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Le complesse dinamiche del rapporto genitore-figlio, analizzando le sfide e le tensioni che emergono durante la crescita e l'autonomia del figlio. L'autore, attraverso esempi concreti e riferimenti a studi psicologici, evidenzia l'importanza di una comunicazione empatica e di un'educazione che rispetti l'individualità del bambino, evitando di imporre modelli predefiniti.
Tipologia: Dispense
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Bruno Bettelheim, (Vienna 1903 - Silver Spring, Maryland 1990) si trasferì negli Stati Uniti nel 1939, dopo essere stato internato per un anno nei campi di concentramento di Dachau e di Buchenwald. Ha diretto per quasi trent'anni l'Orthogenetic School per bambini psicotici, ed è stato Distinguished Professor of Education e Professor Emeritus di psicologia e psichiatria all'Università di Chicago. Opere: Il prezzo della vita (Adelpni 1965); L'amore non basta (Ferro 1967); I figli del sogno (Mondadori 1969); Ferite simboliche (Sansoni 1973); Psichiatria non oppressiva (Feltrinelli 1976); Il mondo incantato (Feltrinelli 1977); La fortezza vuota (Garzanti 1978); Dialoghi con le madri (Comunità 1979); Sopravvivere (Feltrinelli 1981); Imparare a leggere (Feltrinelli 1982, "Universale Economica" 1989) in collaborazione con Karen Zelan; Freud e l'anima dell'uomo (Feltrinelli 1983); La Vienna di Freud (Feltrinelli 1990); L'arte dell'ovvio (Feltrinelli
Dedicato alla memoria di Trude Bettelheim e ai nostri figli Ruth, Naomi, Eric
Desidero per prima cosa precisare che il titolo del presente libro si ispira all'idea di "madre abbastanza buona", o "madre passabile", formulata da D.W. Winnicott. Io l'ho estesa a entrambi i genitori, visto che entrambi sono importanti per lo sviluppo del bambino. Il titolo suggerisce che, per una buona educazione dei propri figli, non bisogna cercare di essere dei genitori perfetti, né tanto meno aspettarsi che lo siano, o che lo diventino, i nostri figli. La perfezione non è alla portata del normale essere umano, e l'accanimento nel volerla raggiungere è inevitabilmente di ostacolo a quell'atteggiamento di tolleranza verso le imperfezioni altrui, comprese quelle dei figli, che, solo, rende possibili rapporti umani decenti. È invece alla portata di tutti essere genitori passabili, vale a dire genitori che educano bene i figli. Occorre però che gli errori che commettiamo nell'educarli (errori il più delle volte dovuti semplicemente all'intensità del nostro coinvolgimento emotivo) siano più che compensati dalle molte occasioni in cui ci comportiamo in modo giusto con loro. Scopo di questo libro è aiutare i lettori a essere genitori passabili. Le mie idee sull'educazione infantile si sono formate nel corso di lunghi anni e sarebbe quindi impossibile ringraziare tutti coloro che hanno esercitato un'influenza su di esse. Molte di tali idee si sono sviluppate in risposta a problemi educativi concreti, incontrati personalmente o presentatimi da altri perché li risolvessi. Non mi è possibile pertanto esprimere qui la mia gratitudine a tutti coloro che, in un modo o nell'altro, mi hanno aiutato a dar forma alle idee su cui si basa questo libro. La mia più viva riconoscenza va comunque a Joyce Jack, per l'aiuto che mi ha dato nella stesura del testo e per il suo sforzo incessante nel renderlo più leggibile. Dietro suo suggerimento ho fatto leggere il manoscritto anche a Katherine Bernard, ai cui consigli devo pure molto.
È stato Theron Raines a suggerirmi l'idea, molti anni fa, di scrivere un libro sull'educazione dei figli; da lui mi è venuto l'impulso iniziale e, ora che il libro è terminato, gliene sono grato. Se Theron Raines è stato dunque la causa prima, la seconda è stata Robert Gottlieb, con il suo interessamento e incoraggiamento, e con la sua rara pazienza nell'aspettare che il libro fosse portato a compimento, cosa che ha richiesto un tempo incredibilmente lungo; anche a lui desidero esprimere la mia gratitudine.
Nel corso del libro uso il maschile per riferirmi ai genitori (a meno che gli esempi non si riferiscano esplicitamente a una madre) e questo nonostante, scrivendo, avessi in mente soprattutto le madri e benché presuma che saranno soprattutto le donne a leggerlo. Non solo, ma, dato che un po'"più della metà di tutti i bambini sono femmine, è stato anche difficile decidere quale genere usare nel riferirmi a essi. Sono peraltro convinto che, benché entrambi i genitori contribuiscano alla buona (o meno buona) educazione dei figli, sia la madre, particolarmente durante i primi anni di vita del figlio, a svolgere il ruolo di gran lunga più importante. Un modo per aggirare questo scoglio semantico sarebbe stato quello di riferirmi ai genitori sempre al femminile e ai figli sempre al maschile, rendendo così più facile per il lettore capire se sto parlando di un genitore o di un bambino. Ma a me riesce difficile pensare a tutti i genitori al femminile, non meno che pensare a tutti i bambini al maschile. Un'altra possibilità sarebbe stata quella di usare ogni volta pronomi e suffissi di entrambi i generi, maschile e femminile, o/ a, lui/ lei, ma questa soluzione è troppo lontana dal mio modo antiquato di pensare e di scrivere. Tuttavia, il motivo principale per cui ho scartato queste soluzioni è che ho scritto questo libro con la sensazione di parlare direttamente ai lettori esattamente come in tutti questi anni ho parlato con le madri, con il personale di istituzioni per l'infanzia, o con un pubblico eterogeneo di persone interessate ai problemi educativi. Mai avrei potuto, rivolgendomi a questi interlocutori, dire lei/ lui o aggirare il problema riferendomi genericamente alle "persone che", in astratto. Tali espressioni non avrebbero consentito quel contatto personale, diretto, che per me è importante; perciò ho pensato che fosse più sensato attenermi al convenzionale, antiquato pronome maschile, riferendomi sia ai padri che alle madri, sia a un adulto che a un bambino. Il maschile, in questo senso
generale, per indicare sia i maschi che le femmine, mi è più naturale da usare, soprattutto in riferimento ai bambini, anche perché io sono nato e ho trascorso quasi metà della mia vita a Vienna, dove, secondo l'uso della lingua tedesca, per i bambini si usa il genere neutro. Mi piacerebbe che anche in inglese fosse così, e anche per gli adulti, perché in tal modo sarebbe chiaro che non ci si vuole riferire a uno solo dei due sessi. Ma, visto che questo non è possibile, ho ritenuto preferibile attenermi all'uso linguistico tradizionale, che è quello nel quale mi sento più a mio agio.
Secondo la direzione data al giovane virgulto, così crescerà l'albero. ALEXANDER POPE, Mordi Essays
Questo libro rappresenta un po'"un condensato dei miei sforzi, portati avanti durante tutta la vita, per scoprire e verificare che cosa occorre per riuscire a crescere bene i nostri figli: per allevare cioè dei figli, che magari non faranno necessariamente una buona riuscita agli occhi del mondo, ma che, riflettendoci, si sentiranno contenti di come sono stati allevati, e contenti, tutto sommato, di quello che sono, nonostante gli inevitabili difetti, di cui peraltro nessuno è privo. Un altro segno, secondo me, che si è stati educati bene è la capacità di far fronte in modo ragionevolmente adeguato alle infinite vicissitudini, alle molteplici sofferenze e gravi difficoltà che si incontrano nella vita, e di farvi fronte soprattutto perché si possiede un solido senso di sicurezza in se stessi. Anche se talvolta dubiterà di se stesso (ma solo gli sciocchi arroganti non hanno mai dubbi su di sé), chi ha ricevuto una giusta educazione possiede una vita interiore ricca e gratificante *capace di soddisfarlo, qualunque cosa gli succeda nella vita. Ultimo punto, ma non certo per ordine di importanza: il fatto di crescere in una famiglia dove i rapporti dei genitori tra loro e con i figli sono improntati a intimità e onestà, rende questi ultimi capaci di formare a loro volta durevoli e soddisfacenti rapporti di intimità con gli altri, rapporti che conferiscono un senso alla vita propria e altrui. Li mette inoltre in grado di trovare soddisfazione e senso nel loro lavoro, così da giustificare l'impegno che esso richiede, perché saranno portati a non accontentarsi di attività che non posseggano un significato intrinseco. Il mio interesse per i bambini e per l'educazione risale a una settantina di anni fa; incominciai a riflettere su questi problemi quando mi ci scontrai personalmente da bambino e poi da adolescente, e da allora non ho mai smesso di occuparmene. (pg.15)
dell'Orthogenic School, dedito al recupero di bambini affetti da carenze psichiche molto gravi, vivendo sotto lo stesso tetto con loro, educandoli in base a principi corretti, e prendendoli in terapia. (pg.16) In ambedue i casi, i miei sforzi hanno sempre mirato a indurre gli adulti a far fronte da soli, nei modi loro più idonei, ai problemi piccoli e grandi che incontravano con i propri figli o con i bambini loro affidati, in modo che i risultati riuscissero di beneficio a entrambi. Dire loro che cosa fare di preciso, o che cosa evitare di fare, non sarebbe servito a risolvere i loro problemi, perché le generalizzazioni e i consigli perdono qualunque efficacia di fronte all'unicità di ciascun adulto e di ciascun bambino, e di fronte alla molteplicità e alla varietà delle situazioni in continua evoluzione in cui si trovano tanto l'adulto educatore quanto il bambino che reagisce al modo in cui viene educato. Per infinite e complicate che possano essere le mosse in una partita a scacchi, persino il gioco degli scacchi costituisce una metafora semplicistica della complessità dell'interazione umana. Ogni partita inizia da zero, nello stesso identico modo. Le regole sono le medesime per entrambi i giocatori, sono immutabili, note e accettate liberamente dai giocatori, che devono attenervisi rigorosamente. Inoltre, l'esito desiderato e il momento in cui lo scopo è raggiunto sono chiari e indiscutibili: dare scacco matto al re avversario. Nessuna di queste caratteristiche è applicabile a quello che succede tra genitori e figli. Ogni minima cosa che avviene tra loro è il risultato di una lunga e complessa storia. Ciascun momento, ciascun episodio inizia in modo diverso dai precedenti, a meno che, naturalmente, non siano entrambi, genitore e figlio, già nevroticamente prigionieri di reazioni reciproche stereotipate, che uccidono qualunque germe di spontaneità e di calore emotivo. Non esistono, inoltre, regole condivise, anche se spesso i genitori cercano di imporre le proprie regole, e il figlio, per la sua condizione di maggior debolezza, può non essere in grado di opporvisi. Ma tale consenso forzato non fa che interferire nella capacità del bambino di affrontare in modo costruttivo per sé la situazione problematica. Per tutti questi motivi non intendo offrire in questo libro risposte precise e definitive, ma solo suggerire metodi di approccio atti a rafforzare la tendenza di ogni genitore e di ogni bambino a essere spontanei, a essere se stessi nei loro rapporti reciproci, perché questo, a sua volta, rafforzerà la capacità del
bambino di far fronte alla realtà positivamente, nel modo che più gli è congeniale. (pg.17) Il fatto che un genitore pretenda di far valere la sua visione di una certa situazione e insista perché il figlio ubbidisca alle sue regole non garantisce che il bambino le accetti veramente in cuor suo. Per ciò che riguarda l'esperienza interiore, figlio e genitore seguono ciascuno le proprie regole, di solito senza che esse siano state rese esplicite, né a sé né all'altro. Inoltre, se è vero che ciascuno segue le proprie regole, è anche possibile però che le modifichi nel corso dell'interazione, senza avvertire l'altro, e di solito senza la minima consapevolezza di averle effettivamente cambiate e di come ciò sia avvenuto. Né esiste alcun accordo chiaramente enunciato e compreso e liberamente accettato circa quello che costituirà l'esito desiderabile del rapporto genitori- figli. Ma la differenza più grande tra una partita a scacchi e il processo educativo è che la vita vera non è un gioco, bensì qualcosa di molto, molto serio. Tuttavia, per quanto rappresenti una metafora banale e semplicistica dei rapporti umani, il gioco degli scacchi torna utile per illustrare come in ogni interazione complessa si possano programmare in anticipo soltanto poche mosse: ogni mossa infatti deve tener conto della risposta alla mossa precedente. Perciò è molto importante valutare ogni volta la situazione nella sua totalità: una prima mossa corretta può al massimo dare solo un'indicazione di quale dovrà essere la risposta giusta alla prima contromossa. Il giocatore principiante, che cerca di seguire i suoi piani senza tener conto delle mosse dell'avversario, va incontro inevitabilmente alla sconfitta. Altrettanto succederà a quel genitore che segue un piano predeterminato, basato su spiegazioni o consigli che altri gli hanno dato su come trattare il figlio. Un genitore deve adattare di continuo con grande flessibilità i suoi sistemi alle risposte del figlio, valutando di continuo la situazione globale via via che essa si evolve. Negli scacchi è subito chiaro che cercare di seguire i propri piani senza riflettere molto attentamente su quello che ha in mente l'avversario e su ogni sua contromossa, è un errore. Lo stesso tipo di riflessione sugli intenti e sulle reazioni del figlio è decisivo anche per la condotta del genitore. Solo che spesso i bambini, se sono in disaccordo con i genitori, nascondono i propri veri sentimenti per paura delle loro reazioni e questi, di conseguenza, si trovano in una posizione falsa.
scopriremo che il nostro modo di vedere il problema cambia completamente, e con esso anche il nostro modo di affrontarlo. Non sempre è possibile seguire questa prescrizione: di fronte a un pericolo imminente o ad altra situazione di emergenza è chiaro che bisogna agire immediatamente. Però, se vogliamo risolvere durevolmente il problema, dobbiamo, una volta passata l'emergenza, in primo luogo analizzare i nostri pensieri e le origini delle nostre reazioni, e quindi provare a immaginarci che cosa è passato nell'animo di nostro figlio. Il fatto di sforzarci di capire il nostro comportamento e quello di nostro figlio riguardo a una situazione ben nota, e a questo punto per noi chiara nei suoi fattori, ci porterà a comportarci nel modo più giusto e più utile a noi e al bambino. (pg.19) Anzi, è appunto questo tipo di autoanalisi che il più delle volte fornisce gli spunti migliori per capire e aiutare il comportamento dei nostri figli. Già in altri miei scritti, come Dialoghi con le madri e alcune parti di A Home for the Heart, era implicito il ricorso a questo metodo per comprendere i rapporti genitori- figli. In questo libro vorrei renderlo il più esplicito possibile, precisando che l'unico modo efficace di aiutare le persone intelligenti e ben intenzionate ad allevare il meglio possibile i propri figli consiste nell'incoraggiarle e nel guidarle a pensare sempre con la propria testa di fronte ai problemi educativi, senza affidarsi ciecamente alle opinioni altrui. Cercherò quindi, prendendo in esame abbastanza particolareggiatamente un numero limitato di situazioni e aree problematiche tipiche, di mostrare come sia meglio, tanto per il genitore quanto per il figlio, che l'adulto analizzi a fondo la situazione per conto suo, scoprendo così esattamente che cosa c'è in gioco. La premessa da cui partiremo è che, qualunque cosa faccia, il bambino è sempre convinto, anche se a volte erroneamente, che quello che sta facendo o che intende fare rappresenti il modo migliore di comportarsi nella situazione in cui si trova. Il numero limitato di questioni educative che affronteremo in questo libro non pretende naturalmente di esaurire l'enorme gamma di problemi che si incontrano nell'educare i nostri figli. Ma le tracce che darò vogliono aiutare i lettori a diventare più capaci nell'analizzare qualunque problema si troveranno di volta in volta a dover affrontare. Data la mia lunga esperienza sono convinto che quanto esposto in queste pagine sia comunque sufficiente a dare ai lettori che lo desiderino
la possibilità di fare propria questa metodologia, al punto di metterli in grado di intervenire in modo più efficace come educatori e anche di trarre maggiore soddisfazione dal rapporto con i figli. I libri che insegnano ai genitori come si dovrebbero educare i figli non rappresentano un fenomeno nuovo o recente; anzi hanno una lunga tradizione. Soltanto nel nostro secolo, però, e soprattutto a partire dagli anni cinquanta, sono diventati così richiesti: oggi un gran numero di genitori cercano in questi libri consiglio e conforto quando non sanno bene come risolvere i problemi che incontrano nell'educare i figli; e le ragioni non sono troppo difficili da individuare. Con il disgregarsi della famiglia tradizionale, a seguito del massiccio processo di urbanizzazione e industrializzazione avvenuto in questo secolo, è andata perduta la sicurezza che in precedenza derivava da usanze di antica tradizione, dal fatto di crescere all'interno di famiglie allargate comprendenti più generazioni, e da tutte le esperienze che questo comporti. (pg.20) Oggi, soprattutto chi proviene da famiglie della classe media non sa più come si allevano i bambini, perché non l'ha imparato durante l'infanzia. Ben diversamente stavano le cose quando le famiglie erano numerose, e gli altri parenti vivevano comunque nelle vicinanze; allora la cura dei bambini più piccoli era affidata ai fratelli maggiori, oppure a cugini o a qualche giovane zia o zio, che abitavano nella stessa casa o nella casa accanto. Se non c'erano consanguinei adatti alla bisogna, supplivano i figli dei vicini, cosa questa normale in tutte le culture contadine. Una volta diventati adulti, tutti ne sapevano abbastanza di puericultura e di pedagogia da sentirsi sicuri su come allevare i propri figli. E se c'era bisogno di consigli, ci si rivolgeva ai propri genitori e parenti, o al sacerdote, o al dottore, certi di ricevere l'aiuto necessario. Oggi invece i genitori, da un lato, hanno la sensazione che allevare dei figli in un mondo tanto più complicato di un tempo rappresenti una responsabilità molto più grande, dall'altro, si sentono costretti ad assumersene il compito senza il supporto di precedenti esperienze. E la distanza fisica e psicologica che oggi tanto spesso separa le generazioni induce i giovani genitori a temere, sovente con qualche ragione, che a chiedere consiglio ai propri genitori si attireranno invece le loro critiche, e che comunque i consigli che riceveranno saranno inadeguati.