televisione. I centri culturali italiani diventarono Roma, Milano e Torino. L'impegno degli scrittori si rivolse a un uditorio sempre più ampio. Fra i primi a cogliere quest'aspetto vi fu Pasolini. 5- Pier Paolo Pasolini 5.1 La formazione culturale Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna nel 1922 da un ufficiale dell'esercito e da una maestra elementare originaria del Friuli. Sin dall'adolescenza si dimostrò molto interessato alla poesia e specie nel mondo contadino friulano, sviluppò un forte sentimento del sacro. A Bologna studiò Lettere ma si appassionò anche di arte, sotto la guida del celebre critico Roberto Longhi, e di cinema. Pasolini compose nel 1942 la prima raccolta poetica in dialetto friulano, e si laureò con una tesi su Pascoli. Durante la guerra non combatté nella Resistenza, mentre il fratello Guido fu ucciso dai partigiani di Tito. Pasolini cominciò a farsi notare da critici come Contini, si iscrisse al Partito comunista e divenne insegnante di materie letterarie a Roma. Dalla metà degli anni Cinquanta cominciò la sua più intensa attività artistica dapprima con il romanzo Ragazzi di vita (1955) e poi con le raccolte poetiche, sceneggiature, regie di film, traduzioni. Negli anni Sessanta venne attaccato dagli apparati di partito e da intellettuali neoavanguardisti. Ciononostante mantenne un ruolo fondamentale nella vita culturale grazie all'amicizia con Moravia e Morante, nonchè al successo delle sue opere cinematografiche. Nel 1968 si schierò a favore dei poliziotti contro i giovani ribelli, figli della buona borghesia. Ormai era disposto a sfidare ogni forma di potere in difesa di sue convinzioni: i diritti degli omosessuali o la lotta contro le industrie, contro la distruzione dei valori autentici della civiltà contadina. Questi temi vennero trattati anche in articoli di giornale, saggi e interviste. Intanto continua con i film, come Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) e con il romanzo Petrolio. Ma una notte del 1975 Pasolini fu ucciso presso l'Idroscalo di Ostia, in circostanze mai chiarite. 5.2 Pasolini poeta
La sua raccolta di esordio, Poesie a Casarsa (1942), scritta nel dialetto friulano, manifesta una propensione verso temi del simbolismo o del surrealismo, in particolare di Rimbaud, Pascoli e Lorca: figure come i fanciulli destinati alla morte o il Narciso del mito, rappresentano una visione del mondo inquieta, esuberante e mortuaria. Ma quando l'autore entra in contatto con l'ambiente romano, l'apertura verso una rappresentazione corale diventa evidente: nascono cosi i poemetti in terzine, riuniti nel 1957 sotto il titolo Le ceneri di Gramsci. Pasolini enfatizza alcune sue propensioni e convinzioni, come il mito del popolo come portatore di un sano vitalismo, la contrapposizione ideologica nei confronti della borghesia. La sua ideologia marxista e populista viene calata nei poemi migliori come il celebre Il pianto della scavatrice, in una serie di immagini allegoriche basate su una rilettura espressionista della realtà, in particolare delle borgate romane. Non mancano poi riflessioni più intime. L'uso dell'endecasillabo e della terza rima dantesca e pascoliana risente di una notevole libertà prosodica. Anche le revisioni d'autore furono numerose, e a volte contraddittorie. È il caso di La nuova gioventù (1975), raccolta in friulano che riscrive quella del 1954 La meglio gioventù, con l'intento di sottolineare il completo snaturamento del contesto socioculturale italiano, a causa degli sviluppo del capitalismo. 5.3 Pasolini narratore (e regista) Pasolini nel dopoguerra aveva aderito alle idee comuniste, mantenendo però una autonomia di giudizio privilegiando scelte più a favore del popolo che non del partito. Le prime opere narrative, Amado mio e Atti impuri, risalenti al suo periodo friulano e pubblicate solo nel 1982, sono incentrate più sulle passioni erotiche che sugli aspetti storico-sociali. Dei tentativi successivi, più vicini agli ideali del neorealismo, venne edito solo Il sogno di una cosa (1962), dedicato alle lotte contadine in Friuli. Una svolta si registra con il trasferimento a Roma, dove nota subito le profonde contraddizioni con i fasti del passato che si intrecciano con la miseria dei popolani delle borgate. Su di loro si concentra lo sguardo dell'autore quando scrive Ragazzi di vita (1955), un romanzo in otto capitoli che propongono episodi separati, tenuti assieme dalla presenza di alcuni personaggi, fra i quali il giovane Riccetto. Le imprese die 'ragazzi di vita' sono seguite in maniera oggettiva, la forza della narrazione sta nei dialoghi secchi, in un linguaggio vivace e gergale, mentre le descrizioni sono segnate da un forte lirismo. Pasolini vuole applicare le sue idee sul plurilinguismo, derivate da Contini e Gadda. Ragazzi di vita risulta in fondo un romanzo picaresco, spesso drammatico e violento, in cui la posizione dell'autore trapela ed è in genere populista, perché i giovani possono violare la legge ma restano migliori nell'animo rispetto ai borghesi capitalisti. Il primo romanzo pasoliniano suscitò scandalo, colpito pure per la sua omosessualità. Nel 1959 usci il secondo romanzo romano, Una vita violenta, ma l'impianto incentrato sul giovane Tommasino Puzzilli, dapprima teppista poi militante comunista che si sacrifica eroicamente, appare sin troppo stereotipato e ideologizzato. Pasolini si rende conto che la scrittura non è sufficiente a esprimere tutte le sue potenzialità narrative e sceglie di passare alla regia cinematografica. Il primo film, Accattone (1961), deriva da un racconto ancora ispirato al mondo delle borgate, ma fa un uso poetico' delle inquadrature e un attento dosaggio delle immagini colte, e crea un forte cortocircuito tra le scene crude e drammatiche e il commento musicale. Le citazioni e i riferimenti letterari e artistici risultano fondamentali: basti ricordare la cosiddetta Trilogia della vita (1971-73) che si basa sulle novelle del Decameron, dei Racconti di Canterbury e delle Mille e una notte. Altri film, come Porcile, nascono insieme a opere teatrali dello stesso autore, con riferimenti ai miti e alle tragedie greche, rilette in chiave psicanalitica. Importanti Medea, con Maria Callas. Ma gli esiti più alti arrivano con Salò o le 120 giornate di Sodoma, ambientato nel periodo finale del fascismo ma basato su un testo del marchese de Sade. Nello stesso periodo sino alla morte, Pasolini lavorò sul capolavoro Petrolio, pubblicato postumo nel 1992 e incompiuto. Il testo si presenta come edizione critica di un testo inedito', vengono trattati senza censure: la natura del potere politico in Italia; l'invadenza del capitalismo, distruttore delle radici arcaiche e contadine e della bontà del popolo; le repressioni degli impulsi erotici; le pulsioni di morte. Petrolio si configura come abbozzo di romanzo in progress. In quest'opera si esprimono nel grado più intenso alcune propensioni di fondo di Pasolini, come la ricerca del sacro in persone, situazioni e atti che ne sembrerebbero totalmente estranei; la creazione letteraria come espressione corporea e vitale; il rifiuto dei compromessi per demistificare le storture del capitalismo. 5.4 Pasolini saggista Pasolini intervenne nel dibattito politico e culturale. Promotore di riviste come Officina e Nuovi Argomenti, polemista su periodici come L'Espresso e Tempo, invitato a scrivere sul giornale Il Corriere della Sera. Attento all'evoluzione linguistica e difensore dei dialetti, sensibile al mutamento antropologico in atto con l'industrializzazione e poi con l'influsso dei mass media, interprete dei fatti di costume. Diverse sono le fasi di questa produzione pasoliniana. La prima, rivolta soprattutto all'analisi degli aspetti letterari e linguistici, si condensa nella raccolta Passione e ideologia (1960). Quella successiva, in cui l'analisi socio-stilistica e ideologica prevale nettamente, si registra a partire dal 1968 con Empirismo eretico, Scritti corsari, Lettere luterane, Descrizioni di descrizioni e Il caos. Prevale una mescolanza di toni e forme espressive, tanto che si è parlato di 'poemetti ideologici in prosa'. 6- Italo Calvino 6.1 La formazione culturale Redattore dell'Einaudi e poi consulente editoriale, Italo Calvino nasce a Cuba nel 1923 da una famiglia di scienziati di origine ligure. La sua formazione è laica e tecnica (studia agraria) e la sua militanza nella Resistenza è precoce. Da quell'esperienza provengono numerosi racconti e il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno. Dal 1946 inizia l'attività di giornalista, saggista e interprete dei mutamenti della società italiana. Calvino alterna testi a sfondo fiabesco, ma con chiari riferimenti allegorici alla realtà, ad altri più direttamente impegnati in ambito socio-politico. Ma dopo la crisi con il Partito comunista, e dopo una fase di ripensamento della sua poetica nel periodo 1963-64, Calvino sceglie una strada nuova, accogliendo tendenze di matrice strutturalista che trovavano i loro modello in autori francese o sudamericani, come Raymond Queneau o Jorge Luis Borges. Questa fase prosegue sino alla pubblicazione del meta-romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979), spesso affiancato a Il nome della rosa (1980), come esempio del postmodernismo italiano. Nel 1985 mentre sta preparano alcune lezioni allUniversità di Harvard, muore per un' emorragia cerebrale.